giovedì 31 luglio 2008

Pensieri morali (4)


All’inizio di questa serie di post in lingua italiana antica, non avevo la minima idea di come avrebbe reagito il mondo della blogosfera.
Finora i risultati sono stati positivi. Nei vari aggregatori i tre articoli pubblicati hanno fatto la loro figura anche in Home Page. Questo significa che nel mondo del blog c’è ancora posto per una lettura che faccia spremere un po’ le meningi… ma con legittima soddisfazione, spero!
Ho intenzione di portare a termine questo mio impegno con altri quattro 'pensieri morali’, che hanno come titolo La Ricchezza (che oggi viene presentato), La Peste, Memento Homo, Dio.
Al termine, ognuno potrà constatare che i problemi fondamentali dell’uomo li abbiamo ancora di fronte, anche se sono cambiati i vocaboli e il frasario.



La ricchezza


Li huomini di ogni tempo hanno desiderato sempre la ricchezza.
Come i fanciulli si trastullano a raccogliere nicchi marini, immagini colorate e simili frivolezze, parimenti l’uomo compiuto trova gaudio e satisfazione nell’accumulare quelle figure appellate denari, tutte consimili e scioccamente istoriate, di carta vilissima o di oscuro metallo.

Io veggo in questa insaziabile fame di denaro una qual certa infermità fanciullesca, come sottilmente ha insinuato Freud libidinoso, un riandare a giuochi e affezioni infantili troppo presto interrotti o tutt’affatto [del tutto] impediti.

Qualcuno potrebbe dire che i denari sono di necessità per vivere, e si accumula per i tempi futuri e calamitosi, come insegna l’industriosa formica, e non la stolta e petulante cicala che sta in su gli alberi e canta, e non vede l’appressarsi del verno.
Ma ciò che hai accumulato, o huomo ricco che leggi, ti basterebbe non per una ma per più vite, non per sofferire [sopportare] una vecchiezza, ma per resistere ad una intiera eternità, se all’uomo fusse concesso tanto; al contrario, giunti in età senile, è scritto che si debba presto morire et appare inutile un cumulo di beni per chi deve partire senza bagagli.

Forse tu hai voluto pensare ai figli e ai figli dei tuoi figli, e alla fedele consorte. Essi già litigano mentre il tuo corpo giace disteso nella funebre coltre in attesa di pia sepoltura, così che appai simigliante a un misero porcello ingrassato, più utile da morto che da vivo, come predica Santo Bernardino Senense.
E non ti dispiaccia, o huomo chiunque tu sia, di essere paragonato al setoloso porco, imperocché quando si tratta di ragunar denaro tu diventi peggiore di qualsivoglia animale. Più del lupo, che almanco risparmia i suoi simili; vieppiù del leone, che, placata la fame, giace satollo; e perfino di più della jena ridente che dispoglia li morti, ma teme li vivi.

Orsù dunque, umano genere, ritorna alla tua natura più propria e riconosci con li occhi dell’intelletto la vanità di questo accumulare ricchezze, che porta la mente ad oscurarsi, il cuore a rompersi come un vaso di creta, e la persona farsi estranea e financo inimica ai suoi simili.

Tu medesimo, huomo dovizioso, comincia piuttosto a dispogliarti del tuo ingombrante fardello, e doppo aver honestamente pensato al bene di chi ti è prossimo per vincoli di sanguine, restituisci quel che hai ottenuto con la fraude con opere giovevoli al pubblico universo. Prendi anche virtuosa satisfazione in soccorrere persone miserabili, né a te legate da parentela alcuna, né da altri sentimenti se non quello di essere tuoi consimili, ma bisognevoli di aiuto.
L’anima ritroverà la sua quiete e gli occhi riposo. E mentre virtuosamente disfai il cumulo delle tue ricchezze terrene, ne prepari un altro più durevole per l’eternità.


Foto in alto: "Il cambiavalute e sua moglie" (1514), Quentin Metsys (Louvre, Parigi)

martedì 29 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi (3)


Frasi e vocaboli antichi per esprimere concetti e problemi attuali. Un modo per vincere la pigrizia estiva tenendo in sottile esercizio anche la mente, e per non cadere nei soliti temi del gossip e della politica. E poi, un po’ di antiquariato non guasta mai in una casa…
Buona lettura!



La fame


Già ti veggo sorridere, benevolo lettore, all’udir questa parola, tu che non l’hai per certo conosciuta e ti appare oggimai come un fiato di voce, un vocabolo spento e peregrino.

Dal dì del tuo natale in oggi non hai cessato per un sol giorno di satollarti con ogni genere di vivande, terragnole, acquatiche o celesti, verbigrazia [cioè] animali dal piè tondo e dall’unghia fessa, verzure e frutti secondo la loro specie, uccelli alati e pesci guizzanti secondo le loro molteplici specie.
E forse mentre stai leggendo queste mie difettose considerazioni hai sopra il tuo tavolo di computista una bevanda o una munizione da bocca che ti stimola i sopiti e pigri istinti dell’appetito e tiene in esercizio perenne il rumine del tuo stomaco.

Se poi troppo t’incresce notricarti in casa, col far due passi fuora, per certo troverai subito luoghi già apparecchiati alla bisogna; e solo ad un tuo cenno, come alla mano del padrone, si appresseranno a te servizievoli ancelle e coppieri, pronti a satisfare ogni tuo corporale desiderio.
Che dire mai potremo di quei maravigliosi mercati dove in un sol loco si trovan ragunate tutte le robbe e le sustanzie che sono sotto il cielo, e non v’è che la fatica della scelta, al pari dell’asino di Buridano, e ognuno può torre via ciò che gli aggrada, e in massima quantità?

Stupisci cielo, maravigliati terra, ché mai si era udita e vista una simile abbondanza, neppure nel paese di Cuccagna, di cui favoleggia lo sporcissimo Boccaccio, né manco ai tempi della primitiva aurea etade, come canta Ovidio nasuto nelle Metamorfosi; ma, se m’è lecito, solo al tempo del nostro padre Adamo, pria che fusse gittato fuora del Paradiso Terrestre!

Ma vedi anche, o huomo d’oggi, come i tuoi figli e le tue figlie si son fatti obesi, quasi etruschi lucumoni, o evanescenti e macri come ombre serotine. Il vigore si spegne per li acidi grassi e gottosi che intasano le vene, insieme a zuccari melliflui.

I digiuni e i martirii che le antiche genti hanno sopportato per la salvezza dell’anima, sono oggi sofferti per la salute di questo nostro corpo mortale.
C’è chi si nutrica solo di verzura come le capre; chi ha in dispregio i dolci sapori o i sapidi condimenti; a un altro sono negate le grasse vivande, a un altro invece le bevande inebrianti, in guisa tale che la presente generazione in mezzo a tanta abbondanza mi pare condannata al medesimo supplizio di Tantalo.

O huomo, hai dimenticato i beni spirituali e ti sei affaticato solo per quelli corporali. Ma questa perniciosa oblivione ha danneggato e l’anima e il corpo, come accade sovente quando non si vogliono usare le doti che la natura ci diè. Cosicché alcuna si affatica troppo e alcun’altra perisce.
Ritorna a dare nutrimento alla tua anima immortale.
Et in un corpore sano tornerà ad albergare una mente risanata.


Foto in alto: "Cesto di frutta" (1597), Caravaggio (Pinacoteca Ambrosiana, Milano)

lunedì 28 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi (2)








Vista la buona accoglienza al post introduttivo, proseguo col proporre in antica lingua italiana il primo argomento di riflessione: la morale sessuale.



Maschio e femmina li creò


Imperciocché [poiché] l’uomo e la donna hanno avuto in sorte strumenti tali che ciò che manca all’una parte pare compensato dall’altra, conviensi, come ha scritto il divino Platone, che amendue [ambedue] si ricerchino e si ritrovino, al fine di ricondurre le proprie membra in quella naturale unione che ogni desiderio acquieta.

Et invero la nostra stessa esperienzia ci dice quanto sia difficile vivere senza conoscere donna alcuna, poiché ciò che la natura ha dato nessuno può togliere, o per dirla alla maniera latina quod natura dederat nemo tollere poterat. Lo stesso si dica per la femmina, la cui virginal continenza appare oggimai cosa rara et preziosa.

L’istoria umana adunque non può dirsi solamente istoria della lotta di classe, come vuole Marx todisco, né pure istoria delle idee, come insegna magister Hegel. Simili giudizi attengono per solito alle pubbliche dissertazioni della schola e della politica.

Esiste però eziandio [anche] una lotta meno saputa ma parimenti reale, fatta di fatiche e travagli amorosi, con insidie, pugne, vittorie et sconfitte, eguali al De bello Gallico, Civili, Punico, et Peloponnesiaco; talvolta in campi aperti, ma più sovente in luoghi angusti e secreti; pugne tutte mondiali, che si combattono non per sette, trenta ovvero cento anni, quale la più lunga appare dai libri, ma da sempre et per sempre.
L’uomo e la donna, senza corazza o vestimento bellico, ma del tutto dispogliati, e armati solamente di ciò che la sorte ha variamente distribuito ai due ordini, si azzuffano in singolare tenzone che alla fine dovrebbe lasciare amendue vincitori et vinti.

E come nella storia pubblica si suole distinguere et enumerare due epoche, quella antica e quella moderna, altresì può dirsi per l’istoria amorosa.
Vi fu un tempo in cui l’uomo, aduso a menare la spada di giorno, parimenti in tempore pacis [in tempo di pace] menava il gladio notturno di contro la sposa fedele, che niuna resistenza poteva contro tanto assalitore, espugnatore di città e castella.

Oggi die, persa la dimestichezza con le armi, l’uomo appare pavido e scialbo, mentre le femmine son divenute ardimentose e provocanti; in guisa tale che queste si sono rivestite di caratteri e costumi mascolini, e li homini per contro li vedi portare capelli disciolti e variopinti, orecchini, monili et altre robbe, che faceano un dì ornamento alle membra muliebri.
E come è infiacchito l’aspetto esteriore, sì pure è scomparso il vigore dei lombi; laonde producono scarsa progenie e sembrano simiglianti ad alberi fronzuti, pieni di inutili foglie, ma senza frutto veruno, né pure capaci di sostentare un foco robustoso.

Orsù dunque, homini e donne, ritornate a ciò che la natura vi ha donato di proprio, a ciò che il Signore Iddio ha insinuato nella vostra coscienza! Ritorni la fedeltà coniugale e la giovanile continenza. Scompaiano gli usi disordinati. Per quanto umanamente si puote.


Foto in alto: "Adamo ed Eva" (1186), Bonanno Pisano (Portale del Duomo di Monreale)

sabato 26 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi


"Giudizio Universale"
(part.),
Luca Signorelli (1499),
Duomo di Orvieto,
Cappella di S. Brizio






Siamo in vacanze o in ferie e vorrei perciò proporre qualcosa di insolito…
Non in rima questa volta, ma in prosa; più precisamente qualche articolo di riflessione (tra il serio e lo scherzoso) in antico volgare toscano, la lingua dei nostri grandi autori del passato.
Direbbe Palazzeschi: “Lasciatemi divertire!”
Ma il vero motivo di questa scelta lo spiego nella introduzione (Benevolo lettore!) che oggi propongo.
E poiché mi immagino che la lettura sarà un po’ impegnativa, prima di rinunciare a leggere, invito ad un iniziale sforzo di attenzione. Passato il primo scoglio, forse sarà più facile continuare la navigazione e magari trovare il viaggio interessante.
Il prossimo eventuale articolo porterà il titolo: Maschio e femmina li creò.
Se invece la cosa non sarà gradita, tornerò alle usate maniere.




Benevolo lettore!


Ti sembrerà strano questo linguaggio antiquo, tu che sei abituato alla novella lingua italica, composta di avocaboli che dicono cose e istrumenti non mai conosciuti dalle precedenti generazioni e variamente condita di barbare voci della terra di Britannia o di quella di Amerigo et altre ancora, sì che l'eloquio non par più latino.

Ma ti maraviglierà forse, con il suono delle parole, anche la sustanzia degli argomenti, imperocché [poiché] alle disputazioni filosofiche tu preferisci i sollazzi corporei, o se mai investigare i secreti della natura e architettare macchine ingegnose per sollievo dell’umano genere, al pari di Prometeo, rapinatore di fuoco e artefice di infinite invenzioni.

Ho voluto scrivere in questo linguaggio ormai spento, acciocché le mie parole paiano provenire da lontano, quasi monito di profezia per questo terzio millennio. Et ancora perché la curiosità e novità della cosa ti spingano a leggere, e leggendo tu possa più agevolmente avvicinarti, come per giuoco, a norme et principii morali in oggidì poco auscultati.

Così questi miei discorsi, se pure imperfetti e difettosi, potranno recarti la preziosa eredità dei nostri virtuosissimi padri, la quale invero anche a te appartiene.

mercoledì 23 luglio 2008

Se fossi Dio... (in versi)












Se fossi Dio vorrei rifare il mondo
e lo farebbi piatto anziché tondo;
così dei poli smetton di parlare
e i politici vanno a lavorare.

Rifarei un po’ più alto Berluscone
perché si crede lui Napoleone,
e lo farei più bello e più avvenente,
così pensa alle donne solamente.

Veltrone invece lo lascerei stare,
ché finora si è dato un gran da fare;
egli ha fatto davvero un repulisti:
ha fatto scomparire i comunisti.

Anche Carfagna ‘unn'è venuta male:
l’avete vista tutti, al naturale…
Guzzanti la ritocco qua e là,
così le do pari opportunità.

Guardando il mondo della blogosfera
ci dovrei fare una riforma vera.
Nei social networks ed aggregatori
io vedo buchi neri ed altri orrori.

Gli algoritmi oramai son misteriosi
più di tutti i misteri religiosi;
e gli amministrator fan concorrenza
alla nostra divina onnipotenza.

Quel post lo mandan su, l’altro sparisce,
ed il perché nessuno lo capisce;
o meglio, si capisce molto bene,
devi pensarla come lì conviene.

Chi più le spara grosse, sale in vetta;
se c’è un po’ di volgar, si va più in fretta.
Se poi non si conosce l’alfabeto
allora il repertorio è al suo completo.

Vorrei vedere invece aggregatori
che sian comunità di postatori,
senza fakes, senza trolls, senza cordate,
né falsi accounts ed altre bischerate.

Ci sono tante idee quante persone,
e ognuno deve dir la sua ragione;
Si discuta, si parli, ci si inca**i,
ma come adulti, non come ragazzi.

Non sono Dio; son solo Amicusplato
e quel che ho detto è solo un po’ di fiato.
Ma immaginare il mondo un po’ migliore
non costa nulla e mette buonumore.




Foto in alto: "Paesaggio con uccelli gialli" (1923), Paul Klee (Collezione privata, Basilea)

mercoledì 16 luglio 2008

Il senso del ridicolo




Una cosa che colpisce negativamente nel mondo della blogosfera è la polemica spesso astiosa, accompagnata da fanatismi preconcetti e volgarità espressive.

Spesso non si discute, si offende; non si argomenta, si fa propaganda; non si scrive in italiano, ma in ‘volgare’. Non parliamo poi della grammatica, che ormai per molti è un optional…

Certo, ognuno ha diritto a dire quello che crede e nel modo in cui crede (almeno nei limiti consentiti dalla legge).

Ma quando ci confrontiamo con gli altri, dovrebbe scattare in noi un limite che non è imposto solo da una legge esterna, ma da un grande regolatore interno, che è il senso del ridicolo.

Una persona dovrebbe avere l'intelligenza di far passare quello che sta per dire al vaglio del ridicolo: "È esagerato quello che dico o è ben documentato? Esprimo idee o aggredisco le persone? Dico cose vere, oppure sto dando i numeri del lotto?"
Allora tutto ritorna alle dimensioni naturali: le polemiche si stemperano, le offese scompaiono, i termini si arricchiscono ed emergono sfumature impensate. Appare anche un po’ di humor, che non guasta mai e dà un po’ di vivacità al tutto, come il sale nelle vivande.

Bergson, il grande pensatore francese del XX secolo, ha scritto, in un libro dedicato proprio al riso (Il riso. Saggio sul significato del comico), che il senso del ridicolo distingue l’uomo dall’animale.
L’uomo lo possiede, l’animale no.

Teniamola presente questa osservazione, quando scriviamo un post.


Foto in alto: "Il prestigiatore" (1502), Hieronymus Bosch (Museo di S. Germain-en-Laye)

sabato 12 luglio 2008

Vivere da uomini





Di fronte al degrado, anche culturale, che caratterizza la società odierna, nel mio piccolo cerco di ritemprare le forze della ragione e della speranza anche con la lettura di qualche classico.
In questo caso, Aristotele, morto 322 anni avanti Cristo.

Nella sua Etica Nicomachea fa una lucida analisi dell’agire umano e individua gli aspetti fondamentali che dovrebbero caratterizzare il nostro comportamento per essere definito morale. È uno di quei libri che si tengono volentieri a portata di mano.

La conclusione è questa:

“Non bisogna dar retta a coloro che consigliano all’uomo, poiché è uomo e mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; anzi, al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi”
(Etica Nicomachea, X, 7. Trad. E. Berti).

La politica fa pena, la TV fa schifo, i blog talvolta sembrano blob, come l’ultima manifestazione di Piazza Navona… Ce la prendiamo - secondo i punti di vista - con Berlusconi, con Veltroni, col Papa e perfino con Dio, che per qualcuno non dovrebbe esistere, ma che altri si ostinano a dire invece che è dappertutto.
La rabbia che spesso coviamo dentro la proiettiamo su coloro che, per qualche motivo, risvegliano in noi sentimenti negativi, delusioni, pensieri o fatti rimossi.

La verità di fondo è che non vogliamo anzitutto confrontarci con noi stessi. Abbiamo paura di chi siamo, di chi si nasconde dentro di noi.
E incredibilmente abbiamo paura di liberare le nostre capacità interiori, che si aprono in ogni parte verso l’infinito. Mente e cuore non si accontentano di poco, ma vogliono comprendere e abbracciare tutto.

Dobbiamo fare leva sulla limpida forza della ragione e sulla vigorosa spinta dell’amore, che ci aprono verso gli altri e fanno saltare il bunker interiore di paura, nel quale si vive asserragliati in attesa del nemico da colpire.



Foto in alto: Il Partenone di Atene (V sec. a. C.), Fidia

martedì 8 luglio 2008

A che cosa serve essere cristiani oggi (2)


Una persona abbraccia la fede cristiana perché trova risposte esaurienti per la sua vita, desiderosa di verità e di amore. La fede è anche una risposta alla morte, perché l’uomo è e rimane di natura mortale.
Quest’ultimo aspetto oggi viene quasi del tutto ‘rimosso’. Eppure è proprio dal concetto che si ha della morte che prende significato quello della vita, come ha detto efficacemente Heidegger (Sein und Zeit).
Il cristiano guarda la morte in faccia con coraggio, anche se, come tutti, con timore e tremore, illuminato dalla certezza della risurrezione di Cristo.

Tra le molteplici conseguenze di una vita vissuta con fede, ne ricorderò due.

1. La fede cristiana dà pieno significato e valore all’esistenza umana.

Il mondo antico pagano si è convertito al Cristianesimo vedendo il modo di vivere dei cristiani: una comunità di amore e di fratellanza, in un mondo di discriminazioni e di violenza. Lo ricorda, ad esempio, Tertulliano, anch’egli convertito, nel suo Apologeticon: “Guarda come si amano e sono pronti a sacrificarsi gli uni per gli altri” (39, 7), dicevano i pagani nei confronti dei cristiani.
In modo analogo, gli intellettuali di ogni tempo sono rimasti affascinati dagli insegnamenti di Cristo, perché hanno trovato risposta alle domande fondamentali dell’essere umano. Farò solo due esempi, uno relativo all’epoca antica e uno all’epoca moderna.
Al tempo dell’imperatore-filosofo Marco Aurelio (165 ca), il filosofo Giustino fu condotto davanti al tribunale, perché reo di insegnare la religione cristiana. Gli fu ordinato di smettere. Giustino rispose: “Per tutta la vita ho cercato la verità, e ora che l’ho trovata, dovrei rinunciarvi?” E fu decapitato insieme ai suoi scolari (Acta martyrum, 1 giugno).
John Henry Newmann, studioso anglicano, organizzò un gruppo di studio per dimostrare l’erroneità del Cattolicesimo, e si ritrovò a constatare che la pienezza della verità cristiana era proprio nella fede cattolica (1845).
Anche la vita della nostra gente, così concreta, sobria, solidale, è un’altra testimonianza di come ha operata la fede nel corso dei secoli fino ad oggi. Ha trasformato “un volgo disperso che nome non ha” in un popolo di grandi valori umani, universalmente apprezzati.
Esiste anche una controprova oggi, sempre più evidente purtroppo: parallelamente alla perdita della fede stiamo assistendo alla comparsa di nuovi modelli di comportamento nei quali prevale l’egoismo, l’arbitrio, la violenza; il tutto riassumibile nel detto: “è lecito tutto ciò che piace”.
Le conseguenze sono una società che si consuma nell’effimero e non è più in grado di reggere l’impatto con le prove della vita e con la realtà esigente dei valori morali, sui quali unicamente è possibile una civile convivenza.

2. Il Cristianesimo suscita e anima lo spirito artistico, in tutte le sue espressioni.

Ogni esperienza religiosa porta l’animo umano verso il bello. Lo testimoniano i templi greci, le piramidi e la valle dei templi d’Egitto, le pagode buddiste, le moschee dell’Islam…
Ma onestamente bisogna riconoscere che nel Cristianesimo il bello diventa spesso sublime, perché questa fede è ancorata all’incarnazione di Cristo: è Dio che si fa Uomo. Evidentemente questo fatto, che costituisce il centro della fede, sa suscitare le potenzialità più belle dell’animo umano. Pensiamo solo alla tenerezza del Natale, alla drammaticità della Passione, alla gloria della Risurrezione, al mistero di Maria, vergine madre. Quanti musicisti, poeti, letterati e artisti hanno preso ispirazione da questi aspetti della fede cristiana! Il Messia di Haendel, la Passione secondo Matteo di Bach, il Crocifisso di Cimabue (Arezzo), il Cristo Risorto di Piero della Francesca (Sansepolcro), l'Annunciazione del Beato Angelico (Cortona), l'Assunzione della Vergine del Tiziano…
Quando Michelangelo scolpisce il David non solo supera (come scrive il Vasari) la bellezza delle statue greche, ma esprime col marmo una pagina biblica: “Tu vieni a me con la lancia e la spada, io vengo a te nel nome di Dio che hai bestemmiato”: questo esprimono gli occhi sereni e intensi del giovane David, nudo e quasi disarmato di fronte alla prepotenza del gigante Golia.
Anche su questo secondo aspetto abbiamo oggi una prova per contrasto.
Nel mondo dell’arte e dello spettacolo, e in quasi tutti gli aspetti della vita, domina ormai la volgarità e la trivialità di ogni tipo, anche espressiva.
E nel web? Ma cari amici blogger, non ve ne accorgete? Anche la blogosfera, che ama tanto fare da grillo parlante e da coscienza critica, è un crescendo di volgarità e di turpiloquio. E la volgarità non è solo manifestazione di cattivo gusto, ma è sempre frutto di un pensiero debole, molto debole, quasi nullo… Usa il turpiloquio o l’offesa chi non sa argomentare.

La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij, e si riferiva proprio a Cristo, alla sua purezza di spirito, alla sua compassione, alla sua capacità di sopportare il male altrui. Ma si riferiva anche alla bellezza delle icone, della letteratura, della musica…
Quella di oggi è spesso una società sgangherata, triviale, senza humor, violenta, e vuota come le zucche di Halloween. È una società che ha smarrito Cristo, infatti.

Poiché solo seguendo Cristo ho ritrovato me stesso, credo nella sua Resurrezione; credo nei suoi Sacramenti, cioè nella Chiesa Cattolica, dove ho sperimentato la sua presenza e la sua infinita misericordia.

venerdì 4 luglio 2008

A che cosa serve essere cristiani oggi (1)


Nel mondo attuale, tutto rivolto al pragmatismo e all’efficienza, una religione corre il rischio di apparire inutile, se non addirittura d’impaccio per il progresso dell’uomo.
Scienza e tecnica sembrano invece gli strumenti più adeguati per risolvere i problemi.
Si pone perciò la domanda: a che serve il Cristianesimo?
Si pensa che esso sia una religione che allontana dalla realtà, illude con paradisi ultramondani, svaluta il valore della scienza, induce alla sopportazione passiva della sofferenza e del dolore.
Una religione triste, diceva Nietzsche.

Per rispondere a questa domanda cominciamo subito con il mostrare quante banalità e falsità si nascondono in queste affermazioni critiche.

1. Scienza e tecnica

La scienza e la tecnica hanno certamente risolto alcuni problemi della vita quotidiana: semplificato il lavoro con le macchine, debellato alcune malattie, allungato di qualche anno l’esistenza, reso più vario il tempo libero (anche attraverso il pc e il web).
Ma sono sorte nuove patologie, l’allungamento della vita umana ha significato anche solitudine, abbandono... La morte, esorcizzata con la consegna di un silenzio omertoso, rimane realtà ineludibile.
In definitiva, scienza e tecnica non hanno modificato affatto la struttura dell’essere umano, che rimane sempre un essere desideroso di sapere e di amore, e di natura mortale.
Per alcuni aspetti i problemi si sono addirittura acuiti, come indicano chiaramente vari segnalatori psicologici: ansia, stress, depressione… L’uso della droga e dell’alcool, che devastano il mondo giovanile, indica il vuoto esistenziale che travaglia il periodo di per sé più bello della vita umana; figuriamoci quando “cadrà l’inverno sopra il suo viso”, per usare una bella metafora della vecchiaia, di De André (Geordie).

E non si deve credere che in passato, poiché la gente era più religiosa (almeno in senso numerico), scienza e tecnica non avessero importanza. Ne avevano, eccome! Il pane non si faceva invocando solo “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, ma mettendo la lievita alla sera nella madia e impastando e infornando il pane al mattino dopo nel forno a legna; ed era molto migliore di quello di oggi.
Tra gli infiniti esempi ho portato questo, perché quei bei pani con il loro profumo che invadeva la casa li ho ancora nella mente…

2. Cosa ha da insegnare la fede cristiana all’homo technologicus.

Anzitutto un più corretto modo di vedere ed apprezzare proprio la scienza e la tecnica.
Il Cristianesimo considera la scienza e la tecnica dei grandi mezzi, ma non i fini ultimi a cui sacrificare i valori morali insiti in ogni essere ragionevole. Non tutto ciò che è possibile scientificamente, è anche lecito moralmente. Questo è il primo grande contributo della fede per il moderno Faust. Le mirabili scoperte e invenzioni della nostra epoca non ci devono far dimenticare gli orrrori del XX secolo (si pensi alle bombe atomiche e alle camere a gas).

La fede rimane l'unica risposta alle domande fondamentali della vita.
Si può certamente sopravvivere seguendo come robots gli algoritmi imposti dalla società attuale; ma l’agire sarà più efficace e gratificante quanto più sarà chiaro il punto di riferimento fondamentale della nostra esistenza.
Abbiamo bisogno di una “reductio ad unum”, cioè di non disgregare il nostro io in tanti gesti scollegati, ma di strutturarlo in una unità fondamentale, dalla quale tutto prende significato e valore. Lo esige la nostra ragione (la ricerca e la scoperta del primo principio da cui tutto deriva) e lo esige il nostro cuore inquieto (il bisogno di amore, che va anche oltre la sessualità).
Gesù Cristo ci indica il punto di riferimento assoluto in Dio creatore; e alla nostra ricerca affettiva risponde presentandoci le altre persone come esseri da amare, al pari di noi stessi.
Con la consapevolezza di un principio assoluto, garanzia di ogni verità, e di un amore che ci avvolge e ci penetra nel profondo, l’uomo si presenta compatto nella sua personalità, per cui si liberano tutte le potenzialità della sua natura: la mente è sgombra nella ricerca e il cuore è libero nel donarsi.

“La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). “Ama, e fa’ ciò che vuoi” (Agostino, hom. 7 in I Gv).
Verità e amore. Su questi valori, che la fede cristiana considera essenziali per capire l’uomo di ieri e di oggi, anche la scienza e la tecnica trovano un punto di partenza e una direzione da seguire per il vero progresso dell’umanità.



Foto in alto: "L'adultera" (1653), Nicolas Poussin, Louvre

lunedì 30 giugno 2008

La bellezza salverà il mondo (quale bellezza?)









È una celebre frase di Dostoevskij.
Ma di quale bellezza parlava?

Viene subito da pensare al fascino di una bella donna o di un bell’uomo; oggi, magari un’attrice, un attore, una rockstar, un calciatore, una velina (quest’ultimo binomio non è del tutto casuale)…
E perché queste bellezze dovrebbero salvare il mondo?

In effetti qualunque bellezza affascina; e in qualche modo, anche quella effimera di un bel volto, di un bel paio di gambe (con il resto della carrozzeria) o di una bella canzone ha un senso liberatorio.
Così pure la bellezza artistica, col suo fascino catartico. Una sindrome di Stendhal collettiva…

Dostoevksij si riferiva ad un’altra bellezza, però.
La bellezza di una persona pura, che ama in modo incondizionato, che giunge a dare la vita per gli altri, anche se ricambiata spesso con l’indifferenza o con il disprezzo.
Si riferiva alla bellezza del Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”, che si è caricato del peso delle nostre cattiverie e ha ridato ad ognuno la speranza di una redenzione.

Ci sono ancora nel mondo tanti poveri ‘Cristi’ la cui vita è spesa generosamente per il bene degli altri, in particolare di altri poveri Cristi, magari inchiodati da una malattia in letti di sofferenza.
Cosa c’è di bello in tutto questo?
La luce di un gesto che illumina il volto di chi lo compie e di chi lo riceve; e la speranza che anche nell’egoistico mondo attuale il male non vincerà. La bellezza invece salverà il mondo.



Foto in alto: "Crocifisso", Cimabue (1265), Basilica di S. Domenico, Arezzo

domenica 22 giugno 2008

Celso: un intellettuale progressista (ma non troppo)


Nella blogosfera si leggono molti post fortemente critici nei confronti di chi crede in Dio, in Cristo e nella Chiesa. I credenti sono qualificati spesso come visionari, sciocchi, sorpassati... Al contrario degli atei e dei non credenti, che rappresenterebbero il futuro dell’umanità: intelligenti, liberi, ancorati alla scienza e ai suoi inarrestabili successi.

La critica alla fede cristiana in tutti i suoi aspetti non è però solo di oggi, come qualcuno potrebbe pensare. È roba vecchia, anzi antica. Ha attraversato tutti e due i millenni di storia della Chiesa.

Quello che molti non sanno (ma ora vedo che l’argomento è stato presentato oggi in un aggregatore di notizie) è che già nel II secolo l’intellettuale neoplatonico Celso, nell'opera Discorso Vero, commentata criticamente rigo per rigo da Origene, aveva postato molte di queste accuse anticristiane.
Ritiene falsa la risurrezione di Gesù, frutto di sciocca superstizione. Qualifica i cristiani come gente ignorante e stolta. Essi rappresentano una minaccia per lo stato, perché introducono divisioni ideologiche al suo interno e ne indeboliscono la tenuta. Egli poi li accusa di rivolgersi soprattutto ai vecchi, alle donne, ai bambini, agli schiavi, perfino ai malfattori, in definitiva a gente allora considerata insignificante e spregevole.

Le risposte di Origene alle argomentazioni di Celso sono esemplari anche per l’epoca attuale.
La risurrezione di Cristo è testimoniata da persone credibili, che si sono fatte uccidere per confermarla. Il cristianesimo inoltre non si basa solo su argomenti dialettici. La prova principale è una vita che cambia. Donne, vecchi, schiavi, e perfino i peccatori, quelli che Celso considera nullità e con lui i benpensanti del tempo, sono diventati un popolo nuovo, una comunità sempre più numerosa. Ciò che prima era impensabile, ora è reale, e questa è la prova che Cristo è risorto e che lo Spirito Santo agisce realmente nella storia. “Molti si sono convertiti al cristianesimo, per così dire, contro la propria volontà. Uno spirito nuovo aveva improvvisamente trasformato le loro anime. Esso li toglieva dall’avversione che provavano contro questa dottrina, disponendoli a morire in sua difesa” (Contro Celso, I , 46).

Come si vede i cristiani avevano stima di gente considerata miserabile; anche allora disturbavano i manovratori dello stato, che era il bellicoso impero romano; e confermavano la risurrezione di Cristo sul fondamento della testimonianza apostolica e nell’esperienza della propria vita cambiata. E allora come oggi, molti sedicenti intellettuali si ritenevano di razza superiore alla gente comune.

Fede cristiana o meno, il mondo laico oggi condividerebbe le ‘democratiche’ opinioni di Celso?

Foto in alto: "Crocifissione di S. Pietro", Caravaggio (1601), Chiesa di S. Maria del Popolo, Roma

mercoledì 18 giugno 2008

Perché dobbiamo dirci (e magari anche essere) cristiani



La chiesa, cioè la comunità guidata dagli apostoli che Gesù Cristo ha lasciato per continuare la sua opera, ha cambiato la storia umana e le ha dato quell’impronta di cui anche il mondo laico e anticlericale (inconsapevolmente o meno) è erede: i concetti di persona, di diritti civili, di giustizia sociale, di pace tra i popoli, di fratellanza umana, sono alcuni fondamentali valori introdotti dal cristianesimo. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (S. Paolo, Lettera ai Galati, 3, 28).
In un periodo in cui le discriminazioni di ogni tipo erano il fondamento di ogni stato, il messaggio evangelico apparve subito ‘rivoluzionario’.

1. Epoca antica

E se ne accorse bene lo stato romano, fondato proprio su queste discriminazioni, che cominciò a perseguitare la nuova religione con una ferocia e una insistenza che alla fine stancò e nauseò gli stessi persecutori, come dice Eusebio di Cesarea, testimone dell’ultima, lunghissima persecuzione, quella di Diocleziano, che durò dieci anni ininterrotti (Storia ecclesiastica,VIII, 12, 8).
La conversione dei popoli antichi è avvenuta attraverso il martirio di migliaia e migliaia di innocenti, che preferirono subire la morte piuttosto che rinnegare Cristo. “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, scrisse Tertulliano nell’Apologeticon (c. 50).
Con le masse popolari il cristianesimo si trovò subito in sintonia. Il dotto pagano Celso rimproverava ai cristiani di rivolgersi innanzitutto ai poveri, alle donne, agli schiavi: a gente di nessun pregio, insomma, secondo la mentalità di allora. E Origene rispose dicendo che proprio questo era il segno della risurrezione di Cristo: un popolo nuovo stava sorgendo, consapevole della sua dignità e ammirevole per il suo tipo di vita.
Gli schiavi cominciano a riacquistare la libertà; basterà ricordare l’esempio della matrona Melania che, diventata cristiana, in un sol giorno liberò i suoi 8.000 schiavi; ma episodi simili si verificarono sempre più comunemente, tanto che intorno alla fine del primo millennio, come ricorda lo storico marxista M. Bloch, la schiavitù non esisteva più nel mondo cristiano. Purtroppo è stata reintrodotta in epoca moderna…
Le donne, che in tutti i popoli antichi (e in tanti stati moderni) erano (e sono) considerate proprietà dell’uomo (o dello stato) ottengono i medesimi diritti davanti alla legge e ai tribunali, e nella famiglia gli stessi diritti del paterfamilias, che prima aveva potere di vita e di morte nella sua casa. Certo, come per la schiavitù, non si trattò di una liberazione fulminea; c’erano millenni di retaggio maschilista da superare; ma ormai il fondamento era posto e nessuno poteva contestarlo: tutti figli dello stesso Padre, uomini e donne, creati a immagine di Dio.
I soldati iniziano a fare obiezione di coscienza contro la guerra; un fatto fino ad allora inaudito. La legione Tebea, con a capo S. Maurizio, venne passata per le armi dagli altri commilitoni, nei confini alpini con la Svizzera per non aver voluto combattere contro quelli che non erano più 'nemici', ma fratelli; e non certo per viltà: si fecero tutti decapitare.
La gente di cultura, prima indifferente o scettica di fronte al messaggio cristiano, diviene sempre più attenta e infine affascinata dai nuovi insegnamenti e dal nuovo modo di vivere: Giustino, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene, Ambrogio, Agostino, Boezio, Cassiodoro, Giovanni Damasceno… La bellezza del messaggio cristiano ispira capolavori di pensiero, di letteratura, di arte.

2. Medioevo

Il mondo ‘barbarico’ intanto avanza ai confini dell'impero e conquista Roma.
Ma attraverso l'opera coraggiosa della Chiesa e il martirio di tanti missionari, primo fra tutti S. Bonifacio, apostolo della Germania, viene salvata la civiltà e la cultura, e i barbari depongono le armi e diventano cristiani: così fanno i Visigoti in Spagna, i Longobardi in Italia, i Vandali in Africa, i Franchi in Francia/Germania, gli Ungari in Pannonia (Ungheria), i Vareghi in Russia... Ed è ammirevole che alcuni di questi ex-barbari ora divengono a loro volta gli educatori del loro popolo. Ulfila traduce la Bibbia in gotico, Gregorio di Tours scrive la storia dei Franchi, Paolo Diacono quella dei Longobardi, Isidoro di Siviglia quella dei Visigoti, Beda quella degli Inglesi (Angli)… Orgogliosi delle loro origini non latine e della loro fede cristiana.
Si apre una nuova civiltà, la nostra Europa, dall'Atlantico agli Urali, e si prepara la grande civiltà medievale, con la rinascita delle città, il sistema politico dei comuni, le università, gli ospedali, le compagnie di misericordia, le corporazioni di arti e di mestieri, le lingue nazionali, la cultura, l’arte bizantina, romanica, gotica.
Le più belle istituzioni che ancora oggi sono il vanto della nostra società sono nate nel Medioevo. Il concetto stesso di Europa è un’idea altomedievale, con la rinascita carolingia e ottoniana.
Nella stupenda cripta longobarda di Abbadia S. Salvadore, sul Monte Amiata, in una delle innumerevoli colonne che la sostengono, sono scolpiti insieme la croce e il badile: è ciò che accadde in quei secoli cosiddetti oscuri dell’Alto Medioevo. I ‘barbari’ abbandonarono le armi e sull’insegnamento cristiano cominciarono ad usare gli attrezzi da lavoro: ora et labora.
La bellezza di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Siena, di Roma, di Milano (il centro storico, ovviamente), di Monreale, di Palermo, e di infinite altre città e cittadine ci fa capire quanto grandi siano stati quel periodo e quella gente, che nella scarsità dei mezzi a disposizione hanno potuto concepire ed erigere simili opere.
Perfino il Carducci, anticlericale e massone, riconosce nella bellissima lirica La Chiesa di Polenta (che invito a rileggere), come nel fonte battesimale e nel matrimonio cristiano si siano affratellati e uniti popoli diversi, vincitori e vinti; la chiesa è stata l’unica istituzione, nella latitanza di tutte le altre, a salvare la civiltà dalle invasioni:
“Fuori [della chiesa] stridea per monti e piani il verno
de la barbarie..”
Qui, nel cospetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti…
fanno il Comune”.

3. Umanesimo e Rinascimento

E poi l’Umanesimo e il Rinascimento, che sorgono dalla riscoperta e dall’incontro della classicità greca e latina con il grandi valori cristiani. Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, ma anche L. B. Alberti, Lorenzo Valla, papa Niccolò V, Enea Silvio Piccolomini (Pio II), i padri conciliari greci presenti al Concilio di Firenze del 1439, che riunificò la Chiesa, prima della presa e del saccheggio di Costantinopoli per mano dei Turchi nel 1453, sono alcuni dei protagonisti che hanno reso possibile questo fecondo incontro.
Le Stanze vaticane affrescate da Raffaello, che mette di fronte la Scuola di Atene (con Platone e Aristotele al centro) e la Disputa del SS. Sacramento (con al centro Agostino e Tommaso) sono gli esempi di questo incontro: da una parte gli antichi e dall'altra i padri della Chiesa… Capolavoro d’arte di Raffaello, che esprime perfettamente il significato stesso del Rinascimento (il mio avatar col mio nick è preso proprio dalla Scuola di Atene…)
La dignità della persona umana, così fortemente evidenziata dall’umanesimo e dal rinascimento, lungi dall’essere una contestazione del Cristianesimo, ne è una puntualizzazione e uno sviluppo particolare. Il David di Michelangelo è insieme la figura perfetta dell’uomo rinascimentale, ma ispirata da una delle più belle pagine della Bibbia. Non è solo la bellezza dell’armonia delle forme, ma la bellezza dell’uomo che combatte per la giustizia e con la forza divina contro la prepotenza del male.

Lo scontro con l'Islam, all'esterno (le crociate), e con la dissidenza interna (le eresie), sono momenti drammatici che ci ricordano come nessuna società sarà mai una 'società perfetta'. La malizia umana deve sempre essere messa in conto, in ogni epoca. Dobbiamo però essere molto corretti anche nel riconoscere il male.
Riguardo le crociate si deve dire che sono stati i musulmani, con i loro califfi, a conquistare con la scimitarra (e non con i missionari e i martiri) i territori cristiani, uccidendo e imponendo tributi pesantissimi. Le loro conquiste accerchiarono tutta la cristianità, finché per la prima volta a Poitiers, nel 732, Carlo Martello riuscì a fermare l'avanzata saracena. Quando poi, anche la stessa Costantinopoli fu messa in pericolo dalle conquiste dei popoli turchi (battaglia di Mazinkert, 1071), l’occidente non poté ignorare la minaccia e iniziò un periodo di riscossa che ebbe un solo successo con la prima crociata (1099) e una serie di sconfitte disastrose, ma che in parte frenarono l'espansionismo islamico. Purtroppo non fu possibile resistere agli assalti contro Costantinopoli, conquistata e saccheggiata nel 1453. La basilica di S. Sofia fu trasformata in moschea e ora in museo. Ciò che hanno fatto i musulmani nelle terre cristiane da loro conquistate è cosa nota: dove sono arrivati loro, sono spariti i cristiani; o eliminati o impediti di professare pubblicamente la fede. Anche oggi è grossomodo così, figuriamoci 500 anni fa…
Le grandi vittorie di Lepanto (1573) e di Vienna (1683) segnarono finalmente il declino dell’impero turco, vero terrore di tutto il mondo cristiano (“mamma, li turchi!”)
Riguardo l’inquisizione, si deve dire che quel tipo di tribunale va severamente giudicato come un grave errore degli uomini di Chiesa, pur tenendo conto dei condizionamenti storici di molti secoli fa. Il numero delle esecuzioni, in tutti i cinque secoli che quel tribunale è esistito (dal 1200 al 1700 circa) non supera certamente le 100.000 persone. Cifre altissime, ma non certo quelle che la stampa laicista vorrebbe far credere, parlando addirittura di milioni di persone!

4. Epoca moderna

Non si ricorda mai invece che è l’epoca moderna la vera epoca dell’intolleranza.
Al tempo della Rivoluzione Francese, che pure aveva proclamato i diritti dell’uomo e del cittadino, funzionavano in Francia nel periodo del Terrore (1793-94) mille ghigliottine e i suoi tribunali speciali in due anni fecero tante vittime quasi quanto cinque secoli d’inquisizione: almeno 40.000 persone; un’intera regione, la Vandea, venne massacrata, per aver opposto resistenza alla leva obbligatoria: furono sterminate 200.000 persone, in nome della ragione rivoluzionaria atea; il primo genocidio della storia moderna.
Non parliamo degli orrori dei regimi totalitari, paganeggianti o atei del nazismo e del comunismo, che hanno portato alla morte decine e decine di milioni di persone… E siamo ai nostri tempi, non secoli e secoli fa.
La Chiesa sarà sempre inadeguata a testimoniare il messaggio di Cristo. È fatta di essere umani: santa e peccatrice insieme, semper reformanda; e il Concilio Vaticano II ha dato una grande svolta riformatrice. Ma la forza di capire il male e di cambiare vita è data dalla quotidiana lettura del Vangelo e dalla pratica dei sacramenti. Le grandi figure di santi, come Benedetto, Francesco, Chiara, Caterina da Siena... Pio da Pietrelcina, Madre Teresa, Giovanni Paolo II, e i grandi letterati come Dante, Petrarca, Boccaccio (che commentava Dante nella Badia fiorentina), Tasso, Manzoni, i filosofi e teologi come Agostino, Tommaso, Maritain,… artisti come Giotto, Brunelleschi, Raffaello, Bramante, Michelangelo, Palestrina, Vivaldi, Bach, Mozart, ... sono alcuni punti di riferimento irrinunciabili della nostra civiltà.

“Perché non possiamo non dirci cristiani”, diceva il grande pensatore laico Benedetto Croce in un famoso libretto. Oggi dobbiamo accontentarci di un tal Odifreddi che, non conoscendo nulla della storia (non so quanto conosca la matematica che insegna) scrive ‘Perché non possiamo essere cristiani’.
Anche da questo si capisce perché la scuola italiana va così male…

martedì 10 giugno 2008

Esistenza di Dio: un atto di fede e di ragione










A Dio si giunge certamente con la nostra ragione, se vogliamo spiegare l'origine della materia e del movimento dell'universo, se vogliamo cioè spiegare il mondo che ci circonda.
Lo abbiamo già visto nell'articolo precedente. Perciò occorre che l'uomo sgombri la propria mente da ogni preconcetto nichilista o scettico, sospenda per un attimo ogni giudizio, e poi nella più completa sincerità con se stesso (e dopo un profondo respiro liberatorio) abbia il coraggio di dire con Aristotele, Tommaso e Cartesio: "Bisogna fermarsi a un principio primo", trascendente, assoluto, inizio e ragione di ogni divenire.

Dopo questa affermazione di piena razionalità, con la mente aperta all'esistenza di Dio creatore, si deve guardare non solo alla realtà fisica circostante, ma anche agli avvenimenti umani, alla nostra storia.
E nella storia umana c'è un fatto che si impone per la sua straordinaria unicità, perché ha cambiato radicalmente il modo di vedere e di essere dell'uomo: la persona di Gesù Cristo.
Nessuno può fare a meno di confrontarsi seriamente con questa persona e con il suo messaggio. Ha così profondamente inciso nella realtà umana, che ignorarlo o snobbarlo significa precludersi la possibilità di capire appieno ciò che stiamo vivendo.
Anche qui occorre allontanare dalla nostra mente molti giudizi e idee preconcette, che un certo tipo di cultura e di propaganda, fatte di slogan e di stereotipi, ha ampiamente disseminato (la blogosfera ne è piena!), per affrontare seriamente, faccia a faccia, questa persona allo scopo di capire qual è la verità sul suo conto.

Gesù nei vangeli è descritto come un uomo straordinario, sia nel suo modo di agire che di parlare. Anzitutto è assolutamente libero da condizionamenti. Dice sì quando è sì, no quando è no. È invitato a pranzo da un ricco pubblicano (Zaccheo), ma quando esce da quella casa, il pubblicano ha restituito con gli interessi il mal tolto e ha distribuito metà dei suoi beni ai poveri.
Dichiara puri tutti gli alimenti, ponendo fine a una religiosità esteriore che si ficcava anche nel determinare le ricette culinarie; afferma la pari dignità della donna, sia essa anche adultera o prostituta e dice che queste passeranno avanti nel regno di Dio ai farisei che si ritenevano giusti e disprezzavano il prossimo. Supera ogni altra discriminazione: entra nelle case dei pagani, considerati 'impuri', dice che hanno più fede di coloro che si ritenevano il popolo eletto; sta in compagnia di gente disprezzata ("i malati hanno bisogno del medico, non i sani"); separa il potere religioso da quello civile, fino ad allora ovunque commisto ("dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"); proclama scandalosa la ricchezza ("guai a voi ricchi, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio") e gradita a Dio la semplicità di vita ("beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli"). Invoca il perdono fraterno anche nei confronti dei nemici, ponendo fine alla legge dell'occhio per occhio, che (come ben commentò Gandhi) avrebbe reso tutti gli uomini alla fine ciechi. Ma al tempo stesso ricorda il dovere della giustizia e il compito dello stato di garantirla ("non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te"; "noi riceviamo il giusto per le nostre azioni").
L'insegnamento di Gesù si può riassumere, come lui stesso ha fatto, nell'unico comandamento dell'amore: "Ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo come te stesso". E nel prossimo comprende anche coloro che erano considerati nemici (parabola del buon samaritano). Questo comandamento lo ha messo in pratica lui per primo quando, sulla croce, ha perdonato ai suoi crocifissori: "Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno".

Insieme a questi insegnamenti che stravolgevano i canoni della logica umana, ma che lasciavano ammirati ("nessuno ha mai parlato come costui" dissero perfino le guardie che erano andate ad arrestarlo) e che nel corso della storia si rivelano sempre più come il vero fondamento dell'umana convivenza, altrettanto straordinario era il suo modo di agire. Toccava i lebbrosi e li guariva, così pure faceva con i ciechi e i sordomuti ("Effeta, che significa apriti; e il nodo della sua lingua si sciolse"). Di fronte al cieco nato che ha riacquistato la vista gli stessi farisei riconoscono che "un miracolo evidente è avvenuto per opera di Gesù"; ma non lo accettano perché lo aveva compiuto di sabato, giorno in cui non si poteva 'lavorare'...
I prodigi compiuti da Gesù sono ricordati, oltre che dai vangeli, anche dallo storico ebreo, non cristiano, Giuseppe Flavio, contemporaneo degli apostoli.
La risurrezione di Lazzaro, morto da quattro giorni e che già era in putrefazione ("iam fetet") anticipa il miracolo che dà definitiva spiegazione a tutta l'opera di Gesù Cristo: la sua risurrezione.
È la risurrezione di Cristo il punto fondamentale della sua manifestazione, che indica in modo inequivocabile che non può trattarsi solo di un uomo, se pure dai poteri eccezionali. Il sepolcro, dove Gesù era stato deposto, sigillato e sorvegliato dalle guardie del sinedrio, la mattina del terzo giorno (come Cristo stesso aveva preannunciato) è misteriosamente vuoto: all'interno ci sono solo i panni e la sindone che avvolgevano il cadavere.
Le guardie non sanno spiegare l'accaduto ai sommi sacerdoti.
Gesù per quaranta giorni appare agli apostoli increduli e impauriti, nascosti in una stanza "per paura dei Giudei". Entra a porte chiuse, sta con loro, mostra le mani, i piedi e il costato trafitti: è lo stesso Gesù, che avevano conosciuto prima della risurrezione, ma non più condizionato dai vincoli della natura umana. È Cristo glorioso, trionfatore della morte, manifestazione di divinità.
Gli apostoli vivono con lui per quaranta giorni, fino al giorno dell'Ascensione.
Sono ormai trasformati. Con la discesa su di loro dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo Pasqua) escono dal cenacolo e iniziano con un coraggio e una sapienza inspiegabili a predicare la risurrezione di Gesù e le sacre scritture che l'avevano profetizzata. È questo il loro punto fondamentale di annuncio: Gesù è vivo e risorto, Gesù è il Signore della vita, Gesù è il Figlio di Dio.

Caro lettore, i casi sono due. O gli apostoli hanno spudoratamente mentito riguardo alla risurrezione di Gesù e alle sue apparizioni, oppure hanno detto la semplice e nuda verità: era morto e noi lo abbiamo visto vivo e lo abbiamo toccato.
"Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (S. Giovanni).

Per testimoniare la resurrezione di Gesù gli apostoli si sono fatti martirizzare: Pietro fu crocifisso a Roma, nel colle Vaticano (dove ora è la basilica di S. Pietro); S. Paolo venne decapitato sulla Via Ostiense e sepolto dove ora è la Basilica di S. Paolo fuori le mura; S. Giacomo decapitato a Gerusalemme, etc..
Erano gente comune, semplice, senza grilli per la testa; e non erano eroi... tutt'altro. Eppure dopo la Resurrezione si trasformano in coraggiosi testimoni e sfidano anche l'ira di Nerone... Perché lo avrebbero fatto, se non avessero visto davvero Gesù risorto?

La risurrezione di Gesù si scontra con la nostra esperienza comune della morte e dissoluzione dei corpi. È evidente che la risurrezione supera ogni legge della natura. D'altra parte però c'è la testimonianza unanime e fortissima degli apostoli e di altri discepoli, donne e uomini, i quali affermano che Gesù crocifisso è veramente risorto e sono pronti a testimoniarlo fino all'effusione del sangue.
Uno può sbrigativamente affermare che gli apostoli si sono sbagliati, hanno avuto delle allucinazioni collettive, e così via.
Di fatto però queste persone tutto erano fuorché eroi; persone comuni, poco propense a sacrificare la vita, nel momento del pericolo hanno anche rinnegato Gesù e sono fuggiti... E dopo la morte di Gesù appaiono ancor più terrorizzati, e niente affatto disposti a credere alla sua risurrezione: non credono alle donne che per prime portano questa clamorosa notizia e la prendono per "vaneggiamento femminile". E invece anche loro in cinquanta giorni cambiano in modo totale. Era avvenuto necessariamente un incontro (e più volte) che aveva fatto loro cambiare del tutto idea e atteggiamento...
Ma lo stesso cambiamento è accaduto nel corso dei secoli a infinite persone e intere comunità. Basti pensare a Saulo di Tarso (S. Paolo), da persecutore ad apostolo delle genti, ai filosofi pagani come Giustino e i suoi scolari, a Clemente Alessandrino, ad Agostino... Popolazioni pagane che passano al cristianesimo vedendo la testimonianza eroica dei martiri, tanto che l'imperatore stesso alla fine si converte (Costantino).
L'incontro con Cristo ha cambiato la vita di persone come Benedetto, Scolastica, Francesco, Chiara, Tommaso d'Aquino, Margherita da Cortona, Caterina da Siena, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila... Lorenzo Milani, Madre Teresa, Giovanni Paolo II...

Credere in Cristo risorto, credere nel Figlio di Dio fatto uomo è un atto di fiducia che supera il semplice atto di ragione.
Questo affidarsi alla parola di Cristo e dei suoi testimoni si chiama fede e supera le nostre misure umane.
Ma la fede non è un atto irragionevole; anzi, S. Tommaso la definisce 'ragionevole obbedienza' (rationabile obsequium). È un affidarsi a Dio, ma ciò viene fatto anche sulla base di solide certezze razionali: l'esistenza di Dio, l'opera e l'insegnamento di Gesù, la testimonianza degli apostoli e dei santi.
Ma tutto questo non sarebbe pienamente 'ragionevole' e convincente, se non si aggiunge la nostra esperienza personale. È la nostra stessa vita, nell'affidarsi a Cristo, che inizia a cambiare profondamente. Ciò che prima sembrava impossibile, ora accade; ciò che prima era senza senso, ora acquista pieno significato; ciò che prima era tristezza e talvolta disperazione, ora diviene forza interiore e gioia profonda.
La fede aiuta la ragione e la ragione sostiene la fede: "credo per capire e capisco per credere" (credo ut intelligam et intelligo ut credam).
Questa è la più bella sintesi del rapporto tra fede e ragione, formulata dal genio di Agostino.
L'uomo ha bisogno di tutte e due queste ali, per far volare la sua intelligenza e la sua libertà, come ha detto in modo esemplare Giovanni Paolo II nell' enciclica Fides et Ratio: fede e ragione.



Foto in alto: "Incredulità di S. Tommaso" (1600), Caravaggio (Bildergalerie, Potsdam)

domenica 1 giugno 2008

Esistenza di Dio: un atto di ragione



Molti pensano che credere in Dio sia un atto di pura fede. L’esistenza di Dio invece è prima di tutto una scoperta della ragione. Non a caso all’esistenza di Dio sono giunti molti filosofi avanti Cristo, come Socrate, Platone, Aristotele…

Non si tratta infatti di spiegare Dio, ma di spiegare il mondo. È il mondo, così come ci appare, che ha bisogno di una spiegazione esauriente.
Oggi quelli che negano Dio pensano che per spiegare l’origine del mondo sia sufficiente affermare che il mondo è eterno. Si retrocede indietro, fino all’infinito, nella catena delle cause e così si pensa di aver eliminato la figura di un creatore iniziale.
Ma per negare Dio non è sufficiente retrocedere all’infinito nella catena del divenire.
Infatti il problema è che questo mondo in perenne divenire viene da altro precedente. Anche se lo porti indietro all'infinito, ha sempre (ripeto, sempre) bisogno di altro precedente e quindi non ha in sé la spiegazione del suo essere, perché la rimanda sempre indietro, e quindi non la risolve mai.

Ma siccome il mondo esiste e nella sua catena di esseri è giunto fino a noi, per poterla giustificare occorre uscire da questa catena.
Occorre ammettere un essere trascendente, assoluto, cioè fuori del divenire; altrimenti anch’egli avrebbe bisogno di un altro prima di lui. Occorre dunque un essere eternamente presente, che ha dato esistenza a questo mondo in divenire.
Dio è un’esigenza razionale per spiegare appieno questo mondo in evoluzione, che se non ha una causa iniziale fuori di lui è incomprensibile. Senza l’Assoluto il mondo non ha spiegazione. Gli scienziati possono fornire delle ipotesi di come il mondo si sviluppa, di come si evolve; ma riguardo a chi lo ha mosso, chi lo ha posto, la ragione umana sente la necessità di ammettere l’esistenza di un essere che non sia in divenire (cioè: ieri, oggi, domani, per intendersi), ma un eterno presente, cioè Dio.
Solo così, da un principio assoluto, eternamente presente, il mondo può avere la sua origine, quindici miliardi di anni fa (secondo la teoria del big bang) o anche da sempre, perché Dio è da sempre, anzi, Dio è.



Foto in alto: "De revolutionibus orbium coelestium" (1543), pagina autografa di Nicolò Copernico (Università Jagellonica di Cracovia)

martedì 27 maggio 2008

Religione: oppio dei popoli o cura disintossicante?



Interno Cupola S. Ivo alla Sapienza (1643-1660, Roma), Francesco Borromini




In qualche situazione storica anche il Cristianesimo ha avuto i suoi momenti di sballo o di depressione. La Chiesa è fatta di persone, e queste sono soggette a ogni genere di debolezza che contraddistingue l’essere umano.
Si deve stabilire però se si tratta di momenti transitori, o se la sua costituzione è irrimediabilmente danneggiata dall’abuso di sostanze dopanti.

Parliamo di due droghe che oggi vanno per la maggiore.

Il potere politico.
Drogato mentalmente è chi si prostra al signore di turno. La Chiesa, per prima nella storia, ha invitato a distinguere la legittima autorità, da chi pretende di essere considerato ‘signore e dio’(dominus ac deus). Quando tutti i popoli adoravano come divinità assoluta il loro sovrano, i cristiani dicevano: “L'imperatore è un uomo come me, e io dinanzi a lui sono libero” (Tertulliano, Apologeticon).
La prima terapia disintossicante dal potere politico è stata messa in atto proprio dalla Chiesa, sulle parole di Cristo: “Dai a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Ha smitizzato il potere. Lo ha ridotto entro i confini del buon governo. Per questo quando la Chiesa parla, oggi, come ai tempi dell’impero romano, dà fastidio. Perché prima di tutto si rivolge alle coscienze, senza lasciarsi intimidire dalle minacce, da qualunque parte provengano. “Temiamo Dio, non il proconsole” (Tertulliano, Apologeticon).

La droga degli abusi sessuali.
Oggi si vive spesso una sorta di bulimia sessuale; un insaziabile desiderio di sesso.Una vera rivoluzione è avvenuta in questi ultimi anni. Con tutti i risvolti, anche gravemente negativi o criminali, come prostituzione, stupro, pedofilia, furia omicida…
La Chiesa ha qualche titolo per parlare di queste cose e fare delle proposte? Io credo di sì. È vero che anch’essa, in tanti casi (parliamo dei suoi ministri), si è resa colpevole di gravi abusi, dei quali il più odioso è la pedofilia.
Ma andiamo alla radice del problema. Nella Chiesa chi si comporta così, sa di andare contro i suoi stessi insegnamenti e il Vangelo: “Chi avrà dato scandalo a uno solo di questi piccoli, meglio che sia gettato in mare con una macina da mulino al collo”. Per questo gli abusi possono (e devono) essere eliminati, o quanto meno ridotti ai minimi termini.
Ma chi insegna che il sesso deve essere libero da ogni vincolo, tranne (per ora) quello della minore età, e che l’unico problema è di indossare il preservativo, allora siamo in piena trance da oppio.
Anche in questa sorta di bulimia sessuale, la Chiesa, nonostante i suoi limiti umani, alzerà la sua voce per ricordare che ‘non di solo sesso vive l’uomo’.



venerdì 16 maggio 2008

Il decalogo del socialblog



Io sono un socialblog!

1. Non sono il Signore Dio tuo. Cercane un altro al di fuori di me.

2. Critica ogni tanto il mio nome. Contattami! Sono un algoritmo umano, e quindi imperfetto.

3. Non stare sempre in adorazione davanti a me. Ricordati di alzarti ogni tanto e di sgranchirti le gambe. Fai qualche festa; prendi un po’ d’aria.

4. Onora gli amministratori. Sono i miei genitori. Non dimenticarlo, quando il sistema va in blocco.

5. Non uccidere gli altrui post senza un vero motivo. La pena di morte è in mora quasi ovunque.

6. Non tradirmi con altri aggregatori. Rimani aggregato/a solo a me, amore!

7. Ruba notizie più che puoi, fresche come mozzarelle di bufala; ma che non siano bufale.

8. Non usare account falsi. Dio perdona. L’algoritmo no.

9. Non desiderare l’Home Page degli altri più bravi di te; (di quelli meno bravi, sì).

10. Non desiderare il carisma o karma degli altri; (se il tuo carisma o karma è zero, sì).



Foto in alto: "Il lanciatore di coltelli" (1947), Henri Matisse (Illustrazione per il volume Jazz)

martedì 13 maggio 2008

Dacci oggi il nostro post quotidiano


Nella vita di tutti i giorni si ha a che fare sempre con persone faccia a vista. Fino a pochi mesi fa non avevo alcuna esperienza di cosa fosse un social network o una community virtuale.

Parli, ma non vedi; scrivi, e non sai a chi; digiti ‘caro amico’ e ti risponde piccata una pulzella; commenti con un deferente lei, e subito sei invitato a un più cordiale tu. Aspetti che qualcuno ti dica grazie, e arriva invece una gomitata nel petto che ti spinge indietro.

I nick e gli avatar, in questa specie di manicomio condominiale, mi hanno subito affascinato. Nella loro quasi sempre simbolica combinazione mi sono sembrati la quintessenza di una personalità, il distillato di un pensiero. Poi ho visto che spesso rimandano a dei bellissimi siti, con nome, cognome, fotografie, stato di famiglia, vita e miracoli (la morte lasciamola stare), numero telefonico...
Allora il fascino del piccolo nick si è ridotto alla poesia che ti ispira un francobollo postale.

La vita nel villaggio è simile a quella di un’assemblea studentesca, o se volete di un collegio di docenti, dove uno parla, pochi ascoltano, altri chiacchierano tra di loro, molti leggono il giornale, e alla fine tutti alzano o abbassano la mano, magari senza aver sentito un tubo. Si fanno però anche simpatici incontri, di ogni tipo, perché le idee sono tutte rappresentate; un mondo multiculturale (insomma…)

Ma qui la vita sembra soprattutto una lotta per la sopravvivenza. Chi mette in dubbio (io, per esempio) la validità assoluta del darwinismo come selezione naturale, vada a postare in questi siti. La selezione è proprio inesorabile, implacabile; sopravvive il più dotato, pardon, il più votato. E, come vuole Darwin, è solo il caso il regista assoluto. Ma il neodarwinismo sostiene invece che il caso viene corretto da un certo finalismo, che elimina questo, ma non quello. Chissa chi ha ragione?

Nonostante tutto, io come Candido di Voltaire, non ho perso la fiducia nell’agire umano e cercherò di 'coltivare il nostro giardino' del social network di cui faccio parte, producendo cavoli vari e qualche post, per smentire se non altro chi mi vuol far discendere da un babbuino.


Foto in alto: "I girasoli" (1888), Vincent Van Gogh (Neue Pinakothek, Monaco di Baviera)

venerdì 9 maggio 2008

Home Page (in versi)














Salire in alto è qualcosa di innato nella natura umana.
Scalare la Home Page di Oknotizie (e di ogni altro aggregatore) fa parte dell’innato istinto dell’utente.



Tutti nel mondo cercan di scalare;
c’è chi vuole scalare le montagne,
chi nella luna il piede vuol posare;
e chi, se non va in Home, è triste e piagne.

La porta della Home è molto stretta
e numerosi sono i pretendenti;
così per arrivare in su la vetta
spinte e sgambetti sono assai frequenti.

C’è chi cerca notizie un po’ curiose,
chi parla del governo o di Veltroni,
chi mette video, foto maliziose,
chi dà del p*rla a Silvio Berlusconi.

C’è chi rimane in Home a punti zero,
chi, con molti, scompare in un istante;
qualcuno sale sempre su leggero,
qualch’altro scende giù sempre pesante.

C’è chi cerca di andare in compagnia,
e chi tenta da solo la scalata;
c’è chi ha trovato poi qualche altra via
e sale, ma rischiando la bannata.

Contro ogni legge gravitazionale
i più pesanti vanno spesso in alto;
ma se qualcuno veramente vale
alla fine riesce nell’assalto.

Ma qui non voglio fare la morale;
chi scrive in Okno cerca di apparire.
Ed ho postato questo madrigale
perché in Home Page anch’io vorrei salire.






Foto in alto: Piazza di Spagna e Trinità dei Monti, con la celebre Scalinata (1721-1725), opera di Francesco de Sanctis.
Stampa di Giuseppe Vasi del 1761

mercoledì 7 maggio 2008

Galateo moderno (semiserio)




"La Venere dopo Botticelli", Andy Warhol (Editions Schellmann, 1984)





Ogni epoca ha il suo manuale di buone maniere.
Ecco alcuni consigli per il mondo di oggi.


Se qualcuno ti supera con l’auto a velocità folle, non mandarlo a quel paese… Ci sta già andando.

Se ti vien incontro in un marciapiede una ragazza con l’ombelico scoperto e il bordo delle mutandine di fuori, non la guardare intensamente… negli occhi (e non diventare un contemplatore dell’ombelico).

Se accanto a te in treno siede un uomo tutto tatuato e piercingato, non mostrare disgusto o meraviglia. Pensa di essere accanto a Toro Seduto. Se poi guardi in quali condizioni è lo scompartimento del treno, non ti sarà difficile pensare al Far West.

Se qualcuno ti vuol passare avanti in una fila, difendi strenuamente il tuo posto. Se però è una (bella) donna, lasciala passare avanti a te; così potrai ingannare il tempo d’attesa ammirando un bel panorama.

Se a tre semafori in successione trovi tre lavavetri, al primo fai pulire il parabrezza, al secondo il lunotto posteriore, al terzo … il borsello.

Se ti trovi ad una cerimonia funebre, assicurati che il tuo telefonino sia spento. Altrimenti quando il prete dice: “State attenti fratelli, che il Signore ci chiama in qualsiasi momento”, ti potrebbe squillare.


lunedì 5 maggio 2008

Dove sei tu? (Poesia di Giulio Salvadori)



"L'Ave Maria" (1859), Jean-François Millet (Museo d'Orsay, Parigi)






In questa lirica di Giulio Salvadori, raffinato poeta e scrittore (1862-1928), amico anche del D’Annunzio, lo Spirito divino è visto negli aspetti più umili della realtà: nei fiori della valle, in un cielo al tramonto (“cielo di viole”), nel “paziente grano” del campo.
La bellezza delle immagini, la perfezione del linguaggio, lo splendore dei concetti fanno di questo breve componimento un vero gioiello d’arte.



Dove sei tu?


Spirito di dolcezza,
dove sei tu? le cime
rudi dell’Alpe ignori.
Troppo sublime
l’Alpe; la tua carezza
va nella valle ai fiori.

Spirito di splendore,
dove sei tu? ferito
l’occhio si chiude al sole:
ma scende al core
voce dell’Infinito
da un cielo di viole.

Spirito onnipotente,
dove sei tu? nel lampo,
nel fulmine non sei:
nel paziente
grano del campo
t’adoran gli occhi miei.



Giulio Salvadori