Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Siamo ormai in prossimità del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.
In genere ci si ferma alla parola Natale. Ci si dimentica (spero di no), forse semplicemente si sottintende (spero di sì), di quale nascita si tratta.
La nascita di Gesù è il punto centrale della storia umana, con buona pace dei laicisti nostrali, di gente di altre fedi e di cristiani ormai solo di nome.
La dignità dell'uomo e della donna, i valori universali di giustizia e di pace, l'unità del genere umano hanno in Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il lieto annuncio. Un annuncio che non è passato di moda, ma risuona sempre più attuale.
Per questo desidero invocarlo: Vieni, Signore Gesù!
Mi piace ribadire questa invocazione anche in musica; una musica stupenda, ovviamente, perché l'attesa del Salvatore sia ancor più desiderata.
È il "Veni Domine" di Mendelssohn (1830), che più volte ho postato (è troppo bello!). Si tratta del primo Mottetto in Sol minore tratto dall'opera 39, per coro a tre voci femminili e accompagnamento di organo.
Un complimento al Coro di Reggio Calabria e al suo Direttore. Finalmente un bel coro italiano.
Veni Domine
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae et revoca dispersos in terram tuam. Veni Domine et noli tardare. Excita Domine potentiam tuam et veni, ut salvos nos facias. Veni Domine et noli tardare.
Vieni, Signore
Vieni, Signore, e non tardare! Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi. Vieni, Signore, e non tardare! Mostra, Signore, la Tua potenza e vieni a salvarci! Vieni, Signore, e non tardare!
Non direi che il 2016 sia stato un'annata "da segnare con un sassolino bianco" (albo signanda lapillo), cioè un anno fortunato.
Non farò certo la lista dei mali che sono accaduti; basta ricordare il sisma di Amatrice (e zone limitrofe) del 24 agosto, la strage di Nizza del 14 luglio e quella di Berlino del 19 dicembre.
In questa vigilia di Natale voglio solo rivolgere una pressante invocazione al Salvatore del mondo, con il mirabile mottetto musicato da F. Mendelsshon-Bartholdy: "Veni Domine, et noli tardare", vieni Signore e non tardare!
Ho un debole per la musica di Mendelsshon (quello conosciuto soprattutto per la "Marcia Nuziale"). È un limpido genio, che in epoca romantica ha fatto riscoprire al mondo Bach e Mozart dimenticati, e tra le sue composizioni ci ha lasciato le 48 meravigliose "Romanze senza parole" per pianoforte. Perfino Glenn Gould, il più grande esecutore della musica di Bach e poco attratto dagli autori romantici, ne è rimasto affascinato.
Mi preparo perciò al Natale con il mottetto "Veni Domine", per coro femminile a tre voci (soprani, mezzo-soprani, contralti) e accompagnamento d'organo, composto a Roma nel 1830 per le monache di Trinità dei Monti.
L'ho già postato altre volte. Ma le cose belle non stancano mai.
Come la bellezza del Santo Natale.
Più che buona l'esecuzione del Coro Femminile "Madonna della Consolazione" di Reggio Calabria, diretto dal M° Luigi Miriello. Finalmente un bel coro italiano! Un po' in ombra l'organo.
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae, et revoca dispersos in terram tuam.
Excita Domine potentiam tuam, et veni, ut salvos nos facias, Veni Domine, et noli tardare.
Vieni, Signore, e non tardare!
Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi.
Mostra, Signore, la Tua potenza, e vieni a salvarci.
Il 25 gennaio è la festa della Conversione di S. Paolo.
Il persecutore, il bestemmiatore e il violento Saulo di
Tarso (sto usando gli epiteti che lui stesso si attribuisce) viene folgorato sulla
via di Damasco dalla chiamata di Cristo, che lo trasforma nell’Apostolo delle
genti (At 9, 1-19; 22, 1-21). Era l'anno 36 dopo Cristo.
Da ora in poi si farà chiamare Paulus, cioè “piccolo”.
In realtà di piccolo in S. Paolo non c’è nulla. In lui tutto
è portato fino ai limiti delle possibilità umane, per amore di Cristo:
“Cinque volte sono stato flagellato, tre volte battuto con
le verghe, una volta lapidato, tre volte ho fatto naufragio, un giorno e una
notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiume, pericoli di
briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nelle
città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi
fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti
digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la
preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11, 24-28).
“Rendo grazie a colui che mi ha dato forza, Cristo Gesù Signore
nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero; io
che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma
mi è stata usata misericordia” (1 Tim 1, 12-13).
Quella conversione ha cambiato non solo la vita di Saulo di
Tarso, ma la vita di un’infinità di persone.
Tra queste, metto anche la mia. Non avevo capito bene il valore della
fede in Cristo finché non ho letto e non mi sono "incontrato" con le lettere di S. Paolo; specialmente la lettera ai Galati, un inno alla libertà di coscienza, alla
liberazione portata da Cristo, contro tutti i perbenismi, i moralismi e i
condizionamenti da qualunque parte provengano:
“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state
dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal
5, 1).
“Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero,
non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,
28).
“Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del
Signore nostro Gesù Cristo. Non è infatti la ciconcisione che conta, né la non
circoncisione, ma l’essere nuova creatura” (Gal 6, 14-15).
Chi afferma che la fede cristiana è solo una serie di regole e di
precetti, non ha capito nulla del Cristianesimo.
L’Apostolo Paolo gli direbbe: “Se uno è in Cristo, è una
creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2
Cor 5, 17).
E la vita di S. Paolo ne è la prova più convincente.
Dall’Oratorio “Paulus” (1836) di Felix Mendelssohn-Bartholdy il
Coro "Wie lieblich sind die Boten".
Lo presento nella versione inglese, con un coro giovanile del Colorado e l'accompagnamento di pianoforte (anziché dell'orchestra).
Non è il massimo della perfezione, ma si può comunque gustare la freschezza dell'opera di Mendelssohn.
How lovely
are the messengers that preach us the gospel of peace.
To all the nations is gone forth the sound of their words, throughout all the
lands their glad tidings.
Quanto sono amabili i messaggeri che ci annunciano il
vangelo di pace.
A tutte le nazioni è giunto il suono delle loro parole, per
tutta la terra la loro lieta notizia.
(Paolo, Lettera ai Romani, 10, vv. 15 e 18).
Come 2015 anni fa ci sono ancora vari Erode che cercano di far fuori il Bambino Gesù.
Ci sono quelli dell'Isis che attentano direttamente alla sua incolumità fisica.
Ci sono i "pensatori" laicisti che vorrebbero farlo fuori dalla nostra storia, dalla nostra cultura, dalla nostra civiltà. Per rispetto delle altre culture, dicono; ma senza alcun rispetto per la nostra e la loro stessa cultura: la cultura di un'intera nazione, che nel Natale e in Cristo ha un punto di riferimento irrinunciabile.
Per questo è necessario invocare ancor più fortemente la venuta di Gesù in mezzo a noi, perché porti giustizia, fratellanza e pace.
Questo è il Natale.
Non la festa dell'inverno o di un albero illuminato.
È la nascita di un mondo fraterno.
Invochiamo la venuta del Signore con le note del magnifico mottetto di Felix Mendelssohn-Bartholdy, "Veni Domine", op. 39 n. 1, anno 1830.
Il mottetto è scritto per tre voci femminili (Soprani I-II, Contralti) con accompagnamento d'organo.
Qui è cantato da un coro a voci dispari di Taipei, con accompagnamento di pianoforte.
Finire questo torrido agosto in freschezza, e in bellezza.
Ci aiuta Felix Mendelssohn-Bartholdy con uno dei suoi incantevoli "Lieder ohne Worte", canti senza parole, per pianoforte: Venezianisches Gondellied, o se vogliamo, Barcarola Veneziana, dall' Op. 30, n. 6, Allegretto tranquillo, in Fa diesis minore.
Ho già postato un'altra celebre Barcarola di Mendelssohn, quella dall' Op. 19, n. 6, in Sol minore:
Dopo l'orrore dell'olocausto, il calendario celebra S. Tommaso d'Aquino (1225-1274), colui che più di ogni altro ha dato alla fede in Dio una convincente motivazione razionale.
Nei campi di sterminio Dio è sembrato latitante. Il "silenzio" di Dio ha fatto impressione. Molti ne sono rimasti disorientati.
In realtà Egli continuava la sua passione sulla croce; e da quel sommo male ne sarebbe uscito un mondo rinnovato, come dal sacrificio del Golgota, la gloria della Pasqua.
"Lauda Sion Salvatorem", Loda Sion il Salvatore! Ecco il grido di gioia che S. Tommaso ha anticipato, contro ogni male assoluto o relativo che si presenti nel corso della storia umana.
Un inno alla gioia che viene non soltanto dalla fraternità umana (che da sola non basta, evidentemente), ma anche e soprattutto dalla potenza invincibile di Dio.
E tutti coloro che cercano di cancellare Dio dall'orizzonte della loro esistenza, e perfino da quello della storia umana, non si sono mai confrontati seriamente con la limpida e avvincente lezione di S. Tommaso d'Aquino.
Coloro a cui interessa conoscere qualcosa del suo pensiero, troveranno in questo blog vari spunti di riflessione, cercando la voce Tommaso d'Aquino.
Per onorare S. Tommaso, e festeggiare la vittoria del Bene assoluto sul male, posto l'inno scritto proprio da S. Tommaso, nel 1264: Lauda Sion.
La musica, per coro misto, soli e orchestra, è di Felix Mendelssohn Bartholdy, op. 73, anno 1846.
Solo il coro iniziale, trattandosi di una lunga (se pur bellissima) sequenza; sufficiente comunque per apprezzarne tutta la bellezza.
Non le stelle cadenti, ma la luna stanotte sta dando
spettacolo.
Dalla mia finestra aperta posso ancora vedere, in alto nel
cielo, il magnifico plenilunio di una notte di mezz’estate.
Ci vuole qualcosa di sublime per descrivere questo
spettacolo affascinante. Per la verità, ci hanno già pensato Chopin, Beethoven, Leopardi,
Mendelssohn, Debussy...
Ma la prima ad aver cantato lo splendore di un
plenilunio è stata una donna, la poetessa greca Saffo, vissuta tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, più volte da me
ricordata nei miei post “notturni”, della quale ora voglio qui riportare una breve lirica.
Si tratta di una sola strofa di metro “saffico”, il Fr. 34 Voigt, che
faceva parte di una poesia forse di carattere nuziale, un epitalamio. Lo
splendore della luna al plenilunio, che oscura con la sua luminosa bellezza le altre stelle, è quasi certamente una similitudine della sposa di fronte alla
quale nessun’altra donna può competere.
Splendido elogio!
Di fatto rimane solo la strofa che esalta la bellezza della
luna al suo culmine. Il primo “notturno” della storia letteraria...
La riporto nell'originale scrittura greca, che è già un’opera d’arte
in sé stessa; e poi ovviamente la traduco, rispettando alla lettera il testo, ma
cercando di riprodurre il ritmo di una strofa saffica: tre versi di uguale metro (in questo caso ho
usato decasillabi) e un adonio finale (un quinario).
“Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra” (Lc 23, 44).
Nessuna parola può essere adeguata per esprimere il più grande mistero di male da parte dell’uomo: la morte, l’uccisione, di Dio.
Solo nella Risurrezione si illumina questa giornata di tristezza infinita: da quella morte non è venuta la nostra condanna, ma la nostra redenzione.
“Vere languores nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit, cuius livore sanati sumus”.
Veramente Egli si caricò dei nostri mali e portò i nostri dolori, e dalle sue piaghe siamo stati salvati (Isaia 53, 4-5).
Lasciamoci avvolgere dalle appassionate note del “Canto senza parole”, op. 62 n.3, in Mi minore, di Felix Mendelssohn-Bartholdy, più eloquenti di ogni parola.
La Conversione di S. Paolo, che viene festeggiata il 25 gennaio, ha contribuito in modo determinante alla diffusione del Cristianesimo.
Quest’uomo straordinario (era un ebreo, con la cittadinanza romana, di cultura greca) riuniva in sé i più alti valori del suo tempo.
L’incontro con Gesù Risorto sulla via di Damasco gli fece capire in un attimo che ogni valore umano trova il suo vero fondamento in Cristo.
Se Cristo non fosse risorto, l’uomo sarebbe l’essere più miserevole (cfr. 1 Cor 15, 19).
“Ma Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15, 20).
E Saulo di Tarso poteva ben dirlo, dal momento che lo aveva incontrato e ne era stato interiormente trasformato.
“Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal. 2, 20).
La vita diventa perciò un luminoso cammino verso la piena realizzazione nel Regno di Dio.
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, Nostro Signore” (Rom. 8, 35-39).
Tra le pagine di musica dedicate a S. Paolo, l’Oratorio “Paulus” di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1836) è la più celebre.
Ho già avuto occasione di postare un magnifico Coro di questo Oratorio.
Oggi riporto un altro stupendo brano, e precisamente il Coro di Popolo, che si riferisce alla lapidazione di Stefano.
La conversione di Saulo avvenne all'improvviso nella via di Damasco. Ma era stata certamente preparata dal martirio di S. Stefano, a cui Saulo aveva assistito e che aveva approvato (At. 8, 1).
Il sangue dei martiri è seme di conversione.
Non bastarono le pietre a chiudere la bocca a Stefano.
Né la spada del carnefice a far tacere Paolo.
La festa di oggi lo dimostra.
Purtroppo non c'è nel web un video adeguato alla bellezza del drammatico brano di Mendelssohn, che ricorda certe sonorità del Dies Irae di Mozart.
Accontentiamoci di quello che passa il Tube...
Per quanto riguarda la partitura, mi voglio soffermare solo su di un punto.
Nel drammatico intrecciarci delle voci e degli strumenti,
quando il coro giunge al nome “Jesus von Nazareth” l’orchestra improvvisamente
tace e risuona unicamente questo Nome, cantato due volte dalle voci virili
(tenori e bassi) a cui risponde ogni volta il suono dei corni, a prolungarne l’eco.
Il nome di Gesù, anche se dalla folla è pronunziato come
motivo di condanna, viene così messo magnificamente, se pur brevemente, in
risalto e basta da solo a illuminare tutta la scena.
Poco dopo il Nome viene di nuovo cantato, ma questa volta nella
pienezza del coro e dell’orchestra.
Infine, la terza volta, al termine del brano, diventa un martellante unisono (nota “re”,
la tonica della partitura, in Re minore) che passa dai soprani ai tenori e ai contralti,
quasi un dito accusatore di donne e uomini contro Stefano e causa della sua
lapidazione.
Grande Mendelssohn!
Buona festa!
Chor. Das Volk
Dieser Mensch hört nicht auf zu reden Lästerworte wider
Mosen und wider Gott. Haben wir euch nicht mit Ernst geboten, daß ihr nicht sollet lehren in diesem Namen? Und
sehet, ihr habt Jerusalem erfüllt mit eurer Lehre. Denn wir haben ihn hören
sagen: Jesus von Nazareth wird diese Stätte zerstören und ändern die Sitten,
die uns Mose gegeben hat.
DAS VOLK Coro. Il Popolo
Dieser Mensch hört
nicht auf zu reden Lästerworte wider Mosen und wider Gott. Quest'uomo [Stefano]
non cessa di pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio. Haben wir euch nicht mit Ernst geboten, daß
ihr nicht sollet lehren in diesem Namen? Non vi avevamo severamente ordinato di non insegnare più in questo nome? Und
sehet, ihr habt Jerusalem erfüllt mit eurer Lehre. Ed ecco, voi avete
riempito Gerusalemme della vostra dottrina. Denn wir haben ihn hören sagen: Jesus von Nazareth wird diese
Stätte zerstören und ändern die Sitten, die uns Mose gegeben hat. Perché
abbiamo sentito dire: Gesù di Nazaret distruggerà questo luogo e cambierà i
costumi che Mosè ci ha dato.
L’orrenda e assurda strage nella
scuola elementare di Newtown (Connecticut), in cui ieri sono stati uccisi a colpi
di arma da fuoco da un giovane squilibrato 26 persone, tra cui 20 bambini, ci rende
sgomenti.
Non credo che basti la parola “squilibrio
mentale” per spiegare un simile efferato gesto, che ne ricorda purtroppo molti altri
simili.
Lo squilibrio ha invaso ormai i
centri nervosi della società umana, per cui non passa giorno in cui non si
debba fare la tragica conta dei morti ammazzati, delle violenze, delle rapine e
di ogni altro genere di delitti.
Tutti si stracciano le vesti, come
Caifa nel sinedrio. Si ricorre preoccupati al parere di psicologi e di “esperti”
(di che?)
E non si vuol vedere che oggi vengono
sistematicamente abbattuti i pilastri dell’umana convivenza, e in primo luogo
il rispetto della vita e la sacralità della famiglia.
Quando una società si permette di
poter fare a meno delle leggi morali, impresse da Dio in ogni coscienza, e
quando lo Stato abdica alla tutela di questi valori fondanti, anzi è il primo a
smantellarli, allora non c’è bisogno delle profezie dei Maya. Il mondo finirà
non per colpa di alieni o di asteroidi impazziti, ma per opera dell’uomo
stesso.
Mancano dieci giorni al Natale di
Nostro Signore Gesù Cristo.
Qualcuno pensa che si possa fare a
meno della presenza di Cristo. E ritiene che per Lui non ci sia più posto nel
mondo attuale (la storia si ripete...).
Ma Gesù Cristo viene in mezzo a noi per
insegnarci a vivere da uomini e non da belve feroci o da esseri disperati.
Per onorare le vittime della strage
di innocenti di ieri, e per iniziare nonostante tutto la Novena di Natale nel segno della
speranza, propongo l’appassionata invocazione “Veni, Domine” (Vieni, o
Signore!) musicata da Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Lo stupendo mottetto è a 3 voci femminili, con accompagnamento di organo (nella clip, pianoforte).
"Vieni, Signore!" Un’invocazione di cui il mondo deve
riappropriarsi, se vuole ancora sussistere.
Veni Domine et noli tardare.
Relaxa facinora plebi tuae
et revoca dispersos in terram tuam.
Excita Domine potentiam tuam et veni ut
salvos nos facias.
Veni Domine et noli tardare.
Vieni, Signore, e non tardare!
Perdona i delitti del tuo popolo
e riunisci i dispersi nella tua
terra.
Suscita, Signore, la tua potenza e vieni a salvarci!
La situazione attuale ispira piuttosto preoccupazione, anziché sentimenti di serenità e di gioia.
Rating, spread, default, debito sovrano ed altri termini affini (possibilmente in inglese), fino a poco tempo fa misteriose parole da specialisti di economia e finanza, sono diventati più popolari dei campioni di calcio e fanno discutere più di quanto faceva discutere l’uomo di Arcore. Con meno ironia, però.
Non mi voglio addentrare nei meandri delle questioni economiche, e tanto meno di quelle politiche.
Non parliamo poi di transatlantici che affogano in un bicchier d’acqua, con morti, feriti e dispersi...
Voglio solo presentare un bel concerto per pianoforte di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847), festoso come sono in genere le composizioni di questo grande artista che in pieno Romanticismo si fece promotore della rinascita della musica di Bach e di Mozart, quasi “dimenticati” dalle mode musicali del tempo.
Si tratta del Concerto n. 1 in Sol minore, op. 25, per Pianoforte e Orchestra, del 1831.
Il video è una parte del terzo ed ultimo movimento (“Presto. Molto allegro e vivace”), più che sufficiente a farcene comprendere il valore.
Al pianoforte la cinese Yuja Wang, con la Verbier Festival Orchestra e la direzione di Kurt Masur.
Straordinaria la performance della giovanissima pianista cinese (1987), ormai autentica star del concertismo internazionale.
A parte la tecnica eccellente, colpiscono di questa e di altri giovani talenti dell’estremo oriente le doti mnemoniche, come si può notare anche nel presente concerto, di notevolissimo impegno.
Ma sarà bene ricordare che anche Mendelssohn in quanto a memoria non scherzava. Era dotato di una mente prodigiosa. Nel recarsi a dirigere l’opera “Sogno di una notte di mezza estate” (quella dove c’è la famosa Marcia Nuziale), accortosi in carrozza di aver lasciato a casa la partitura, la ritrascrisse tutta cammin facendo!
Buon ascolto, con la musica di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
E che sia di buon auspicio, in questo tempo poco allegro...
Si sono svolti oggi i funerali del Ministro pakistano per le minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti, ucciso due giorni fa a Islamabad per mano di tre fondamentalisti islamici.
Bhatti è stato crivellato da trenta colpi da arma da fuoco all'uscita di casa, mentre si recava al consiglio dei ministri.
Dava fastidio il suo impegno per la libertà religiosa, e in particolare per la liberazione di Asia Bibi, la donna condannata a morte ingiustamente per blasfemia, di cui già abbiamo parlato e della quale parleremo ancora.
L'assassinio di Shahbaz Bhatti segue di appena due mesi quello del governatore del Punjab, il musulmano Salman Taseer, anch’egli favorevole ad una riforma delle Legge sulla blasfemia, che in pratica impedisce a chiunque non sia musulmano di esprimere pubblicamente la propria fede.
Il ministro Bhatti sapeva di essere in grave pericolo di vita, ed ha lasciato in un video il suo testamento spirituale, che contiene questa professione di fede:
“Voglio vivere per Cristo, e per Lui morire”.
Sembrano le parole dell’Apostolo Paolo: “Mihi vivere Christus est, et mori lucrum”; il mio vivere è Cristo, e morire un guadagno (Lettera ai Filippesi, 1, 21).
L’orrendo omicidio getta un’ulteriore luce sinistra sugli integralisti islamici, e fa risplendere davanti a tutto il mondo la fulgida figura di Shahba Bhatti.
Onoriamo il martirio di Bhatti con uno stupendo corale di Mendelssohn, tratto dall'oratorio "Paulus" (1836). L'opera descrive la vita dell'Apostolo delle genti.
Le parole del corale non hanno bisogno di commento.
Herr! Der Du bist der Gott, der Himmel und
Erde und das Meer gemacht hat.
Die Heiden lehnen sich auf, Herr wider dich
und deiner Christ.
Und nun, Herr, siehe an ihr Droh'n und gieb
deinen knechten, mitt aller Freudigkeit zu
reden Dein Wort.
Herr!
Signore, tu sei il Dio creatore del cielo,
della terra e del mare!
Si schierarono i popoli contro il Signore ed il Suo Cristo;
e ora, Signore, considera le loro ingiurie,
e concedi ai tuoi servi d'annunciar la tua parola
con tutta franchezza.
Signore!
(Cfr. Atti degli Apostoli, cap. 4, vv. 24, 26, 29).
Non possiamo rimanere silenziosi davanti a ciò che sta accadendo nella Libia in questi giorni.
La grande rivolta popolare contro il "colonnello" Muammar Gheddafi si è trasformata in un’orrenda carneficina. Si parla già di oltre mille morti.
Il dittatore non vuole cedere il potere e usa ogni mezzo, compreso eserciti mercenari e bombardamenti aerei, nell’intento di reprimere un’insurrezione che appare inarrestabile.
Stasera, in un discorso delirante, ha dichiarato che preferisce morire piuttosto che lasciare il suo posto.
Non ha capito che il tempo dei dittatori è finito.
Per onorare la memoria di tante vittime, che hanno pagato con la vita il loro desiderio di giustizia e di libertà, ascoltiamo la “Marcia Funebre” di Mendelssohn, dai “Canti senza parole” op. 62, n. 3, in Mi minore, del 1843.
Non è così famosa come quella di Chopin o di Beethoven; ma è altrettanto bella.
Per onorare S. Paolo, di cui domani ricorre la festa della conversione alla fede cristiana, propongo il coro iniziale dell’Oratorio “Paulus” di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847).
“Herr, der Du bist der Gott”, un grandioso e stupendo corale che ci ricorda Bach, ma con una sensibilità tutta nuova. La sensibilità di un romanticismo maturo, appassionato, messo a servizio della fede in Cristo, di cui Paolo fu eroico testimone.
Ricordiamo che si deve proprio a Mendelssohn la “riscoperta” della musica di Bach, con la memorabile esecuzione da lui diretta della "Passione secondo Matteo" nel 1829.
L’Oratorio “Paulus” (1836) ripercorre le vicende della vita di S. Paolo, prima come persecutore accanito della Chiesa di Cristo e poi come Apostolo delle genti, dopo la straordinaria conversione sulla via di Damasco.
La spada del carnefice tagliò la testa all’Apostolo, ma non mise a tacere la verità che Paolo aveva annunciato in tutto il mondo antico.
E ancora oggi la sua voce è più viva e attuale che mai.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Lettera ai Galati 3, 28).
Il Cristianesimo aveva iniziato a sconfiggere le discriminazioni e i razzismi su cui il mondo fino ad allora si era sempre fondato.
L'Oratorio "Paulus" riscosse uno strepitoso successo in tutta Europa e varcò l'oceano, ottenendo la medesima entusiastica accoglienza. Cosa che non poté fare ai suoi tempi S. Paolo.
Lo fece l'opera del ventisettenne Mendelssohn per lui.
In definitiva, anche Mendelssohn era un ebreo convertito...
Herr! Der Du bist der Gott, der Himmel und
Erde und das Meer gemacht hat.
Die Heiden lehnen sich auf, Herr wider dich
und deiner Christ.
Und nun, Herr, siehe an ihr Droh'n und gieb
deinen knechten, mitt aller Freudigkeit zu
reden Dein Wort. Herr!
Signore, tu sei il Dio creatore del cielo,
della terra e del mare!
Si schierarono i popoli contro il Signore ed il Suo Cristo;
e ora, Signore, considera le loro ingiurie,
e concedi ai tuoi servi d'annunciar la tua parola
con tutta franchezza. Signore!
(Cfr. Atti degli Apostoli, cap. 4, vv. 24, 26, 29).
Domani 16 aprile Papa Benedetto XVI compie 83 anni, e tra quattro giorni festeggia il 5° anniversario della sua elezione al soglio pontificio.
Il Santo Padre sta guidando con sapienza e fermezza la Chiesa, in un momento difficile e delicato.
Le forze dell’inferno non prevarranno, come ha promesso Gesù a Pietro nel Vangelo (Mt 16, 18).
La barca di Pietro è inaffondabile, perché costruita dalle mani di un falegname molto esperto, il Figlio di Dio.
Le squallide e ossessive accuse contro il Santo Padre da parte del laicismo nostrano ed estero ritornano al mittente come un boomerang.
Mai come in questo momento la Chiesa si stringe intorno al successore di Pietro per esprimergli il suo affetto e la sua fedeltà, e per fare un serio esame di coscienza.
Anch’io voglio festeggiare Papa Benedetto XVI, fine estimatore di musica, con un grande brano sinfonico, "Die Hebriden" (Le Ebridi), di Felix Mendelssohn-Bartholdy, del 1830.
Mendelssohn voleva in certo modo rappresentare il mare delle Ebridi nel suo incessante movimento. A volte il mare si fa agitato, ma alla fine si placa, in una serena distesa di acque.
È quello che auguriamo a Papa Benedetto, al timone della nave di Pietro: una sicura e serena traversata nel mare di questo mondo inquieto.
Nel 1809 nasceva Felix Mendelssohn-Bartholdy. Duecento anni fa, dunque.
L’anniversario va ricordato adeguatamente. Mendelsshon è colui che ci ha ha lasciato nella celebre Marcia Nuziale un capolavoro assoluto, e che ci ha fatto riscoprire il valore della musica di J. S. Bach.
Ieri lo abbiamo ricordato con un foglio d’album, la Barcarola Veneziana.
Oggi lo festeggiamo con uno dei vertici della sua musica e di quella di ogni tempo: il Concerto per Violino e Orchestra, in Mi minore, op. 64, del 1844.
Noi postiamo il I Movimento: Allegro molto appassionato.
Straordinaria la performance della violinista Sarah Chang, perfettamente assecondata dalla New York Philarmonic Orchestra, diretta da Kurt Masur.
Il grande merito di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) è quello di aver fatto riscoprire la musica di Bach.
Nel 1829, in pieno periodo romantico, quando il “principe della musica” era stato incredibilmente dimenticato, Mendelssohn diresse a Berlino la “Passione secondo Matteo”, che ottenne un clamoroso successo, andato via via crescendo nel tempo fino ad oggi.
Il nome di Mendelssohn per i più è legato alla celebre Marcia Nuziale, immancabile in un matrimonio all’ingresso (o all’uscita) degli sposi. Si tratta di un adattamento per organo di un brano della suite operistica “Sogno di una notte di mezza estate”, del 1843.
Mendelssohn però ha dato dimostrazione della sua genialità anche in altre composizioni, come ad esempio nella raccolta "Lieder ohne Worte" (Canti senza parole).
Proprio da questa ampia raccolta (48 brani) prendiamo la "Venetianisches Gondellied" (Barcarola Veneziana), op. 19 n. 6, in Sol minore, adatta per cullare il sonno dei nottambuli.
Una musica dolcissima, romantica per eccellenza (la gondola!), adatta a rasserenare gli animi, anche quelli più inquieti.