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venerdì 1 giugno 2018

È nato il governo, e qualcuno non gradisce...




















È nato, dopo lungo travaglio, il nuovo governo.

88 giorni in sala parto: il record italiano. Quello mondiale spetta come al solito ai tedeschi, 6 mesi: “Germania sopra tutti”.

Mi hanno colpito, appena il parto è stato annunciato, i commenti nei vari talk show, in ogni canale televisivo; l’acredine, il disprezzo, la rabbia, l’indignazione, et similia, dei vari partecipanti: giornalisti, opinionisti, economisti, politologi, tuttologi, futurologi, astrologi…

Fino al giorno prima gli stessi tizi (ma nomi ben noti) erano indignati, arrabbiati, incaz*ati, ecc., perché Salvini (con Di Maio) non voleva fare il governo, lasciando l’Italia in balia degli eventi speculativi, preoccupandosi solo dei suoi interessi di partito. E giù offese a Salvini e alla Lega…

Così ho capito due cose, che del resto mi sono sempre state note:

La sinistra, pur ridotta ai minimi termini dal corpo elettorale, ha invaso come una piovra tutti i settori dell’informazione, TV e carta stampata (senza parlare di altre istituzioni).

La sinistra, sempre più lontana dal sentire della gente comune, non sa perdere, non è nel suo DNA. Crede di aver sempre ragione. Semplicemente perché non è democratica.

Chi perde non canzona, si dice in Toscana. E anche, chi perde, paga.

Ieri sera, quando è nato il nuovo governo, che ha evitato un esecutivo fantasma e ridicole elezioni nelle cabine balneari, questi residuati post-bellici e post-comunisti se avessero avuto qualche cromosoma di democrazia, avrebbero salutato con sollievo il neonato con un brindisi, e tra qualche tempo avrebbero potuto notare, magari con merito, i suoi difetti.

Ma mentre il bambino ancora vagiva tra le mani dell’ostetrico Mattarella, già lo “lapidavano” con insulti di ogni genere.

Spero che il neonato, appena cresciuto un po', metta mano alla dirigenza della RaiTV, perché certi personaggi che popolano quel mondo, tornino nel loro passato remoto stalinista.

Ma forse è proprio questa paura che li rende così aggressivi…

La festa è finita, compagni! Si è democratizzato anche Kim Jong-un...


mercoledì 18 aprile 2018

Il 18 Aprile. La Lepanto democristiana





Ci sono alcune date nella storia dell’Italia moderna che hanno un valore fondamentale.

Ce ne sono in particolare due che hanno un legame cronologico con l’anno 2018 e con il 18 aprile.

La prima è il 1918. Cento anni fa sul fronte del Piave e del Grappa si combatté e si vinse la Grande Guerra (4 novembre 1918) che unificò l’Italia dal Brennero a Lampedusa. Il 4 novembre avremo modo di ricordare il centenario della vittoria.

Oggi invece, 18 aprile, si ricorda un’altra battaglia decisiva, questa volta politica, che fu combattuta tra il comunismo stalinista e la democrazia occidentale.

Il 18 aprile 1948, e cioè 70 anni fa, con la grande vittoria elettorale della Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, l’Italia relegava il Partito Comunista di Palmiro Togliatti all’opposizione. In quello stesso periodo, nelle nazioni dove vinse il comunismo, arrivò l’aiuto “fraterno” e cingolato del regime sovietico.

Fu una battaglia elettorale memorabile, combattuta paese per paese, casa per casa e perfino dentro casa. Straordinari per creatività e fantasia i manifesti e gli slogan di quella epica battaglia. Ma certamente lo slogan più azzeccato e più famoso fu quello dei democristiani: “Nel seggio elettorale Dio ti vede, Stalin, no!”

Per ricordare il 18 Aprile (1948), la nuova Lepanto della civiltà occidentale, e il suo carismatico vincitore Alcide De Gasperi, mi piace riascoltare le note che da bambino sentivo risuonare prima dei comizi democristiani nella piazza del mio paese: “O bianco fiore!”  Non è il massimo dell’arte musicale (Dario Fiori, 1906), ma quando gli altoparlanti diffondevano quelle note, il popolo democristiano fremeva di commozione e di speranza.

“Bandiera rossa la trionferà!”, cantavano invece i comunisti, alla toscana. Ma così non fu. Vinse il bianco fiore.



O Bianco Fiore

Udimmo una voce: corremmo all'appello,
il segno di Croce sta sul mio fratello !
nel segno struggente, di mille bandiere
vittoria alle schiere, di fiamme e d’ardor

Rit. O bianco fiore, simbol d'amore,
Con te la gloria della vittoria.
O bianco fiore, simbol d'amore,
Con te la pace che sospira il cor !
Con te la pace che sospira il cor !

Dai campi bagnati del nostro sudore
Veniamo crociati di Cristo nel cuore !
Veniamo e cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione, corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore

Dall'arse officine, dall'ardua miniera
Venite, su, alfine alla nostra bandiera!
Venite e cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione, corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore

La nostra falange di pace è foriera,
Chi soffre, chi piange, chi crede, chi spera;
Venite, cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione: corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore


martedì 13 marzo 2018

Cinque anni fa...


















Un  lustro, avrebbero detto i puristi della lingua, un quinquennio; insomma, solo cinque anni.

Eppure sembra un secolo fa. Papa Francesco si affacciò alla loggia di S. Pietro e disse: "Fratelli e sorelle, buona sera!"

Dico la verità: rimasi molto sorpreso da quella elezione. Non conoscevo il card. Bergoglio, mi rimaneva poco orecchiabile il cognome e la faccia non mi sembrò la più fotogenica. Pensai: "Ma chi hanno fatto papa!?"

Mi intrigava invece un po' la provenienza; l'altra parte del mondo, quella agli antipodi; una nazione, l'Argentina, di sicura fede cristiana e (scusate se unisco i santi con i fanti) una grande potenza calcistica. Del resto si è poi scoperto che anche il Papa era un tifoso del S. Lorenzo di Buenos Aires (e come non essere tifosi, nella patria di Maradona e Messi...).

Cinque anni di cambiamenti epocali. Il Papa che va ad abitare in un monolocale di S. Marta e non nel vasto appartamento vaticano; un papa che gira in utilitarie senza blindature; un papa che si ferma tra la folla a sorseggiare una tazza di mate offerta da sconosciuti; uno che ti telefona di notte per sapere come stai, o che ti unisce in matrimonio in aereo...

Un pontefice che usa un linguaggio senza peli sulla lingua, quasi plebeo, quando è il momento di indicare lo scandalo dell'ingiustizia sociale o dell'arrivismo individuale; ma che sa trovare le parole più tenere quando abbraccia un malato terminale, un portatore di handicap, un carcerato...

Periferie esistenziali, cultura dello scarto, la corruzione puzza, il pastore deve avere l'odore delle pecore, siamo tutti migranti: sono alcune espressioni che Papa Francesco ha introdotto nel perbenismo borghese della società occidentale postmoderna.

Un Papa scomodo anche per la Chiesa. Non tutte le sue parole e i suoi atti sono condivisi, e talvolta può sembrare "monotono" con il tema dell'accoglienza, un'altra parola che ripete a ogni piè sospinto.

Anche a me  talvolta sembra un po' esagerato nell'insistere su questo argomento, qui in Italia, dove ogni giorno assistiamo a sbarchi di clandestini, con tutti i problemi connessi. Le ultime elezioni politiche sono una evidente risposta negativa a questo insistente richiamo.

Certo, l'accoglienza va fatta, ma va fatta nei limiti del possibile. "Il bene va fatto bene", diceva S. Alfonso; i flussi di migranti vanno regolati con decisione e chiarezza.

Fatto questo appunto, credo che dopo Papa Francesco la Chiesa non sarà più la stessa. Non potrà più rimanere alla finestra del Vaticano a guardare la gente che passa. Anche i suoi immediati predecessori non stavano certo "a casa". In particolare S. Giovanni Paolo II.

Ma Papa Francesco si muove con un altro atteggiamento: scende tra la folla, assume l'odore del suo gregge, va a cercare la pecora "perduta" delle periferie della vita, tenendo al sicuro le altre 99 che hanno meno urgenza di lui. È il cuore del messaggio di Gesù.

Ha ragione Benedetto XVI: chi dice che Papa Francesco non è nell'ortodossia è uno stolto. 

Detto da Papa Benedetto, anche il più critico dei detrattori di Bergoglio dovrebbe riflettere.

E mi fa molto piacere che accanto a questo uomo "indifeso" e alla mercé della folla ci sia sempre, un passo indietro, l'aretino Domenico Giani, la sua guardia del corpo, il suo bodyguard

Dio salvi Papa Francesco!

Auguri, Santo Padre!



Nella foto: Papa Francesco, il mate e Domenico Giani

sabato 10 febbraio 2018

Nel Giorno del Ricordo, in memoriam di Norma Cossetto





Il 10 febbraio è il giorno che ricorda i massacri delle foibe e l’esodo forzato degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

I partigiani comunisti di Tito (aiutati da partigiani comunisti italiani, questo ancora viene appena sussurrato) massacrarono migliaia di italiani durante e dopo la II guerra mondiale. 
Quelli che scamparono alle foibe, vennero costretti a lasciare le loro terre e i loro beni e a fuggire in Italia, dove i comunisti italiani di Bologna e di Ancona li accolsero a sputi in faccia e a offese di ogni genere. Alla stazione i ferrovieri non dettero loro nemmeno un bicchier d’acqua.

Un esodo biblico, di trecentomila italiani.

Nelle foibe finirono uccise oltre 10.000 persone, tra cui la giovane universitaria istriana, laureanda in filosofia, Norma Cossetto, rea unicamente di essere figlia di un dirigente fascista di Visinada (attuale Croazia). Sottoposta a violenze, stupri e sevizie di ogni genere, il 4 ottobre 1943 venne infoibata insieme ad altri innocenti cittadini istriani a Villa Surani. Prima di essere gettata viva nella foiba profonda 136 metri, venne nuovamente seviziata (le tagliarono le mammelle) e stuprata con un bastone. Quando il corpo fu recuperato aveva ancora un bastone “inficcato nella vagina” (testimonianza raccolta dai riesumatori).

Per la mia quasi collega Norma Cossetto (laureanda in filosofia) l’omaggio in memoriam: “Plorate, filii Israel”, piangete figli d’Israele, struggente coro finale a sei voci dall’Oratorio “Jephte” (1648) di Giacomo Carissimi.

La tragica vicenda della figlia di Jefte è troppo nota per essere narrata. Si trova nel libro dei Giudici, cap. 11.



Plorate filii Israel, 
plorate omnes virgines 
et filiam Jephte unigenitam 
in carmine doloris, doloris lamentamini. 


Piangete, figli d’Israele,
piangete vergini tutte,
e fate un lamento in un canto di dolore
per l’unica figlia di Jefte.


sabato 2 settembre 2017

Finis Americae
















In questi giorni gli Stati Uniti sono stati colpiti dall’uragano  Harvey, che ha messo in ginocchio il Texas e ha flagellato la Louisiana.
Relativamente contenute, per fortuna, le perdite di vite umane, una cinquantina di morti; ma  un milione sono stati gli sfollati, con città allagate, impianti petroliferi e industriali devastati, sversamenti di sostanze tossiche di ogni tipo nelle acque, e un danno economico enorme, stimato intorno a 160 miliardi di dollari.
Insieme a questa catastrofe naturale, si deve aggiungere la difficile situazione politica estera, sia nei riguardi della Russia (testimoniata dalla chiusura del Consolato russo a San Francisco), sia soprattutto nei confronti della Corea del Nord, dove il folle dittatore Kim Jong minaccia una guerra nucleare contro gli Usa.

Insieme a queste drammatiche notizie ce n’è un’altra che può sembrare di minor peso, ma che a mio parere testimonia il declino dello “spirito americano”: l’abbattimento in molti luoghi delle statue di Cristoforo Colombo, e a Los Angeles la cancellazione del Columbus Day, sostituito da una “festa dei nativi americani”.
Cosa c’entri Cristoforo Colombo con il genocidio degli “indiani” lo sanno solo quelli che confondono la storia con l’astrologia. A parte l’enorme importanza della scoperta del “Nuovo Mondo”, che ha cambiato il volto della storia umana, Cristoforo Colombo non sbarcò neppure in territorio statunitense, ma a S. Salvador, una delle isole che oggi sono denominate Bahamas; fu accolto con rispetto dai nativi e tenne un atteggiamento di grande rispetto verso di loro.
Non si possono certo attribuire a Colombo le colpe di altra gente venuta dopo di lui. Né si può dimenticare che la prima carta dei diritti dell’uomo in epoca moderna è stata quella di Thomas Jefferson, proclamata nel giorno dell’indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 1776.
La nostra stessa liberazione dal fascismo e dal nazismo è in gran parte opera americana.
Di errori l’America ne ha fatti molti; ma non saper riconoscere che il suo spirito di indipendenza e di libertà è stato un faro di orientamento per tutti i popoli, mi pare un comportamento da masochisti; un “cupio dissolvi”, un desiderio di autodistruzione peggiore dell'uragano Harvey e delle minacce nucleari del tirannello nordcoreano.
Cristoforo Colombo è l’uomo che ha dato tutto sé stesso per un’impresa considerata “impossibile”: valicare l’oceano. È l’emblema dell’uomo stesso, che non si sazia di conoscere e di scoprire. 
Cancellare la sua festa, tagliargli la testa in effigie è come condannare di nuovo Galileo, e tagliare la testa a Lavoisier; condannandolo alla ghigliottina il giudice Coffinhal affermò: “La rivoluzione non ha bisogno di scienziati”.
Se gli Stati Uniti non sanno più leggere neppure la propria storia, allora è la loro fine: “finis Americae”.

Che tristezza!




domenica 20 agosto 2017

Preghiera alla Madonna di Montserrat (P. Casals)




Oggi, domenica 20 agosto 2017, a tre giorni  dall’orrendo massacro islamista nella Rambla di Barcellona, fallito l’altro orrendo tentativo di far saltare in aria con le bombe la Sagrada Familia, Santuario della città e capolavoro universale di bellezza, è stata celebrata una solenne Messa proprio in questo Santuario, a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Sono importanti le misure di sicurezza che gli Stati cercano di approntare per debellare il terrorismo islamico: polizia, esercito, sbarramenti, servizi segreti…

Ma un’arma non meno efficace è la preghiera, perché si rivolge a Colui che ha in mano le sorti dell’umanità, alla sua Santissima Madre Maria, sempre pronta a intercedere per chi la invoca con cuore sincero, e a S. Giuseppe, custode premuroso di Gesù e di Maria, e nostro difensore contro le insidie di satana, che sembra scatenato.

La Sagrada Familia non è solo un capolavoro d’arte, ma un atto di fede sublime di Antoni Gaudì, che ha voluto innalzare a Gesù, Giuseppe e Maria, la Santa Famiglia di Nazaret, una preghiera in pietra e cemento, nella quale ha impegnato il suo genio, i suoi averi e tutto se stesso.

Voglio perciò anch’io unirmi alla preghiera degli abitanti di Barcellona, e lo faccio postando l’orazione che un altro grande artista catalano, Pau (Pablo) Casals, ha innalzato alla Madonna di Montserrat, patrona della Catalogna.
Casals è uno di coloro che hanno fatto riscoprire un secolo fa la musica di Bach, e ha innovato lo studio del violoncello.
Ma, oltre al genio musicale, aveva una devozione particolare per la Madonna di Montserrat, per la quale ha composto dei bellissimi mottetti: Nigra sum (la Madonna di Montserrat è “moreneta”), O vos omnes (dedicato al dolore della Madonna per la passione del Figlio), e la Oració a la Verge de Montserrat (1959), in catalano.

Ho già postato in questo blog Nigra sum e O vos omnes. Oggi è il momento della Oració a la Verge.

Dall’alto delle montagne di Montserrat, in Catalunya, arrivi a tutta l’umanità un messaggio di pace e di fratellanza.


venerdì 18 agosto 2017

Alle cinque della sera, a Barcellona





















Ricordo come oggi la prima volta che mi recai a Barcellona con la mia 500 insieme ad un amico. Era l’estate del 1981, l’anno prima dei Mondiali di calcio, che si sarebbero svolti proprio in Spagna.
Mi ricordo bene l’anno, perché molte persone, nel sentire che eravamo italiani, ci dicevano che avremmo vinto il “Mundial”. Tutti conoscevano la nostra squadra: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi e via dicendo; e noi ci meravigliavamo un po’, perché il Brasile di Falcao ci sembrava superiore. Avevano ragione i catalani.
A parte questa fiducia nell’Italia calcistica, che non ci dispiacque, due cose ci colpirono della città: la prima, ovviamente, fu la “Sagrada Familia”, spettacolare e stupenda opera di Gaudì, con quelle svettanti guglie gotiche in cemento armato (!), che per noi, abituati agli stili “puri” dell’arte, costituì un autentico e benefico choc.
L’altra cosa che ci sorprese fu l’assetto urbanistico: quello spettacolare  viale a più corsie che si dirigeva verso il porto e che allora percorremmo in tutta la sua lunghezza con la 500, in totale libertà. Non c'era ancora una zona pedonale e il traffico non era quello di oggi.
Era la "Rambla". 
L'arteria pulsante di una città indimenticabile. 
Nel sentire e vedere cosa è successo sulla Rambla, ieri, alle cinque della sera, mi ha fatto inorridire.
Ho capito che nel mondo esistono persone che odiano la libertà.
Per questo amano la morte.

E per questo, invece di postare qualche foto dell'orrendo massacro islamista, preferisco mostrare la bellezza della civiltà catalana, con la Sagrada Familia di Antoni Gaudì.




giovedì 23 marzo 2017

Per le vittime dell'attentato di Londra





L’ orrendo attentato islamista di ieri a Londra ha causato la morte di 3 persone (oltre all'attentatore) e il ferimento di altre 20, tra cui due italiane.

A un anno esatto dall’attentato di Bruxelles, dobbiamo ancora registrare un ennesimo atto di barbarie.

Voglio onorare le vittime innocenti con le note del più grande musicista inglese, se pur tedesco di nascita, Giorgio Federico Händel.

La solenne "Sarabanda" (dalla Suite n. 4 in Re minore HWV 437, anno 1733) è la degna risposta ad un atto vile e barbarico, che ha insanguinato una città e una nazione che sono il simbolo stesso della democrazia.




venerdì 17 marzo 2017

17 Marzo. Il giorno di S. Patrizio



























Qualche decennio fa sono stato in Irlanda, insieme al coro di cui facevo parte, per un concorso polifonico nella città di Cork.

Per il volo ci servimmo della compagnia aerea irlandese Aer Lingus. Il logo della compagnia era una bella immagine di trifoglio (“shamrock”).
San Patrizio, che convertì l’isola, nel IV-V secolo, prima di entrare in Chiesa coglieva una piantina di trifoglio e mostrandola poi alla gente nella predica diceva: “Ecco un’immagine della SS. Trinità, questa piantina di trifoglio: tre foglioline, una piantina sola”. Da allora lo “shamrock” è diventato il simbolo dell’Irlanda.
Un modo umile per avvicinarsi al mistero più grande della fede cristiana.

La seconda cosa che mi colpì fu all’atterraggio. L’aeroporto era pieno di bandiere “italiane”. Rimanemmo tutti un po’ meravigliati. Va bene che il nostro coro era stato invitato per essere noto nel campo della polifonia, ma non credevamo di avere un’accoglienza così calorosa…
Poi ci dissero che non erano tricolori italiani, ma irlandesi; il rosso in effetti mi sembrava troppo sbiadito.

La terza cosa che mi sorprese fu il “fiume” di Cork. Le luci notturne della città si riflettevano sul bel corso d’acqua, quasi come un Lungarno fiorentino. Quando però la mattina ci alzammo e uscimmo dall’albergo, il fiume era letteralmente sparito. C’era solo un rigagnolo nel fondo dell’alveo… Ridemmo, nel dire che gli Irlandesi se lo erano bevuto tutto,  loro che bevono solo whiskey e birra, specialmente la Guinness.
L’albergatore ci spiegò che non era un fiume, ma un fiordo, e l’alta e bassa marea (lì molto rilevante) determinava l’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua.

Erano i primi giorni di maggio; non passava giorno che non piovesse. Una pioggerellina che gli Irlandesi quasi neppure notavano. Si muovevano senza particolari accorgimenti come se fosse il sereno. Parlando nel nostro inglese scolastico venimmo a sapere di un proverbio che dice: “In Irlanda, tra un temporale e l’altro, piove”.  Allora tutto ci fu più chiaro.

Un ricordo bellissimo di quella gente festosa, accogliente e musicalmente molto preparata. Non c’era casa dove non ci fosse uno strumento musicale: un vecchio pianoforte verticale, un flauto dolce o traverso, un oboe; ma soprattutto l’arpa. Quella irlandese, of course.

Ma nel nostro broken English capimmo che loro preferivano parlare il gaelico, e così imparammo anche il nome della città: Corkaigh.

Ireland, Shamrock, Saint Patrick. 

Unforgettable!  





venerdì 10 febbraio 2017

Nel Giorno del Ricordo: Tartini-Ughi





Fino a qualche anno fa nei dizionari della lingua italiana la voce “foiba” aveva più o meno questa asettica dicitura: “Tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. “Dolina: depressione di forma arrotondata frequente nei terreni calcarei e dovuta al fenomeno carsico” (Zingarelli, 1996).
Solo dal 2006 lo Zingarelli, alla voce ‘foiba’ associa anche gli “eccidi e rappresaglie ad opera dei partigiani comunisti jugoslavi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale e subito dopo”.

Oggi qualsiasi dizionario, anche il più ottuso e scalcinato, non può fare a meno di ricordare, insieme al “fenomeno carsico”, gli eccidi di italiani (friulani, giuliani, istriani, dalmati) ad opera dei partigiani comunisti (non solo jugoslavi, però), perpetrati come pulizia etnica e politica.

Insomma, dopo che furono ammazzate e seppellite nelle foibe migliaia di persone, si è cercato di seppellire anche la loro memoria.

Un po’ troppo, anche per la “kultura” storica italiana, egemonizzata per decenni dall’ideologia marxista.

Per ricordare i martiri delle foibe e le centinaia di migliaia di italiani che alla fine della II guerra mondiale dovettero lasciare gli ex territori italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, profughi in patria, propongo una delle più famose sonate per violino che siano state mai scritte: “Il Trillo del Diavolo”, del 1713, di Giuseppe Tartini.
Propongo questo celeberrimo brano non solo per la sua bellezza, ma anche perché Tartini (1692 – 1770) era nativo di Pirano, in Istria, (ora in Slovenia), uno dei luoghi al centro delle tragiche vicende di cui oggi facciamo memoria.

Il titolo della sonata, per violino e basso continuo, in Sol minore, deriva dal fatto che il grande compositore veneto sognò di fare una sfida con il diavolo stesso, e questi eseguì una musica così sublime, di cui “Il Trillo del Diavolo” sarebbe una labile trascrizione. In realtà l’opera è un caposaldo della musica per violino, e nelle parti virtuosistiche anticipa la genialità di Paganini.

Possiamo dire che il titolo del brano in questa giornata ha un significato del tutto particolare: il diavolo sembrò in effetti trionfare nelle foibe; e tra i martiri di quell’orrenda carneficina voglio ricordare Don Francesco Bonifacio, sacerdote, nato come Tartini a Pirano, torturato e poi eliminato nel settembre del 1946.
Solo una vittoria apparente di satana, però, poiché Don Francesco Bonifacio è stato beatificato nel dicembre 2008, alla testa di una schiera di martiri per i quali il “Larghetto Affettuoso” del I Movimento della sonata di Tartini sembra un premonitore e commosso saluto.

Invito comunque ad ascoltare tutta la sonata, anche perché eseguita da uno dei più grandi violinisti viventi: Uto Ughi, nato a Busto Arsizio (1944), anch’egli di origini istriane; i suoi genitori, come Tartini, erano di Pirano, scampati in tempo agli eccidi dei “fenomeni carsici”.




lunedì 26 dicembre 2016

Onore al Coro dell'Armata Rossa!





Voglio rendere omaggio al Coro dell'Armata Rossa, dal 1998 denominato "Alexandrov Ensemble", scomparso tragicamente a bordo dell'aereo russo precipitato nel Mar Nero il giorno di Natale.

Lo voglio ricordare con un canto che fa riferimento all'immensa pianura russa, al suo irresistibile fascino, ma anche al dolore delle ragazze che vedono partire i loro amati per la guerra: "Polyushko Polye", pianura, mia pianura.

Un Coro celeberrimo, che ha rappresentato vocalmente l'Unione Sovietica prima e la Federazione Russa oggi, con esecuzioni memorabili. 

Il suo fondatore e primo direttore (1928), Alexandr Alexandrov, è colui che ha musicato l'inno sovietico (1944), oggi inno della Federazione Russa. Un inno nazionale tra i più belli del mondo, se non il più bello.

Ora l'Ensemble ne porta giustamente il nome.




venerdì 23 dicembre 2016

Fermato in Italia l'attentatore di Berlino. Per sempre
















Il folle pluriomicida islamico Anis Amri, l'inafferrabile attentatore di Berlino dai mille nomi, dopo aver girovagato per tutta la Germania senza incontrare ostacolo, dopo essere entrato in Francia senza incontrare ostacolo, appena entrato in Italia ha incontrato a Sesto San Giovanni due pallottole che lo hanno fermato per sempre.

Ha fatto del suo meglio, ovvero, del suo peggio anche prima di morire: ha sparato e ferito Christian Movio, l'agente di polizia che lo aveva fermato. Per fortuna la pallottola calibro 22 ha colpito la spalla destra del valoroso poliziotto senza ledere organi vitali. In compenso il giovane collega del ferito, il siciliano Luca Scatà, ha centrato in pieno petto il delinquente con due colpi, stendendolo al suolo. Amri è morto in una decina di minuti. 

Parce sepulto.

Una riflessione è d'obbligo. 
Due agenti di polizia italiani, in pattuglia alle 3 di notte, hanno fermato il pericolo pubblico numero uno in Europa appena entrato in Italia, mentre tutto l'apparato delle forze dell'ordine tedesche in quasi cinque giorni non è riuscito neppure a sapere dove il criminale si trovava (pensavano addirittura in Danimarca).
Sappiamo come la Germania soffra di un complesso di superiorità, specialmente nei confronti dell'Italia. 
Luca Scatà, poliziotto in prova di 29 anni, della provincia di Siracusa, e Christian Movio, agente scelto di 36 anni di Udine, l'hanno costretta ad un bel bagno di umiltà.
Anzi, a una bella doccia fredda...

Grazie di tutto, coraggiosi (e intelligenti) poliziotti italiani!


lunedì 12 dicembre 2016

Il solito augurio di Buon Natale islamico

















Ieri, in una Chiesa nei pressi della Cattedrale del Cairo, sono state uccise oltre 25 persone e ne sono state ferite una cinquantina in un orrendo attentato islamico. 

Un attentato al tritolo, avvenuto in un luogo sacro e nel momento più sacro della fede cristiana: durante la celebrazione della Messa.  

È il solito "augurio di Buon Natale", caro agli islamici, gente pacifica e rispettosa delle altre religioni, a loro dire. Tutti ricordiamo ancora ciò che accadde ad Alessandria d'Egitto nella Messa di Capodanno del 2011 (21 morti).  Dal 2013 a oggi si contano in Egitto oltre 40 attentati contro i cristiani.

Considero ormai da tempo l'islam non una religione, ma una ideologia intollerante, perché il corano insegna l'eliminazione degli "infedeli" (cioè noi) o la loro sottomissione. Ed è quello che gli islamici fanno nei paesi dove sono maggioranza, ed è quello che vorrebbero fare, con attentati sanguinari, nei paesi che li accolgono.

Sarebbe l'ora che Papa Francesco, invece di parlare solo di accoglienza, cominci a parlare con grande fermezza (come fece Papa Benedetto a Colonia) anche di questa intollerabile persecuzione nei confronti dei cristiani da parte degli islamici. 

L'islam non è un' ideologia di pace e non potrà mai esserlo, perché il corano lo vieta: la jihad è un dovere per loro. Le donne saranno sempre schiave dell'uomo perché il corano lo comanda: non saranno mai emancipate. Gli islamici non accetteranno mai di integrarsi con altre culture, perché l'unica "cultura" è la loro.

Ho un grande rispetto  e amore per Papa Francesco. Ma quando si addormenta un po', allora il popolo cristiano ha il dovere di svegliarlo e di richiamarlo alla realtà: Papa Francesco, svegliati! gli islamici perseguitano e uccidono i cristiani in tutto il mondo! 

Non mandare solo generici messaggini senza indirizzo... 




lunedì 21 novembre 2016

La misericordia non chiude i suoi battenti




Ieri, Solennità di Cristo Re dell'Universo, Papa Francesco ha chiuso la Porta Santa  della Basilica di S. Pietro portando così a termine il Giubileo Straordinario della Misericordia, iniziato ufficialmente l'8 dicembre 2015, ma anticipato il 29 novembre con l'apertura della Porta Santa della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centro-Africana. 
Tra l'altro l'arcivescovo di quella poverissima Chiesa è stato fatto cardinale nel concistoro di  due giorni fa, con altri 16 confratelli, uno solo italiano. Il Papa è andato a scegliere i nuovi porporati dai luoghi più diversi e taluni impensati: Bangladesh, Isole Mauritius, Papua Nuova Guinea, Venezuela, Messico, Stati Uniti, Brasile, Siria, Albania... Una chiesa sempre più universale, sempre meno eurocentrica, sempre più vicina ai poveri. Come è giusto che sia.

Il messaggio che Papa Francesco ci ha voluto lasciare con questo giubileo è stato ribadito dalla sua mirabile omelia, di fronte a un'immensa folla in Piazza S. Pietro: "Si chiude la porta santa, ma rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo".

Nonostante tutto, nonostante le nostre miserie, Dio è sempre pronto ad accoglierci: "Dio non ha memoria del peccatoha detto con forte espressionema di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi".

Un messaggio che ci dona serenità interiore, e ci dà forza per andare incontro ai problemi  del mondo attuale con grande apertura di cuore.

Come degna conclusione musicale di questo Anno Santo della Misericordia, mi pare opportuno ascoltare dal "Magnificat" di J. S. Bach,  l'incantevole versetto "Et misericordia eius", BWV 243, per contralto, tenore e orchestra. 



"Et misericordia eius a progenie in progenies timentibus eum" (Lc 1, 50).

Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. 




Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi"
Potrebbe interessarti:http://www.today.it/cronaca/giubileo-2016-papa-francesco-chiude-la-porta-santa.html
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Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi"

mercoledì 9 novembre 2016

Er calcio de Trump (pasquinata)







In America ieri, bboni bboni,
li Stati Uniti han fatto l’elezioni.
Tutti dicevon, con er Renzi in testa,
che la Clinton avrebbe fatto festa.

E ‘nvece l’elettori per dispetto
han fatto vince Trump er maledetto;
la ggente, dei politici s’è rotta
e gli ha dato ner culo 'na gran botta.

Er nostro Renzi c’è rimasto male,
perché l’Itaja è come uno stivale.
Mo' pure lui con queste votazioni
ha paura d’un calcio ne cojoni.













martedì 1 novembre 2016

I Santi, una festa distensiva




Nella giornata in cui si festeggiano i Santi occorre una musica "divina".

Ma non si può passare sotto silenzio l'incontro tra la Chiesa Cattolica e quella Luterana a Malmö nel 500° anniversario della Riforma di Martin  Lutero.

Non starò qui a parlare dei rapporti passati tra cattolici e protestanti. Occorrerebbe un libro.  Certo, sono stati sempre, o quasi, conflittuali.

Oggi, ha detto Papa Francesco tra gli applausi dei presenti, è il momento di ricercare l'unità, perché è più quello che unisce, che ciò che divide.

Il commento musicale non può essere che di J. S. Bach, genio della musica e fedele luterano.
La sua fede religiosa non gli ha impedito di scrivere capolavori musicali su testi cattolici, come la Messa in Si Minore, più volte da noi postata. Non solo un genio della musica, ma un antesignano dei tempi nuovi.

Mi piace ascoltare oggi un lavoro meno impegnativo: il Preludio  BWV 855a, originariamente in Mi minore, trascritto in Si minore (e un po' rielaborato) da Alexandr Siloti.
Perfetta l'esecuzione di Emil Gilels.

Una musica distensiva, per augurare la riconciliazione tra cristiani; e per  i nostri nervi, tesi da questo interminabile e devastante terremoto.

Buona Festa di Ognissanti! 


PS. Quest'anno ho visto meno zucche vuote al giro e nei negozi. Speriamo bene...








sabato 29 ottobre 2016

Fiori scoloriti





Giorni non proprio sereni. Il terremoto ha ripreso a devastare il Centro Italia, e popolazioni intere sono costrette a lasciare le proprie case e i luoghi dei loro affetti.

Accompagno  questi avvenimenti postando un brano di polifonia pura, a cappella. Non è il momento delle grandi sonorità strumentali. Basta la voce umana e un delicato sonetto di Matteo Maria Boiardo (XV secolo), musicato da Zoltàn Kodàly: "Fior scoloriti".

È il secondo dei "Quattro Madrigali Italiani",  pubblicati dal grande artista magiaro nel 1932; il più bello, sia dal punto di vista letterario che musicale.

Si tratta di un dialogo tra il poeta e alcuni fiori che hanno perduto la loro "madonna" che li accudiva; un po' come i fiori (e tutte le cose più belle) nelle abitazioni dei Monti Sibillini e di Camerino colpite dal sisma. 

Il brano è a 4 voci femminili: soprani I, soprani II, soprani III, contralti (la Boldrini avrà da ridire con tutte queste desinenze maschili?) 

Un madrigale dolcissimo e insieme tristissimo. La prima volta che lo ascoltai, cantato al Concorso Polifonico aretino da un coro ungherese (i cori femminili ungheresi erano i migliori), rimasi incantato.

Anche il coro qui postato è ungherese, il Coro femminile della città di Győr, diretto da Miklòs Szabò. Molto bravo.

Che i fiori sibillini tornino a risplendere!




Fior scoloriti

– Fior scoloriti e pallide viole,
che sì suavemente il vento move,
vostra Madonna dove è gita? e dove
è gito il Sol che aluminar vi sole? –

– Nostra Madonna se ne gì co il Sole
che ognor ce apriva di belleze nove,
e poiché tanto bene è gito altrove,
mostramo aperto quanto ce ne dole. –

– Fior sfortunati e viole infelice,
abandonati dal divino ardore
che vi infondeva vista sì serena! –

– Tu dici il vero, e nui ne le radice
sentiamo el danno, e tu senti nel core
la perdita che nosco al fin te mena. –


(Matteo Maria Boiardo)





giovedì 20 ottobre 2016

Enti inutili? Non solo Equitalia





In questi giorni si parla di Enti inutili o dannosi da eliminare.

Tra di essi spiccano il Cnel ed Equitalia: il primo inutile, il secondo dannoso.

Possiamo metterci però anche l'Unesco, dopo l'incredibile risoluzione su Gerusalemme, in cui (a parte le indebite intromissioni politiche sulla diatriba tra Israele e Palestina) i luoghi santi della città vecchia sono denominati con terminologia araba: non solo la Moschea di Al-Aqsa, ma anche il Tempio di Gerusalemme (detto Haram al-Sharif) e il Muro del pianto   chiamato Buraq Plaza.

In pratica si cancella la storia, la Bibbia e la realtà più ovvia.

Ma questi signori, che dovrebbero essere i difensori dei valori storici (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) non sanno che il Tempio di Gerusalemme è più antico di circa 1600 anni delle moschee della spianata di Al Aqsa, e che il Muro del pianto è una triste eredità della distruzione del Tempio operata dai romani di Tito nell'anno 70 d. C., cioè circa 600 anni prima dell'invasione araba?

L'ente inutile e al tempo stesso dannoso dell'Unesco non mi meraviglia poi più di tanto, pensandoci bene: tutto dipende dal suo superiore: l'Onu.

C'è oggi al mondo un ente più insignificante e costoso dell'Onu? Quello sì che andrebbe abolito!

Per sottolineare questo teatrino dell'assurdo internazionale (in cui i paesi arabi hanno sempre più buon gioco), propongo lo Scherzo fantastique (alla francese) "Ronde de lutins" (Ridda dei folletti) di Antonio Bazzini (1852), suonato da uno dei più grandi violinisti  dei nostri tempi: Yehudi Menuhin, di origine ebraica.

Già, proprio uno scherzo fantastico, e suonato con uno Stradivari.
Ma l'Unesco lo saprà cos'è uno Stradivari?








domenica 4 settembre 2016

Madre Teresa. La matita di Dio

















Oggi Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco.
Certo, se non fosse santa lei, per noi ci sarebbe poca speranza...

Tutti la conosciamo bene, per cui non c'è bisogno di ricordare vita, morte e miracoli di questa donna straordinaria in tutto, ma soprattutto nel suo amore verso i poveri più poveri, verso gli ultimi della terra.

Una "matita di Dio", come amava definirsi, che ha fatto un disegno così mirabile che il Maestro stesso ne è rimasto affascinato.

E l'ha nominata insegnante di ruolo di disegno, a tempo infinito, per tutte le classi del mondo di  ogni ordine e grado.

Santa Madre Teresa, prega per noi! Soprattutto perché sappiamo usare bene la matita del computer...




martedì 30 agosto 2016

Una bella Messa, non una parata di Stato





Il funerale di una persona cara è sempre un momento di profonda commozione. Se poi partecipa anche una bella folla di amici, la loro presenza lenisce grandemente  le lacrime dei parenti.

Nei funerali di Stato invece accade, forse a causa del cerimoniale, che la liturgia si trasformi spesso in una grande "parata", nella quale l'attenzione è catturata (magari inconsapevolmente) dalle autorità presenti schierate in prima fila. Poi vengono i parenti con i loro defunti. Il popolo in fondo o fuori.

Sono rimasto al contrario molto  impressionato dalle esequie che si sono svolte ad Amatrice stasera in un grande capannone adibito celermente per l'occorrenza, data la pioggia.

È stata una vera celebrazione liturgica, senza parate, senza primi posti in platea, senza formalismi; fuori sono rimasti i fiori mandati dalle massime autorità dello Stato: "No sponsorizzazioni" ha detto la gente. 
La TV e i suoi telecronisti non si davano pace, perché non riuscivano a inquadrare le facce dei vari Mattarella, Renzi, Grasso e Boldrini, immersi e stretti nella folla di amatriciani, come dovrebbe accadere ad ogni comune mortale in una celebrazione così partecipata e sentita.
Nessuno si è guardato bene dal far posto a Lor Signori; non per disprezzo, ma perché quella gente era lì per pregare e pregava con fervore, come tutti abbiamo potuto vedere e ascoltare; era lì per rendere omaggio ai loro parenti e compaesani uccisi dal sisma e non certo per omaggiare i potenti di turno.

Mi è piaciuto molto il discorso del vescovo  di Rieti. Breve, coraggioso, concreto. Pochi concetti, ma chiari e tondi. Nessuna concessione alla retorica. 

Tre concetti mi piace ricordare di quel discorso.
- Non sono i terremoti a fare i morti, ma le opere dell'uomo.
- La ricostruzione dei paesi distrutti non sia occasione di polemiche politiche o di sciacallaggio. 
- Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta.
Il Vescovo di  Rieti Domenico Pompili ha concluso con uno dei tanti messaggi ricevuti:   
"Non ti abbandoneremo uomo dell'Appennino; l'ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra".

Di Amatrice finora conoscevo solo il luogo geografico e la celebre pastasciutta. In questi tragici giorni abbiamo potuto conoscere anche il carattere fiero e dignitoso della popolazione. 
In questa celebrazione liturgica mi sono reso conto della religiosità profonda di questa gente, che ha messo alla porta i fiori dei "papaveri", ha lasciato tra la folla i loro "donatori" (capirai!), e ha pensato solo a pregare, perché in Chiesa si va per pregare, non per essere ripresi dalla TV.
Con il disorientamento dei cronisti, che tra l'altro non hanno quasi mai smesso di commentare, sovrapponendosi al rito funebre, invece di farcelo semplicemente vedere e ascoltare. Una cosa davvero vergognosa (rivedere in Rai Replay, please!). Ma pensavano che le loro parole valessero più dei canti e del solenne rito funebre che si celebrava? Tra l'altro il coro ha fatto del bellissimi canti: in gregoriano (Kyrie-Sanctus-Agnus Dei della Missa Defunctorum), un corale di Bach (Se tu mi accogli Padre buono, BWV 197), un canto di Taizé (Misericordias Domini) ed altro ancora.

Per i cronisti TV e i loro "mandanti": ma lo sapete che in Chiesa durante la Messa non si chiacchiera?
Tanto più in una celebrazione funebre, e così dolorosa.


  


Ho postato il canto "Misericordias Domini" di Taizé, di J. Berthier, eseguito durante la celebrazione di Amatrice. Un' accorata invocazione a Dio per i defunti e un  inno di speranza per i sopravvissuti.