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giovedì 26 luglio 2018

Ama il tuo prossimo, odia Salvini!




Sono rimasto allibito dalla copertina del prossimo numero di Famiglia Cristiana: "Vade retro Salvini!" Con tanto di giustificazione (?): "Niente di personale, si tratta del Vangelo". Ma c'è nome e foto!
Un anatema vero e proprio, una equiparazione a Satana del Ministro dell'Interno e Vicepresidente del Consiglio per la sua politica sull'immigrazione.

A parte il fatto che Matteo Salvini ha pienamente ragione sulla politica di controllo dell'immigrazione clandestina, come la stragrande maggioranza degli italiani vuole da anni, e come tutte le persone che hanno ancora qualche neurone in testa, io mi domando come possa un giornale che si considera cattolico mostrare tanto odio nei confronti non solo di Salvini, ma di tutti quegli italiani che lo sostengono in massa.

Mandando al diavolo Salvini, vengono mandati al diavolo il 60/70 per cento degli italiani, già cattolici, e sempre più sconcertati dalla "politica" del Vaticano, della Cei e di questo vergognoso giornale. Ma è evangelico odiare le persone, anche se non ne condividi le idee? 
"Si tratta di Vangelo". Già, proprio per questo i paolini dovrebbero essere presi per l'orecchio da chi sta in alto loco e chiedere scusa al Ministro.

E quando mai un giornale cattolico si è permesso di offendere così platealmente un legittimo governante, tra l'altro molto più vicino agli ideali evangelici di giustizia e ai valori cristiani dell'Italia, di tanti alti papaveri vaticani?

Se la Chiesa non torna a fare quello che deve fare, cioè predicare i valori della famiglia, i comandamenti di Dio, la salvezza portata da Cristo (non da Maometto), e il Credo niceno-costantinopolitano, invece di fare concorrenza alle tante ong che circolano non si sa con quali scopi, allora è destinata alla insignificanza e al disprezzo, per colpa propria.

Con questo nuovo comandamento: Ama il tuo prossimo, odia Salvini!

Signore, pietà!



martedì 12 settembre 2017

Il Papa che mi piace























In questi giorni c’è stato il tanto atteso chiarimento di Papa Francesco sull’accoglienza dei migranti in Italia.

Parlando con il premier Gentiloni il Papa ha detto:
“Il problema è sempre avere un cuore aperto. È un comandamento di Dio. Anche se non basta soltanto aprire il cuore, chi governa deve gestire questo problema con la verità del governante che è la prudenza. Che significa domandarsi, primo: quanti posti ho? Secondo, occorre ricordare che non bisogna solo riceverli ma anche integrarli”. Il Papa inoltre ha sottolineato che bisogna aiutare l’Africa nel suo sviluppo. Per dirla più alla buona: “aiutarli a casa loro”.

La prudenza. I posti disponibili. Un’accoglienza decente. Queste sono parole di vera carità cristiana, e di saggio governo. Non un’accoglienza indiscriminata e senza regole, quella che piace alle Ong e alla Boldrini.
È un chiarimento che io, come la stragrande maggioranza degli italiani, cattolici e non, si aspettava. In fondo ha “benedetto” il ministro Minniti. Speriamo che questi non si lasci traviare dai cattivi “compagni”…

Il viaggio apostolico in Colombia, concluso domenica scorsa, è stato poi un grande “successo”. Non di carattere mondano, ovviamente (tra l’altro Papa Francesco ha rimediato una bella botta in faccia nella brusca frenata della papamobile). Un successo pastorale (oltre un milione di persone alla S. Messa a Bogotà); un contributo determinante nella pacificazione degli animi, divisi da decenni di guerra civile; una condanna senza appello dei narcotrafficanti, "seminatori di morte"; e un appello pressante alla salvaguardia del creato. Ha chiamato "stupido" chi non si rende conto dei cambiamenti climatici per colpa dell’uomo.

Quando vuol farsi capire, questo Papa usa un linguaggio papale papale...



venerdì 25 agosto 2017

Mi manchi, Papa Benedetto...
















In questi tempi calamitosi, sotto tutti i punti di vista, mi ritorna in mente e mi dà conforto la limpida figura di Benedetto XVI.

Sia chiaro, amo Papa Francesco da sincero cattolico.
Lo amo per la sua testimonianza di povertà assoluta, francescana. Lo amo per il suo magistero che, in particolare, ci ha fatto maggiormente comprendere il volto misericordioso di Dio. Lo amo per la sua tenacia nel perseguire gli ecclesiastici colpevoli a vario titolo di deturpare il volto di Santa Madre Chiesa. Lo amo per il suo messaggio di accoglienza, specialmente verso i più bisognosi, perché non possiamo essere cristiani senza amare il povero e l’indigente. Ma con la giusta prudenza, perché, come ammoniva S. Giovanni Bosco, il bene va fatto bene, e non solo proclamato. Una incontrollata immigrazione, ad esempio, è il contrario esatto del bene comune.

Detto questo, mi manca Benedetto XVI. Mi manca perché nel suo magistero richiamava ai “valori non negoziabili”, come la vita umana, la famiglia, la ragione non disgiunta dalla fede. Mi manca perché considerava i valori cristiani come radici vitali dell’Europa e del mondo intero, quelli che insieme alla cultura ebraica e classica, hanno dato vita alla nostra civiltà. Mi manca perché a Ratisbona, nel 2006, ha ricordato all’Islam i suoi gravi errori, invitandolo ad un cambiamento profondo, in senso di vera pace.
Mi manca il suo profondo insegnamento filosofico e teologico. Mi manca soprattutto per quel suo fermo richiamo alla speranza, che è Gesù Cristo, unica "speranza affidabile” in un mondo che sta smarrendo i punti di riferimento: il mondo del pensiero debole e del relativismo morale.
Mi manca il suo agire “politicamente scorretto”. Ciò che aveva da dire, sia alla Chiesa che al mondo, lo diceva, con pacata fermezza, ma con limpida chiarezza.
Oppositore del “pensiero unico” e del “laissez faire”, ha subito ogni sorta di opposizione e di oltraggi. Anche dentro le mura leonine.
Ha pensato che un papa più giovane o più energico avrebbe fatto meglio di lui…

Mi manchi, Papa emerito Benedetto XVI!



domenica 20 agosto 2017

Preghiera alla Madonna di Montserrat (P. Casals)




Oggi, domenica 20 agosto 2017, a tre giorni  dall’orrendo massacro islamista nella Rambla di Barcellona, fallito l’altro orrendo tentativo di far saltare in aria con le bombe la Sagrada Familia, Santuario della città e capolavoro universale di bellezza, è stata celebrata una solenne Messa proprio in questo Santuario, a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Sono importanti le misure di sicurezza che gli Stati cercano di approntare per debellare il terrorismo islamico: polizia, esercito, sbarramenti, servizi segreti…

Ma un’arma non meno efficace è la preghiera, perché si rivolge a Colui che ha in mano le sorti dell’umanità, alla sua Santissima Madre Maria, sempre pronta a intercedere per chi la invoca con cuore sincero, e a S. Giuseppe, custode premuroso di Gesù e di Maria, e nostro difensore contro le insidie di satana, che sembra scatenato.

La Sagrada Familia non è solo un capolavoro d’arte, ma un atto di fede sublime di Antoni Gaudì, che ha voluto innalzare a Gesù, Giuseppe e Maria, la Santa Famiglia di Nazaret, una preghiera in pietra e cemento, nella quale ha impegnato il suo genio, i suoi averi e tutto se stesso.

Voglio perciò anch’io unirmi alla preghiera degli abitanti di Barcellona, e lo faccio postando l’orazione che un altro grande artista catalano, Pau (Pablo) Casals, ha innalzato alla Madonna di Montserrat, patrona della Catalogna.
Casals è uno di coloro che hanno fatto riscoprire un secolo fa la musica di Bach, e ha innovato lo studio del violoncello.
Ma, oltre al genio musicale, aveva una devozione particolare per la Madonna di Montserrat, per la quale ha composto dei bellissimi mottetti: Nigra sum (la Madonna di Montserrat è “moreneta”), O vos omnes (dedicato al dolore della Madonna per la passione del Figlio), e la Oració a la Verge de Montserrat (1959), in catalano.

Ho già postato in questo blog Nigra sum e O vos omnes. Oggi è il momento della Oració a la Verge.

Dall’alto delle montagne di Montserrat, in Catalunya, arrivi a tutta l’umanità un messaggio di pace e di fratellanza.


venerdì 18 agosto 2017

Alle cinque della sera, a Barcellona





















Ricordo come oggi la prima volta che mi recai a Barcellona con la mia 500 insieme ad un amico. Era l’estate del 1981, l’anno prima dei Mondiali di calcio, che si sarebbero svolti proprio in Spagna.
Mi ricordo bene l’anno, perché molte persone, nel sentire che eravamo italiani, ci dicevano che avremmo vinto il “Mundial”. Tutti conoscevano la nostra squadra: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi e via dicendo; e noi ci meravigliavamo un po’, perché il Brasile di Falcao ci sembrava superiore. Avevano ragione i catalani.
A parte questa fiducia nell’Italia calcistica, che non ci dispiacque, due cose ci colpirono della città: la prima, ovviamente, fu la “Sagrada Familia”, spettacolare e stupenda opera di Gaudì, con quelle svettanti guglie gotiche in cemento armato (!), che per noi, abituati agli stili “puri” dell’arte, costituì un autentico e benefico choc.
L’altra cosa che ci sorprese fu l’assetto urbanistico: quello spettacolare  viale a più corsie che si dirigeva verso il porto e che allora percorremmo in tutta la sua lunghezza con la 500, in totale libertà. Non c'era ancora una zona pedonale e il traffico non era quello di oggi.
Era la "Rambla". 
L'arteria pulsante di una città indimenticabile. 
Nel sentire e vedere cosa è successo sulla Rambla, ieri, alle cinque della sera, mi ha fatto inorridire.
Ho capito che nel mondo esistono persone che odiano la libertà.
Per questo amano la morte.

E per questo, invece di postare qualche foto dell'orrendo massacro islamista, preferisco mostrare la bellezza della civiltà catalana, con la Sagrada Familia di Antoni Gaudì.




mercoledì 22 marzo 2017

Il bounty killer

L’ "amico del clero” Entropia ha un pensiero fisso nella mente: combattere i preti pedofili e in genere la Chiesa. Quindi è alla ricerca, in tutti i siti anticlericali, di qualche novità al riguardo, anche se la pedofilia clericale è ora a livelli bassi, mentre cresce in modo esponenziale la pedofilia al di fuori della Chiesa e soprattutto in ambito familiare, purtroppo.
A questo "amico del clero" dedico questo post.






















Mi piacciono i film western, sono i miei preferiti. Mi affascina soprattutto la figura del bounty killer, cavaliere con qualche macchia ma senza paura, che combatte i criminali più pericolosi, per qualche dollaro in più (si fa quel che si può...).

Ma questo coraggioso e astuto combattente non è finito con il mitico West. L’ho trovato per mia fortuna anche nel mitico Web.

Si tratta di un bounty killer un po’ speciale, dai gusti precisi; va in caccia solo di una categoria di delinquenti: i preti.

Come vede una chiesa, istintivamente mette mano alla sua Colt virtuale e comincia a perlustrare con fare minaccioso panche, confessionali, sacrestie e oratori in cerca della preda, dead or alive; e si meraviglia di quanti bambini, ragazzi e adolescenti frequentino ancora questi luoghi malfamati.

Porta sempre in tasca la lista dei preti pedofili; e in questi tempi di vacche magre, in cui essi cominciano a scarseggiare, si consola tirandola fuori e pubblicandola periodicamente.

Ma è un po’ depresso. E così, mentre dà la caccia all’ultimo dei mohicani, non si accorge che sotto il suo naso stanno passando i partecipanti alla festa dell'orgoglio pedofilo, gli esponenti dei partiti pedofili e coloro che manifestano per la legalizzazione della pedofilia. Non sente rombare sopra il suo capo gli aerei carichi di turisti sessuali pedofili verso il Brasile, la Tailandia, Cuba… E mentre posta per l’ennesima volta la solita lista di preti, si imbatte nel Web in centinaia di siti pedopornografici.

Con la sua Colt appoggiata accanto alla tastiera, cerca nei giornali on line qualcosa di pedoclericale; e così vede scorrere davanti ai suoi occhi, senza farvi troppa attenzione, violenze pedofile ovunque: genitori snaturati, compagni che violentano i figli delle compagne, e viceversa, parenti pedofili, amici pedofili, vicini di casa pedofili, estranei pedofili, insegnanti pedofili, allenatori pedofili...

Sconfortato perché la caccia non è stata fruttuosa, decide un’ultima e disperata mossa: chiedere qualche notizia nuova al più famoso bounty killer del Web, Don Fortunato Di Noto.

È un prete, però. Pazienza! cosa non si farebbe, per qualche prete in meno...



venerdì 17 marzo 2017

17 Marzo. Il giorno di S. Patrizio



























Qualche decennio fa sono stato in Irlanda, insieme al coro di cui facevo parte, per un concorso polifonico nella città di Cork.

Per il volo ci servimmo della compagnia aerea irlandese Aer Lingus. Il logo della compagnia era una bella immagine di trifoglio (“shamrock”).
San Patrizio, che convertì l’isola, nel IV-V secolo, prima di entrare in Chiesa coglieva una piantina di trifoglio e mostrandola poi alla gente nella predica diceva: “Ecco un’immagine della SS. Trinità, questa piantina di trifoglio: tre foglioline, una piantina sola”. Da allora lo “shamrock” è diventato il simbolo dell’Irlanda.
Un modo umile per avvicinarsi al mistero più grande della fede cristiana.

La seconda cosa che mi colpì fu all’atterraggio. L’aeroporto era pieno di bandiere “italiane”. Rimanemmo tutti un po’ meravigliati. Va bene che il nostro coro era stato invitato per essere noto nel campo della polifonia, ma non credevamo di avere un’accoglienza così calorosa…
Poi ci dissero che non erano tricolori italiani, ma irlandesi; il rosso in effetti mi sembrava troppo sbiadito.

La terza cosa che mi sorprese fu il “fiume” di Cork. Le luci notturne della città si riflettevano sul bel corso d’acqua, quasi come un Lungarno fiorentino. Quando però la mattina ci alzammo e uscimmo dall’albergo, il fiume era letteralmente sparito. C’era solo un rigagnolo nel fondo dell’alveo… Ridemmo, nel dire che gli Irlandesi se lo erano bevuto tutto,  loro che bevono solo whiskey e birra, specialmente la Guinness.
L’albergatore ci spiegò che non era un fiume, ma un fiordo, e l’alta e bassa marea (lì molto rilevante) determinava l’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua.

Erano i primi giorni di maggio; non passava giorno che non piovesse. Una pioggerellina che gli Irlandesi quasi neppure notavano. Si muovevano senza particolari accorgimenti come se fosse il sereno. Parlando nel nostro inglese scolastico venimmo a sapere di un proverbio che dice: “In Irlanda, tra un temporale e l’altro, piove”.  Allora tutto ci fu più chiaro.

Un ricordo bellissimo di quella gente festosa, accogliente e musicalmente molto preparata. Non c’era casa dove non ci fosse uno strumento musicale: un vecchio pianoforte verticale, un flauto dolce o traverso, un oboe; ma soprattutto l’arpa. Quella irlandese, of course.

Ma nel nostro broken English capimmo che loro preferivano parlare il gaelico, e così imparammo anche il nome della città: Corkaigh.

Ireland, Shamrock, Saint Patrick. 

Unforgettable!  





lunedì 13 marzo 2017

Un argentino a Mosca





Uno dei più grandi desideri di Papa Francesco è di andare a far visita al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril I.

L’intenzione è ovviamente quella di cercare un riavvicinamento della Chiesa Cattolica con la Chiesa Ortodossa della “terza Roma”.

Con la Chiesa Ortodossa della “seconda Roma”, cioè Costantinopoli (Istanbul), gli incontri sono frequenti, iniziati già a partire da Paolo VI al tempo del Concilio Vaticano II.

Papa Francesco ha già incontrato il Patriarca Kiril a L’Avana il 12 febbraio dello scorso anno, e i due hanno firmato una dichiarazione congiunta, che è già un fatto clamoroso. 
La Cuba “comunista” ha favorito l’incontro con il Papa e il Patriarca. Lo Spirito soffia dove vuole...

Ma Papa Francesco vorrebbe andare a trovare gli Ortodossi a casa loro, nella Santa Russia.

Intanto, come augurio per questo quarto anno di pontificato, facciamo arrivare a Mosca la musica argentina. Ovviamente un tango, e uno dei più celebri, composto da Astor Piazzolla: “Libertango” (1974).

I russi sembrano gradire…

Auguri, Papa Francesco!





martedì 7 marzo 2017

Momenti di fede





Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.

Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a disegnarlo.

Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.

In prima liceo classico, come  è noto, si inizia lo studio della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo “assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il significato etimologico: absolutus, “sciolto da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante, da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più profonda convinzione.

Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele, uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.

Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su, non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino alla pensione.  Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato” la vita (se non altro scolastica). 

Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.

 






mercoledì 4 gennaio 2017

Un canto di speranza, in attesa dell'Epifania




Dopo l'orrendo massacro di Istanbul nella notte di capodanno 2017 da parte dei jihadisti dell'isis e nel quale sono state uccise 39 persone, voglio postare un canto natalizio in attesa dell'Epifania.

Si tratta della celebre "The Huron Carol", scritta nel 1643 da Jean de Brébeuf, gesuita, che evangelizzò con altri 7 suoi confratelli il popolo degli Uroni in Canada. Fu scritta nella lingua di quella gente: "Jesous Ahatonhia" (Gesù è nato) e cantata in una melodia popolare francese dell'epoca.

Posto questo canto per più motivi.

Anzitutto perché l'Epifania è la manifestazione di Gesù come salvatore di tutte le genti; dunque, la festa di tutti i popoli, rappresentati dai Magi, ricordati nel canto.
È stato scritto nella lingua di un popolo considerato dagli europei incivile. Ma non la pensavano così quei missionari francesi.
È un canto che invita alla gioia e alla pace.
È considerato la più antica canzone natalizia del continente americano.

Gli Uroni, che occupavano una vasta zona tra gli attuali Canada e Stati Uniti, si convertirono alla fede cristiana con l'intelligente ed eroica testimonianza di quei missionari.
Ma questi missionari, in un breve lasso di tempo, furono tutti uccisi dopo atroci torture dagli Irochesi, nemici degli Uroni.

Anche nel 1649, l'anno del martirio di Jean de Brébeuf, c'era chi predicava la pace e la fratellanza e veniva ucciso. Evidentemente in 400 anni ancora qualcuno (molti purtroppo) non hanno capito nulla di religione, né di fratellanza.

Non hanno capito la straordinaria lezione di vita e di cultura di Jean de Brébeuf e Compagni. Questi, sì, veri martiri, i Martiri Canadesi.





Jesus is born (Jesous Ahatonhia)


'Twas in the moon of wintertime when all the birds had fled
That mighty Gitchi Manitou sent angel choirs instead;
Before their light the stars grew dim and wondering hunters heard the hymn
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria

Within a lodge of broken bark the tender babe was found;
A ragged robe of rabbit skin enwrapped his beauty round
But as the hunter braves drew nigh the angel song rang loud and high
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria



O children of the forest free, O son of Manitou
The holy child of earth and heaven is born today for you
Come kneel before the radiant boy who brings you beauty peace and joy
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria

The earliest moon of wintertime is not so round and fair
As was the ring of glory on the helpless infant there
The chiefs from far before him knelt with gifts of fox and beaver pelt
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria.







mercoledì 21 dicembre 2016

Il sole si è fermato
















Il sole si è fermato nel suo punto più basso. Non ne poteva più, dopo aver visto ciò che è accaduto in questi giorni.

Un agente della sicurezza turca spara alle spalle all'ambasciatore russo in Turchia, mentre questi stava parlando di quadri d'arte. Una volta gli ambasciatori non portavano pena (come dice il proverbio); ma quel criminale fanatico spara più volte, uccidendo al grido di "allah u akbar".

Nello stesso giorno, 19 dicembre, un tir travolge un mercatino di Natale a Berlino, davanti alla Chiesa della Memoria. Una strage orrenda: 12 morti, quasi certamente 13 con la nostra Fabrizia Di Lorenzo. Il folle omicida è un tunisino "soldato dell'isis", cioè di quel sedicente stato islamico che ha come scopo l'uccisione degli infedeli, nel nome di allah akbar. 

Tre giorni prima a Damasco una bambina di 7 anni, col beneplacito della famiglia, è stata imbottita di esplosivo ed è stata fatta saltare in aria in una stazione di polizia uccidendo due agenti, sempre nel nome di allah akbar.

Spossato da queste notizie oggi il sole si è fermato. 

Domani forse ci ripenserà e ricomincerà il suo giro: deve arrivare in tempo al 25 dicembre, per portare al mondo la lieta notizia del Natale di Gesù.

Se non arriva il Natale, arriva allah akbar, quello che ordina - come Erode - di uccidere gli innocenti, anche di 7 anni.

Per questo il sole domani sorgerà di nuovo e continuerà il suo cammino.




Nella foto: la bambina di 7 anni, "volontaria" kamikaze, salutata dal padre (!)










martedì 20 dicembre 2016

La strage di Berlino. Ancora islam...

















Ormai il termine strage è sinonimo di islamici.

Lupi (ma io direi vermi) solitari, cellule organizzate, gruppi jihadisti, boko aram, al-nusra, al-kaeda, fino ad uno stato territoriale, l’isis: un crescendo mostruoso di disumanità, frutto di una ideologia aberrante.

Tutta gente che ha come unico scopo conclamato l’eliminazione fisica degli “infedeli”, cioè noi.
E con tutti i mezzi possibili. Ora va di moda il tir, a Parigi come a Berlino, ieri sera 19 dicembre.
E con l’impiego di qualsivoglia fedele di “allah il misericordioso”,  compresa una bambina kamikaze di 7 anni (!)

Ancora una volta siamo qui a piangere vittime innocenti dell’ennesimo attentato islamico: 12 morti, oltre quaranta i feriti di cui alcuni gravissimi, nonché alcuni dispersi, tra cui un’italiana di 31 anni, Fabrizia Di Lorenzo, per la quale si teme il peggio.

È il solito augurio di Buon Natale islamico. Lo hanno già fatto al Cairo, ora lo hanno ripetuto a Berlino, proprio in mezzo ad un mercatino natalizio e davanti alla famosa Chiesa della Memoria, simbolo di pace tra le nazioni.

In compenso, non sono solo gli islamici a voler cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra. Ci sono anche tanti solerti laicisti nostrali, come quell’inqualificabile dirigente scolastica di Pontevico, nel bresciano, che ha cancellato dai canti natalizi il nome di Gesù, per non disturbare i manovratori musulmani…
E sappiamo quanto i manovratori musulmani abbiano bisogno di non essere disturbati, per colpire con precisione la gente che affolla i mercati di Natale.

La festa di Natale senza il nome di Gesù nei canti natalizi…

Ma il Natale di chi? 



Nel riquadro della foto in alto, Fabrizia Di Lorenzo





domenica 18 dicembre 2016

Auguri, Papa Francesco!



















Ieri Papa Francesco ha compiuto 80 anni; e in buona forma, a quanto è dato vedere!

Un grande e affettuoso augurio di una serena e sempre attiva “vecchiaia” (parola che il Papa stesso ha usato).

Ciò che ammiro di più in Papa Francesco è il coraggio di aver iniziato e portato avanti con grande fermezza la "pulizia" del Vaticano. Ha preso la ramazza in mano e non intende mollarla.
Benedetto XVI non c’è riuscito. I “poteri forti” lo hanno costretto a lasciare.
Papa Francesco invece ha mostrato un carattere più forte dei “poteri forti”, per cui spero che porti a termine l’operazione “nettezza vaticana”.

Un altro aspetto che mi ha impressionato è la sua povertà evangelica messa in atto nella forma più totale, “sine glossa” (il nome Francesco del resto lo faceva presagire). Lasciare il Palazzo Vaticano (nonché la residenza di Castel Gandolfo) e ridursi a vivere a S. Marta, in un bilocale di 50 metri quadrati, è qualcosa che lascia ammutoliti. Un esempio per tutti coloro che hanno privilegi di ogni genere, a cominciare dal mondo della politica, diventato ormai una cloaca massima, che ci sta ammorbando con il suo insopportabile tanfo.

Sento anche molto vicino alla mia sensibilità la sua insistenza sulla misericordia divina, che si manifesta nella misericordia per i peccatori. Qualcuno si è scandalizzato (!). È giusto sottolineare questo aspetto, che corrisponde al cuore del messaggio evangelico: “Sono venuto a cercare e salvare chi era perduto” (Lc 19, 10).

Un ultimo aspetto voglio mettere in rilievo. La sua grande semplicità, il suo feeling con la gente più umile, più povera, con gli ultimi. Le tante periferie del mondo e della vita sono davvero il suo centro d’interesse prioritario, la sua vera “city”.
E con ragione, se vuole essere il primo discepolo di Cristo, che è venuto ad annunciare ai poveri la “buona notizia”.

Devo anche dire che talvolta mi disorienta la sua disarmante fiducia nell’accoglienza ad ogni costo. Forse un richiamo anche alla vigilanza (“Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”; Mt 10, 16) sarebbe molto opportuno. Spero che anche su questo punto l'ormai ottuagenario Papa Francesco batta un colpo. Allora saremo al top in assoluto.

Auguri, Papa Francesco!  E da parte mia non mancherà quella preghiera che sempre chiedi a tutti i fedeli.




lunedì 12 dicembre 2016

Il solito augurio di Buon Natale islamico

















Ieri, in una Chiesa nei pressi della Cattedrale del Cairo, sono state uccise oltre 25 persone e ne sono state ferite una cinquantina in un orrendo attentato islamico. 

Un attentato al tritolo, avvenuto in un luogo sacro e nel momento più sacro della fede cristiana: durante la celebrazione della Messa.  

È il solito "augurio di Buon Natale", caro agli islamici, gente pacifica e rispettosa delle altre religioni, a loro dire. Tutti ricordiamo ancora ciò che accadde ad Alessandria d'Egitto nella Messa di Capodanno del 2011 (21 morti).  Dal 2013 a oggi si contano in Egitto oltre 40 attentati contro i cristiani.

Considero ormai da tempo l'islam non una religione, ma una ideologia intollerante, perché il corano insegna l'eliminazione degli "infedeli" (cioè noi) o la loro sottomissione. Ed è quello che gli islamici fanno nei paesi dove sono maggioranza, ed è quello che vorrebbero fare, con attentati sanguinari, nei paesi che li accolgono.

Sarebbe l'ora che Papa Francesco, invece di parlare solo di accoglienza, cominci a parlare con grande fermezza (come fece Papa Benedetto a Colonia) anche di questa intollerabile persecuzione nei confronti dei cristiani da parte degli islamici. 

L'islam non è un' ideologia di pace e non potrà mai esserlo, perché il corano lo vieta: la jihad è un dovere per loro. Le donne saranno sempre schiave dell'uomo perché il corano lo comanda: non saranno mai emancipate. Gli islamici non accetteranno mai di integrarsi con altre culture, perché l'unica "cultura" è la loro.

Ho un grande rispetto  e amore per Papa Francesco. Ma quando si addormenta un po', allora il popolo cristiano ha il dovere di svegliarlo e di richiamarlo alla realtà: Papa Francesco, svegliati! gli islamici perseguitano e uccidono i cristiani in tutto il mondo! 

Non mandare solo generici messaggini senza indirizzo... 




lunedì 21 novembre 2016

La misericordia non chiude i suoi battenti




Ieri, Solennità di Cristo Re dell'Universo, Papa Francesco ha chiuso la Porta Santa  della Basilica di S. Pietro portando così a termine il Giubileo Straordinario della Misericordia, iniziato ufficialmente l'8 dicembre 2015, ma anticipato il 29 novembre con l'apertura della Porta Santa della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centro-Africana. 
Tra l'altro l'arcivescovo di quella poverissima Chiesa è stato fatto cardinale nel concistoro di  due giorni fa, con altri 16 confratelli, uno solo italiano. Il Papa è andato a scegliere i nuovi porporati dai luoghi più diversi e taluni impensati: Bangladesh, Isole Mauritius, Papua Nuova Guinea, Venezuela, Messico, Stati Uniti, Brasile, Siria, Albania... Una chiesa sempre più universale, sempre meno eurocentrica, sempre più vicina ai poveri. Come è giusto che sia.

Il messaggio che Papa Francesco ci ha voluto lasciare con questo giubileo è stato ribadito dalla sua mirabile omelia, di fronte a un'immensa folla in Piazza S. Pietro: "Si chiude la porta santa, ma rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo".

Nonostante tutto, nonostante le nostre miserie, Dio è sempre pronto ad accoglierci: "Dio non ha memoria del peccato, ha detto con forte espressione, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi".

Un messaggio che ci dona serenità interiore, e ci dà forza per andare incontro ai problemi  del mondo attuale con grande apertura di cuore.

Come degna conclusione musicale di questo Anno Santo della Misericordia, mi pare opportuno ascoltare dal "Magnificat" di J. S. Bach,  l'incantevole versetto "Et misericordia eius", BWV 243, per contralto, tenore e orchestra. 



"Et misericordia eius a progenie in progenies timentibus eum" (Lc 1, 50).

Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. 




„Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi"“
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„Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi"

domenica 4 settembre 2016

Madre Teresa. La matita di Dio

















Oggi Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco.
Certo, se non fosse santa lei, per noi ci sarebbe poca speranza...

Tutti la conosciamo bene, per cui non c'è bisogno di ricordare vita, morte e miracoli di questa donna straordinaria in tutto, ma soprattutto nel suo amore verso i poveri più poveri, verso gli ultimi della terra.

Una "matita di Dio", come amava definirsi, che ha fatto un disegno così mirabile che il Maestro stesso ne è rimasto affascinato.

E l'ha nominata insegnante di ruolo di disegno, a tempo infinito, per tutte le classi del mondo di  ogni ordine e grado.

Santa Madre Teresa, prega per noi! Soprattutto perché sappiamo usare bene la matita del computer...




lunedì 1 agosto 2016

Eppur si muove...













Mi riferisco non al detto inventato e messo in bocca a Galileo dopo la sua abiura di fronte al S. Uffizio romano; ma all'iniziativa dei musulmani francesi e italiani di partecipare alla S. Messa di ieri, per onorare P. Jacques Hamel e prendere le distanze dai terroristi islamici.

È stato un gesto di grande valore: l'islam per la prima volta ha dato un segno chiaro di rifiuto della violenza religiosa (la famigerata jihad) e ha cercato di mostrare in concreto il volto di "allah il misericordioso".  Un islamico in chiesa per pregare non si era mai sentito dire. Ieri in Italia erano oltre 20.000.

Se son rose, fioriranno. Del resto Papa Francesco ha detto nella Giornata Mondiale della Gioventù appena conclusa a Cracovia che noi dobbiamo essere seminatori. È Dio che fa germogliare e portare a termine la maturazione.

In contemporanea l'Isis ha messo in rete una foto in cui un suo truce adepto abbatte una croce da un campanile e cerca di sostituirla con il lugubre vessillo nero del califfato: "Break the Cross", rompete la Croce.

Una cosa è rompere una croce di legno o di ferro, e perfino tagliare la gola ad un santo sacerdote, altra cosa è pensare di abbattere la Croce di Cristo piantata nel cuore del mondo.

Non ci sono riusciti nemici potenti, né secoli di persecuzioni. Figuriamoci se ci riuscirà il fante di picche al-Baghdadi.






martedì 26 luglio 2016

Assassinio nella Cattedrale. Stamani


















Sgozzare in Francia un sacerdote cattolico durante la celebrazione della S. Messa ci mancava, nella disgustosa casistica del terrorismo islamico. 

Una escalation dell'orrore, che fa comprendere con sempre maggior chiarezza (se ancora ce ne fosse bisogno) la motivazione di fondo di questi atroci attentati che stanno insanguinando l'Europa: la "guerra santa" all'infedele.  

È scritto nel corano, lo ha fatto Maometto; i califfi e poi i sultani se ne sono serviti per distruggere la civiltà cristiana intorno al Mediterraneo e oltre. 
Quello che accade oggi non è che la continuazione di questa lunghissima scia di sangue.

Questa volta i pericolosi infedeli erano un prete di 86 anni, due suore e alcuni popolani che stavano pregando. Il prete, Jacques Hamel, della parrocchia di Saint-Etienne-du-Rouvray, vicino a Rouen, aveva scritto ultimamente nel giornale parrocchiale:

"sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, e a farne, là dove abitiamo, un mondo più caloroso, umano, fraterno. Un tempo per l’incontro, con le persone a noi vicine, gli amici: un momento per prenderci il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano".

I due jihadisti evidentemente non l'avevano letto; sono rimasti alla scimitarra. Affiliati all'Isis, sono stati poi uccisi dalle forze di sicurezza, allertate da una suora sfuggita agli attentatori.

Questo in sintesi il bollettino della guerra santa islamica in Normandia oggi: profanato un luogo sacro, tagliata la gola ad un prete di 86 anni e a un altro anziano, prese in ostaggio due suore e gente che prega. Nel nome di allah, il misericordioso.

Figuriamoci se fosse vendicativo...

Da oggi possiamo aggiungere alla lista dei santi martiri il sacerdote Jacques Hamel, al pari dei vescovi Oscar Romero e Thomas Becket, uccisi in epoche diverse nello stesso modo: nelle loro chiese, all'altare.

P. Jacques Hamel, prega per noi!



domenica 24 luglio 2016

Non è l'Isis. I morti di Monaco stiano tranquilli


















Sembra che il problema principale del nuovo orrendo attentato a Monaco di Baviera, in cui sono rimasti uccisi 10 giovani (tra cui l'attentatore) con decine di feriti, per la stampa tedesca ed europea sia una (surreale) dimostrazione che l'attentatore nulla abbia a che fare con l'Isis, la jihad, l'islam.

Si tratterebbe invece di un giovane fuori di testa, che avrebbe voluto vendicarsi di presunti torti subiti a scuola per parte dei compagni (ma ora non  sono in vacanze?)

Di fatto il presunto mentecatto, dal tipico nome germanico Alì, aveva una pistola da guerra, trecento proiettili, ed era di origini iraniane, se pur nato e vissuto a Monaco. Durante il massacro è stato sentito urlare "allah u akbar", che con la lingua tedesca ha ben poco a che fare.

Se i media tedeschi ed europei si accontentano di definirlo solo un pazzo scatenato (ma la gente del quartiere in cui è vissuto non lo ha descritto così), contenti loro. Ma i tedeschi han capito benissimo.

In alto loco non si vuol capire che il virus di odio portato dall'islamismo non ha bisogno di dichiarazioni di militanza, ma semplicemente di esecutori, chiunque siano e con qualunque mezzo: un tir, un'ascia, un'arma da guerra. Un jihadismo fai-da-te. 

Infatti nel mondo musulmano si è fatto festa per questa ennesima strage, e l'Isis ci ha messo pure il cappello sopra. 

Ora i poveri morti del Centro Commerciale Olimpia di Monaco possono riposare tranquilli: non sono stati uccisi da un fanatico musulmano dell'Isis, ma solo da un malato di mente che, non sapendo che fare, venerdì pomeriggio ha preso un'arma da guerra e 300 (trecento) proiettili e ha fatto una strage.

Ma i mass media europei ci verranno anche a dire che Cristo è morto dal freddo?

Un pensiero commosso e una preghiera per le vittime di questa ennesima orrenda furia omicida.





venerdì 15 luglio 2016

Il trionfo della morte a Nizza



















Non abbiamo finito di piangere le 23 vittime della sciagura ferroviaria della Puglia, quando ad essa si aggiunge l’orrore ancor più tremendo (se possibile) della strage di Nizza.

Non la fatalità, non l’errore umano, non l’obsolescenza dei sistemi di sicurezza, ma una furia omicida cieca e feroce ha spinto un terrorista islamico, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, a lanciare a tutta velocità un tir nella Promenade lungomare in mezzo alla folla che festeggiava il 14 luglio, uccidendo 84 persone e ferendone più di un centinaio, di cui 18 in gravissime condizioni. Molti i bambini travolti e schiacciati, mentre guardavano i fuochi d’artificio...

Sappiamo cosa significhi il 14 luglio per i francesi e per tutto l’Occidente. È la presa della Bastiglia, simbolo della fine  dell’ancien régime e inizio della moderna democrazia.
Esattamente l’opposto dei sistemi islamici in genere: potere assoluto, dominio di pochi, asservimento del popolo con la sharia, indottrinamento sistematico ed eliminazione degli avversari e dei diversi.
Noi siamo gli infedeli, quelli che il corano dice di eliminare o di sottomettere all’islam. Una pseudo-religione più spettrale della Bastiglia, più oppressiva dell’ancien régime. Una cupa visione dell’uomo e (soprattutto) della donna.

Aveva ragione il grande storico belga Henri Pirenne: il medioevo non nasce con la caduta dell’impero romano, né con la calata dei barbari, ma con l’avvento di Maometto. I barbari si integrarono con i popoli latini, dando vita alla grande civiltà comunale e all’Europa moderna.
Maometto e i suoi califfi fecero di tutto invece per eliminare le tracce della nostra civiltà, finché si trovarono di fronte al vero fondatore dell’Europa: Carlo Magno.

Oggi di Carlo Magno è rimasto solo il nome, dato a un palazzo dell’Unione Europea a Bruxelles. Ma dentro a quei palazzi europei, di “magno” c’è rimasto solo il verbo "magnare".