Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Sono rimasto allibito dalla copertina del prossimo numero di Famiglia Cristiana: "Vade retro Salvini!" Con tanto di giustificazione (?): "Niente di personale, si tratta del Vangelo". Ma c'è nome e foto!
Un anatema vero e proprio, una equiparazione a Satana del Ministro dell'Interno e Vicepresidente del Consiglio per la sua politica sull'immigrazione.
A parte il fatto che Matteo Salvini ha pienamente ragione sulla politica di controllo dell'immigrazione clandestina, come la stragrande maggioranza degli italiani vuole da anni, e come tutte le persone che hanno ancora qualche neurone in testa, io mi domando come possa un giornale che si considera cattolico mostrare tanto odio nei confronti non solo di Salvini, ma di tutti quegli italiani che lo sostengono in massa.
Mandando al diavolo Salvini, vengono mandati al diavolo il 60/70 per cento degli italiani, già cattolici, e sempre più sconcertati dalla "politica" del Vaticano, della Cei e di questo vergognoso giornale. Ma è evangelico odiare le persone, anche se non ne condividi le idee?
"Si tratta di Vangelo". Già, proprio per questo i paolini dovrebbero essere presi per l'orecchio da chi sta in alto loco e chiedere scusa al Ministro.
E quando mai un giornale cattolico si è permesso di offendere così platealmente un legittimo governante, tra l'altro molto più vicino agli ideali evangelici di giustizia e ai valori cristiani dell'Italia, di tanti alti papaveri vaticani?
Se la Chiesa non torna a fare quello che deve fare, cioè predicare i valori della famiglia, i comandamenti di Dio, la salvezza portata da Cristo (non da Maometto), e il Credo niceno-costantinopolitano, invece di fare concorrenza alle tante ong che circolano non si sa con quali scopi, allora è destinata alla insignificanza e al disprezzo, per colpa propria.
Con questo nuovo comandamento: Ama il tuo prossimo, odia Salvini!
In questi giorni c’è stato il tanto atteso chiarimento di
Papa Francesco sull’accoglienza dei migranti in Italia.
Parlando con il premier Gentiloni il Papa ha detto:
“Il problema è sempre avere un cuore aperto. È un
comandamento di Dio. Anche se non basta soltanto aprire il cuore, chi governa
deve gestire questo problema con la verità del governante che è la prudenza.
Che significa domandarsi, primo: quanti posti ho? Secondo, occorre ricordare
che non bisogna solo riceverli ma anche integrarli”. Il Papa inoltre ha sottolineato
che bisogna aiutare l’Africa nel suo sviluppo. Per dirla più alla buona: “aiutarli
a casa loro”.
La prudenza. I posti disponibili. Un’accoglienza decente. Queste
sono parole di vera carità cristiana, e di saggio governo. Non un’accoglienza
indiscriminata e senza regole, quella che piace alle Ong e alla Boldrini.
È un chiarimento che io, come la stragrande maggioranza
degli italiani, cattolici e non, si aspettava. In fondo ha “benedetto” il
ministro Minniti. Speriamo che questi non si lasci traviare dai cattivi “compagni”…
Il viaggio apostolico in Colombia, concluso domenica scorsa, è stato poi un grande “successo”.
Non di carattere mondano, ovviamente (tra l’altro Papa Francesco ha rimediato
una bella botta in faccia nella brusca frenata della papamobile). Un successo pastorale (oltre un milione di persone alla S. Messa a Bogotà); un contributo determinante nella pacificazione degli animi, divisi da decenni di guerra civile; una
condanna senza appello dei narcotrafficanti, "seminatori di morte"; e un appello pressante alla
salvaguardia del creato. Ha chiamato "stupido" chi non si rende conto
dei cambiamenti climatici per colpa dell’uomo.
Quando vuol farsi capire, questo Papa usa un linguaggio papale papale...
In questi tempi calamitosi, sotto tutti i punti di vista, mi ritorna in mente e mi dà conforto la limpida figura di Benedetto XVI.
Sia chiaro, amo Papa Francesco da sincero cattolico.
Lo amo per la sua testimonianza di povertà assoluta,
francescana. Lo amo per il suo magistero che, in particolare, ci ha fatto maggiormente comprendere il volto
misericordioso di Dio. Lo amo per la sua tenacia nel perseguire gli
ecclesiastici colpevoli a vario titolo di deturpare il volto di Santa Madre
Chiesa. Lo amo per il suo messaggio di accoglienza, specialmente verso i
più bisognosi, perché non possiamo essere cristiani senza amare il povero e l’indigente. Ma con la giusta prudenza, perché, come ammoniva S. Giovanni Bosco, il bene va fatto bene, e non solo proclamato. Una incontrollata immigrazione, ad esempio, è il contrario esatto del bene comune.
Detto questo, mi manca Benedetto XVI. Mi manca perché nel suo
magistero richiamava ai “valori non negoziabili”, come la vita umana, la
famiglia, la ragione non disgiunta dalla fede. Mi manca perché considerava i
valori cristiani come radici vitali dell’Europa e del mondo intero, quelli che
insieme alla cultura ebraica e classica, hanno dato vita alla nostra civiltà.
Mi manca perché a Ratisbona, nel 2006, ha ricordato all’Islam i suoi gravi
errori, invitandolo ad un cambiamento profondo, in senso di vera pace.
Mi manca il suo profondo insegnamento filosofico e
teologico. Mi manca soprattutto per quel suo fermo richiamo alla speranza, che è Gesù Cristo, unica "speranza affidabile” in un mondo che sta smarrendo i punti di riferimento: il
mondo del pensiero debole e del relativismo morale.
Mi manca il suo agire “politicamente scorretto”. Ciò che
aveva da dire, sia alla Chiesa che al mondo, lo diceva, con pacata fermezza, ma
con limpida chiarezza.
Oppositore del “pensiero unico” e del “laissez faire”, ha subito
ogni sorta di opposizione e di oltraggi. Anche dentro le mura leonine.
Ha pensato che un papa più giovane o più energico avrebbe
fatto meglio di lui…
Oggi, domenica 20 agosto 2017, a
tre giorni dall’orrendo massacro islamista
nella Rambla di Barcellona, fallito l’altro orrendo tentativo di far saltare in
aria con le bombe la Sagrada Familia, Santuario della città e capolavoro universale
di bellezza, è stata celebrata una solenne Messa proprio in questo Santuario,
a cui hanno partecipato migliaia di persone.
Sono importanti le misure di
sicurezza che gli Stati cercano di approntare per debellare il terrorismo islamico:
polizia, esercito, sbarramenti, servizi segreti…
Ma un’arma non meno efficace è
la preghiera, perché si rivolge a Colui che ha in mano le sorti dell’umanità, alla
sua Santissima Madre Maria, sempre pronta a intercedere per chi la invoca con
cuore sincero, e a S. Giuseppe, custode premuroso di Gesù e di Maria, e nostro difensore
contro le insidie di satana, che sembra scatenato.
La Sagrada Familia non è solo un
capolavoro d’arte, ma un atto di fede sublime di Antoni Gaudì, che ha voluto
innalzare a Gesù, Giuseppe e Maria, la Santa Famiglia di Nazaret, una preghiera
in pietra e cemento, nella quale ha impegnato il suo genio, i suoi averi e tutto
se stesso.
Voglio perciò anch’io unirmi alla
preghiera degli abitanti di Barcellona, e lo faccio postando l’orazione che un
altro grande artista catalano, Pau (Pablo) Casals, ha innalzato alla Madonna di
Montserrat, patrona della Catalogna.
Casals è uno di coloro che hanno fatto
riscoprire un secolo fa la musica di Bach, e ha innovato lo studio del
violoncello.
Ma, oltre al genio musicale,
aveva una devozione particolare per la Madonna di Montserrat, per la quale ha
composto dei bellissimi mottetti: Nigra
sum (la Madonna di Montserrat è “moreneta”), O vos omnes (dedicato al dolore della Madonna per la passione del
Figlio), e la Oració a la Verge de
Montserrat (1959), in catalano.
Ho già postato in questo blog Nigra sum e O vos omnes. Oggi è il momento della Oració a la Verge.
Dall’alto delle montagne di
Montserrat, in Catalunya, arrivi a tutta l’umanità un messaggio di pace e di
fratellanza.
Ricordo come oggi la prima volta che mi recai a Barcellona
con la mia 500 insieme ad un amico. Era l’estate del 1981, l’anno prima dei
Mondiali di calcio, che si sarebbero svolti proprio in Spagna.
Mi ricordo bene l’anno, perché molte persone, nel sentire
che eravamo italiani, ci dicevano che avremmo vinto il “Mundial”. Tutti
conoscevano la nostra squadra: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi
e via dicendo; e noi ci meravigliavamo un po’, perché il Brasile di Falcao ci
sembrava superiore. Avevano ragione i catalani.
A parte questa fiducia nell’Italia calcistica, che non ci dispiacque, due cose ci colpirono della città: la prima, ovviamente,
fu la “Sagrada Familia”, spettacolare e stupenda opera di Gaudì, con quelle svettanti
guglie gotiche in cemento armato (!), che per noi, abituati agli stili “puri”
dell’arte, costituì un autentico e benefico choc.
L’altra cosa che ci sorprese fu l’assetto urbanistico: quello
spettacolare viale a più corsie che si
dirigeva verso il porto e che allora percorremmo in tutta la sua lunghezza con
la 500, in totale libertà. Non c'era ancora una zona pedonale e il traffico non era quello di oggi.
Era la "Rambla".
L'arteria pulsante di una città indimenticabile.
Nel sentire e vedere cosa è successo sulla Rambla, ieri,
alle cinque della sera, mi ha fatto inorridire.
Ho capito che nel mondo esistono persone che odiano la libertà.
Per questo amano la morte. E per questo, invece di postare qualche foto dell'orrendo massacro islamista, preferisco mostrare la bellezza della civiltà catalana, con la Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
L’ "amico del clero” Entropia ha un pensiero fisso nella mente: combattere i preti pedofili e in genere la Chiesa. Quindi è alla ricerca, in tutti i siti anticlericali, di
qualche novità al riguardo, anche se la pedofilia clericale è ora a livelli bassi, mentre
cresce in modo esponenziale la pedofilia al di fuori della Chiesa e soprattutto
in ambito familiare, purtroppo.
A questo "amico del clero" dedico questo post.
Mi piacciono i film western, sono i miei preferiti. Mi affascina soprattutto la
figura del bounty killer, cavaliere con qualche macchia ma senza paura, che
combatte i criminali più pericolosi, per qualche dollaro in più (si fa quel che
si può...).
Ma questo coraggioso e astuto combattente non è finito con il mitico West. L’ho
trovato per mia fortuna anche nel mitico Web.
Si tratta di un bounty killer un po’ speciale, dai gusti precisi; va in caccia
solo di una categoria di delinquenti: i preti.
Come vede una chiesa, istintivamente mette mano alla sua Colt virtuale e
comincia a perlustrare con fare minaccioso panche, confessionali, sacrestie e
oratori in cerca della preda, dead or
alive; e si meraviglia di quanti bambini, ragazzi e adolescenti frequentino
ancora questi luoghi malfamati.
Porta sempre in tasca la lista dei preti pedofili; e in questi tempi di vacche
magre, in cui essi cominciano a scarseggiare, si consola tirandola fuori e
pubblicandola periodicamente.
Ma è un po’ depresso. E così, mentre dà la caccia all’ultimo dei mohicani, non
si accorge che sotto il suo naso stanno passando i partecipanti alla festa dell'orgoglio pedofilo, gli esponenti dei partiti pedofili e coloro che manifestano per la
legalizzazione della pedofilia. Non sente rombare sopra il suo capo gli aerei
carichi di turisti sessuali pedofili verso il Brasile, la Tailandia, Cuba… E
mentre posta per l’ennesima volta la solita lista di preti, si imbatte nel Web in
centinaia di siti pedopornografici.
Con la sua Colt appoggiata accanto alla tastiera, cerca nei giornali on line
qualcosa di pedoclericale; e così vede scorrere davanti ai suoi occhi, senza
farvi troppa attenzione, violenze pedofile ovunque: genitori snaturati,
compagni che violentano i figli delle compagne, e viceversa, parenti pedofili,
amici pedofili, vicini di casa pedofili, estranei pedofili, insegnanti
pedofili, allenatori pedofili...
Sconfortato perché la caccia non è stata fruttuosa, decide un’ultima e
disperata mossa: chiedere qualche notizia nuova al più famoso bounty killer del Web, Don Fortunato Di Noto.
È un prete, però. Pazienza! cosa non si farebbe, per qualche prete in meno...
Qualche decennio fa sono stato in Irlanda, insieme al coro
di cui facevo parte, per un concorso polifonico nella città di Cork.
Per il volo ci servimmo della compagnia aerea irlandese Aer
Lingus. Il logo della compagnia era una bella immagine di trifoglio (“shamrock”).
San Patrizio, che convertì l’isola, nel IV-V secolo, prima
di entrare in Chiesa coglieva una piantina di trifoglio e mostrandola poi alla
gente nella predica diceva: “Ecco un’immagine della SS. Trinità, questa
piantina di trifoglio: tre foglioline, una piantina sola”. Da allora lo “shamrock”
è diventato il simbolo dell’Irlanda.
Un modo umile per avvicinarsi al mistero più grande della fede cristiana.
La seconda cosa che mi colpì fu all’atterraggio. L’aeroporto
era pieno di bandiere “italiane”. Rimanemmo tutti un po’ meravigliati. Va bene
che il nostro coro era stato invitato per essere noto nel campo della
polifonia, ma non credevamo di avere un’accoglienza così calorosa…
Poi ci dissero che non erano tricolori italiani, ma
irlandesi; il rosso in effetti mi sembrava troppo sbiadito.
La terza cosa che mi sorprese fu il “fiume” di Cork. Le luci
notturne della città si riflettevano sul bel corso d’acqua, quasi come un
Lungarno fiorentino. Quando però la mattina ci alzammo e uscimmo dall’albergo,
il fiume era letteralmente sparito. C’era solo un rigagnolo nel fondo dell’alveo…
Ridemmo, nel dire che gli Irlandesi se lo erano bevuto tutto, loro che bevono solo whiskey e birra,
specialmente la Guinness.
L’albergatore ci spiegò che non era un fiume, ma un fiordo,
e l’alta e bassa marea (lì molto rilevante) determinava l’alzarsi e l’abbassarsi
dell’acqua.
Erano i primi giorni di maggio; non passava giorno che non
piovesse. Una pioggerellina che gli Irlandesi quasi neppure notavano. Si
muovevano senza particolari accorgimenti come se fosse il sereno. Parlando nel
nostro inglese scolastico venimmo a sapere di un proverbio che dice: “In
Irlanda, tra un temporale e l’altro, piove”.
Allora tutto ci fu più chiaro.
Un ricordo bellissimo di quella gente festosa, accogliente e musicalmente molto preparata. Non c’era casa dove non ci fosse uno strumento
musicale: un vecchio pianoforte verticale, un flauto dolce o traverso, un oboe; ma
soprattutto l’arpa. Quella irlandese, of
course.
Ma nel nostro broken
English capimmo che loro preferivano parlare il gaelico, e così imparammo anche
il nome della città: Corkaigh.
Uno dei più grandi desideri di Papa Francesco è di andare a
far visita al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril I.
L’intenzione è ovviamente quella di cercare un riavvicinamento della Chiesa Cattolica con la Chiesa Ortodossa della “terza Roma”.
Con la Chiesa Ortodossa della “seconda Roma”, cioè Costantinopoli
(Istanbul), gli incontri sono frequenti, iniziati già a partire da Paolo VI al
tempo del Concilio Vaticano II.
Papa Francesco ha già incontrato il Patriarca Kiril a L’Avana
il 12 febbraio dello scorso anno, e i due hanno firmato una dichiarazione
congiunta, che è già un fatto clamoroso.
La Cuba “comunista” ha favorito l’incontro
con il Papa e il Patriarca. Lo Spirito soffia dove vuole...
Ma Papa Francesco vorrebbe andare a trovare gli Ortodossi a
casa loro, nella Santa Russia.
Intanto, come augurio per questo quarto anno di pontificato, facciamo arrivare a Mosca la musica argentina. Ovviamente un tango, e uno dei più celebri, composto da
Astor Piazzolla: “Libertango” (1974).
Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.
Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o
sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a
disegnarlo.
Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi
hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.
In prima liceo classico, come è noto, si inizia lo studio
della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il
termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece
riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo
“assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il
significato etimologico: absolutus, “sciolto
da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò
di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si
univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante,
da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale
nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella
ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più
profonda convinzione.
Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva
sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei
comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un
faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono
oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del
bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona
nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un
corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele,
uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge
mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua
vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei
figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con
Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna
barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata
libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né
uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di
vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella
che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio
come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.
Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una
scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e
signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo
in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si
volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi
degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più
tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie
aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla
fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il
mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere
un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento
nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le
dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi
rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su,
non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono
necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato
la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si
faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza
tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate
parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare
la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito
rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella
è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino
alla pensione. Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel
pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato”
la vita (se non altro scolastica).
Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.
Dopo l'orrendo massacro di Istanbul nella notte di capodanno 2017 da parte dei jihadisti dell'isis e nel quale sono state uccise 39 persone, voglio postare un canto natalizio in attesa dell'Epifania.
Si tratta della celebre "The Huron Carol", scritta nel 1643 da Jean de Brébeuf, gesuita, che evangelizzò con altri 7 suoi confratelli il popolo degli Uroni in Canada. Fu scritta nella lingua di quella gente: "Jesous Ahatonhia" (Gesù è nato) e cantata in una melodia popolare francese dell'epoca.
Posto questo canto per più motivi.
Anzitutto perché l'Epifania è la manifestazione di Gesù come salvatore di tutte le genti; dunque, la festa di tutti i popoli, rappresentati dai Magi, ricordati nel canto.
È stato scritto nella lingua di un popolo considerato dagli europei incivile. Ma non la pensavano così quei missionari francesi.
È un canto che invita alla gioia e alla pace.
È considerato la più antica canzone natalizia del continente americano.
Gli Uroni, che occupavano una vasta zona tra gli attuali Canada e Stati Uniti, si convertirono alla fede cristiana con l'intelligente ed eroica testimonianza di quei missionari.
Ma questi missionari, in un breve lasso di tempo, furono tutti uccisi dopo atroci torture dagli Irochesi, nemici degli Uroni.
Anche nel 1649, l'anno del martirio di Jean de Brébeuf, c'era chi predicava la pace e la fratellanza e veniva ucciso. Evidentemente in 400 anni ancora qualcuno (molti purtroppo) non hanno capito nulla di religione, né di fratellanza.
Non hanno capito la straordinaria lezione di vita e di cultura di Jean de Brébeuf e Compagni. Questi, sì, veri martiri, i Martiri Canadesi.
Jesus is born (Jesous Ahatonhia)
'Twas in the moon of wintertime when all the birds had fled
That mighty Gitchi Manitou sent angel choirs instead; Before their light the stars grew dim and wondering hunters heard the hymn Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
Within a lodge of broken bark the tender babe was found;
A ragged robe of rabbit skin enwrapped his beauty round But as the hunter braves drew nigh the angel song rang loud and high Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
O children of the forest free, O son of Manitou
The holy child of earth and heaven is born today for you
Come kneel before the radiant boy who brings you beauty peace and joy
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
The earliest moon of wintertime is not so round and fair
As was the ring of glory on the helpless infant there
The chiefs from far before him knelt with gifts of fox and beaver pelt
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria.
Il sole si è fermato nel suo punto più basso. Non ne poteva più, dopo aver visto ciò che è accaduto in questi giorni.
Un agente della sicurezza turca spara alle spalle all'ambasciatore russo in Turchia, mentre questi stava parlando di quadri d'arte. Una volta gli ambasciatori non portavano pena (come dice il proverbio); ma quel criminale fanatico spara più volte, uccidendo al grido di "allah u akbar".
Nello stesso giorno, 19 dicembre, un tir travolge un mercatino di Natale a Berlino, davanti alla Chiesa della Memoria. Una strage orrenda: 12 morti, quasi certamente 13 con la nostra Fabrizia Di Lorenzo. Il folle omicida è un tunisino "soldato dell'isis", cioè di quel sedicente stato islamico che ha come scopo l'uccisione degli infedeli, nel nome di allah akbar.
Tre giorni prima a Damasco una bambina di 7 anni, col beneplacito della famiglia, è stata imbottita di esplosivo ed è stata fatta saltare in aria in una stazione di polizia uccidendo due agenti, sempre nel nome di allah akbar.
Spossato da queste notizie oggi il sole si è fermato.
Domani forse ci ripenserà e ricomincerà il suo giro: deve arrivare in tempo al 25 dicembre, per portare al mondo la lieta notizia del Natale di Gesù.
Se non arriva il Natale, arriva allah akbar, quello che ordina - come Erode - di uccidere gli innocenti, anche di 7 anni.
Per questo il sole domani sorgerà di nuovo e continuerà il suo cammino.
Nella foto: la bambina di 7 anni, "volontaria" kamikaze, salutata dal padre (!)
Lupi (ma io direi vermi)
solitari, cellule organizzate, gruppi jihadisti, boko aram, al-nusra, al-kaeda,
fino ad uno stato territoriale, l’isis: un crescendo mostruoso di disumanità, frutto
di una ideologia aberrante.
Tutta gente che ha come unico
scopo conclamato l’eliminazione fisica degli “infedeli”, cioè noi.
E con tutti i mezzi possibili.
Ora va di moda il tir, a Parigi come a Berlino, ieri sera 19 dicembre.
E con l’impiego di qualsivoglia fedele di “allah il misericordioso”, compresa una bambina kamikaze di 7 anni (!)
Ancora una volta siamo qui a
piangere vittime innocenti dell’ennesimo attentato islamico: 12 morti, oltre
quaranta i feriti di cui alcuni gravissimi, nonché alcuni dispersi, tra cui un’italiana di 31 anni, Fabrizia
Di Lorenzo, per la quale si teme il peggio.
È il solito augurio di Buon
Natale islamico. Lo hanno già fatto al Cairo, ora lo hanno ripetuto a Berlino,
proprio in mezzo ad un mercatino natalizio e davanti alla famosa Chiesa della
Memoria, simbolo di pace tra le nazioni.
In compenso, non sono solo gli islamici
a voler cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra. Ci sono anche
tanti solerti laicisti nostrali, come quell’inqualificabile dirigente scolastica
di Pontevico, nel bresciano, che ha cancellato dai canti natalizi il nome di Gesù,
per non disturbare i manovratori musulmani…
E sappiamo quanto i manovratori
musulmani abbiano bisogno di non essere disturbati, per colpire con precisione
la gente che affolla i mercati di Natale.
La festa di Natale senza il nome
di Gesù nei canti natalizi…
Ma il Natale di chi?
Nel riquadro della foto in alto, Fabrizia Di Lorenzo
Ieri Papa Francesco ha compiuto 80 anni; e in buona forma, a
quanto è dato vedere!
Un grande e affettuoso augurio di una serena e sempre attiva “vecchiaia”
(parola che il Papa stesso ha usato).
Ciò che ammiro di più in Papa Francesco è il coraggio di
aver iniziato e portato avanti con grande fermezza la "pulizia" del Vaticano. Ha preso la ramazza in mano e non intende mollarla.
Benedetto XVI non c’è riuscito. I “poteri forti” lo hanno
costretto a lasciare.
Papa Francesco invece ha mostrato un carattere più forte dei
“poteri forti”, per cui spero che porti a termine l’operazione “nettezza
vaticana”.
Un altro aspetto che mi ha impressionato è la sua povertà
evangelica messa in atto nella forma più totale, “sine glossa” (il nome
Francesco del resto lo faceva presagire). Lasciare il Palazzo Vaticano (nonché la
residenza di Castel Gandolfo) e ridursi a vivere a S. Marta, in un bilocale di
50 metri quadrati, è qualcosa che lascia ammutoliti. Un esempio per tutti coloro
che hanno privilegi di ogni genere, a cominciare dal mondo della politica, diventato
ormai una cloaca massima, che ci sta ammorbando con il suo insopportabile
tanfo.
Sento anche molto vicino alla mia sensibilità la sua insistenza sulla misericordia divina, che si manifesta nella misericordia per i peccatori. Qualcuno si è scandalizzato (!). È giusto sottolineare questo aspetto, che corrisponde al cuore del messaggio evangelico:
“Sono venuto a cercare e salvare chi era perduto” (Lc 19, 10).
Un ultimo aspetto voglio mettere in rilievo. La sua grande
semplicità, il suo feeling con la gente più umile, più povera, con gli ultimi.
Le tante periferie del mondo e della vita sono davvero il suo centro d’interesse
prioritario, la sua vera “city”.
E con ragione, se vuole essere il primo discepolo di Cristo,
che è venuto ad annunciare ai poveri la “buona notizia”.
Devo anche dire che talvolta mi disorienta la sua disarmante
fiducia nell’accoglienza ad ogni costo. Forse un richiamo anche alla vigilanza
(“Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”; Mt 10, 16) sarebbe molto
opportuno. Spero che anche su questo punto l'ormai ottuagenario Papa Francesco batta
un colpo. Allora saremo al top in assoluto.
Auguri, Papa
Francesco! E da parte mia non mancherà quella preghiera che sempre chiedi a tutti i fedeli.
Ieri, in una Chiesa nei pressi della Cattedrale del Cairo, sono state uccise oltre 25 persone e ne sono state ferite una cinquantina in un orrendo attentato islamico.
Un attentato al tritolo, avvenuto in un luogo sacro e nel momento più sacro della fede cristiana: durante la celebrazione della Messa.
È il solito "augurio di Buon Natale", caro agli islamici, gente pacifica e rispettosa delle altre religioni, a loro dire. Tutti ricordiamo ancora ciò che accadde ad Alessandria d'Egitto nella Messa di Capodanno del 2011 (21 morti). Dal 2013 a oggi si contano in Egitto oltre 40 attentati contro i cristiani.
Considero ormai da tempo l'islam non una religione, ma una ideologia intollerante, perché il corano insegna l'eliminazione degli "infedeli" (cioè noi) o la loro sottomissione. Ed è quello che gli islamici fanno nei paesi dove sono maggioranza, ed è quello che vorrebbero fare, con attentati sanguinari, nei paesi che li accolgono.
Sarebbe l'ora che Papa Francesco, invece di parlare solo di accoglienza, cominci a parlare con grande fermezza (come fece Papa Benedetto a Colonia) anche di questa intollerabile persecuzione nei confronti dei cristiani da parte degli islamici.
L'islam non è un' ideologia di pace e non potrà mai esserlo, perché il corano lo vieta: la jihad è un dovere per loro. Le donne saranno sempre schiave dell'uomo perché il corano lo comanda: non saranno mai emancipate. Gli islamici non accetteranno mai di integrarsi con altre culture, perché l'unica "cultura" è la loro.
Ho un grande rispetto e amore per Papa Francesco. Ma quando si addormenta un po', allora il popolo cristiano ha il dovere di svegliarlo e di richiamarlo alla realtà: Papa Francesco, svegliati! gli islamici perseguitano e uccidono i cristiani in tutto il mondo!
Non mandare solo generici messaggini senza indirizzo...
Ieri, Solennità di Cristo Re dell'Universo, Papa Francesco ha chiuso la Porta Santa della Basilica di S. Pietro portando così a termine il Giubileo Straordinario della Misericordia, iniziato ufficialmente l'8 dicembre 2015, ma anticipato il 29 novembre con l'apertura della Porta Santa della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centro-Africana.
Tra l'altro l'arcivescovo di quella poverissima Chiesa è stato fatto cardinale nel concistoro di due giorni fa, con altri 16 confratelli, uno solo italiano. Il Papa è andato a scegliere i nuovi porporati dai luoghi più diversi e taluni impensati: Bangladesh, Isole Mauritius, Papua Nuova Guinea, Venezuela, Messico, Stati Uniti, Brasile, Siria, Albania... Una chiesa sempre più universale, sempre meno eurocentrica, sempre più vicina ai poveri. Come è giusto che sia.
Il messaggio che Papa Francesco ci ha voluto lasciare con questo giubileo è stato ribadito dalla sua mirabile omelia, di fronte a un'immensa folla in Piazza S. Pietro: "Si chiude la porta santa, ma rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo".
Nonostante tutto, nonostante le nostre miserie, Dio è sempre
pronto ad accoglierci: "Dio non ha memoria del peccato, ha
detto con forte espressione, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi
figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi".
Un messaggio che ci dona serenità interiore, e ci dà forza
per andare incontro ai problemi del mondo attuale con grande apertura di
cuore.
Come degna conclusione musicale di questo Anno Santo della Misericordia, mi pare opportuno ascoltare dal "Magnificat" di J. S.
Bach, l'incantevole versetto "Et misericordia eius", BWV
243, per contralto, tenore e orchestra.
"Et misericordia eius a progenie in
progenies timentibus eum" (Lc 1, 50).
Di generazione in
generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Oggi Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco.
Certo, se non fosse santa lei, per noi ci sarebbe poca speranza...
Tutti la conosciamo bene, per cui non c'è bisogno di ricordare vita, morte e miracoli di questa donna straordinaria in tutto, ma soprattutto nel suo amore verso i poveri più poveri, verso gli ultimi della terra.
Una "matita di Dio", come amava definirsi, che ha fatto un disegno così mirabile che il Maestro stesso ne è rimasto affascinato.
E l'ha nominata insegnante di ruolo di disegno, a tempo infinito, per tutte le classi del mondo di ogni ordine e grado.
Santa Madre Teresa, prega per noi! Soprattutto perché sappiamo usare bene la matita del computer...
Mi riferisco non al detto inventato e messo in bocca a Galileo dopo la sua abiura di fronte al S. Uffizio romano; ma all'iniziativa dei musulmani francesi e italiani di partecipare alla S. Messa di ieri, per onorare P. Jacques Hamel e prendere le distanze dai terroristi islamici.
È stato un gesto di grande valore: l'islam per la prima volta ha dato un segno chiaro di rifiuto della violenza religiosa (la famigerata jihad) e ha cercato di mostrare in concreto il volto di "allah il misericordioso". Un islamico in chiesa per pregare non si era mai sentito dire. Ieri in Italia erano oltre 20.000.
Se son rose, fioriranno. Del resto Papa Francesco ha detto nella Giornata Mondiale della Gioventù appena conclusa a Cracovia che noi dobbiamo essere seminatori. È Dio che fa germogliare e portare a termine la maturazione.
In contemporanea l'Isis ha messo in rete una foto in cui un suo truce adepto abbatte una croce da un campanile e cerca di sostituirla con il lugubre vessillo nero del califfato: "Break the Cross", rompete la Croce.
Una cosa è rompere una croce di legno o di ferro, e perfino tagliare la gola ad un santo sacerdote, altra cosa è pensare di abbattere la Croce di Cristo piantata nel cuore del mondo.
Non ci sono riusciti nemici potenti, né secoli di persecuzioni. Figuriamoci se ci riuscirà il fante di picche al-Baghdadi.
Sgozzare in Francia un sacerdote cattolico durante la celebrazione della S. Messa ci mancava, nella disgustosa casistica del terrorismo islamico.
Una escalation dell'orrore, che fa comprendere con sempre maggior chiarezza (se ancora ce ne fosse bisogno) la motivazione di fondo di questi atroci attentati che stanno insanguinando l'Europa: la "guerra santa" all'infedele.
È scritto nel corano, lo ha fatto Maometto; i califfi e poi i sultani se ne sono serviti per distruggere la civiltà cristiana intorno al Mediterraneo e oltre.
Quello che accade oggi non è che la continuazione di questa lunghissima scia di sangue.
Questa volta i pericolosi infedeli erano un prete di 86 anni, due suore e alcuni popolani che stavano pregando. Il prete, Jacques Hamel, della parrocchia di Saint-Etienne-du-Rouvray, vicino a Rouen,aveva scritto ultimamente nel giornale parrocchiale:
"sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, e a farne, là dove abitiamo, un mondo più caloroso, umano, fraterno. Un tempo per l’incontro, con le persone a noi vicine, gli amici: un momento per prenderci il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano".
I due jihadisti evidentemente non l'avevano letto; sono rimasti alla scimitarra. Affiliati all'Isis, sono stati poi uccisi dalle forze di sicurezza, allertate da una suora sfuggita agli attentatori.
Questo in sintesi il bollettino della guerra santa islamica in Normandia oggi: profanato un luogo sacro, tagliata la gola ad un prete di 86 anni e a un altro anziano, prese in ostaggio due suore e gente che prega. Nel nome di allah, il misericordioso.
Figuriamoci se fosse vendicativo...
Da oggi possiamo aggiungere alla lista dei santi martiri il sacerdote Jacques Hamel, al pari dei vescovi Oscar Romero e Thomas Becket, uccisi in epoche diverse nello stesso modo: nelle loro chiese, all'altare.
Sembra che il problema principale del nuovo orrendo attentato a Monaco di Baviera, in cui sono rimasti uccisi 10 giovani (tra cui l'attentatore) con decine di feriti, per la stampa tedesca ed europea sia una (surreale) dimostrazione che l'attentatore nulla abbia a che fare con l'Isis, la jihad, l'islam.
Si tratterebbe invece di un giovane fuori di testa, che avrebbe voluto vendicarsi di presunti torti subiti a scuola per parte dei compagni (ma ora non sono in vacanze?)
Di fatto il presunto mentecatto, dal tipico nome germanico Alì, aveva una pistola da guerra, trecento proiettili, ed era di origini iraniane, se pur nato e vissuto a Monaco. Durante il massacro è stato sentito urlare "allah u akbar", che con la lingua tedesca ha ben poco a che fare.
Se i media tedeschi ed europei si accontentano di definirlo solo un pazzo scatenato (ma la gente del quartiere in cui è vissuto non lo ha descritto così), contenti loro. Ma i tedeschi han capito benissimo.
In alto loco non si vuol capire che il virus di odio portato dall'islamismo non ha bisogno di dichiarazioni di militanza, ma semplicemente di esecutori, chiunque siano e con qualunque mezzo: un tir, un'ascia, un'arma da guerra. Un jihadismo fai-da-te.
Infatti nel mondo musulmano si è fatto festa per questa ennesima strage, e l'Isis ci ha messo pure il cappello sopra.
Ora i poveri morti del Centro Commerciale Olimpia di Monaco possono riposare tranquilli: non sono stati uccisi da un fanatico musulmano dell'Isis, ma solo da un malato di mente che, non sapendo che fare, venerdì pomeriggio ha preso un'arma da guerra e 300 (trecento) proiettili e ha fatto una strage.
Ma i mass media europei ci verranno anche a dire che Cristo è morto dal freddo?
Un pensiero commosso e una preghiera per le vittime di questa ennesima orrenda furia omicida.
Non abbiamo finito di piangere le 23 vittime della sciagura
ferroviaria della Puglia, quando ad essa si aggiunge l’orrore ancor più tremendo
(se possibile) della strage di Nizza.
Non la fatalità, non l’errore umano, non l’obsolescenza dei
sistemi di sicurezza, ma una furia omicida cieca e feroce ha spinto un terrorista
islamico, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, a lanciare a tutta velocità un tir nella Promenade lungomare in mezzo alla folla che festeggiava il 14 luglio, uccidendo 84 persone
e ferendone più di un centinaio, di cui 18 in gravissime condizioni. Molti i bambini travolti e schiacciati, mentre
guardavano i fuochi d’artificio...
Sappiamo cosa significhi il 14 luglio per i francesi e per
tutto l’Occidente. È la presa della Bastiglia, simbolo della fine dell’ancien régime e inizio della moderna
democrazia.
Esattamente l’opposto dei sistemi islamici in genere: potere
assoluto, dominio di pochi, asservimento del popolo con la sharia,
indottrinamento sistematico ed eliminazione degli avversari e dei diversi.
Noi siamo gli infedeli, quelli che il corano dice di
eliminare o di sottomettere all’islam. Una pseudo-religione più spettrale della
Bastiglia, più oppressiva dell’ancien régime. Una cupa visione dell’uomo e (soprattutto)
della donna.
Aveva ragione il grande storico belga Henri Pirenne: il
medioevo non nasce con la caduta dell’impero romano, né con la calata dei
barbari, ma con l’avvento di Maometto. I barbari si integrarono con i popoli
latini, dando vita alla grande civiltà comunale e all’Europa moderna.
Maometto e i suoi califfi fecero di tutto invece per
eliminare le tracce della nostra civiltà, finché si trovarono di fronte al vero
fondatore dell’Europa: Carlo Magno.
Oggi di Carlo Magno è rimasto solo il nome, dato a un
palazzo dell’Unione Europea a Bruxelles. Ma dentro a quei palazzi europei, di “magno”
c’è rimasto solo il verbo "magnare".