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venerdì 26 ottobre 2012

Ottobre Russo!




In questi giorni di fine ottobre si ricorda la Rivoluzione Russa del 1917.
Ogni anno di questi tempi mi piace soffermarmi un po’ da quelle parti.
Non posso negarlo. La storia della Russia mi piace. Anzi, per essere più precisi, mi affascina, mi ha sempre affascinato.
Neppure l’immane disastro della dittatura sovietica è riuscito a cancellare in me questo amore viscerale.
Dico subito il perché.
Io penso che nessun popolo o nazione o stato abbia una storia paragonabile a quella russa. Forse solo l’antica Roma può vantare il primato, dalla  quale del resto la Russia ha ereditato sia il simbolo dell’aquila imperiale, sia il nome del capo supremo: Caesar (Cesare), Csar, Zar.
La storia russa mi colpisce per la sua immane grandezza, in ogni suo aspetto, nel bene e nel male. Tutto nella Russia appare spropositato, quasi “senza misura”.
Immenso è il territorio di cui parliamo, 17 milioni di Km2 (55 volte l’Italia),  il più grande del mondo, che copre ben 11 fusi orari (in realtà 12). Quando sorge il sole a Vladivostok, sull’Oceano Pacifico (!), nella parte più occidentale del paese (Kaliningrad, in Europa) siamo ancora al tramonto del sole del giorno precedente.
Con questa sequenza di ore, il capodanno è festeggiato 11 volte, e quanto scocca la mezzanotte nella parte più orientale (la Kanciacca), a Mosca ad esempio sono ancora le 15 dell’anno vecchio.
La Transiberiana, costruita dagli Zar, ha un percorso di oltre 9 mila km, ancor oggi la ferrovia più lunga del mondo.
Negli inverni siberiani si sono acclimatati villaggi e intere città (citerò solo Tomtor, Jakutsk, Ojmjakon) con temperature che scendono anche sotto i –60 e perfino i –70 gradi centigradi. Mi fa freddo solo a scriverle, queste cose! 
Non essendoci catene montuose significative (tranne quella modesta degli Urali e i monti siberiani sui confini), gli orizzonti sono praticamente illimitati, infiniti.
Lunghissimi i fiumi: il Volga con i suoi 3530 km è il più lungo d’Europa; l’ Ob, il Jenissej e la Lena con i loro 4000 e passa km fanno a gara con i più lunghi del mondo.  Immensi i suoi laghi (Ladoga, Onega, Baikal), ed  uno ha le dimensioni di un mare: il Mar Caspio, che con i suoi 371.000 km2 è il più grande del mondo e supera in estensione da solo l’intera Italia.
Si potrebbe continuare a lungo con queste note esteriori. Ma in questi sterminati territori si sono svolte, per dirla con il Manzoni, “luttuose traggedie d’horrori, e scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi d’imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche” (I promessi sposi, Introduzione).
La Russia, anzi, la Santa Russia, ha fermato i Tartari con Ivan il Terribile (bisognava essere proprio “terribili” per fermarli), salvando tutto l’Occidente cristiano da Nord-Est.
Ha fermato Napoleone, che nessuna coalizione di nazioni sembrava fermare; lo ha fermato, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, nella sua arroganza di pensare che fosse giusto tutto ciò che faceva, invece di fare tutto ciò che era giusto. E Napoleone aveva invaso contro ogni diritto internazionale la Russia allora neutrale e in pace.
Ha fermato Hitler nella sua folle avanzata per la conquista del pianeta, con l’eroico martirio di milioni di soldati.
Al tempo stesso, quella medesima Russia volle dare compimento ad una tragica utopia egalitaria, frutto del pensiero di uomini “ad una sola dimensione”, quella materialista. La Santa Russia fu sanguinosamente trasformata in uno Stato senza Dio, senza Chiesa, senza Religione, senza un passato. E senza voci di dissenso: un "pensiero unico", quello del marxismo-leninismo.
Così, quella Russia che aveva salvato l’occidente dai Tartari, si è presentata in Occidente col volto dei “nuovi tartari”; non a cavallo, ma con i carri armati:  in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia...
Fu quello il tragico inizio della fine dell’utopia comunista sovietica e l’inizio di una “primavera di popoli”; compreso quello russo, che deve ancora ritrovare il senso e la dignità della sua storia umile e grandiosa.
Mi vengono in mente le parole di Solgenitzin: “Senza quell’Uomo giusto non può sussistere né un villaggio, né una città, né il mondo intero” (La casa di Matriona). Non è difficile capire a chi si riferiva il grande dissidente cristiano.
Così come ugualmente affascinanti e profetiche risuonano le parole di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. E si riferiva non solo alla bellezza artistica, ma soprattutto alla bellezza spirituale e morale di Cristo.
Notissima (ma forse poco letta) la grande letteratura russa dell’800. Quella del 900 non le è paragonabile. 
Ma meno conosciuta ancora, forse per molti, è la nascita della musica russa moderna. Tutti conosciamo i grandi compositori di fine 800 e del 900: in particolare  Rimskij-Korsakov, Tchaikovskij, Rachmaninov, Prokovief, Shostakovic...
Tutto è iniziato però con Glinka, nel 1836 a S. Pietroburgo. Fino ad allora non esisteva una musica classica russa. Alla corte degli zar venivano chiamati compositori italiani, francesi, austriaci, tedeschi. Era quella la musica che contava e che piaceva.
Michail Glinka (1804-1857), amico dei compositori italiani, francesi e tedeschi, volle dare inizio ad una musica che non fosse solo imitazione di questi, ma che prendesse spunto e significato dalla tradizione russa, religiosa e civile.
Nasce così la prima vera e grande opera russa: “Una vita per lo Zar”, nel 1836. Dopo quest’opera ne vennero altre, ma soprattutto fu di stimolo e di esempio ad altri musicisti che continuarono e portarono a compimento questa grande avventura: dare alla Russia una musica propria.
Fu soprattutto Balakirev e il suo “Gruppo dei Cinque” (Cui, Borodin, Mussorgskij, Rimskij-Korsakov, e ovviamente Balakirev)  che nella seconda metà dell’800 fecero rifiorire l’arte musicale nell’impero degli Zar. 
Così possiamo dire che tutti i più grandi musicisti russi sono eredi di Balakirev e prima ancora di Michail Glinka.
I bolscevichi, nel 1918, sterminarono la famiglia dello Zar, compresi i membri più giovani, tra cui il tredicenne Aleksej, malato. Così, tragicamente, alla maniera russa, finì la dinastia dei Romanov.
Con il canto finale dell'opera, «Славься, славься, святая Русь!» (Gloria, gloria, Santa Russia!), vogliamo onorare anche l’ultimo Zar di tutte le Russie, Nicola II, giustiziato ingiustamente.
“Una vita per lo Zar” era stata dedicata da Glinka allo Zar regnante,  Nicola I.
Basta aggiungere una iota.


Orchestra e Coro del Bolshoi di Mosca.