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domenica 13 gennaio 2019

Iniziare l'anno con Mozart in Do minore





Tra le 18 sonate per pianoforte scritte da Mozart, solo due sono in tonalità minore: la K 310 in La minore e la K 457 in Do minore.

Ho già postato la K 310, sia per la bellezza del brano, sia perché il suo spartito era spesso aperto sopra il pianoforte del mio carissimo maestro Fosco Corti. Quell' acciaccatura iniziale sul Mi la rende inconfondibile e affascinante.

Ma per aprire alla grande il nuovo anno 2019 (sono in ritardo?), se vogliamo postare la più bella delle Sonate per piano di Mozart, bisogna ricorrere alla K 457, la n. 14, del 1784. Un brano che supera nel tempo e nello spazio tutte le strutture consuete di una sonata di fine '700. Un unicum che lascia stupefatti e che ribadisce quale genio abbiamo di fronte. Qualcuno ha scritto che questa sonata anticipa e prepara le sonate di Beethoven.

Ma è una Sonata in Do Minore, una tonalità che Mozart usa solitamente per esprimere disagio, forse sofferenza e dolore. E in effetti la vita del genio di Salisburgo non fu tutta rose e fiori, anche se la sua musica appare quasi sempre gioiosa e "rilassante".

Anche nelle tonalità minori, questo eterno giovane della musica non riesce mai ad essere triste e le sue note, anche le più cupe, lasciano sempre un senso di pace e di serenità.

E allora, che l'anno continui in pace e serenità, come la musica di Wolfgang Amadeus Mozart!




martedì 23 ottobre 2018

Una suora alla pedaliera di Bach





Nella storia della musica alcuni brani sono, per così dire, "patrimonio mondiale dell'umanità". Si tratta di quei brani di cui basta accennare l'incipit, tre o quattro note, e subito si squadernano nella nostra mente. 

Anche la persona meno preparata musicalmente li ha interiorizzati, e in certe occasioni li esteriorizza per definire con più efficacia o per rafforzare una situazione. Penso ad esempio alle prime note della V sinfonia di Beethoven: pa-pa-pa-pa--! pa-pa-pa-pa--! (sol-sol-sol-mi♭--fa-fa-fa-re--). Popolarmente esprimono una conclusione irrimediabile.
Se invece si vuol dare la carica, allora si ricorre alla marcia dell'Aida...

Non intendo portare altri esempi, né fare una hit parade, che andrebbe dal canto gregoriano alla musica contemporanea!

Voglio solo esprimere il mio parere su quale di questi numerosi brani universalmente noti rappresenti la quintessenza della musica stessa, in certo senso ne costituisca  l'esempio più perfetto e forse il più celebre: la Toccata e Fuga in Re minore di Bach. È del 1703,  Bach aveva 18 anni...

Oggi compio 73 anni e di fronte a tanta grandezza mi sento davvero "prope nihil", quasi niente, per dirla con S. Agostino.

Non sono mai riuscito neppure ad eseguirla adeguatamente (il pedale non è uno scherzo!), e così mi accontento di ascoltarla.

Volevo postare un grande organista, poi ho preferito la rarità di un'organista (con l'apostrofo), e per di più suora: Mihovila Tenzera

Non sarà il massimo della interpretazione ma si tratta indubbiamente di una buona performance.

Complimenti Sorella Mihovila! 




domenica 9 settembre 2018

Vent'anni dopo





Non mi riferisco al celebre romanzo di Alexandre Dumas père, quello dei tre moschettieri, anzi quattro.

Mi riferisco a vent'anni dopo Lucio Battisti, la cui voce si è spenta il 9 settembre 1998. Ma non si è spenta la sua musica, non si è spenta la sua immagine, non si è spenta la sua fama.

Sono cambiati i gusti, sono cambiati gli stili, sono cambiati i personaggi, sempre più appariscenti e high tech. 

Ma quando quel tuo filo di voce risuona in una traccia di un disco, il resto è silenzio.

Vent'anni dopo sono un nulla per la bellezza delle tue canzoni, sempre attuali, sempre affascinanti, anche per i millenials e per chi non ha avuto la fortuna di sentirle dal vivo.

Per ricordarti e per ringraziarti dei colori con cui hai disegnato la mia giovinezza, voglio stanotte riascoltare L'aquila, del 1972 (ma la pubblicazione è del 1971, come vedo dalla partitura delle edizioni musicali Acqua Azzurra che ho sotto gli occhi). 

Ma come un'aquila può
diventare aquilone?

Sarai sempre un'aquila, carissimo Lucio, che vola ad altezza sublimi.


martedì 1 maggio 2018

1 Maggio: Il lavoro e la dignità umana




Primo Maggio: festa del lavoro.

Il lavoro è ciò che sostenta l’uomo materialmente e lo realizza interiormente. Anche il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha voluto imparare un mestiere: da Figlio di Dio a "figlio di Giuseppe", il falegname.

Ho sempre desiderato insegnare, ho faticato per questo, senza risparmiarmi; ho potuto realizzare il mio desiderio, e ora che guardo da pensionato il lavoro svolto, mi sento abbastanza gratificato.

Oggi magari tutto è più complicato, in ogni settore. E quando il lavoro non realizza le aspettative delle persone, o quando scarseggia o manca addirittura, allora l’uomo entra in crisi e può perdere anche la fiducia in se stesso.

Per questo, all’inizio di questo mese, il più bello di tutti i mesi, “il maggio odoroso” del Leopardi (ricordate?), affido le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti noi all’aiuto materno di Maria, stella del mare: Ave, maris stella.

Il bellissimo testo liturgico latino, magnificamente musicato per quattro voci miste a cappella da Edvard Grieg (per il quale ho una particolare predilezione) e qui adattato per quattro voci femminili, è un’invocazione alla Madre di Dio, affinché allontani da noi ogni male e ottenga per noi ogni bene:
Mala nostra pelle, bona cuncta posce.

Maggio è il mese mariano per eccellenza.
Uniamo mentalmente la nostra voce con quelle delle 7 coriste lettoni per invocare la protezione e l’aiuto della Madre del cielo. 

Buon mese di maggio!


mercoledì 18 aprile 2018

Il 18 Aprile. La Lepanto democristiana





Ci sono alcune date nella storia dell’Italia moderna che hanno un valore fondamentale.

Ce ne sono in particolare due che hanno un legame cronologico con l’anno 2018 e con il 18 aprile.

La prima è il 1918. Cento anni fa sul fronte del Piave e del Grappa si combatté e si vinse la Grande Guerra (4 novembre 1918) che unificò l’Italia dal Brennero a Lampedusa. Il 4 novembre avremo modo di ricordare il centenario della vittoria.

Oggi invece, 18 aprile, si ricorda un’altra battaglia decisiva, questa volta politica, che fu combattuta tra il comunismo stalinista e la democrazia occidentale.

Il 18 aprile 1948, e cioè 70 anni fa, con la grande vittoria elettorale della Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, l’Italia relegava il Partito Comunista di Palmiro Togliatti all’opposizione. In quello stesso periodo, nelle nazioni dove vinse il comunismo, arrivò l’aiuto “fraterno” e cingolato del regime sovietico.

Fu una battaglia elettorale memorabile, combattuta paese per paese, casa per casa e perfino dentro casa. Straordinari per creatività e fantasia i manifesti e gli slogan di quella epica battaglia. Ma certamente lo slogan più azzeccato e più famoso fu quello dei democristiani: “Nel seggio elettorale Dio ti vede, Stalin, no!”

Per ricordare il 18 Aprile (1948), la nuova Lepanto della civiltà occidentale, e il suo carismatico vincitore Alcide De Gasperi, mi piace riascoltare le note che da bambino sentivo risuonare prima dei comizi democristiani nella piazza del mio paese: “O bianco fiore!”  Non è il massimo dell’arte musicale (Dario Fiori, 1906), ma quando gli altoparlanti diffondevano quelle note, il popolo democristiano fremeva di commozione e di speranza.

“Bandiera rossa la trionferà!”, cantavano invece i comunisti, alla toscana. Ma così non fu. Vinse il bianco fiore.



O Bianco Fiore

Udimmo una voce: corremmo all'appello,
il segno di Croce sta sul mio fratello !
nel segno struggente, di mille bandiere
vittoria alle schiere, di fiamme e d’ardor

Rit. O bianco fiore, simbol d'amore,
Con te la gloria della vittoria.
O bianco fiore, simbol d'amore,
Con te la pace che sospira il cor !
Con te la pace che sospira il cor !

Dai campi bagnati del nostro sudore
Veniamo crociati di Cristo nel cuore !
Veniamo e cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione, corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore

Dall'arse officine, dall'ardua miniera
Venite, su, alfine alla nostra bandiera!
Venite e cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione, corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore

La nostra falange di pace è foriera,
Chi soffre, chi piange, chi crede, chi spera;
Venite, cantiamo la nostra canzone:
Noi siamo legione: corriamo e vinciam !

Rit. O bianco fiore


sabato 31 marzo 2018

In attesa della Pasqua (Taizé)





Nel giorno in cui Gesù giace nel sepolcro, mi unisco spiritualmente alla Comunità di Taizé in attesa della Pasqua, e lo faccio ascoltando il canto "Ad te, Jesu Christe"

Ad te, Jesu Christe, levavi animam meam. Salvator mundi, in te speravi. 
A te, Gesù Cristo, ho innalzato la mia anima. Salvatore del mondo, in te ho sperato.

Un bel canone a due (maschile e femminile), che esprime bene la gioiosa speranza nella Risurrezione.



domenica 25 marzo 2018

I sette giorni che hanno cambiato il mondo




Sono ovviamente i giorni della la Settimana Santa che oggi ha inizio con la Domenica delle Palme e che si conclude con l’ottavo giorno della settimana: la Pasqua di Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.

La presenza di Cristo nella storia non è solo un vago ricordo di 2018 anni fa, ma una presenza viva, efficace, sempre attuale. Anzi, sempre un po’ più attuale della nostra pretesa modernità.
Senza Cristo, senza la sua Passione, Morte e Risurrezione il mondo non avrebbe senso.
Con Lui tutto acquista significato: il vivere e il morire, la gioia e il dolore, il peccato e la grazia.

E allora le altre religioni, o gli atei? Il Signore giudicherà secondo la retta coscienza di ciascuno.

Ma oggi più che mai, oggi che vediamo più da vicino le altre religioni, o a quale deriva ci sta portando l’ateismo occidentale, ci accorgiamo ancor più chiaramente che la fede cristiana, nonostante tutte le miserie umane di coloro che la professano, è l’unico fondamento dei veri valori umani.

Per questo “Adoramus Te Christe et benedicimus tibi; quia per Sanctam Crucem tuam redemisti mundum, qui passus es pro nobis, Domine. Domine, miserere nobis";  ti adoriamo Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo, tu che ha sofferto la passione per noi, Signore. Signore, pietà di noi.

La professiamo con le magnifiche note del più grande polifonista: Giovanni Pier Luigi da Palestrina, o più semplicemente Palestrina.

Un mottetto nelle quattro voci umane più naturali: soprani e contralti per le donne, tenori e bassi per gli uomini. E intessute in un’armonia perfetta: meno di due minuti di musica celeste, ma di valore inestimabile.

Buona Settimana Santa!

martedì 13 marzo 2018

Cinque anni fa...


















Un  lustro, avrebbero detto i puristi della lingua, un quinquennio; insomma, solo cinque anni.

Eppure sembra un secolo fa. Papa Francesco si affacciò alla loggia di S. Pietro e disse: "Fratelli e sorelle, buona sera!"

Dico la verità: rimasi molto sorpreso da quella elezione. Non conoscevo il card. Bergoglio, mi rimaneva poco orecchiabile il cognome e la faccia non mi sembrò la più fotogenica. Pensai: "Ma chi hanno fatto papa!?"

Mi intrigava invece un po' la provenienza; l'altra parte del mondo, quella agli antipodi; una nazione, l'Argentina, di sicura fede cristiana e (scusate se unisco i santi con i fanti) una grande potenza calcistica. Del resto si è poi scoperto che anche il Papa era un tifoso del S. Lorenzo di Buenos Aires (e come non essere tifosi, nella patria di Maradona e Messi...).

Cinque anni di cambiamenti epocali. Il Papa che va ad abitare in un monolocale di S. Marta e non nel vasto appartamento vaticano; un papa che gira in utilitarie senza blindature; un papa che si ferma tra la folla a sorseggiare una tazza di mate offerta da sconosciuti; uno che ti telefona di notte per sapere come stai, o che ti unisce in matrimonio in aereo...

Un pontefice che usa un linguaggio senza peli sulla lingua, quasi plebeo, quando è il momento di indicare lo scandalo dell'ingiustizia sociale o dell'arrivismo individuale; ma che sa trovare le parole più tenere quando abbraccia un malato terminale, un portatore di handicap, un carcerato...

Periferie esistenziali, cultura dello scarto, la corruzione puzza, il pastore deve avere l'odore delle pecore, siamo tutti migranti: sono alcune espressioni che Papa Francesco ha introdotto nel perbenismo borghese della società occidentale postmoderna.

Un Papa scomodo anche per la Chiesa. Non tutte le sue parole e i suoi atti sono condivisi, e talvolta può sembrare "monotono" con il tema dell'accoglienza, un'altra parola che ripete a ogni piè sospinto.

Anche a me  talvolta sembra un po' esagerato nell'insistere su questo argomento, qui in Italia, dove ogni giorno assistiamo a sbarchi di clandestini, con tutti i problemi connessi. Le ultime elezioni politiche sono una evidente risposta negativa a questo insistente richiamo.

Certo, l'accoglienza va fatta, ma va fatta nei limiti del possibile. "Il bene va fatto bene", diceva S. Alfonso; i flussi di migranti vanno regolati con decisione e chiarezza.

Fatto questo appunto, credo che dopo Papa Francesco la Chiesa non sarà più la stessa. Non potrà più rimanere alla finestra del Vaticano a guardare la gente che passa. Anche i suoi immediati predecessori non stavano certo "a casa". In particolare S. Giovanni Paolo II.

Ma Papa Francesco si muove con un altro atteggiamento: scende tra la folla, assume l'odore del suo gregge, va a cercare la pecora "perduta" delle periferie della vita, tenendo al sicuro le altre 99 che hanno meno urgenza di lui. È il cuore del messaggio di Gesù.

Ha ragione Benedetto XVI: chi dice che Papa Francesco non è nell'ortodossia è uno stolto. 

Detto da Papa Benedetto, anche il più critico dei detrattori di Bergoglio dovrebbe riflettere.

E mi fa molto piacere che accanto a questo uomo "indifeso" e alla mercé della folla ci sia sempre, un passo indietro, l'aretino Domenico Giani, la sua guardia del corpo, il suo bodyguard

Dio salvi Papa Francesco!

Auguri, Santo Padre!



Nella foto: Papa Francesco, il mate e Domenico Giani

giovedì 8 marzo 2018

Nella festa della donna, un canto di amore





Uno dei miei autori preferiti da giovane studente è stato Henrik Ibsen (1828-1906).

Leggevo i suoi drammi nell’edizione economica della BUR (ancora li conservo…). Mi affascinava la novità dei temi trattati, lontani dai nostri schemi abituali.

Mi colpivano in modo particolare le figure femminili, quasi sempre protagoniste, in lotta con gli stereotipi tradizionali, e quasi mai con lieto fine.
Donne che non accettano finzioni o che cercano l’amore autentico, come Nora, in Casa di Bambola, o Ellida, La donna del mare, o Rebecca in Rosmersholm; e Solvejg, disposta ad attendere fino all’ultimo l’amato Peer Gynt nel suo irrequieto e sognante vagabondare; un amore che lo redimerà.

Quando  poi ebbi modo, qualche anno dopo, di scoprire le straordinarie musiche di scena del Peer Gynt ad opera di Edvard Grieg (1876), allora il mio giovanile amore per il drammaturgo norvegese si sposò con l’ammirazione per il sommo musicista suo connazionale.

Il Canto di Solvejg è, tra le musiche di scena del Peer Gynt, il vertice della perfezione. È il canto di una donna innamorata, che non si lascia scoraggiare da una interminabile attesa, sicura che alla fine il suo profondo amore vincerà ogni ostacolo.

Perfetta la performance del soprano russo Anna Netrebko.

Un canto e un augurio nella Festa della donna.



SOLVEJG

Può calare l'inverno e passare la primavera, 
anche l'estate può svanire e l'anno morire; 
ma un giorno tornerai, io lo so per certo. 
E io ti aspetterò, perché te l'ho promesso. 
Dio possa guidare i tuoi passi, se ancora cammini sulla terra.
Egli ti dia la pace, se sei lassù nel suo regno. 
lo qui ti aspetto, finché tu sarai davanti a me. 
Ma se tu aspetti in cielo, alla fine là ci incontreremo.


giovedì 1 marzo 2018

Un po' di emozione, in questo gelido inverno




In questi giorni di un inverno rigidissimo giunto in ritardo, ho sentito più volte nei telegiornali ricordare l’interruzione del traffico tra i caselli autostradali di Arezzo e di Chiusi, nella A1, per ghiaccio, neve e gelido vento forte.

Quando sento parlare del casello autostradale di Arezzo mi viene subito in mente, come un riflesso condizionato, l’autogrill di Badia al Pino, prossimo al casello, luogo di sosta molto frequentato.

In quell’autogrill ha lavorato per 25 anni come cassiera la mia sorella maggiore. Per essere precisi, fu lei ad aprire il locale il 29 agosto 1964. Da allora fino al pensionamento ha visto passare migliaia e migliaia di persone, tra cui moltissimi volti noti della mondanità, nazionale e internazionale, dal cinema alla politica, dalla musica allo sport: Liz Taylor, Richard Burton, Pertini, Berlinguer, Maradona, Celentano, Dalla…

Essendo una donna straordinariamente bella, oltre che straordinariamente brava, riceveva molti complimenti e perfino dei baciamano (così fece Pertini, ad esempio). Da parte sua, essendo una donna molto attenta (come solo le donne sanno essere), notava ogni particolare in quelli che entravano nel locale (allora Mottagrill).

Tra quelle migliaia di persone, e tra i vip, più di tutti l’aveva colpita Lucio Dalla insieme a sua madre, che a pranzo ordinò i fagioli all’uccelletto… La colpì, oltre al tipo di menu "contadino" aretino, la delicatezza che Dalla mostrò verso la madre. Da allora Dalla divenne il suo cantante preferito.

Ho già ricordato in altro post questo episodio, ma ora mi piace ricordarlo di nuovo.

Quando mia sorella sentiva cantare una canzone di Lucio Dalla, ma specialmente la sua canzone più bella, Caruso (1986), si commuoveva e si metteva a cantare anche lei, con una voce anche quella bellissima.

Per ricordare Lucio Dalla nel giorno della morte (2012), e mia sorella, ambedue in un luogo “dove il gioir s’insempra”, metto nel giradischi virtuale “Caruso”.

Così potrò emozionarmi anch’io. 


lunedì 26 febbraio 2018

Neve, gelo e tramontana (in versicoli)


















Neve, gelo, tramontana
durerà una settimana.
Per tenere il freddo al largo,
vo in letargo.

Il termometro là fuora
segna zero e scende ancora;
e io del termosifone,
su il bottone!

Se la neve, assai copiosa,
copre tetti ed ogni cosa,
io mi infilo dentro al letto
ben protetto.

E se il vento siberiano
fischia e soffia a tutto spiano,
chiudo tutte le fessure
e serrature.

Se poi il gelo tutto invade
e pericola le strade,
chiudo l’auto in box, e slam!
prendo il tram.

Ed aspetto che passata
sia quest'aria congelata.
In letargo sono entrato.
Amicusplato.





sabato 10 febbraio 2018

Nel Giorno del Ricordo, in memoriam di Norma Cossetto





Il 10 febbraio è il giorno che ricorda i massacri delle foibe e l’esodo forzato degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

I partigiani comunisti di Tito (aiutati da partigiani comunisti italiani, questo ancora viene appena sussurrato) massacrarono migliaia di italiani durante e dopo la II guerra mondiale. 
Quelli che scamparono alle foibe, vennero costretti a lasciare le loro terre e i loro beni e a fuggire in Italia, dove i comunisti italiani di Bologna e di Ancona li accolsero a sputi in faccia e a offese di ogni genere. Alla stazione i ferrovieri non dettero loro nemmeno un bicchier d’acqua.

Un esodo biblico, di trecentomila italiani.

Nelle foibe finirono uccise oltre 10.000 persone, tra cui la giovane universitaria istriana, laureanda in filosofia, Norma Cossetto, rea unicamente di essere figlia di un dirigente fascista di Visinada (attuale Croazia). Sottoposta a violenze, stupri e sevizie di ogni genere, il 4 ottobre 1943 venne infoibata insieme ad altri innocenti cittadini istriani a Villa Surani. Prima di essere gettata viva nella foiba profonda 136 metri, venne nuovamente seviziata (le tagliarono le mammelle) e stuprata con un bastone. Quando il corpo fu recuperato aveva ancora un bastone “inficcato nella vagina” (testimonianza raccolta dai riesumatori).

Per la mia quasi collega Norma Cossetto (laureanda in filosofia) l’omaggio in memoriam: “Plorate, filii Israel”, piangete figli d’Israele, struggente coro finale a sei voci dall’Oratorio “Jephte” (1648) di Giacomo Carissimi.

La tragica vicenda della figlia di Jefte è troppo nota per essere narrata. Si trova nel libro dei Giudici, cap. 11.



Plorate filii Israel, 
plorate omnes virgines 
et filiam Jephte unigenitam 
in carmine doloris, doloris lamentamini. 


Piangete, figli d’Israele,
piangete vergini tutte,
e fate un lamento in un canto di dolore
per l’unica figlia di Jefte.


lunedì 5 febbraio 2018

Buon carnevale, ma senza pazzie…





Quando si dice “commedia nella commedia” viene subito da pensare a Pirandello, al suo teatro, in cui realtà e finzione scenica si intrecciano e si confondono: i Sei personaggi in cerca d'autore e l’Enrico IV ne sono gli esempi più celebri.

Ma prima di lui Ruggero Leoncavallo aveva già mostrato la formidabile attrattiva del “teatro nel teatro” con I Pagliacci (1892). Alla rappresentazione, in chiave carnascialesca, di un matrimonio fallimentare tra l’anziano marito Pagliaccio e la giovane moglie Colombina, innamorata di Arlecchino, si sovrappone la tragica realtà di Canio (Pagliaccio) che ha scoperto il tradimento della moglie Nedda (Colombina) e la uccide insieme al suo amante di fronte agli spettatori increduli e inorriditi. “La commedia è finita!”

Per la trama viene in mente la Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, di poco precedente (1890), due capolavori del verismo musicale italiano, che hanno avuto un successo planetario e che mantengono ancora intatto il loro fascino.

Siamo nella settimana clou del Carnevale e mi pare giusto proporre, dai Pagliacci, la serenata di Arlecchino  a Colombina. Un momento romantico e brioso, prima dell’incombente catastrofe.

La propongo nella versione staccata dal contesto, perché questa interpretazione di big Luciano è troppo bella!

Buon ascolto e Buon Carnevale! Senza pazzie…



II Atto, Scena II

Arlecchino (Peppe)

O Colombina, il tenero 
fido Arlecchin
è a te vicin! 
Ver te chiamando,
e sospirando aspetta il poverin... 
La tua faccetta mostrami, 
ch'io vo' baciar 
senza tardar 
la tua boccuccia. 
Amor mi cruccia e mi sta a tormentar! 
Ah! e mi sta a tormentar! 
O Colombina, schiudimi 
il finestrin, 
che a te vicin 
ver te chiamando, 
e sospirando 
è il povero Arlecchin! 



domenica 21 gennaio 2018

Dieci anni fa...






Son passati ormai dieci anni
quando entrai dentro la rete.
Non so se   sono più i danni
od il ben; voi lo sapete.

Era il  duemila otto,
questi giorni di gennaio;
ero ancora un giovanotto
pien di sogni e senza un guaio.

Ora sono più acciaccato
e non son più tanto attivo;
ma in compenso Amicusplato
se verseggia è sempre vivo.

Ho incontrato bella gente,
ho discusso, ho dialogato;
qualche volta, veramente,
mi son pure un po’ incacchiato.

Anche se   ho diradato
il mio impegno in blogosfera,
non ho voglia né ho pensato
di abbassare la bandiera.

Una musica decente,
una prosa, una poesia;
basta poco, basta un niente,
per restare in armonia.

Nel decennio ormai passato
quel che ho fatto è qui nel sito.
Vedo un mondo assai cambiato
da quel dì  che mossi un dito.

Ma non voglio rovinare
un decennio internettiano.
Voglio invece festeggiare
coi coriandoli alla mano!

E siccome è carnevale,
e il più bello è veneziano,
posto per il decennale
di Vivaldi un  gran bel brano.

È per mandolino, sai, 
ma lo suonano con arte
tre figliol di samurai 
che in marimba fan la parte.

Vi saluto e vi ringrazio,
cari amici e amiche care.
Viva i blog e il cyberspazio!
Or vi devo salutare!




Amicusplato





lunedì 1 gennaio 2018

Via le facce da megere!















L’anno vecchio se n’è andato
e mai più ritornerà.
‘Sto governo pur è andato,
spero che non tornerà.

Tra disgrazie e tra slavine,
e calura micidiale,
ora plaudo alla sua fine;
ma non tutto è andato male.

«E che cosa fu carina?»
forse alcun domanderà?
«Non vedrem più la Boldrina,
né speriam la Cirinnà».

Anno nuovo, nuovi visi.
Via le facce da megere!
Or brindiamo tra sorrisi,
ed alziamo qui il bicchiere!


Amicusplato





domenica 3 dicembre 2017

Tutta bella...




È iniziato il mese di dicembre, il mese del S. Natale.

La storia umana ha nella nascita di Gesù il punto di riferimento centrale. Con tutto il rispetto per altre opinioni, senza la nascita del Figlio di Dio l'umanità sarebbe ancora in cerca d'autore.

Ma la nascita del Figlio di Dio non sarebbe stata possibile senza il sì di Maria. Con il suo sì incondizionato a Dio, la Vergine Madre ha dato inizio alla storia della salvezza.

Ecco perché prima del Natale la Chiesa canta le lodi di Maria Immacolata: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te. Tutta bella sei, Maria, e la macchia del peccato originale non è in te.

Il magnifico e finissimo mottetto Tota pulchra es, del 1960, a 3 e 4 voci femminili, di Maurice Duruflé (1902-1986), è cantato da un coro la cui singolare disposizione supplisce ad alcune carenze di esecuzione. Ho postato questo gruppo canoro neozelandese proprio per il curioso assetto circolare, poco adatto alla coralità, ma certamente sorprendente.


Tota pulchra es Maria
et macula originalis non est in te.
Vestimentum tuum quasi nix
et facies tua sicut sol.
Tota pulchra es Maria
et macula originalis non est in te.
Tu gloria Jerusalem
Tu laetitia Israel
Tu honorificentia populi nostri.
Tota pulchra es Maria.

Tutta bella sei Maria
e la macchia del peccato originale non è in te.
Il tuo vestito è come neve
e la tua faccia come il sole.
Tutta bella sei Maria...
Tu sei la gloria di Gerusalemme
la letizia d'Israele
Tu sei l'onore del nostro popolo.
Tutta bella sei Maria.




lunedì 23 ottobre 2017

Mi ritorna in mente che...


















D’ottobre il ventitré
successe qualcheccosa
ma non so dire che;
voglio scoprire  cosa.

Fu la rivoluzione
marxista-leninista?
O fu l’insurrezione
di Nagy ex-comunista?

O forse la battaglia
d’ El Alamein chiamata,
là dove la mitraglia
falciò l’itala armata?

Se non ricordo male,
mi pare proprio che
in questo dì autunnale
sia nato o rei Pelé.

Giusto gli anniversari!
In mente or mi è tornato
che in questo dì, miei cari,
io pure sono nato.

Ma come! Non sapevi
(qualcuno mi dirà)
che oggi tu facevi
il termine d’età?!

Da questo, amico o amica,
penso che ti riesca
capir senza fatica:
l’età non è più fresca.

Ma sono soddisfatto
di avere un anno in più.
Chi sa se il prossimo anno
festeggerò quaggiù.

Amicus or vi invita
ad innalzare il cuore.
Un brindisi alla vita,
saluti e buon umore!





sabato 9 settembre 2017

L’eterna giovinezza di Lucio Battisti




Marzo e settembre musicalmente per me sono i mesi di Lucio Battisti. 

Sono i mesi in cui è nato (5 marzo 1943) e morto (9 settembre 1998), e sono i mesi di due delle sue più belle canzoni: “I giardini di marzo” e “29 settembre”.
Non posso lasciar passare questo 9 settembre senza postare una canzone di Battisti, a 19 anni dalla sua scomparsa. Aveva solo 55 anni.

Il più grande “cantautore” italiano (insieme a Fabrizio De André) e uno dei massimi artisti di musica leggera del XX secolo nel mondo intero (per favore, non fatemi paragoni con le supervalutate e spocchiose rockstars inglesi e americane, e di qualunque altro luogo; di musica me ne intendo), non teme confronti con nessuno. 
Non basta la lingua inglese e un po' di scenografia per fare un capolavoro.  Ci vuole un genio musicale; poi è sufficiente un filo di voce e una chitarra acustica. Come Lucio Battisti.

Oggi voglio ascoltare “Io vivrò (senza te)”. Scelgo questa canzone perché, al ricordo struggente di lui, anch’io “piangerò, sì, io piangerò…”.  

Ciao, eterno giovane Lucio! 


giovedì 31 agosto 2017

Questa lunga estate





Lascio stare per un momento le brutte notizie che da ogni parte ci feriscono, e mi ristoro al suono di una bella canzone del 1969: “Concerto”, la più famosa degli “Alunni del Sole”.

Ho avuto la sorte di passare la mia gioventù in quei mitici anni 60, quando un mondo nuovo, pieno di speranza, sembrava aprirsi davanti a noi.
Oggi davanti ai nostri occhi abbiamo la faccia della Boldrini…

La canzone degli Alunni del Sole è una evidente cover di Epitaph del gruppo britannico “King Crimson”, del medesimo anno (https://youtu.be/bfgD3LJ6Xb8).

Si tratta di una cover più semplice dell’originale, ma per alcuni aspetti più intensa.
Assai diverso il testo: Concerto è un canto di amore alla fine di una lunga estate. 
Epitaph (già il titolo lo fa immaginare) è invece un’amara riflessione sulla vita umana.

Buon ascolto!




giovedì 3 agosto 2017

Una “amatriciana” ad Amatrice

Risultati immagini per Monte Gorzano



Non è il massimo fare una bella mangiata dove quasi un anno fa il terremoto ha distrutto ogni immagine del “paese più bello del mondo”, come si legge ancora nei cartelli d’ingresso ad Amatrice.
E in effetti doveva essere proprio bello il borgo di Amatrice, luogo incantevole ai piedi boscosi delle cime brulle dei Monti della Laga.

D’altra parte mi è sembrato opportuno fare qualcosa per queste persone che ripetutamente chiedono di non essere lasciate sole.

E così il 1° agosto mi sono fatto più di 600 km (andata-ritorno) per portare il mio contributo personale nel gustarmi una “amatriciana” doc, servita in una struttura-ristorante in legno e grandi vetrate, con davanti il magnifico scenario del Monte Gorzano e accanto ad un bel numero di persone di ogni luogo.

Mi ero portato dietro per l’occorrenza una maglietta di lana, pensando al fresco della montagna. Amatrice è a quasi mille metri di altitudine, ma il caldo che ho lasciato ad Arezzo mi ha seguito fin lassù; e quando sono uscito dal “ristorante”, per fare una passeggiata e rendermi conto della situazione de visu (ma non si vede niente perché il borgo è transennato e custodito dalla polizia), ho dovuto togliere anche la canottiera.

Una amatriciana ad Amatrice un anno fa sarebbe stato il top per il buongustaio. Ora è un modo apprezzato per fare qualcosa di buono, oltre che ricevere qualcosa di ancor più buono.

Mi ha commosso un ponticello col nome “Ponte della rinascita” e con una frase del sindaco Pirozzi. È un ponticello di pochi metri e di piccola ampiezza, giusto lo spazio per lo scambio di due automezzi. Attraversa un piccolo corso d’acqua, quasi asciutto in questa torrida estate.
Ho visto le piccole case in legno, e a parte i turisti, pochissime persone del luogo.
Forse sarà stato il caldo, forse l’imbarazzo o la dignità di persone ferite nel profondo.
E quando ho ripreso la strada del ritorno, che sale sopra il paese per unirsi poi alla Via Salaria, ho potuto notare in distanza alla mia destra il borgo “più bello del mondo” ridotto a un cumulo di macerie su cui si erge una torre smozzicata.

Ho accostato la macchina al bordo della strada e mi sono fermato per qualche istante. Nel vedere tanto sfacelo mi sembrava di violare l’intimità delle abitazioni.
Sono ripartito alla svelta, con grande tristezza e un po' di vergogna.
Dimenticavo. Il pranzo completo, con l’amatriciana, mi è costato 10 (dieci) euro, compreso il caffè.
Mi sono rifatto con le mance.



Nella foto: il Monte Gorzano, nei monti della Laga, il più alto del Lazio (2458 m).