martedì 30 agosto 2016

Una bella Messa, non una parata di Stato





Il funerale di una persona cara è sempre un momento di profonda commozione. Se poi partecipa anche una bella folla di amici, la loro presenza lenisce grandemente  le lacrime dei parenti.

Nei funerali di Stato invece accade, forse a causa del cerimoniale, che la liturgia si trasformi spesso in una grande "parata", nella quale l'attenzione è catturata (magari inconsapevolmente) dalle autorità presenti schierate in prima fila. Poi vengono i parenti con i loro defunti. Il popolo in fondo o fuori.

Sono rimasto al contrario molto  impressionato dalle esequie che si sono svolte ad Amatrice stasera in un grande capannone adibito celermente per l'occorrenza, data la pioggia.

È stata una vera celebrazione liturgica, senza parate, senza primi posti in platea, senza formalismi; fuori sono rimasti i fiori mandati dalle massime autorità dello Stato: "No sponsorizzazioni" ha detto la gente. 
La TV e i suoi telecronisti non si davano pace, perché non riuscivano a inquadrare le facce dei vari Mattarella, Renzi, Grasso e Boldrini, immersi e stretti nella folla di amatriciani, come dovrebbe accadere ad ogni comune mortale in una celebrazione così partecipata e sentita.
Nessuno si è guardato bene dal far posto a Lor Signori; non per disprezzo, ma perché quella gente era lì per pregare e pregava con fervore, come tutti abbiamo potuto vedere e ascoltare; era lì per rendere omaggio ai loro parenti e compaesani uccisi dal sisma e non certo per omaggiare i potenti di turno.

Mi è piaciuto molto il discorso del vescovo  di Rieti. Breve, coraggioso, concreto. Pochi concetti, ma chiari e tondi. Nessuna concessione alla retorica. 

Tre concetti mi piace ricordare di quel discorso.
- Non sono i terremoti a fare i morti, ma le opere dell'uomo.
- La ricostruzione dei paesi distrutti non sia occasione di polemiche politiche o di sciacallaggio. 
- Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta.
Il Vescovo di  Rieti Domenico Pompili ha concluso con uno dei tanti messaggi ricevuti:   
"Non ti abbandoneremo uomo dell'Appennino; l'ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra".

Di Amatrice finora conoscevo solo il luogo geografico e la celebre pastasciutta. In questi tragici giorni abbiamo potuto conoscere anche il carattere fiero e dignitoso della popolazione. 
In questa celebrazione liturgica mi sono reso conto della religiosità profonda di questa gente, che ha messo alla porta i fiori dei "papaveri", ha lasciato tra la folla i loro "donatori" (capirai!), e ha pensato solo a pregare, perché in Chiesa si va per pregare, non per essere ripresi dalla TV.
Con il disorientamento dei cronisti, che tra l'altro non hanno quasi mai smesso di commentare, sovrapponendosi al rito funebre, invece di farcelo semplicemente vedere e ascoltare. Una cosa davvero vergognosa! Ma pensavano che le loro parole valessero più canti e del solenne rito funebre che si celebrava? Tra l'altro il coro ha fatto del bellissimi canti: in gregoriano (Kyrie-Sanctus-Agnus Dei della Missa Defunctorum), un corale di Bach (Se tu mi accogli Padre buono, BWV 197), un canto di Taizé (Misericordias Domini) ed altro ancora.

Per i cronisti TV e i loro "mandanti": ma lo sapete che in Chiesa durante la Messa non si chiacchiera?  


Ho postato il canto "Misericordias Domini" di Taizé, di J. Berthier, eseguito durante la celebrazione di Amatrice.

giovedì 25 agosto 2016

Per il sisma di Amatrice




Dopo la bellezza dei giochi olimpici di Rio, dove abbiamo assistito  al trionfo della vita,  ora abbiamo gli occhi umidi di pianto per il trionfo della morte, a causa del tremendo terremoto che ha devastato ancora una volta il Centro d'Italia. 

Una tremenda scossa (che ho nettamente avvertito anch'io ad Arezzo) alle 3, 36 del mattino del 24 agosto, ha raso al suolo interi paesi nelle province di Rieti e Ascoli Piceno.

Paesi stupendi, tra cui Amatrice, il cui nome celebre nel mondo evoca ben altri sentimenti che amarezza e pianto, sono stati rasi al suolo dal movimento tellurico. Luoghi incantevoli, tra i Monti Sibillini e della Laga, appaiono ora immagini spettrali

I morti sono tanti, oltre 250 (ma la triste conta non è finita), così come i feriti. 

Grande la solidarietà che, si spera, continui anche passati questi primi terribili giorni.

Amatrice, Accumoli (epicentro del sisma), Arquata, Pescara del Tronto ed altri centri minori si aggiungono ad altri nomi che evocano tristezza.

Da ora in poi non sarà facile ordinare un piatto di "amatriciana" senza pensare al paese annientato da un sisma di magnitudo 6, la mattina del 24 agosto 2016.

La frequenza di questi eventi (pensiamo a L'Aquila, nel 2009) e la fragilità (talora colpevole) delle nostre costruzioni mi induce a postare il drammatico brano polifonico "Sunt lacrimae rerum" di Carl Orff. 

È un monito a non considerarci immuni dall'ora ultima.

Ai morti del sisma la mia preghiera e ai sopravvissuti un grande augurio di pronta ricostruzione!




martedì 23 agosto 2016

8-12-8 (+ 10) = 9















Non è un'espressione matematica sballata. Con questa serie di numeri si possono riassumere i risultati degli atleti italiani alle Olimpiadi di Rio 2016.

8 ori, 12 argenti, 8 bronzi: un numero palindromo, che colloca l'Italia al nono posto nel medagliere olimpico. I telecronisti, ad ogni piè sospinto, ci hanno ricordato che siamo nella Top Ten delle nazioni partecipanti (oltre 200).

Tutto sommato, un discreto risultato. Le "solite" 28 medaglie a cui sembriamo ormai  abbonati. Altrettante a Londra (2012) e a Pechino (2008).

Su tutti, a mio parere, luccicano gli ori di Fabio Basile nel judo, il 200° della nostra storia olimpica, anche perché inaspettato; quello del pistard  Elia Viviani nella massacrante gara dell'Omnium (e "omnium" dice tutto, 6 gare diverse in due giorni consecutivi); e su tutti quello di Gregorio Paltrinieri sui 1500 stile libero, che ha messo in fila americani, australiani e tutto il gotha del nuoto.

Ovviamente non voglio sminuire gli ori di Campriani nella carabina, della Bacosi  e di Rossetti nel tiro a volo e di Garozzo nel fioretto. 

Siamo a quanto pare un popolo di cecchini, di spadaccini, di lottatori e di navigatori.

Ma nella regina delle olimpiadi, nell'atletica, questa volta non abbiamo ottenuto nessuna medaglia: "zero tituli", direbbe Mourinho; perfino peggio di Londra 2012, dove almeno ottenemmo un bronzo con Fabrizio Donato nel triplo. Erano 60 anni che non accadeva una cosa del genere. E nell'atletica abbiamo sempre avuti campioni eccellenti, in ogni disciplina: dalla velocità al mezzofondo, dalla marcia alla maratona, dal salto in alto al salto in lungo; dal salto triplo al salto con l'asta, e perfino nei lanci. Inutile citare i nomi che tutti conosciamo, alcuni dei quali entrati nella leggenda.

In compenso siamo campioni di medaglie di legno: 10 quarti posti, dieci mestoli da appendere in cucina.

Specialmente in quella della "ex-divina" Pellegrini. 



lunedì 15 agosto 2016

Ottima è l'acqua, con Paltrinieri (Olimpiadi)




Uno dei modi di computare il tempo nell'antichità erano le Olimpiadi. La loro cadenza quadriennale permetteva di avere un punto di riferimento certo.

Le Olimpiadi erano anche fonte di ispirazione artistica e poetica. Penso in particolare al Discobolo di Mirone e alle Odi pindariche. Ricordo ancora l'inizio della I Olimpica per averla tradotta a scuola in verde età, con quel "volo pindarico" iniziale che tanto ha influito nella letteratura: "Ariston men ydor..." Ottima è l'acqua, l'oro risplende sopra ogni altra ricchezza, la stella più lucente è il sole, e i giochi di Olimpia sovrastano tutti gli altri.

Sullo stile dei greci, potrei ripercorrere, in questi giorni di Olimpiadi a Rio de Janeiro, la cronologia della mia vita, e senza pretese pindariche fermare l'attenzione su alcuni atleti che hanno scandito il passare degli anni, lasciando un segno indelebile nella mia memoria.

Vedo vincere i 200 metri piani da Livio Berruti a Roma nel 1960, mentre il tedesco (occidentale) Armin Hary vinceva i 100 in 10"2 (ma era stato il primo a correre la distanza in dieci netti).  Pochi allora si accorsero di Cassius Clay, ma tutti si ricordano di Nino Benevenuti; inosservato anche Carlo Pedersoli nel nuoto, personaggio destinato a diventare il mio attore preferito. Oro invece al pistard Sante Gaiardoni, memorabile in seguito nei suoi snervanti duelli in surplace con Antonio Maspes. Lasciò increduli e stupefatti l'arrivo nello Stadio Olimpico dell'etiope Abebe Bikila, vincitore della maratona a piedi scalzi. 

Indimenticabile il sovietico Valery Borzov, una "macchina da corsa" costruita nei laboratori sovietici, vincitore delle Olimpiadi di Monaco nel 1972, tristemente famose però per il vile e sanguinoso attentato palestinese agli israeliani. In Grecia si sospendeva ogni guerra nelle gare olimpiche; e quella guerra tra palestinesi e israeliani continua ancora...
Ben diverso il personaggio dell'altro sovietico Valery Brumel, saltatore in alto straordinario, con il suo elegante ed efficacissimo stile a "scavalcamento ventrale" che lo portò al record di 2 metri e 28 e alla vittoria nelle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Quella misura altissima mi sembrò allora ineguagliabile.
Nelle stesse Olimpiadi il mitico ginnasta Franco Menichelli vinse l'oro al corpo libero, così come fece Yuri Chechi, signore degli anelli nel 1996 ad Atlanta e Igor Cassina alla sbarra ad Atene nel 2004, inventando addirittura un nuovo movimento che ha preso il suo nome.

Le olimpiadi di Città del Messico del 1968 sono state quelle che più mi hanno affascinato. Risultati incredibili, personaggi leggendari. Il salto in lungo dello statunitense Bob Beamon sembrò un volo infinito e terminò al limite estremo della sabbiera, con la misura di 8 metri e 90, record  durato 23 anni: un'eternità nell'atletica. Esterrefatto vidi vincere il saltatore in alto statunitense Dick Fosbury, con il suo rivoluzionario "scavalcamento dorsale", e la misura di 2, 24. Mi sembrò uno stile ridicolo, da gambero, ma poi si è imposto universalmente.  Fu un altro statunitense, Jim Hines a infrangere il muro dei 10 secondi nei 100, con 9, 95. Nella premiazione dei 200 metri si videro sul podio del primo e del terzo posto due atleti neri statunitensi, Tommy Smith e John Carlos, sostenitori del movimento politico Black Power, alzare il pugno guantato di nero e abbassare la testa mentre risuonava l'inno nazionale. A parte l'aspetto politico, che fece molto discutere, in realtà il "potere nero" si stava già imponendo nello sport, specialmente nell'atletica leggera.  Dopo di loro verrà Carl Lewis, il figlio del vento, che tra gli anni 80 e 90 dominò incontrastato. Solo Pietro Mennea tenne in alto la bandiera dei velocisti bianchi nei 200 metri piani, con il suo record di 19"72, durato dal 1979 al 1996, un tempo interminabile in mezzo al potere nero. Nel 1980 aveva vinto le Olimpiadi di Mosca nella specialità (ma mancavano gli statunitensi).
Nelle stesse Olimpiadi Sara Simeoni batteva la tedesca orientale (ancora c'era il muro di Berlino) Rosemarie Ackermann, saltando con il nuovo stile Fosbury. La Simeoni è stata la seconda donna a superare i 2 metri nel salto in alto, dopo la Ackermann (che aveva saltato proprio 2 metri) e a stabilire il record mondiale in 2, 01. Leggendaria la ginnasta rumena Nadia Comaneci che a soli 14 anni (la più giovane atleta medagliata alle olimpiadi) vinse l'oro a Montréal nel 1976 con il punteggio 10 mai prima assegnato, oro  che conquistò anche a Mosca quattro anni dopo. I suoi volteggi da libellula  sono rimasti nella memoria collettiva.  

Mi entusiasmai a Ben Johnson con il suo incredibile 9,79 a Seul nel 1988; ma poi si scoprì che qualcuno, anzi, qualcosa l'aveva aiutato in quella stupefacente performance.
Infine il giamaicano Usain Bolt che domina da due olimpiadi (Londra e Pechino con 9, 69 e 9, 63) e forse anche in questa. È il nuovo "piè veloce Achille",  e dovrà passare del tempo prima che qualche altro metta la freccia e sorpassi il suo record mondiale di 9,58 a oltre 41 km/h. Non ho mai capito se veramente è tutta farina del suo sacco, o se c'è stata qualche aggiunta di cruschello. Anche Ben Johnson è originario della Giamaica...

Ovviamente ho nella mente e negli occhi gli atleti di tante altre discipline. Mi piace ricordare i campioni del mondo della mia infanzia Adolfo Consolini nel disco e  Carlo Lievore nel giavellotto; più vicino a noi Alessandro Andrei nel lancio del peso, vincitore a Los Angeles nel 1984 e Gabriella Dorio nei 1500. Con loro, i mitici campioni di marcia Pino Dordoni e Abdon Pamich, nonché Maurizio Damilano e il grande vincitore della maratona di Atene (la vera "Maratona"!) Stefano Baldini, Atene 2004.
Nella leggenda i fratelli D'Inzeo nell'equitazione (oro e argento a Roma 1960), nel canottaggio gli Abbagnale (oro a Los Angeles  e nell'88 a Seul),  gli schermidori, maschili e femminili (una per tutti la Vezzali) e i tiratori (maschi e femmine), dominatori fino ad oggi, i pallanuotisti, i pallavolisti (al maschile e al femminile), i trampolinisti, maschili e femminili, da Klaus Di Biasi a Cagnotto padre, da Francesca Dallapè a Tania Cagnotto, i nuotatori e le nuotatrici, da Novella Calligaris alla Pellegrini, da Fioravanti e Rosolino, a Detti e  Paltrinieri. 

Mi fermo qui, proprio con Gregorio Paltrinieri. 
Per lui certamente Pindaro avrebbe scritto la XV Ode Olimpica, e avrebbe potuto iniziare come la prima, con un volo: Ottima è l'acqua, quando c'è dentro Gregorio Paltrinieri da Carpi.


lunedì 1 agosto 2016

Eppur si muove...













Mi riferisco non al detto inventato e messo in bocca a Galileo dopo la sua abiura di fronte al S. Uffizio romano; ma all'iniziativa dei musulmani francesi e italiani di partecipare alla S. Messa di ieri, per onorare P. Jacques Hamel e prendere le distanze dai terroristi islamici.

È stato un gesto di grande valore: l'islam per la prima volta ha dato un segno chiaro di rifiuto della violenza religiosa (la famigerata jihad) e ha cercato di mostrare in concreto il volto di "allah il misericordioso".  Un islamico in chiesa per pregare non si era mai sentito dire. Ieri in Italia erano oltre 20.000.

Se son rose, fioriranno. Del resto Papa Francesco ha detto nella Giornata Mondiale della Gioventù appena conclusa a Cracovia che noi dobbiamo essere seminatori. È Dio che fa germogliare e portare a termine la maturazione.

In contemporanea l'Isis ha messo in rete una foto in cui un suo truce adepto abbatte una croce da un campanile e cerca di sostituirla con il lugubre vessillo nero del califfato: "Break the Cross", rompete la Croce.

Una cosa è rompere una croce di legno o di ferro, e perfino tagliare la gola ad un santo sacerdote, altra cosa è pensare di abbattere la Croce di Cristo piantata nel cuore del mondo.

Non ci sono riusciti nemici potenti, né secoli di persecuzioni. Figuriamoci se ci riuscirà il fante di picche al-Baghdadi.






martedì 26 luglio 2016

Assassinio nella Cattedrale. Stamani


















Sgozzare in Francia un sacerdote cattolico durante la celebrazione della S. Messa ci mancava, nella disgustosa casistica del terrorismo islamico. 

Una escalation dell'orrore, che fa comprendere con sempre maggior chiarezza (se ancora ce ne fosse bisogno) la motivazione di fondo di questi atroci attentati che stanno insanguinando l'Europa: la "guerra santa" all'infedele.  

È scritto nel corano, lo ha fatto Maometto; i califfi e poi i sultani se ne sono serviti per distruggere la civiltà cristiana intorno al Mediterraneo e oltre. 
Quello che accade oggi non è che la continuazione di questa lunghissima scia di sangue.

Questa volta i pericolosi infedeli erano un prete di 86 anni, due suore e alcuni popolani che stavano pregando. Il prete, Jacques Hamel, della parrocchia di Saint-Etienne-du-Rouvray, vicino a Rouen, aveva scritto ultimamente nel giornale parrocchiale:

"sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, e a farne, là dove abitiamo, un mondo più caloroso, umano, fraterno. Un tempo per l’incontro, con le persone a noi vicine, gli amici: un momento per prenderci il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano".

I due jihadisti evidentemente non l'avevano letto; sono rimasti alla scimitarra. Affiliati all'Isis, sono stati poi uccisi dalle forze di sicurezza, allertate da una suora sfuggita agli attentatori.

Questo in sintesi il bollettino della guerra santa islamica in Normandia oggi: profanato un luogo sacro, tagliata la gola ad un prete di 86 anni e a un altro anziano, prese in ostaggio due suore e gente che prega. Nel nome di allah, il misericordioso.

Figuriamoci se fosse vendicativo...

Da oggi possiamo aggiungere alla lista dei santi martiri il sacerdote Jacques Hamel, al pari dei vescovi Oscar Romero e Thomas Becket, uccisi in epoche diverse nello stesso modo: nelle loro chiese, all'altare.

P. Jacques Hamel, prega per noi!



domenica 24 luglio 2016

Non è l'Isis. I morti di Monaco stiano tranquilli


















Sembra che il problema principale del nuovo orrendo attentato a Monaco di Baviera, in cui sono rimasti uccisi 10 giovani (tra cui l'attentatore) con decine di feriti, per la stampa tedesca ed europea sia una (surreale) dimostrazione che l'attentatore nulla abbia a che fare con l'Isis, la jihad, l'islam.

Si tratterebbe invece di un giovane fuori di testa, che avrebbe voluto vendicarsi di presunti torti subiti a scuola per parte dei compagni (ma ora non  sono in vacanze?)

Di fatto il presunto mentecatto, dal tipico nome germanico Alì, aveva una pistola da guerra, trecento proiettili, ed era di origini iraniane, se pur nato e vissuto a Monaco. Durante il massacro è stato sentito urlare "allah u akbar", che con la lingua tedesca ha ben poco a che fare.

Se i media tedeschi ed europei si accontentano di definirlo solo un pazzo scatenato (ma la gente del quartiere in cui è vissuto non lo ha descritto così), contenti loro. Ma i tedeschi han capito benissimo.

In alto loco non si vuol capire che il virus di odio portato dall'islamismo non ha bisogno di dichiarazioni di militanza, ma semplicemente di esecutori, chiunque siano e con qualunque mezzo: un tir, un'ascia, un'arma da guerra. Un jihadismo fai-da-te. 

Infatti nel mondo musulmano si è fatto festa per questa ennesima strage, e l'Isis ci ha messo pure il cappello sopra. 

Ora i poveri morti del Centro Commerciale Olimpia di Monaco possono riposare tranquilli: non sono stati uccisi da un fanatico musulmano dell'Isis, ma solo da un malato di mente che, non sapendo che fare, venerdì pomeriggio ha preso un'arma da guerra e 300 (trecento) proiettili e ha fatto una strage.

Ma i mass media europei ci verranno anche a dire che Cristo è morto dal freddo?

Un pensiero commosso e una preghiera per le vittime di questa ennesima orrenda furia omicida.





venerdì 15 luglio 2016

Il trionfo della morte a Nizza



















Non abbiamo finito di piangere le 23 vittime della sciagura ferroviaria della Puglia, quando ad essa si aggiunge l’orrore ancor più tremendo (se possibile) della strage di Nizza.

Non la fatalità, non l’errore umano, non l’obsolescenza dei sistemi di sicurezza, ma una furia omicida cieca e feroce ha spinto un terrorista islamico, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, a lanciare a tutta velocità un tir nella Promenade lungomare in mezzo alla folla che festeggiava il 14 luglio, uccidendo 84 persone e ferendone più di un centinaio, di cui 18 in gravissime condizioni. Molti i bambini travolti e schiacciati, mentre guardavano i fuochi d’artificio...

Sappiamo cosa significhi il 14 luglio per i francesi e per tutto l’Occidente. È la presa della Bastiglia, simbolo della fine  dell’ancien régime e inizio della moderna democrazia.
Esattamente l’opposto dei sistemi islamici in genere: potere assoluto, dominio di pochi, asservimento del popolo con la sharia, indottrinamento sistematico ed eliminazione degli avversari e dei diversi.
Noi siamo gli infedeli, quelli che il corano dice di eliminare o di sottomettere all’islam. Una pseudo-religione più spettrale della Bastiglia, più oppressiva dell’ancien régime. Una cupa visione dell’uomo e (soprattutto) della donna.

Aveva ragione il grande storico belga Henri Pirenne: il medioevo non nasce con la caduta dell’impero romano, né con la calata dei barbari, ma con l’avvento di Maometto. I barbari si integrarono con i popoli latini, dando vita alla grande civiltà comunale e all’Europa moderna.
Maometto e i suoi califfi fecero di tutto invece per eliminare le tracce della nostra civiltà, finché si trovarono di fronte al vero fondatore dell’Europa: Carlo Magno.

Oggi di Carlo Magno è rimasto solo il nome, dato a un palazzo dell’Unione Europea a Bruxelles. Ma dentro a quei palazzi europei, di “magno” c’è rimasto solo il verbo "magnare".





lunedì 11 luglio 2016

Zoppica, ma vince



















Perdere la finale del campionato europeo, perdere in casa propria, perdere quando hai già preparato il pullman per i festeggiamenti, perdere quando sei favorito da tutti i pronostici, perdere quando hai eliminato proditoriamente dal campo il miglior avversario, e perdere se sei francese, allora è una débacle su tutta la linea, col sapore del ridicolo.

Eh sì. Quel pullman già pronto prima della partita con la scritta "Champions d'Europe. Merci" fa apparire la sconfitta dei "galletti" una umiliante beffa.

E quell'intervento rugbystico sul ginocchio di Cristiano Ronaldo, neppure punito dall'arbitro (!), che ha fatto fuori CR7 tra lacrime di dolore fisico e psicologico, privando il Portogallo del proprio leader, è una macchia sportiva che rimarrà nella memoria di tutti. Quasi come la capocciota di Zidane a Materazzi nella finale mondiale di Berlino del 2006. 

Ma ai francesi interessava vincere, per fas et nefas.

Invece a Parigi ieri, come a Berlino nel 2006, i galli hanno dovuto abbassare la cresta.

E Cristiano Ronaldo con la sua squadra "operaia" ha portato il trofeo a Lisbona in festa.
Zoppicando, ovviamente.








sabato 9 luglio 2016

Brexit: Il Continente è isolato





Il Regno Unito ha deciso con un referendum di uscire dall'Unione Europea. Un exit po' travagliato, tra l'hello e il goodbye, ma alla fine l'addio ha prevalso.
L'Inghilterra è la patria della democrazia, quindi, niente da dire. Goodbye!

Qualcosa però c'è da dire su altre questioni, piccole e meno.

Non si capisce ad esempio perché (visto che ancora è un Regno Unito) ai campionati europei e mondiali partecipino ben quattro "nazionali" di sua maestà (Dio la salvi): Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord.
Per analogia la Spagna potrebbe accampare la pretesa ad avere anche lei quattro "nazionali": catalana, basca, gallega e spagnola.  Perfino l'Italia potrebbe avanzare diritti e presentare una nazionale sudtirolese, valdostana e sicula. Gli Stati Uniti poi dovrebbero presentarne una cinquantina.

Non si capisce perché, mentre stava nell' Unione Europea, non abbia voluto accettare le regole stradali dell'UE: cioè la guida a destra. Si sa quanto l'Europa sia pignola: detta regole su tutto, compresi il diametro delle vongole e la lunghezza delle zucchine. Ma non sulla obsoleta guida degli inglesi. 

Anche il loro tardivo ingresso nell'Unione, il mantenimento della sterlina e della Banca d'Inghilterra e la non adesione al trattato di Schengen ci fanno capire che l'UK voleva tenere i piedi in due staffe, anzi, in due sponde, cioè di qua e di là dalla Manica.

Ora l'Inghilterra è tornata nelle sue scogliere. Direbbe il Times di Londra: "Con la Brexit il Continente è isolato".