Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Oggi, festa di S. Tommaso d'Aquino, non starò a ripetere quanto ho già scritto più volte sul grande teologo. Basta cercare nel blog.
Desidero oggi ricordarlo come poeta e cantore dell'Eucarestia: Panis Angelicus, O salutaris Hostia, Lauda Sion, Adoro Te devote, O Sacrum Convivium...
Questa volta lo ascolto nel mottetto "O esca viatorum" (O cibo dei viandanti) di Heinrich Isaac, (1450-1517), celebre musicista fiammingo che ha operato soprattutto in Italia, ed è morto a Firenze.
Non ci vuol molto a capire che della musica del suo mottetto se ne appropriò successivamente J. S. Bach, in più occasioni. Per Bach era una cosa frequente rielaborare brani altrui.
Ma il mottetto originale, del XV secolo, è di Heinrich Isaac (Arrigo Tedesco), e le parole sono quelle di S. Tommaso d'Aquino.
La tradizione mette intorno al Presepe, oltre a tante altre persone, suonatori di zampogne e di altri umili strumenti a fiato.
Per questo mi piace festeggiare il Natale di Gesù con il contorno musicale di strumenti a fiato. Moderni però, perché il Natale è per sempre.
E mi piace festeggiarlo con i sentimenti della Madonna, che nel suo cuore aveva ancora le parole del Magnificat: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mia salvatore".
Dal Magnificat di G. Ph. Telemann, l'Aria (1731), trascritta per strumenti a fiato, precisamente un ensemble di sassofoni.
Mi preparo al Natale con un canto alla Madre di Dio,
Un antico canto popolare, di origini non ben conosciute, forse del 1500, di lingua tedesca, che descrive la salvezza portata da Cristo attraverso la divina maternità di Maria.
Dove passa Maria, che ha in grembo Gesù, le spine diventano foglie, poi rose... e infine il mondo viene liberato dal male.
Il canto si intitola Maria durch ein' Dornwald ging (Maria passò tra un bosco di spine).
Molte sono le spine in questo mondo.
Vieni, Signore Gesù!
Affascinante l'esecuzione, con strumenti in stile d'epoca: flauto dolce, ghironda, viola da gamba, liuto e arpa. La voce del soprano non ha bisogno di commenti.
Il lavoro è ciò che sostenta l’uomo materialmente e lo
realizza interiormente. Anche il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha voluto imparare un mestiere: da Figlio di Dio a "figlio di Giuseppe",il falegname.
Ho sempre desiderato insegnare, ho faticato per questo,
senza risparmiarmi; ho potuto realizzare il mio desiderio, e ora che guardo da
pensionato il lavoro svolto, mi sento abbastanza gratificato.
Oggi magari tutto è più complicato, in ogni settore. E
quando il lavoro non realizza le aspettative delle persone, o quando scarseggia
o manca addirittura, allora l’uomo entra in crisi e può perdere anche la
fiducia in se stesso.
Per questo, all’inizio di questo mese, il più bello di tutti
i mesi, “il maggio odoroso” del Leopardi (ricordate?), affido le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce di tutti noi all’aiuto materno di Maria,
stella del mare: Ave, maris stella.
Il bellissimo testo liturgico latino, magnificamente musicato
per quattro voci miste a cappella da Edvard Grieg (per il quale ho una
particolare predilezione) e qui adattato per quattro voci femminili, è un’invocazione
alla Madre di Dio, affinché allontani da noi ogni male e ottenga per noi ogni
bene:
Mala nostra pelle, bona cuncta posce.
Maggio è il mese mariano per eccellenza.
Uniamo mentalmente la nostra voce con quelle delle 7 coriste
lettoni per invocare la protezione e l’aiuto della Madre del cielo.
I fratelli cristiani ortodossi seguono nella liturgia il vecchio calendario giuliano (Giulio Cesare), che per la sua imprecisione nel 1582 venne corretto per impulso di Papa Gregorio XIII.
Vennero soppressi 10 giorni, dal 5 ottobre al 14 ottobre (si era rimasti indietro di tanto, dal tempo di Giulio Cesare), e si provvide a evitare altri ritardi non considerando bisestili gli anni centenari le cui prime due cifre non fossero divisibili per 4. In pratica fu bisestile il 1600, ma non il il 1700, né il 1800, né il 1900. Lo è stato invece, come ben sappiamo, il 2000.
Il fatto è che la terra gira intorno al sole non in 365 giorni e 6 ore, come si è soliti dire, con il recupero delle 6 ore ogni 4 anni con un anno bisestile.
La terra impiega un po' meno: 365 giorni, 48 minuti, 46 secondi. Dodici minuti circa possono sembrare un nulla in un anno, ma nel passare dei secoli formano giorni, che ritardano il computo del tempo.
Il mondo protestante non accolse subito le correzioni "cattoliche", ma nel XVIII secolo non poté fare a meno di adeguarsi. L'equinozio di primavera (21 marzo) era in realtà già aprile inoltrato, le giornate era molto più lunghe delle nottate.
Gli ortodossi non le accolsero, né liturgicamente né civilmente. Fu il bolscevico Lenin ad adottare il calendario corretto gregoriano, cosicché la sua rivoluzione d'ottobre (24/25 ottobre) venne a cadere il 7/8 novembre, come noto.
Ma gli ortodossi mantennero (e mantengono) il calendario di Giulio Cesare nella liturgia, e così talvolta festeggiano la Pasqua anche di maggio. Un vero sproposito, che dovrebbe ormai essere superato. Se tra cristiani non si fa unità neppure sugli orari, figuriamoci sui misteri della fede...
Comunque, in questa solennità, non si può fare a meno di riascoltare la celebre Ouverture La Grande Pasqua Russa, di Rimskij-Korsakov (1888).
Buona Pasqua a tutti
con le note di Cantate Domino (1997) del
maestro lituano Vytautas Miskinis, uno dei più prestigiosi compositori di polifonia moderna nel panorama attuale.
Un gran bel mottetto a cappella (a 4 e 6 voci miste), come è nella tradizione più
pura della musica sacra, e una gran bella performance del coro coreano (Corea del
Sud), che ci dà una bella lezione di coralità.
Buona Pasqua, e … Cantate Domino!
Cantate Domino canticum novum
et benedicite nomini eius, quia mirabilia fecit.
Cantate Domino canticum novum.
Cantate et exultate, psallite [in] cithara [et]voce psalmi.
Cantate Domino canticum novum.
Cantate al Signore un canto nuovo!
e benedite il suo nome, poiché ha fatto meraviglie.
Nel giorno in cui Gesù giace nel sepolcro, mi unisco spiritualmente alla Comunità di Taizé in attesa della Pasqua, e lo faccio ascoltando il canto "Ad te, Jesu Christe".
Ad te, Jesu Christe, levavi animam meam. Salvator mundi, in
te speravi.
A te, Gesù Cristo, ho innalzato la mia anima. Salvatore del mondo, in te ho sperato.
Un bel canone a due (maschile e femminile), che esprime bene la gioiosa speranza nella Risurrezione.
Sono ovviamente i giorni della la Settimana Santa che oggi ha inizio con la
Domenica delle Palme e che si conclude con l’ottavo giorno della settimana: la
Pasqua di Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
La presenza di Cristo nella storia non è solo un vago
ricordo di 2018 anni fa, ma una presenza viva, efficace, sempre attuale. Anzi,
sempre un po’ più attuale della nostra pretesa modernità.
Senza Cristo, senza la sua Passione, Morte e Risurrezione il mondo non avrebbe senso.
Con Lui tutto acquista significato: il vivere e il morire,
la gioia e il dolore, il peccato e la grazia.
E allora le altre religioni, o gli atei? Il Signore
giudicherà secondo la retta coscienza di ciascuno.
Ma oggi più che mai, oggi che vediamo più da vicino le altre
religioni, o a quale deriva ci sta portando l’ateismo occidentale, ci accorgiamo ancor
più chiaramente che la fede cristiana, nonostante tutte le miserie umane di
coloro che la professano, è l’unico fondamento dei veri valori umani.
Per questo “Adoramus
Te Christe et benedicimus tibi; quia per Sanctam Crucem tuam redemisti mundum, qui passus es pro nobis, Domine. Domine, miserere nobis"; ti adoriamo Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento
il mondo, tu che ha sofferto la passione per noi, Signore. Signore, pietà di noi.
La professiamo con le magnifiche note del più grande
polifonista: Giovanni Pier Luigi da Palestrina, o più semplicemente Palestrina.
Un mottetto nelle quattro voci umane più naturali: soprani e
contralti per le donne, tenori e bassi per gli uomini. E intessute in un’armonia
perfetta: meno di due minuti di musica celeste, ma di valore inestimabile.
San Patrizio mi piace, e mi piace tutto ciò che si riferisce
a lui, come il St. Patrick’s Day (oggi), lo Shamrock (il trifoglio di S.
Patrizio), il verde del trifoglio, e l’Irlanda tutta, nazione tosta, simpatica,
cattolica, antibritannica quanto basta.
Mi piacciono gli scrittori irlandesi, che hanno fatto grande
la letteratura inglese, e per questo qualcuno li confonde con gli inglesi: Joyce, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, Jonathan Swift,
solo per citare i massimi, tutti con la dote dell’umorismo e dell’ironia, indice
massimo d’intelligenza.
Ho un debole per l’anticattolico Joyce (io che sono
cattolico fino al midollo), ma la sua formazione nella scuola dei gesuiti lo fa
un esperto conoscitore della Chiesa, vista nei suoi limiti umani. Il suo Ulisse
rimane per me l’opera più geniale della letteratura moderna e quella che amo di
più per l’incredibile stile innovativo; ritengo inoltre che solo un profondo
conoscitore della Chiesa e della sua dottrina possa apprezzare fino in fondo la
sua corrosiva critica e le sue dissacranti allusioni.
Ovviamente Oscar Wilde è colui che meglio di ogni altro sa
cogliere con folgoranti aforismi, pieni di humour, i vari aspetti della vita e
delle persone. Non c’è bisogno di ricordarli, sono ben noti e possono essere
letti nel web.
Ma ce n’è uno che nella festa di S. Patrizio non posso
tralasciare: “La Chiesa Cattolica è fatta di santi e di peccatori; per le
persone perbene basta quella Anglicana”. Un aforisma che si adatta bene a tanti
moderni perbenisti laici nostrali ed europei che hanno sempre il dito puntato
sulla Chiesa Cattolica, e non si accorgono del loro ipocrita squallore
esistenziale.
Jonathan Swift ci ricorda un altro aspetto dell’Irlanda: la sua
colonizzazione da parte degli inglesi. Lasciando da parte per una volta i formidabili
e fantastici Viaggi di Gulliver, la sua “Modesta Proposta” ci ricorda cosa è
stato il colonialismo inglese nei confronti della vicina isola: una barbarie che
ha portato gli irlandesi quasi all’estinzione.
Ho avuto la fortuna di stare qualche tempo in Irlanda, a
Cork, e di conoscere quello straordinario popolo, molto simile nel carattere a
quello italiano: cordiale, espansivo, simpatico. Non posso dire “solare” perché
in Irlanda, dice un loro proverbio, “tra un temporale e l’altro, piove”.
Ed è un popolo “musicale”: il loro simbolo nazionale è l’arpa
gaelica, oltre che il trifoglio di S. Patrizio.
Se poi aggiungiamo un po’ di Irish coffee e qualche pinta di
birra (Guinness ovviamente!), la festa può iniziare.
Con lo sguardo benevolo (e misericordioso) di S. Patrizio.
Happy St. Patrick's Day!
Mi pare opportuno festeggiare con una canzone di Bono e gli U2, la band irlandese più celebre nel mondo. Bono ha professato più volte la sua fede cattolica e nelle sue canzoni l'invocazione a Gesù non è una rarità, come anche nell'ultimo album, Songs of Experience (2017), da cui è tratto Lights of Home(2017). Lights of Home
Shouldn't be here 'cause I should be dead
I can see the lights in front of me
I believe my best days are ahead
I can see the lights in front of me
Oh Jesus if I'm still your friend
What the hell
What the hell you got for me
I gotta get out from under my bed
To see again the lights in front of me
Hey I've been waiting to get home a long time
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
The lights of home
The lights of home
I was born from a screaming sound
I can see the lights in front of me
I thought my head was harder than ground
I can see the lights in front of me
One more push and I'll be born again
One more road you can't travel with a friend
Saw a statue of a gold guitar
Bright lights right in front of me
Hey, I've been waiting to get home a long time
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
The lights of home
In the lights of home
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
In your eyes alone
I see the lights of home
Free yourself to be yourself
If only you could you see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could see
Luci di casa
Non dovrei essere qui perché dovrei esser morto Riesco a vedere le luci davanti a me Sono convinto che i miei giorni migliori debbano ancora venire Riesco a vedere le luci davanti a me Oh Gesù, se fossi ancora tuo amico Che diavolo Che diavolo hai avuto da me? Devo uscire da sotto il letto Per rivedere Le luci davanti a me
Hey, aspetto da tempo di tornare a casa Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Le luci di casa Le luci di casa
Sono nato da un urlo Riesco a vedere le luci davanti a me Pensavo di avere la testa più dura del terreno Riesco a vedere le luci davanti a me Un'altra spinta e sarò rinato Un'altra strada da percorrere senza amici Ho visto la statua di una chitarra d'oro Luci luminose proprio davanti a me
Hey, aspetto da tempo di tornare a casa Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Le luci di casa Nelle luci di casa
Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Nei tuoi occhi dell'amore Vedo le luci di casa
Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi vedere
Non posso lasciar passare la festa di S. Margherita da Cortona (22 febbraio) senza dedicare a questa straordinaria
donna e alla sua città di adozione qualcosa di bello.
La bellezza accomuna Margherita e Cortona.
Ci vuole perciò una “perla” (margarita) musicale per festeggiare degnamente.
Il mottetto Cantate
Domino, a sei voci miste, di Claudio
Monteverdi (1620) mi pare quanto mai adatto: una lode a Dio, che ci ha donato
tanto splendore, intessuta in una musica sublime.
Ho scelto per l'esecuzione il Coro dell’Università di Hong Kong.
Non è il massimo della perfezione; ma vedere e sentir cantare con tanta
passione Monteverdi da un coro cinese fa pensare, per contrasto, alla miseria musicale
(e non solo quella) delle nostre università italiane.
Santa Margherita, prega per noi!
Cantate Domino
canticum novum,
cantate et benedicite nomini eius,
quia mirabilia fecit.
Cantate et exsultate et psallite.
Psallite in cithara et voce psalmi,
quia mirabilia fecit.
A prima vista oggi due inconciliabili ricorrenze: Le Ceneri, simbolo della nostra natura mortale, inizio della Quaresima, tempo di penitenza; S. Valentino, patrono degli innamorati, festa gioiosa.
In realtà siamo polvere e cenere; eppure, nel tempo che ci è dato di vivere, si vive solo per amore.
Amore in tutte le sue dimensioni, naturalmente.
E prima di tutto, amore per Dio.
Mi piace festeggiare Le Ceneri e S. Valentino con un ben noto canto di Taizé, dove l'amore per Dio e per ogni persona è di casa.
Non posso lasciar passare la festa del Natale del Signore Gesù senza l'accompagnamento della musica.
Il Natale è armonia per eccellenza, armonia tra cielo e terra, tra Dio e l'uomo, e il canto degli angeli esprime questo lieto annuncio di salvezza.
Tutti i compositori, antichi e moderni, hanno voluto celebrare il Natale con le loro opere, dai grandi Oratori ai brevi Mottetti.
La voce umana è lo strumento musicale più bello, ovviamente quando è usato in modo adeguato.
Tra i massimi polifonisti classici l'olandese Jan Peterszoon Sweelinck (1562-1621) è in ordine di tempo l'ultimo dei grandi maestri fiamminghi. La musica fiamminga è caratterizzata, come noto, dalla grande abilità contrappuntistica. Ma in Sweelinck troviamo anche lo splendore della musica veneta di Merulo e G. Gabrieli e la lezione di armonia di Gioseffo Zarlino.
Un maestro che in certo senso raccoglie eredità musicali diverse ed apre la strada a innovative soluzioni, che anticipano il barocco.
Il mottetto Hodie Christus natus est fa intuire la genialità di questo polifonista, grande anche in altri settori dell'arte musicale, come il clavicembalo.
Buon Natale a tutti! con la divina armonia di Sweelinck.
Siamo ormai in prossimità del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.
In genere ci si ferma alla parola Natale. Ci si dimentica (spero di no), forse semplicemente si sottintende (spero di sì), di quale nascita si tratta.
La nascita di Gesù è il punto centrale della storia umana, con buona pace dei laicisti nostrali, di gente di altre fedi e di cristiani ormai solo di nome.
La dignità dell'uomo e della donna, i valori universali di giustizia e di pace, l'unità del genere umano hanno in Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il lieto annuncio. Un annuncio che non è passato di moda, ma risuona sempre più attuale.
Per questo desidero invocarlo: Vieni, Signore Gesù!
Mi piace ribadire questa invocazione anche in musica; una musica stupenda, ovviamente, perché l'attesa del Salvatore sia ancor più desiderata.
È il "Veni Domine" di Mendelssohn (1830), che più volte ho postato (è troppo bello!). Si tratta del primo Mottetto in Sol minore tratto dall'opera 39, per coro a tre voci femminili e accompagnamento di organo.
Un complimento al Coro di Reggio Calabria e al suo Direttore. Finalmente un bel coro italiano.
Veni Domine
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae et revoca dispersos in terram tuam. Veni Domine et noli tardare. Excita Domine potentiam tuam et veni, ut salvos nos facias. Veni Domine et noli tardare.
Vieni, Signore
Vieni, Signore, e non tardare! Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi. Vieni, Signore, e non tardare! Mostra, Signore, la Tua potenza e vieni a salvarci! Vieni, Signore, e non tardare!
È iniziato il mese di dicembre, il mese del S. Natale.
La storia umana ha nella nascita di Gesù il punto di riferimento centrale. Con tutto il rispetto per altre opinioni, senza la nascita del Figlio di Dio l'umanità sarebbe ancora in cerca d'autore.
Ma la nascita del Figlio di Dio non sarebbe stata possibile senza il sì di Maria. Con il suo sì incondizionato a Dio, la Vergine Madre ha dato inizio alla storia della salvezza.
Ecco perché prima del Natale la Chiesa canta le lodi di Maria Immacolata: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te. Tutta bella sei, Maria, e la macchia del peccato originale non è in te.
Il magnifico e finissimo mottetto Tota pulchra es, del 1960, a 3 e 4 voci femminili, di Maurice Duruflé (1902-1986), è cantato da un coro la cui singolare disposizione supplisce ad alcune carenze di esecuzione. Ho postato questo gruppo canoro neozelandese proprio per il curioso assetto circolare, poco adatto alla coralità, ma certamente sorprendente.
Nella grande festa del Redentor, che si celebra oggi a Venezia, mi piace riprendere in mano la penna, cioè la tastiera, e postare un festoso brano del più grande musicista della Serenissima Repubblica di S. Marco: Antonio Vivaldi, ovviamente.
Dedico questo magnifico e brevissimo salmo 116 "Laudate Dominum" (Coro a quattro voci miste, violini, viole e basso, RV 606) a tutti i cari amici e amiche del blog.
In particolare però vorrei ricordare la cara Rossaura (Ross), veneziana e rossa di capelli, come Vivaldi; anche se lei ha una certa allergia per le feste religiose... Ma di certo salverà la musica del geniale "prete rosso" (1678-1741).
Laudate Dominum omnes gentes, laudate eum omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius
et veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio et nunc et semper
et in saecula saeculorum. Amen.
Genti tutte lodate il Signore, lodatelo popoli tutti.
Poiché ha confermato la sua misericordia su di noi
e la verità del Signore rimane in eterno.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo
come era nel principio e ora e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona domenica a tutti, e buona festa del Redentor (mi raccomando, senza la e finale, se no i veneziani capiscono che non sei venessian...).
L’estate è in arrivo, è tornato il caldo, e torno anch’io.
Mi piace il caldo.
L’ho scritto più volte, in prosa e in rima. Ma ancora non l’avevo
detto in musica. Ora rimedio a questa mancanza postando un brano “caloroso”.
No, non sono andato a cercare l’hard rock, né una musica
latino-americana.
Sono andato nel “classico”, perché è lì che si annida ogni
genere musicale, compreso il rock.
Una musica calda, ma niente trombe, niente percussioni,
niente voci svettanti o strumenti rumorosi.
Solo archi, che accompagnano due violoncelli.
Ma è possibile una musica "caliente" con la voce rauca e spesso
un po’ nascosta del violoncello?
Giudicate voi.
Si tratta dell’Allegro finale del Concerto in Sol minore per
due violoncelli (RV 521), del 1720, di Antonio Vivaldi. È lui il “maestro”
degli archi.
Possiamo notare un tema sincopato (quasi uno swing), che passa dai violini ai violoncelli,
oltre alla straordinaria verve dei due cellisti, che esaltano in modo perfetto la
post-moderna partitura vivaldiana.
Ho scelto Vivaldi anche per un altro motivo. Oggi è la festa
di S. Antonio da Padova.
Se si posta una musica, bisogna che l’autore sia l’Antonio
più celebre.
Tra i Responsori della Settimana Santa di Tommaso Ludovico da Victoria (1585) il “Popule meus”, a quattro voci miste, è certamente uno dei più belli.
È Gesù che si lamenta del suo popolo per le offese (gli “improperia”)
ricevute nella sua dolorosa passione e morte.
Il mottetto a prima vista si differenzia dallo stile di
Victoria, in genere ricco di pathos e armonicamente caratterizzato dal
movimento delle parti.
Qui abbiamo praticamente un corale. Le parti si muovono pressoché
in modo uniforme e a prima vista senza particolari spunti emotivi.
In realtà si tratta di un mirabile capolavoro d’arte e di
fede.
Il movimento omofonico dà giustamente il senso di un dramma
collettivo: è un popolo intero che ha peccato, che ha ricambiato con tutto il male possibile il
bene ricevuto dal suo salvatore.
L’intensità del pathos non è appariscente, ma è ben presente
a chi lo sappia scoprire con una lettura attenta della partitura.
Basterà sottolineare le due frasi finali, una greca e la sua
traduzione latina: “Aghios athanatos eleison imas. Sanctus et immortalis,
miserere nobis”.
Nella frase greca la parola “athanatos” (immortale) è
collocata in una scala discendente e giunge alla nota più bassa del mottetto, quasi
a ricordare che l’immortale Dio è sceso nella profondità della morte.
Nella
corrispondente frase latina la parola “immortalis” è posta invece in una scala
ascendente e tocca la nota più alta: l’immortalità di Dio viene proclamata nella sua pienezza.
Rimasi a bocca aperta quando ascoltai da ragazzetto questo
brano nella Cattedrale della mia città. Anche la doppia lingua, greca e latina,
colpì la mia fantasia e si impresse nella mia memoria in modo indelebile.
Poi, da corista, ho avuto infinite occasioni per cantarlo, nella
sezione dei tenori.
Un episodio particolare me lo ha reso ancor più caro. Con
il coro eravamo stati invitati in Grecia per una serie di concerti nel 1978. Fu
un’occasione per visitare quella terra, così cara a chi conosce il mondo
classico. In una delle nostre gite fummo condotti ad Epidauro, dove c’è un
bellissimo antico teatro con un’acustica perfetta. La guida ci fece collocare
nelle gradinate e lui, lontano una cinquantina di metri, nel luogo dove recitavano
gli attori, fece cadere una moneta in una lastra di
pietra lì collocata. Sentimmo distintamente il suono della monetina che cadeva
dalla sua mano…
Mentre eravamo nel mezzo di quell'antico teatro, si alzò da un
lato un coro improvvisato di un gruppo tedesco che cantò “Popule
meus” di Victoria.
Una emozione indescrivibile. In quel luogo, dove erano
risuonate le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, ora risuonava questo canto
corale che ricordava una tragedia ancor più sublime.
Non ho trovato nel web una esecuzione che metta nel
giusto rilievo la bellezza del mottetto.
Ho scelto quello che mi sembrava il meno peggio. Ad esempio, è
incomprensibile perché il direttore del coro si fermi ad ogni frase greca e alla sua traduzione latina; la
partitura non ha pause. Direbbe Fosco Corti che c’è il pericolo di fare lo “spezzatino”.
Anche le note espressive sopra ricordate non sono sufficientemente messe
in risalto.
Nonostante tutto, il mottetto è così bello che anche in una
imperfetta esecuzione si può se non altro intuire la sua perfezione.
Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi. Aghios o Theos. Sanctus Deus. Aghios ischyros. Sanctus fortis. Aghios athanatos, eleison imas. Sanctus et immortalis, miserere nobis.
Popolo mio, che ti ho fatto? O in che cosa ti ho rattristato? Rispondimi! Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi!