Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Tra le poesie dedicate ad una donna, “La signorina
Felicita” di Guido Gozzano (1911) è una delle più riuscite.
Posto solo qualche strofa, come invito alla rilettura di questo piccolo
capolavoro.
Dietro la scherzosa e quasi irriverente descrizione della signorina, il
poeta cerca di nascondere la sua commossa ammirazione e uno struggente
sentimento amoroso.
Ma neppure l’ironia riesce a salvarlo dal mistero della donna, “senza fine
bello!”.
Un augurio a tutte le donne, in questo giorno a loro dedicato.
La signorina Felicita, ovvero la Felicità
III
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
……
Donna: mistero senza fine bello!
(Guido Gozzano)
Nella foto in alto: "Giovane bionda seduta" (1918), Amedeo
Modigliani, National Gallery, Washington.
Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo avanti Cristo, erano pervenuti ad affermare l'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, in base ad argomenti di ragione.
Questo "dialogo" utilizza solo quei concetti, di cui poi il Cristianesimo si servirà (con qualche importante modifica) nell'annuncio della fede.
A sinistra l'immagine di Platone (disegnata da Raffaello); a destra un busto di Epicuro.
Il dialogo si svolge ad Atene agli inizi del IV secolo a. C. tra un amico di Platone e un uomo di Alicarnasso
- Ehilà, uomo di Alicarnasso!
- Ciao, amico di Platone!
- Qual buon vento ti porta qui ad Atene?
- No, nessun vento. Le mie gambe, piuttosto.
- Sempre di buon umore, eh? Lo so che ti piace scherzare...
- Sono discepolo di Epicuro e di Lucrezio, mi piace la concretezza; sono realista.
- Epicuro e Lucrezio? E chi sono? Non li ho mai sentiti dire.
- Verranno dopo di te, stanne certo. Noi sosteniamo che tutto è fatto di particelle piccolissime, indivisibili. E quando siamo morti, queste se ne vanno a caso per l’aria, a formare altri corpi.
- Quindi tu, come Democrito, il mondo a caso poni?
- Certo! Perché, c’è qualche altra spiegazione?
- Per esempio, Aristotele non dice così; e mi pare abbia argomentato con più verosimiglianza.
- Aristotele! Chi era costui?
- Ne sentirai parlare. Verrà dopo di noi. Egli sostiene che il mondo è ordinato secondo regole e leggi, sia fisiche che morali. Nulla è a caso. È inutile lanciare un sasso mille volte per aria; non imparerà mai a volare. E anche tu, uomo di Alicarnasso, ti comporti secondo principi di saggezza e regole morali; non sei certo uno che si pavoneggia scioccamente o che strepita e si agita nel teatro della vita, dicendo cose che non significano nulla. O no?
- Certo che no! I miei discorsi sono sensati, e il mio comportamento è irreprensibile, secondo la logica e l'etica epicurea: niente di troppo, il piacere consiste nell’equilibrio tra estremi. Il giusto mezzo, insomma.
- Appunto, come dice pure Aristotele. L’uomo è un animale ragionevole. E con un’anima che trascende il suo corpo.
- Qui non ti seguo, caro amico di Platone. L’anima è mortale. Io sono uno di quelli che l’anima col corpo morta fanno.
- Trovo la tua affermazione un po’ contraddittoria. Se dici di seguire regole morali, se hai idee che ritieni giuste, se affermi delle verità universali, dovrai ammettere che provengono da qualcosa che non è solo un casuale aggregato di particelle. Ci deve essere in noi un principio che trascende la parte materiale, e che le dà ordine, moralità e verità. Un principio che supera la pura materia; un’anima immateriale e immortale insomma, che è l’origine della verità e della moralità in ciascuno di noi, come ha insegnato il mio maestro Socrate.
- Caro amico di Platone, io credo solo a ciò che vedo! e quest’anima non si è mai vista. Tu l’hai forse vista? L’hai misurata, calcolata, pesata? Ha un colore, un sapore, un odore, una forma?
- E tu puoi vedere i tuoi pensieri, odorare i tuoi sentimenti, le tue passioni, le tue idee? Le hai pesate, misurate, spezzate, come saranno spezzate quelle particelle che tu chiami indivisibili?
- Quelle particelle non potranno mai essere spezzate; non per nulla le chiamiamo atomi!
- Li spezzeranno, li spezzeranno… Perché la materia è quantità, occupa spazio, perciò è per sé stessa divisibile. Le idee invece non occupano spazio e superano ogni ostacolo materiale. Sono immortali, sono di un’altra consistenza, sono una realtà spirituale, divina.
- Sogni, i tuoi sono solo sogni! Mi sembri come quel poeta che ha detto che la vita ha la consistenza dei sogni. La realtà invece è concreta, ed è quella che possiamo vedere e toccare con mano. Il resto è silenzio.
- Non esserne così certo. C’è chi ha detto che le cose più concrete sono proprio le idee. Senza idee l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra; anzi, non sarebbe neppure uomo, distinto dall’animale. E se c’è stato progresso, questo si deve proprio alla capacità dell’uomo di formulare concetti, ipotesi, idee; sogni, come tu dici, che però si sono rivelati quanto di più concreto si possa immaginare.
- Ammetto che le idee siano importanti; ma perché devono provenire da un’anima dentro di noi?
- E da quale principio dovrebbero provenire? Solo da organi materiali, limitati nel tempo e nello spazio? Sarebbe una contraddizione in terminis. Se ho pensieri immortali, in me ci deve essere un principio immortale. Dammi retta, uomo di Alicarnasso. Se l’uomo viene ridotto solo a ciò che mangia, viene umiliato nella sua dignità più grande. Non sarebbe diverso dagli altri animali; anzi, mi parrebbe il più misero di tutti, perché, mentre gli altri ignorano la loro sorte, noi sappiamo con certezza che cosa ci riserva il futuro: una condanna a morte.
- Ma io, da buon epicureo, non aspetto la morte; semplicemente la ignoro: quando ci sono io non c'è lei, e quando c'è lei non ci sono io.
- Ma i segni del tempo ti obbligano a pensarci ogni tanto, amico mio. Anzi, come dirà Seneca, ogni giorno moriamo, perché non è l’ultima goccia che fa vuotare la clessidra, ma tutta l’acqua che è scorsa prima. Perfino l'imperatore Federico II di Svevia, verso il quale mostrerai profonda ammirazione, proprio lui, dopo una vita non certo esemplare, al momento della morte volle indossare l'abito da monaco e morire con quello.
- Non vorrai farmi diventare un uomo spirituale, uno che va in Chiesa e dai preti per paura della morte e dell’aldilà!
- La Chiesa, i preti? Che significa? Chi sono?
- Lo saprai, lo saprai. Avrai a che farci tutti i giorni, per secoli e secoli. E se non stai attento, ti faranno bere la cicuta, come al tuo maestro Socrate. Anzi, ti metteranno sopra una catasta di legna e ti daranno fuoco.
- Ah! Proprio una brutta fine. Ma a te, che sei un epicureo, non ti hanno ancora messo al rogo?
- Ancora no. Per questo me ne sto alla larga…
- Ma attento a non allontanarti troppo, perché invece che arrosto, potresti finire allo spiedo, come il prode Anselmo.
- Per questo anch'io porto le braghe di ferro.
- Se poi guardi ancora più avanti, potresti ritrovarti in un regime peggiore di quello dei Trenta Tiranni, che il valoroso Trasibulo ha rovesciato qualche anno fa, come ben ricorderai.
- Non ci sarà più spazio per regimi tirannici, in un futuro di epicurei e scettici. È la religione la causa di ogni male, come scriverà in versi mirabili il mio caro Lucrezio.
- Veramente Lucrezio parlava della religione pagana, quella che faceva sacrifici umani agli dei; non immaginava di certo cosa sarebbe successo quando l'uomo si fosse sostituito a Dio nel governare la terra: il sacrificio di Ifigenia si sarebbe moltiplicato per milioni di volte! Tu invece questi orrori li vedrai con i tuoi occhi, uomo di Alicarnasso, e non so come potrai giustificarli.
- Non mi vorrai attribuire qualche colpa...
- Ma quando mai! Tu sei un uomo pacifico, e le tue guerre sono solo verbali. Non ami la Chiesa, questo è vero, ma non manderesti (forse) alla ghigliottina nessuno.
-Neanche tu, amico di Platone, sei un uomo di guerra. Le tue battaglie sono soprattutto contro gli errori di grammatica (che il tuo futuro discepolo Agostino considererà più gravi di un peccato mortale) e contro qualche miscredente, che non metteresti (forse) al rogo, ma magari alla berlina.
Uno dei modi di computare il tempo nell'antichità erano le Olimpiadi. La loro cadenza quadriennale permetteva di avere un punto di riferimento certo.
Le Olimpiadi erano anche fonte di ispirazione artistica e poetica. Penso in particolare al Discobolo di Mirone e alle Odi pindariche. Ricordo ancora l'inizio della I Olimpica per averla tradotta a scuola in verde età, con quel "volo pindarico" iniziale che tanto ha influito nella letteratura: "Ariston men ydor..." Ottima è l'acqua, l'oro risplende sopra ogni altra ricchezza, la stella più lucente è il sole, e i giochi di Olimpia sovrastano tutti gli altri.
Sullo stile dei greci, potrei ripercorrere, in questi giorni di Olimpiadi a Rio de Janeiro, la cronologia della mia vita, e senza pretese pindariche fermare l'attenzione su alcuni atleti che hanno scandito il passare degli anni, lasciando un segno indelebile nella mia memoria.
Vedo vincere i 200 metri piani da Livio Berruti a Roma nel 1960, mentre il tedesco (occidentale) Armin Hary vinceva i 100 in 10"2 (ma era stato il primo a correre la distanza in dieci netti). Pochi allora si accorsero di Cassius Clay, ma tutti si ricordano di Nino Benevenuti; inosservato anche Carlo Pedersoli nel nuoto, personaggio destinato a diventare il mio attore preferito. Oro invece al pistard Sante Gaiardoni, memorabile in seguito nei suoi snervanti duelli in surplace con Antonio Maspes. Lasciò increduli e stupefatti l'arrivo nello Stadio Olimpico dell'etiope Abebe Bikila, vincitore della maratona a piedi scalzi.
Indimenticabile il sovietico Valery Borzov, una "macchina da corsa" costruita nei laboratori sovietici, vincitore delle Olimpiadi di Monaco nel 1972, tristemente famose però per il vile e sanguinoso attentato palestinese agli israeliani. In Grecia si sospendeva ogni guerra nelle gare olimpiche; e quella guerra tra palestinesi e israeliani continua ancora...
Ben diverso il personaggio dell'altro sovietico Valery Brumel, saltatore in alto straordinario, con il suo elegante ed efficacissimo stile a "scavalcamento ventrale" che lo portò al record di 2 metri e 28 e alla vittoria nelle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Quella misura altissima mi sembrò allora ineguagliabile.
Nelle stesse Olimpiadi il mitico ginnasta Franco Menichelli vinse l'oro al corpo libero, così come fece Yuri Chechi, signore degli anelli nel 1996 ad Atlanta e Igor Cassina alla sbarra ad Atene nel 2004, inventando addirittura un nuovo movimento che ha preso il suo nome.
Le olimpiadi di Città del Messico del 1968 sono state quelle che più mi hanno affascinato. Risultati incredibili, personaggi leggendari. Il salto in lungo dello statunitense Bob Beamon sembrò un volo infinito e terminò al limite estremo della sabbiera, con la misura di 8 metri e 90, record durato 23 anni: un'eternità nell'atletica. Esterrefatto vidi vincere il saltatore in alto statunitense Dick Fosbury, con il suo rivoluzionario "scavalcamento dorsale", e la misura di 2, 24. Mi sembrò uno stile ridicolo, da gambero, ma poi si è imposto universalmente. Fu un altro statunitense, Jim Hines a infrangere il muro dei 10 secondi nei 100, con 9, 95. Nella premiazione dei 200 metri si videro sul podio del primo e del terzo posto due atleti neri statunitensi, Tommy Smith e John Carlos, sostenitori del movimento politico Black Power, alzare il pugno guantato di nero e abbassare la testa mentre risuonava l'inno nazionale. A parte l'aspetto politico, che fece molto discutere, in realtà il "potere nero" si stava già imponendo nello sport, specialmente nell'atletica leggera. Dopo di loro verrà Carl Lewis, il figlio del vento, che tra gli anni 80 e 90 dominò incontrastato. Solo Pietro Mennea tenne in alto la bandiera dei velocisti bianchi nei 200 metri piani, con il suo record di 19"72, durato dal 1979 al 1996, un tempo interminabile in mezzo al potere nero. Nel 1980 aveva vinto le Olimpiadi di Mosca nella specialità (ma mancavano gli statunitensi).
Nelle stesse Olimpiadi Sara Simeoni batteva la tedesca orientale (ancora c'era il muro di Berlino) Rosemarie Ackermann, saltando con il nuovo stile Fosbury. La Simeoni è stata la seconda donna a superare i 2 metri nel salto in alto, dopo la Ackermann (che aveva saltato proprio 2 metri) e a stabilire il record mondiale in 2, 01. Leggendaria la ginnasta rumena Nadia Comaneci che a soli 14 anni (la più giovane atleta medagliata alle olimpiadi) vinse l'oro a Montréal nel 1976 con il punteggio 10 mai prima assegnato, oro che conquistò anche a Mosca quattro anni dopo. I suoi volteggi da libellula sono rimasti nella memoria collettiva.
Mi entusiasmai a Ben Johnson con il suo incredibile 9,79 a Seul nel 1988; ma poi si scoprì che qualcuno, anzi, qualcosa l'aveva aiutato in quella stupefacente performance.
Infine il giamaicano Usain Bolt che domina da due olimpiadi (Londra e Pechino con 9, 69 e 9, 63) e forse anche in questa. È il nuovo "piè veloce Achille", e dovrà passare del tempo prima che qualche altro metta la freccia e sorpassi il suo record mondiale di 9,58 a oltre 41 km/h. Non ho mai capito se veramente è tutta farina del suo sacco, o se c'è stata qualche aggiunta di cruschello. Anche Ben Johnson è originario della Giamaica...
Ovviamente ho nella mente e negli occhi gli atleti di tante altre discipline. Mi piace ricordare i campioni del mondo della mia infanzia Adolfo Consolini nel disco e Carlo Lievore nel giavellotto; più vicino a noi Alessandro Andrei nel lancio del peso, vincitore a Los Angeles nel 1984 e Gabriella Dorio nei 1500. Con loro, i mitici campioni di marcia Pino Dordoni e Abdon Pamich, nonché Maurizio Damilano e il grande vincitore della maratona di Atene (la vera "Maratona"!) Stefano Baldini, Atene 2004.
Nella leggenda i fratelli D'Inzeo nell'equitazione (oro e argento a Roma 1960), nel canottaggio gli Abbagnale (oro a Los Angeles e nell'88 a Seul), gli schermidori, maschili e femminili (una per tutti la Vezzali) e i tiratori (maschi e femmine), dominatori fino ad oggi, i pallanuotisti, i pallavolisti (al maschile e al femminile), i trampolinisti, maschili e femminili, da Klaus Di Biasi a Cagnotto padre, da Francesca Dallapè a Tania Cagnotto, i nuotatori e le nuotatrici, da Novella Calligaris alla Pellegrini, da Fioravanti e Rosolino, a Detti e Paltrinieri.
Mi fermo qui, proprio con Gregorio Paltrinieri.
Per lui certamente Pindaro avrebbe scritto la XV Ode Olimpica, e avrebbe potuto iniziare come la prima, con un volo: Ottima è l'acqua, quando c'è dentro Gregorio Paltrinieri da Carpi.
A 400 anni dalla sua morte (23 aprile 1616) le sue opere sono più vive che
mai. Sono diventate leggendarie, come la Divina Commedia, l’Iliade, l'Odissea, l’Eneide, l’Edipo
Re...
Costituiscono quasi un inconscio collettivo, per usare un’espressione
cara a Jung, sono patrimonio comune della nostra cultura, sono archetipi sui
quali possiamo leggere la nostra stessa personalità.
I personaggi shakespeariani sono scolpiti con la potenza e la
perfezione michelangiolesca. Ogni aspetto della natura umana, dal più nobile al
più orrendo, compreso il comico e il grottesco, viene scandagliato e portato
alla luce con un’introspezione degna del miglior Freud.
Il mondo è un teatro, e Shakespeare ha saputo aprirne il
sipario per offrirci uno spettacolo di cui noi stessi siamo gli attori, nel
bene e nel male, nelle certezze più assolute e nei dubbi più angosciosi.
Straordinario nei dialoghi, il Bardo raggiunge la perfezione
in espressioni fulminee (divenute proverbiali) e nei monologhi.
Riporto qui, per onorare la sua arte, il monologo di Macbeth (Atto V, Scena V), al culmine della tragedia. Una tragedia cupa, la tragedia del potere che distrugge
coloro che iniquamente se ne vogliono appropriare.
Una lezione sempre valida.
La musica di sottofondo è del compositore, chitarrista e didatta argentino Julio Salvador Sagreras (1879-1942), Lezione n. 46, vol. I, della sua monumentale opera "Lecciones de guitarra" in 6 volumi.
Nello scritto del video c'è qualche errore di apostrofo. Non è colpa di Shakespeare...
Sarà il solleone, sarà soprattutto la qualità del legno, ma ormai
coloro che stanno nei palazzi del potere ci propinano ogni giorno i loro stucchevoli proclami.
Dall’alto delle loro poltrone, e soprattutto dei loro vergognosi stipendi e privilegi, fanno a chi le spara più grosse.
Renzi dice che tutto va bene e che le tasse diminuiranno,
dal prossimo anno. Naturalmente il prossimo anno ripeterà le stesse parole.
La Boldrini ovviamente ripete a pappagallo; in particolare, per
lei non esiste un’emergenza immigrazione, i clandestini sono pochissimi (stamani ne sono arrivati altri mille) e bisogna
costruire ponti (nel Mediterraneo?)
I giudici si divertono a prendere per il culo la gente:
tartassano le suore di Livorno e mettono in libertà delinquenti e pregiudicati.
Marino, il sindaco di Roma, è la somma della protervia del potere.
Tutto intorno gli sta crollando, la città è allo stremo, ma lui sembra il titolare di un bar d’Arezzo,
noto per essere il ritrovo di stomaci di ferro: “Barkollo, ma non mollo”.
E noi, vil plebe? Tutti buoni e zitti. Siamo di sotto, si
prende quel che viene; soprattutto bollette.
Proprio come scriveva il 21 gennaio 1832 il Belli nel suo
362esimo Sonetto romanesco: “Li
soprani der Monno vecchio”. Mario Monicelli ne prese lo spunto per Il
Marchese del Grillo.
Da allora il mondo è cambiato poco. Giudicate voi.
Li soprani der Monno vecchio C'era una vorta un Re che dar palazzo mannò fora a li popoli st'editto: "Io sò io, e vvoi nun siete un cazzo, sori vassalli bbuggiaroni, e zitto. Io fo ddritto lo storto e storto er dritto: posso vénneve tutti a un tant' er mazzo: io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo, ché la vita e la robba io ve l'affitto. Chi abbita sto monno senza er titolo o dde Papa, o dde Re, o dd'Imperatore, quello nun pò avé mmai voce in capitolo". Co st'editto annò er boja pe ccurriero, interroganno tutti in sur tenore; e arisposeno tutti: "È vvero, è vvero".
Siamo soliti indicare come inizio del Romanticismo la
pubblicazione a Berlino della rivista “Athenaeum” nel 1798 da parte dei
fratelli Schlegel.
Ovviamente non si può indicare una data esatta per un
movimento così vasto e complesso come quello romantico; ma i testi scolastici amano
le semplificazioni; e il 1798, con la rivista Athenaeum, è ormai diventato una
data canonica.
Non voglio criticare più di tanto questa semplificazione,
anche perché dei punti di riferimento cronologici sono sempre necessari.
Mi permetto però di aggiungere che in quella medesima data,
1798, Ludwig Van Beethoven compose la Sonata per pianoforte n. 8, cioè la “Patetica”,
che è senza dubbio il manifesto del Romanticismo musicale.
Quel potente accordo iniziale di Do minore è come un grande sipario
che si apre su di un mondo nuovo, dove vengono ormai esplorati tutti i meandri
dell’animo umano, da quelli più oscuri a quelli più luminosi.
Una composizione che lasciò stupiti e ammirati i
contemporanei e segnò una svolta decisiva non solo nel cammino artistico del
ventisettenne Ludovico Van, ma di tutta la musica successiva. Pochi anni dopo
verrà la Sonata n. 14, “Al chiaro di luna”, e di poi la n. 23, “Appassionata”:
ormai il cammino del Romanticismo era ampiamente aperto.
Nell’epoca attuale, dove domina una musica sempre più ricca di orpelli e sempre più povera di idee, l’ascolto della Patetica ci richiama ad un mondo in
cui i sentimenti erano profondi, e l’arte sublime.
Mi limito a postare il 1 Movimento:“Grave-Allegro di molto e con brio”.
È nel suo pieno fulgore ed è giunta nel mezzo di un cielo senza nubi. Mentre scrivo posso contemplarla dalla finestra del mio studio, aperta "a una gran serenità d'estate", per ricordare un bellissimo verso del Pascoli (Suor Virginia).
Venti gradi di estate settembrina, un dolcissimo regalo di una stagione indecifrabile.
Gli antichi hanno sempre raffigurato la luna come una divinità femminile. Del resto è noto che il mese lunare ha una stretta relazione con il mese muliebre.
Per la verità gli antichi mettevano in relazione la luna anche con il carattere della donna, "semper variabilis", come le fasi del satellite...
A questo non ci credo. Ci sono donne che hanno una fermezza d'animo e un carattere così determinato, che smentiscono ogni sciocca credenza al riguardo.
In modo particolare, proprio oggi, 8 settembre, noi ricordiamo la creatura più bella del creato, una donna, nella cui vita c'è stato solo il sì: Maria, la Madre di Dio.
Non donna volubile, ma donna "stabile in eterno", come dice il Petrarca nella stupenda "Canzone alla Vergine", che conclude il Canzoniere:
"Vergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d’ogni fedel nocchier fidata guida,
pon’ mente in che terribile procella
io mi ritrovo sol, senza governo." (vv. 66-70).
Prima di lui lo aveva fatto Dante, che nell'ultimo canto del Paradiso aveva lodato Maria con le celebri parole:
"Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura, termine fisso d'etterno consiglio.
Tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura."(vv. 1-6).
Per questa Donna straordinaria, che ha reso così onore al genio femminile, e alla stupenda luna che ci ha dato occasione per ricordarla, dedico uno struggente Notturno di Chopin (Op. 48, n. 1).
Esegue Valentina Igoshina, pianista russa tanta brava quanto bella.
Non le stelle cadenti, ma la luna stanotte sta dando
spettacolo.
Dalla mia finestra aperta posso ancora vedere, in alto nel
cielo, il magnifico plenilunio di una notte di mezz’estate.
Ci vuole qualcosa di sublime per descrivere questo
spettacolo affascinante. Per la verità, ci hanno già pensato Chopin, Beethoven, Leopardi,
Mendelssohn, Debussy...
Ma la prima ad aver cantato lo splendore di un
plenilunio è stata una donna, la poetessa greca Saffo, vissuta tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, più volte da me
ricordata nei miei post “notturni”, della quale ora voglio qui riportare una breve lirica.
Si tratta di una sola strofa di metro “saffico”, il Fr. 34 Voigt, che
faceva parte di una poesia forse di carattere nuziale, un epitalamio. Lo
splendore della luna al plenilunio, che oscura con la sua luminosa bellezza le altre stelle, è quasi certamente una similitudine della sposa di fronte alla
quale nessun’altra donna può competere.
Splendido elogio!
Di fatto rimane solo la strofa che esalta la bellezza della
luna al suo culmine. Il primo “notturno” della storia letteraria...
La riporto nell'originale scrittura greca, che è già un’opera d’arte
in sé stessa; e poi ovviamente la traduco, rispettando alla lettera il testo, ma
cercando di riprodurre il ritmo di una strofa saffica: tre versi di uguale metro (in questo caso ho
usato decasillabi) e un adonio finale (un quinario).
La Costa Concordia ha ripreso oggi a navigare. Dopo oltre due
anni dal naufragio di fronte all’Isola del Giglio, il 13 gennaio 2012, oggi ha
ripreso il suo cammino in mare.
Non è più una crociera, ma il viaggio verso l’ultima meta, il
porto di Genova, dove sarà demolita. Di lei rimarrà solo il ricordo.
Indelebile.
Indelebile per il vergognoso comportamento del suo capitano,
che è sotto processo, con altri membri dell’equipaggio.
Indelebile per le 32 vittime (e 110 feriti) del disastro.
Indelebile per il comportamento ammirevole degli abitanti
dell’Isola, che non solo hanno aiutato le migliaia di persone della nave (oltre 4.000), ma anche perché hanno saputo pazientare due anni con quel gigantesco
relitto nelle loro acque, con tutti i pericoli del caso.
La più grande nave da crociera del mondo naufragata ha ripreso a navigare. Incredibile, ma
vero.
Non con le proprie forze, certo, e per fortuna senza il suo ultimo e
disastroso comandante; ma trainata da potenti rimorchiatori e accompagnata
da uno stuolo di altri mezzi navali.
Il raddrizzamento e il rigalleggiamento della nave sono
frutto dell’ingegneria italiana, un’opera che ha lasciato tutti stupiti.
Tranne ovviamente i francesi, quelli che hanno sempre la
puzza al naso, quando si tratta di genialità italiana. Il ministro Ségolène
Royal ha detto à tout le monde che
controllerà "di persona" il transito della Concordia presso la Corsica, per
vedere se qualche goccia di nafta inquinerà la
mer de la France (attention à la prononciation,s'il
vous plaît, pour éviter le mot de Cambronne...).
In tal caso prenderà severi provvedimenti. Tirerà fuori di nuovo la ghigliottina?
Per la fausta occasione della ripartenza della Concordia mi piace ricordare una poesia di Giuseppe Ungaretti, che dà il titolo alla sua celebre raccolta Allegria di Naufragi (1919):
E subito riprende
Il viaggio Come Dopo il naufragio Un superstite Lupo di mare.
L’ossimoro del titolo (allegria-naufragio) vuole indicare con forza la
speranza del poeta dopo il disastro della Grande Guerra.
E oggi, dopo un naufragio reale durato due anni e mezzo, la Concordia ha ripreso coraggiosamente
il suo cammino in mare aperto. Un segno di speranza anche questo, per la nostra Italia.
Ciò che è accaduto a Venezia per la costruzione del “MOSE”
fa impallidire EXPO 2015 e le altre Tangentopoli italiche.
Coinvolte le massime autorità della città lagunare e della regione.
Arrestato il sindaco Orsoni, accusato di concussione, corruzione e riciclaggio,
e con lui altre 34 persone. Almeno 100 gli indagati. Impressionante il genere
di categorie coinvolte: oltre agli imprenditori, si tratta di politici di ogni colore, di funzionari
statali, di magistrati (!), di appartenenti alle forze dell’ordine.
Secondo il Gip Alberto Scaramuzza, questi hanno “asservito
totalmente l’ufficio pubblico che avrebbero dovuto tutelare, agli interessi del
gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionante di benefici
personali di svariato genere».
Non si salva nessuno, nelle 711 pagine dell’ordinanza
con cui il Gip ha chiesto i provvedimenti disciplinari. Chiesti pure gli
arresti per l’ex Governatore del Veneto, e ora parlamentare, Galan.
Secondo le Fiamme Gialle si tratterebbe di una truffa da 20
milioni di euro.
[Aggiornamento del 7/6/14: un miliardo di euro!)
Mi è venuto in mente il
dialogo-monologo di Jago dell’Otello shakespeariano, quello in cui il
cinico alfiere consiglia malignamente a
Roderigo di riempire il più possibile la borsa di denaro, per i suoi illeciti
scopi.
La frase è come un ritornello ossessivo: “Put the money in thy purse!” Geniale il martellante refrain, quasi un letterario lavaggio del cervello. Con esiti disastrosi.
E poi, guarda caso, siamo nella trama del “Moro di Venezia”. E la scena si svolge
proprio a Venezia.
Forse questi tali sono stati a scuola di Jago...
Ma esistono sempre i “Piombi” e il “Ponte dei sospiri”?... Dalla foto in alto, parrebbe di sì.
“OTHELLO, THE MOOR OF
VENISE” (SHAKESPEARE)
ATTO I. Sc. III
JAGO (a Roderigo)
Io mi son dichiarato
amico tuo e mi sento legato alla tua causa con vincolo tenace e duraturo;
non ho potuto mai
esserti utile come in questo momento.
Senti a me: riempiti la borsa di denaro,
camuffati con una
barba finta, e vieni al nostro seguito alla guerra.
Ma, ti dico, riempiti la borsa.
L’amore di Desdemona
pel Moro non può durare a lungo...
(pensa a metter denaro nella borsa)
così come l’amore suo
per lei. Per lei è stato un inizio violento,
e la rottura seguirà,
vedrai, altrettanto violenta.
(Metti, metti denaro nella borsa).
Questi mori sono
d’umor volubile
(fa che la borsa sia ben riempita)
e il cibo che gli è
ora delizioso come carrube, gli sarà amarissimo
come la coloquintide
tra poco. Ella dovrà cambiare, perché è giovane;
e, sazia che sarà del
di lui corpo, s’accorgerà della scelta sbagliata
e sentirà il bisogno
di cambiare.
Perciò metti denaro nella borsa.
Se poi sei proprio
deciso a dannarti, fallo almeno in un modo più elegante
che non quello
d’andarti ad affogare. [Procurati tutto il denaro che puoi].
Se la sua santimonia ed
un labile voto maritale
tra un barbaro
selvaggio giramondo ed una superfina veneziana
non sono ostacoli
troppo difficili da superare per la mia scaltrezza,
tu la godrai.
Procurati il denaro.
(Traduzione di Goffredo
Raponi)
I have professed me thy 695 friend and I confess me knit to thy deserving with cables of perdurable toughness; I could never better stead thee than now. Put money in thy purse; follow thou the wars; defeat thy favour with an usurped beard; I say, put money in thy purse. It 700 cannot be that Desdemona should long continue her love to the Moor,— put money in thy purse,—nor he his to her: it was a violent commencement, and thou shalt see an answerable sequestration:—put but money in thy purse. These Moors are changeable in 705 their wills: fill thy purse with money:—the food that to him now is as luscious as locusts, shall be to him shortly as bitter as coloquintida. She must change for youth: when she is sated with his body, she will find the error of her choice: she must 710 have change, she must: therefore put money in thy purse. If thou wilt needs damn thyself, do it a more delicate way than drowning. Make all the money thou canst: if sanctimony and a frail vow betwixt an erring barbarian and a supersubtle Venetian not 715 too hard for my wits and all the tribe of hell, thou shalt enjoy her; therefore make money.
In questi giorni di fine ottobre si ricorda la Rivoluzione
Russa del 1917.
Ogni anno di questi tempi mi piace soffermarmi un po’ da
quelle parti.
Non posso negarlo. La storia della Russia mi piace. Anzi,
per essere più precisi, mi affascina, mi ha sempre affascinato.
Neppure l’immane disastro della dittatura sovietica è
riuscito a cancellare in me questo amore viscerale.
Dico subito il perché.
Io penso che nessun popolo o nazione o stato abbia una
storia paragonabile a quella russa. Forse solo l’antica Roma può vantare il
primato, dallaquale del resto la Russia ha
ereditato sia il simbolo dell’aquila imperiale, sia il nome del capo supremo: Caesar
(Cesare), Csar, Zar.
La storia russa mi colpisce per la sua immane grandezza, in
ogni suo aspetto, nel bene e nel male. Tutto nella Russia appare spropositato, quasi
“senza misura”.
Immenso è il territorio di cui parliamo, 17 milioni di Km2
(55 volte l’Italia), il più grande del
mondo, che copre ben 11 fusi orari (in realtà 12). Quando sorge il sole a
Vladivostok, sull’Oceano Pacifico (!), nella parte più occidentale del paese (Kaliningrad,
in Europa) siamo ancora al tramonto del sole del giorno precedente.
Con questa sequenza di ore, il capodanno è festeggiato 11
volte, e quanto scocca la mezzanotte nella parte più orientale (la Kanciacca), a
Mosca ad esempio sono ancora le 15 dell’anno vecchio.
La Transiberiana, costruita dagli Zar, ha un percorso di
oltre 9 mila km, ancor oggi la ferrovia più lunga del mondo.
Negli inverni siberiani si sono acclimatati villaggi e intere
città (citerò solo Tomtor, Jakutsk, Ojmjakon) con temperature
che scendono anche sotto i –60 e perfino i –70 gradi centigradi. Mi fa freddo
solo a scriverle, queste cose!
Non essendoci catene montuose significative (tranne quella
modesta degli Urali e i monti siberiani sui confini), gli orizzonti sono
praticamente illimitati, infiniti.
Lunghissimi i fiumi: il Volga con i suoi 3530 km è il più
lungo d’Europa; l’ Ob, il Jenissej e la Lena con i loro 4000 e passa km fanno a
gara con i più lunghi del mondo. Immensi
i suoi laghi (Ladoga, Onega, Baikal), ed uno ha le dimensioni di un mare: il Mar Caspio,
che con i suoi 371.000 km2 è il più grande del mondo e supera in
estensione da solo l’intera Italia.
Si potrebbe continuare a lungo con queste note esteriori. Ma
in questi sterminati territori si sono svolte, per dirla con il Manzoni, “luttuose
traggedie d’horrori, e scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi d’imprese
virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche” (I promessi sposi, Introduzione).
La Russia, anzi, la Santa Russia, ha fermato i Tartari con
Ivan il Terribile (bisognava essere proprio “terribili” per fermarli), salvando
tutto l’Occidente cristiano da Nord-Est.
Ha fermato Napoleone, che nessuna coalizione di nazioni
sembrava fermare; lo ha fermato, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, nella sua arroganza di
pensare che fosse giusto tutto ciò che faceva, invece di fare tutto ciò che era giusto. E Napoleone aveva invaso contro ogni diritto internazionale la Russia
allora neutrale e in pace.
Ha fermato Hitler nella sua folle avanzata per la conquista
del pianeta, con l’eroico martirio di milioni di soldati.
Al tempo stesso, quella medesima Russia volle dare compimento
ad una tragica utopia egalitaria, frutto del pensiero di uomini “ad una sola
dimensione”, quella materialista. La Santa Russia fu sanguinosamente trasformata in uno Stato senza
Dio, senza Chiesa, senza Religione, senza un passato. E senza voci di dissenso: un "pensiero
unico", quello del marxismo-leninismo.
Così, quella Russia che aveva salvato l’occidente dai
Tartari, si è presentata in Occidente col volto dei “nuovi tartari”; non a
cavallo, ma con i carri armati: in
Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia...
Fu quello il tragico inizio della fine dell’utopia comunista
sovietica e l’inizio di una “primavera di popoli”; compreso quello russo, che
deve ancora ritrovare il senso e la dignità della sua storia umile e grandiosa.
Mi vengono in mente le parole di Solgenitzin: “Senza quell’Uomo
giusto non può sussistere né un villaggio, né una città, né il mondo intero” (La casa di Matriona). Non è difficile
capire a chi si riferiva il grande dissidente cristiano.
Così come ugualmente affascinanti e profetiche risuonano le
parole di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. E si riferiva non solo
alla bellezza artistica, ma soprattutto alla bellezza spirituale e morale di
Cristo.
Notissima (ma forse poco letta) la grande letteratura russa
dell’800. Quella del 900 non le è paragonabile.
Ma meno conosciuta ancora, forse per molti, è la nascita della musica
russa moderna. Tutti conosciamo i grandi compositori di fine 800 e del 900:
in particolare Rimskij-Korsakov, Tchaikovskij, Rachmaninov, Prokovief,
Shostakovic...
Tutto è iniziato però con Glinka, nel 1836 a S. Pietroburgo.
Fino ad allora non esisteva una musica classica russa. Alla corte degli zar
venivano chiamati compositori italiani, francesi, austriaci, tedeschi. Era
quella la musica che contava e che piaceva.
Michail Glinka (1804-1857), amico dei compositori italiani,
francesi e tedeschi, volle dare inizio ad una musica che non fosse solo
imitazione di questi, ma che prendesse spunto e significato dalla tradizione
russa, religiosa e civile.
Nasce così la prima vera e grande opera russa: “Una vita per
lo Zar”, nel 1836. Dopo quest’opera ne vennero altre, ma soprattutto fu di
stimolo e di esempio ad altri musicisti che continuarono e portarono a
compimento questa grande avventura: dare alla Russia una musica propria.
Fu soprattutto Balakirev e il suo “Gruppo dei Cinque” (Cui, Borodin, Mussorgskij, Rimskij-Korsakov, e ovviamente Balakirev) che nella seconda metà dell’800 fecero rifiorire l’arte
musicale nell’impero degli Zar.
Così possiamo dire che tutti i più grandi musicisti russi sono eredi di
Balakirev e prima ancora di Michail Glinka.
I bolscevichi, nel 1918, sterminarono la famiglia dello Zar,
compresi i membri più giovani, tra cui il tredicenne Aleksej, malato. Così, tragicamente, alla maniera russa, finì la dinastia
dei Romanov.
Con il canto finale dell'opera, «Славься, славься, святая Русь!» (Gloria, gloria, Santa Russia!), vogliamo
onorare anche l’ultimo Zar di tutte le Russie, Nicola II, giustiziato ingiustamente.
“Una vita per lo Zar” era stata dedicata da Glinka allo Zar regnante, Nicola I.
Il bellissimo pomeriggio di questa domenica di maggio era troppo allettante per farmi rimanere chiuso in casa e in città.
Così ho preso l’auto e mi sono diretto in collina, dove ormai la primavera, dopo un inizio stentato, comincia a mostrare tutto il suo fulgore.
Una bella passeggiata tra boschi e campi è quanto di più salutare, per il corpo e per lo spirito, si possa immaginare.
Mi sono inoltrato nel bosco, mentre i miei polmoni facevano il pieno di ossigeno e di essenze balsamiche profumate, rigorosamente naturali, ovviamente.
Camminando lungo un sentiero accanto ad un rigagnolo, con mia grande sorpresa ho notato nel greppo un cespuglio di viole ancora fiorite.
Sono rimasto incantato. Poco più sopra, illuminate dal sole, spiccavano rose di macchia, con il loro delicato colore.
Rose e viole…. Per la verità, non è stata la prima volta che ho visto insieme nel bosco questi due fiori, il cui ciclo vitale si svolge in periodi diversi. Le altre volte però mi era accaduto di vedere anticipata la fioritura delle rose, in primavere precoci.
Questa è stata una delle poche volte che ho visto invece, almeno dalle mie parti, le viole ai primi di maggio, nel pomeriggio di una lenta primavera.
Ho pensato al Leopardi, e alla donzelletta del Sabato del villaggio, che reca in mano “un mazzolin di rose e di viole”.
Ho anche pensato ai commenti, talvolta poco benevoli, dei critici (il Pascoli, ad esempio) che hanno voluto sottolineare le scarse conoscenze “botaniche” del grande poeta di Recanati.
Altri invece hanno parlato di “licenza poetica”. Ai grandi poeti tutto è permesso; rose e viole fioriscono in periodi differenti, ma se il verso lo esige, vengono fatte sbocciare in contemporanea.
Viene in mente un’altra licenza poetica famosa: l’upupa dei Sepolcri del Foscolo, che svolazza notturna sopra le tombe; mentre sappiamo che è un uccello diurno, con una simpatica cresta di penne, ma con un nome che sta bene nei cimiteri. E il Foscolo ce l’ha collocata.
Anche il Manzoni non scherza, e mette in bocca al brianzolo Renzo un “La c’è la Provvidenza!”, che si sente solo in Toscana. Ma lo scrittore aveva risciacquato “i suoi panni in Arno” e intendeva proporre un modello di lingua nazionale.
Licenze poetiche…
Ma stasera, 8 maggio, di fronte a quel cespuglio di viole, e con una macchia di rose canine che svettavano al sole primaverile, ho pensato che la donzelletta che veniva dalla campagna, in quel sabato del 1829, doveva aver trovato una stagione simile a questa del 2011.
Con buona pace del Pascoli.
Foto in alto: "La gerbe" (1953), di Henry Matisse, Los Angeles, County Museum of Art
Le "Operette Morali" di Giacomo Leopardi (1798-1837) sono un capolavoro della letteratura italiana e al tempo stesso un'amara riflessione sulla vita.
Queste 24 brevi composizioni sono scritte in forma di dialogo o di racconto, ora umoristico, ora ironico, ora argomentativo, ora fantasioso; ma sempre si concludono con l'affermazione che la vita dell'uomo sulla terra è un mistero di dolore inspiegabile.
Il tragico suicidio di Mario Monicelli mi ha fatto tornare in mente una di queste operette morali: il "Dialogo di Plotino e di Porfirio".
Il filosofo Porfirio ha deciso di togliersi la vita; venuto a conoscenza di ciò, l'amico filosofo Plotino, con una serie di argomentazioni sempre più stringenti, riesce a distoglierlo dall'insano gesto.
"Viviamo, Porfirio!" è l'accorato invito finale, un'apertura di credito nei confronti della vita, anche se faticosa.
Tutti i commentatori hanno notato che il dialogo in realtà è un monologo interiore del Leopardi stesso.
Per questo, a mio parere, la bellezza della conclusione di questa operetta consiste proprio nel fatto che viene dal travaglio interiore del non credente e pessimista Leopardi.
Nonostante tutto, la vita va affrontata a viso aperto, con coraggio, per portare a termine il proprio destino, confortati dalla compagnia delle persone care.
Riporto, nella ricercata prosa leopardiana, la bellissima perorazione finale di Plotino:
"Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferire [sopportare] la vita, che così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono.
Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve.
E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora".
Mi viene in mente il Leopardi "eroico" de La Ginestra...
Abbiamo definito l’opera di Francesco Petrarca (1304-1374) come “la storia di un’anima”.
Un’anima in cui le passioni terrene e i desideri di cielo si scontrano, fino ad una faticosa ma netta conversione a Dio.
Il momento decisivo di questa “conversione” è l’ascesa al Monte Ventoso, descritta in una stupenda lettera del 1336 indirizzata a Dionigi di Borgo San Sepolcro, suo padre spirituale.
Il grande poeta aretino, giunto in un luogo dal quale poteva ammirare uno straordinario panorama, dal Massiccio lionese fino al mare di Marsiglia, fa una sosta, anche per leggere qualche pagina delle “Confessioni” di S. Agostino, un libro regalatogli proprio dal suo padre spirtituale e che portava sempre con sé, “piccolo da stare in una mano, ma di infinita dolcezza” (pugillare opusculum, sed infinitae dulcedinis).
Aperto a caso il libro, si trovò davanti a questo passo:
“Gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e i grossi flutti del mare e l’amplissimo corso dei fiumi e l’immensità dell’Oceano e il ruotare degli astri, e non curano sé medesimi”.
Chiusi il libro in collera con me stesso, perché rimanevo ancora attaccato all’ammirazione delle cose terrene, io che già da gran tempo avrei dovuto apprendere anche dai filosofi antichi che nulla è mirabile fuorché l’anima, in confronto alla cui grandezza nulla è grande.
Allora sazio di aver veduto quel monte, rivolsi gli occhi interiori su me stesso (in me ipsum interiores oculos reflexi).
Anche il Canzoniere si apre, agostinianamente, con una confessione pubblica del suo “giovenile errore”, e del suo sincero pentimento. Quel sonetto l’abbiamo postato ieri: “Voi che ascoltate in rime sparse il suono”…
Il capolavoro del Petrarca si conclude con una stupenda e solenne canzone alla Vergine Maria, “Vergine bella, che di sol vestita”, della quale, data la notevole lunghezza, posto solo la prima e l’ultima strofa.
Il poeta, dopo aver tessuto le lodi di Maria con le parole della Sacra Scrittura (Apocalisse, Vangeli) e della tradizione cristiana, la prega perché il suo divin Figlio, vero uomo e vero Dio, lo accolga in pace dopo l’ultimo respiro.
Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ‘n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole.
Ma non so 'ncominciar senza tu' aita,
e di Colui ch'amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede.
Vergine, se a mercede
miseria extrema de l'humane cose
già mai ti volse, al mio prego t'inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench'io sia terra, e tu del ciel regina.
…
Il dí s'appressa, e non pòte esser lunge,
sí corre il tempo e vola,
Vergine unica e sola,
e 'l cor or coscïenzia or morte punge.
Raccomandami al tuo figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch'accolga 'l mïo spirto ultimo in pace.
Questo è Francesco Petrarca: sommo poeta lirico, grande letterato, raffinato scrittore, uomo che ha conosciuto il sentimento amoroso e le passioni umane, ed altresì una sincera e profonda fede cristiana, che lo ha illuminato nel suo cammino esistenziale.
Il Canzoniere, uno dei vertici della letteratura di ogni tempo, ne è la più straordinaria testimonianza.
Nella foto: "Monumento Nazionale a Francesco Petrarca" (particolare), 1928, Alessandro Lazzerini, Arezzo