sabato 4 dicembre 2010

Viviamo, Porfirio!


Le "Operette Morali" di Giacomo Leopardi (1798-1837) sono un capolavoro della letteratura italiana e al tempo stesso un'amara riflessione sulla vita.

Queste 24 brevi composizioni sono scritte in forma di dialogo o di racconto,  ora umoristico, ora ironico, ora argomentativo, ora fantasioso; ma sempre si concludono con l'affermazione che la vita dell'uomo sulla terra è un mistero di dolore inspiegabile.

Il tragico suicidio di Mario Monicelli mi ha fatto tornare in mente una di queste operette morali: il "Dialogo di Plotino e di Porfirio".

Il filosofo Porfirio ha deciso di togliersi la vita; venuto a conoscenza di ciò, l'amico filosofo Plotino, con una serie di argomentazioni sempre più stringenti, riesce a distoglierlo dall'insano gesto.

"Viviamo, Porfirio!" è l'accorato invito finale, un'apertura di credito nei confronti della vita, anche se faticosa.

Tutti i commentatori hanno notato che il dialogo in realtà è un monologo interiore del Leopardi stesso. 

Per questo, a mio parere, la bellezza della conclusione di questa operetta consiste proprio nel fatto che viene dal travaglio interiore del non credente e pessimista Leopardi. 
Nonostante tutto, la vita va affrontata a viso aperto, con coraggio, per portare a termine il proprio destino, confortati dalla compagnia delle persone care.

Riporto, nella ricercata prosa leopardiana, la bellissima perorazione finale di Plotino:

"Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferire [sopportare] la vita, che così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono.

Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve.

E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora".

Mi viene in mente il Leopardi  "eroico" de La Ginestra...

7 commenti:

  1. Ottimo post, Antonio!
    Ancora una volta un inno all'amicizia che tutto può!

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  2. Sì, proprio un inno all'amicizia, con uno spiraglio che si apre alla fine sull'eternità: si continua a vivere nel ricordo degli amici.

    Mi viene in mente (anche se non c'entra niente col suicidio) quel bellissimo racconto di Buzzati che è "Le gobbe nel giardino".

    Grazie!

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  3. È vero, carissima Gianna; alla fine, più di ogni altro ragionamento, vince l'amicizia :-))

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  4. Lo conosco quel racconto surreale, ma così profondamente vero, cara Annamaria :-))

    Il ricordo degli amici non viene mai meno e crea un vuoto (o un cumulo di tristezza) dentro di noi.

    Ciao!

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  5. Secondo me non basta fermarsi all'inno alla amicizia, fatto corollaria e che ha una sola funzione consolatrice che la da vinta al dolore. C'è qualcosa di più: cioè constatato che la vita è dolore, l'uomo può, anche se con fatica, piegare questa condizione a favore della vita, anche se di poca misura. Luca E-mail:montesi.luca1@gmail.com

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  6. Sono pienamente d'accordo :-) La perorazione di Plotino tocca un aspetto importantissimo, ma non decisivo del problema. Ma è un finale che arriva dopo una lunga discussione...

    Quello che dici lo condivido, carissimo Luca, perché anche il dolore produce la pazienza e la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. Sono parole di S. Paolo ai Romani (5, 3).

    In altri termini, saper superare una prova dà coraggio ed è un precedente che dà ancor più fiducia in sé stessi e nel prosieguo della vita.

    Se poi uno ha anche il dono della fede, sa che in questa lotta non è mai solo, ma c'è chi lo sostiene in modo sicuro.

    Grazie, Luca del tuo commento, sempre prezioso :-))

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  7. Se può interessarvi ho scritto un articolo che spiega come mai si dice che Dio Abramitico Gesù (Joshua) sia "generato e non creato", e come il concetto di "Dio che genera" sia stato rubato dal Platonismo.

    http://hokmaph-iperuranio.blogspot.com/2018/07/riprendiamoci-dio.html

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