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martedì 7 marzo 2017

Momenti di fede





Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.

Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a disegnarlo.

Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.

In prima liceo classico, come  è noto, si inizia lo studio della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo “assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il significato etimologico: absolutus, “sciolto da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante, da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più profonda convinzione.

Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele, uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.

Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su, non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino alla pensione.  Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato” la vita (se non altro scolastica). 

Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.

 






giovedì 9 febbraio 2017

Quando la grammatica ti salva la vita

 Racconto surreale (di fantasia)






La grammatica mi è sempre piaciuta. Forse per il tipo di scuola che ho fatto, quella classica, o forse per i bravi insegnanti che me l’hanno fatta apprezzare.
Non avrei creduto però che un giorno mi sarebbe servita per “salvare” una classe di studenti agli esami di maturità.
Era una classe V di un istituto professionale. Io ero commissario interno, il “difensore d’ufficio”, in una commissione allora tutta esterna di sei docenti.
Al professionale l’italiano è una materia sacrificata, poiché il grosso del programma è costituito da materie d’indirizzo. 
Il terrore degli studenti, anzi, studentesse nella quasi totalità, era perciò quello di avere un commissario d’italiano, o il presidente di commissione, che provenisse da un liceo.
Quell’anno dal Ministero venne nominato come presidente di commissione un’insegnante proveniente da un liceo classico, docente di materie letterarie.
Nella classe si diffuse il panico...
Io pensavo con preoccupazione ai temi scritti, dove la grammatica spesso latitava; e si sa quanta importanza abbia quella prova.
Gli esami iniziarono. La presidente si dimostrò fin da subito una persona severa e arrogante. Quando, finiti gli scritti e la prova tecnica, si passò alla correzione collegiale dei temi, dissi mentalmente, come Don Abbondio davanti ai bravi: “ci siamo”.
Il primo tema da correggere era di una delle migliori alunne. Non c’era rigo su cui la presidente non mettesse il becco e di conseguenza non facesse segnare con la matita. Cercavo di fare una strenua difesa, ma i segni al bordo del foglio o sotto le parole si moltiplicavano, mentre dentro di me pensavo alle alunne più “scarse”: questa me le boccia tutte.
Ad un certo punto (ovviamente un caso fortuito, ma per me qualcosa di più) ci imbattemmo in una frase che conteneva il pronome “sé stesso”, scritto proprio così, con l’accento sul sé.
La presidente (uso il termine boldriniano, per motivi inconsci) ebbe subito a dire: “Eh! Quando il sé è seguito da stesso o medesimo, sarebbe meglio non accentarlo”.
Ringraziai dentro di me il Signore, e pensai: questa volta ti ho fregato, cara mia! “No, dissi senza scompormi troppo, lasci stare; il pronome va bene così”. “Eh no! - disse lei alzando la voce - Quando il sé è seguito da stesso, è meglio togliere l’accento. Quindi lo segno”. Allora anch’io alzai un po’ la voce e dissi con fermezza: “È vero esattamente il contrario. Il pronome sé  andrebbe sempre accentato. Quando è seguito da stesso o medesimo, l’accento si può omettere”. 
“Come?! Ma non è così! Quando è seguito da stesso o medesimo, l’accento è bene toglierlo!”
Avevo ormai raggiunto il mio scopo: farle abbassare la cresta. Dissi: “Mettiamola così: se ha ragione lei, io mi gioco la mia onorabilità d’insegnante di lungo corso; se ho ragione io, lei ci paga stamani la colazione. Guardi, lì ci sono i dizionari: Zingarelli, Devoto-Oli, Palazzi… Scelga lei”.
Subito un commissario si alzò, prese lo Zingarelli, trovò il lemma e lesse a voce alta: “Sé, pronome personale di terza persona… Se seguito da stesso, anche senza accento”.
La presidente diventò bianca come il muro che aveva alle spalle, io feci finta di nulla e dissi: “Stamani ci paga la colazione”.
La correzione del tema continuò più o meno così: se una parola o una frase o una virgola le sembrava da correggere, prima diceva: “Senta, Amicusplato, io qui segnerei”. E io: “No, via, può andare bene anche così”...
Per farla breve, tutta la classe venne promossa.

Lo so che è ormai abitudine non mettere più l’accento dopo il sé, quando è seguito da stesso/a o medesimo/a. E anche l'Accademia della Crusca la considera opzione valida, insieme alla forma accentata. Ma ad es. l'Enciclopedia dell'Italiano Treccani usa sempre la forma accentata. La prof del liceo avrebbe anche oggi comunque torto; non poteva segnare né errore né imperfezione.

A meno che la Boldrini non emani una legge anche sugli accenti.



martedì 20 dicembre 2016

La strage di Berlino. Ancora islam...

















Ormai il termine strage è sinonimo di islamici.

Lupi (ma io direi vermi) solitari, cellule organizzate, gruppi jihadisti, boko aram, al-nusra, al-kaeda, fino ad uno stato territoriale, l’isis: un crescendo mostruoso di disumanità, frutto di una ideologia aberrante.

Tutta gente che ha come unico scopo conclamato l’eliminazione fisica degli “infedeli”, cioè noi.
E con tutti i mezzi possibili. Ora va di moda il tir, a Parigi come a Berlino, ieri sera 19 dicembre.
E con l’impiego di qualsivoglia fedele di “allah il misericordioso”,  compresa una bambina kamikaze di 7 anni (!)

Ancora una volta siamo qui a piangere vittime innocenti dell’ennesimo attentato islamico: 12 morti, oltre quaranta i feriti di cui alcuni gravissimi, nonché alcuni dispersi, tra cui un’italiana di 31 anni, Fabrizia Di Lorenzo, per la quale si teme il peggio.

È il solito augurio di Buon Natale islamico. Lo hanno già fatto al Cairo, ora lo hanno ripetuto a Berlino, proprio in mezzo ad un mercatino natalizio e davanti alla famosa Chiesa della Memoria, simbolo di pace tra le nazioni.

In compenso, non sono solo gli islamici a voler cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra. Ci sono anche tanti solerti laicisti nostrali, come quell’inqualificabile dirigente scolastica di Pontevico, nel bresciano, che ha cancellato dai canti natalizi il nome di Gesù, per non disturbare i manovratori musulmani…
E sappiamo quanto i manovratori musulmani abbiano bisogno di non essere disturbati, per colpire con precisione la gente che affolla i mercati di Natale.

La festa di Natale senza il nome di Gesù nei canti natalizi…

Ma il Natale di chi? 



Nel riquadro della foto in alto, Fabrizia Di Lorenzo





sabato 14 novembre 2015

Gli asini in cattedra



























“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana; ma per quanto riguarda l’universo ho ancora dei dubbi.”

Questa celebre frase di Einstein dovrebbe essere collocata come motto programmatico all’ingresso della Scuola Elementare “Matteotti” di Firenze, che ha vietato qualche giorno fa alle classi III di visitare la mostra “Bellezza Divina” di Palazzo Strozzi.

Motivazione: le immagini sacre possono offendere la sensibilità religiosa degli alunni non cristiani.

Si tratta di celeberrime opere dei massimi artisti moderni e contemporanei, come Millet, Van Gogh, Chagall, Picasso, Matisse, Severini, Munch, Rouault, Guttuso, Fontana, Casorati, Viani, Martini, ed altri ancora.

Opere di bellezza sublime, come il Crocifisso Bianco di Chagall, la Pietà di Van Gogh, la Crocifissione di Guttuso, l’Angelus di Millet, il Figliol Prodigo di Martini, etc. 
Capolavori provenienti da ogni parte del mondo e che nella vita è già difficile poter vedere “dal vivo” anche una sola volta.

La stupidità dei docenti di quella scuola di Firenze ha impedito agli  (s)fortunatissimi alunni di poter vedere quei mirabili capolavori riuniti tutti insieme, in un capolavoro di luogo che è Palazzo Strozzi.

Stupidità con tutta una serie di aggravanti.

La prima, e più ovvia: se si impedisce in Italia di vedere l’arte cristiana, allora a scuola si va per riscaldare le sedie: si dovranno cancellare i libri di letteratura, arte, musica, filosofia, storia... 

Siamo a Firenze, nella patria dell’arte. I fiorentini dovranno viaggiare bendati, perché nella Città del Fiore ti imbatti ovunque con l’arte sacra: Cimabue, Giotto, Masaccio, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello, Andrea del Sarto, Filippo Lippi, Botticelli,  Michelangelo, Leonardo... 

Quando si parla dell’Isis, una delle loro pratiche barbariche più odiose è la distruzione dei siti artistici che non corrispondono ai loro schemi ideologici. A quanto pare i barbari dell’Isis sono arrivati anche a Firenze.
È proprio questa cultura laicista che impedisce il vero dialogo interculturale e l'accettazione dei nuovi arrivati, con conseguenze alla fine disastrose.

E questi docenti (ma è un titolo che non compete loro...) pare non sappiano neppure che buona parte di quegli artisti esposti in Palazzo Strozzi sono stati o sono persone non credenti o di altre fedi religiose. Eppure hanno sentito il desiderio di misurarsi con l’iconografia cristiana e religiosa.
Esempio, oltre che di arte somma, di grande intelligenza e di apertura mentale.

Tutte doti sconosciute a quegli insegnanti (?) di quella scuola (?) che non hanno permesso di vedere Chagall, Picasso, Van Gogh, Guttuso, Munch, Martini, Severini, Millet..., in uno dei più bei palazzi di Firenze.

Gli asini sono saliti in cattedra.

PS. E mentre da noi si impedisce ai nostri studenti di andare a vedere opere d'arte sacra e religiosa, in Francia i terroristi islamici stanotte hanno compiuto un orrendo massacro in vari attentati. A quanto pare le vittime sono oltre 150.



Foto in alto, una delle opere esposte: "Crocifissione" (1940-41), di Renato Guttuso, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma.




mercoledì 17 dicembre 2014

La strage degli innocenti



















Il nome di Erode è sinonimo di infamia. La strage dei bambini di Betlemme, da lui voluta per eliminare Gesù, “pericoloso” concorrente al trono della Giudea, rimane come macchia indelebile di crudeltà disumana.

A Peshawar (Pakistan) ieri è stata perpetrata un’altra orrenda strage di innocenti. Non più la sete del potere, come in Erode, ma soprattutto l’odio contro il sapere ha mosso i terroristi talebani. Per questi barbari criminali la scuola è un nemico da combattere, e per l'orrendo massacro hanno scelto proprio un grande plesso scolastico.

Sono state uccise circa 150 persone, la maggior parte delle quali giovani e giovanissimi studenti. Una maestra è stata cosparsa di benzina e bruciata viva davanti ai suoi alunni. Oltre un centinaio i feriti, moltissimi dei quali in condizioni gravi.

Per Erode il nemico era il nato Re dei Giudei. Per i talebani sono i giovani che studiano e vogliono emanciparsi.

Sia l’uno che gli altri hanno un nemico in comune: un mondo nuovo, in cui la dignità e la regalità dell’uomo e della donna consistano proprio nel desiderio della conoscenza e della verità.

“La verità vi farà liberi” ha detto Gesù.

Ma a quanto pare, ci sono ancora nel mondo coloro che vogliono soffocare la verità, anche spargendo terrore e sangue innocente.

Senza riuscire nell’infame intento.

Alla diciassettenne studentessa pakistana Malala, vittima dei talebani per gli stessi motivi, è stato attribuito pochi giorni fa il Premio Nobel per la Pace.

E Gesù era già lontano dai soldati di Erode...



Nella foto in alto: Pulpito della Chiesa di S. Andrea a Pistoia (1301). Capolavoro di Giovanni Pisano. Formella della "Strage degli Innocenti" (cliccare sull'immagine per vedere i particolari della tragica scena scolpita dal grande artista).



giovedì 13 novembre 2014

Un mondo nuovo. Beethoven




Siamo soliti indicare come inizio del Romanticismo la pubblicazione a Berlino della rivista “Athenaeum” nel 1798 da parte dei fratelli Schlegel.

Ovviamente non si può indicare una data esatta per un movimento così vasto e complesso come quello romantico; ma i testi scolastici amano le semplificazioni; e il 1798, con la rivista Athenaeum, è ormai diventato una data canonica.

Non voglio criticare più di tanto questa semplificazione, anche perché dei punti di riferimento cronologici sono sempre necessari.

Mi permetto però di aggiungere che in quella medesima data, 1798, Ludwig Van Beethoven compose la Sonata per pianoforte n. 8, cioè la “Patetica”, che è senza dubbio il manifesto del Romanticismo musicale.

Quel potente accordo iniziale di Do minore è come un grande sipario che si apre su di un mondo nuovo, dove vengono ormai esplorati tutti i meandri dell’animo umano, da quelli più oscuri a quelli più luminosi.





Una composizione che lasciò stupiti e ammirati i contemporanei e segnò una svolta decisiva non solo nel cammino artistico del ventisettenne Ludovico Van, ma di tutta la musica successiva. Pochi anni dopo verrà la Sonata n. 14, “Al chiaro di luna”, e di poi la n. 23, “Appassionata”: ormai il cammino del Romanticismo era ampiamente aperto.

Nell’epoca attuale, dove domina una musica sempre più ricca di orpelli e sempre più povera di idee, l’ascolto della Patetica ci richiama ad un mondo in cui i sentimenti erano profondi, e l’arte sublime.

Mi limito a postare il 1 Movimento:“Grave-Allegro di molto e con brio”.

Daniel Barenboim esegue alla grande.




mercoledì 17 settembre 2014

I primi giorni di scuola. Achtung!





A differenza di quello che si potrebbe pensare, i primi giorni di scuola sono i più importanti, sia per gli alunni che per gli insegnanti, e possono perciò determinare l’andamento dell’intero anno  scolastico.

Gli alunni possiedono un sesto senso, e si accorgono subito di chi hanno davanti: squadrano l’insegnante, lo misurano, lo “soppesano”, lo giudicano: “Con questo possiamo fare il nostro comodo”, oppure “con quest’altro c’è poco da scherzare”, o anche, “questo prof è forte” (inteso come massimo elogio, ovviamente).

Se i ragazzi “prendono la mano” all’insegnante, la frittata è fatta. Difficile recuperare in corso d’opera ciò che non si è stati capaci di fare all’inizio. È come costruire su dei fondamenti cedevoli, franosi, insicuri. Il risultato sarà perciò, o un caotico procedere fino alla fine, o una frattura insanabile tra docente e discenti, con reciproca insoddisfazione; in ambedue i casi, con risultati scarsi.

L’insegnante, da parte sua, per riuscire a fare della sua classe una squadra affiatata e ottenere il miglior profitto, dovrà fin dai primi giorni saper mostrare serenità e fermezza di carattere, padronanza della materia oggetto di studio e capacità di suscitare interesse per l’argomento trattato.

Per fare tutto questo occorre anzitutto preparare sempre la lezione, cercando i punti qualificanti e i termini più appropriati; spesso un termine preciso può illuminare un intero ragionamento, così come un’idea ben argomentata può portare alla piena comprensione del problema.

Per i rapporti con la classe, il docente deve conoscere chi ha davanti, e prima di tutto (non sembri una banalità) il suo cognome e nome. In ogni classe ci sono ragazzi o ragazze più “vivaci” di altri; conoscerne il cognome è un imperativo categorico, per poter intervenire prontamente con un opportuno richiamo personale (e non con generici: “Ehi, tu; dico a te, laggiù”..., con le conseguenti recite a soggetto che gli studenti sanno imbastire sulle amnesie del prof. E si sa, i più vivaci sono spesso imboscati negli ultimi banchi, laggiù... appunto.

Prima si imparano i nomi e meglio è. È uno dei “trucchi” più utili dell’insegnante nei primi giorni di scuola e nelle prime classi. In realtà non si tratta solo di un trucco: una cosa è rivolgersi ad un alunno con un anonimo pronome, e una cosa è chiamarlo per nome (cognome): è un diretto invito ad una persona, un richiamo diretto alla responsabilità. Nomina sunt substantia rerum, i nomi sono l’essenza delle cose.

Mi piace sottolineare questo aspetto, perché mi sono accorto della sua efficacia nel lungo corso del mio insegnamento. Così come mi sono accorto che dai cognomi, col passare dei mesi, finivo spesso per chiamare gli alunni con il loro nome.

Decisivi i primi giorni per alunni e insegnanti per un altro motivo. L’esperienza quotidiana insegna che la prima impressione (effetto “primacy”) nei confronti di una persona può determinare un giudizio che poi sarà difficile modificare. Se applicato alla scuola, si può capire quanto sia importante la prima impressione che si instaura tra docente e discente. Per fare solo un esempio, se l’alunno viene trovato inizialmente disattento, svogliato e impreparato, si crea nel docente quell’effetto della prima impressione negativa che purtroppo può condizionare il giudizio anche a lungo termine, magari ingiustamente.

La psicologia ci ricorda che esistono altre dinamiche emotive che entrano in azione fin dai primi incontri tra le persone. L’effetto “alone”, che amplifica un aspetto positivo vistoso di un individuo, fino a coinvolgere ogni altro aspetto della sua personalità. L’effetto “Pigmalione” (colui che si innamorò della statua che aveva modellato) che tende a dar credito alle capacità di un individuo ritenuto pregiudizialmente più dotato di altri, oppure a sminuire inconsciamente il lavoro di un altro, ritenuto pregiudizialmente meno dotato. Le due profezie tenderanno alla fine a realizzarsi, per il circolo vizioso su cui sono basate.

Si capisce da tutto questo che l’insegnante deve assolutamente conoscere queste dinamiche micidiali (effetto primacy, alone, Pigmalione), che si instaurano proprio all’inizio dell’anno; non “innamorarsi” di qualche alunno/a, né “disamorarsi” di altri, ma gestire con serenità di rapporti e opportune verifiche le capacità reali di ciascun allievo, privilegiando se mai quelli meno dotati con un percorso appropriato alle loro potenzialità. La dinamica di gruppo ne viene certamente arricchita: tutti, a loro modo, possono seguire e partecipare alla vita di classe.

D’altra parte gli alunni, pur senza conoscere la psicologia come scienza, sanno benissimo che il loro insegnante può cadere in errori di valutazione. Perciò, piuttosto che lamentarsi tardivamente, imparino a valorizzare appieno i primi preziosissimi giorni di scuola, creando effetti primacy, alone e Pigmalione tutti positivi, con un impegno che parte dalla prima campanella.




martedì 13 maggio 2014

Bring back our girls!




Mi unisco all’indignazione di tutto il mondo civile per chiedere la liberazione immediata (con le buone maniere, ma anche no) delle oltre 200 ragazze nigeriane rapite ormai un mese fa dagli islamisti di Boko Haram.

Motivo del rapimento: le ragazze andavano a scuola. Le donne, secondo questi esseri che definire umani mi pare troppo, devono rimanere ignoranti come capre e fare la volontà dei loro padroni, i maschi.

Da anni questo gruppo fanatico sta terrorizzando la Nigeria, anche con complicità politiche in alto loco, per cercar di riportare l’orologio della storia indietro di oltre un millennio, di eliminare i cristiani (che sono quasi la metà della popolazione!) e di imporre la famigerata sharìa.

A questi barbari di ritorno facciamo sentire la bellezza di un semplice canto, ispirato al Salmo 22/23 (Il Signore è il mio pastore), cantato da un coro di ragazzi africani che intendono seguire tutt’altra strada, per grazia di Dio.

E ridateci le nostre ragazze!


You are the Shepherd

You are the Shepherd
I belong to You.
When I walk on rough ground,
You can guide me through.
You know my name,
You know my voice.
Before I was born,
I was Your choice.

Show me how to follow,
Lord, keep me close to You.
You are the Shepherd
I belong to You.

Open eyes to see You are the Way.
Open ears to hear You are the Truth.
Open hearts to know You are the Lord of life.
For every land You hold a special plan.

Show me how to follow, 
Lord, keep me close to You.
You are the Shepherd,
I belong to You.


(Keith e Kristyn Getty, 2002)



Tu sei il pastore

Tu sei il pastore,
io appartengo a Te. 
Quando cammino su terreni accidentati, 
Tu puoi guidarmi attraverso. 
Tu sai il mio nome, 
Tu conosci la mia voce. 
Prima che io nascessi, 
ero già una Tua scelta. 

Mostrami come seguirti, 
Signore, tienimi vicino a Te. 
Tu sei il pastore, 
io appartengo a Te.

Occhi aperti per vedere che Tu sei la Via. 
Orecchie aperte per ascoltare che Tu sei la Verità. 
Cuori aperti per conoscere che Tu sei il Signore della vita. 
Per ogni paese Tu hai un piano speciale.

Mostrami come seguirti, 
Signore, tienimi vicino a Te. 
Tu sei il pastore, 
io appartengo a Te.




giovedì 20 giugno 2013

Esami di maturità: le ali della libertà





Gli esami di maturità sono sempre stati un punto di arrivo fondamentale nella vita di uno studente.
Cambiano i sistemi, ma il risultato non cambia.

Possiamo definirli il pedaggio della libertà, o se vogliamo, le ali della libertà.

La maturità è un punto di riferimento decisivo: segnano un prima e un dopo.
Prima c’è l’orario scolastico, tassativo, quotidiano, inesorabile (a parte le “forche”). Dopo c’è l’esaltante sapore della libertà, il futuro che si spalanca davanti agli occhi, il fascino della scelta in prima persona.

Lo studente non si accorge di quanto sia decisivo questo discrimine, finché non l’ha superato.
D’improvviso si accorge di essere diventato padrone di sé stesso, e che la sua vita ora è tutta nelle sue mani e deve decidere cosa farne. Tutto ciò determina un senso di libertà così profondo ed esaltante che trasforma l’intera esistenza.

Questo è stato anche il mio stato d’animo quando, superato l’ostacolo (una volta poi molto selettivo), passai quattro mesi tra i più belli della mia vita: il gusto di gestire le giornate, la scelta della facoltà universitaria, l’assoluta padronanza di me stesso...

Anche se la vita ridimensiona un po’ questa “sobria ebbrezza”, tuttavia non la cancella più, e sostanzialmente  la conferma negli anni: dopo l’esame di maturità, il giovane si accorge che la vita dipende da lui, dalle sue scelte, dalla sua responsabilità.

E dai sogni che vuole realizzare.

Voglio accompagnare la fatica (e l’ansia) dei maturandi con la dolce musica di Debussy, quella stessa che mi aiutava a studiare, mentre preparavo la mia maturità, in nottate estive simili a quelle di questi giorni caldissimi (ai miei tempi gli esami cominciavano il primo di luglio).

Arabesque, 1 (1888).




lunedì 6 febbraio 2012

Professore... Un consiglio in musica di Renato Zero



Dalla “immaginazione al potere” del 68 al governo attuale dei “professori”, di strada se n’è fatta molta.

Forse, in retromarcia. Ma a quanto pare, di immaginazione ce n’è rimasta pochina, giusto quella dei videogiochi e dei telefonini.

L’Italia si è trasformata in una classe di scolaretti, anzi, in una pluriclasse; e scolaretti disciplinati, anche perché i prof hanno di nuovo in mano il righello o la canna di bambù, e non solo per indicare le carte didattiche appese alle pareti dell’aula scolastica...

Ogni giorno perciò, studenti e operai, pensionati o pensionandi futuribili, casalinghe disperate o donne in carriera, cattolici o atei, persone di sinistra, di centro, di destra, o di nessuna direzione, tutti dobbiamo sorbirci la nostra lezioncina quotidiana.

“Hai fatto ieri tutti i tuoi scontrini? Hai portato a termine il conto (corrente), o invece qualche operazione (bancaria) non ti è riuscita bene? Hai chiesto lumi al prof. Passera? E tu, alunno A, cedi il posto all’alunno B. Non crederai di stare tutto l’anno al medesimo banco. Ricordati che sei precario (come la vita)”. E così via.

In genere la figura del professore ha ispirato poco la fantasia dei poeti e dei musicisti. Quelle poche volte, sono tratteggiati piuttosto gli aspetti meno lusinghieri. Insomma, una solenne bocciatura.

Ho in mente il “Vecchio professore” de “La città vecchia” di De André, e soprattutto “Professore” di Renato Zero, dall’album “Presente” del 2009.

La canzone di Renato Zero coglie uno dei pericoli più frequenti nella vita di un insegnante: quello di identificare una lezione scolastica con la complessità della vita reale.

Diceva un grande “professore”, anzi il professore per eccellenza, Hegel: “Se le idee non si incarnano nel tempo e nello spazio presente, rimangono astrazioni e ideologie”. Le prime formano le cosidette “anime belle”, quelle che confondono i sogni con la realtà. Le ideologie formano invece personaggi come Robespierre, quelli che tagliano la testa a chi non ha il pensiero unico (e non si erano visti ancora Hitler e Stalin).

“Non basta solo la cultura. Professore, lo devi ammettere, fuori dal libro è molto dura!”

Una lezione per tutti i professori. Anche per quelli che sono a capo della pluriclasse Italia.

E una bella canzone di Renato Zero.

venerdì 5 febbraio 2010

Finirà anche questo rigido inverno...



Dalla colonna sonora del film Les Choristes (in Italia, “I ragazzi del coro”), composta da Bruno Coulais, (2004), abbiamo già postato la canzone “Vois sur ton chemin”.

Ora che il freddo invernale comincia un po’ a cedere il passo ad una stagione più mite, mi pare molto appropriato presentare un’altra bella canzone di quella formidabile colonna sonora:
“Caresse sur l’océan”.

È la metafora della vita dei giovani coristi dell’internato del “Fondo dello Stagno”: le difficoltà che stanno incontrando nel rigido istituto stanno per finire, e attraverso una maturazione interiore si preparano a volare verso la libertà.

Mi piace sottolineare la bella espressione idiomatica francese che compare nella canzone: "Faire des châteaux en Espagne", che va tradotta con "fare castelli in aria".

Conquistare la Spagna, cioè "fare castelli nella Spagna", è sempre stato un sogno dei sovrani francesi, dai tempi del Medioevo. Non ci riuscì neppure il Re Sole, né ci riuscìrà Napoleone. L'espressione perciò corrisponde al nostro "fare castelli in aria".
Nella canzone però la frase è riferita ai volteggi del gabbiano, e ai legittimi sogni ad occhi aperti dei ragazzi.

Caresse sur l’océan.

Caresse sur l'océan
Porte l'oiseau si léger
Revenant des terres enneigées
Air éphémère de l'hiver
Au loin ton écho s'éloigne
Châteaux en Espagne
Vire au vent tournoie déploie tes ailes
Dans l'aube grise du levant
Trouve un chemin vers l'arc-en-ciel
Se découvrira le printemps

Caresse sur l'océan
Pose l'oiseau si léger
Sur la pierre d'une île immergée
Air éphémère de l'hiver
Enfin ton souffle s'éloigne
Loin dans les montagnes
Vire au vent tournoie déploie tes ailes
Dans l'aube grise du levant
Trouve un chemin vers l'arc-en-ciel
Se découvrira le printemps!
Calme sur l'océan.

Carezza sull’oceano
porta l’uccello così leggero
tornando da terre innevate.
Aria effimera dell’inverno
la tua eco si allontana.
Castelli in aria,
vira nel vento, rigira, dispiega le tue ali
nell’alba grigia del levante,
trova una via verso l’arcobaleno;
si scoprirà la primavera!

Carezza sull’oceano
posa l’uccello così leggero
sulla pietra di un’isola immersa.
Aria effimera dell’inverno.
Infine il tuo soffio si dilegua
lontano nelle montagne
vira al vento, rigira, dispiega le tue ali
nell’alba grigia del levante
trova una via verso l’arcobaleno;
si scoprirà la primavera!
Calma sull’oceano.

domenica 31 gennaio 2010

Educare, anche con la musica



Nel giorno in cui si ricorda S. Giovanni Bosco, impareggiabile maestro della gioventù, anche di quella più abbandonata, mi piace accennare ad un bel film francese del 2004, Les Choristes, di Cristophe Barratier.

Nel dopoguerra, in un istituto di rieducazione, il cui nome è tutto un programma, “Fond de l’Etang” (Fondo dello stagno), giunge uno squinternato maestro di musica, con la mansione di “sorvegliante”.
I giovani monelli vengono progressivamente conquistati dal fascino del canto e dalla carica umana del sorvegliante-maestro, fino a diventare dei veri coristi, tra i quali emerge Morhange, con la sua voce straordinariamente bella.

Attraverso il canto corale questi giovani troveranno il loro riscatto umano e sociale.

La colonna sonora è composta da numerose canzoni, alcune davvero significative, composte da Bruno Coulais, tra le quali scegliamo, anche per le parole, “Vois sur ton chemin”.


Vois sur ton chemin

Vedi sul tuo cammino
monelli dimenticati, traviati.
Dà loro una mano,
per condurli
verso un altro domani.

Senti nel cuore della notte
l’onda di speranza,
ardore della vita,
sentiero di gloria.

Felicità infantili,
troppo velocemente dimenticate, cancellate.
Una luce dorata brilla senza fine
al termine del cammino

Senti nel cuore della notte
l’onda di speranza,
ardore della vita,
sentiero di gloria.

é lé é i lé é
é lé i i é lé
é lé é i lé é
i lé é i é

é lé é i lé é
é lé i i é lé
é lé é i lé é
i lé é i é lé

Vedi sul tuo cammino...



lunedì 25 gennaio 2010

Arrivederci, ragazzi... (nei giorni della memoria)




"Au revoir, les enfants!" È il titolo di un bellissimo film di Louis Malle (1987), che ricorda l’arresto e la deportazione di tre ragazzi ebrei, prelevati da un collegio carmelitano francese insieme a Padre Jean che lo dirigeva e che li aveva ospitati di nascosto. Finiranno poi uccisi nei campi di sterminio nazisti.

Il film ha un valore documentario, in quanto si tratta di una esperienza personale vissuta dal regista, che come dice lui stesso nella scena finale, che presentiamo nel video, non potrà mai dimenticare fino alla morte ("jusqu'à ma mort").

La vicenda è narrata con asciuttezza, senza retorica, quasi in modo distaccato.
Ma la commozione nasce dai fatti stessi; in particolare da quel ragazzo ebreo, Jean Bonnet, così intelligente in matematica, così bravo a suonare Schubert, così discreto nei suoi rapporti di amicizia, e che viene sacrificato nel nome di un’ideologia criminale e folle.

La scena finale, di pochi minuti, riassume un po’ tutte le caratteristiche del film. In un fredda mattinata di gennaio vengono portati via dai tedeschi i tre ragazzi ebrei e P. Jean.

La commozione è espressa in quel saluto che sorge spontaneo dalla bocca dei giovani convittori; prima uno, poi l’altro, fino a diventare un grido corale: “Au revoir, mon Père”, “Arrivederci, Padre!”, con la risposta serena, quasi a tranquillizzare tutti: “Au revoir, les enfants! à bientôt!”, “Arrivederci, ragazzi! a presto!”.

Louis Malle nei suoi film non è mai tenero con la Chiesa cattolica; ma in questo film, la figura un po’ scorbutica del Padre rettore, alla fine si staglia gigantesca in quel suo coraggioso sorriso, e nell’affrontare il suo destino di martire come un dovere da compiere.

Ci sono due modi per aiutare le persone: con le parole e con i fatti.

Padre Jean, come tanti altri nella Chiesa cattolica, fino al Papa, scelsero la via dei fatti.

lunedì 14 settembre 2009

La classe degli asini





















Ricomincia la scuola...

Non entro in merito alle questioni e ai problemi che riguardano e travagliano questo fondamentale aspetto della realtà sociale.

Ma per iniziare in maniera più serena il nuovo anno scolastico, consoliamoci con i problemi che avevano gli insegnanti in epoche passate.

Ecco una classe nel XVI secolo, al tempo di Brueghel il Vecchio (1525/1530–1569).

Si tratta di un disegno a stampa del 1556 del geniale pittore fiammingo. Il disegno è firmato e datato. Per visualizzare, allargare l'immagine cliccandovi sopra.

Brueghel, insieme a Hieronymus Bosch, può essere considerato un antesignano delle moderne avanguardie artistiche; le sue pitture sono quasi sempre “esasperate” o caricaturali, e anche qui ha evidentemente esagerato nel proporci questa “classe degli asini”.

Ma qualcosa di vero doveva pur esserci, se non altro per poterla immaginare in questo modo.

Per completezza di informazione, la didascalia in fondo al disegno dice all’incirca così:

“È inutile che l’asino vada a scuola; egli è un asino, non sarà mai un cavallo”.

Era il modo comune di pensare, una volta. Ma, fuori metafora, io credo che sia profondamente sbagliato, e preferisco pensare come D. Milani: “Agli svogliati, diamogli uno scopo”, cioè una scuola che sappia interessare e sollecitare la curiosità e l’intelligenza dell’alunno.

E vedremo asini battere alla corsa anche i cavalli…


Mi permetto di fare riferimento a tre post, che ho scritto tempo addietro, sulla scuola, sul metodo di studio e di insegnamento. Chi è interessato può darci un’occhiata.

http://semperamicus.blogspot.com/2008/04/che-cos-la-scuola.html
http://semperamicus.blogspot.com/2008/03/la-scuola-e-il-metodo-dinsegnamento.html
http://semperamicus.blogspot.com/2008/03/la-scuola-e-il-metodo-di-studio.html



giovedì 24 aprile 2008

Che cos'è la scuola?



“La scuola deve essere selettiva. Largo al merito!” “No, scolarizzazione di massa. Avanti tutti!”… Tra questi due estremi, ci sono poi le posizioni intermedie.

I problemi della scuola non sono solo questi (di cui parleremo in un altro post conclusivo, sulla valutazione). Ce ne sono molti altri, come ben sappiamo. Sia dal punto di vista, diciamo così, del software (cioè dei programmi, dei contenuti, della disciplina), sia dell’hardware (edifici inadatti, talvolta obsoleti e perfino fatiscenti).

Ma il problema di fondo, a mio parere, è indicato da questa semplice domanda: che cos’è la scuola oggi? Dalla risposta che viene data a questo interrogativo, dipende in buona parte la riuscita del curricolo di studi.

Cinquant’anni fa la domanda neppure si poneva: quasi tutto veniva appreso a scuola. La scuola era sostanzialmente trasmissione del sapere. Oggi le cose sono profondamente cambiate. Si apprende in infiniti modi. In casa la tv è sempre accesa, il pc è alla portata di tutti, con ciò che rappresenta il mondo del web; c’è abbondanza di materiale didattico tradizionale e informatico; ci sono giornali, giornalini, riviste; numerose le attività extrascolastiche; facilità negli spostamenti, con ogni mezzo e in ogni luogo… A questo riguardo, e per fare solo un esempio, fino a poco tempo fa quasi nessuno sapeva dove fosse la Moldavia; oggi magari abbiamo una badante (o una moglie, o una mamma) che viene da lì.

Bombardati come siamo da una infinità di informazioni, la scuola sembra così perdere la sua specificità di trasmissione del sapere. Per ovviare a ciò, si pensa che nella scuola debba entrare tutto, e le viene così demandato ogni compito: la scuola dovrebbe fare, la scuola dovrebbe dire, la scuola dovrebbe insegnare…

Ma non si può pensare solo ad aumentare le materie e le ‘educazioni’; le ore sono sempre quelle, per cui l’apprendimento risulta spesso generico e superficiale. I ragazzi non conoscono più la grammatica, non sanno le tabelline, non distinguono un equinozio da un solstizio…
Si capisce perciò che il punto fondamentale non è quanto, ma come deve operare la scuola. È qui che rimane il suo specifico e insostituibile ruolo.

Oggi perciò la scuola dovrebbe essere anzitutto, secondo una bella definizione di Bruner, il luogo della strutturazione del sapere. Le informazioni provenienti dalla realtà che ci circonda sono molteplici, ma disorganizzate. La scuola ha il compito di individuare e selezionare le strutture di fondo dei vari saperi, i loro punti essenziali e coerenti; questi devono costituire l’indispensabile bagaglio culturale di ogni studente, che potrà poi arricchire secondo le proprie capacità e inclinazioni.

Questo compito lo può svolgere solo la scuola, perché solo chi conosce in modo approfondito un sapere, come è il docente, lo può a sua volta insegnare, individuando proprio gli aspetti essenziali e qualificanti, organizzati in strutture significative. In questo modo potranno essere dati più facilmente a tutti gli indispensabili strumenti per orientarsi in un mondo che si evolve rapidamente.

Si risparmiano inoltre tempo e fatica, ed è uno sforzo gratificante perché segue le capacità di apprendimento dell’uomo, fin dai suoi inizi; infatti non si apprende principalmente per somma di stimoli, ma per strutture coerenti. Per fare solo un esempio, quando parliamo noi non siamo colpiti da una successione di sillabe, ma dal significato delle parole. E se un’espressione è senza senso, rimaniamo sconcertati.

Alla scuola il compito di far scoprire, attraverso le tecniche più varie, tradizionali o meno, i principi regolatori di ogni sapere, affinché, quando uno apre bocca o scrive qualcosa, non ci lasci davvero sconcertati.

domenica 30 marzo 2008

La scuola e il metodo d'insegnamento





















“Il professore conosce la materia, ma non la sa spiegare!” “Quella materia non mi piace!”… È l’altra faccia della medaglia dell’apprendimento. Ad un buon metodo di studio dell’alunno, di cui abbiamo parlato in un altro post, dovrebbe corrispondere un buon metodo d’insegnamento da parte del docente.

Molti insegnanti conducono la loro delicata e importante professione armati pressoché unicamente delle specifiche conoscenze della propria disciplina; il resto è affidato alla loro buona volontà. Proviamo perciò ad indicare, in base alla psicologia, alla pedagogia e alla didattica, e con un po’ di esperienza sul campo, alcuni punti fondamentali per un accettabile metodo d’insegnamento.

* È ben nota l’affermazione di Dewey: “Per insegnare la matematica a John, bisogna anzitutto conoscere John”.
Non basta sapere la materia che si insegna. Bisogna conoscere chi si ha davanti. La materia è la stessa, ma coloro che ascoltano, no. Ognuno ha il suo ritmo di apprendimento, le sue caratteristiche psicologiche (estroversione, introversione, timidezza…), il suo vissuto scolastico e familiare. La programmazione deve tener conto della classe che si ha davanti, affinché si raggiunga almeno un minimo accettabile. Così pure il metodo di studio va adattato ai singoli alunni. I più lenti si affideranno ad uno studio più schematico ed essenziale; per i più bravi si giungerà ad un apprendimento maggiormente creativo e rielaborato. Importante cercare di non perdere i pezzi per la via… ed arrivare possibilmente tutti al traguardo finale.

* Occorre suscitare l’interesse per lo studio. È la chiave del successo di tutto l’insegnamento. Alla pedagogia dello sforzo (che non può mancare in nessuna attività umana!) bisogna associare la pedagogia dell’interesse. Quando l’alunno parte già motivato, il compito dell’insegnante è assai più semplice. Il problema sorge quando siamo davanti a ragazzi svogliati.
Diceva Aristotele: “La conoscenza nasce dalla meraviglia”. Ogni disciplina è in sé affascinante; ma il primo ad esserne convinto deve essere chi la insegna. Il modo stesso di proporre gli argomenti lo rivela. E la forza comunicativa viene immediatamente recepita dall’alunno, che facilmente tende a identificare la materia con l’insegnante. Ci sono poi nelle pieghe di ogni disciplina caratteristiche, aspetti singolari, curiosità, che il docente al momento opportuno farà notare, per tener desta l’attenzione. Inoltre, una breve pausa, un break di cinque minuti, quando l’attenzione cade, sono opportuni per evitare interferenze retro e proattive; di quelle retroattive abbiamo già parlato; quelle proattive interferiscono nella ricezione di nuovi stimoli; quella principale è proprio la stanchezza. Ci sono poi tecniche e strumenti per presentare l’argomento in una forma originale, problematica, dialogica; in quest’ultimo caso, non si deve liquidare mai come sciocca una tesi, ma proporne un’altra che faccia comprendere magari l’errore della precedente. Talvolta una battuta di spirito e una sana risata ridestano l’attenzione per l’argomento che viene svolto.

* “Tutto può essere insegnato a tutti, tranne l’errore”. Questa frase di Bruner, che riprende un analogo concetto di Comenio, fa capire che non esistono materie o argomenti ‘difficili’. Difficile, anzi, impossibile è spiegare ciò che non ha senso, l’errore appunto (un cerchio quadrato!). Se l’insegnante conosce a fondo la sua materia (come dovrebbe accadere sempre), saprà anche individuare quali sono i punti fondamentali e le strutture essenziali che la caratterizzano. Per portare l’alunno a possedere la disciplina oggetto di studio, il docente deve far acquisire questi punti-forza e queste strutture fondamentali, dotate di coerenza logica. Si apprende solo ciò che è logico e chiaro. Per ottenere questo, anche l’insegnante dovrebbe sempre preparare la lezione, cercando di individuare il percorso più accessibile per i suoi studenti. Spesso anche la scelta di un termine o di un’espressione appropriata è decisiva per illuminare tutto l’argomento.

* La dinamica di gruppo. Una classe non è composta da individui, ma da persone che interagiscono anche emotivamente. L’insegnante è colui che per primo deve creare le condizioni per un guppo collaborativo e affiatato. Deve perciò evitare simpatie e antipatie, e dare spazio e attenzione a ciascuno, favorendo così dinamiche positive. L’emergere di figure-leader e di gregari è inevitabile, data la differenza di doti e di capacità tra gli alunni; ma questo può essere usato dal docente per ottenere un effetto trascinamento, o meccanismi di identificazione, imitazione e sana competizione, positivi per il lavoro scolastico.
Un gruppo con dinamiche positive è di grande aiuto per l’apprendimento ed è il modo più bello di vivere gli anni della scuola.

Ognuno di noi ricorda quali sono stati gli insegnanti che più hanno inciso nella nostra formazione e nella nostra vita… Tra i grandi educatori da portare come esempi mi viene in mente Socrate, per la sua capacità di dialogo; Tommaso d’Aquino, per la sua chiarezza espositiva; Comenio, per la grande fiducia che riponeva nell’insegnamento. Più vicino a noi D. Lorenzo Milani, per la dedizione verso gli alunni più in difficoltà. Ha lasciato scritto nel suo testamento: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze”.


Foto in alto: "L'asino a scuola", di Bruegel il Vecchio (stampa del 1556)

La scuola e il metodo di studio







“Il ragazzo/a non ha un metodo di studio!”. È una frase che i genitori si sentono ripetere spesso ai colloqui con gli insegnanti. Alcune volte però forse neppure gli insegnanti sanno indicare qual è il miglior metodo di studio. In realtà con questa frase spesso si vuol dire che il ragazzo non studia a sufficienza… Eppure è vero che un buon metodo di studio è fondamentale, e acquisirlo porta a raggiungere migliori risultati e a semplificare il lavoro.

C’è tutta una parte della psicologia che si dedica all’apprendimento: imparare ad imparare! I metodi e i 'trucchi' per apprendere sono molti. Basterà citare il caso dei numeri telefonici: dirli (o ricordarli) cifra per cifra è un’impresa eroica, dividerli in gruppi coerenti di cifre facilita sia l’apprendimento che la memoria.

* Anzitutto valorizzare la memoria. Platone diceva: 'conoscere significa ricordare'. La memoria nel periodo scolare è formidabile: quindi deve essere usata. È uno strumento fondamentale quanto il ragionamento. Non date retta a chi dice: studiare a memoria non serve. Errore clamoroso!… Vedi la scuola italiana di oggi…
* Leggere una prima volta il capitolo o l’argomento da studiare, per cercare di capirne il senso generale. Farsi cioè l’idea di che cosa si ha davanti, e riassumerlo con poche parole (o mentalmente o a voce). Questo serve per orientarsi sulla questione e per coglierne subito gli aspetti più significativi.
* Ripetere poi la lettura, dividendo l’argomento in parti (tre o quattro parti, oppure una pagina per volta), ma ogni parte con significato concluso. La mente trattiene solo le cose che hanno una logica interna e dimentica le altre. Quante volte leggere? Fino a quando ogni parte non è stata compresa (una volta non basta!)
* A questo punto, fare uno schema mentale, o scritto, delle cose apprese. Tre o quattro punti essenziali, quanto le parti studiate, (brevissimi riassunti, di pochi periodi), collegati tra di loro, di modo che, detto il primo, ne consegua il secondo, quindi il terzo…
* Annotare (evidenziare, sottolineare) le parole-chiave, cioè le parole più importanti dell’argomento, e imprimerle bene nella mente (o segnarle; ma non segnare tutto il libro!). Sono le boe per non perdersi quando si viene interrogati. In queste parole-chiave, se la materia è storia, ci devono essere i nomi dei personaggi e le date più importanti.
* A questo punto si ripete (mentalmente o a voce) l’argomento così strutturato. Verrà fuori un breve ragionamento articolato, che però è l’ossatura di tutto il discorso che verrà fatto quando si è interrogati.
Tenere fermo questo schema, specialmente nei passaggi tra un punto e l’altro; provare poi eventualmente a farci qualche riflessione personale, e/o aggiungere particolari, che sicuramente la memoria del giovane sentirà affiorare durante l’esposizione. Importante lo schema strutturato logicamente: una cosa dopo l’altra e concatenata. Gli antichi diceva: "Rem tene, verba sequentur": se possiedi l’argomento, le parole verranno da sé.

Due annotazioni psicologiche importanti.

* Siccome si dimentica nello stesso modo in cui si apprende, se uno apprende ‘lentamente’, cioè studiando un po’ per volta e tutti i giorni, dimenticherà lentamente. Se si apprende rapidamente (tipica la sgroppata in vista dell’interrogazione!), si dimenticherà rapidamente.
Quindi meglio studiare un poco tutti i giorni, che tutto in pochi giorni!

* Tra lo studio di un argomento e l’altro, o tra una materia e l’altra, occorre fare una breve pausa; è bene distrarsi un po’ (cinque o dieci minuti). In questo modo si dà il tempo alla memoria a breve termine di consolidarsi, e si evitano le interferenze retroattive.
Le interferenze retroattive cancellano, con lo studio dei nuovi argomenti, quelli passati; se la memoria non si è consolidata, i nuovi argomenti interferiscono negativamente all’indietro, cancellando quelli che sono stati appresi poco prima.



Tutto quello che abbiamo detto non vale ovviamente per studenti come Pico della Mirandola, che quando aveva letto un libro lo ripeteva a memoria; o come Pascal, che, partendo dai primi postulati di Euclide, senza bisogno di maestri, scrisse a 16 anni un trattato sulle sezioni coniche; o Mozart, che all’età di 14 anni, udito due volte a Roma nella Cappella Sistina il Miserere a nove voci di Gregorio Allegri, ne trascrisse a memoria interamente la partitura.



Foto in alto: "Pueri cantores" (Cantoria S. Maria del Fiore, 1431-38), Luca della Robbia (Museo dell'Opera del Duomo di Firenze)