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domenica 2 settembre 2018

Una giornata di sfide: una persa e una vinta





La bruciante sconfitta della Ferrari a Monza, e soprattutto la vittoria della Mercedes e dell'antipaticissimo (sportivamente parlando) Hamilton, mi hanno guastato il pomeriggio di questa domenica.
La vittoria sembrava a portata di mano, quasi una formalità, per la Ferrari in doppia pole. Purtroppo la fortuna aiuta gli audaci, e Hamilton lo è stato. Vettel è stato un po' ingenuo e peggio ancora lo è stato il "muretto" del Cavallino, che si è lasciato ingannare dalla finta strategia dei pit stop degli avversari. Così Raikkonen si è trovato a macinare giri su giri distruggendo le gomme, mentre Hamilton ha potuto usufruire di un cambio di gomme fresche al momento giusto e ha potuto vincere tra i fischi dei tifosi italiani.
In compenso però un'altra sfida mi ha risollevato il morale. Nel tardo pomeriggio ad Arezzo oggi si correva la Giostra del Saracino, una sfida storica tra i quattro quartieri della città. Ha vinto a mani basse, anzi, a lancia in resta, il quartiere gialloblu di Santo Spirito, il mio quartiere. Grande festa e bandiere al vento.
C'è anche da dire che tra le due sfide di oggi, una persa e una vinta, c'è anche un certo legame: sia la Ferrari che la città di Arezzo hanno come stemma il Cavallino rampante. Il simbolo di gente battagliera.
Tra molta delusione e un po' di consolazione occorre rifugiarsi nella musica, dove anche lì però troviamo sfide celebri, vere o immaginarie.
Tra quelle immaginarie viene subito in mente il duello pianistico nel film La leggenda del pianista sull'oceano, del 1998, tra "Novecento" e Jelly Roll Morton.
Un'altra grande sfida, questa volta reale, avvenne  a Roma nel 1707 tra  Händel e Domenico Scarlatti, conclusasi in parità, a quanto dicono i cronisti del tempo: Händel più bravo all'organo, Scarlatti al clavicembalo. La sfida tra i due è stata riprodotta anch'essa in un film sulla vita di Händel: God Rot Tunbridge Wells, del 1985, di cui ho già postato la scena cult.
Celeberrima nel 1781 quella tra Mozart e Clementi, al pianoforte (anzi, al "fortepiano"), anch'essa finita in parità secondo l'augusto giudizio dell'imperatore Giuseppe II e dell'imperiale consorte.

Meno conosciuta forse, perché del tutto improvvisata e salottiera, ma non meno affascinante, quella tra Chopin e Liszt, i più grandi pianisti dell'800, e non solo. Chopin era amico di Liszt e lo considerava giustamente il più grande pianista esistente.
Nel film Chopin,un amor imposible, del 2002, incentrato sull'amore davvero "impossibile" tra il grande musicista e la celebre scrittrice George Sand, si fa riferimento, in una scena davvero geniale, al confronto sulla tastiera tra il virtuosistico Liszt, "dalle lunghe dita", e il più affascinante e delicato, ma non meno abile pianista, Chopin, nel 1837. Sembra che in quella occasione egli abbia detto a Liszt, che aveva suonato musiche di Chopin con abbellimenti improvvisati, di suonare ciò che lui aveva scritto e non altro.
Il film presenta in maniera quasi caricaturale la figura di Liszt, che è invece un genio musicale e non solo il più grande pianista forse mai esistito.
In realtà al regista del film interessa sottolineare l'esprit de finesse di Chopin, con cui affascinò la romantica e femminista ante litteram George Sand, per un amore rivelatosi poi tumultuoso.
Ma al tempo stesso il film continua lo stereotipo, duro a morire, che Liszt sia soprattutto un virtuoso della tastiera, e non il sommo musicista che realmente è stato e rimane.
Proprio da questo film polacco, Chopin: un amor imposible, riporto la scena madre del confronto tra i due amici e "rivali".
Non sto a ricordare i brani suonati da entrambi; sono troppo noti e offenderei chi legge.
Una sola cosa li accomuna: la bellezza sublime di quelle note, che mi hanno fatto dimenticare sfide vinte o perse.

Buon ascolto!







giovedì 9 agosto 2018

Nella notte di S. Lorenzo è nata una stella















Nella notte delle stelle, ce n'è una tutta italiana. 

Si chiama Simona Quadarella, è una supernova (ha solo 19 anni) e brilla in questi giorni  ai Campionati Europei nel cielo, anzi nelle acque, di Glasgow.

È una stella del nuoto, quello delle lunghe distanze: 1500 m, 800 m, 400 m, freestyle.   

Non c'è nessuna in Europa che riesca a raggiungerla: è una navigatrice in solitario, una stella filante, una cometa interminabile.

La continua ripetizione dell'inno nazionale italiano in terra britannica, nella piscina di Glasgow, deve avere di molto scosso la flemma inglese e l'orgoglio del popolo scozzese. 
I romani sono tornati ancora una volta in quelle terre, e le hanno di nuovo conquistate, superando anche il Vallo di Adriano, non con bellicose legioni, ma con un manipolo di sirenette, guidato da una diciannovenne romana, tanto simpatica, quanto tosta. 

Purtroppo abbiamo anche assistito alla caduta di un'altra stella, Federica Pellegrini. Forse i suoi 30 anni e i suoi passati successi l'hanno fatta stancare di stare sempre in alto.

Nella notte di S. Lorenzo, se vediamo cadere una stella, sappiamo chi è; e se  ne vediamo un'altra salire  luminosa, è la stella con tre ori di Simona Quadarella.



mercoledì 11 luglio 2018

Croazia ok. Inghilterra ko. Well done!

















È sempre una grande soddisfazione una sconfitta dell'Inghilterra. Sportivamente parlando, of course.

Riconosco che gli inglesi mi rimangono sulle palle (siamo nel football, no?)

Ma la sconfitta inglese mi è ancor più gradita perché subita dalla tosta e simpaticissima Croazia.
Che la Croazia sia tosta lo dimostra il fatto che in tutti gli sport viaggia sempre in prima linea: campioni di pallanuoto e di pallacanestro, e ora in finale con la Francia nei campionati mondiali di calcio.

Non è poco per questa piccola nazione: 4 milioni di abitanti!

Mi rimane simpatica anche quella curiosa maglietta a scacchi bianco-rossi (oggi era scura, ma sempre a scacchi). Non sarà di certo una maglia firmata, ma nel calcio non contano le firme, ma gli attributi. E i Croati ne hanno.

Incredibile anche il nome della nazione nella sua impronunciabile lingua: Hrvatska.

E nella Croazia c'è quell'ariete di Mandzukic, da cui si capisce per quale club italiano io faccia il tifo.

E poi, per me cattolico, c'è una istintiva simpatia per i cattolicissimi croati, che hanno saputo mantenere la loro fede anche sotto il durissimo regime di Tito (ma questo che c'entra con il calcio? Non c'entra, ma lo voglio ricordare).

L'Inghilterra ha subito una lezione indimenticabile. Partita con la convinzione di vincere il mondiale, tutti campioni della premier league, dovranno accontentarsi di un terzo o (spero) quarto posto. 

Domenica la Gran Bretagna ha subito l'umiliazione della sconfitta in F1 in casa sua, a causa della Ferrari, e a Silverstone è risuonato l'inno di Mameli.
Stasera l'Inghilterra è stata suonata dalla Croazia. Una ciliegia tira l'altra.

Una cosa che mi rende ancor più antipatici i sudditi di sua maestà, calcisticamente parlando, è il fatto che la Gran Bretagna ha ben quattro squadre accreditate dalla FIFA: Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord, le quattro Home Nations del Regno Unito.

Ma chi credono di essere? 

W la Hrvatska! 


Nella foto i due autori dei gol che hanno deciso la partita: Perisic e in primo piano Mandzukic

lunedì 2 luglio 2018

Il Tiki-taka di Tchaikovskij





La sconfitta della Spagna da parte della Russia ai Campionati del mondo negli ottavi è un'altra grande sorpresa di questi mondiali 2018.
Sono già cadute molte delle "grandi": la Germania, campione del mondo in carica, l'Argentina, il Portogallo e ieri sera la Spagna con i padroni di casa. L'Italia di Ventura era caduta ancor prima di arrivare in Russia.

Sorprende non poco la sconfitta della Spagna, che era forse la favorita, per i suoi grandi campioni ancora in forze (Iniesta, Isco, Sergio Ramos, Piqué, ecc.), ma soprattutto per il suo gioco inarrivabile, quel Tiki-taka che non lascia spazio agli avversari.

Questa volta il Tiki-taka è stato un  lunghissimo Tic-toc improduttivo (120 minuti), deciso ai calci di rigore, con il portiere russo Akinfeev, famoso per le papere e le farfalle, ma ieri sera autentica saracinesca ai rigori: ne ha parati due ai (finora) infallibili cecchini spagnoli, e subito eletto eroe nazionale di tutte le Russie.

Mi pare perciò logico dedicare un brano di musica alla straordinaria impresa russa: la "Danza Spagnola", tratta dal "Lago dei Cigni". La Danza è come il Tiki-taka della squadra del povero Hierro, ma l'autore è Tchaikovskij, come ben noto.

Gli spagnoli danzano, ma chi li fa ballare è il grande musicista russo.


domenica 17 giugno 2018

Il tricolore sbagliato (ma va bene lo stesso)



Gli analisti sportivi si domandano come sia stata possibile oggi la sconfitta della Germania, campione del mondo in carica, con il Messico.

Hanno parlato di squadra sbilanciata in avanti, senza geometrie, troppo lenta.
Non hanno capito il motivo di fondo.

I tedeschi hanno perso perché hanno visto negli spalti e nelle casacche degli avversari (maglina, calzoncini e calzettoni), il tricolore. Hanno pensato all'Italia, ed è stata la loro fine...

Peccato per noi che fosse il tricolore "sbagliato". Verde-bianco-rosso, sì, ma messicano.

Ma io sono contento lo stesso. Ha vinto ancora una volta il tricolore. 
E poi, vuoi mettere? La sconfitta della Germania è sempre una soddisfazione in sé stessa.

¡Viva Mexico!

PS. Dopo la rete di Lozano, per i salti di gioia a Città del Messico è stata registrata una sorta di scossa sismica del IV grado della scala Mercalli. Non oso immaginare cosa accadrebbe per la vittoria del mondiale...

sabato 12 agosto 2017

La solitudine dei numeri zero



Ai Campionati mondiali di atletica leggera di Londra attualmente in corso stiamo assistendo alla ormai solita disfatta italiana in ogni settore.
Velocità, fondo, mezzofondo, lanci (del peso, del disco, del martello, del giavellotto), salti (in alto, in lungo, triplo, con l’asta), ostacoli, siepi, insomma tutto quanto fa atletica leggera, sia al maschile che al femminile, vedono i nostri agli ultimi posti o quasi.
Manca poco ormai alla conclusione (domani 13 agosto), ma sappiamo già che non sarà un happy end: non solo nessuna medaglia, ma nemmeno un onorevole piazzamento, del tipo passaggio alle finali (tranne Marco Lingua nel martello).
Tutta la nostra “meglio gioventù” è stata implacabilmente fatta fuori nelle fasi eliminatorie.
Un pianto greco.
Per consolarci un po’ (ma forse la cosa rattrista di più) bisogna tornare ai ricordi del passato, a Berruti, Mennea, Dorio, Simeoni, Di Martino…
Non c’era specialità, nella "regina degli sport", in cui qualche italiano e italiana non primeggiasse.
Non si può nemmeno accettare la scusa che ora stanno dominando gli atleti di colore. Abbiamo visto in questi campionati cadere il mito di Usain Bolt, mentre molti atleti “caucasici”, cioè bianchi, si son presi le loro belle rivincite, in ogni categoria. Norvegesi, cechi, ungheresi, francesi, polacchi, tedeschi, inglesi, olandesi, turchi… con medaglia d’oro al collo, maschi e femmine. E del resto anche noi abbiamo atleti "colored".
Rimarrà storica la sconfitta di Usain Bolt, addirittura terzo nei 100 metri piani, con un tempo da lumaca (9,95), lui che detiene il record della velocità a piedi (9, 58), battuto dall’uomo più fischiato dal pubblico (Gatlin).
Ma Bolt ha fatto la storia dell’atletica e il suo nome, come il suo record, rimarrà negli annali per decenni.
Saranno invece cancellati dalla memoria, anche a breve termine, quelli dei nostri atleti, che dopo le pietose prestazioni, davanti ai microfoni hanno piagnucolato scuse penose.
Gatlin ha vinto a 35 anni, altri anche in età superiore.
I nostri baldi giovani, di cui per pudore tralascio i nomi, invece di piagnucolare, si diano da fare seriamente o cambino mestiere. Non si può mantenere una banda di numeri zero per farci commiserare in mondovisione.
Il colmo dell’ironia è che molti vincitori di medaglie in questi campionati mondiali si allenano normalmente in Italia, nei nostri centri sportivi (Rieti, Formia, etc.).
Che dire? Becchi e bastonati.
O per dirla in altro modo: cornuti e mazziati.


Nella foto: la sconfitta di Usain Bolt, terzo nei 100 metri piani, dopo Justin Gatlin e Christian Coleman.



lunedì 29 maggio 2017

Trionfo Ferrari con Sebastian Vettel (e J. Sebastian Bach)





Trionfo Ferrari con una doppietta al GP di Montecarlo.

Era dal lontano 2001, cioè dall'inizio del secolo, che questo non accadeva, quando nel circuito cittadino più famoso del mondo vinse Schumacher, seguito da Barrichello.

Oggi (anzi ieri, ormai) la doppietta porta i nomi di Vettel e Raikkonen, dominatori della gara dall’inizio alla fine.

Veramente in pole c’era Raikkonen, ma dopo il pit stop Vettel lo ha superato di un soffio ed è andato poi a vincere alla grande.

Raikkonen c’è rimasto male, poveretto (si fa per dire); ma a noi interessa che le due rosse italiane abbiano finalmente buttato fuori dal podio le due bianche tedesche. Non se ne poteva più della… Merkel.

In compenso, visto che la vittoria è a due voci e il vincitore è tedesco (ma parla anche un po’ italiano), non ci rimane che postare una gran bella “Invenzione” a due voci di J. S. Bach. 
Sebastian come Sebastian Vettel.

L’ Invenzione è la n. 8, quella in F maggiore. F come Ferrari, ovviamente.
E il tempo è “Vivace”.

Più vivace di così…



martedì 23 agosto 2016

8-12-8 (+ 10) = 9















Non è un'espressione matematica sballata. Con questa serie di numeri si possono riassumere i risultati degli atleti italiani alle Olimpiadi di Rio 2016.

8 ori, 12 argenti, 8 bronzi: un numero palindromo, che colloca l'Italia al nono posto nel medagliere olimpico. I telecronisti, ad ogni piè sospinto, ci hanno ricordato che siamo nella Top Ten delle nazioni partecipanti (oltre 200).

Tutto sommato, un discreto risultato. Le "solite" 28 medaglie a cui sembriamo ormai  abbonati. Altrettante a Londra (2012) e a Pechino (2008).

Su tutti, a mio parere, luccicano gli ori di Fabio Basile nel judo, il 200° della nostra storia olimpica, anche perché inaspettato; quello del pistard  Elia Viviani nella massacrante gara dell'Omnium (e "omnium" dice tutto, 6 gare diverse in due giorni consecutivi); e su tutti quello di Gregorio Paltrinieri sui 1500 stile libero, che ha messo in fila americani, australiani e tutto il gotha del nuoto.

Ovviamente non voglio sminuire gli ori di Campriani nella carabina, della Bacosi  e di Rossetti nel tiro a volo e di Garozzo nel fioretto. 

Siamo a quanto pare un popolo di cecchini, di spadaccini, di lottatori e di navigatori.

Ma nella regina delle olimpiadi, nell'atletica, questa volta non abbiamo ottenuto nessuna medaglia: "zero tituli", direbbe Mourinho; perfino peggio di Londra 2012, dove almeno ottenemmo un bronzo con Fabrizio Donato nel triplo. Erano 60 anni che non accadeva una cosa del genere. E nell'atletica abbiamo sempre avuti campioni eccellenti, in ogni disciplina: dalla velocità al mezzofondo, dalla marcia alla maratona, dal salto in alto al salto in lungo; dal salto triplo al salto con l'asta, e perfino nei lanci. Inutile citare i nomi che tutti conosciamo, alcuni dei quali entrati nella leggenda.

In compenso siamo campioni di medaglie di legno: 10 quarti posti, dieci mestoli da appendere in cucina.

Specialmente in quella della "ex-divina" Pellegrini. 



lunedì 15 agosto 2016

Ottima è l'acqua, con Paltrinieri (Olimpiadi)




Uno dei modi di computare il tempo nell'antichità erano le Olimpiadi. La loro cadenza quadriennale permetteva di avere un punto di riferimento certo.

Le Olimpiadi erano anche fonte di ispirazione artistica e poetica. Penso in particolare al Discobolo di Mirone e alle Odi pindariche. Ricordo ancora l'inizio della I Olimpica per averla tradotta a scuola in verde età, con quel "volo pindarico" iniziale che tanto ha influito nella letteratura: "Ariston men ydor..." Ottima è l'acqua, l'oro risplende sopra ogni altra ricchezza, la stella più lucente è il sole, e i giochi di Olimpia sovrastano tutti gli altri.

Sullo stile dei greci, potrei ripercorrere, in questi giorni di Olimpiadi a Rio de Janeiro, la cronologia della mia vita, e senza pretese pindariche fermare l'attenzione su alcuni atleti che hanno scandito il passare degli anni, lasciando un segno indelebile nella mia memoria.

Vedo vincere i 200 metri piani da Livio Berruti a Roma nel 1960, mentre il tedesco (occidentale) Armin Hary vinceva i 100 in 10"2 (ma era stato il primo a correre la distanza in dieci netti).  Pochi allora si accorsero di Cassius Clay, ma tutti si ricordano di Nino Benevenuti; inosservato anche Carlo Pedersoli nel nuoto, personaggio destinato a diventare il mio attore preferito. Oro invece al pistard Sante Gaiardoni, memorabile in seguito nei suoi snervanti duelli in surplace con Antonio Maspes. Lasciò increduli e stupefatti l'arrivo nello Stadio Olimpico dell'etiope Abebe Bikila, vincitore della maratona a piedi scalzi. 

Indimenticabile il sovietico Valery Borzov, una "macchina da corsa" costruita nei laboratori sovietici, vincitore delle Olimpiadi di Monaco nel 1972, tristemente famose però per il vile e sanguinoso attentato palestinese agli israeliani. In Grecia si sospendeva ogni guerra nelle gare olimpiche; e quella guerra tra palestinesi e israeliani continua ancora...
Ben diverso il personaggio dell'altro sovietico Valery Brumel, saltatore in alto straordinario, con il suo elegante ed efficacissimo stile a "scavalcamento ventrale" che lo portò al record di 2 metri e 28 e alla vittoria nelle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Quella misura altissima mi sembrò allora ineguagliabile.
Nelle stesse Olimpiadi il mitico ginnasta Franco Menichelli vinse l'oro al corpo libero, così come fece Yuri Chechi, signore degli anelli nel 1996 ad Atlanta e Igor Cassina alla sbarra ad Atene nel 2004, inventando addirittura un nuovo movimento che ha preso il suo nome.

Le olimpiadi di Città del Messico del 1968 sono state quelle che più mi hanno affascinato. Risultati incredibili, personaggi leggendari. Il salto in lungo dello statunitense Bob Beamon sembrò un volo infinito e terminò al limite estremo della sabbiera, con la misura di 8 metri e 90, record  durato 23 anni: un'eternità nell'atletica. Esterrefatto vidi vincere il saltatore in alto statunitense Dick Fosbury, con il suo rivoluzionario "scavalcamento dorsale", e la misura di 2, 24. Mi sembrò uno stile ridicolo, da gambero, ma poi si è imposto universalmente.  Fu un altro statunitense, Jim Hines a infrangere il muro dei 10 secondi nei 100, con 9, 95. Nella premiazione dei 200 metri si videro sul podio del primo e del terzo posto due atleti neri statunitensi, Tommy Smith e John Carlos, sostenitori del movimento politico Black Power, alzare il pugno guantato di nero e abbassare la testa mentre risuonava l'inno nazionale. A parte l'aspetto politico, che fece molto discutere, in realtà il "potere nero" si stava già imponendo nello sport, specialmente nell'atletica leggera.  Dopo di loro verrà Carl Lewis, il figlio del vento, che tra gli anni 80 e 90 dominò incontrastato. Solo Pietro Mennea tenne in alto la bandiera dei velocisti bianchi nei 200 metri piani, con il suo record di 19"72, durato dal 1979 al 1996, un tempo interminabile in mezzo al potere nero. Nel 1980 aveva vinto le Olimpiadi di Mosca nella specialità (ma mancavano gli statunitensi).
Nelle stesse Olimpiadi Sara Simeoni batteva la tedesca orientale (ancora c'era il muro di Berlino) Rosemarie Ackermann, saltando con il nuovo stile Fosbury. La Simeoni è stata la seconda donna a superare i 2 metri nel salto in alto, dopo la Ackermann (che aveva saltato proprio 2 metri) e a stabilire il record mondiale in 2, 01. Leggendaria la ginnasta rumena Nadia Comaneci che a soli 14 anni (la più giovane atleta medagliata alle olimpiadi) vinse l'oro a Montréal nel 1976 con il punteggio 10 mai prima assegnato, oro  che conquistò anche a Mosca quattro anni dopo. I suoi volteggi da libellula  sono rimasti nella memoria collettiva.  

Mi entusiasmai a Ben Johnson con il suo incredibile 9,79 a Seul nel 1988; ma poi si scoprì che qualcuno, anzi, qualcosa l'aveva aiutato in quella stupefacente performance.
Infine il giamaicano Usain Bolt che domina da due olimpiadi (Londra e Pechino con 9, 69 e 9, 63) e forse anche in questa. È il nuovo "piè veloce Achille",  e dovrà passare del tempo prima che qualche altro metta la freccia e sorpassi il suo record mondiale di 9,58 a oltre 41 km/h. Non ho mai capito se veramente è tutta farina del suo sacco, o se c'è stata qualche aggiunta di cruschello. Anche Ben Johnson è originario della Giamaica...

Ovviamente ho nella mente e negli occhi gli atleti di tante altre discipline. Mi piace ricordare i campioni del mondo della mia infanzia Adolfo Consolini nel disco e  Carlo Lievore nel giavellotto; più vicino a noi Alessandro Andrei nel lancio del peso, vincitore a Los Angeles nel 1984 e Gabriella Dorio nei 1500. Con loro, i mitici campioni di marcia Pino Dordoni e Abdon Pamich, nonché Maurizio Damilano e il grande vincitore della maratona di Atene (la vera "Maratona"!) Stefano Baldini, Atene 2004.
Nella leggenda i fratelli D'Inzeo nell'equitazione (oro e argento a Roma 1960), nel canottaggio gli Abbagnale (oro a Los Angeles  e nell'88 a Seul),  gli schermidori, maschili e femminili (una per tutti la Vezzali) e i tiratori (maschi e femmine), dominatori fino ad oggi, i pallanuotisti, i pallavolisti (al maschile e al femminile), i trampolinisti, maschili e femminili, da Klaus Di Biasi a Cagnotto padre, da Francesca Dallapè a Tania Cagnotto, i nuotatori e le nuotatrici, da Novella Calligaris alla Pellegrini, da Fioravanti e Rosolino, a Detti e  Paltrinieri. 

Mi fermo qui, proprio con Gregorio Paltrinieri. 
Per lui certamente Pindaro avrebbe scritto la XV Ode Olimpica, e avrebbe potuto iniziare come la prima, con un volo: Ottima è l'acqua, quando c'è dentro Gregorio Paltrinieri da Carpi.


lunedì 11 luglio 2016

Zoppica, ma vince



















Perdere la finale del campionato europeo, perdere in casa propria, perdere quando hai già preparato il pullman per i festeggiamenti, perdere quando sei favorito da tutti i pronostici, perdere quando hai eliminato proditoriamente dal campo il miglior avversario, e perdere se sei francese, allora è una débacle su tutta la linea, col sapore del ridicolo.

Eh sì. Quel pullman già pronto prima della partita con la scritta "Champions d'Europe. Merci" fa apparire la sconfitta dei "galletti" una umiliante beffa.

E quell'intervento rugbystico sul ginocchio di Cristiano Ronaldo, neppure punito dall'arbitro (!), che ha fatto fuori CR7 tra lacrime di dolore fisico e psicologico, privando il Portogallo del proprio leader, è una macchia sportiva che rimarrà nella memoria di tutti. Quasi come la capocciota di Zidane a Materazzi nella finale mondiale di Berlino del 2006. 

Ma ai francesi interessava vincere, per fas et nefas.

Invece a Parigi ieri, come a Berlino nel 2006, i galli hanno dovuto abbassare la cresta.

E Cristiano Ronaldo con la sua squadra "operaia" ha portato il trofeo a Lisbona in festa.
Zoppicando, ovviamente.








venerdì 8 luglio 2016

Quel che è fatto è reso!
















La squadra di calcio della Germania il 2 luglio ha battuto ai quarti di finale di Euro 2016 l'Italia, che non era mai riuscita a battere  nella fase finale di tornei mondiali ed europei.
A sua volta la Francia ieri sera ha battuto in semifinale la Germania, che non riusciva a battere in gare ufficiali addirittura dal 1958.

Quel che è fatto è reso, si potrebbe dire. E con gli interessi...

Aggiungiamo che, come per l'Italia, si è trattato di un "suicidio calcistico" con il rigore mancato da Pellè, anche la Germania con la Francia ha fatto harakiri: una mano di Schweinsteiger nella propria area ha provocato il rigore che l'ha stesa. La seconda rete dei "galletti" è stata un surplus.

La nemesi storica della sconfitta della Germania, che aveva sconfitto l'Italia, si è personificata questa volta nell'arbitro Nicola Rizzoli da Mirandola. È stato lui a decretare il rigore contro i tedeschi. E un rigore che solo occhi di lince potevano vedere nella convulsa azione.

Chi di rigore ferisce, di rigore perisce.

Nella sconfitta dei tedeschi c'è ancora una volta lo zampino italiano.
In un modo o in un altro, l'Italia ha mandato a casa anche questa volta la Germania.
Con Rizzoli arbitro, anzi, giustiziere.



Nella foto: Rizzoli, dopo aver decretato il rigore, si accinge ad ammonire Schweinsteiger.

giovedì 17 marzo 2016

Come perdere una partita vinta




La rete validissima di Morata annullata alla Juve (sembra per ordine segreto della Merkel).

Dov'è il fuorigioco? Si guardino le linee d'erba (cliccare sulla foto per ingrandirla).




Occorre: 

Un arbitro che annulli una rete valida alla Juve, che vinceva.  
Un allenatore un po’ troppo “allegro” che a venti minuti dalla fine, in vantaggio di due (due!) reti, tolga il migliore in campo (Morata).
Una squadra che si dimentichi che le partite finiscono al 90° e non all’89°.
Un culo grosso come quello di Angela Merkel.
E poi, come si permette una squadra d’Italia, nazione di serie B, di dettar legge in casa della nazione A in Europa? 

Per questo il Bayern ha vinto. Anzi, la Juve ha perso.


mercoledì 23 settembre 2015

Deutschland über alles...





"Germania sopra tutto", migliore di tutti, più brava di tutti.

Sì, anche nelle furbate.

Ma c’è sempre qualcuno che è più furbo di te...

Non oso immaginare cosa avrebbero detto i "Deutschen" se a fare la mega-truffa della Volkswagen in USA fosse stata un’azienda italiana. Ci avrebbero coperti di insulti e di letame, e la Merkel avrebbe chiesto come minimo il bando di tutto ciò che d’italiano si muove sulle strade, dalle Ferrari alle biciclette.

Ma noi siamo magnanimi. Ci limitiamo al geniale sarcasmo di Totò, del film "I due Marescialli" di Sergio Corbucci (1961).

E a proposito di F1. A parte la défaillance di Singapore, dopo tutte queste vittorie della Mercedes, in luogo dei soliti ispettori si potrebbe mandare quegli sconosciuti meccanici americani che hanno scoperto il marchingegno truffaldino della VW, a dare un’occhiata anche alle vetture del fu sig. Benz?

Perché di furbate la Mercedes, in F1, ne ha fatte diverse ormai. 

Pur riconoscendone i meriti, ovviamente.





domenica 7 dicembre 2014

La "stecca" del violinista Garcia









La Roma ha pareggiato ieri in casa con il Sassuolo con due vistosi aiuti arbitrali e per di più fuori tempo massimo.

La nemesi storica è sempre in agguato, specie nel football. Quando il 5 ottobre scorso la Juventus vinse 3 a 2 con la Roma con qualche discutibile decisione arbitrale e con una rete nei minuti extra-time, l’ineffabile allenatore romanista Rudi Garcia si mise a mimare il gesto del violinista. Per il Rudi-Garcia-pensiero perciò sarebbe sempre la “solita musica”: arbitri filo-juventini, tre punti rubati, Roma e Juve come minimo alla pari.

Ieri il mancato violinista Garcia si è dimenticato di imbracciare il suo virtuale Stradivari. L’uno-due del Sassuolo lo ha steso al tappeto. Rialzatosi dal k.o. oltre la conta con l’aiuto degli arbitri, suonato come un tamburo, ha capito (forse) che è meglio cambiare strumento.

Da ora in poi proverà con il “flauto di montagna”, quello che andò per suonare, e fu suonato.






mercoledì 22 ottobre 2014

La Roma dai sette colli (e dalle sette reti)


















La Roma prende 7 reti in casa dal Bayern Monaco. Ma non sarà stata colpa dell’arbitro?

Rudi Garcia ha dovuto suonare il violino sette volte.

E ha dovuto riconoscere, ai microfoni di Sky, che l’Olimpico non ha un’area di rigore di 17 metri, (come a suo parere lo Juventus Stadium) ma comprende tutto il campo. Infatti si è giocato ad una sola porta, la sua.

Hanno intervistato Totti, che ha detto: “È l’ora di dire le cose come stanno: la Roma dovrebbe fare una Champions League a parte”. Col Frosinone e lo Zagarolo.

Anche il direttore sportivo Walter Sabatini ha ripetuto, ampliando, i concetti già espressi dopo la partita con la Juventus: “Abbiamo subìto sette gol scientificamente irregolari. Solo il nostro era valido”. Insomma, Roma batte Bayern 1-0.

Il portiere saracinesca De Sanctis aveva mandato a dire a Buffon che gli avrebbe insegnato lui a vincere in Europa. Dopo la partita di ieri è stato subito sponsorizzato da una famosa ditta svizzera di groviera. Contratto milionario.

Roma, sette colli. 

E sette reti.


PS. Mi scuso con i tifosi  romanisti per il tono ironico del post, ma le cose dette da Garcia, Totti, Sabatini, ed altri,  dopo la partita con la Juventus erano state francamente sopra le righe.
E la débacle della Roma in casa è stata clamorosa.

Forza Roma!


lunedì 28 luglio 2014

Nibali e gli altri. L'arte della fuga





Domenica di forte emozioni, quella di ieri.

Vincenzo Nibali ha vinto il Tour de France, dopo 16 anni dalla vittoria di Pantani. 
Lo "Squalo dello Stretto (di Messina)" ha portato in Italia la maglia gialla della "Grande Boucle" rinnovando l'impresa dell'indimenticabile "Pirata".
Solo i veri campioni possono vincere il Tour, la più massacrante  e spettacolare corsa a tappe del ciclismo. Basti pensare alle tappe dei Vosgi, delle Alpi e dei Pirenei. Specialmente la vittoria pirenaica sul Tourmalet, il simbolo stesso della "Grande Boucle", con una fuga irresistibile, ha consacrato Nibali autentico campione.

Un'altra spettacolare fuga, giunta in porto nel senso vero e proprio, è quella della Costa Concordia. Il percorso dall'Isola del Giglio al Porto di Genova Voltri è stato compiuto in modo perfetto in quattro giorni. Anche in questo caso i francesi hanno dovuto riconoscere che questi italiani sono bravini...

In fuga finalmente anche la Ferrari, e fino all'ultimo quasi imprendibile nel Gran Premio d'Ungheria di Formula 1. Poi Fernando Alonso si è dovuto accontentare del secondo posto. Sempre di gran pregio e di buon auspicio, considerando quello che finora le "rosse" di Maranello hanno combinato.

Una domenica di fughe, dunque, che non può essere festeggiata se non con l'Arte della Fuga di J. S. Bach, il capolavoro del contrappunto musicale, uno dei vertici del genio umano.

Propongo proprio l'inizio, cioè la prima Fuga ("Contrapunctus I"), da cui si sviluppa poi tutta l'opera. È una fuga a quattro voci.

Noi finora abbiamo però ricordato solo tre voci di fuga: quella di Nibali, della Concordia e di Alonso. Ne manca una.

Purtroppo è quella del "capitano coraggioso" Francesco Schettino. È una fuga "retrograda" direbbe Bach, che nella sua opera viene pure presa in considerazione. 

Meno musicalmente, una fuga da incoscienti.

Ma sarà meglio ascoltare Bach.



lunedì 14 luglio 2014

Germania sopra tutti. Quando non c'è l'Italia...



















La Germania ha vinto il Campionato mondiale di Calcio 2014, battendo l’Argentina 1-0 al Maracanà di Rio de Janeiro, ieri 13 luglio.

Solo un'azione  eccezionale poteva mettere fine ad una battaglia (anche con qualche spargimento di sangue e alcuni contusi) tra due squadre pronte a morire piuttosto che arrendersi.

Ha vinto la Germania perché ha sbagliato di meno, con una prodezza del giovane Mario Götze, classe 1992, a 3 minuti dalla fine dei tempi supplementari: stop di petto di un cross da sinistra, mezza girata al volo e palla che trafigge l'incolpevole portiere Romero.

L’Argentina ha avuto più di un’occasione per passare in vantaggio, ma ha clamorosamente sbagliato davanti al portiere avversario, il formidabile Neuer. E nel calcio, come nella vita, chi sbaglia paga.

Dopo i brasiliani, ora sono gli argentini a piangere. Avevano invaso Rio a decine di migliaia, pensando di fare doppia festa: vincere il campionato e umiliare gli odiati padroni di casa in casa sua.

Hanno avuto una duplice indimenticabile lezione. Hanno perso, e sono stati canzonati.

La festa, meritatissima, è stata tutta per la nazionale tedesca.

Capita sempre così, quando questa non incontra la nazionale italiana...



domenica 13 luglio 2014

Siamo tutti brasiliani!
















Non ci voleva il dono della profezia per immaginare la sconfitta del Brasile nella finale per il terzo posto con l’Olanda.

Si trattava di capire se mai quante reti avrebbe incassato. Una tripletta, a zero.

Veder perdere il Brasile così, ci fa sentire tutti brasiliani. Troppa è la sofferenza che oggi il Brasile deve sopportare, per non essere solidali con lui.

Antipatico agli inizi del torneo, per gli evidenti aiuti arbitrali e per la spocchiosa presunzione dei suoi giocatori, dopo la perdita di Neymar, la disfatta con la Germania e la sconfitta con l’Olanda (propiziata da gravi errori arbitrali) anch’io mi unisco al pianto del popolo verdeoro.

L’Olanda invece è una squadra per me incomprensibile. Ha giocato la finalina per il terzo posto come se fosse la finalissima, e non ha giocato la vera partita, quella con l’Argentina, che la poteva portare dritta in finale. Nettamente superiore ai sudamericani - con un Messi spento e senza Di Maria infortunato- si è voluta abbassare alla roulette dei calci di rigore.

Deve essere una sindrome da “paesi bassi”. Ha paura di arrivare in alto, in cima.

E così l’eterna seconda del calcio mondiale questa volta è arrivata terza.



martedì 8 luglio 2014

Indimenticabile lezione di tedesco a una squadretta di Scolari























Scolari è il cognome del commissario tecnico del Brasile, che è riuscito nell'impresa di farlo diventare realtà effettiva di tutta la sua squadra, la Seleçao: 11 scolari di prima elementare, alle prese con il pallottoliere.

Nomen omen (leggere velocemente il detto latino, per favore; si apprezza di più la voluta allitterazione), il nome è un presagio. Mai in campo calcistico un nome fu più presago di questo. Presagio funesto, purtroppo. 

Prendere in casa 7 reti e realizzare quella della bandiera solo all'ultimo minuto (forse perfino i teutonici avranno avuto pietà) ha fatto apparire la Seleçao di Scolari una squadretta da oratorio o, se vogliamo, di scapoli e ammogliati.

I brasiliani, senza Neymar e Thiago Silva, hanno affrontato in semifinale la Germania, squadra ordinata, organizzata e tosta, con una superficialità pari alla presunzione: pensavano che la Coppa del mondo spettasse loro per diritto divino, e non conquistata con lacrime e sangue.

Così, dopo solo  mezz'ora di gioco, si sono ritrovati con ben 5 reti nel sacco: la classica "squadra materasso", di cui nel mondo del calcio si erano perse le tracce. Alla fine 7-1.

Uno shock che dal punto di vista sportivo supera ampiamente il famigerato Maracanaço del 1950. Lì si trattò della finale sconfitta (onorevole) al Maracanà con il grande Uruguay di Schiaffino e Ghiggia. 

Stasera, a Belo Horizonte, nello stadio Mineirão, si è trattato di una sconfitta umiliante e da Guiness dei primati. La nazionale più blasonata del mondo, cinque volte campione, ridotta al rango di squadra materasso.

Speriamo che il dramma sportivo  non si ripercuota su altri aspetti della vita politica e sociale. Il "Mineiraço" si limiti al settore calcistico e alla rinascita di un grande Brasile.

Suggerisco ovviamente di cambiare anzitutto il Commissario tecnico. Con un nome più allettante.





giovedì 3 luglio 2014

In attesa di sorprese sportive, una musica sorprendente





In attesa della parte finale dei Mondiali di Calcio 2014 (domani iniziano i quarti), mi pare opportuno limitare il commento scritto e affidarsi piuttosto a quello musicale.

È stato un Campionato per molti aspetti sorprendente e spettacolare. 

Per questo è un Campionato che non ha ancora trovato la squadra regina, come invece è quasi sempre accaduto in questa parte terminale della competizione. 

Non lo è il Brasile, che pur gioca in casa, e neppure l'Argentina. Non basta Neymar al Brasile per fare una squadra, né all'Argentina Messi.

Germania, Olanda, Francia e Belgio (nell'ordine) sono forse più squadre, ma se guardiamo quanta fatica hanno fatto per passare l'ultimo turno, vengono dubbi amletici.

Colombia e Costa Rica costituiscono le sorprese più clamorose. Vedremo cosa combineranno però domani la Colombia contro il Brasile e postdomani la Costa Rica (che ci ha battuti) contro l'Olanda.

Un vero peccato lo scontro fratricida (domani) tra Germania e Francia. Ma meglio in un campo di calcio che sulle Ardenne.

Incertezza, sorprese e gioco spettacolare: il Mondiale brasiliano 2014 è stato finora tutto questo.

Mi pare opportuno perciò ascoltare una musica sorprendente e spettacolare nella sua "incertezza" armonica: il Preludio  (e Fuga) XX in La minore del Clavicembalo Ben Temperato (II volume) di J. S. Bach (1744). 

Così commenta Alfredo Casella, che ha curato un'importante edizione dei due volumi: 

[In questo Preludio] "la dodecafonia bussa alla porta, tanta è l'imprecisione tonale e la nebulosità sonora raggiunta da codesta musica che già profetizza le 'dissociazioni atomiche' della futura arte schönberghiana".  [Il brano è di] "un'attualità miracolosa, attualità che va intesa nel senso di 'modernità' assoluta".

La Fuga non è pari al Preludio. Rientra negli schemi tonali della musica classica. 

Così potrebbe accadere anche nel Mondiale. Magari vince la Germania: pochi fuoriclasse, ma la solita "Panzer-Division".

Ascoltiamo perciò sia il prodigioso Preludio XX, sia la bella Fuga che segue. 

Al pianoforte c'è Glenn Gould. What else?