lunedì 2 novembre 2009

"Ogni giorno moriamo". Seneca e Francesco




Tra persone educate non si parla della morte. È un argomento che mette a disagio.

Ma in questo giorno dedicato al ricordo dei nostri Defunti, la riflessione si ferma necessariamente anche su questo tema.

Parlare della morte oggi non è “off topic”, per usare il linguaggio dei bloggers.

Lo facciamo proponendo un brano di una delle Lettere a Lucilio di Seneca, la numero 24. Una di quelle che lascia il segno, e una volta conosciuta non si dimentica più.

Metafore geniali (la clessidra, lo stillicidio dell’acqua), aforismi fulminei (“ogni giorno moriamo”, “anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte”, “… è lì che siamo diretti”).


“Ogni giorno moriamo [cotidie morimur]; ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce.
Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte.
Come la clessidra [quemadmodum clepsydram] non la vuota l'ultima goccia d'acqua ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la porta a termine.
Noi vi giungiamo in quel momento; da tempo, però, vi siamo diretti [tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus]” (Seneca, Ep. ad Lucilium, XXIV).


Ogni giorno moriamo… Non è l’ultima goccia che svuota la clessidra, ma tutta l’acqua che è trascorsa prima.

Seneca vuol far capire al giovane Lucilio, e a ciascuno di noi, che l’uomo sapiente deve avere familiare anche il pensiero della morte, comune eredità di tutti gli uomini.

E lo fa usando la sua lucida razionalità e un linguaggio incisivo.

La fede cristiana ha aggiunto a questo messaggio razionale, il conforto della speranza: la morte non è la fine di tutto, ma l’inizio di una vita nuova in Cristo Risorto.

Per questo S. Francesco non esita a chiamare la morte, “nostra sorella”.

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