martedì 4 maggio 2010

Itala gente da le molte vite















Giosuè Carducci (1835-1907), il cantore del Risorgimento italiano, non fu certo un poeta religioso.

Il suo anticlericalismo è ben testimoniato da famose poesie. A parte la giovanile “chitarronata" (come lui stesso dice) dell’ Inno a Satana, basta leggere Alle fonti del Clitunno, oppure Agli amici della Val Tiberina, per farsi subito una precisa idea.

Quando c’era da dire male della Chiesa e del Papa, non si tirava certo indietro.

Verso il termine della sua vita il suo atteggiamento cambiò profondamente e cominciò a leggere la storia con occhi più sereni e oggettivi.

Nella storia della Chiesa egli vede l’origine della nostra civiltà, sopratutto nell'ode La Chiesa di Polenta (1897).

Riconosce infatti alla Chiesa il ruolo pacificatore tra i popoli germanici invasori e il popolo latino vinto e reso inzialmente schiavo. 
La pacificazione fu resa possibile con la conversione dei longobardi, rappresentati dalla regina Teodolinda, e con l’autorità morale di Papa Gregorio Magno che con la sua opera di evangelizzazione riuscì a liberare dal giogo della servitù i latini (“quei che Gregorio invidiava ai servi ceppi”, invidiare nel senso di sottrarre).

La Chiesa fu per i latini, nel tempo delle invasioni, l’unico luogo di rifugio e di salvezza ("patria, casa, tomba").
“Fuori stridea per monti e piani il verno/ de la barbarie”, dice il poeta in due precedenti versi (61-62).

In seguito la Chiesa, dopo essere riuscita a placare il furore degli invasori, diviene il luogo di incontro e di unione tra le due razze, quella latina e quella germanica, nel Battesimo e nel Matrimonio cristiano, dando origine ad una nuova realtà sociale e politica: il Comune, cioè la grande civiltà comunale, la nostra Europa.

È il passo più bello dell'ode: 

"Qui nel conspetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti
... 
fanno il Comune".

Il Carducci paragona questa unione di popoli diversi alla vendemmia e alla spremitura dell’uva bianca e nera, che nel ribollir dei tini dà origine a un forte e profumato vino, di cui per altro egli era un buon intenditore…

Per tutto questo, il poeta si fece promotore nel 1897 del restauro dell’antica Pieve di S. Donato a Polenta, presso Bertinoro (Polenta era la celebre famiglia che aveva ospitato Dante nel suo esilio).

E per questo motivo scrisse  "La Chiesa di Polenta". I contributi giunsero e la Chiesa fu restaurata.

Questa antica Pieve viene chiamata con grande amore “madre vegliarda”, e “l’itala gente da le molte vite” viene invitata a non lasciar perire il suono delle sue campane, un suono che invita alla preghiera e ai grandi valori civili.

La poesia si conclude con una preghiera alla Madonna: l’Ave Maria.
L’ateo, massone e anticlericale Carducci al termine della sua attività poetica innalza una bellissima preghiera alla Vergine, associandosi così ad altri grandi poeti, come Dante e Byron.

La poesia è assai lunga. Riporto solo la parte finale (vv. 81-112), senza l’Ave Maria (113-128), che magari posterò in altra occasione, durante questo mese di maggio a Lei dedicato.

Invito gli amici a rileggerla tutta (o magari, per qualcuno, a leggerla). Sia per la bellezza della composizione, sia per il senso storico che la caratterizza. Una lezione per tutti.

È anche un modo per ricordare il Carducci, il nostro primo Premio Nobel (per la Letteratura, ovviamente, 1906),  oggi ingiustamente un po' dimenticato.


La Chiesa di Polenta

.....

Schiavi percossi e dispogliati, a voi
oggi la chiesa, patria, casa, tomba,
unica avanza: qui dimenticate,
qui non vedete.

E qui percossi e dispogliati anch’essi
i percussori e spogliatori un giorno
vengano. Come ne la spumeggiante
vendemmia il tino

ferve, e de’ colli italici la bianca
uva e la nera calpestata e franta
sé disfacendo il forte e redolente
vino matura;

qui, nel conspetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti,
quei che al Signor pacificò, pregando,
Teodolinda,

quei che Gregorio invidiava a’ servi
ceppi tonando nel tuo verbo, o Roma,
memore forza e amor novo spiranti
fanno il Comune.

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi
tra Bertinoro alto ridente e il dolce
pian cui sovrasta fino al mar Cesena
donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite,
rendi la voce

de la preghiera: la campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna
Ave Maria.



Nella foto: Pieve di S. Donato a Polenta (Bertinoro, Forlì-Cesena)

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