martedì 31 marzo 2009

Che nome diamo a nostro figlio (e quanti?)




Tra i più noti compositori latino-americani di musica leggera spicca il messicano Augustìn Lara (1900-1970) autore di celebri e numerosi motivi, tra cui Granada, Farolito, Solamente una vez.

Ma numerosi come le sue composizioni sono anche i nomi di questo grande compositore.

È noto che le persone di cultura spagnola portino più di un nome. Ma Augustìn Lara è davvero un campione anche in questo. Infatti il suo nome e cognome completo è:

Ángel Agustín María Carlos Fausto Mariano Alfonso Rojas Canela del Sagrado Corazón de Jesús Lara y Aguirre del Pino.

Ma a quanto pare questi non bastavano, perché era conosciuto anche con il soprannome di El Flaco de Oro.

Talvolta i genitori cercano un nome breve per il figlio o la figlia, onde evitare in seguito brutti accorciamenti.

I genitori di Angel Augustin Maria Carlos etc. etc. etc. questo problema non se lo posero di certo...

Per un musicista che porta tanti nomi, mi pare giusto far eseguire un suo celebre motivo, Solamente una vez, da più cantanti e cioè i tre tenori: Plácido Domingo, Luciano Pavarotti e José Carreras.

domenica 29 marzo 2009

Bolero? Non solo Ravel...



Historia de un amor è un bolero composto nel 1956 dal panamense Carlos Almarán.

La canzone fu dedicata al fratello per la scomparsa della sua amata consorte.

Si tratta di una delle più belle melodie latino-americane e ottenne un immediato successo con Eydie Gorme y los Panchos.

Dopo di loro, molti altri cantanti hanno riproposto questo stupendo motivo.
La prima cover italiana è del 1958 (De Simone-Biri), con la voce di Tonina Torrielli.


Dedicata a tutti i romantici, e all'amico Mstatus, grande estimatore della musica latino-americana.



Historia de un amor

Ya no estas mas a mi lado corazón en el alma sólo tengo soledad
y si ya no puedo verte por qué Dios me hizo quererte
para hacerme sufrir mas.

Siempre fuiste la razón de mi existir adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba el calor que me brindaba
el amor y la pasión.

Es la historia de un amor como no hay otro igual
que me hizo comprender todo el bien, todo el mal
que le dio luz a mi vida apagándola después
hay que vida tan obscura sin tu amor no viviré.

Es la historia de un amor.



Storia di un amore

Non sei più accanto al mio cuore, nell'animo ho solo solitudine;
e se non posso più vederti, perché Dio ha voluto che ti amassi
per farmi soffrire di più?

Sei sempre stata la ragione del mio vivere, adorarti è stata per me una religione,
nei tuoi baci io trovavo il calore che mi portava
l'amore e la passione.

È la storia di un amore come non ce ne sono uguali,
che mi ha fatto capire tutto il bene, tutto il male;
che ha dato luce alla mia vita, ma spegnendola subito dopo.
Che vita buia! Senza il tuo amore non vivrò.

È la storia di un amore.

sabato 28 marzo 2009

Marzo senza i suoi giardini? Impossibile!



Impossibile lasciar passare il mese di marzo senza ricordare la canzone più bella a lui dedicata:

I Giardini di Marzo di Lucio Battisti e Mogol.

Era il 1972.

Da allora, quando arriva marzo, per me i giardini si vestono sempre di nuovi colori.

I colori di questa canzone.

giovedì 26 marzo 2009

La leggenda nera dell'Inquisizione








"Calunniate, calunniate, qualche cosa rimarrà", diceva Voltaire.

E infatti continua ancora a circolare la leggenda nera dell’Inquisizione, secondo cui la Chiesa Cattolica con questo tribunale avrebbe fatto milioni di vittime.

Niente di più falso.

I numeri relativi alle persone giustiziate a causa della caccia alle streghe, alla luce della documentazione archivistica più accreditata, pubblicata nel Simposio Internazionale sull'Inquisizione del 1998, risultano i seguenti:

* Germania: 25.000 * Polonia - Lituania: 10.000 * Svizzera: 4.000 * Danimarca - Norvegia: 1.350 * Regno Unito: 1.000 * Spagna: 49 * Italia: 36 * Portogallo: 4.

La 'caccia alle streghe' fu più marcata nei paesi di area protestante, risultando invece assai limitata proprio nei paesi dov'era presente l'Inquisizione cattolica.

Più in generale, in sei secoli d'esistenza, l'Inquisizione cattolica non ha superato il numero di 200.000 inquisiti, con bassa percentuale di condanne. Oggi se mai tra i ricercatori si tende a ridimensionare le cifre. Fondamentali gli studi dello statunitense Edward Peters, Inquisition, New York 1988 e dell'inglese Henry Kamen, The Spanish Inquisition: A Historical Revision, London 1997.
Per fare un solo esempio, alla famigerata Inquisizione spagnola (Torquemada!) in tutti i suoi 356 anni di storia (1478-1834) si addebitano al massimo 6.000 condanne capitali.

Sempre cifre spaventose, ma non certo quelle della leggenda nera; e purtroppo fece più vittime in soli 5 anni la Rivoluzione Francese (250.000), con 1.000 ghigliottine ed altri sistemi.

Non parliamo poi delle laiche dittature del XX secolo, il secolo più sanguinario di tutta la storia umana, come dice lo storico marxista Eric Hobsbawm, con cento milioni di morti.
"Le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell'Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità" (Hobsbawm, Il secolo breve, 1994)

Sono caduti i muri e le ideologie, e con essi le menzogne su cui si reggevano.

Noi siamo fortunati: lo abbiamo visto con i nostri occhi e lo possiamo dire.



Domenico Scarlatti, musica da... vedere!



Abbiamo già parlato della “rivoluzione” operata da Domenico Scarlatti (1685 - 1757) per il clavicembalo, che da strumento di accompagnamento diventa con lui un protagonista della scena musicale.

Ecco un altro esempio di questa storica svolta: la Sonata in Re maggiore, K 29.

Tra lo scorrere inarrestabile delle note e il rincorrersi e l'incrociarsi delle mani sulla tastiera, emerge il tema della sonata. Un tema geniale, che anticipa Beethoven.

Un'autentica soddisfazione per l'udito, e anche per la vista.

mercoledì 25 marzo 2009

Ave Maria!




Ave Maria!

Queste parole con le quali l’Arcangelo Gabriele portò l’annuncio a Maria sono diventate una preghiera conosciuta da tutti.

Ci ricordano l’inizio della salvezza: nove mesi prima del Natale (25 marzo-25 dicembre) il Figlio di Dio viene concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo della Vergine Maria.

Stupende sono le raffigurazioni artistiche di questo evento: Simone Martini, Beato Angelico, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Botticelli, Andrea della Robbia, Leonardo…

E anche nel campo della musica non c’è autore che non abbia voluto misurarsi con questa preghiera, dagli anonimi del canto gregoriano, ad Arcadelt, Victoria, Palestrina, Caccini… fino a Schubert, Gounod, Verdi, Mascagni, Rachmaninov, Kodaly, Poulenc, per ricordare solo alcuni dei più noti.

Celeberrime le melodie di Schubert e di Gounod.

Io però voglio presentare l’Ave Maria di Giulio Caccini (1550-1618) - in realtà una rielaborazione di Vladimir Vavilov - perché meno conosciuta ma non meno bella. E voglio scegliere non un’esecuzione perfetta (come quelle di Sumi Jo, di Bocelli, e via dicendo), ma un video imperfetto sotto tutti i punti di vista.

Un coro di dilettanti quasi "allo sbaraglio" (di un college della California), un operatore che "taglia" le teste, un video "ballerino"…

Eppure, secondo me, questa esecuzione ha un fascino particolare.

Anzitutto l’arrangiamento. Un canto solistico è stato trasformato in un canto corale, e con un andamento ritmico molto serrato e coinvolgente. Decisivo al riguardo l’apporto del pianoforte.

Inoltre i coristi. Sono, è vero, molto alla buona (per usare un eufemismo), ma hanno la freschezza della gioventù e la serietà dell’Accademia Chigiana.

Cantano con convinzione. E alla fine, convincono.

Una bella preghiera attualizzata.

lunedì 23 marzo 2009

Una rivoluzione musicale. Domenico Scarlatti



Il 1685 è stato un’annata doc per la musica. Sono nati in quell’anno J. S. Bach, Haendel e Domenico Scarlatti.

Bach ed Haendel non hanno bisogno di presentazione. Domenico Scarlatti forse sì.
È certamente meno noto degli altri due, ma anche lui ha lasciato un’impronta indelebile del suo genio musicale.

Il suo nome è legato in particolare al clavicembalo, lo strumento a tastiera antesignano del pianoforte.

Con Domenico Scarlatti (Napoli, 1685 - Madrid, 1757) questo strumento salottiero e quasi frivolo comincia ad occupare la scena musicale da protagonista, per due motivi.

Anzitutto Scarlatti dedicò al "gravicembalo" ben 556 sonate, fornendo così ai clavicembalisti un’antologia praticamente sterminata.

In secondo luogo, ma qui sta l’importanza della “rivoluzione” scarlattiana, le sue sonate (“essercizi”) introducono novità assolute sia nella composizione che nella tecnica esecutiva.

Lasciano davvero stupefatti la freschezza di ispirazione, la genialità inventiva, l’infinita varietà tematica.
Si vedono per la prima volta l’incrocio delle mani, l’uso degli arpeggi, le dita che spaziano su tutta la tastiera; e ritmi ossessivi.

Mentre Bach compone il Clavicembalo ben temperato su una impostazione genialmente “tradizionale”, Domenico Scarlatti fornisce a questo strumento una dimensione anticipatrice di quel virtuosismo tipico dell’epoca romantica e contemporanea.

La Sonata K 141, eseguita magistralmente da Martha Argerich, ci dà l’idea dell’opera rivoluzionaria di Domenico Scarlatti nel 1738.

sabato 21 marzo 2009

Equinozio. Il giorno perfetto










Equinozio di primavera


Equilibrio perfetto

12 ore di sole, 12 ore di buio

in ogni luogo della terra, dal polo nord al polo sud.

Giustizia per tutti, un verdetto salomonico.


Solo un altro giorno è come questo,

l’equinozio d’autunno.


In tutti gli altri giorni

qualcuno ha di più e qualcuno ha di meno,

quello che togli da una parte va a vantaggio dell’altra.

363 giorni di ingiustizia solare su 365.


Un bilancio astronomico disastroso.

Su quello socio-economico non mi pronuncio.


Oggi comunque nevica.

Benvenuta primavera!

giovedì 19 marzo 2009

S. Giuseppe, l'Africa e i suoi problemi

In questi giorni, in occasione del viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Camerun e Angola, si parla molto dell’Africa e dei grandi problemi che l’affliggono.

Voglio portare anch’io il mio piccolo contributo, ricordando a orecchio una simpatica ma efficace battuta udita in un filmato di qualche anno fa.

Un europeo dice: “La mattina mi alzo, mi lavo, faccio colazione e poi vado…”
"Fermati qui! - commenta lo speaker del filmato - Queste cose che noi europei facciamo come routine in un'oretta, sono l'impegno e la fatica di un'intera giornata per milioni di persone in Africa".


Buona Festa di S. Giuseppe!

Auguri a tutti i papà!

Buon onomastico, Joseph Ratzinger!

mercoledì 18 marzo 2009

Ei fu (ma non è vero!)

Il noto blogger Kurosbannato (Ciro Ascione) ieri ha fatto credere ai suoi amici e avversari di essere deceduto. Lo scherzo è stato svelato oggi.
Ho creduto opportuno commentare con qualche rima umoristica la vicenda.



Ei fu. Kuros se n’è andato,
d’improvviso ci ha lasciato!
Ghearts e Waxen dissero.

Son rimasti tutti male:
“Come?! un uomo sì geniale,
ed ancora giovane…”

Non vedrem più i suoi filmati,
tette e culi smisurati,
niente più Trashopolis.

Pianti e lacrime sincere
laici auguri, pie preghiere,
fazzoletti in umido.

“Com’è andata? quale morbo
fece il mondo di lui orbo?”
tutti si chiedevano.

“Ma possibile! ha postato
anche oggi… Sarà stato
del gran cigno il cantico”.

Con commenti tristi e amari
tutti, amici ed avversari,
Ciro Ascion salutano.

Ma ecco che dall’oltretomba,
senza il suono della tromba
di Michel Arcangelo,

il fu Kuros ricompare
tra i viventi ad annunciare
d’esser vivo e vegeto.

Per qualcuno è festa grande,
se la fa nelle mutande;
fu un timor diarroico.

Qualcun altro riman male:
è passato il carnevale,
siamo già in quaresima.

C’è chi impreca e si lamenta,
chi sorride e si accontenta,
chi si tocca i bischeri.

Ed il Kuros già bannato,
già defunto e or suscitato,
sale ancora in cattedra.

Qui finisce il Dies ire.
Kuros, pria di dipartire,
manda un fax, autentico!

lunedì 16 marzo 2009

Una bellissima canzone, scritta da Barbablù




Greensleeves è una famosissima antica melodia inglese.

Secondo la tradizione, sarebbe stata composta addirittura dal re Enrico VIII d'Inghilterra (1491-1547) per la sua futura consorte Anna Bolena.

Anna Bolena aveva una malformazione ad una mano e ciò la costringeva a portare lunghe maniche.

Da qui deriverebbe il titolo dato al canto: Greensleeves, "maniche verdi".

Meraviglia alquanto che un re così poco romantico come Enrico VIII, che ebbe sei mogli e ad Anna Bolena e ad altre fece tagliare la testa, abbia composto una musica così suggestiva.

Mi sembra più verosimile che sia opera di un anonimo e grande trovatore del XVI secolo, un po' più delicato e poetico di Re Barbablù.

Mentre veniva portata al patibolo Anna Bolena ebbe modo di scherzare sulla sua morte: "Mi hanno detto che il boia è molto bravo, e il mio colle è così sottile".

Quando si dice umorismo inglese...


domenica 15 marzo 2009

Stabat Mater (Kodály)




Lo Stabat Mater è una delle più note sequenze della liturgia cattolica.

Ricorda con accenti commossi e con semplicità quasi popolare il dolore della Madre di Gesù presso la croce.

Il testo viene attribuito a Jacopone da Todi (fine sec. XIII, inizi del XIV).

La sequenza è in lingua latina e in musica gregoriana. Nel corso dei secoli molti musicisti (se ne contano almeno 400!) affascinati dalla bellezza della laude, hanno realizzato su quel mirabile testo bellissimi componimenti.

Il più celebre è lo Stabat Mater di Pergolesi, che il musicista terminò sul letto di morte a soli 26 anni (1736).

Il più bello, in epoca contemporanea, è a mio parere quello di Zoltán Kodály (1882-1967) , il quale ha saputo coglierne lo spirito religioso, eliminando tutto ciò che sa di artificio operistico, e tornando ad una purezza quasi gregoriana.

Kodály lo compose a soli 16 anni e lo rielaborò nella forma attuale nel 1962.

La composizione è a quattro voci dispari (soprani, contralti, tenori, bassi) a cappella, cioè senza accompagnamento di strumenti.

L’incresparsi in alcuni momenti della limpida tessitura musicale e la struggente linea melodica esprimono il dolore della Madre sul Calvario, mentre il composto procedere del canto indica il cammino verso la Risurrezione.

Esemplare l'esecuzione della Schola Gregoriana Mediolanensis, diretta da un grande esperto come Giovanni Vianini.



Stabat Mater


Stabat Mater dolorosa

iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius.

Cuius animam gementem,
contristatam et dolentem
pertransivit gladius.

Christe, cum sit hinc exire,
da per Matrem me venire,
ad palmam victoriae.

Quando corpus morietur,
fac ut animae donetur
Paradisi gloria. Amen.



Stava la Madre addolorata
in lacrime presso la Croce
mentre il Figlio era appeso.

Un spada di dolore trafisse
la sua anima gemente,
rattristata e dolente.

Cristo, quando dovrò partirmene da qui,
fa' che per mezzo di tua Madre
giunga alla palma della vittoria.

Quando il mio corpo morirà
fa' che all'anima sia data
la gloria del Paradiso. Amen.

sabato 14 marzo 2009

Un popolo canta



La caduta del muro di Berlino (1989) ha fatto cadere, con un effetto domino, i regimi dell’Est europeo.

Sono così spariti sistemi totalitari, di cui non sentiamo certo la mancanza.

Ma in un settore almeno, qualcosa di bello è andato forse irrimediabilmente perduto: la musica corale.

I cori dell’Est europeo, oltre all’imponenza degli organici, avevano una grande tradizione di musica polifonica.

Tra queste nazioni spiccava l’Ungheria, che ha avuto nel sec. XX due geni musicali come Béla Bártok e Zoltán Kodály, i quali hanno dedicato molte delle loro opere alla musica polifonica.

Kodály (1882-1967) inoltre è stato un eccellente organizzatore della cultura musicale. Insieme ad un altro grande, Lajos Bárdos, ha ideato un metodo che permette l’insegnamento della musica fin dalla scuola dell’infanzia.

Grandi musicisti, grandi cori e grandi direttori di coro. Questa è stata musicalmente l’Ungheria prima del 1989. Si può anzi dire che Kodály ha cercato di ridare un'identità allla nazione a partire proprio dall'educazione musicale. E in nessun'altra nazione la musica corale ebbe una diffusione così capillare.

Il canto che presentiamo, in una monumentale esecuzione del 1982, nel centenario della nascita di Kodály, aveva ed ha per gli ungheresi un significato particolare. È un po’ il simbolo stesso della nazione magiara: A Magyarokhoz (Agli Ungheresi).

Si tratta di un’ode patriottica, scritta nel 1807 da Dániel Berzsenyi. In essa si incita il popolo magiaro a risollevarsi dalla decadenza e a ritornare all’antico vigore della grande Ungheria.

La musica è stata composta da Kodály nel 1925, in forma di cànone. Il canto, cioè, viene prima eseguito all’unisono, poi viene ripetuto dalle varie sezioni, femminili e maschili, con ingressi in successione.
Si forma così progressivamente una vera costruzione polifonica e data l’imponenza della massa corale si giunge ad una grandiosa, ma non sguaiata, conclusione.

Per l’enorme spazio che separa il direttore dai coristi, le note iniziali sono date simpaticamente con un oboe, e non certo con il diapason.

È il canto di un intero popolo.


giovedì 12 marzo 2009

Per vivere insieme, basta una cover




Negli anni sessanta-settanta la musica pop italiana attinse largamente al repertorio straniero, specialmente americano, con una serie di covers, cioè di canzoni tradotte e reinterpretate, che da una parte resero celebri i cantanti e i complessi che le eseguivano, e dall’altra fecero conoscere al gran pubblico dei brani che altrimenti sarebbero rimasti forse sconosciuti.

California dreamin’ dei Mamas & Papas diventò Sognando California dei Dik Dik; The sound of silence fu tradotta con La tua immagine (Se tu guardi gli occhi miei), di Dino; L’isola di Wight, resa celebre anch’essa dai Dik Dik, era Wight is Wight di Michel Delpech; e così via.

La bella cover che presentiamo è Per vivere insieme, che ripropone Happy together del gruppo americano The Turtles.

Venne eseguita nel 1967 dal complesso I Quelli (ce n’erano di nomi curiosi di complessi, allora!), che in seguito daranno origine alla notissima PFM (Premiata Forneria Marconi).

Fu un successo straordinario.


Mi piace la primavera...









Mi piace la primavera.

Viene dopo l’inverno, e con il suo tepore mi fa risparmiare un sacco di soldi per il riscaldamento.

Viene prima dell’estate, e mi fa risparmiare un sacco di soldi per i condizionatori.

È una stagione moderata, senza eccessi, democratica. Non le piacciono gli estremismi, come a me.

È la stagione che ispira la poesia e l’arte.
Forse che Botticelli ha dipinto l’Estate? o Stravinskij ha musicato la Sagra dell’Inverno? o Lucio Battisti ha cantato i Giardini di Luglio?
È vero che Vivaldi ha composto le Quattro Stagioni, ma le apre con la Primavera, che è il pezzo più conosciuto e più bello.

È la stagione nella quale si festeggia la Pasqua, la Risurrezione di Cristo.
Per i cristiani, il fondamento della fede e della speranza. Per i non credenti, una serena ripresa della vita e un augurio di pace.

Per questo mi piace la primavera.

Ma sono nato in autunno.



Foto in alto: "La Primavera" (particolare), di Sandro Botticelli. Tempera su tavola, realizzata tra il 1477 e il 1490. Galleria degli Uffizi, Firenze.

lunedì 9 marzo 2009

L'amore è rosso... anzi, blu



Insieme ai più grandi complessi rock, che negli anni ’60 hanno determinato una svolta decisiva nella storia della musica leggera, rimangono nella nostra memoria alcuni gruppi legati a poche, ma significative canzoni.

Uno di questi gruppi è la band inglese The Renegades, e una di queste canzoni è L’amore è blu, del 1968. Un grande successo, in uno degli anni più memorabili della nostra storia.

Affascinante la musica, che divenne un pezzo di repertorio obbligato per ogni complessino; le parole magari non sono il massimo della originalità.
Una canzone che ci fece sognare...

Il disco è una cover della canzone francese L’amour est bleu, di Pierre Cour e André Popp, e venne portata alla ribalta internazionale all’Eurofestival di Lussemburgo del 1967 dalla cantante greca Vicky.

Il grande Paul Mauriat poi la fece conoscere, in una sua versione strumentale, negli Stati Uniti, ottenendo anch’egli un memorabile successo (1968).

Proponiamo questa bella canzone in questi giorni di primavera incipiente.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori...

sabato 7 marzo 2009

Omaggio alle donne. Il canto di Nadir




Invece del solito mazzolin di fiori di mimosa, preferisco offrire alle donne del web un omaggio musicale.

L’omaggio più adeguato sarebbe la serenata “O Lola” della Cavalleria Rusticana di Mascagni, a mio parere la più bella aria di tenore mai scritta, più bella di tutte le bellissime arie pucciniane e verdiane maggiormente conosciute.

“O Lola” le batte tutte, per freschezza musicale, per intensità di pathos, per vivezza di immagini, nel colorito linguaggio siciliano.

Non la posto perché nel mio blog ha già un posto fisso. Chi vuole la può ascoltare, in una celebre esecuzione di Caruso.

Dovendo perciò scegliere un altro brano, ho pensato allo struggente canto di Nadir, “Je crois entendre encore”, tratto dall’opera “I pescatori di perle” (1863), di Georges Bizet.

Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.

È conosciuta anche nella libera traduzione italiana: “Mi par d’udire ancora”.

Propongo la romanza di Nadir nella stupenda performance di Placido Domingo, il quale esegue il canto in una tonalità più alta dell’originale, giungendo nell’acuto fino al re bemolle sopra il rigo.

Un vero regalo per tutte le ascoltatrici (e gli ascoltatori). Non è da tutti superare il do.

Auguri, e buon ascolto!


Je crois entendre encore

Je crois entendre encore, caché sous les palmiers,
sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers.
Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement !
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !

Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !

Mi sembra di sentire ancora nascosta sotto le palme
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe selvatiche.

Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
aprire i suoi lunghi veli al tiepido vento della sera.

Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Incantevole ricordo! incantevole ricordo!

giovedì 5 marzo 2009

Bach per chitarra. La Bourrée




Ci sono alcuni brani musicali che, nella loro brevità, racchiudono tutta la grandezza di un’opera d’arte.

Uno di questi gioielli è la Bourrée di Bach.

Intendiamoci. Bach ha scritto più di una bourrée, dal momento che questa è un passo di danza che compare frequentemente nelle suites barocche. Per essere precisi, la bourrée è una danza di origine francese, normalmente a ritmo binario (in questo caso 4/4), con andamento piuttosto mosso, ma aggraziato e leggero.

La Bourrée di cui parliamo è la più celebre di tutte, in Mi minore, e conclude la Suite n. 1 per liuto, che ha questa partitura: Preludio, Allemanda, Corrente, Sarabanda, Bourrée.

La Suite è stata scritta tra il 1707 e il 1717.

La Bourrée di Bach è stata trascritta anche per chitarra, e costituisce uno dei “pezzi forti” dei chitarristi classici.

Ottima l’esecuzione di Peo Kindgren.

martedì 3 marzo 2009

Una tempesta rasserenatrice




Tra le 32 Sonate per pianoforte di Beethoven alcune sono celeberrime, con titoli rimasti famosi: Al chiaro di luna, Patetica, Appassionata, Addii…

Tra le più belle è la Sonata 17 in Re minore (Opera 31, n. 2), conosciuta col nome di Tempesta (Sturme), del 1802.

Il titolo, romantico per eccellenza, deriva in particolare dal III movimento, Allegretto, che conclude la composizione e che presentiamo.

È un movimento trascinante, ma al tempo stesso profondamente liberatorio; con il suo ritmo ostinato e un tema suadente, riesce a operare una catarsi progressiva del nostro mondo interiore.

L’esecuzione “dionisiaca” di Glenn Gould è uno spettacolo a parte, anche se io personalmente preferisco l'interpretazione più “apollinea" e distensiva di Kempff.

http://www.youtube.com/watch?v=LfjD-DQ5REk

Buon ascolto!

domenica 1 marzo 2009

Laici e scienza... tutto bene?


Abbiamo visto, nel post precedente, come uno dei rimproveri più frequenti che viene fatto alla Chiesa da parte del pensiero laico è di essere nemica della scienza. La dimostrazione più evidente è la condanna di Galileo del 1633.

Ma nessuno vuol ricordare che la laica ragione ha fatto disastri ben più gravi di quelli che vengono addebitati alla Chiesa.

Si dimentica ad esempio la decapitazione durante il periodo del Terrore di Antonio Lorenzo Lavoisier, il "padre della chimica moderna", colui che ha scoperto la composizione dell’acqua e dell’aria, fino ad allora considerati elementi semplici, secondo la teoria che risaliva addirittura ad Empedocle (V secolo a. C.). Lavoisier ha formulato la legge della conservazione della materia, ed è stato uno dei promotori del sistema metrico decimale. Un genio universale.

“La Rivoluzione non ha bisogno di scienziati”, disse il pubblico ministero giacobino nel condannarlo alla ghigliottina. Ma il matematico Lagrange commentò: “È bastato un attimo per far cadere una testa che la Francia non avrà per altri cento anni”.
Era l’8 maggio 1794. Perché questo fatto non viene mai ricordato?

La stessa Rivoluzione aveva già provveduto a sopprimere la prestigiosa Académie des Sciences (Accademia delle Scienze), fondata nel XVII secolo dal Re Sole, orgoglio e vanto della cultura francese, e molti scienziati rischiarono la fine di Lavoisier.

Che le “rivoluzioni” moderne siano state poco amanti della scienza non schierata è un fatto ricorrente, e non un’eccezione.

La cosiddetta “rivoluzione culturale” in Cina, degli anni 60-70 del XX secolo è stata in grande stile la più grande prevaricazione dell’ideologia sul libero sapere. Milioni e milioni di studenti furono costretti ad abbandonare gli studi per imparare le massime del “libretto rosso” di Mao. Furono distrutte le scuole, gli insegnanti mandati a lavorare nei campi, e molti vennero eliminati fisicamenti.
La conseguenza fu un impoverimento spaventoso della cultura e un regresso in ogni settore dell’attività umana. Mai visto prima niente di simile.

Ma anche la rivoluzione sovietica non fu da meno. Durante il periodo staliniano furono perseguitati e uccisi gli scienziati che non accettavano di seguire le direttive del materialismo dialettico, autentica bufala pseudoscientifica ottocentesca, ma cara a Marx-Engels.
Particolarmente disastrosa fu l’opera di Lysenko, che fedele interprete del materialismo dialettico, portò a fallimentari risultati nel campo dell’agricoltura, con conseguenti annate di carestia e di miseria. Anche in altri settori, l’ostracismo delle scienze “borghesi” (in particolare le scienze umane) finì con l’impoverimento culturale dell’Unione Sovietica, in nome di un’ideologia politica.

Il nazismo asservì la scienza ai suoi mostruosi programmi razzisti ed eugenetici. Hitler fece proprie alcune tesi del positivismo evoluzionista, che sostenevano differenze biologiche tra le varie razze umane (il cosiddetto “razzismo scientifico”), e se ne servì per i suoi scopi politici, che avevano come punti fondamentali il primato della razza ariana e la mistica del superuomo, dell’uomo cioè fisicamente perfetto. Un vero e proprio paganesimo, come lo definì Pio XI.

Molti non sanno che i primi ad essere eliminati dai vari “Dottor Morte”, che cominciarono a circolare nel III Reich, furono proprio i tedeschi disabili, bruciati poi nei forni crematori. Si usarono i soliti mezzi di persuasione, specialmente tra i familiari delle vittime predestinate, facendo apparire come un atto di pietà l’eliminazione di questi “infelici”. Si arrivò a decine di migliaia di vittime.
Quando la cosa apparve nella sua tragica realtà, la Chiesa, sia cattolica che protestante, si oppose a questo sterminio, e le pratiche eugenetiche diminuirono di molto. Degna di nota in tale situazione fu la protesta dell'arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen. L'arcivescovo in un discorso pubblico del 3 agosto 1941 non si limitò a condannare duramente l'eutanasia, ma denunziò lo Stato nazista come principale responsabile delle uccisioni.
In nome della razza invece si perseguitarono gli ebrei ed altre categorie di persone. Anche in questo caso la Chiesa cattolica, con l’enciclica in tedesco "Mit brennender Sorge" di Pio XI (1937), letta contemporaneamente in tutte le parrocchie della Germania, protestò energicamente contro il razzismo e le idee, definite “folli”, di Hitler.
Purtroppo queste idee folli portarono alla seconda guerra mondiale e alla Shoah.

Vorrei infine ricordare il positivismo, a cui molti scienziati oggi tornano a guardare come ad un ideale. Il positivismo è sorto nella seconda metà del 1800 ed è una vera e propria "fede" nella scienza. Solo la scienza ha valore e significato, solo la scienza porta il progresso, solo la scienza è credibile. Va invece combattuto ogni valore religioso, inteso come cosa assurda e intralcio alla libera ricerca.
Abbiamo visto come tutto questo portò anche alle affermazioni più aberranti, come il “razzismo scientifico” e l'eugenetica. Infatti se l'essere umano è visto solo come biologia, come un ammasso di cellule, magari un po' più complesso di altri organismi, ma senza altre differenze sostanziali, allora è chiaro che si comincia a misurare i crani e le mandibole, come faceva Cesare Lombroso, o si definisce infelice una persona fisicamente non perfetta.
Una scienza senza riferimenti ai valori assoluti della ragione morale finisce fatalmente nell'eugenetica, come infatti è accaduto con il positivismo e che qualcuno vorrebbe far tornare di moda oggi. Non è bastata l'esperienza hitleriana, a quanto pare.

Il secolo XX, con due guerre mondiali e altre infinite guerre locali, con le sue ideologie atee e intolleranti, è stato il secolo più sanguinario di ogni tempo, secondo la celebre espressione dello storico marxista Hobsbawm (Il secolo breve). E secondo l’interpretazione di Adorno e della Scuola di Francoforte la ragione umana, fondamento della tolleranza secondo la concezione illuminista, ha finito per perdersi nello scientismo positivistico ed è scomparsa nei sistemi totalitari del XX secolo, che si sono rivelati la forma più disumana di intolleranza.

Si impongono perciò alcune riflessioni conclusive.

La scienza è uno straordinario mezzo di dominio sulla natura; ma al tempo stesso l’uomo ne può diventare anche vittima.
Non basta perciò la conoscenza scientifica, come pretendono gli scientisti.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile, è lecito farlo.
Occorre di pari passo la riflessione morale.
Occorrrono perciò scienza e coscienza, perché l'uomo ha ambedue queste capacità.

La scienza ci dice cosa l’uomo può fare.
La coscienza ci dice ciò che l’uomo deve o non deve fare.


Questo la Chiesa ricorda oggi agli scienziati.

Benedetto XVI ha ammonito che sta tornando, sotto mentite spoglie, una visione eugenetica e razzista della vita; quella cioè che vuol far credere che alcune persone, per vari motivi, non siano degne di vivere.

L'aborto, la manipolazione genetica, l'eutanasia partono dal presupposto che l'uomo è un bene disponibile e può essere trattato al pari di ogni altro essere vivente.

Contro questa deriva disumana, frutto del pensiero laicista moderno, la Chiesa alzerà sempre la sua voce; ma non solo, come pensano i laicisti, per motivi religiosi, ma semplicemente per motivi di retta ragione umana.

Quella retta ragione che viene da lontano: da Ippocrate, da Socrate, da Seneca, dall'ebraismo, dal pensiero cristiano, dalle università medievali, dall'umanesimo, dall'illuminismo.

È quella che ha permesso il cammino della civiltà e ha sconfitto la barbarie.






Foto in alto: Manifesto per il romanzo "1984" (Il grande fratello), di George Orwell (1949)