mercoledì 9 novembre 2011

Dolcenera...



Nella disastrosa alluvione di Genova di questi giorni mi è venuto spontaneo pensare ad una canzone di Fabrizio De André.

Parlo ovviamente di “Dolcenera”, nome amaramente accattivante che De André dà alla tragica alluvione genovese del 7-8 ottobre 1970, per molti aspetti simile a quella del 4 novembre scorso.

Non l’ho postata finora perché Faber inserisce nell’avvenimento una storia sentimentale poco esemplare, che in qualche modo dissacra un po’ la terribile vicenda.

De André ha scritto questa canzone, in cui amore e morte sembrano identificarsi, a una notevole distanza di tempo da quel terribile avvenimento, e forse pensava che non si sarebbe più ripetuto (album "Anime Salve", 1996, con la collaborazione di Ivano Fossati).

Riesce quindi con occhi asciutti a guardare Dolcenera che “ammazza e passa oltre”, e al tempo stesso “la moglie di Anselmo” che sta per tradire il marito, ma rimane intrappolata in un tram nel mezzo dell’alluvione.

Oggi a Genova si sono svolte le ultime celebrazioni funebri.

La vita riprende faticosamente il suo corso.

Penso che si possa ascoltare ora con animo più sereno questa stupenda canzone, che con versi indimenticabili descrive l'avanzata nera della devastazione e della morte attraverso l’elemento più “dolce” della natura, l’acqua di fiume, che "porta via la via", che “sale dalle scale, sale senza sale”.

Così come si può mestamente sorridere di quella onirica vicenda vissuta da due amanti, separati da un “tumulto del cielo [che] ha sbagliato momento”.

Il coro in genovese, che apre e commenta la ballata, ("Amìala ch'â l'arìa, amìa cum'â l'é, cum'â l'é. Amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê", Guardala che arriva, guarda com'è, com'è. Guardala come arriva, guarda che è lei, che è lei), dà un’impronta di verismo quasi fotografico.

La voce della fisarmonica dà alla canzone il sapore di una appassionata ballata popolare.

Perché Genova possa risorgere!





lunedì 7 novembre 2011

Dopo le tenebre



In questi giorni è veramente difficile essere sereni. E non è nemmeno giusto esserlo.

Questo cielo plumbeo sopra di noi rispecchia la situazione che stiamo vivendo.

Non viene molta voglia di ridere e di scherzare, di fronte alle vittime delle alluvioni e della follia umana, e dinanzi ad una situazione socio-politica nazionale e internazionale che sembra più disastrata della Liguria.

Tuttavia bisogna sempre riprendere con coraggio il cammino della vita, perché il male non abbia il sopravvento sul bene, e perché dopo le tenebre risplenda di nuovo la luce del sole.

Post tenebras, lux; dopo le tenebre, la luce.

Per rasserenare il nostro spirito, e come augurio per l’arrivo del sereno sia nell’atmosfera che nell’orbe terracqueo, ascoltiamo la suggestiva Melodia (“Danza degli spiriti beati”) dall’ “Orfeo ed Euridice” di Cristoforo Gluck (1714-1787), il rinnovatore del melodramma.

La ascoltiamo nella classica trascrizione per pianoforte di Giovanni Sgambati.  

È uno dei brani più belli della letteratura musicale. 

Al piano, con molta espressione, Francesco Caramiello.

domenica 6 novembre 2011

Chiesa sotto tiro




















Che la Chiesa Cattolica sia sotto tiro è una realtà evidente. Basta sfogliare un giornale qualsiasi, o aprire una pagina di web.

Ma quando sotto tiro non è solo l’istituzione, ma anche le persone, allora la cosa assume un aspetto allarmante.

Un individuo sui 60/70 anni ha sparato due sere fa a D. Paolo Brogi, segretario dell’Arcivescovo di Firenze Mons. Giuseppe Betori, colpendolo all’addome; poi ha puntato la sua 7,65 alla testa dell’alto Prelato, ma il colpo non è partito perché la pistola si è inceppata.

Mons. Betori ha perdonato all’aggressore, così come il suo giovane segretario, gravemente ferito.

Questo vile e sacrilego attentato mi induce ad alcune considerazioni.

La Chiesa è perseguitata per le sue idee, che vanno contro il "pensiero unico" attuale, laicista, materialista e relativista. Mass media, web, agenzie culturali e quant’altro ancora, in mano a “cattivi maestri”, a forza di slogan anticlericali, vieti luoghi comuni e spudorate falsità, vorrebbero far passare come accettabili le vergogne della loro “proposta indecente” di vita che è davanti agli occhi di tutti: divorzio, aborto, eutanasia, immoralità dilagante, egoismo sfrenato, vuoto esistenziale a perdere.

Non sappiamo bene ancora perché quell’individuo, nell'episcopio di Firenze, due sere fa, abbia sparato contro D. Paolo e Mons. Betori.
Sappiamo però che l’attentato a un Vescovo, che è il successore degli Apostoli, ci riporta ai tempi delle prime persecuzioni, quelle dell’impero romano, anticristiano.

Hegel insegna che sono le idee a muovere la storia. Per cui, anche nel male, c’è sempre qualcuno che, mosso dall’odio seminato dai cattivi maestri, prende un’arma e spara contro quelli che sono considerati nemici del progresso, cioè contro coloro che insegnano il valore della famiglia, l’inviolabilità della vita, il rispetto delle persone, l’amore per il prossimo.

Siamo al teatro dell’assurdo, se non fosse tragicamente vero: coloro che insegnano il bene vengono perseguitati e magari sparati; in compenso i “cattivi maestri” fanno carriera e lucrano sullo sfacelo della società.


venerdì 4 novembre 2011

4 novembre 1918. Nasce il popolo italiano



Quest’anno festeggiamo il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Per dir la verità, non è che ci sia molto entusiasmo per questa ricorrenza; qua e là nelle case si vede qualche tricolore, ma talvolta (questa è la mia impressione) sembra che sia sventolato più per motivi politici (cioè partitici), che per autentico amor patrio.

È anche mia opinione (ma questa è più seria) che l’unità d’Italia non sia stata fatta nel 1861, ma nella guerra del 1915-18, nella Grande Guerra, di cui oggi - 4 novembre - ricorre l’anniversario della vittoria.

È stata in pratica l’unica guerra vinta dagli italiani: la I guerra d’indipendenza (1848-49) fu tristemente persa; la II (1859) fu vinta soprattutto dai Francesi di Napoleone III, che si presero però Nizza e Savoia, cioè una bella fetta del nostro territorio, in cambio della sola Lombardia. Della III guerra (1866) meglio non parlare, per la vergogna di cui ci siamo ricoperti, per terra e per mare.

La guerra del 1915-18 invece fu vinta, anche se con il sacrificio di quasi 700.000 soldati italiani, gli ultimi dei quali chiamati alle armi a 18 anni (classe 1899).

Sui monti del Carso e sulle montagne del Trentino, come sulle vallate venete, si è fatta realmente l’unità d’Italia, nell’estenuante guerra di trincea, che ha visto spalla a spalla combattere friulani e sardi, siciliani e piemontesi, toscani e abruzzesi, e così via. In quell’eroismo giovanile è nata l’Italia, dal fango delle trincee, tra fili spinati e cavalli di Frisia e sotto il crepitare della mitraglia.

Il simbolo di quell’immane conflitto è il fiume Piave, ultimo caposaldo della resistenza italiana e poi dell’avanzata vittoriosa del 24 ottobre-3 novembre 1918.

Lì le giovanissime leve diciottenni, insieme a soldati veterani, riuscirono a fermare l’avanzata austriaca dopo Caporetto, per poi passare un anno dopo al contrattacco a Vittorio Veneto, costringendo l’Austria alla resa, che fu firmata il 4 novembre 1918.

L’Italia era fatta, dal Brennero a Lampedusa; ma soprattutto era nato il popolo italiano, cosciente della sua grande forza, che lo aveva portato a sconfiggere nazioni fino ad allora dominatrici d’Europa.

Le giovani generazioni di oggi leggono solo nei libri di storia questi avvenimenti (e talvolta nemmeno questo fanno...); per molti di essi la patria, per dirla con Don Abbondio, è dove si sta bene.

Intendiamoci. È un sommo bene che non ci siano più guerre.

Ma la pace non è solo assenza di guerra. La pace è un valore che porta con sé anche l’amore per la propria terra, che tanti altri giovani hanno bagnato con il loro sangue.

Oggi l'Italia sembra su di un'altra linea del Piave; ma il coraggio di quella "bella gioventù" di un secolo fa ci deve essere di ammonimento e di sprone per vincere la nostra battaglia.

Per questo, il mio contributo a questa giornata che ricorda l’eroica vittoria italiana nella prima guerra mondiale è il canto friulano "Stelutis Alpinis".

È stato scritto proprio durante la Grande Guerra, da Arturo Zardini, a Firenze, nel 1917.

Uno dei canti più belli del repertorio alpino.


Stelutis alpinis
 
Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.

Par segnâl une crosute

jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.

Ciol sù, ciol une stelute:

je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.

Quant che a ciase tu sês sole

e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té.
 
 

mercoledì 2 novembre 2011

Le trombe del giudizio




Nel giorno dedicato alla Commemorazione dei Defunti mi pare appropriato onorarli con una preghiera.

Viene subito in mente il Requiem, musicato da tanti grandi compositori.

Tutti conosciamo quello di Mozart e quello di Verdi, e non sappiamo forse quale preferire.

Per molti il film “Amadeus”, con la leggendaria (e truce) committenza di Antonio Salieri, aggiungerà un motivo in più per preferire l’opera di Mozart.  

Ma il Requiem di Mozart non ha bisogno di “leggende nere” per essere ammirato nel suo fidiaco equilibrio e nell’intenso pathos che lo caratterizza nel profondo.

Il Requiem di Giuseppe Verdi è certamente meno unitario, un po’ più dispersivo, e il pathos diventa romantica drammaticità, con qualche debito verso il  melodramma.

Ma l’opera rimane sublime e rappresenta il suo capolavoro. Ci sono poi alcuni momenti in cui l’arte domina in modo assoluto e insuperato.

È il caso del Dies Irae, e non solo nel suo "tremendo" inizio, ma anche in altri versetti, come il “Tuba mirum spargens sonum”.

Pochi sanno trattare l’impiego della tromba nell'orchestra come Verdi. Non certo Mozart, che quando ne sentiva il suono, sveniva...

Sono le trombe del Giudizio Universale. Prima lontane (fuori dell’orchestra), poi sempre più vicine (nell’orchestra), con un formidabile crescendo fino all'esplosione di suoni e voci di tutto l'organico orchestrale e corale.

Tuba, mirum spargens sonum per sepulchra regionum, coget omnes ante tronum. 

Una  tromba, diffondendo un suono mirabile per i sepolcri della terra, radunerà tutti davanti al trono di Dio.

Un brano "michelangiolesco".


martedì 1 novembre 2011

1.11.11. Festa di tutti i Santi




Il 1 novembre si festeggiano Tutti i Santi.

Ma quest’anno la data, espressa in numeri, è particolarmente interessante; anzi, unica in ogni senso. Si può scrivere con un’unica cifra, l’1.

La fantasia si sbizzarrisce di fronte a simili coincidenze. Già due altre volte quest’anno abbiamo avuto  situazioni analoghe, l’11 gennaio, esprimibile con 11.1.11, e l'apertura dell'anno con 1. 1. 11.

Tra poco avremo addirittura 11. 11. 11.

Questa volta la serie degli 1 mi suggerisce una riflessione legata alla festività dei Santi.

Un santo si può definire in molti modi. Il santo è un uomo che ha realizzato in pienezza la sua vita; un cristiano autentico, che ha esercitato eroicamente le virtù; una persona che ha seguito gli insegnamenti del Vangelo, senza se e senza ma. E così via.

Ma la data particolare di oggi mi suggerisce una definizione un po’ particolare anch’essa.

Il santo è colui che ha fatto della sua vita una realtà unitaria, una “reductio ad unum”, una riduzione all’essenziale.

Ha sfrondato ciò che non era necessario, ha ricondotto all’unità la propria vita, sottraendola alla dispersione in cui il mondo cerca di frantumare l'esistenza, affidandosi a Colui che è l'unità dell'essere: Dio.

Lo dice il Vangelo: “Porro unum est necessarium” (Lc 10, 42), una sola cosa è quella che conta.

E ancora: “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6, 33).

Santo è colui che affida all’unico Signore la sua vita. 

Servo di Dio e di nessun altro, come diceva don Milani.

Per questo l’1 di oggi esprime bene la festa dei Santi.

E per questo mi sembra molto appropriato il ben noto canto di Taizé, con la bella musica di Jacques Berthier e le ispirate parole di S. Teresa d'Avila: "Solo Dios basta".


Solo Dios basta

Nada te turbe, nada te espante
quien a Dios tiene nada le falta
Nada te turbe, nada te espante,
solo Dios basta.

Versetti solistici:

Todo se pasa, Dios no se muda,
La paciencia todo lo alcanza.

En Cristo mi confianza,
y de Él solo mi asimiento;
en sus cansancios mi aliento,
y en su imitación mi holganza.

Aquí estriba mi firmeza,
aquí mi seguridad,
la prueba de mi verdad,
la muestra de mi firmeza.

Ya no durmáis, no durmáis,
pues que no hay paz en la tierra.

No haya ningún cobarde,
aventuremos la vida.
No hay que temer, no durmáis,
aventuremos la vida.

(S. Teresa d'Avila)

lunedì 31 ottobre 2011

Zucche vuote e semi salati













Le zucche vuote di Halloween mi danno fastidio, per più motivi.

Anzitutto perché la “zucca vuota” è la metafora perfetta della persona senza idee, diciamo pure senza cervello. E queste zucche vuote che si vedono in occasione di Halloween danno la misura del livello mentale dei tempi in cui viviamo. Se poi sono le scuole stesse a prepararle, allora si raggiunge il top del ridicolo.

Sono giorni particolarmente cari alla fede cristiana e alla memoria: si ricordano i santi e i morti, cioè le persone più care della nostra vita. Mischiare il sacro con il profano, ma per essere più esatti, con il cretino, è una cosa penosa.

La riflessione sulla vita e sulla morte viene banalizzata con tutto un armamentario così orrido e volgare, nella moda e nei comportamenti, che l’autunno del Medioevo a suo confronto è stato il trionfo della luce.

Non mi dite che è solo un gioco, un giorno (una notte) di festa spensierata, un momento di fervida fantasia sul macabro.

Se fosse solo questione di un giorno, transeat.

Il problema è che quelle zucche vuote ogni anno prendono vita e contribuiscono ad accrescere quel popolo di zombi di cui il mondo è ormai pieno.

Come nel peggiore dei film horror.

Ma non sarebbe meglio tornare a mangiare i semi salati? E friggere le zucche in padella?

Non sono niente male.

domenica 30 ottobre 2011

Ed è subito sera! Un Quasimodo frainteso




















"Ed è subito sera".

La celebre poesia di Salvatore Quasimodo non è un esempio di poesia ermetica, come finora si è creduto, ma più concretamente un commento del poeta al ritorno dell’orario solare.

Con un’ora indietro, le giornate si fanno di colpo più corte, il buio della sera incombe minaccioso e l’autunno mostra all’improvviso il suo volto grigio.

No, niente ermetismo, niente metafora della vita umana. Solo un grido di dissenso nei confronti dell’ora legale/solare.

In effetti il poeta ha ragione: o si mantiene sempre l’ora legale, o si lascia l’ora solare; ma basta con questi cambiamenti periodici, che scombussolano il sistema solare e il nostro sistema nervoso.

Sono degli attentati alla salute pubblica e alle leggi della natura, che prima o poi si ribella.

Quasimodo ha ragione.

Ed è subito sera... Alle 5 del pomeriggio.


venerdì 28 ottobre 2011

Un tocco di dolcezza, in questi giorni di sofferenza



Questi sono stati giorni drammatici, e per alcuni aspetti tragici.

L’incidente mortale a Sepang del campione di motociclismo Marco Simoncelli.

Le Cinque Terre, perle della Liguria, la Val di Vara e la Lunigiana devastate dalle alluvioni, che hanno fatto sette vittime, una decina di dispersi e centinaia e centinaia di sfollati; incalcolabili i danni economici.

Ci consola il coraggio dei genitori di Marco Simoncelli, che hanno accettato la morte del figlio con una fierezza eroica.

E oggi il sole è tornato a splendere sulle magnifiche coste della Liguria e sulla Lunigiana. Con grande forza d'animo quelle popolazioni hanno ricominciato la faticosa ricostruzione.

Voglio anch’io in qualche modo associarmi a tanta sofferenza, e al tempo stesso stemperare un po' il dolore con un brano musicale.

Propongo perciò “Vocalise”, di Sergej Rachmaninov, dai "14 Canti" dell’op. 34, del 1912.

Un canto senza parole, solo un vocalizzo (da soprano), come dice il titolo, ma che lo stesso Rachmaninov ha poi adattato per orchestra.

Al posto dello stupendo vocalizzo, l’appassionata voce dello Stradivari di Joshua Bell, con la Orchestra of St. Luke's, diretta da Michael Stern.

lunedì 24 ottobre 2011

Per il campione Marco Simoncelli un omaggio musicale




Il campione di motociclismo Marco Simoncelli ieri ha concluso la corsa della sua vita.

In modo improvviso, tragico, a 24 anni.

Questa volta non è arrivato al traguardo della tappa, ma al suo traguardo finale. Non è salito sul podio del vincitore, quello che lui desiderava e per cui si batteva.

È salito su di un podio ancora più alto, irraggiungibile per chi calcola la vita come un contabile.

È caduto sull’asfalto di Sepang, in Malesia, a 200 km orari; in realtà con la sua Honda è volato in alto, oltre le nostre dimensioni, oltre ogni barriera umana, verso l’infinito.

Perché era un giovane cavaliere dell’infinito. Lo cercava nella velocità pura, nelle manovre più coraggiose, nella dedizione totale ad ogni corsa che affrontava.

Tutti noi abbiamo provato da giovani l’ebbrezza della velocità, sopra un qualsiasi mezzo, più o meno potente; tutti abbiamo sfidato qualche volta la morte guidando con sprezzo del pericolo, con una “incoscienza” che in seguito ci ha meravigliato.

In realtà, non era incoscienza. Era quel bisogno innato di vincere ogni limite, di superare ogni barriera, di sperimentare quella libertà di cui il nostro spirito non può fare a meno.

Marco Simoncelli è caduto lungo il percorso. Ma ha raggiunto la sua piena libertà.

Per mitigare il grande dolore di questa improvvisa perdita, e per onorare il coraggioso centauro italiano, campione del mondo nel 2008 nella classe 250, a lui dedico un brano di Franz Schubert.

È l’Improvviso Op. 90, D. 899, No. 1, in Do Minore, un grande brano musicale, suonato dal grande Krystian Zimerman.

Un degno omaggio ad un grande campione quale è stato Marco Simoncelli.



domenica 23 ottobre 2011

In illo tempore (latino maccheronico)




Il latino “maccheronico” è un tipo scrittura che mi ha sempre affascinato. È un latino infarcito di italianismi, fatto apposta per far sorridere. Ci vorrebbe la penna del grande Teofilo Folenghi (1491-1544), che con il latino maccheronico ha scritto interi poemi...
Io mi accontento di una breve serie di strofe, in occasione del mio ennesimo compleanno.
Una cosa è certa: oggi mangerò i maccheroni...




In illo tempore, charta se spiegat,
natus sum ego. Quis se ne fregat?
Septimus filius, postea sex donnas,
quasi miraculus de la Madonnas.

Pater meus felix, mater contenta,
nostra progenies non erit spenta.
Et sic mea mater, mulier et casta,
dixit meo patri: et hora, basta!

Sum convixutus cum sex sorellis,
me vitiaverunt, in annis bellis;
et hodie in vece, homo non novum,
non sum capacis cocere ovum.

Subtus mea casa, pro mea fortuna,
est ristorantis, et hora una
quando est momentum de manducare,
descendo scales et eo magnare.

Ibi vicinum est bar fornitum
et cum barista sine maritum;
ergo, post prandium, in hunc localem
eo ad bibendum caffem specialem.

Quando de nocte obdormit mundus
coram computer sedeo iucundus,
et scribo in pacem, in tardas horas,
quanto me passat per interioras.

Mei cari amici, omnes valete!
vos habitantes in tota rete!
In isto die, in quo sum natus,
salutem dicit Amicusplatus.


Amicusplato

Nel video: "Un americano a Roma" (1954), film di Stefano Vanzina, con Alberto Sordi (e il suo inglese maccheronico).


venerdì 21 ottobre 2011

Gheddafi ucciso. Un "commento" di Wagner



La morte del "colonnello" Muʿammar Gheddafi (Sirte, 7 giugno 1942 – Sirte, 20 ottobre 2011) pone fine alle vicende umane di un personaggio di cui la storia avrebbe fatto volentieri a meno.

Ma non sarò io a dare il calcio dell’asino.

Se non altro, il suo ferimento a morte nella città natale ha riscattato, almeno in parte, la sua figura impresentabile e grottesca.

Da rivoluzionario e capopolo, dopo la presa del potere in Libia nel 1969 si è trasformato in un dittatore avido e spietato, e alla lunga il suo stesso popolo (con l’appoggio di potenze esterne molto interessate...) gli si è rivoltato contro e lo ha travolto.

Per un personaggio simile, meglio sarebbe un silenzio tombale.

Ma non è possibile lasciar passare sotto silenzio questa morte, se non altro per il lunghissimo periodo in cui Gheddafi è stato al potere, con tutto ciò che ha combinato.

Per un personaggio simile dobbiamo ricorrere alla musica di Richard Wagner, e in questo caso all' opera “Rienzi”, eseguita la prima volta a Dresda proprio il 20 ottobre (1842).

In fondo, anche Cola di Rienzo (Rienzi), nel XIV secolo, acclamato dal popolo di Roma come liberatore e tribuno, una volta giunto al potere subì un cambiamento in peggio; e quello stesso popolo che lo aveva acclamato, sobillato ad arte dai nobili spodestati, lo rovesciò dal Campidoglio e lo uccise.

Un leit-motiv che si è ripetuto molte volte nel corso dei secoli, nonostante quello che dice il titolo completo dell'opera wagneriana: “Rienzi, l’ultimo dei tribuni”.

Il brano che presento è il “Coro di Donne”, dell’Atto III, che pregano per la vittoria dei popolani guidati dal Rienzi contro i nobili.

È un Wagner "giovanile", la sua musica è ancora facilmente comprensibile. E già bellissima.


Atto III. Coro di Donne

Schütz, heil'ge Jungfrau, Romas Söhne!
Steh ihnen bei in Kampfesnot!
Laß sie uns schauen in Sieges Schöne,
Und ihren Feinden sende Tod!
Maria, sieh im Staub uns flehn!
O, blick auh uns aus Himmelshöhn!


Proteggi, Vergine santa, i figli di Roma!
Nell’angoscia della lotta assistili!
Fa' che li vediamo nella bella vittoria,
e morte invia ai loro nemici!
Maria, vedi, nella polvere noi ti preghiamo!
oh, guardaci dalle altezze celesti!

mercoledì 19 ottobre 2011

Dopo lo scempio di Roma, la bellezza della preghiera



Dopo il “sacco di Roma” del 15 ottobre scorso, perpetrato da numerosi gruppi di delinquenti organizzati, che oltre al ferimento di persone e alla distruzione di beni mobili e immobili, se la sono presa anche con le immagini sacre, abbattendo e calpestando una statua della Madonna e frantumando un Crocifisso nella Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano, desidero allontanarmi anche nel tempo da quell’atmosfera irrespirabile e tetra per salire “in più spirabil aere”, come direbbe il Manzoni.

Mi allontano da quei fatti e da quel tipo di gioventù inqualificabile; ma non dalla città di Roma, per postare la preghiera del “Padre Nostro” della "Messa dei Giovani" (conosciuta come "Messa Beat”) di Marcello Giombini (1928-2003). Infatti nell’Oratorio della Chiesa della Vallicella il 27 aprile 1966 altri giovani, con ben altri intenti, dettero esempio di una vera “rivoluzione” nella musica sacra.

Senza esagerare e senza retorica, Marcello Giombini e il complesso sardo dei Barrittas (insieme ad altri due gruppi romani, Angel and the Brains e The Bumpers), operarono una svolta epocale, paragonabile a quella di Palestrina con la polifonia, rispetto al gregoriano, nel XVI secolo.

I tre complessi giovanili lanciarono sanpietrini di note e frantumarono qualche timpano. Ma solo metaforicamente.

E furono lanci creativi, che ancora oggi arrivano a segno.

La prima volta che ascoltai questo “Padre Nostro” (fu il primo brano in assoluto di quella Messa che sentii eseguire da un complesso; ancora il disco non era arrivato nei negozi cittadini), mi sembrò di entrare in una nuova dimensione, nella bellezza assoluta.

Il brano che Youtube passa è però certamente una cover dell’originale, cantato nel 1966 dai Barrittas.

Questa "Messa" la conosco troppo bene per non riconoscere le numerose differenze tra questo brano e quello dell'inimitabile gruppo di Benito Urgu.

Accontentiamoci di questa copia. Comunque bella...

domenica 16 ottobre 2011

Er sacco de Roma (pasquinata)







Scesero i Visigoti a fare er sacco
de Roma, so' ppassati duemilanni.
Jeri sono ariscesi, poffarbacco,
e han fatto a la città ‘n sacco de danni.

L’ommini l’altra volta, poveracci,
se salvonno in le chiese, co’ le donne;
ma i bbarbari de jeri, li mortacci,
nun li fermò né Cristi né Madonne.



Amicusplato

sabato 15 ottobre 2011

Voici la Révolution! Santa Teresa d'Avila.



Voglio onorare S. Teresa d’Avila, di cui ricorre oggi la festa, con uno degli episodi più drammatici e gloriosi accaduti nella storia dell’Ordine Carmelitano, di cui Teresa fu la grande riformatrice.

Mi riferisco al martirio delle 16 carmelitane del Monastero di Compiègne, ghigliottinate a Parigi il 17 luglio 1794 da parte dei rivoluzionari francesi, come nemiche della Rivoluzione...

Salirono il patibolo cantando il "Veni Creator Spiritus"; in effetti lo Spirito Santo è il più grande rivoluzionario della storia.

Ha fatto più morti amnmazzati la Rivoluzione francese in 5 anni, che in cinque secoli di esistenza l’Inquisizione, compreso il primo genocidio della storia moderna, cioè il massacro della Vandea.

Ovviamente, tutto questo il mondo laicista lo dimentica, anzi, vorrebbe cancellarlo dagli annali.

Noi siamo qua invece per ricordare che la scia del sangue dei martiri cristiani continua ancora oggi, nella quasi indifferenza dei nipotini di Robespierre.

Ma il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani (Tertulliano).

Per non dimenticare, ecco il nome delle 16 martiri:

Madre Thérèse de St. Augustin (Madeleine Claudine Lidoine, 41 anni), priora del Monastero
Suor Saint Louis (Marie-Anne Brideau, 41 anni)
Suor Euphrasie de l’Immaculée Conception (Marie Claude Cyprienne Brard, 57 anni)
Suor Julie-Louise de Jésus (Rose Chrétien de Neuville, 53 anni)
Suor Ste Marthe (Marie Dufour, 51 anni)
Suor Constance de Jésus (Marie-Geneviève Meunier, 28 anni, novizia)
Suor Marie-Henriette de la Providence (Anne Pelras, 34 anni)
Suor de Jésus Crucifié (Marie-Anne Piedcourt, 79 anni)
Suor Marie du Saint-Esprit (Angélique Roussel, 52 anni, conversa)
Suor Thérèse de St. Ignace (Marie Gabrielle Trézel, 51 anni)
Suor Charlotte de la Résurrection (Anne Marie Madeleine Françoise Thouret, 79 anni)
Suor St. François-Xavier (Juliette Verolot, 30 anni, conversa)
Suor Thérèse du Cœur de Marie (Marie-Antoinette Hanisset, 52 anni)
Suor Catherine (Catherine Soiron, 52 anni, suora esterna)
Suor Thérèse (Thérèse Soiron, 43 anni, suora esterna)
Madre Henriette de Jésus (Marie Françoise Gabrielle de Croissy, 49 anni).

Da questo tragico episodio sono state tratte alcune celebri opere, come i Dialoghi delle Carmelitane di G. Bernanos (1949) e il dramma musicale omonimo di F. Poulenc (1957).

Qui si riporta la scena finale del film Dialogues des Carmélites del 1983 realizzato per la TV francese da Pierre Cardinal.

venerdì 14 ottobre 2011

Sibelius, ovvero la Finlandia






Ci sono degli autori che in certo senso rappresentano un’intera nazione, anche se la loro opera travalica i limiti dello spazio e del tempo.

Il nome di Edvard Grieg, ad esempio, è legato alla Norvegia; non a caso il suo capolavoro è rappresentato dal Peer Gynt, una magnifica suite musicale che si ispira al capolavoro di Henryk Ibsen, norvegese anch’egli.

Lo stesso si può dire di Jean Sibelius (1865-1957), che ha legato il suo nome alla sua patria, la Finlandia. Non per niente l’opera più rappresentativa è proprio il poema sinfonico “Finlandia”.

Ma di Sibelius è molto noto, e rappresenta un caposaldo della musica moderna, il Concerto in Re minore per violino e orchestra, op. 47, composto tra il 1903 e il 1905.

In particolare il terzo e ultimo movimento, “Allegro, ma non tanto” (in Re maggiore), che è quello postato, presenta difficoltà tecniche formidabili e rappresenta un banco di prova di ogni grande violinista.

Non si tratta però solo di abilità tecnica, ma di un brano bellissimo, che nelle parti dialogate con l'orchestra assume aspetti epici, grandiosi.

La voce solista non si perde nell’immensa distesa innevata e lacustre del paesaggio finnico, ma rappresenta invece l’anima più profonda di un popolo che ha saputo rendere affascinante una terra quasi “inabitabile”.

Notevole l’esecuzione della sedicenne Leila Josefowicz, oggi violinista affermata (1977).

L'orchestra è The Academy of St. Martin in the Fields, diretta dal grande Sir Neville Marriner.

giovedì 6 ottobre 2011

Ave Maria, virgo serena!



Agli inizi del mese di ottobre un pensiero alla Madonna del Rosario è doveroso.

Il Rosario è una preghiera bellissima nella sua semplicità estrema.

Ave Maria... Santa Maria... facendo scorrere tra le dita i grani della corona.

Sono i “misteri” della vita di Gesù visti con gli occhi della Madre, dal concepimento fino alla glorificazione in cielo.

L’Ave Maria è una preghiera che ognuno conosce e nessuno può dimenticare; come non si può dimenticare la propria mamma: in genere, è il primo e spesso anche l’ultimo nome che viene pronunziato.

Tra gli innumerevoli capolavori musicali dedicati a Maria, presentiamo una perla polifonica del fiammingo Josquin des Près, uno dei grandi polifonisti rinascimentali (1450-1521).

La scuola fiamminga si caratterizza per la finezza contrappuntistica. Si può notare anche in questa bellissima preghiera, “Ave Maria, virgo serena” (1502), un mottetto a quattro voci miste a cappella.

Domina lo stile imitativo, quasi a canone, talvolta. Ma nell'apparente semplicità, c'è una trama compositiva molto raffinata.

E trasmette un senso di grande pace.



Ave Maria
gratia plena
dominus tecum,
virgo serena.

Ave, cuius conceptio,
solemni plena gaudio,
coelestia terrestria
nova replet laetitia.

Ave, cuius nativitas
nostra fuit solemnitas,
ut lucifer lux oriens
verum solem praeveniens.

Ave, pia humilitas,
sine viro fecunditas,
cuius annuntiatio
nostra fuit salvatio.

Ave, vera virginitas,
immaculata castitas,
cuius purificatio
nostra fuit purgatio.

Ave, praeclara omnibus
angelicis virtutibus,
cuius assumptio
nostra glorificatio.

O mater Dei,
memento mei. 

Amen.

mercoledì 5 ottobre 2011

Fijo de... (pasquinata)








M'hanno chiamato fijo  de mignotta
ner sito in do' passai quattr'anni bboni.
Pensavo meritare 'na paggnotta,
m'han dato invece un calcio ne' cojoni.

Pasquì, te se' de coccio, che tte frega,
eppoi se' un busto, 'un ci hai manco le palle,
te j'avresti risposto 'na ciofega
e avresti alzato, ar massimo, le spalle.

Ma te sei te, e io 'nvece ci ho er cazzo,
e quello stronzo che mi' madre offese
l'ho fatto galleggia' un po' dentro er tazzo
der cesso; e doppo, lo sciacquone scese.



Amicusplato

martedì 4 ottobre 2011

Laudato sii, mi Signore!



“Laudato si', mi Signore!”

Così pregava S. Francesco nel Cantico delle Creature.

Tutto per il Poverello di Assisi era degno di lode nel mondo, compresa sorella morte “corporale”, alla quale nessuno può sfuggire, ma che prepara l’incontro con il Signore. Solo la “seconda morte”, quella irreparabile dei malvagi, è da evitare accuratamente.

Una visione della vita con occhi limpidi, sereni; ma non ingenui, come talvolta invece si vuol far passare l’insegnamento di Francesco, e come si conviene al Santo più somigliante a Cristo, anche nella sofferenza delle stigmate.

La gioiosa esperienza francescana può essere ben espressa dalla festosa musica di Antonio Vivaldi. Anche in Vivaldi qualunque tema, sia pur doloroso, viene tradotto in musica rasserenatrice.

Per essere in linea con il Cantico delle Creature, mi pare appropriato il Salmo 116 (117): “Laudate Dominum omnes gentes”, Lodate il Signore, tutte le genti!

Lo splendido brano di Vivaldi, RV 606, in Re minore, è per Coro a 4 voci miste (SCTB), archi e basso continuo.

Una dedica particolare agli utenti (tutti) di Oknotizie, che in questi giorni ho salutato.


Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius,
Et veritas Domini manet in aeternum.
 
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
Sicut erat in principio, et nunc, et semper.
Et in saecula saeculorum.
Amen.

Lodate il Signore, tutte le genti;
lodatelo, popoli tutti.
Poiché è stata confermata la sua misericordia sopra di noi,
e la verità del Signore dura in eterno.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
come era nel principio, e ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Amen.

domenica 2 ottobre 2011

Di che colore sono gli Angeli Custodi?




Nella festa degli Angeli Custodi mi viene in mente la bella canzone “Angeli negri”, cantata da Fausto Leali (1968).

Anzitutto per il tema: gli angeli ci sono, e sono di tutti i colori.
“Di che colore è la pelle di Dio?” cantava il celebre musical “Up with people” (Viva le gente!) nel 1965: “E’ nera, rossa, gialla, bruna, bianca, perché Lui ci vede uguali davanti a sé.”

Inoltre perché, a mio parere, questa canzone ha una frase musicale che fa venire in mente la più bella canzone dei Beatles: “Yesterday”.

La frase di cui parlo, in Yesterday è all’inizio (“all my troubles seemed so far away”), in Angeli negri è alla fine (“anche i negri che hanno pianto”). È una frase inconfondibile, perché sale in alto velocemente per gradi congiunti con la medesima melodia.

Ho già parlato di questo 'plagio' (IMHO) in un altro post.


Ora mi interessa festeggiare gli Angeli Custodi con questa stupenda canzone, tratta da un modesto film (Angelitos Negros) del 1948.

http://youtu.be/k8V-EkTeX7U

Una  canzone che è stata eseguita da molti artisti, a cominciare dall'attore-cantante del film, il messicano Pedro Infante.

Ma la più bella interpretazione rimane per me quella di Fausto Leali, la voce più “negra” dei nostri cantanti del 1968.


venerdì 30 settembre 2011

Sometimes I feel...




Ho sempre avuto un debole per il canto negro-spiritual e il gospel.

La generazione che ha fatto il 68 aveva tra i suoi ideali la fine delle discriminazioni razziali, e Martin Luther King era uno degli “eroi” di quella liberazione. Il suo “dream” era anche il nostro.

Uno dei segni di questa vicinanza ideale erano proprio i negro-spirituals; canzoni, anzi “songs”, come Jericho, Go down Moses, John Brown, ma anche i più dolci Deep River, Heaven e Motherless Child erano sempre... a portata di chitarra.

A me piacevano poi, oltre che per la loro bellezza e originalità assoluta, per la loro forte componente spirituale (se no, che “spirituals” sarebbero?)
Non solo rivelano una profonda fede cristiana (molti canti sono vere e proprie pagine bibliche in musica), ma invocano una liberazione non-violenta, disarmata, che a me piaceva. Come poi in effetti sostanzialmente è avvenuto. 

Ciò che sembrava impossibile negli anni 60, oggi è storia, con Barack Obama.

Tra i vari complessi di quegli anni indimenticabili ce n’era uno “interrazziale” (non era cosa frequente allora!), Les Humphries Singers, guidato dalla bella voce della giamaicana Liz Mitchell.

Da lei ascoltiamo, in questo giorno che dice addio al settembre, il dolcissimo "Matherless Child".

I “negri” si sentivano orfani e lontani da casa, non solo a motivo della loro antica schiavitù, che li aveva strappati alla patria e alla famiglia, ma anche nel senso spirituale: lontani ancora da quella casa che è il cielo, simbolo anche di libertà vera.

E in questo senso, il canto rispecchia la nostra condizione umana. Siamo tutti "lontani da casa".

Ho preferito questo video originale, del 1971, ad un altro restaurato. Qui si gusta meglio il tempo trascorso.

E quanto cammino è stato fatto...

giovedì 29 settembre 2011

S. Michele Arcangelo, ovvero Michelangelo






S. Michele Arcangelo. Oggi è la sua festa liturgica.

“Chi come Dio?” Questo è il significato del nome ebraico Michael.

È il Principe delle schiere celesti che sconfigge Satana nel nome di Dio onnipotente (Ap 12, 7).

Molti portano questo nome impegnativo. Ma ce ne sono due che gli hanno fatto davvero onore:
Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Nel primo caso basta il nome: Michelangelo, e si staglia davanti a noi la figura del più grande genio delle arti figurative, compresa l'architettura, secondo il concetto vasariano di raffigurazione spaziale.

Nel secondo caso il nome della persona è stato soppiantato dal nome di luogo. Ma la grandezza di Caravaggio è degna del nome (vero) che portava: Michelangelo anche lui.

Il David (1504) rappresenta alla perfezione ciò che si intende per genio. Michelangelo non si accontenta di fare una figura perfetta (il Vasari dirà ammirato: “Qui sono stati superati anche i Greci antichi”).

In realtà nella figura perfetta di David viene, in modo altrettanto perfetto, raffigurata la pagina biblica da cui l’artista trae ispirazione. Lo sguardo intenso e la fronte corrugata in un moto di sdegno ci ricordano plasticamente le parole dette da David a Golia: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani” (1 Sam 17, 45-46).



La “Madonna dei Pellegrini” (1604) di Caravaggio è un esempio sublime di che cosa significhi invece “sermo humilis”, il linguaggio quotidiano, anche nella fede. Non siamo davanti ad un “santino” raffaellesco, né all’epicità di Michelangelo, ma alla realtà quotidiana.

Due piedi nudi sporchi in faccia a chi guarda. Uno scandalo inaudito!

Ma si tratta dei piedi di pellegrini popolani, non di nobili che viaggiano in carrozza. Bastoni da viaggio, facce raggrinzite, vene varicose, toppe nel fondo schiena dei calzoni... Eppure quei ginocchi a terra, quelle mani giunte, quei volti in preghiera fanno fare all’arte e alla fede un balzo in avanti definitivo.

E la Madre di Dio è raffigurata come una giovane mamma che ha come caratteristica sacra la pulizia del volto e dei vestiti e appena un filo di aureola, con quel suo Bambino che guarda interessato e si piega come la madre verso i due poveri oranti.

Non c’è da dar torto ai committenti che rifiutarono allora il quadro, giudicandolo poco adatto alla devozione.

Caravaggio, con un colpo d’ala, aveva portato l’arte nel futuro.

Non per niente si chiamava Michelangelo.



lunedì 26 settembre 2011

Un giudice a Berlino


 












Preceduto dal solito clima di diffidenza, se non di ostilità preconcetta, Benedetto XVI è tornato nella sua patria quasi da straniero.

Ma, come ormai ci ha abituati, ha compiuto un piccolo-grande capolavoro; non lui, ovviamente, ma lo Spirito di Dio che lo guida e lo illumina.

La diffidenza si è tramutata in calorosa accoglienza, l’ostilità in una standing ovation e il boicottaggio in bagni di folla.

Perfino i giornali più critici hanno scritto parole di apprezzamento.

Hanno colpito le sue parole, sempre alte e profonde, e il suo atteggiamento, umile e dolce, che sa chiedere perdono anche per i misfatti degli uomini di Chiesa.

Un vero padre, cioè un vero papa.

Sarà la storia a giudicare. Ma quei riferimenti alle dittature brune e rosse, che nel nome di ideologie atee hanno portato l’umanità sull’orlo del precipizio, hanno colpito nel segno, in una nazione che le ha provate entrambe.

Benedetto XVI ha aperto una riflessione anche sull' attuale ideologia, quella di matrice rigidamente positivistica, che crede di poter "creare" l’uomo senza rispettare la sua “ecologia”, cioè la sua natura oggettiva, concreta, data.

Come la natura si sta ribellando alla manipolazione umana, così, ha ammonito implicitamete il papa, anche la natura umana non potrebbe a lungo sopportare manipolazioni che ne alterino il suo patrimonio interiore, e non solo quello genetico.

Senza la coscienza comune, "naturale", del bene e del male, senza una ragione condivisa e un’apertura verso Dio creatore, l’uomo smarrisce sé stesso. “Oppure credete che il mondo di oggi vada abbastanza bene?” ha detto con un pizzico d’ironia teutonica il papa tedesco.

Certo, rimarrà impressa nel cuore e nella mente dei politici di tutto il mondo quella citazione agostiniana: senza la giustizia, che cos’è uno Stato se non “magnum latrocinium", una banda di briganti, un grande latrocinio?

Lo ha detto al Bundestag, a Berlino.

Almeno a Berlino non può mancare un giudice...


Mi permetto di citare un mio post sul pensiero agostiniano, che riporta la frase citata dal Papa:

sabato 24 settembre 2011

Autunno: non solo nebbia in Valpadana



Autunno. Una stagione dall’umore imprevedibile.

Talvolta lo trovi mite ed accogliente, altre volte è intrattabile e freddo.

Quel poco che ne è rimasto (si sa, le mezze stagioni non esistono più...) ti fa provare, magari nello stesso giorno, tutti i fenomeni atmosferici, mandando in tilt meteorologi e bollettini per naviganti...

In compenso funghi, castagne, polenta (e osei per bergamaschi e veneti), vino, olio e bruschetta compensano ampiamente le nebbie in Valpadana, le piogge in Toscana, lo scirocco in Sicilia e l’acqua alta a Venezia.

Una stagione, o quel che ne rimane, che ti sorprende comunque, nel bene e nel meno bene (speriamo senza frane e smottamenti quest’anno), e che prima dei rigori invernali ti fa sperimentare le ultime sensazioni di ciò che lasci e gli anticipi di ciò che ti aspetta.

Per una stagione così variegata, ci vuole una musica fremente, e anche un esecutore, anzi un’esecutrice, di grande temperamento.

Il musicista russo Alexsandr Nikolaievic Skrjabin (1872-1915) è un autore poco conosciuto, ma non per questo poco importante.
“Il suo modo di suonare appassionato, nervoso, colorito l’aveva reso celebre in tutta Europa e, dal 1906, anche in America” (H. H. Stuckenschmidt). 
Riprendeva la tradizione romantica di Chopin e di Liszt, per approdare a un tipo di composizione “personalissimo dal punto di vista armonico e melodico”.

Ovviamente la sua opera trovò poi forte ostilità nel nuovo corso dell’URSS, tanto che Shostakovic vedeva in lui “il rappresentante più pericoloso della borghesia musicale, e il più degno di essere combattuto”.

Ascoltiamo di Skriabin il celebre Studio op. 8, n. 12, impostato sul Re diesis minore, del 1894. Porta il titolo di “Patetica”, che evoca altre celebri sonate romantiche.

Uno Studio appassionato, con intervalli anche di undicesima (per sfidare le gigantesche mani di Rachmaninov, Skrjabin perse l’uso della mano destra!), ottave a ripetizione, e innumerevoli salti con la mano sinistra...

Un brano tanto difficile, quanto affascinante.

Come affascinante, e un po’ “crazy”, la pianista uzbeka Lola Astanova (1985), già enfante prodige, ed ora affermata concertista.

Un’interpretazione degna della “pazzia” di Skrjabin, e della meteorologia autunnale.

giovedì 22 settembre 2011

Un soffio indimenticabile

















https://youtu.be/f1YrefGvHgg


Tra i films che hanno fatto la storia del cinema un posto in prima fila lo occupa certamente “C’era una volta in America” di Sergio Leone (1984).

Non è solo la storia di New York all'epoca dei gangsters e del proibizionismo, ma è la metafora della realtà attuale: una società disgregata e violenta, dove anche i sogni più belli si tramutano spesso in amare delusioni.

La narrazione è accompagnata dalla musica di Ennio Morricone che qui raggiunge uno dei vertici assoluti, con il "tema di Deborah".

Un tema dolcissimo e quasi trasognato, che viene variato al variare delle situazioni, ma che dà un senso unitario alla narrazione e in certo senso ne stempera la crudezza.

Ci sono altri spunti tematici, come lo struggente "Poverty", che dimostrano la genialità del compositore romano.

A mio parere però il tema più originale e incisivo è quello che scandisce la tragica morte di Dominic, il più piccolo della banda di giovani delinquenti di Noodles ("Cockeye's theme").

Il gioioso saltellare del ragazzo è descritto inizialmente da un tema fischiettato (addirittura!), che improvvisamente con un semplice flauto di Pan si trasforma in un drammatico “grido di allarme" e che va a spegnersi con l’ultimo respiro di Dominic colpito a morte. 

La musica diviene allora in breve una serena e commossa composizione orchestrata, in una efficacissima antitesi con la mano di Noodles, bagnata dal sangue dell’amico, che si chiude rabbiosamente a pugno, pronta a sua volta a colpire.

È praticamente impossibile in due minuti dire tante cose con il soffio di un fischio e di un flauto di Pan (quello che si usava una volta da ragazzi...). Il tema è eseguito dal grande virtuoso di questo strumento, il rumeno Gheorghe Zamfir.

Ennio Morricone e Sergio Leone (e Zamfir) ci hanno lasciato due minuti indimenticabili.

sabato 17 settembre 2011

Il superuomo? Beethoven!



Beethoven rappresenta il massimo di ciò che il Romanticismo ha saputo esprimere.

Romanticismo è sinonimo di sentimento; e Beethoven ha saputo rapprentarne tutta la gamma musicale.

Un foglio d’album come “Per Elisa” ha emozionato generazioni di adolescenti. La “Sonata quasi una fantasia” (Al chiaro di luna) apre il cuore a orizzonti affascinanti e misteriosi.

L’Allegretto della VII sinfonia è un cammino di liberazione interiore, mentre la V ci mette davanti agli occhi anche il lato oscuro e drammatico della vita.

La contemplazione estatica della natura nella VI, l’inno alla vita (quasi dionisiaco) della IX, la forza della fede espressa dalla “Missa Solemnis”, sono aspetti qualificanti della sua “Weltanschauung”, della sua visione del mondo.

Ma c’è un ulteriore aspetto nel romanticismo beethoveniano che si riesce a gustare appieno nell’età adulta: il titanismo, e cioè la scoperta di quella forza immane che l’uomo ha dentro di sé e riesce a esprimere solo se lascia da parte ogni limite di convenienza, di opportunismo, di calcolo, di male.

Quando l’uomo dà libero spazio all’infinito che è in lui, allora ogni ostacolo viene travolto e si giunge alla piena realizzazione. Anche a costo del sacrificio della vita.

È ciò che si avverte, ad esempio, nell’Ouverture, op. 62, del Coriolano. Questi, posto dai suoi stessi familiari (la madre e la moglie) di fronte alla scelta suprema tra la sua vita e la salvezza di Roma, superando ogni desiderio di vendetta verso la patria che lo aveva esiliato, preferisce la morte: “Madre, tu salvi Roma, ma perdi un figlio”.

L’ouverture inizia con squilli guerreschi, si muove nel contrasto tra ritmi bellicosi e suadenti melodie, per concludersi in maniera quasi impercettibile. La grandezza di Coriolano sta nel suo valor militare, ma ancor più nell’aver saputo annientare il suo odio facendo prevalere i sentimenti più nobili, fino all’offerta della propria vita.

Grande nella vittoria a Corioli, ma titanico nella vittoria contro sé stesso.


Pasquino stanco







Quanno so’ stanco e nun vojo fa’ gnente,
me vien da scrive’ sol qualche cazzata;
e me viene accusì, spontagnamente,
come quanno te scappa ‘na pisciata.

Forse ho capito ‘ndove sta er tranello,
er motivo de questo brutto annazzo;
me se spegne la luce der cervello,
e s’accende più ggiù quella der cazzo.


giovedì 15 settembre 2011

Mater dolorosa



Tra i “peccati di vecchiaia” (così diceva scherzosamente), Gioachino Rossini ci ha lasciato la "Petite Messe Solennelle", che tutto è fuorché “petite”. È una grandissima opera d’arte, soprattutto geniale, che più volte abbiamo postato in alcune sue parti.

L’altro “peccato di vecchiaia” è un omaggio di amore alla Madonna, un solenne “Stabat Mater” (1842).

Forse qui il genio di Pesaro si lascia prendere un po’ la mano da quella musica d’opera che aveva ormai abbandonato da anni e che gli aveva permesso di scrivere capolavori immortali. Un po’ di teatralità non manca in questa composizione.

Ma ci sono anche autentiche perle di bellezza, che fanno passare in secondo piano ogni altra considerazione.

Oggi, 15 settembre, si ricorda la Mater Dolorosa, Maria ai piedi della croce, da dove pendeva il Figlio. Lo Stabat Mater è la sequenza liturgica di questa giornata.


Dallo Stabat Mater di Rossini, di cui ho già parlato e presentato un  celebre brano (http://semperamicus.blogspot.com/2009/09/laddolorata-stabat-mater-rossini.html), propongo questa volta l’ultima strofa:

“Quando corpus morietur, 
fac ut animae donetur
paradisi gloria”

(Quando il corpo morirà, fa’ che all’anima sia data la gloria del Paradiso).

Anzitutto Rossini in questa strofa sceglie di usare solo le voci, senza accompagnamento di strumenti; pura polifonia a cappella, come Palestrina o Ludovico da Victoria. E non è un fatto da poco, nell’epoca del melodramma!

Non posso interpretare le sue intenzioni, ma mi piace pensare che abbia scelto le nude voci per esprimere anche nella struttura compositiva la realtà della morte: lo spogliamento da ogni orpello.

Il primo versetto (“quando corpus morietur”) è una mesta melodia discendente, intonata dai baritoni e seguita dalle altre sezioni, fino ai soprani.

Alle parole “paradisi gloria” sono i soprani invece che, con un improvviso e stupendo slancio vocale verso l’alto, trascinano poi tutti gli altri cantori verso le vette del “paradiso”.

Il resto del brano vive nel contrasto tra morte e vita eterna; ma ormai lo squarcio verso il cielo è avvenuto, e il brano è un commosso atto di fede nella risurrezione.

Qui Rossini ha raggiunto davvero la perfezione. Non solo musicale.

lunedì 5 settembre 2011

In the beginning



Settembre. Si ricomincia.

Ogni ripartenza è impegnativa.

E ogni anno che passa è sempre più in salita...

Occorre perciò un po’ di sprint. Per me aumenteranno di certo i caffè quotidiani, le notti insonni, gli orari impossibili da dedicare al web.

In compenso avrò modo di riprendere il cammino della filosofia, in compagnia di Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Pascal, Leibniz, Hume, Kant, Hegel, Marx, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Bergson, Heidegger, Maritain, Adorno, Bultmann, Ratzinger...

Mi farà piacere tornare sulle loro domande e relative risposte, insieme a quelle degli studenti con cui avrò a che fare.

Mi sono sempre proposto di rispettare le varie opinioni e di esprimere le mie con chiarezza. La verità non ha bisogno di additivi chimici: brilla di luce propria.

E se uno segue la luce della propria coscienza, prima o poi la partorisce.
Come diceva Socrate.

Un po’ di bella musica non guasta, per dare il ritmo giusto alla ripartenza.

La prendiamo da Robert Schumann (1810-1856).
Anche in un autore che della vita ha consosciuto soprattutto i problemi, non mancano certo pagine di serena contemplazione.

Ascoltiamo perciò il IV movimento, "Allegro ma non troppo", del Quintetto op. 44, in Mi bemolle maggiore, per pianoforte ed archi, del 1842.

Un capolavoro di bellezza. Un invito ad ascoltare tutti e quattro i movimenti. Il secondo, in modo particolare ("A modo di una marcia"), celeberrimo e da me già postato.

Buon inizio di tutto (lavoro, scuola, pensione...) !