Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Nel giorno in cui Gesù giace nel sepolcro, mi unisco spiritualmente alla Comunità di Taizé in attesa della Pasqua, e lo faccio ascoltando il canto "Ad te, Jesu Christe".
Ad te, Jesu Christe, levavi animam meam. Salvator mundi, in
te speravi.
A te, Gesù Cristo, ho innalzato la mia anima. Salvatore del mondo, in te ho sperato.
Un bel canone a due (maschile e femminile), che esprime bene la gioiosa speranza nella Risurrezione.
A prima vista oggi due inconciliabili ricorrenze: Le Ceneri, simbolo della nostra natura mortale, inizio della Quaresima, tempo di penitenza; S. Valentino, patrono degli innamorati, festa gioiosa.
In realtà siamo polvere e cenere; eppure, nel tempo che ci è dato di vivere, si vive solo per amore.
Amore in tutte le sue dimensioni, naturalmente.
E prima di tutto, amore per Dio.
Mi piace festeggiare Le Ceneri e S. Valentino con un ben noto canto di Taizé, dove l'amore per Dio e per ogni persona è di casa.
Il funerale di una persona cara è sempre un momento di profonda commozione. Se poi partecipa anche una bella folla di amici, la loro presenza lenisce grandemente le lacrime dei parenti.
Nei funerali di Stato invece accade, forse a causa del cerimoniale, che la liturgia si trasformi spesso in una grande "parata", nella quale l'attenzione è catturata (magari inconsapevolmente) dalle autorità presenti schierate in prima fila. Poi vengono i parenti con i loro defunti. Il popolo in fondo o fuori.
Sono rimasto al contrario molto impressionato dalle esequie che si sono svolte ad Amatrice stasera in un grande capannone adibito celermente per l'occorrenza, data la pioggia.
È stata una vera celebrazione liturgica, senza parate, senza primi posti in platea, senza formalismi; fuori sono rimasti i fiori mandati dalle massime autorità dello Stato: "No sponsorizzazioni" ha detto la gente.
La TV e i suoi telecronisti non si davano pace, perché non riuscivano a inquadrare le facce dei vari Mattarella, Renzi, Grasso e Boldrini, immersi e stretti nella folla di amatriciani, come dovrebbe accadere ad ogni comune mortale in una celebrazione così partecipata e sentita.
Nessuno si è guardato bene dal far posto a Lor Signori; non per disprezzo, ma perché quella gente era lì per pregare e pregava con fervore, come tutti abbiamo potuto vedere e ascoltare; era lì per rendere omaggio ai loro parenti e compaesani uccisi dal sisma e non certo per omaggiare i potenti di turno.
Mi è piaciuto molto il discorso del vescovo di Rieti. Breve, coraggioso, concreto. Pochi concetti, ma chiari e tondi. Nessuna concessione alla retorica.
Tre concetti mi piace ricordare di quel discorso.
- Non sono i terremoti a fare i morti, ma le opere dell'uomo.
- La ricostruzione dei paesi distrutti non sia occasione di polemiche politiche o di sciacallaggio.
- Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta.
Il Vescovo di Rieti Domenico Pompili ha concluso con uno dei tanti messaggi ricevuti:
"Non ti abbandoneremo uomo dell'Appennino; l'ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra".
Di Amatrice finora conoscevo solo il luogo geografico e la celebre pastasciutta. In questi tragici giorni abbiamo potuto conoscere anche il carattere fiero e dignitoso della popolazione.
In questa celebrazione liturgica mi sono reso conto della religiosità profonda di questa gente, che ha messo alla porta i fiori dei "papaveri", ha lasciato tra la folla i loro "donatori" (capirai!), e ha pensato solo a pregare, perché in Chiesa si va per pregare, non per essere ripresi dalla TV.
Con il disorientamento dei cronisti, che tra l'altro non hanno quasi mai smesso di commentare, sovrapponendosi al rito funebre, invece di farcelo semplicemente vedere e ascoltare. Una cosa davvero vergognosa (rivedere in Rai Replay, please!). Ma pensavano che le loro parole valessero più dei canti e del solenne rito funebre che si celebrava? Tra l'altro il coro ha fatto del bellissimi canti: in gregoriano (Kyrie-Sanctus-Agnus Dei della Missa Defunctorum), un corale di Bach (Se tu mi accogli Padre buono, BWV 197), un canto di Taizé (Misericordias Domini) ed altro ancora.
Per i cronisti TV e i loro "mandanti": ma lo sapete che in Chiesa durante la Messa non si chiacchiera?
Tanto più in una celebrazione funebre, e così dolorosa.
Ho postato il canto "Misericordias Domini" di Taizé, di J. Berthier, eseguito durante la celebrazione di Amatrice. Un' accorata invocazione a Dio per i defunti e un inno di speranza per i sopravvissuti.
In questo periodo, per tanti aspetti disastroso, la preghiera è l'espressione più adeguata per non cadere nello scoraggiamento.
Siamo nel tempo sacro della Quaresima. A parte le assurde sfilate, in varie luoghi, di carri carnevaleschi fuori tempo massimo, c'è ben poco da stare allegri...
Molto meglio un po' di penitenza, per rientrare in noi stessi e riappropriarci della nostra identità umana, e possibilmente cristiana.
Mi piace pregare con un bel canto di Taizé.
O Lord, hear my prayer,
hear my prayer. When I call answer me. O Lord, hear my prayer, hear my prayer. Come and listen to me.
Strumento di morte e di ignominia per gli antichi, è
diventato il simbolo della nostra salvezza.
Anche di quelli che non ci credono e che perfino la
combattono.
Senza la Croce di Cristo il mondo sarebbe ancora nella mentalità
schiavista, bellicista, razzista, imperialista del mondo romano, che pure era
la più alta espressione della civiltà dei suoi tempi.
Anche oggi purtroppo ci sono di quelli che mettono in croce i
cristiani (nel senso vero e proprio del termine), o li uccidono in altri modi
non meno barbari, li torturano, li perseguitano, li vogliono cancellare dai
loro luoghi di origine, per imporre modelli di ideologie peggiori di quelli del
tempo romano.
Per questi carnefici c’è la condanna di Dio e della storia.
Ma la Croce di Cristo è vessillo di salvezza. Come dimostra
anche la fuga verso l’Europa di tanti disperati.
Quell’Europa che ha nel Cristianesimo le sue radici e che porta
in molte delle proprie bandiere nazionali il segno della Santa Croce.
Esprimo la mia gioia nella salvezza portata da Cristo, con un canto
di Taizé del grande Jacques Berthier: “Crucem tuam”.
La discesa dello Spirito Santo, in lingue di fuoco, sopra gli Apostoli (Atti degli Apostoli, 2, 1-11).
Gli Apostoli sono ricolmi di Spirito Santo e iniziano la loro missione: portare il lieto annunzio di Cristo Risorto a tutti i popoli.
Il lieto annunzio della salvezza per tutti, e non per pochi. Il lieto annunzio della giustizia, e non della sopraffazione. Il lieto annunzio della pace, e non della guerra. Il lieto annunzio dell'unità del genere umano, e non delle discriminazioni razziali.
Il lieto annunzio che l'uomo è figlio di Dio, destinato a incontrare il suo Creatore e Padre, e non un personaggio in cerca d'autore.
C'è chi, come nell'Areopago di Atene dopo il discorso di Paolo, non crede nella Risurrezione e ci ride sopra. C'è chi rimane perplesso e la sua vita rimane nel dubbio. C'è chi invece, come Dionigi l'Areopagita ed altri con lui, rimane affascinato da questo annuncio, e illuminato dallo Spirito Santo, diventa cristiano (Atti degli Apostoli, 17, 22-34).
Anche nell'Areopago del mondo di oggi si tratta di fare una scelta decisiva.
O Dio o gli idoli, o Cristo Risorto o il nulla dopo la morte, o lo Spirito di verità o il caso cieco.
Ognuno se la vedrà con la propria coscienza.
Un bellissimo canto di Taizé, in inglese (lo Spirito Santo è uno Spirito poliglotta...), ci aiuterà nel fare la scelta giusta.
Holy Spirit, come to us,
kindle in us the fire of your love.
Holy Spirit, come to us,
Holy Spirit, come to us.
In origine il canto è in latino:
Veni, Sancte Spiritus,
tui amoris in nobis (in eis) ignem accende.
Veni, Sancte Spiritus.
Vieni Santo Spirito,
accendi in noi (in essi) il fuoco del tuo amore.
Vieni, Santo Spirito!
La musica è del grande Jacques Berthier, of course.
Mentre sto scrivendo questo post sta per iniziare il Conclave per l’elezione del successore di Benedetto XVI.
I Cardinali, al canto delle Litanie dei Santi, sono entrati processionalmente nella Cappella Sistina sotto le mirabili volte michelangiolesche e con lo sfondo del Giudizio Universale, di fronte al quale hanno fatto solenne e personale giuramento di una coscienziosa votazione, secondo la volontà di Dio, toccando i Santi Vangeli.
Sono 115 i Cardinali che con il loro voto eleggeranno il 266° successore di S. Pietro, con una maggioranza qualificata di almeno 77 voti.
Inutile domandarsi chi sarà il nuovo Papa. Qui c’è rappresentata davvero l’universalità della Chiesa (Europa, America, Africa, Asia, Oceania). E poi sappiamo che non saranno solo i 115 Cardinali a scegliere.
Con loro c'è il vero Grande Elettore.
Sarà lo Spirito Santo ad avere l’ultima parola; e, come Gesù ha detto, lo Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3, 8).
Non rimane perciò che pregare lo Spirito Santo, affinché illumini la mente e il cuore dei Cardinali e attraverso il loro voto ci doni la persona più adatta per guidare la Chiesa nel mondo attuale.
Alle 17 e 30 il Cerimoniere Mons. Guido Marini ha ordinato: "Extra omnes", fuori tutti!
Tutti gli estranei al voto escono. Alle 17 e 35 il portone della Sistina è chiuso "con la chiave" (cum-clave): è iniziato il Conclave.
Ora è il momento della preghiera.
Mi piace farlo con un canto di Taizé (musica di J. Berthier): Veni sancte Spiritus (Tui Amoris Ignem).
Anche a Taizé si respira aria di universalità, anche nel linguaggio.
Tante piccole candele oggi vengono accese nelle Chiese, per indicare la fede in Cristo, luce delle genti.
Altri tipi di luce si accendono, per illuminare le case e le nostre città.
Ma c’è bisogno di una luce più intima per illuminare la nostra mente e il nostro cuore; una luce che le solite fonti energetiche non possono far arrivare agli utenti.
È la luce di Cristo. Inesauribile, rinnovabile, non inquinante, anzi, salutare, e senza bolletta bimestrale.
Al riparo perfino dalla spending review.
Lasciamoci avvolgere da questa luce, che ha la forza di vincere le tenebre del male.
Buona festa della Candelora, con un bel canto di Taizé:
"De noche iremos".
Nella festa di S. Antonio Abate ascoltiamo uno dei più bei canti di Taizé: Bless the Lord my soul, benedici il Signore anima mia!
Che cos’è che unisce Antonio, vissuto nel IV secolo dopo Cristo nel deserto egiziano della Tebaide, con l’attuale comunità di Taizé, in Borgogna?
Lo spirito monastico.
Antonio è stato l’iniziatore del monachesimo, uno stile di vita che partendo dall'incontro con Dio riscopre il valore e il significato della vita umana e di tutta la creazione, animali e cose compresi.
Taizé ripropone in forma moderna il valore prioritario di Dio, riscoprendo così al tempo stesso l’inestimabile dono della vita.
Non a caso a Taizé affluisce gente da ogni parte del mondo.
E non a caso Taizé sorge presso ciò che resta dell’Abbazia di Cluny, la più grande abbazia d’Europa fino alla Rivoluzione francese. La Chiesa era a cinque navate, lunga 187 metri, seconda solo alla Basilica di S. Pietro in Roma. I rivoluzionari la distrussero perché la ritenevano inutile...
Oltre che un inestimabile valore religioso e artistico, Cluny era stata un faro di civiltà, con una delle più grandi biblioteche del tempo.
Non sono stati i monaci a bruciare le biblioteche, come si legge in qualche libro di fantareligione, ma i "rivoluzionari" di ogni colore.
I monaci le biblioteche le hanno costruite. Insieme a scuole, farmacie e ospedali.
A maggior gloria di Dio, e dell’uomo.
Per questo S. Antonio è ancora nel cuore di molti. Perché ha amato Dio e le sue creature.
Chi ama veramente Dio, non può non amare le sue creature.
Bless the Lord, my soul, and bless God's holy name. Bless the Lord, my soul, who leads me into life.(Cfr. Ps 104,1)
Benedici il Signore, anima mia, e benedici il nome santo di Dio. Benedici il Signore, anima mia, che mi guida nella vita (Cfr. Salmo 104, 1).
Inutile dire che la musica è del grande Jacques Berthier (1923-1994).
Tra le 17 vittime del sisma che ha devastato la terra
emiliana c’è anche un sacerdote, D. Ivan Martini, 65 anni da compiere il prossimo
28 giugno, parroco di Rovereto sul Secchia, diocesi di Carpi.
È morto sotto il crollo della sua chiesa, nella scossa delle
9, 07 di ieri, nel tentativo di portare in salvo una statua della Madonna,
molto venerata in paese.
Era un sacerdote di animo generoso, un vero pastore. Oltre
alla sua piccola comunità di 500 anime, si dedicava ai malati dell’ospedale di
Carpi e ai detenuti del carcere di Modena.
“Un prete in gamba” dicono i suoi parrocchiani; e detto da
gente emiliana, più che un complimento è un certificato per il Regno di Dio.
D. Ivan era nato a Cremona, ma era di origini aretine; i
suoi genitori infatti provenivano dal Casentino, dove lui tornava volentieri,
quando poteva. I suoi cari sono sepolti nel cimitero di Salutìo (Rassina).
I parenti desideravano che anch'egli facesse ritorno al suo paese di origine, per l'estrema dimora; ma D. Ivan aveva lasciato detto loro che voleva rimanere nella parrocchia dove avesse prestato servizio, con il popolo a lui affidato.
Un gesto, anche questo, di grande generosità.
In Paradiso ti accompagnino gli Angeli...
En Ti, Señor, reposa todo mi ser. He sido amado por Ti. Sí, sólo en Ti se alumbra la esperanza. En Ti sólo, Señor.
In Te, Signore, riposa tutto il mio essere. Sono stato amato da Te. Sì, solo in Te si illumina la speranza. In Te solo, Signore.
C’è quello personale, “privato” (ma non esiste una preghiera solo privata; anche da soli diciamo Padre “nostro”, non Padre mio. Il cristiano è sempre in comunione con tutti, anche nel segreto della sua stanza).
Le due forme di preghiera sono complementari; simul stant aut simul cadunt, stanno insieme o cadono insieme. La vita è fatta di momenti comuni e di momenti di intimità. E la preghiera rispecchia nel profondo ciò che è la nostra struttura esistenziale.
La pretesa di limitare l’espressione della fede cristiana alla sola sfera privata è, oltre che sbagliata, assurda. Sarebbe come obbligare una persona a mettersi un “burqa laico” quando esce di casa.
Infinite poi sono le espressioni di preghiera personale. C’è chi si affida a preghiere “tradizionali” o a forme devozionali, oppure a libere espressioni verbali, a letture sacre, a momenti di silenzio o di contemplazione.
Tra queste forme espressive, “la preghiera del cuore” è un modo molto efficace per fare spazio in noi alla presenza di Dio, e per allontanare angoscia e tristezza dal nostro cuore.
Consiste nella ripetizione di brevi frasi, o nella invocazione del nome di Gesù: “Signore Gesù!”
Il nome di Gesù non è solo un fiato di voce, né un mantra da ripetere ossessivamente per autoconvincersi di qualcosa.
Il nome è invece la rivelazione della natura divina del Cristo: Gesù significa “Dio salva” (Mt. 1, 21), e questo significato svela e porta con sé la divina potenza, che è salvezza.
Per lo stesso motivo, quando nel Vangelo Gesù scaccia i demoni e gli spiriti del male dalle persone che ne sono prigioniere, li scaccia chiamandoli per nome, cioè rivelando la loro natura malvagia, smantellando così il loro dominio sull’uomo.
Freud ha cercato di riprodurre con la psicoanalisi questa verità evangelica (lo dice Freud stesso), ma con modalità puramente umane: liberare la psiche da ciò che la tormenta facendo emergere con le parole il “male”sepolto nell’inconscio.
Il limite della psicoanalisi è la parola umana; in quanto analoga a quella divina può operare anch’essa positivamente, se ben usata. In quanto semplicemente umana, non può avere la potenza creatrice e liberatrice del Verbo di Dio.
Confidare unicamente nella parola dell’uomo, significa rimanere prigionieri della nostra umana finitezza.
I canti di Taizé riprendono l’antico stile monastico della “preghiera del cuore”: brevi invocazioni a Dio, ripetute più volte fino a diventare una cosa sola con il respiro.
Taizé del resto è stato fondato da un monaco, Frère Roger Schutz, con un’apertura ecumenica che lo ha portato a valorizzare ogni espressione religiosa.
Propongo un canto di Taizé come esempio di preghiera del cuore: “Cristo Jesùs” (“Jésus le Christ”; in italiano “Cristo Gesù, o luce interiore”, Canti di Taizé, Elledici, 2005). Musica di Jacques Berthier, ovviamente.
Facciamo spazio in noi a Cristo Gesù, in questi giorni di Passione, per trovare la gioia della Risurrezione!
Ma quest’anno la data, espressa in numeri, è particolarmente interessante; anzi, unica in ogni senso. Si può scrivere con un’unica cifra, l’1.
La fantasia si sbizzarrisce di fronte a simili coincidenze. Già due altre volte quest’anno abbiamo avuto situazioni analoghe, l’11 gennaio, esprimibile con 11.1.11, e l'apertura dell'anno con 1. 1. 11.
Tra poco avremo addirittura 11. 11. 11.
Questa volta la serie degli 1 mi suggerisce una riflessione legata alla festività dei Santi.
Un santo si può definire in molti modi. Il santo è un uomo che ha realizzato in pienezza la sua vita; un cristiano autentico, che ha esercitato eroicamente le virtù; una persona che ha seguito gli insegnamenti del Vangelo, senza se e senza ma. E così via.
Ma la data particolare di oggi mi suggerisce una definizione un po’ particolare anch’essa.
Il santo è colui che ha fatto della sua vita una realtà unitaria, una “reductio ad unum”, una riduzione all’essenziale.
Ha sfrondato ciò che non era necessario, ha ricondotto all’unità la propria vita, sottraendola alla dispersione in cui il mondo cerca di frantumare l'esistenza, affidandosi a Colui che è l'unità dell'essere: Dio.
Lo dice il Vangelo: “Porro unum est necessarium” (Lc 10, 42), una sola cosa è quella che conta.
E ancora: “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6, 33).
Santo è colui che affida all’unico Signore la sua vita.
Servo di Dio e di nessun altro, come diceva don Milani.
Per questo l’1 di oggi esprime bene la festa dei Santi.
E per questo mi sembra molto appropriato il ben noto canto di Taizé, con la bella musica di Jacques Berthier e le ispirate parole di S. Teresa d'Avila: "Solo Dios basta".
In questi giorni Madrid è al centro dell’attenzione per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), o meglio la Jornada Mundial de la Juventud (JMJ).
Da tutti i continenti, da circa 200 nazioni, sono già affluiti nella capitale spagnola oltre 500.000 giovani, e si prevede che nel giorno conclusivo di domenica saranno più di un milione.
Le cifre sono significative, ma colpisce soprattutto il tipo di partecipazione.
Una gioventù che non cerca lo sballo o la trasgressione, per perdere momentaneamente sé stessa dietro la rockstar del momento; ma piuttosto gente che cerca di ritrovare il significato e il gusto della vita seguendo Colui che conosce davvero il cuore e la mente dell’uomo: Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2,7), questo è il programma della JMJ di Madrid 2011.
E i ragazzi di queste giornate madrilene lo stanno dimostrando con entusiasmo e consapevolezza.
La Via Crucis di ieri ne è stata la prova più evidente. Una celebrazione che ha impressionato per la commossa partecipazione.
Non una Woodstock della fede, dunque, come ha ammonito Benedetto XVI (e questo papa è l’ “antistar” per eccellenza!), ma una sempre più convinta sequela di Cristo, nella Croce e nella Risurrezione.
Durante la breve sintesi che un telegiornale ha dato della Via Crucis di ieri sera, ho sentito risuonare anche un canto di Taizé.
In effetti a Taizé, già prima della Giornata Mondiale della Gioventù, i giovani di tutto il mondo si davano convegno, e i canti lì appresi sono diventati "patrimonio comune dell’umanità".
Anch’io intendo partecipare alla JMJ di Madrid almeno con un canto, e proprio con un canto di Taizé; un canto di gioia, come si addice ai giovani e alla fede in Cristo Risorto: “Cantate Domino”.
Si tratta di un bel canone di Jacques Berthier, il geniale musicista il cui nome rimane legato a Taizé.
Cantate Domino. Alleluia, alleluia. Jubilate Deo.
Cantate al Signore. Alleluia, alleluia! Giubilate a Dio.
Siamo ormai in prossimità della festa di Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sopra gli apostoli.
Domenica prossima è la "Pasqua rosa".
Pentecoste in greco significa 50; cinquanta giorni dopo la Pasqua. Il tempo trascorso di sette settimane.
Un numero che esprime pienezza.
È la pienezza della rivelazione di Dio. Lo Spirito Santo, in forma di lingue di fuoco, si posa sopra gli apostoli e accende in essi il fuoco del suo amore. Un fuoco che nessuno riuscirà più a spegnere.
Dona loro anche il linguaggio necessario per esprimere “mirabilia Dei”, le meraviglie di Dio (At 2, 11).
Lo Spirito è libertà, è creatività, è novità di vita. La vita nello Spirito è “sobria ebbrezza” (sobria ebrietas) dice, con bellissimo ossimoro, un inno liturgico.
Ogni cristiano ha ricevuto il dono dello Spirito Santo nel Battesimo e nella Cresima.
S. Paolo definisce perciò l’uomo come “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6, 19), un’espressione che dà la misura della grandezza e della inesauribile speranza che sostiene dall’interno la vita di ciascun battezzato.
Avvertiamo in modo particolare la presenza dello Spirito quando preghiamo.
La preghiera è lasciarsi inebriare dalla presenza di Dio, è rendersi conto di persona che non siamo mai soli e che Dio è più forte delle difficoltà della vita.
La preghiera ci fa vedere con occhi più limpidi attraverso lo smog dell’inquinamento umano.
Ed è il riparo sicuro contro ogni tipo di assalto avversario.
In attesa della Pentecoste, voglio pregare con un appropriato canto di Taizé: “Tui amoris ignem”.
Quattro voci miste, più i solisti e strumenti vari.
Le parole sono della liturgia della Pentecoste. La musica del grande Jacques Berthier.
Veni Sancte Spiritus, tui amoris ignem accende.
Veni Sancte Spiritus, veni Sancte Spiritus!
Vieni Santo Spirito, accendi il fuoco del tuo amore.
Torniamo a casa dopo aver trascorso virtualmente la Settimana Santa a Taizé. Un’esperienza indimenticabile!
Un ritorno nella gioia, con lo zaino sulle spalle fino alla stazione più vicina, e poi il treno.
Qualcuno ha una chitarra, e nello scompartimento la sfodera e si mette a suonare i semplici accordi di quei bei canti che in questi giorni ci hanno fatto compagnia.
Il suono della chitarra attira subito intorno all'improvvisato menestrello altre persone, giovani e meno giovani, che tentano di canticchiare i canti più noti, magari facendo anche la seconda voce...
C’è un canto però dove le voci si fanno più sicure, sia perché il motivo è notissimo, sia perché le parole sono solo quattro:
“Magnificat anima mea Dominum!”.
Penso che sia il canto più noto, più bello e più geniale di Taizé.
Un doppio cànone di struttura semplicissima, quindi facile da imparare e da eseguire, che si presta ad una molteplicità di interventi (fino a quattro+quattro), tali da costituire una bella costruzione polifonica (anche a otto voci).
Ascoltiamo perciò, con la partitura davanti, il notissimo "Magnificat di Taizé".
Lo spartito del video riporta solo il primo canone. Ma basta un po’ di attenzione per seguire anche il secondo, che interviene dopo il completamento del primo da parte della voce solista maschile e poi, via via, si fa più marcato.
Un piccolo-grande capolavoro di Jacques Berthier, del 1976.
Il modo adeguato per prolungare la gioia della Risurrezione in questo Lunedì di Pasqua, con le parole della Madre di Dio:
La Risurrezione di Cristo è l’avvenimento che dà un significato nuovo a tutta la storia umana e alla vita di ciascun uomo.
Non siamo più degli esseri con desideri infiniti, ma irrimediabilmente chiusi in un orizzonte finito.
Non siamo più dei ricercatori della felicità, ma vittime di un miraggio.
Non siamo più i cultori della vita, ma destinati alla morte.
Cristo risorto ha realizzato nella nostra natura umana tutto ciò che sembrava solo un vano desiderio.
I limiti invalicabili sono stati superati, l’uomo ha fin da ora un pegno affidabile di felicità piena, il dolore e la morte non costituiscono più le ultime parole dell’esistenza umana.
Cristo risorto, glorificato nella sua natura umana, è la Parola definitiva sulla nostra vita, la nostra inesauribile speranza.
Per questo la Pasqua di Risurrezione è la festa per eccellenza, che dà valore e significato a tutto il calendario della nostra vita.
Nella Comunità di Taizé, dove abbiamo trascorso virtualmente la Settimana Santa, la festa di Pasqua richiama una moltitudine di persone provenienti da tutto il mondo; soprattutto giovani, che non hanno problemi con le tende e i sacchi a pelo.
E si accontentano di un pranzo modesto.
La gioia è nello stare insieme, e per tanti è l’occasione per incontrare davvero il Cristo Risorto.
Squillino le trombe, si alzino voci di gioia per lodare il Signore, con uno dei canti più belli di Jacques Berthier.
Le parole sono l'inizio dal Salmo 117/116. Con l'Alleluja pasquale.