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mercoledì 11 gennaio 2017

18 anni senza De André





Sono 18 anni che Fabrizio De André ci ha lasciati.

Non le sue canzoni, non la sua voce, non il suo ricordo, indelebile nella nostra memoria.

Quest'anno desidero onorarlo postando "Don Raffaè" (1990), una canzone in cui la satira mordace si sposa con la briosa leggerezza della tarantella.
Un ossimoro che troviamo spesso nella produzione di Faber. Il modo migliore per evitare la retorica, anche quando si tratta di "gomorra".

Quasi certamente il Don Raffaè, detenuto "di riguardo" del carcere di Poggioreale, si ispira alla figura del boss della camorra Raffaele Cutolo. Forse anche per questo la canzone è in napoletano.

A che bell'o cafè... È evidente qui il riferimento alla canzone di Modugno 'O cafè'.

Anche per questo motivo mi piace postare Don Raffaè.





Don Raffaè


Io mi chiamo Pasquale Cafiero 
e son brigadiere del carcere, oinè.
Io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal ’53.

E al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio,
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me.

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacché;
tutte l’ore cò ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’à piglia co' me.

Ma alla fine m’assetto papale,
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale,
mi consiglio con don Raffae’,
mi spiega che penso e bevimm’o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

Prima pagina venti notizie,
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa:
si costerna, s’indigna, s’impegna,
poi getta la spugna con gran dignità.


Mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde,
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli,
mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni,
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni.


Voi vi basta una mossa, una voce,
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce;
con rispetto s’è fatto le tre,
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

A che bell’ò cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
preciso a mammà.

Qui ci sta l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha,
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà;


aggiungete mia figlia Innocenza,
vuo’ marito, non tiene pazienza,
non chiedo la grazia pe’ me,
vi faccio la barba o la fate da sé.

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi processo eravate ‘o chiù bello,
un vestito gessato marrone,
così ci è sembrato alla televisione;


pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza,
mi prestasse pe’ fare presenza,
io già tengo le scarpe e ‘o gillè;
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
preciso a mammà.

Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro
ma chi l’ha mai viste, chissà;
chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità.

Don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘no santo,
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà.

A proposito, tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato;
chill’ha fatto cinquanta [quaranta] concorsi,
novanta domande e duecento ricorsi;


voi che date conforto e lavoro,
Eminenza, vi bacio v’imploro,
chillo duorme co’ mamma e co’ me;
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè.





martedì 12 gennaio 2016

In memoria di De André




L'inaspettata morte di David Bowie non ci deve far dimenticare l’anniversario della morte di Fabrizio De André, avvenuta l’11 gennaio 1999.

Non starò certo a fare confronti tra questi due straordinari artisti, così diversi tra di loro, ma ambedue capaci di far vibrare le corde più profonde dei nostri sentimenti.

De André è stato capace di affrontare tutti gli aspetti della realtà umana, anche quelli apparentemente più ripugnanti o scandalosi. E lo ha fatto con pochi tocchi di chitarra e con un semplice filo di voce, una gran bella voce di baritono.

Molte delle sue canzoni sono stupendi capolavori ed hanno contribuito a formare il gusto musicale in intere generazioni, insieme a Lucio Battisti e pochi altri.

Tra gli aspetti della nostra condizione umana c’è il sentimento religioso. E forse nessun artista di musica leggera ha saputo affrontare questo tema con tanta intensità e franchezza come De André.

Mi pare opportuno perciò postare in memoriam la canzone “Si chiamava Gesù”, del 1967, scritta in occasione della tragica morte dell’amico Luigi Tenco, il 27 gennaio  di quell’anno, durante il Festival di Sanremo.

La canzone fu incisa in un singolo insieme a “Preghiera in gennaio”, e ne costituisce il lato verso.

Ho già avuto occasione di postare Preghiera in gennaio, in questo blog.

Ora mi piace ascoltare “Si chiamava Gesù”. Un grande omaggio alla figura di Cristo uomo, “il più grande rivoluzionario della storia”, come De André stesso lo ha definito.

Ed oggi, con la barbarie di ritorno che caratterizza la società, ce ne accorgiamo ogni giorno di più.



Si chiamava Gesù

Venuto da molto lontano 
a convertire bestie e gente 
non si può dire non sia servito a niente 
perché prese la terra per mano, 
vestito di sabbia e di bianco 
alcuni lo dissero santo, 
per altri ebbe meno virtù 
si faceva chiamare Gesù. 

Non intendo cantare la gloria 
né invocare la grazia o il perdono 
di chi penso non fu altri che un uomo 
come Dio passato alla storia, 
ma inumano è pur sempre l'amore 
di chi rantola senza rancore 
perdonando con l'ultima voce 
chi lo uccide fra le braccia di una croce. 

E per quelli che l'ebbero odiato 
nel Getzemani pianse l'addio 
come per chi l'adorò come Dio 
che gli disse: sii sempre lodato, 
per chi gli portò in dono alla fine 
una lacrima o una treccia di spine, 
accettando ad estremo saluto 
la preghiera l'insulto e lo sputo. 

E morì come tutti si muore 
come tutti cambiando colore,
non si può dire che sia servito a molto 
perché il male dalla terra non fu tolto. 
Ebbe forse un po' troppe virtù, 
ebbe un volto ed un nome: Gesù. 
Di Maria dicono fosse il figlio, 
sulla croce sbiancò come un giglio. 



sabato 11 gennaio 2014

Geordie vive ancora...




Mi ricordo ancora come conobbi Geordie.

Ero in campeggio con un gruppo di ragazzi, giovane anch'io, in una luminosa estate alla fine degli anni 60.

Al mattino, mentre ci si alzava e si faceva un po' di pulizia personale, dalla radiolina di uno del gruppo dei ragazzi udii una musica che attirò subito la mia attenzione: era una dolcissima ballata, cantata da una voce maschile e da una voce femminile, alternate e poi intrecciate, e accompagnata da ritmici accordi di chitarra.

Rimasi incantato ad ascoltare. Il ragazzo della radiolina lo notò e mi disse: "È Geordie, di De André...", meravigliato un po' della mia ignoranza.

Da allora Geordie è rimasta una delle mie canzoni preferite. Forse perché mi fa ricordare una luminosa estate in campeggio, o un'epoca straordinaria.

O forse perché è una ballata bellissima, che, nonostante l'amarezza del testo, non ho mai sentito come canzone triste.

Un'antica ballata inglese d'amore, che Fabrizio De André ci ha fatto conoscere e apprezzare in tutta la sua bellezza.

Nel giorno in cui abbiamo ricordato il 15° anniversario della scomparsa del grande Faber, la canzone di Geordie ce lo fa ricordare agli inizi della sua carriera, nel 1966.

Ripropongo la ballata come la udii la prima volta, nel duetto con Maureen Rix.

I miss you, dear Faber...








venerdì 11 gennaio 2013

De André. "Spiritual"




Il modo migliore per ricordare Fabrizio De André, nel giorno in cui la sua cetra si è spezzata (come direbbe Platone nel Fedone), è quello di conoscerlo veramente.
 
Sono convinto che molti non lo conoscono, perché evidenziano di Faber solo qualche aspetto della sua personalità.
 
De André, il contestatore. Questo è il cliché che gli è stato cucito addosso.

Contestatore è stato sicuramente. Con il sarcasmo e l’ironia, oltre che con la dura protesta.
 
Ma è stato, per esempio, anche un grande poeta d’amore. Le sue canzoni più belle sono dedicate a questo eterno sentimento: Marinella, Via del Campo, Geordie... non sono poesie d’amore?
 
Eppure c’è un aspetto, a mio parere, che percorre tutta la sua produzione, da principio alla fine, che costituisce l’anima di questo grandissimo artista e senza il quale la sua personalità non può essere compresa: il sentimento religioso.
 
Il mistero di Dio lo ha sempre affascinato, fin dagli esordi della carriera; nel suo Volume I, del 1967, ci sono ben 3 canti dedicati a questo tema. E l’ultimo, Anime Salve (1996), si conclude con “Smisurata preghiera”, il suo testamento spirituale: “Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco; non dimenticare il loro volto”.
 
Tra questi, certamente, un posto speciale spetta a De André.
 
Il suo rapporto con la religione è stato spesso conflittuale; ma ha saputo riconoscere in Cristo “il più grande rivoluzionario della storia” (La buona Novella, 1970), e non ha avuto paura di affrontare nelle sue canzoni il tema della morte e dell’eternità.
 
Mi si dica, come controprova, quanti altri artisti di musica leggera hanno avuto il coraggio di affrontare questi argomenti.
 
De André non solo non si è vergognato di proporre questi temi, ma ne ha sentito agostinianamente l’inquietudine e l’ha cantata con lucida sincerità.
 
Davvero uno spirito aperto e libero, in direzione ostinata e contraria, nei confronti di coloro che sempre più egoisticamente si lasciano alle spalle gli interrogativi più veri e un’umanità sofferente e provata dalla vita.
 
Faber è stato un ricercatore dell’Assoluto, e lo ha invocato: “Dio del cielo, vienimi a salvare!”
 
Proprio questa invocazione troviamo nel canto “Spiritual” del 1967, tratto dal primo album registrato in studio.
 
Il canto riprende lo stile dei negro-spiritual (del tipo di “Pick a bale of cotton”).

http://youtu.be/iNpy6NoFFsk
 
Tra i campi di cotone, o in quelli di granturco, dovunque ci sia fatica e sfruttamento, Dio scenda dal cielo per dare una mano all'uomo.
 
Questo è Fabrizio De André, senza sconti di fine stagione. 
 
 

mercoledì 11 gennaio 2012

"Insegnami a partir". In ricordo di De André




Fabrizio De André ci ha lasciato alcune delle canzoni più belle e indimenticabili del repertorio musicale di ogni tempo.

La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Via del Campo, sono le prime che mi vengono subito in mente; poi molte altre a seguire: Geordie, Carlo Martello, Preghiera in Gennaio, Per i tuoi larghi occhi, Dolcenera, e così via.

Sappiamo che De André considerava particolarmente ben riuscita “Bocca di rosa”. A mio parere la canzone, benché popolarissima, non rientra tra le migliori; appare un po’ troppo “caricata”, e l’esagerata ironia scade nella retorica. Raramente invece egli accennava a La canzone di Marinella e che sembrava quasi voler “dimenticare”. Ma era quella che gli aveva aperto il successo, e che rimane – a mio parere, ovviamente - la più affascinante delle sue ballate.

D’altra parte, non è detto che l’autore sia sempre il miglior giudice di sé stesso. Anzi, molto spesso non lo è. Basti pensare a Petrarca, che considerava suo capolavoro il poema De Africa (che molti non sanno nemmeno cosa sia), e chiamava “nugae” e “nugellae” (cioè, piccolezze) le poesie del Canzoniere, il vertice della lirica di ogni tempo. Anche Chopin, per ritornare nell’ambito musicale, non pubblicò mai il Notturno in Do diesis minore (quello de “Il Pianista”, per intendersi), perché lo considerava imperfetto. Oggi è ritenuto comunemente il più bello in assoluto.

Un altro luogo comune vede in De André solo il cantore della contestazione degli anni 60-70.

Certamente gran parte della sua produzione è una durissima critica alla società del tempo. Con sferzante ironia, oppure con dolente amarezza, mette a nudo il perbenismo e la falsità della società borghese o i limiti e la fragilità dell’animo umano.

Molti però sembrano dimenticare che un’altra gran parte della produzione di Faber è dedicata al sentimento dell’amore, visto in ogni suo aspetto: appassionato, tragico, tenero, tradito, perduto, e perfino tragicomico. Le figure femminili delle sue canzoni sono veri e propri simboli, quasi icone, della infinita e insondabile varietà del sentimento amoroso (Marinella, la donna di Geordie, la ragazza di Via del Campo, la donna dai larghi occhi chiari e dal cuore di neve, la “moglie di Anselmo”, solo per citarne alcune).

E il sentimento religioso. Non si può capire De André senza sviscerare questo aspetto, che percorre tutta la sua produzione artistica, e non solo "La Buona Novella", scritta non a caso nel periodo della massima contestazione giovanile (1970). Nessun cantante moderno ha osato, come lui, affrontare con tanta passione i temi della religiosità, di Dio, di Gesù Cristo, di Maria, dei valori morali, e della morte. Temi considerati quasi tabù dalla musica leggera; non per niente è detta leggera... Con De André anche questa diventa musica “di spessore”; per cui la sua opera, dall’inizio alla fine, può essere definita la “storia di un’anima”.

Dall’inizio.

E com’è iniziato il cammino di questo moderno “trovatore”?

Mi piace riascoltare, in questo giorno nel quale ne  ricordiamo l’anniversario della  morte (11 gennaio 1999) proprio il suo primo disco, il suo primo 45 giri, del 1961: “Nuvole barocche” (nel lato B: “E fu la notte”), pubblicato per l’etichetta Karim.

È solo l’inizio di un cammino. Ma già il titolo ci fa intuire l’originalità della composizione. Nuvole “barocche”, strane e affascinanti insieme, esagerate, come è l’arte barocca. Nuvole che il vento di scirocco crea e scompone in figure fantasmagoriche. È lo stato d’animo del giovane menestrello genovese, combattuto tra sogno e realtà, e che soltanto nell’amore trova il senso della vita.

Non per niente De André inserisce nel brano un accenno al tema della canzone “L’amore è una cosa meravigliosa”. Ma tra quelle “nuvole barocche”, e con un “fiume che si sciacqua sotto l’ultimo sole”, gli “occhi di verde dolcezza” della donna amata sfuggono a sdolcinature retoriche e prende maggior risalto la bellezza muliebre, capace di trasfigurare la realtà.

Un tema che tornerà spesso nelle canzoni di Faber. E infatti “Nuvole barocche” darà il nome all’album del 1969, nel quale sono raccolte alcune tra le più significative canzoni del grande cantautore genovese.

Di questa canzone mi ha sempre colpito quella frase misteriosa: "Tu mi hai insegnato a vivere. Insegnami a partir".

Ci manchi tanto, grande De André!


mercoledì 9 novembre 2011

Dolcenera...



Nella disastrosa alluvione di Genova di questi giorni mi è venuto spontaneo pensare ad una canzone di Fabrizio De André.

Parlo ovviamente di “Dolcenera”, nome amaramente accattivante che De André dà alla tragica alluvione genovese del 7-8 ottobre 1970, per molti aspetti simile a quella del 4 novembre scorso.

Non l’ho postata finora perché Faber inserisce nell’avvenimento una storia sentimentale poco esemplare, che in qualche modo dissacra un po’ la terribile vicenda.

De André ha scritto questa canzone, in cui amore e morte sembrano identificarsi, a una notevole distanza di tempo da quel terribile avvenimento, e forse pensava che non si sarebbe più ripetuto (album "Anime Salve", 1996, con la collaborazione di Ivano Fossati).

Riesce quindi con occhi asciutti a guardare Dolcenera che “ammazza e passa oltre”, e al tempo stesso “la moglie di Anselmo” che sta per tradire il marito, ma rimane intrappolata in un tram nel mezzo dell’alluvione.

Oggi a Genova si sono svolte le ultime celebrazioni funebri.

La vita riprende faticosamente il suo corso.

Penso che si possa ascoltare ora con animo più sereno questa stupenda canzone, che con versi indimenticabili descrive l'avanzata nera della devastazione e della morte attraverso l’elemento più “dolce” della natura, l’acqua di fiume, che "porta via la via", che “sale dalle scale, sale senza sale”.

Così come si può mestamente sorridere di quella onirica vicenda vissuta da due amanti, separati da un “tumulto del cielo [che] ha sbagliato momento”.

Il coro in genovese, che apre e commenta la ballata, ("Amìala ch'â l'arìa, amìa cum'â l'é, cum'â l'é. Amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê", Guardala che arriva, guarda com'è, com'è. Guardala come arriva, guarda che è lei, che è lei), dà un’impronta di verismo quasi fotografico.

La voce della fisarmonica dà alla canzone il sapore di una appassionata ballata popolare.

Perché Genova possa risorgere!





venerdì 18 febbraio 2011

Mina e De André. Così nacque Faber



Oggi si ricorda la nascita di Fabrizio De André (18 febbraio 1940-11 gennaio 1999).

“Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura.
Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Sono le parole con cui Fabrizio De André ricorda l'inizio del suo successo.

Mina intuì nella musica e nei versi di quella dolcissima e amarissima ballata la mano di un artista geniale, ancora sconosciuto.

Mina truccò le carte, come dice Faber; ma non lo fece solo per un mancato avvocato e per i suoi virtuali clienti.

Lo ha fatto soprattutto per noi, per regalarci il più grande cantautore italiano, insieme a Battisti.

Grazie, Mina!

Il duetto Mina-De André del disco postato non è ovviamente il canto originale solistico di Mina del 1967.

È un omaggio ai due grandi artisti (1997), legati indissolubilmente da questa stupenda canzone.


martedì 11 gennaio 2011

L'Inverno di Fabrizio De André



Non conosco nessun cantante che abbia dialogato con la morte con tanta frequenza come Fabrizio De André.

Come altri aspetti considerati tabù dalla società, De André non ha avuto paura di guardarla in faccia, di parlarle, di cantarla…

Ci fa comodo ricordare Faber come l’ironico fustigatore della società benpensante, come il cantore ribelle al conformismo borghese e a quello religioso.

In realtà è un cantante scomodo per tutti, anche per chi crede di tirarlo completamente dalla sua parte.

Aveva un animo romantico, come dimostrano tante sue canzoni d’amore; e un animo religioso, se per religioso si intende un rapporto con il mistero che circonda la nostra breve e spesso dolorosa esistenza; mistero da lui investigato sempre con appassionata sensibilità.

Talvolta questo mistero prende esplicitamente in lui il nome di Dio, come nella “Preghiera in Gennaio” (1967), scritta per la tragica fine dell’amico Luigi Tenco.

E amava la figura di Cristo. Certo, era la figura umana di Gesù che lo colpiva e lo interessava essenzialmente; ma “La buona Novella” (1970) rimane comunque una testimonianza di amore a Colui che egli considerava “il più grande rivoluzionario della storia”, e anche qualcosa di più, se ascoltiamo bene tutto l’album (“Tre Madri”, ad esempio).

Oggi ricordiamo la morte di Fabrizio De André. Sono passato 12 anni, e musicalmente sembra un’eternità. Altri musicisti, altri cantanti hanno preso il suo posto nel cuore delle giovani generazioni.

Ma spesso sono cantori del nulla.

La bellissima canzone “Inverno”, tratta dall’album “Tutti morimmo a stento” del 1968, è una riflessione sul ciclo della vita, in cui inverno ed estate si alternano, ma nel cui orizzonte è compresa anche la vista di un camposanto.

Caro De André, oggi certe parole sono tornate tabù…

martedì 14 settembre 2010

La Croce, segno di speranza



Qualunque interpretazione si voglia dare dell’album "La Buona Novella" (1970) di Fabrizio De André, una cosa è certa. L’album rivela il forte senso religioso di Faber, il suo amore verso la figura di Cristo, di Maria e di tutto il messaggio evangelico.

Un messaggio di pace, di perdono, di fratellanza; il messaggio di Cristo rende l’uomo più umano.

Nel Festa della S. Croce mi piace riascoltare "Maria nella bottega del falegname"; quando l'ascoltammo la prima volta ci stupì profondamente.

Sentire da De André un canto sulla passione di Cristo, sulla sua Croce, vista con gli occhi di Maria, ci riempì di commozione.

Allora, come oggi.

 

Maria nella bottega del falegname

[Maria]
"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
a casa ritornò?"

[Il falegname]
"Mio martello non colpisce,
pialla mia non taglia
per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,
ma tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

[La gente]
"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti corpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

[Maria]
"Alle piaghe, alle ferite
che sul legno fai,
falegname su quei tagli
manca il sangue, ormai,
perché spieghino da soli,
con le loro voci,
quali volti sbiancheranno
sopra le tue croci".

[Il falegname]
"Questi ceppi che han portato
perché il mio sudore
li trasformi nell'immagine
di tre dolori,
vedran lacrime di Dimaco
e di Tito al ciglio,
il più grande che tu guardi
abbraccerà tuo figlio".

[La gente]
"Dalla strada alla montagna
sale il tuo den den
ogni valle di Giordania
impara il tuo fren fren;
qualche gruppo di dolore
muove il passo inquieto,
altri aspettan di far bere
a quelle seti aceto".

giovedì 18 febbraio 2010

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi






















Tra persone educate si parla poco della morte; è un argomento quasi tabù, che mette a disagio l’interlocutore, e perciò socialmente “scorretto”.

Quando poi se ne parla, il tema della morte viene affrontato sempre in maniera un po’ accademica. Nell’espressione “si muore” si pensa sempre, diceva Heidegger, alla morte degli altri; l’argomento quasi non ci tange…

Forse per questo mi ha fatto sempre impressione una delle più belle e drammatiche poesie della nostra letteratura: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, di Cesare Pavese (1908-1950).

Il grande scrittore piemontese stava pensando purtroppo di porre fine alla sua vita, a causa del suo amore non più corrisposto da parte di una bella attrice americana, Constance Dowling, che accentuò il suo “male di vivere”.

La riflessione sulla morte diventa perciò un riflessione sul fallimento della propria esistenza; la vita è ormai sentita come “un vizio” da perdere, e la morte è uno scendere “nel gorgo muti”.

Ma quella morte avrà un volto e degli occhi ben precisi, quelli della donna amata e perduta per sempre.

La poesia porta la data 22 marzo ‘50. Il 27 agosto successivo Cesare Pavese poneva fine ai suoi giorni in un albergo di Torino.


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,

questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


Voglio associare questi versi ad una canzone di Fabrizio De André, di cui oggi ricordiamo invece il giorno della nascita (18 febbraio 1940).

È una canzone ("Per i tuoi larghi occhi") che si adatta bene alla lucida e disperata poesia di Pavese.

lunedì 11 gennaio 2010

E come tutte le più belle cose... Un ricordo di De André




Il modo migliore per rendere omaggio ad un cantante è presentare e ascoltare le sue canzoni.

Io ho voluto ricordare l’11° anniversario della scomparsa di Fabrizio De André (11 gennaio 1999) presentando quelle che a mio parere sono le canzoni più belle del suo repertorio.

Difficile fare una graduatoria di merito tra le ballate di questo moderno "trovatore", che con la sua voce educata e un filo di accompagnamento di chitarra ha saputo far vibrare nel profondo le corde della nostra sensibilità.

Ognuno poi ha le sue preferenze, legate magari a ricordi ed episodi personali.

Ma certamente La guerra di Piero, Via del Campo e Geordie spiccano su tutte le altre.

All’elenco ne manca una, quella che a mio modesto avviso è la più bella di tutte, La canzone di Marinella, del 1964.

Fu la canzone che decretò il successo del cantante, grazie anche ad una personalissima intepretazione di Mina nel 1967.

È l’eterno tema dell’amore, trattato con immagini ed espressioni da vero artista: un amore “senza una ragione, come un ragazzo segue un aquilone”; delicati silenzi poetici, “lui pose le sue mani sui tuoi fianchi”; e la tragedia finale introdotta con quel “dicono poi che mentre ritornavi”, che dà alla canzone il sapore della fiaba e contemporaneamente della storia vera.

Una linea melodica affascinante, un ritmo semplicissimo e un elementare giro armonico di La minore, con opportuni passaggi a quello di Do minore, per dare varietà alle strofe.

Tra la retorica e la poesia il passo è breve e talora quasi impercettibile.

Alcuni critici hanno giudicato questa canzone come retorica. Io la considero invece sublime. Non si è ancora capito che De André non è stato solo un cantante di protesta (lì sì che talvolta è caduto nella retorica...), ma un vero poeta, ricco di pathos.

Ne è prova il fatto che La canzone di Marinella consacrò l'arte del menestrello genovese, e gli spianò la via al successo. E il fascino di questa canzone rimane ancora intatto.

La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Via del Campo, Geordie…

Sono le canzoni che ci hanno entusiasmato e con le quali abbiamo cantato i nostri sogni.

Quanto ti dovremo ringraziare, grande De André, per quello che ci hai regalato… Insieme a Battisti ci hai regalato i suoni e i colori della nostra giovinezza.

domenica 10 gennaio 2010

Mille papaveri rossi




Quando si parla di guerra e pace è molto facile cadere nella retorica pacifista. Proclami roboanti, frasi ad effetto, parole di fuoco, feroce sarcasmo...

"La guerra di Piero" già nel titolo ci indica un altro modo di affrontare l’argomento.

È una guerra che si gioca sulla pelle di un povero Piero qualunque, il quale si trova "in un solo momento" a decidere della sua o dell’altrui vita, in base alla "divisa di un altro colore".

Una guerra che chiude in una morsa di gelo le ultime parole del soldato Piero, in uno sfolgorante sole primaverile.

Niente retorica nemmeno nella musica, di Vittorio Centanaro, che si muove spedita a passo di danza; con un breve e suadente assolo di chitarra, che scandisce le strofe e alleggerisce opportunamente la lunghezza del racconto.

Non starò a ricordare che l’esecuzione perfetta di quell’assolo era un punto d’orgoglio di ogni dilettante chitarrista che affrontava la canzone.

Due immagini rimangono fisse per sempre nella memoria: quei "mille papaveri rossi" che fanno umile corona al corpo senza vita di Piero, e "chi diede la vita ebbe in cambio una croce".

De André non si riferiva solo ai morti in guerra, ma anche a colui che per primo ne ha proclamata l’assurdità, ricevendo in cambio un patibolo di legno.

Questa ballata capolavoro, del 1964, così bella da ascoltare e così facile da eseguire, ha contribuito in modo determinante a educare al valore della pace e al gusto della musica due intere generazioni. E non ha certo finito il suo compito.

Quando imbraccio la chitarra, La guerra di Piero non manca mai...

sabato 9 gennaio 2010

Dai diamanti non nasce niente...




La musicalità, la freschezza e la dolcezza di questa ballata fanno singolare contrasto con la cruda realtà che descrive: la vita di una giovane prostituta di Via del Campo, a Genova, e di ogni Via del Campo del mondo.

Tutta la canzone è caratterizzata da questi drammatici contrasti: gli occhi della ragazza sono grigi come la strada che batte, ma dove cammina “nascon fiori”, come al passaggio della primavera; la sua è una vita di merda, ma da quel “letame” nascono momenti di piacere; è preda degli uomini, ma al tempo stesso ne è la padrona.

Per la prima volta in una canzone viene sdoganata la parola “puttana”, e non poteva che accadere negli anni della contestazione giovanile.
La ballata, che utilizza un brano musicale di Enzo Jannacci, è del 1967.

In definitiva, la giovane prostituta di Via del Campo è un’immagine stessa della vita, con i suoi drammatici chiaroscuri, con le sue ambiguità, con il suo fascino ammaliante.

Ammaliante come il leggero passo di danza di questa indimenticabile canzone.

venerdì 8 gennaio 2010

Geordie, pensando a Faber



Considero Fabrizio De André, insieme a Lucio Battisti, il più grande cantautore italiano moderno.

La sua grandezza sta nel fatto che con lui per la prima volta viene portata alla ribalta una umanità senza storia, “indegna” di essere cantata.

Ma a differenza di altri che dopo di lui hanno continuato sul medesimo tema della protesta, De André non cede quasi mai alla retorica; ma riesce con pochi tocchi musicali e letterari a descrivere in maniera indimenticabile persone e ambienti.

Marinella, Piero, Geordie, Bocca di Rosa, Via del campo… Ogni canzone è uno squarcio di vita, che raggiunge la grandezza dell’arte attraverso un linguaggio semplice e incisivo.

Se è lecito, mi viene in mente il “sermo humilis” del Caravaggio, di fronte a tanta retorica barocca.

Per preparare l’undicesimo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André, avvenuta l’11 gennaio 1999, presento la canzone Geordie, del 1966.

Si tratta di una ballata britannica del XVI secolo, fatta conoscere da Joan Baez nel 1962.

Ma la cover di De André fu un vero e proprio evento in Italia; e la bella voce baritonale, piena di pathos, dell’ancora sconosciuto menestrello genovese ne decretò il successo.

Una ballata che indica già tutto il percorso artistico ed umano di Faber.

sabato 5 settembre 2009

De André. Preghiera




Voglio concludere i miei post sui Vangeli con un brano di musica. Ho pensato a brani classici importanti, degni della grandezza del tema.

Ma ho preferito scegliere un brano “povero”, più adatto al messaggio evangelico. Mi è subito venuto in mente De André, e la sua “Preghiera in gennaio”, del 1967.

Questa canzone, o meglio, questa preghiera di De André non posso ascoltarla senza commuovermi.

Fabrizio aveva un’anima profondamente religiosa; e del messaggio evangelico ha compreso l’essenza: Gesù ci ha mostrato il volto misericordioso di Dio.

“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso
l'hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso.
Per quelli che han vissuto con la coscienza pura,
l'inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

È dedicata a Luigi Tenco, morto suicida il 27 gennaio 1967 (da qui il titolo della preghiera), ma si rivolge a tutti, e in modo molto incisivo, come solo Faber sapeva fare.

E dopo un altro gennaio, quello del 1999, io la considero il suo testamento spirituale.

mercoledì 19 agosto 2009

De André. Un romantico, malgrado tutto.




















Siamo soliti considerare Fabrizio De André come un cantautore ribelle, “contestatore”, spesso sarcastico e dissacratore.

Ma c’è nella sua produzione artistica anche tutto un filone “romantico”, sentimentale, che non è né meno bello, né meno importante del precedente.

Un romanticismo mai banale, sempre sorvegliato, in canti di amore che raramente conoscono il lieto fine.

Per me, ad esempio, il capolavoro di De André rimane La canzone di Marinella… Non per niente staziona stabilmente nel blog, in fondo alla pagina.

Nel 1969 usciva, in Nuvole barocche, il bel lento (slow) Per i tuoi larghi occhi.

http://youtu.be/ZAOcpc-8cIw

Mi hanno sempre colpito quei “larghi occhi chiari", dietro ai quali “batte un cuore di neve”.

Due bellissimi occhi, di ghiaccio.


giovedì 9 luglio 2009

Arrivano i nostri!... al Sand Creek



Far West! Oggi queste parole hanno perso molto del loro fascino.

A me invece fanno venire in mente lo squillo della tromba e l’arrivo a spron battuto della cavalleria delle “giacche azzurre” che libera i coloni bianchi, accerchati con i loro carri dagli “indiani” in cerca di preda e di scalpi.

E noi ragazzi, sempre in prima fila nella sala cinematografica, che ci si alzava in piedi gridando la nostra gioia… Eh sì, “arrivano i nostri!”

La storia la scrivono i vincitori.

Per molti anni storia e filmografia hanno rappresentato questo cliché: da un lato i bianchi che portano libertà, civiltà, progresso; dall’altro le selvagge tribù indiane (Apaches, Sioux, Cheyennes…), che si oppongono con crudeltà e astuzia a questa inarrestabile avanzata.

Il treno, il telegrafo, le diligenze, le carovane… e gli assalti degli indiani.

John Ford è il regista che meglio ha narrato la conquista del west come una grandiosa avventura, nella quale gli indiani hanno rappresentato in vari modi un ostacolo da superare; da Cavallo d’acciaio (1926), a Ombre Rosse (1939), a Sentieri Selvaggi (1956).

La altre figure del west, e cioè fuorilegge, sceriffi, cowboys, bounty killers, con l’immancabile colt o winchester, costituiscono un filone quasi parallelo a quello indiano, e hanno ispirato numerosi capolavori, da Mezzogiorno di fuoco alle memorabili pellicole di Sergio Leone, negli anni '60.

Con Soldato Blu di Ralph Nelson (1970) che narra il massacro del villaggio cheyenne del Sand Creek, Piccolo grande uomo di Arthur Penn (1970) e Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack (1972) il cinema, in seguito alla revisione storica di questa guerra, inizia a descrivere un’altra realtà: quella di un popolo nativo che viene espropriato delle sue risorse e in gran parte fisicamente eliminato.

Si deve notare il fatto che questa revisione storica è stata intrapresa coraggiosamente da autori e registi americani.

Quando i fatti sono ben conosciuti, bisogna avere l’onestà e il coraggio di rileggere la storia senza pregiudizi ideologici.

Voglio ricordare “l’epopea” del west con la canzone "Fiume Sand Creek" di Fabrizio De André (1981), dedicata all'episodio realmente accaduto il 29 novembre 1864.

Truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccarono un villaggio di Cheyennes e Arapaho, massacrando donne e bambini.

Ma da ragazzi queste cose non si sapevano…

sabato 10 gennaio 2009

La canzone di Marinella (1964). Nasce il mito di Fabrizio De André




Considero Fabrizio De André il più grande cantautore italiano, insieme a Lucio Battisti.

Due vite quasi parallele, che hanno lasciato un segno decisivo nella musica leggera italiana e, pur nella diversità di ispirazione, hanno fornito ad un’intera generazione di giovani una ricchezza di suoni e di immagini che è rimasta praticamente intatta nel suo valore fino ad oggi.

Io ho avuto la fortuna di vivere quella primavera musicale, in cui fiorirono i “mille papaveri rossi” della Guerra di Piero e i “nuovi colori” dei Giardini di Marzo.

Il mito di Fabrizio De André nasce in sordina, quasi di nascosto, come la vita dei personaggi delle sue storie. Nessuno lo vedeva apparire in televisione, le sue canzoni si ascoltavano alla radio e in rari dischi, e si provava ad immaginare il suo volto, dietro quella voce che non alzava mai troppo i toni, ma che entusiasmava con parole ora dolci, ora amare, ora sferzanti.

La Guerra di Piero, Via del Campo, La chiamavano Bocca di Rosa, Carlo Martello, Il pescatore, e tutte le altre: una umanità mai cantata prima, e in maniera così serenamente provocatoria e contestatrice. Un inno di battaglia per una generazione che stava facendo della contestazione la sua parola d’ordine.

Difficile ovviamente fare una graduatoria di merito tra le canzoni di questo moderno ‘trovatore’, che con la sua voce educata e un filo di accompagnamento di chitarra ha saputo far vibrare nel profondo le corde della nostra sensibilità.

Ognuno poi ha le sue preferenze, legate magari a ricordi ed episodi personali.

Particolarmente affezionato rimango a La guerra di Piero, per la bellezza e l’attualità del messaggio, (“chi diede la vita ebbe in cambio una croce”), e per la genialità della partitura musicale, con una linea melodica trascinante, una successione di accordi appropriati e gli stacchi solistici che interrompono nei luoghi opportuni la lunghezza della ballata .

Ma la più bella a mio parere rimane La canzone di Marinella, che determinò anche il successo del cantante.
È l’eterno tema dell’amore, ma trattato con immagini ed espressioni da grande artista; un amore “senza una ragione, come un ragazzo segue un aquilone”; delicati silenzi poetici, “lui pose le sue mani sui tuoi fianchi”; e la tragedia finale introdotta con quel “dicono poi che mentre ritornavi”, che dà alla canzone il sapore della fiaba e contemporaneamente della storia vera.
Il tutto accompagnato da un semplice giro armonico di La minore, con opportuno passaggio, per dare varietà alla ballata, a quello di Do minore attraverso un accordo di Sol7, e il ritorno al La minore attraverso un accordo di Mi7.

La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Via del Campo, Geordie… Sono le canzoni sulle quali tutti noi abbiamo imparato a suonare la chitarra; semplicissimi giri armonici, che venivano appresi con entusiasmo, per poter a nostra volta riproporre e cantare insieme quelle magiche parole.

Quanto ti dovremo ringraziare, grande De André, per quello che ci hai regalato… Insieme a Battisti ci hai regalato i colori della nostra giovinezza.

Per questo motivo, non ti ricordo solo una volta all’anno, o in questo decimo anniversario.
Nel mio blog hai un posto fisso, come nel mio cuore.

Per ascoltare La Canzone di Marinella clicca qui: http://www.youtube.com/watch?v=3rc6nHIvBp8