Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Lo Schubert dell’ “Ave Maria”? Certamente quello è il primo
Schubert che ognuno conosce. Immancabile in ogni matrimonio in Chiesa. Una voce
di soprano ce lo ha fatto conoscere fin da bambini.
Per me Schubert è stato per molti anni solo quello. Si è poi
aggiunta anche la notissima “Serenata”, con la voce di qualche celebre tenore.
Mi ero fatto così l'idea che Schubert fosse uno sdolcinato musicista
romantico, di scarso valore.
Un giorno parlando di Schubert con il M° Fosco Corti, indimenticabile
direttore del Gruppo Polifonico Francesco Coradini di cui facevo parte, espressi
queste mie opinioni. Mi guardò meravigliato, e sorridendo mi disse: “Antonio, conosci
solo l’Ave Maria?? A parte il fatto che è un Lied stupendo, hai mai sentito
parlare dei Momenti Musicali, degli Improvvisi, dell’Incompiuta, delle Sonate, dei
Trii, dei Quartetti, delle Fantasie, degli oltre 600 Lieder, molti dei quali
veri e propri capolavori? Caro Antonio, Schubert è un genio musicale, quello che
ha interpretato in modo perfetto lo spirito del romanticismo. Ha avuto un solo
difetto; è morto a 31 anni”.
Rimasi sbalordito. Quell’insignificante personaggio, piccolo
di statura, legato solo a una melodia, divenne ai miei occhi improvvisamente un
gigante.
Questo è stato il mio primo vero incontro con Schubert. Non una melodia particolare, ma la scoperta di un genio, con la tirata di orecchi di un grande maestro.
Da quel giorno non ho cessato di amare questo illustre
sconosciuto, ed è diventato a ragion veduta uno dei miei autori preferiti, come
dimostrano anche i numerosi brani postati nel blog.
E quello che posto stanotte: l’Improvviso n. 2.
Geniale Schubert! E ammirevole l’esecuzione della giovanissima
pianista italiana.
Per onorare il giorno della memoria della Shoah del popolo
ebraico ho già citato il bellissimo film “Arrivederci ragazzi” di Louis Malle
(1987).
Il regista francese non fa che ricordare con estrema asciuttezza, ma con profonda commozione,
ciò che da ragazzo aveva visto con i suoi stessi occhi: l’arresto e la
deportazione di tre ragazzi ebrei e del superiore del collegio carmelitano di
Fontainebleau che li aveva accolti e nascosti con gli altri convittori francesi.
Del film ho già postato la scena finale dell’arresto dei tre
ragazzi e del sacerdote, P. Jean, che finirono poi uccisi nei campi di
sterminio nazisti. È certamente la scena più drammatica e al tempo stesso più
bella, se si può parlare di bellezza nell’orrore che racconta.
C’è però anche un altro momento del film in cui Malle riesce
a esprimere con mirabile efficacia la vergogna indicibile di quella
persecuzione, e lo fa mostrando la bravura del giovane ebreo Jean Bonnet nel
suonare il pianoforte, dopo la squallida prova di un demotivato alunno francese
(il protagonista Julien, che poi diverrà l’amico di Bonnet).
Il brano che la giovane insegnante di musica fa suonare a
Bonnet è il 2 Momento Musicale di Schubert, qualcosa di stupendo e di struggente, e che il regista sceglie come leitmotiv del film.
È proprio la bravura e la finezza del ragazzo ebreo, già in grado
di affrontare un brano così sublime, che fa apparire ancor più aberrante lo
sterminio di quel popolo.
In definitiva, Jean Bonnet che suona Schubert sotto gli
occhi ammirati della maestra è il simbolo della civiltà stessa, che nonostante
tutto, riuscirà a sconfiggere il male assoluto.
Ho cercato in lungo e in largo nel web, per molto tempo,
questa scena-cult. Alla fine sono riuscito a trovarla, nell’originale francese,
con sottotitoli inglesi.
Il 25 aprile scorso, mentre una
stucchevole retorica celebrava in Italia i partigiani (?), un tremendo
terremoto ha scosso e fatto crollare “il tetto del mondo”, in particolare il
Nepal.
In poco più di un minuto si sono
avute migliaia di vittime; la tragica conta è giunta a 4.000, ma il numero è
destinato purtroppo a salire. Sono state distrutte città e luoghi mitici,
patrimonio dell’umanità, come Kathmandu e Pokhara.
In luoghi che nell’immaginario
collettivo sono il simbolo stesso della pace e della serenità dello spirito, si
è scatenato un vero e proprio inferno. Dall’Everest si è staccata una valanga
che ha seppellito decine di alpinisti e ha fatto centinaia di feriti.
Nel disastro totale sono morti anche
4 italiani, e 40 risultano ancora dispersi.
La situazione si aggrava di
giorno in giorno, per la mancanza di qualsiasi genere di necessità, compresa (sembra incredibile)
anche l’acqua. Un milione di bambini sono a rischio di morte per malattie e denutrizione.
Un ennesimo trionfo della morte,
in questa nostra epoca che sembra diventata davvero, per dirla con Neruda, “l’età
della cenere” e pare di udire “le ruote dell’Apocalisse”.
La vita e la morte, nel loro ennesimo
scontro.
Voglio postare Der Erlkönig, una
drammatica romanza di Goethe con la musica sublime di Schubert (1815). È la storia di un fanciullo che il padre cerca di strappare inutilmente alla morte, rappresentata dalla voce del re degli Elfi.
Un appello perché in Nepal invece la
morte non vinca, ma prevalga la forza del bene, espressa nell’aiuto ai
sopravvissuti, specialmente ai più piccoli.
E un omaggio alle vittime con una
musica di altissimo valore, degna del “tetto del mondo”.
Anche la splendida interpretazione di Anne Sofie von Otter e la direzione di Claudio Abbado impreziosiscono questo capolavoro musicale di Schubert.
La solennità dell’Ascensione di Gesù Cristo al cielo conclude
la vita terrena di Gesù che si manifesta Signore del creato.
Il suo corpo glorificato non è più sottoposto alle leggi
della natura, ma queste sono a Lui sottoposte, dal momento che egli è il
Creatore dell’universo.
Sarebbe inutile discutere su questo mistero grandioso. Se
uno crede a Dio e alla testimonianza degli Apostoli, l’Ascensione al cielo di
Gesù è la prova della sua signoria sul cosmo e sulla storia.
Noi ci atteniamo ai fatti: gli apostoli hanno visto salire al
cielo Gesù, nel quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, come riporta in
particolare e con precisione il libro degli Atti degli Apostoli, scritto dall’evangelista
Luca (At 1, 11).
“Et ascendit in caelum”. Nel Credo, il simbolo in cui si riconoscono tutti i
cristiani, così viene affermato l’avvenimento dell’Ascensione di Gesù.
Innumerevoli sono i musicisti che hanno illustrato questo
mistero glorioso, nel canto del “Credo”. Penso soprattutto a Palestrina (Missa Papae
Marcelli), Bach (Messa in Si Minore), Mozart (Messa per l'Incoronazione), Beethoven (Missa Solemnis), Rossini (Petite
Messe Solennelle). In genere tutti questi sommi artisti aprono con potenza
assertoria il simbolo di fede: Credo!
Mi piace oggi proporre invece il Credo di Franz Schubert
(1797-1828), dalla Messa in Sol Maggiore (Missa in G-dur), una composizione giovanile (1815) che
già rivela il genio di questo autore, a me particolarmente caro.
Il suo Credo inizia, a differenza di molti altri, con
dolcezza, quasi con “timore e tremore” (la partitura indica come segno espressivo il pianissimo), per poi diventare un vero inno alla
vittoria di Cristo sulla morte e sulle dure leggi della natura, nel “Resurrexit”
e nell’ “Ascendit in caelum, sedet ad dexteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria...” (l'indicazione espressiva è il fortissimo e la voce raggiunge il suo acme).
Dopo la significativa pausa di un tempo, rafforzata da corona, il finale, dalla professione di fede nello Spirito
Santo in poi, è una ripresa del tema iniziale, pieno di dolcezza; un
affidamento nelle mani di Dio, che si spegne in una serena sequenza di Amen.
Il canto è in forma polifonica a 4 voci miste (SCTB), quasi un
lungo mottetto, con andamento per lo più accordale. La parte strumentale ha la forma del Basso continuo, per assumere vita propria nei momenti di
cesura tra le parti.
Una grande lezione di musica classica, inserita nel mondo e nella temperie romantica.
E una bella dimostrazione di fede di questo straordinario genio viennese, discepolo di Salieri, autore di centinaia di capolavori, morto a 31 anni.
Il brano è eseguito dal Coro e Orchestra Nazionale da Camera di Armenia. Considerando le vicende dell'Armenia, caratterizzate da una fede eroica in Cristo, il Credo assume un valore particolarmente significativo, che va ben oltre la musica.
Me ne dispiace un po’. Un altro anno se ne va, bello o brutto che sia
stato, e con la fine dell’anno se ne va un’altra pagina della nostra
vita.
In attesa di vuotare la coppa del 2013, mi ascolto uno dei
Lieder più belli di Franz Schubert: Der König in Thule, Il re di Thule (1816).
Il testo del Lied è una poesia del sommo Goethe, inserita nel suo Faust
e cantata da Margherita.
La ballata parla di amore e di fedeltà fino alla morte. Il
dono è una coppa d’oro e l’amato è il re di Thule. Come noto, Thule era considerata l'ultimo e gelido lembo di terra a settentrione.
Voglio ricordare che anche il nostro Carducci ha tradotto questa lirica in "Rime Nuove" (1906).
Con la musica di Schubert, e la bella voce di Elly Ameling, salutiamo perciò l’ultima Thule
del 2013 e ci regaliamo una struggente melodia per l’anno che se ne va per
sempre.
Der König in Thule
Es war ein König in Thule,
Gar treu bis an das Grab,
Dem sterbend seine Buhle
einen goldnen Becher gab.
Es ging ihm nichts darüber,
Er leert' ihn jeden Schmaus;
Die Augen gingen ihm über,
So oft er trank daraus.
Und als er kam zu sterben,
Zählt' er seine Städt' im Reich,
Gönnt' alles seinen Erben,
Den Becher nicht zugleich.
Er saß beim Königsmahle,
Die Ritter um ihn her,
Auf hohem Vätersaale,
Dort auf dem Schloß am Meer.
Dort stand der alte Zecher,
Trank letzte Lebensglut,
Und warf den heiligen Becher
Hinunter in die Flut.
Er sah ihn stürzen, trinken
Und sinken tief ins Meer,
die Augen täten ihm sinken,
Trank nie einen Tropfen mehr.
(J. W. Goethe, 1774)
Il re di Thule
C’era una volta in Thule
un re fedele fino alla tomba, la sua bella, morendo, gli diede un’aurea coppa.
Nulla a lui fu più
caro,
in ogni convito la vuota; negli occhi gli spunta il pianto, quando beve da questa coppa.
E quando sta per
morire,
enumera le città su cui domina, agli eredi lascia ogni avere, ma non rinuncia alla coppa.
Sedeva, in mezzo a
tanti
cavalieri, al banchetto regale, nell’eccelsa sala degli avi, là, nel castello sul mare.
Lì il vecchio
bevitore, alzatosi,
bevve della vita l’ardore ultimo e gettò la sacra coppa giù fra le onde.
La vide cadere, riempirsi,
sparire nel mare più profondo. Gli occhi gli si spensero, e lui non vi bevve più un sorso.
Per onorare le donne nella festa loro dedicata presento il Lied di Franz Schubert,"Gretchen am Spinnrade", Margherita all'arcolaio.
Ovviamente non intendo far regredire il mondo femminile ai lavori “donneschi” di antica memoria. Non intendo rovinare la festa...
Mi riferisco invece alla figura di Margherita (Gretchen), che innamoratasi di Faust, gli dona tutta la sua vita, con quella totalità che (forse) solo le donne sanno donare.
Sarà proprio questo amore immenso - e tragico - che alla fine riscatterà dalla perdizione Faust.
“L’eterno femminino ci farà salire in cielo” scrive J. W. Goethe nel Coro Mistico finale del suo poema.
L’amore e la donazione di sé costituiscono per Goethe “l’eterno femminino”. La celebre espressione goethiana coglie perfettamente l’essenza della femminilità.
Schubert, da parte sua, nel Canto di Gretchen, riesce a trametterci musicalmente l’amore appassionato e al tempo stesso trepidante di Margherita, espresso dai chiaroscuri del canto, mentre il pianoforte riproduce con il suo incessante e vorticoso giro di sestine il ruotare dell’arcolaio.
Ad altri più famosi soprani, ho preferito la voce della giovane e brava Bibiana Nwobilo, di origine nigeriana.
Ormai la notte del primo giorno dell’anno ha raggiunto anche le più lontane terre d’occidente.
Dopo la notte dei botti e dei fuochi d’artificio, e relativi danni collaterali, voglio dare la buona notte in modo romantico, col più romantico dei musicisti: Franz Schubert (1797-1828).
Dal suo Winterreise (Viaggio d’inverno) scelgo perciò “Gute Nacht”, il primo dei 24 canti (Lieder) che compongono questo capolavoro, vera “summa” del genio musicale viennese, completata nel 1827, l’anno prima della sua morte, che lo colse a 31 anni.
Si tratta di una buona notte senza botti e senza fuochi, una buona notte in punta di piedi.
In realtà è un addio alla persona amata, che non corrisponde all’amore.
Un addio solitario nel gelo dell’inverno.
Con la compagnia della luna.
Una musica triste? No, solo una musica bella!
La voce è del baritono Dietrich Fischer-Dieskau. Al pianoforte il grande Alfred Brendel.
Benché si tratti di semplici simboli numerici, i tre 12
della data odierna sono davvero molto significativi. E poiché questa terna è
possibile solo agli inizi di ogni secolo, siamo anche fortunati nel poterla
commentare dal vivo (o se volete, da vivi...).
Il 12 è un numero che indica completezza.
Dodici sono i mesi.
Dodici le ore del giorno (e della notte).
Dodici è la somma dei numeri 3-4-5, che costituiscono i lati
del triangolo rettangolo dal quale Pitagora ricavò il suo celebre teorema, mediante
“terne pitagoriche”: (3x2)2+(4x2)2=(5x2)2; (3x3)2+(4x3)2=(5x3)2;(3x4)2+(4x4)2=(5x4)2,
etc. In altre parole, moltiplicando un qualsivoglia medesimo numero naturale per
la prima terna pitagorica (3-4-5), si ottengono sempre terne pitagoriche e
quindi triangoli rettangoli. Pitagora attribuì questa straordinaria scoperta ad
un’illuminazione divina, e considerò pertanto il 12 un numero sacro e simbolo
di perfezione.
Il sistema duodenario (o dodicinale) è ancora usato come
sistema metrico di lunghezza nei paesi anglosassoni.In un piede ci sono dodici pollici: “there
are twelve inches in one foot”.
Anche la monetazione ha avuto fino ad epoca moderna una
misura dodicinale. Risale a Carlo Magno la divisione in lire, soldi e denari, con
il soldo equivalente a 12 denari. La lira corrispondeva a 240 denari (20x12). Fino
a pochi decenni fa questa divisione era ancora in vigore in Gran Bretagna. Del
resto i caratteristici termini inglesi eleven
e twelve (così come, in Germania, elf e zwölf) ci dicono che la numerazione per quei popoli era anticamente in
base dodici.
Anche da noi è rimasta la eco del sistema duodenario: classica
è “una dozzina di uova” (non certo una decina di uova!) o una “dozzina di rose”,
rosse magari...
La numerazione in base dodici è evidentemente legata al
numero dei mesi, cioè alle lunazioni in un anno, e in Europa in particolare
anche al computo romano delle ore diurne.
Dodici erano le tribù del popolo d’Israele; dalla prima di
queste tribù, quella di Giuda, discende Nostro Signore Gesù Cristo, di cui
stiamo per festeggiare proprio il 2012 anno della nascita.
Dodici erano gli Apostoli, sui quali Gesù Cristo ha fondato il “nuovo
Israele”, cioè la Chiesa universale.
Dodici erano, nell’antica Roma, le “tavole” su cui furono
per la prima volta scritte ed esposte nel Foro le leggi dello Stato: le leggi
delle XII Tavole. Molti avranno presente la bella citazione che fa di una di esse
il Foscolo, collocata come epigrafe nel carme “Dei sepolcri”: Deorum Manium iura sancta sunto (i
diritti dei defunti siano sacri).
Anche Roma dunque, patria del diritto, aveva affidato al
numero 12 (anzi, XII) la pienezza delle sue leggi.
Ma c’è un’altra città che è simbolicamente rappresentata da
questo numero perfetto. E non siamo più in una città terrena, ma nella città
del Cielo, nella Gerusalemme celeste, nel Regno di Dio.
Dice S. Giovanni al termine dell'Apocalisse:
“Vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra
di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa,
la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, come una sposa adorna per il
suo sposo. Non vi sarà più morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose
di prima sono passate.
La città è cinta da grandi e alte mura con dodici porte:
sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici
tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a
mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura delle città poggiano su
dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
In mezzo alla piazza della città si trova l’albero della vita che dà frutti
dodici volte all’anno, portando frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono
per guarire le nazioni. Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di
luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E
regneranno nei secoli dei secoli” (Apocalisse,
cc. 21 e 22).
Dalla città terrena alla città di Dio. Con il simbolico
numero 12.
Nella data di oggi abbiamo la perfezione del tre e la completezza del 12.
Una giornata più che perfetta!
Almeno nel calendario...
Come accompagnamento di questa giornata propongo all'ascolto "Margherita all'arcolaio" (Gretchen am Spinnrade), un bellissimo Lied del 1814 di Franz Schubert, su testo di J.W. Goethe. Come a dire, la perfezione della musica unita a quella della poesia.
Come tutti i 66 Lieder di Schubert, anche questo è stato scritto per voce solista (in questo caso, soprano) e accompagnamento di pianoforte. Franz Liszt ne ha fatta una perfetta trascrizione per pianoforte solo, la presente.
Si noterà, nel vorticoso accompagnamento di due sestine di semicrome ogni battuta, il ruotare incessante dell'arcolaio (un arcolaio in base 12!), mentre emerge nella parte alta il canto dolce e appassionato di Margherita (Gretchen) che, innamorata, pensa al suo Faust.
Una musica suonata da un grande virtuoso del piano: Evgenij Kissin. Per coloro che vogliono apprezzare la bellezza e la limpidezza del Lied originario, per voce e pianoforte, questo è il link: http://youtu.be/MY0eeotSDi8
Devo essere sincero; in questa giornata perfetta ho postato soprattutto per me: Schubert è un autore che amo particolarmente, e Margherita è il nome di mia madre... Ma spero che non vi dispiaccia.
In una dolce notte come questa, illuminata da un chiaro di
luna che sta giungendo al suo culmine, occorre una musica romantica.
Un romanticismo al suo culmine, che riesce a vincere le
oscurità della vita, come la luna di questa notte supera nel suo andare le dense
nubi che le si fanno incontro.
E allora, Franz Schubert! Chi altri?
La Fantasia in Fa minore, a quattro mani, è una delle sue ultime
composizioni, scritta poco prima di morire a 31 anni, nel 1828.
In genere si pensa che una sonata pianistica a quattro mani
sia qualcosa di curioso, poco più di un esercizio di bravura tecnica, senza grandi
pretese espressive.
La Fantasia in fa minore di Schubert ci fa subito ricredere.
Siamo davanti a uno dei vertici della sua opera musicale.
Una degna chiusura di un’esistenza tanto breve, quanto musicalmente perfetta.
Presentiamo solo l'inizio del concerto; sufficiente però a
farcene gustare la bellezza e a invitarci ad ascoltarlo nella sua completezza.
Perfetta l'intesa e l'interpretazione dei due grandi pianisti Murray Perahia e Radu Lupu.
Una musica celeste, nella festa degli Arcangeli Michele,
Gabriele e Raffaele.
Con il passare dei giorni il naufragio della nave da crociera Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio ha assunto proporzioni tragiche: 11 morti e 24 dispersi.
A gesti di inconcepibile irresponsabilità, in primis del comandante della nave, hanno fatto riscontro altri comportamnenti degni di rimanere impressi per sempre nella nostra memoria e nel bronzo della storia.
Tra i tanti soccorritori (vigili del fuoco, palombari, elicotteristi, etc.), fra tutti meritano una menzione particolare
- gli abitanti del Giglio (meno di 700 persone in tutto), che hanno dato prova di una straordinaria generosità nell’accogliere e soccorrere gli oltre 4200 naufraghi. Inoltre, molti di questi sono stati strappati e salvati dalle gelide acque del mare proprio dall’intervento immediato degli isolani;
- il Capitano Gregorio De Falco e la sua telefonata dalla Capitaneria di Porto di Livorno, con quelle espressioni colorite e quel termine che nessuno potrà più dimenticare. Non mi riferisco alla sacrosanta (in questo caso) imprecazione “cazzo!”, ben nota nel frasario colorito odierno, ma alla parola “biscaggìna”, per moltissimi di noi del tutto sconosciuta prima; ripetuta più volte dal Capitano De Falco, abbiamo capito trattarsi della scaletta dalla quale i naufraghi stavano scendendo, e che il comandante del Costa Concordia non aveva intenzione di risalire per riprendere il controllo della nave;
- Giuseppe Girolamo, il giovane musicista-batterista della band della nave, che ha ceduto il posto ad un bambino nella scialuppa di salvataggio, e del quale poi si sono perse le tracce. Un gesto di eroismo che parla da solo, e ci commuove.
- Manrico Giampedroni, Capo Commissario di bordo, che ha salvato l’onore dell’equipaggio salvando, come hanno fatto altri anonimi membri della “ciurma”, innumerevoli vite umane ed è rimasto poi a sua volta intrappolato per 36 ore all’interno della nave con un gamba fratturata. È stato poi lui stesso miracolosamente salvato da altri.
È venuto perciò il momento di onorare le vittime e gli eroi di questa assurda tragedia, di omaggiarli con il nostro "inchino".
Lo facciamo con le intense e insieme suadenti note di Franz Schubert, e precisamente con il primo movimento della Sonata in La Minore per Arpeggione e Pianoforte, D. 821, del 1824. L’ “arpeggione” è uno strumento poco noto (un po’ come la “biscaggina” del Capitano De Falco!), una specie di viola da gamba, per cui abitualmente questa sonata viene eseguita con la viola (da spalla) o il violoncello, e il pianoforte.
In questo caso, al pianoforte la grande Martha Argerich, e alla viola il più grande violista contemporaneo, Yuri Bashmet; virtuosismo e pathos: una esecuzione perfetta, la sua.
Il campione di motociclismo Marco Simoncelli ieri ha concluso la corsa della sua vita.
In modo improvviso, tragico, a 24 anni.
Questa volta non è arrivato al traguardo della tappa, ma al suo traguardo finale. Non è salito sul podio del vincitore, quello che lui desiderava e per cui si batteva.
È salito su di un podio ancora più alto, irraggiungibile per chi calcola la vita come un contabile.
È caduto sull’asfalto di Sepang, in Malesia, a 200 km orari; in realtà con la sua Honda è volato in alto, oltre le nostre dimensioni, oltre ogni barriera umana, verso l’infinito.
Perché era un giovane cavaliere dell’infinito. Lo cercava nella velocità pura, nelle manovre più coraggiose, nella dedizione totale ad ogni corsa che affrontava.
Tutti noi abbiamo provato da giovani l’ebbrezza della velocità, sopra un qualsiasi mezzo, più o meno potente; tutti abbiamo sfidato qualche volta la morte guidando con sprezzo del pericolo, con una “incoscienza” che in seguito ci ha meravigliato.
In realtà, non era incoscienza. Era quel bisogno innato di vincere ogni limite, di superare ogni barriera, di sperimentare quella libertà di cui il nostro spirito non può fare a meno.
Marco Simoncelli è caduto lungo il percorso. Ma ha raggiunto la sua piena libertà.
Per mitigare il grande dolore di questa improvvisa perdita, e per onorare il coraggioso centauro italiano, campione del mondo nel 2008 nella classe 250, a lui dedico un brano di Franz Schubert.
È l’ImprovvisoOp. 90, D. 899, No. 1, in Do Minore, un grande brano musicale, suonato dal grande Krystian Zimerman.
Un degno omaggio ad un grande campione quale è stato Marco Simoncelli.
Per lo spettacolo che la luna sa dare nel pieno del suo limpido fulgore, come stanotte.
Ma per un’altra infinità di motivi.
Mi fa pensare alla poesia; a Saffo, per esempio, che in un frammento di ode descrive un plenilunio con tocchi quasi romantici; a Leopardi, che con la luna ci parlava; a Salvatore Di Giacomo, col suo “Pianefforte ‘e notte”…
Mi viene da pensare a Tolomeo, il grande astronomo, che per primo spiegò il fenomeno di una luna apparentemente grande quando si trova vicina all’orizzonte, e molto più piccola quando è nel mezzo del cielo. E stasera era proprio grande sull’orizzonte…
E mi fa venire in mente la musica. Tanta musica!
Tutti i notturni di Chopin, anzitutto. E poi la “Sonata quasi una fantasia” di Beethoven, più nota come “Al chiar di luna”, e l’incantevole “Claire de lune” di Debussy.
Più brillante, per una notte bianca, “Eine kleine Nachtmusik” (Una piccola serenata) di Mozart, il capolavoro che apre il film Amadeus: il povero e ormai quasi dimenticato Salieri fa ascoltare al confessore alcuni suoi brani, ma il confessore riconosce solo il brano di Mozart, la Piccola Serenata…
Ho in mente anche uno splendido concerto di Vivaldi, La Notte, appunto, che ha come protagonista un flauto sbarazzino.
Per questo magnifico plenilunio di maggio voglio presentare il secondo dei quattro “Impromptus” di Franz Schubert, in Mi bemolle maggiore, op. 90, del 1827.
Tutti e quattro gli Improvvisi dell’ op. 90 sono adatti a esaltare lo spettacolo di un plenilunio.
Ho scelto il II perché ha dato spunto per la celebre canzone “Fly me to the moon” (1954), un successo internazionale.
Ma il brano di Schubert è ineguagliabile.
E perfetta è l’esecuzione del grande pianista polacco Krystian Zimerman.
Non è un gran bel periodo quello che stiamo attraversando, in singolare contrasto con il bel tempo meteorologico.
Brutto periodo per la politica italiana, dove ormai c’è la guerra di tutti contro tutti, o per dirla con Hobbes, “bellum omnium contra omnes”. In pratica, il richiamo della foresta.
Brutto tempo, anzi burrasca, in Egitto dove non si capisce quale piega prenderà la rivolta contro Mubarak. Ma le rivolte nel mondo islamico oggi sono spesso condizionate da movimenti integralisti, che sono un rimedio peggiore del male.
Ma il peggio è accaduto in un campo nomadi lungo Via Appia Nuova, presso Roma.
Quattro bambini Rom hanno perso la vita, arsi vivi nel rogo del loro misero e improvvisato ricovero.
La tragedia è accaduta domenica sera, alle 20.30. Per ripararsi dal freddo, mentre la madre era andata a cercare qualcosa da mangiare, i fratellini Fernando, Sebastian, Raul e Patrizia, rispettivamente di 4, 5, 8 e 11 anni sono rimasti uccisi nel rogo che si è sprigionato da un braciere acceso.
A questi quattro innocenti dedico un capolavoro di Schubert: “La morte e la fanciulla”(1824), quartetto d’archi (2 violini, viola e violoncello) in Re minore, n. 14.
È un dialogo musicale tra la morte e una fanciulla, che non ha bisogno di parole per essere compreso.
Nel secondo Movimento, "Andante con moto", il più drammatico, domina la figura della Morte.
Il tema della morte è trattato in cinque variazioni, che esprimono tutte un unico obiettivo: ghermire la fanciulla e trascinarla con sé.
In alcuni momenti le sonorità degli archi ricordano la tristezza della musica zigana.
Un omaggio ad un popolo che nella sua storia ha, come leitmotiv, la voglia di vivere e inenarrabili sofferenze.
Nel disordine della sua stanza, la giovane Nodame, protagonista di un manga giapponese (divenuto doppio film nel 2009-2010), suona con istintiva passionalità la stupenda musica di Schubert, e precisamente il primo movimento ("Moderato") della Sonata n. 16, in La minore, D. 845, op. 42, per pianoforte.
Sarà proprio questa passione per la musica che farà trovare alla ragazza l’amore, e la strada per la realizzazione di sé.
Potenza della musica di Schubert!
Il video è costruito con grande intelligenza: nell'arco del I movimento della sonata (di cui sono scelti i punti essenziali) si passa senza soluzione di continuità dal disordine della stanza e dall'istintività musicale di Nodame, ai sogni di bellezza che il cantabile fa emergere irresistibilmente, alla solennità di un teatro e alla ormai rigorosa esecuzione del brano, che nulla fa perdere ed anzi esalta la bellezza della composizione.
Fa una certa impressione che sia un manga giapponese a insegnarci ad amare la nostra bella musica...
Il dolore umano, la “porta stretta” di cui parla il Vangelo di questa domenica (Lc 13, 24), è una realtà cui nessuno sfugge.
Si ha un bel parlare del superuomo, di oltreuomo, e simili sciocchezze.
L’uomo rimane un essere fragile e limitato, il cui destino è per tutti, credenti o atei, la morte, previa una buona dose di dolore.
Basta una visitina in un ospedale per riportarci bruscamente con i piedi per terra…
Una lezione di vita che ci insegna un’altra grande verità: solo l’amore può rendere umano un girone infernale come un reparto ospedaliero.
Mi piace associare queste riflessioni a una delle ultime Sonate per pianoforte di Schubert, la penultima per la precisione, scritta due mesi prima della morte (1828).
Fragilità, tristezza, disperazione; ma alla fine, un dolore redento, come ci fanno capire i vari passaggi a tonalità maggiori.
È l'Andantino, il II Movimento della Sonata D 959.
Un capolavoro, perfettamente interpretato dal grande Alfred Brendel.
Franz Schubert (1797-1828) è sinonimo di romanticismo.
Un romanticismo fatto di dolci melodie, di “momenti musicali”, di "lieder" (canti) affascinanti e di "improvvisi" stati d'animo. Un romanticismo sentimentale, dopo quello “eroico” di Beethoven.
Del resto lo stesso Schubert aveva detto che non era più possibile comporre musica dopo Beethoven.
In realtà di musica ne ha scritta tanta, nella sua brevissima esistenza, e non solo fogli d'album. Basti pensare alle dieci sinfonie, tra cui l'VIII, la stupenda "Incompiuta".
Egli ha saputo ritagliarsi uno spazio personalissimo, e ci ha regalato brani di musica immortale.
Non dobbiamo perciò pensare a Schubert come ad un artista capace solo di usare colori tenui e delicati.
Molte volte ci sorprende per intensità drammatica, come nel Trio in Mi bemolle maggiore, op. 100, da me già postato.
Ma il brano che ci mostra in modo inequivocabile la sua genialità nel trattare temi drammatici è Erlkönig, op. 1, un Lied (canto) composto nel 1815 sopra una ballata di J. W. Goethe del 1782.
La ballata di Goethe parla di un padre che fugge nella notte a cavallo attraverso la foresta nel tentativo di salvare il figlio dalla morte, rappresentata proprio da Erlkönig (il Re degli Elfi).
Schubert riproduce, con il ritmo ossessivo della musica di accompagnamento, la drammatica cavalcata notturna, che si arresta improvvisamente solo alle note finali, con la parola “tot”, morto.
La voce del solista è, nei diversi gradi, voce narrante, voce del bambino, voce del padre e voce di Erlkönig. Il padre canta nella sezione del basso, il figlio nella sezione acuta, la voce narrante nella sezione media, Erlkonig nella sezione alta, ma con andamento sinuoso e suadente.
Certamente la ballata del grande Goethe ha contribuito a ispirare un grandissimo brano di musica, tra i più intensi e geniali.
Non per niente, moltissime poi sono state le rielaborazioni di questo Lied, originariamente per voce solista e pianoforte.
Perfetta l’interpretazione del mezzo-soprano svedese Anne Sofie von Otter, dotata di una voce molto duttile, ideale per eseguire questo brano.
Direttore della Chamber Orchestra of Europe è Claudio Abbado.
Der Erlkönig
Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater mit seinem Kind;
Er hat den Knaben wohl in dem Arm,
Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.
"Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht?"
"Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht?
Den Erlenkönig mit Kron und Schweif?"
"Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif."
"Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel ich mit dir;
Manch bunte Blumen sind an dem Strand,
Meine Mutter hat manch gülden Gewand".
"Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht,
Was Erlenkönig mir leise verspricht?"
"Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind:
In dürren Blättern säuselt der Wind."
"Willst, feiner Knabe, du mit mir gehn?
Meine Töchter sollen dich warten schön;
Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn
Und wiegen und tanzen und singen dich ein".
"Mein Vater, mein Vater, und siehst du nicht dort
Erlkönigs Töchter am düstern Ort?"
"Mein Sohn, mein Sohn, ich seh es genau:
Es scheinen die alten Weiden so grau."
"Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt".
"Mein Vater, mein Vater, jetzt faßt er mich an!
Erlkönig hat mir ein Leids getan!"
Dem Vater grauset's, er reitet geschwind,
Er hält in Armen das ächzende Kind,
Erreicht den Hof mit Müh' und Not:
In seinen Armen das Kind war tot.
"Il Re degli Elfi" (o anche "Il Re degli Ontani")
Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?
È il padre con il suo figlioletto;
se l'è stretto forte in braccio,
lo regge sicuro, lo tiene al caldo.
"Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?"
"Non vedi, padre, il re degli Elfi?
Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?"
"Figlio, è una lingua di nebbia, nient'altro."
"Caro bambino, su, vieni con me!
Vedrai i bei giochi che farò con te;
tanti fiori ha la riva, di vari colori,
mia madre ha tante vesti d'oro".
"Padre mio, padre mio, la promessa non senti,
che mi sussurra il re degli Elfi?"
"Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,
tra le foglie secche, con il suo fruscio."
"Bel fanciullo, vuoi venire con me?
Le mie figlie avranno cura di te.
Le mie figlie di notte guidano la danza
ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna".
"Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi
laggiù le figlie del re degli Elfi?"
"Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;
i vecchi salci hanno un chiarore grigiastro."
"Ti amo, mi attrae la tua bella persona,
e se tu non vuoi, ricorro alla forza".
"Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!
Una giornata, quella di oggi, densa di avvenimenti.
La chiusura degli spazi aerei in Europa, con il caos che ne è seguito per i viaggiatori appiedati. Le solenni esequie di Stato in Polonia per le 96 vittime della sciagura di Smolensk. La visita apostolica di Papa Benedetto XVI a Malta, accolto con grande calore, e la sua ennesima e ferma condanna per la pedofilia nella Chiesa.
Una giornata memorabile, nel male e nel bene.
Tre avvenimenti, a cui se ne possono aggiungere altri, ovviamente, come la liberazione dei nostri tre connazionali di Emergency in Afghanistan, oppure (si parva licet…) la vittoria della Roma nel derby capitolino, con il nuovo sorpasso sull’Inter in vetta alla classifica.
Una giornata intensa, che solo una grande musica ispirata può esprimere adeguatamente.
E allora bisogna riascoltare il Trio in Mi bemolle maggiore, op. 100, di Franz Schubert, del 1827.
Tre soli strumenti: pianoforte, violino e violoncello; ma una musica “totale”.
Proponiamo la suggestiva versione che ne offre il il film Barry Lyndon, di Stanley Kubrick, del 1975.
"Come si può fare qualcosa dopo Beethoven?" si domandava Franz Schubert (1797-1828), consapevole che, dopo il titanico genio di Bonn, nel mondo delle 12 note di spazio ne sembrava rimasto ben poco.
Ma Schubert stesso aveva già aperto nuovi orizzonti. In particolare con lui prende inizio un tipo di musica che sembra sempre un canto, anche se suonata da strumenti; “canti senza parole”, brevi frammenti musicali ai quali l’artista affida i suoi stati d’animo.
La grandezza di Schubert, oltre che in alcune vaste composizioni, sta proprio in questi “piccoli” capolavori, di fama imperitura: Inno alla Vergine (Ave Maria), Serenata, Momenti Musicali, Lieder, Improvvisi…
Nel mondo del cinema, registi famosi hanno attinto con larghezza all’ incantevole musica di Schubert.
Il Momento Musicale n. 2 è il leitmotiv di “Au revoir, les enfants” di Louis Malle, che abbiamo postato ieri.
L’Andantino della Sonata in La maggiore è il tema portante de “La Pianista” (2001) di Michael Haneke.
Ma è Stanley Kubrick che, come suo solito, riesce a stanare stupendi brani di autori classici.
Lo ha fatto in “2001 Odissea nello Spazio”, in “Arancia Meccanica”, e soprattutto in “Barry Lyndon” (1975), che tra questi tre films è certamente il meno famoso, ma può vantare una colonna sonora che è una vera e propria “summa” di musica classica.
Il film ha reso celebre la Sarabanda in Re minore di Haendel.
Ma non è meno bello, di Schubert, il Trio in Mi bemolle maggiore, Op. 100 (II movimento).
"Au revoir, les enfants!" È il titolo di un bellissimo film di Louis Malle (1987), che ricorda l’arresto e la deportazione di tre ragazzi ebrei, prelevati da un collegio carmelitano francese insieme a Padre Jean che lo dirigeva e che li aveva ospitati di nascosto. Finiranno poi uccisi nei campi di sterminio nazisti.
Il film ha un valore documentario, in quanto si tratta di una esperienza personale vissuta dal regista, che come dice lui stesso nella scena finale, che presentiamo nel video, non potrà mai dimenticare fino alla morte ("jusqu'à ma mort").
La vicenda è narrata con asciuttezza, senza retorica, quasi in modo distaccato.
Ma la commozione nasce dai fatti stessi; in particolare da quel ragazzo ebreo, Jean Bonnet, così intelligente in matematica, così bravo a suonare Schubert, così discreto nei suoi rapporti di amicizia, e che viene sacrificato nel nome di un’ideologia criminale e folle.
La scena finale, di pochi minuti, riassume un po’ tutte le caratteristiche del film. In un fredda mattinata di gennaio vengono portati via dai tedeschi i tre ragazzi ebrei e P. Jean.
La commozione è espressa in quel saluto che sorge spontaneo dalla bocca dei giovani convittori; prima uno, poi l’altro, fino a diventare un grido corale: “Au revoir, mon Père”, “Arrivederci, Padre!”, con la risposta serena, quasi a tranquillizzare tutti: “Au revoir, les enfants! à bientôt!”, “Arrivederci, ragazzi! a presto!”.
Louis Malle nei suoi film non è mai tenero con la Chiesa cattolica; ma in questo film, la figura un po’ scorbutica del Padre rettore, alla fine si staglia gigantesca in quel suo coraggioso sorriso, e nell’affrontare il suo destino di martire come un dovere da compiere.
Ci sono due modi per aiutare le persone: con le parole e con i fatti.
Padre Jean, come tanti altri nella Chiesa cattolica, fino al Papa, scelsero la via dei fatti.