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domenica 19 febbraio 2017

Dialogo surreale tra due amici, nel IV secolo a. C.




Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo avanti Cristo, erano pervenuti ad affermare l'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, in base ad argomenti di ragione.
Questo "dialogo" utilizza solo quei concetti, di cui poi il Cristianesimo si servirà (con qualche importante modifica) nell'annuncio della fede.

A sinistra l'immagine di Platone (disegnata da Raffaello); a destra un busto di Epicuro. 



Il dialogo si svolge ad Atene agli inizi del IV secolo a. C. 
tra un amico di Platone e un uomo di Alicarnasso




- Ehilà, uomo di Alicarnasso!

- Ciao, amico di Platone!

- Qual buon vento ti porta qui ad Atene?

- No, nessun vento. Le mie gambe, piuttosto.

- Sempre di buon umore, eh? Lo so che ti piace scherzare...

- Sono discepolo di Epicuro e di Lucrezio, mi piace la concretezza; sono realista.

- Epicuro e Lucrezio? E chi sono? Non li ho mai sentiti dire.

- Verranno dopo di te, stanne certo. Noi sosteniamo che tutto è fatto di particelle piccolissime, indivisibili. E quando siamo morti, queste se ne vanno a caso per l’aria, a formare altri corpi.

- Quindi tu, come Democrito, il mondo a caso poni?

- Certo! Perché, c’è qualche altra spiegazione?

- Per esempio, Aristotele non dice così; e mi pare abbia argomentato con più verosimiglianza.

- Aristotele! Chi era costui?

- Ne sentirai parlare. Verrà dopo di noi. Egli sostiene che il mondo è ordinato secondo regole e leggi, sia fisiche che morali. Nulla è a caso. È inutile lanciare un sasso mille volte per aria; non imparerà mai a volare. E anche tu, uomo di Alicarnasso, ti comporti secondo principi di saggezza e regole morali; non sei certo uno che si pavoneggia scioccamente o che strepita e si agita nel teatro della vita, dicendo cose che non significano nulla. O no?

- Certo che no! I miei discorsi sono sensati, e il mio comportamento è irreprensibile, secondo la logica e l'etica epicurea: niente di troppo, il piacere consiste nell’equilibrio tra estremi. Il giusto mezzo, insomma.

- Appunto, come dice pure Aristotele. L’uomo è un animale ragionevole. E con un’anima che trascende il suo corpo.

- Qui non ti seguo, caro amico di Platone. L’anima è mortale. Io sono uno di quelli che l’anima col corpo morta fanno.

- Trovo la tua affermazione un po’ contraddittoria. Se dici di seguire regole morali, se hai idee che ritieni giuste, se affermi delle verità universali, dovrai ammettere che provengono da qualcosa che non è solo un casuale aggregato di particelle. Ci deve essere in noi un principio che trascende la parte materiale, e che le dà ordine, moralità e verità. Un principio che supera la pura materia; un’anima immateriale e immortale insomma, che è l’origine della verità e della moralità in ciascuno di noi, come ha insegnato il mio maestro Socrate.

- Caro amico di Platone, io credo solo a ciò che vedo! e quest’anima non si è mai vista. Tu l’hai forse vista? L’hai misurata, calcolata, pesata? Ha un colore, un sapore, un odore, una forma?

- E tu puoi vedere i tuoi pensieri, odorare i tuoi sentimenti, le tue passioni, le tue idee? Le hai pesate, misurate, spezzate, come saranno spezzate quelle particelle che tu chiami indivisibili?

- Quelle particelle non potranno mai essere spezzate; non per nulla le chiamiamo atomi!

- Li spezzeranno, li spezzeranno… Perché la materia è quantità, occupa spazio, perciò è per sé stessa divisibile. Le idee invece non occupano spazio e superano ogni ostacolo materiale. Sono immortali, sono di un’altra consistenza, sono una realtà spirituale, divina.

- Sogni, i tuoi sono solo sogni! Mi sembri come quel poeta che ha detto che la vita ha la consistenza dei sogni. La realtà invece è concreta, ed è quella che possiamo vedere e toccare con mano. Il resto è silenzio.

- Non esserne così certo. C’è chi ha detto che le cose più concrete sono proprio le idee. Senza idee l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra; anzi, non sarebbe neppure uomo, distinto dall’animale. E se c’è stato progresso, questo si deve proprio alla capacità dell’uomo di formulare concetti, ipotesi, idee; sogni, come tu dici, che però si sono rivelati quanto di più concreto si possa immaginare.

- Ammetto che le idee siano importanti; ma perché devono provenire da un’anima dentro di noi?

- E da quale principio dovrebbero provenire? Solo da organi materiali, limitati nel tempo e nello spazio? Sarebbe una contraddizione in terminis. Se ho pensieri immortali, in me ci deve essere un principio immortale. Dammi retta, uomo di Alicarnasso. Se l’uomo viene ridotto solo a ciò che mangia, viene umiliato nella sua dignità più grande.  Non sarebbe diverso dagli altri animali; anzi, mi parrebbe il più misero di tutti, perché, mentre gli altri ignorano la loro sorte, noi sappiamo con certezza che cosa ci riserva il futuro: una condanna a morte.

- Ma io, da buon epicureo, non aspetto la morte; semplicemente la ignoro: quando ci sono io non c'è lei, e quando c'è lei non ci sono io.

- Ma i segni del tempo ti obbligano a pensarci ogni tanto, amico mio. Anzi, come dirà Seneca, ogni giorno moriamo, perché non è l’ultima goccia che fa vuotare la clessidra, ma tutta l’acqua che è scorsa prima. Perfino l'imperatore Federico II di Svevia, verso il quale mostrerai profonda ammirazione, proprio lui,  dopo una vita non certo esemplare, al momento della morte volle indossare l'abito da monaco e morire con quello.

- Non vorrai farmi diventare un uomo spirituale, uno che va in Chiesa e dai preti per paura della morte e dell’aldilà!

- La Chiesa, i preti? Che significa? Chi sono?

- Lo saprai, lo saprai. Avrai a che farci tutti i giorni, per secoli e secoli. E se non stai attento, ti faranno bere la cicuta, come al tuo maestro Socrate. Anzi, ti metteranno sopra una catasta di legna e ti daranno fuoco.

- Ah! Proprio una brutta fine. Ma a te, che sei un epicureo, non ti hanno ancora messo al rogo?

- Ancora no. Per questo me ne sto alla larga…

- Ma attento a non allontanarti troppo, perché invece che arrosto, potresti finire allo spiedo, come il prode Anselmo.

- Per questo anch'io porto le braghe di ferro.

- Se poi guardi ancora più avanti, potresti ritrovarti in un regime peggiore di quello dei Trenta Tiranni, che il valoroso Trasibulo ha rovesciato qualche anno fa, come ben ricorderai.

- Non ci sarà più spazio per regimi tirannici, in un futuro di epicurei e scettici. È la religione la causa di ogni male, come scriverà in versi mirabili il mio caro Lucrezio.

- Veramente Lucrezio parlava della religione pagana, quella che faceva sacrifici umani agli dei; non immaginava di certo cosa sarebbe successo quando l'uomo si fosse sostituito a Dio nel governare la terra: il sacrificio di Ifigenia si sarebbe moltiplicato per milioni di volte! Tu invece questi orrori li vedrai con i tuoi occhi, uomo di Alicarnasso, e non so come potrai giustificarli.

- Non mi vorrai attribuire qualche colpa...

- Ma quando mai! Tu sei un uomo pacifico, e le tue guerre sono solo verbali. Non ami la Chiesa, questo è vero, ma non manderesti (forse) alla ghigliottina nessuno.

-Neanche tu, amico di Platone, sei un uomo di guerra. Le tue battaglie sono soprattutto contro gli errori di grammatica (che il tuo futuro discepolo Agostino considererà più gravi di un peccato mortale) e contro qualche miscredente, che non metteresti (forse) al rogo, ma magari alla berlina.

-Ti saluto, uomo di Alicarnasso!

- Salute a te, amico di Platone!




PS. Absit iniuria verbis. 

lunedì 28 settembre 2015

Luna rossa e pensiero debole


















Ho aspettato la “luna rossa”, uno degli spettacoli astronomici del secolo; ma finora ho visto solo cielo coperto da prosaiche nubi biancastre.

Mi è dispiaciuto, anche per l’orario, benché per me fare le tre/quattro di notte non sia cosa infrequente. Ma insomma...

Deve essere il momento attuale, che riserva sorprese.

Ti aspetti la Juve prima in classifica, e te la trovi nei bassifondi con un’ennesima sconfitta.

Ti immagini le auto tedesche come sinonimo di perfezione, e te le ritrovi da rottamare come le Trabant di triste memoria.

I "maestri" del pensiero laico (laicista), che credono di capire la realtà, prevedevano per il viaggio di Papa Francesco negli USA un clamoroso flop; hanno dovuto assistere alla più grande manifestazione di popolo mai vista negli Stati Uniti, a detta perfino del laico New York Times. 

Eh, non è facile prevedere gli eventi atmosferici, e la luna rossa coperta da nubi bianco-rossastre ce lo ricorda. Ma ancor più difficile prevedere il soffio dello Spirito Santo; e il Papa acclamato da deboli e potenti negli States non rientrava certo negli schemi del "pensiero debole".

Per i maestri del pensiero debole (in ogni senso), per gli emuli dei costruttori delle Trabant, per gli amanti del calcio di fede bianconera e per i sonnambuli della luna rossa (tra queste due ultime categorie ci sono anch’io), sono giorni (e notti) difficili.

Andiamo a letto.

Ma è l’ora di alzarsi...


martedì 18 agosto 2015

Hasta siempre!





Il 14 agosto scorso a Cuba è tornata a sventolare la bandiera statunitense nella riaperta ambasciata a L'Avana.  Era stata ammainata il 4 gennaio 1961 dopo la rivoluzione castrista del 1959.

Un passo avanti verso la riconciliazione di due nazioni vicine, ma così lontane nella ideologia. Cuba addirittura, nel 1962, ospitando i missili nucleari sovietici, fece correre il rischio di una guerra nucleare.

Protagonisti della rivoluzione comunista cubana furono Fidel Castro ed Ernesto Guevara de la Serna, più semplicemente il “Che” (era un intercalare di Guevara).

Che Guevara, autentico eroe della vittoria finale, con la Battaglia di Santa Clara,  venne poi ucciso nel 1967 in Bolivia. Ma il suo ricordo non morì con lui, anzi divenne un mito.
E non solo per le sue “imprese”, ma anche per particolari circostanze che, come talvolta accade, diventano parte sostanziale di una storia.  

Mi riferisco anzitutto alla celebre foto scattata da Alberto Korda nel 1960, e finita a decorare bandiere, capi d’abbigliamento, poster e gadget di ogni tipo.

La foto fu poi rielaborata con impianto serigrafico da Andy Warhol l’anno successivo, una delle geniali serie fotografiche del maestro della pop art.

Infine la canzone “Hasta siempre, Comandante!” del cubano Carlos Puebla, del 1965, prima della partenza del Che da Cuba per la Bolivia, e che postiamo.
La canzone compie 50 anni, interpretata da un’infinità di artisti, cominciando dall’autore.

La storia ha chiuso un capitolo e ne ha aperto un altro. Hegel direbbe tesi, antitesi e sintesi; il nostro Vico parlerebbe di corsi e ricorsi storici. Ma in tutto questo ha avuto grande importanza l'opera della Chiesa, che, nonostante la persecuzione, non ha mai cessato di lavorare per il bene del popolo cubano.

Di fatto l’epoca dei “barbudos” sta volgendo alla fine.

E Che Guevara rimane soprattutto legato a un' immagine eccezionale e ad una canzone non meno bella.

Il giudizio sulle sue azioni "militari" lo lasciamo ai posteri.



Hasta siempre!

Aprendimos a quererte
desde la histórica altura
donde el sol de tu bravura
le puso cerco a la muerte.

Estribillo:

Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara
cuando todo Santa Clara
se despierta para verte.

Estribillo

Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa.

Estribillo

Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa
donde esperan la firmeza
de tu brazo libertario.

Estribillo

Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos:
!Hasta siempre, Comandante!

Estribillo


Per sempre!

Abbiamo imparato ad amarti
sulla storica altura
dove il sole del tuo coraggio
ha posto un confine alla morte.

Coro:
Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.

La tua mano gloriosa e forte
spara sulla storia
quando tutta Santa Clara
si sveglia per vederti.

Coro

Vieni bruciando la nebbia
come un sole di primavera,
per piantare la bandiera
con la luce del tuo sorriso.

Coro

Il tuo amore rivoluzionario
ti spinge ora a una nuova impresa
dove aspettano la fermezza
del tuo braccio liberatore.

Coro

Continueremo ad andare avanti
come fossimo insieme a te
e con Fidel ti diciamo:
Per sempre, Comandante!

Coro


lunedì 29 giugno 2015

La tragedia greca, antica e attuale





La Grecia è la patria della tragedia. Basterà ricordare i sommi autori di questo genere letterario: Eschilo, Sofocle, Euripide.

La nascita della tragedia affascinava il pensiero di Nietzsche, che proprio a questo argomento ha dedicato un’opera famosa (1872).

Nietzsche sosteneva che due sono gli aspetti che caratterizzano l’essere umano: l’ apollineo, cioè l’amore  per la perfezione, l’ordine e la misura (Apollo era il dio della bellezza e della proporzione), e il dionisiaco, cioè l’orgiastico, il pathos, il “disordine”, tutto ciò che è sregolato (Dioniso era il dio del vino e della fantasia più sfrenata, nonché della musica).

Sembra impossibile far convivere contemporaneamente i due aspetti; la prevalenza dell’uno o dell’altro determina quella disarmonia e sproporzione che spesso caratterizza l’arte e la realtà umana. Ma, secondo Nietzsche, c’è stato un momento in cui i due aspetti hanno trovato, “quasi per miracolo”, una sintesi perfetta; e ciò è accaduto in Grecia, nel periodo attico (V secolo a. C.), proprio con la nascita della tragedia.

La tragedia attica infatti è al tempo stesso un’esplosione di sentimenti e di comportamenti estremi, espressi in una mirabile bellezza e armonia formale. Terribili contenuti compresi in un equilibrio espressivo che non è stato mai più raggiunto nella storia umana.

Pensiamo, ad esempio, alle tragedie di Edipo Re e di Antigone, capolavori di Sofocle, colui che più di ogni altro è riuscito in questa mirabile conciliazione tra apollineo e dionisiaco.

Nietzsche conclude la sua riflessione guardando a Wagner e all’opera tedesca come possibile rinascita dello spirito della tragedia attica. Ma sappiamo che il Parsifal (1882) deluse le sue aspettative, perché l’opera venne considerata troppo vicina allo spirito cristiano; e Nietzsche, come noto, non amava troppo il Cristianesimo...

La tragedia attuale che la Grecia sta vivendo è di ben altro genere, e ben poco ha di apollineo e di dionisiaco. È comunque un segno della grave disarmonia che esiste nella nostra Europa.

L’opera tedesca può fare molto per sanare questa situazione. Non l’opera di Wagner, ovviamente, ma quella più prosaica della Merkel.


Nel video, il potente e fascinoso "Prologo" del "Crepuscolo degli dei" (1876) di Richard Wagner, con le voci di Birgit Nilsson per Brunilde e di Wolfgang Windgassen per Sigfrido. Dirige i Wiener Philharmoniker Georg Solti. 
I massimi livelli dell'interpretazione di Wagner, come auspicio per una pronta rigenerazione della Grecia, che tanto ha dato alla nostra civiltà occidentale.



mercoledì 1 maggio 2013

Aristotele e Tommaso alla Festa del 1° Maggio







Il lavoro è visto oggi soprattutto come fonte di sostentamento.
 
In una situazione in cui molte aziende chiudono e la disoccupazione avanza minacciosa, non sembrerebbe questo il tempo per dotte dissertazioni. "Primum vivere, deinde philosophari", prima bisogna pensare alla sopravvivenza, poi si potrà fare filosofia.
 
Eppure, anche in questa congiuntura economica, l’uomo non può fare a meno della sua forza speculativa, oltre che della forza lavoro.
 
Il pensiero serve, eccome!
 
Una corretta visione dell’economia porterebbe sicuramente anche ad un incremento occupazionale, mentre una visione sbagliata crea squilibri sociali ed umani drammatici. È quello che stiamo vivendo ogni giorno.
 
Occorre perciò sempre “philosophari”, cioè ragionare, discutere, confrontarsi, perché si possa trovare la migliore soluzione per questo fondamentale problema, cioè la giustizia sociale.
 
Tommaso (così come Aristotele) sosteneva che "l’azione segue l’essere" (operatio sequitur esse). Un animale segue nel suo agire l’ istinto, perché l’essere dell’animale è fondamentalmente istintivo. L’uomo dovrebbe seguire ciò che la coscienza gli indica come bene, ed evitare il male. Poiché ogni uomo è dotato di coscienza e volontà, l’agire umano dovrebbe caratterizzarsi secondo valori universali di bene. È quello che sosteneva anche Kant: “Fa’ in modo che il tuo agire sia norma di comportamento universale”. Lo Stato poi, con le sue leggi, difende (dovrebbe difendere) questi valori universali.
 
Il pragmatismo moderno ("moderno" solo cronologicamente, sia chiaro!) sostiene, al contrario, che l’essere segue l’agire. Secondo questa ideologia non esistono perciò valori universali, ma contingenti e mutevoli, e i problemi si risolvono per tentativi ed errori (trials and errors). Un po’ come nel laboratorio scientifico, dove si fanno esperimenti “in corpore vili”, o si prospettano ipotesi che si possono poi risolvere in fallimenti.
 
Quando si parla di uomo e di società, però, non si possono fare esperimenti "in corpore vili", e non ci possiamo permettere il lusso di fallimenti. Ne abbiamo già visti troppi nel secolo XX.
 
Si tratta dunque di decidere se la crisi economico-sociale di questo tempo sia solo una contingenza casuale, come uno tsunami, oppure la disastrosa conseguenza dell’ abbandono dei valori etici anche nel mondo economico.
 
Dal "grido di dolore" di tanti e di tutti, che spesso si esprime in insulti, minacce e peggio ancora, si capisce che l’antico Aristotele e il medievale Tommaso sono più moderni dei banchieri americani ed europei di oggi.
 
Per Aristotele e Tommaso il denaro non doveva "partorire" denaro (Marx parlerebbe di "plusvalore"), ed equiparavano i banchieri agli usurai.

Non avevano ragione?




Nelle foto: "S. Tommaso e gli Angeli", il Guercino (1662), Basilica di S. Domenico, Bologna.
                   "Aristotele" (La Scuola di Atene, part.), Raffaello (1509-11), Stanze Vaticane.



mercoledì 1 giugno 2011

Due filosofi a confronto



I due filosofi sono Marco Aurelio e Giustino, di cui oggi  (1 giugno)  ricorre la memoria del martirio.

L’imperatore Marco Aurelio è uno dei principali esponenti dello stoicismo, la “filosofia del Portico” (di Atene), una delle più alte espressioni del pensiero pagano.

Lo stoicismo considerava il mondo come manifestazione del “logos” divino, cioè di una razionalità  perfetta che si esprime in ogni aspetto della realtà.

Per questo l’uomo saggio deve vivere “secondo ragione”, cioè accettare tutto ciò che accade come manifestazione della sapienza divina, anche ciò che sembra contrario ai propri desideri.

“Astieniti” da tutto ciò che di negativo è in tuo potere.
“Sopporta” tutto ciò che non  è in tuo potere evitare.
Sono queste le due parole che riassumono efficacemente la morale stoica: “astieniti e sopporta” (abstine et sustine).

Anche la considerazione della caducità della vita e la dignità di ogni uomo, libero o schiavo, sono aspetti che lo stoicismo ha coltivato.

L’imperatore-filosofo Marco Aurelio ci ha lasciato un’opera degna di ogni attenzione, una specie di diario intitolato “A sé stesso”.
Ma non è stato molto coerente con i principi dello stoicismo che professava.

Sotto il suo governo i cristiani furono duramente perseguitati, e tra le vittime c’è  proprio il filosofo Giustino, con  i suoi discepoli.

Anche Giustino aveva seguito lo stoicismo, anch’egli pensava che il logos fosse diffuso in ogni aspetto della realtà, anch’egli credeva nella medesima dignità di ogni essere umano.

Ma l’incontro con il Cristianesimo costituì per lui il vero approdo della ricerca razionale.
Il Logos è la Sapienza di Dio Padre, che entra nella storia umana e si esprime con i “lògoi spermatikòi”, con le ragioni seminali, cioè con i semi di verità che lo Spirito fa germogliare ovunque: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8).

Il Cristianesimo si rivela così come il  vero umanesimo, perché ha come fondamento l’uomo per eccellenza, Gesù Cristo, che ha svelato in pienezza all'uomo la sua natura e gli ha fatto prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio.

È la più grande “rivoluzione” della storia umana, perché per la prima volta e in modo decisivo si proclama che ogni uomo è fratello per l’altro uomo; Dio è Padre di tutti, anche di coloro che non lo riconoscono.

Marco Aurelio parlava di un’astratta uguaglianza tra gli uomini; Giustino di una comunità fraterna.
Marco Aurelio parlava di un logos umano, Giustino parlava di un  Logos divino.
Marco Aurelio parlava di una vita secondo ragione, Giustino parlava di una vita secondo ragione e secondo la fede in Cristo, salvatore dell'uomo.

Nel nome di Marco Aurelio, il prefetto di Roma Rustico fece decapitare Giustino e i suoi discepoli nell’anno 163.
Giustino aveva detto nella sua difesa: “Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina, a quella dei cristiani”. E di fronte alla minaccia della tortura e della morte: “Fa' quello che vuoi. Noi siamo cristiani e non sacrificheremo agli idoli”.

Questa la sentenza di Rustico:  "Coloro che non hanno voluto sacrificare agli dei e ubbidire all’ordine dell’imperatore, dopo essere stati flagellati, siano condotti via per essere decapitati a norma di legge”.

Tra i due filosofi, la discussione fu troncata non dalla "logica", ma dalla spada del carnefice.

Giustino perse la vita, ma vinse lui la battaglia decisiva.

domenica 6 dicembre 2009

Dio e il telescopio





Commentando in un aggregatore il mio post precedente su Dio, un amico blogger mi ha risposto dicendo che è ateo e ritiene che siamo figli della casualità. Inoltre non si dovrebbe parlare di Dio perché nessuno lo ha mai visto.

Al mio caro amico rispondo con due osservazioni.

1. Anzitutto, se tutto fosse casuale, la scienza andrebbe a farsi benedire.
Perché ricercare e investigare, se tutto è caos, disordine, mancanza di razionalità?
Per fare una battuta, anche i soldi per la ricerca sarebbero inutili. Il Governo magari taglia i fondi, o li taglia ulteriormente.

Invece la scienza dimostra, con le grandi scoperte e invenzioni, che nella realtà esistono leggi, regole, ordinamenti precisi, e ciò che ancora non conosciamo viene studiato perché sappiamo che il mondo è guidato da leggi, magari ancora sconosciute, ma che vengono scoperte progressivamente.

Copernico, Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz, Lavoisier, Maxwell, Mendeleiev, Plank, Lemaitre, Einstein, etc., sono alcuni fulgidi esempi di come si possa individuare ordine e regole nell’apparente caos del mondo, nel macrocosmo come nel microcosmo.

A me ha sempre affascinato Newton, forse il più grande genio scientifico dell’umanità. Con la sua legge della gravitazione universale e con il “calcolo sublime” (calcolo infinitesimale) ha fatto capire all’uomo che i fenomeni apparentemente più vari e casuali in realtà sono legati da una medesima ferrea legge, e ciò che sembrava impossibile misurare è stato da lui reso un gioco da liceali.

2. Per quanto riguarda il vedere Dio, chi ha detto che per crederci bisogna vederlo?

Noi non abbiamo solo cinque sensi. Non è reale solo ciò che vediamo. Anzi, è proprio col ragionamento astratto che troviamo le verità universali e più valide.
Hegel diceva che la conoscenza sensoriale è la più povera delle conoscenze, e che non c'è nulla di più concreto delle idee.

Per esempio, se io dico che un’affermazione non può essere contemporaneamente vera e falsa, so che questo principio è vero, a priori, cioè anche se non vado a vedere caso per caso. È una verità logica, che sostiene tutto il mio ragionare. È il principio di non contraddizione.
Tanto per stare sul nostro caso, Dio o esiste o non esiste. Non può esistere e non esistere contemporanemante, sia per me che credo, che per uno che non crede.

Così è il principio di causalità. Io non conosco il mio interlocutore, ma sono certo che ha due genitori, che a loro volta hanno o hanno avuto i loro genitori. Parto dall'esperienza e formulo un giudizio universale; procedo per causa ed effetto, come fa la scienza.

Nel caso di Dio, Essere Assoluto, ho detto soltanto che partendo dalla realtà nostra, quella che ci circonda, ragionando per causa ed effetto, come è il modo logico di ragionare, non si può fare a meno di ammettere una causa incausata, cioè una causa che abbia dato inizio al tutto.
E questa causa non può essere in questo mondo, perché altrimenti anche lei avrebbe bisogna di un'altra causa, fino all'infinito, senza mai risolvere il problema, cioè senza dare inizio ed esistenza all’universo, che pur è partito una volta, visto che è arrivato fino a noi.

Dio è un'esigenza della nostra ragione, per spiegare l'origine delle cose, non una visione da telescopio.


venerdì 4 dicembre 2009

Dio, mistero affascinante














Oggi ho avuto una lunga discussione con alcuni amici blogger sull’esistenza di Dio, sull’origine del mondo e sull'evoluzionismo darwiniano.

In questo post mi voglio soffermare sul mistero più grande e affascinante: il mistero di Dio.

Mi limito ai punti essenziali, per una ricerca semplicemente razionale.

Si deve sempre partire da ciò che si vede e si comprende. Chi deve essere spiegato non è Dio, ma anzitutto il mondo come appare, la realtà fenomenica.
La scoperta di Dio non è all'inizio di un ragionamento, ma eventualmente solo alla fine, come risultato di un'indagine sulla realtà che ci circonda e ci pone domande.

La nostra mente per capire un fenomeno cerca le cause, e da ultimo necessariamente la causa incausata, che ha dato origine al tutto.
La ragione capisce che tale causa non può essere una delle tante che sono nel mondo, perché altrimenti anche questa ipotetica causa avrebbe bisogno di una causa precedente. Il problema si sposterebbe all’infinito, ma non si spiegherebbe.

Occore una realtà superiore ontologicamente, un essere distinto dal mondo, cioè assoluto, Dio.

Una realtà in movimento come è il mondo ha bisogno di una causa che dia l'inizio, o da sempre o in un indietro limitato nel tempo, altrimenti la materia stessa e il movimento non partono.

Se il mondo avesse avuto origine 14 miliardi di anni fa, con il Big Bang (ed è un’ipotesi verosimile), è evidente che occorre ammettere l’esistenza di Dio. Chi ha portato dal nulla all’esistenza la massa iniziale, chi le ha dato l'immane energia del Big Bang? La nostra mente esige Dio, eterno e onnipotente.

Ma lo stesso ragionamento vale anche se il mondo viene spostato indietro quanto si voglia, miliardi e miliardi di anni prima, oppure all’infinito. Senza la presenza creatrice di un Essere radicalmente (ontologicamente) diverso e infinitamente superiore, eternamente presente e onnipotente, anche da un tempo infinito non potrebbe sorgerebbe nulla di questo mondo, la cui caratteristica è aver bisogno di una causa iniziale, poiché si muove per cause.

Avrebbe comunque bisogno di Dio, che lo faccia emergere dal nulla eterno.

Solo un Essere trascendente, assoluto, fuori perciò dei nostri limiti spazio-temporali, può dare origine, o nel tempo o da sempre, a materia ed energia in movimento.

Diceva Cartesio: "Datemi materia e movimento e vi costruirò il mondo".

E Newton: "Questa elegantissima compagine del Sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente. Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell'universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, pantokrator" (Isaac Newton, Principi matematici di filosofia naturale).

Nella foto, la prima edizione del volume, Londra 1687

sabato 24 ottobre 2009

Liberi e schiavi. Seneca e Paolo















Le Lettere a Lucilio, scritte da Lucio Anneo Seneca (21 a. C.- 65 d. C.) sono un monumento di sapienza, e ci dimostrano che la ragione umana, rettamente usata, può raggiungere i principi fondamentali della morale.

La Lettera n. 47 parla della schiavitù, una realtà del tutto normale nel mondo antico.

Cito alcuni passaggi essenziali. Riporto in latino (lo stupendo e sentenzioso latino di Seneca!) le frasi più belle.

“Seneca al suo Lucilio, salute!
Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si addice alla tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini! "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su di noi e su di loro.

["Servi sunt". Immo homines. "Servi sunt". Immo contubernales. "Servi sunt". Immo humiles amici. "Servi sunt". Immo conservi].

Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo.

[Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum, eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori. Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum].

Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura”.

["Servus est." Sed fortasse liber animo. "Servus est." Hoc illi nocebit? Ostende quis non sit: alius libidini servit, alius avaritiae, alius ambitioni, omnes spei, omnes timori.]


Dante nella Divina Commedia descrive Seneca con un unico aggettivo: “morale”.

Una moralità fondata sulla ragione.

Contemporaneamente a Seneca, Paolo di Tarso scriveva un’altra lettera, ai Cristiani della regione della Galazia, nella quale diceva:

“Non c’è più Giudeo né Greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più uomo né donna, ma tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Lettera ai Galati 3, 28).

L'uomo, a qualunque condizione appartenga, trova la sua dignità piena non solo nella ragione, ma nel fatto che il Figlio di Dio è realmente diventato uomo.
E da ora in poi non sarà più possibile discriminare un essere umano. Significherebbe discriminare Dio.

Seneca e Paolo, da due punti di vista diversi, ma convergenti, minano alla base la giustificazione della schiavitù.

Ambedue finirono vittime della follia di Nerone.


Foto in alto: "Galata morente", III secolo a. C., Musei Capitolini, Roma

venerdì 23 ottobre 2009

Lo stoicismo: astieniti e sopporta!






In questo mondo di oggi, così poco "razionale", è bene proporre all'attenzione una filosofia che fece della razionalità il suo punto di forza: lo Stoicismo.

Lo stoicismo è la filosofia pagana più elevata del mondo greco-romano, poco prima e durante l'avvento del Cristianesimo.

Raccoglieva il meglio del pensiero socratico, platonico e aristotelico.
Fu chiamato Stoicismo perché i suoi seguaci erano soliti radunarsi sotto il “Portico dipinto” dell’agorà di Atene.
Portico in greco si dice Stoà. Sono “i filosofi del Portico”.

Per gli stoici il mondo è razionalità, è logos. Nulla accade a caso, anche se l’uomo molte volte non riesce a capire.

Saggio è colui che vive perciò secondo ragione, colui che si mette in questa logica e la realizza nelle sue azioni quotidiane.

Ci sono cose negative che dipendono da noi. Lo stoico dice: Astieniti (àbstine).
Ti fa male un cibo? Non mangiarlo! Le sigarette nuocciono gravemente alla salute? Non fumare…

Ci sono cose che non dipendono da noi. Lo stoico dice: Sopporta (sùstine).
Il tempo è brutto e avevi progettato un bel week end? pazienza! Ti casca una tegola sul capo? ti tieni il bernoccolo…

Dunque: astieniti e sopporta, àbstine e sùstine.

Un grande filosofo stoico fu Epitteto, che era uno schiavo. Il suo padroncino un giorno si divertiva a dargli delle martellate in un ginocchio. Epitteto lo rimproverava dicendo: “Smetti, ché alla fine me lo rompi!” Ma quello imperterrito continuava nel suo stupido gioco, finché con una martellate più forte gli ruppe davvero il ginocchio. Ed Epitteto commentò paziente: “Hai visto, che me lo hai rotto!”. E rimase zoppo per tuttta la vita.

L’altro grande filosofo stoico fu Seneca, il difensore della dignità dell’uomo, nelle sue mirabili “Lettere a Lucilio”.

E infine, dopo uno schiavo e un nobile, anche un imperatore, Marco Aurelio. Guidò l’impero romano in un periodo travagliato, ma cercò di essere un imperatore-filosofo, stoico.

Lo stoicismo trovò tra i Cristiani gli uditori più attenti. Il logos stoico, la ragione che guida tutte le cose, era però per loro il Logos, la sapienza del Padre, cioè Cristo.

Allora ha pienamente senso sopportare o astenersi.

Per una “Ragione” superiore…


Nella foto in alto: Ritratto di Seneca (?), di Pietro Paolo Rubens (ca. 1620), Metropolitan Museum of Art, New York

lunedì 10 agosto 2009

Elogio di Aristotele






Al termine della esposizione del pensiero aristotelico, mi pare giusto raccogliere in un unico articolo gli aspetti essenziali del suo insegnamento.

1. “La conoscenza nasce dalla meraviglia”.
L’uomo parte così alla scoperta della realtà che lo circonda, fino a raggiungere i fondamenti dell’essere e il suo principio, l’Essere trascendente, Dio, atto puro, motore immobile, amore che tutto muove.

“L’amor che move il sole e l’altre stelle” è il verso che conclude la Divina Commedia di Dante, ed è il concetto aristotelico-tomista di Dio.

L’Essere trascendente è necessario per spiegare il divenire della realtà, che è il fenomeno più evidente del mondo in cui siamo immersi. Un fenomeno che va spiegato, perché la mente umana non si ferma finché non trova una spiegazione plausibile.

Il grido di Aristotele: “anànke stènai” (bisogna fermarsi), di fronte alla causa prima, è dettato da questa esigenza di razionalità. Infatti il programma che il filosofo si è dato è quello di “salvare ciò che appare” (sòzein tà fainòmena), cioè spiegare ciò di cui si ha esperienza. E spiegare significa trovare le cause.

Raffaello, nella sua celebre Scuola di Atene, nelle Stanze Vaticane, ha raffigurato Aristotele che discute con Platone al centro della “filosofica famiglia” antica. La mano destra di Aristotele è rivolta verso il basso, proprio per ricordare che per la ricerca della verità bisogna partire sempre dall’esperienza. “Niente è nell’intelletto, ciò che prima non è stato nei sensi”.

2. Nel procedere verso la verità l’uomo si muove con sicurezza perché fornito di uno strumento, la logica, che è infallibile se usato correttamente; infatti è fondato su di un primo principio che si impone per la sua evidenza: il principio di non contraddizione. Non possono coesistere due diverse verità su di un unico aspetto del reale; poiché l’essere è uno, la verità è unica.

"Non è lecito affermare che qualcosa sia e non sia nello stesso modo ed allo stesso tempo”.

La mente umana procede perciò con fiducia nelle sue ricerche, sapendo che i suoi ragionamenti, se ben condotti, colpiscono la realtà “come le frecce dell’arciere il bersaglio”.

3. Ma c’è un motivo di fondo per cui l’uomo ricerca, indaga e agisce. “Tutto ciò che agisce, agisce per un fine”.
E qual è lo scopo per cui l’uomo agisce? L’uomo, come tutti gli altri esseri viventi, agisce per raggiungere la felicità.

Ci sono molti modi di intendere la felicità.
“Gli uomini della massa, i più rozzi, l’identificano con il piacere, e per questo amano la vita di godimento. Questi uomini si rivelano veri e propri schiavi, scegliendo una vita da bestie”.

Se l’uomo vuole raggiungere la vera felicità, la piena soddisfazione, deve dare valore primario a ciò che è proprio della natura umana e che la distingue dagli altri esseri viventi, cioè la razionalità.

L’amore verso la sapienza, la riflessione su Dio, la ricerca disinteressata della verità nel sapere: queste sono le virtù che realizzano il fine ultimo dell’uomo e quindi gli danno felicità piena.

“Perciò, non bisogna dar retta a coloro che consigliano all’uomo, poiché è uomo e mortale, di limitarsi a pensare a cose umane e mortali; anzi, al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi”.

Le altre azioni che l’uomo compie come appartenente al genere animale, e che danno piacere e sapore alla vita quotidiana, sono subordinate alla ricerca del bene supremo, che non deve essere mai perso di vista.

Ed anche nella vita quotidiana gli istinti dell’uomo devono essere guidati dalla ragione, poiché è un animale “razionale”. La ragione perciò, nella soddisfazione dei bisogni e delle pulsioni primarie, porterà il suo senso della misura e della regola.

Il “giusto mezzo” è ciò che la ragione indica come azione virtuosa, mentre i vizi sono sempre costituiti da eccessi. Una vita regolata dalle virtù è una vita eticamente condotta, e l’apprendimento delle virtù va iniziato fin dall’età infantile.
L’uomo è un essere educabile, e per questo va guidato all’acquisizione di habitus positivi (le virtù) fin dall’infanzia.

L’etica non è il manuale delle buone maniere, ma la ricerca del fine per cui vale la pena di vivere da esseri umani.

Per questo dobbiamo essere grati ad Aristotele che ci ha fornito gli strumenti teoretici e pratici per condurre una vita degna di essere vissuta.

Egli è colui che più di ogni altro nella storia del pensiero umano ha dato strumenti indispensabili per la ricerca della verità.

Chiunque voglia ridurre il pensiero a relativismo, scetticismo, nichilismo o - in senso contrario – ad arbitrio assoluto e delirio di onnipotenza, deve fare i conti e confrontarsi con la lucida analisi di Aristotele, il “maestro di color che sanno”, come lo definisce Dante, cioè il maestro dei maestri.


domenica 9 agosto 2009

Etica: agire da uomini. Aristotele (6)




"Tutto ciò che agisce, agisce per un fine. Ma vi è un fine che vogliamo per sé stesso, mentre tutti gli altri sono voluti in funzione di quello. Il fine ultimo perciò è il bene supremo, a cui sono dirette tutte le nostre azioni".

Con questo splendido inizio si apre la ricerca di Aristotele sull’agire umano, ricerca che lui denonima per la prima volta "etica", con l'opera intitolata "Etica a Nicomaco", in dieci libri, dedicata al figlio Nicomaco.

Qual è dunque il fine ultimo, a cui l’agire umano tende naturalmente? Tutti riconoscono che l’uomo cerca come bene massimo la felicità.

Ma le opinioni divergono quando si tratta di stabilire che cos’è la felicità.

“Infatti alcuni pensano che sia qualcosa di visibile e appariscente, come il piacere, la ricchezza, l’onore; altri, altra cosa. Anzi spesso è il medesimo uomo che l’intende in vari modi: quando è ammalato, infatti, l’intende come salute, come ricchezza quando si trova povero” (I, 5).

Per stabilire qual è il fine ultimo dell’uomo, verso il quale dirigere le azioni, bisogna capire qual è la natura propria dell’uomo, e cioè in che cosa si distingue dagli altri esseri. Perché la felicità consiste nel realizzare ciò che di proprio ha la natura umana.
Infatti l’uomo non si sentirebbe realizzato, se non soddisfacesse ciò che di più tipico è nella sua natura.

“Gli uomini della massa, i più rozzi, l’identificano con il piacere, e per questo amano la vita di godimento. Questi uomini si rivelano veri e propri schiavi, scegliendo una vita da bestie” (I, 5).

Il bene supremo deve essere tipico solo dell’uomo. E la natura umana non è solo animalità, ma anche e particolarmente razionalità; l’uomo è animale razionale.
Non basta soddisfare le pulsioni istintive, che sono proprie degli animali; bisogna vivere secondo ragione, dare spazio e compimento ai valori razionali e contemplativi, che costituiscono, secondo la mirabile affermazione di Aristotele, “la cosa più divina che è in noi” (X, 7). Dio è pensiero del pensiero, e l'uomo quando medita e riflette sulle verità assolute è simile a Dio.

“Perciò, non bisogna dar retta a coloro che consigliano all’uomo, poiché è uomo e mortale, di limitarsi a pensare a cose umane e mortali; anzi, al contrario, per quanto è possibile, bisogna comportarsi da immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi” (X, 7).

Sono sempre rimasto impressionato da questa conclusione dell’etica aristotelica. Con il semplice uso delle capacità umane, esercitate in maniera libera da ogni condizionamento, il Filosofo scrive una pagina che potrebbe essere inserita nei libri sapienziali della Sacra Scrittura.

La felicità dell’uomo consiste dunque nell’esercizio delle capacità razionali e contemplative (virtù dianoetiche). L’uomo sapiente e saggio è anche il più felice, “e il più caro alla divinità”.

Ma l’uomo è anche “animale”, e quindi ha bisogni e pulsioni da soddisfare. Non sarebbe possibile la felicità senza tener conto anche di questo aspetto.
Tuttavia l’uomo non può dimenticare di essere animale “razionale”. Quindi anche i suoi istinti passano al vaglio della ragione e vengono da essa regolati e guidati. Un atto umano non è perciò mai paragonabile a quello dell’animale, perché ha sempre una valenza morale.

Aristotele chiama virtù etiche queste guide regolatrici degli istinti dell’uomo.

Le virtù etiche sono degli habitus, delle “abitudini” acquisite. Esse determinano “il giusto mezzo” tra due eccessi opposti; per cui la virtù del coraggio è il giusto mezzo tra la viltà e la temerarietà, la temperanza è il giusto mezzo tra gli usi sregolati dei piaceri, e così via.

“L’eccesso e il difetto sono propri del vizio, mentre la medietà è propria della virtù” (II, 5).

Il famoso “giusto mezzo” (aurea mediocritas) non è una scoperta di Epicuro, ma di Aristotele.

Un posto particolare tra le virtù etiche lo occupa la giustizia, alla quale Aristotele dedica l’intero V libro. “La giustizia è la più importante delle virtù, né la stella della sera, né quella del mattino sono altrettante degne di ammirazione. Nella giustizia è compresa ogni virtù”. Questa virtù regola principalmente la vita associata, la "politica"; e per Aristotele l'uomo è fondamentalmente un "essere politico".

La giustizia è “distributiva” quando dà a ciascuno ciò che gli spetta in proporzione dei meriti (unicuique suum); ed è “correttiva” quando ristabilisce un diritto violato.

Poiché l’agire umano consiste nell’esercitare le virtù, etiche e dianoetiche, per Aristotele è fondamentale l'acquisizione degli habitus positivi fin da piccoli , e in questo consiste l’educazione dell’uomo. Da una parte il genitore, l’educatore (l’essere in atto), dall’altra il ragazzo, l’educando (l’essere in potenza), che apprende imitando, facendo, ripetendo, ragionando.

“È inutile lanciare un sasso in aria infinite volte: non imparerà mai a volare” (II, 1).

L’uomo invece è un essere educabile, e non si può trascurare l’insegnamento degli habitus morali, che sono una parte fondamentale della vita dell’uomo adulto.

“Non è piccola la differenza tra l’essere abituati subito, fin da piccoli, in un modo piuttosto che in un altro; al contrario, c’è una differenza grandissima; anzi, è tutto” (II, 1). Un'affermazione che, nella sua voluta esagerazione, ci fa capire quanto Aristotele dia importanza all'apprendimento di comportamenti corretti in età infantile.

Non si può tralasciare infine il discorso dell’amicizia. Non c’è felicità senza gli altri.

“È assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno infatti sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo infatti è un essere socievole e portato per natura a vivere insieme con gli altri” (IX, 9).

Ma c’è un caso in cui anche l’amicizia deve cedere il passo ad un valore superiore: la verità.

“Bisogna lasciar perdere i sentimenti personali; infatti pur essendo cari entrambi, è sacro dovere onorare di più la verità” (I, 6).

Qui Aristotele critica l’amico e antico maestro Platone, per la dottrina delle idee.

Questo passo dell’etica è stato poi codificato nel detto: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”.

È Aristotele che parla: “Amico è Platone, ma più amica è la verità”.

È una frase che non mi rimane nuova…

Si noti che Raffaello, nel celebre affresco della Scuola di Atene (1509), rappresenta Aristotele che tiene in mano proprio il libro dell'Etica (foto in alto).

Anche lui era rimasto colpito da quest'opera "divina".

sabato 8 agosto 2009

Logica, scienza del retto ragionamento. Aristotele (5)





“La logica è nata perfetta con Aristotele e non ha avuto bisogno di modifiche”. Così ha scritto Kant, il fondatore del criticismo, nel XVIII secolo.

In effetti c’è poco da modificare in un sistema razionale così coerente, che lascia stupefatti ancor oggi. Vediamo gli aspetti essenziali.

La logica cerca i primi principi del retto ragionamento.

Aristotele cerca anzitutto il punto di partenza assolutamente vero dal quale si possa iniziare qualsiasi ragionamento, e lo individua nel principio di non contraddizione.

E cioè: "Non è lecito affermare che qualcosa sia e non sia nello stesso modo ed allo stesso tempo”.
Per fare un solo esempio: una persona non può essere colpevole e innocente rispetto alla medesima accusa.

Talvolta ci si può anche astenere dal formulare un giudizio certo, per mancanza di prove; oppure, non si riesce a raggiungere la verità a causa di conoscenze inadeguate (come è ad esempio nel probabilismo quantistico). Ma sappiamo con certezza assoluta che la verità sopra ogni singolo aspetto del reale è unica, perché l’aspetto da considerare è unico.

Il probabilismo non è nella realtà in sé, ma nella nostra attuale incapacità di misurare o comprendere perfettamente alcuni fenomeni. L'incertezza non è nei fatti, dal momento che accadono in un certo modo, ma nelle nostre scarse conoscenze.
Diceva Leibniz, il fondatore del calcolo integrale (insieme a Newton): “Noi non sappiamo il perché di tanti fenomeni, perché non ne conosciamo la ragion sufficiente (la causa). Ciò sarebbe possibile se la nostra mente fosse quella di Dio”.

Tutta la logica della nostra mente, e perfino del nostro computer, si basa sul principio di non contraddizione.

Dal principio di non contraddizione deriva immediatamente il principio del terzo escluso.
E cioè: Se un’affermazione è vera, il suo contrario è falso; non si dà un terzo caso (tertium non datur). Per fare un solo esempio, Dio o esiste o non esiste; non c’è una terza ipotesi.

Date queste premesse vere, è possibile formulare dei giudizi, cioè affermare o negare qualcosa con verità.
Per essere più precisi e aristotelici, il giudizio è riferire un predicato ad un soggetto.
Per esempio: il cane abbaia, Berlusconi è uno statista, l’asino vola … sono tutti giudizi, uno dei quali almeno certamente falso.

Il quadrato delle opposizioni (vedi disegno in alto) ci dice quali giudizi sono contraddittori. Per avere una reale contraddizione, un giudizio universale affermativo si deve opporre ad un giudizio particolare negativo. La frase “Tutti gli uomini sono bianchi” (A, Universale Affermativa, falsa) non ha come contraddittoria “Nessun uomo è bianco”, come verrebbe subito da pensare (E, Universale Negativa, falsa anch’essa), ma “Qualche uomo non è bianco” (O, Particolare Negativa, vera). La contraddizione deve essere completa per avere la verità (universale-particolare; affermativa-negativa).
A= Adfirmo, E= NEgo, I= AdfIrmo (particolare), NegO (particolare)

Una concatenazione di giudizi forma il ragionamento.
Esistono varie concatenazioni di giudizi: il tipico ragionamento con due giudizi è il dilemma, e i due giudizi sono collegati per contrasto: Aut... Aut (o... o): o la borsa o la vita; o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra; e ancor più celebre il dilemma di Amleto: to be or not to be, essere o non essere. Per questo diciamo amletica una persona che non si decide a scegliere. Il dilemma, come si suol dire, ha due corni e bisogna sceglierne uno.

Ma il ragionamento per eccellenza è il sillogismo, composto da tre giudizi: la premessa maggiore, la premessa minore, la conclusione.
Esempio classico: Tutti gli uomini sono mortali (premessa maggiore); io sono un uomo (premessa minore); io sono mortale (conclusione… tragica).

Da premesse vere, ragionando correttamente, si giunge a conclusioni sempre vere.
Da premesse sbagliate, ragionando correttamente, si giunge a conclusioni sempre sbagliate.

Occhio alla partenza, dunque!

Specialmente in questi giorni di ferie…

venerdì 7 agosto 2009

Dio, atto puro. Aristotele (4)


















Nell’indagine razionale della realtà, Aristotele distingue anzitutto ciò che è sostanziale da cio che è accidentale.

L’aspetto sostanziale accomuna un essere ai suoi simili, le caratteristiche accidentali lo distinguono singolarmente. Lo abbiamo già visto nel post precedente.

Sembra un’analisi di poca importanza; in realtà supera di colpo il pensiero sofistico e relativistico. Se esiste un’idea comune a fondamento di ogni categoria di esseri, non ci si può fermare solo agli aspetti accidentali e mutevoli, che non modificano la struttura ontologica (cioè l'essere sostanziale).

L’uomo, ad esempio, muta nel tempo e nello spazio, ma la sua essenza non cambia; la struttura ontologica di uomo è ciò che sostiene ogni cambiamento. Infatti si dice l’uomo è piccolo, l’uomo è grande, l’uomo è vecchio, etc. Ciò che muta non è il “sostantivo” (uomo), ma gli "aggettivi".

Aristotele continua il suo studio della realtà, questa volta nel suo aspetto dinamico, nel suo divenire.

L’osservazione ci dice che tutte le cose cambiano, si trasformano, “divengono”.
È ora il divenire il fenomeno da spiegare.

Che cos’è il divenire? È il cambiamento di un essere. Tutto scorre (“panta rei”), aveva detto Eraclito. No, tutto è, aveva affermato Parmenide; nella natura niente può cambiare, poiché tutto è essere.

Evidentemente avevano esagerato entrambi: è vero che tutto è (Parmenide), ma è anche vero che l’essere cambia (Eraclito).

Aristotele riesce a spiegare il fenomeno del divenire con la scoperta di due altri principi primi della realtà: l’atto e la potenza (=possibilità).
L’atto è l’essere già realizzato, la potenza è l’essere che “può” realizzarsi.

Un uomo analfabeta in atto non sa leggere, in potenza è un letterato. Una pentola di acqua fredda in atto, in potenza è calda; e così via.

Il divenire perciò viene definito da Aristotele come il passaggio dalla potenza all’atto.

Ma per avere questo passaggio occore un essere già in atto.

L’analfabeta non imparerà a leggere senza che qualcuno gli insegni (essere in atto: un maestro, un libro); l’acqua fredda non può diventare calda, senza qualcosa che sia già caldo (il fuoco)...

Tutto ciò che si muove è perciò mosso da altro. Perché ci sia divenire, occore un essere già in atto.
Naturalmente, questo essere in atto può a sua volta essere stato mosso da un altro essere.

Ma non si può andare all’infinito, in questa catena di motori mossi da altri. Bisogna fermarsi (“anànke stènai”).
Non perché non si possa andare all’infinito numerico, ma perché anche tutto l’infinito numerico non avrebbe in sé la ragione del movimento e lo esige da un altro essere che non sia mosso da altri. Senza un primo essere non mosso da altri, non ci può essere inizio del movimento.

Occorre un Motore immobile, un Atto puro, che non sia stato cioè a sua volta una potenza di un altro essere precedente.

Occorre un Essere che sia sostanzialmente diverso dagli esseri in divenire, i quali sono tutti “atti impuri”, cioè motori che sono stati mossi da altri, e quindi misti di potenza, cioè imperfetti, perché un tempo non realizzati.

L’Atto puro, che Aristotele chiama senz’altro Dio (“o theòs”) è l’essere perfetto, in sé realizzato, non commisto con la potenza, con l’imperfezione, con il divenire. Un Motore immobile, che può muovere tutta la catena degli esseri, essendo egli diverso da tutti gli altri.

Il Libro XII della Metafisica, in pratica l’ultimo (gli altri due sono studi sui numeri) propone questa analisi impressionante sulla necessità di ammettere l’esistenza di Dio, intelligenza ordinatrice (“nous”), come era stata definita da Anassagora, Socrate e Platone.

Ma ora Aristotele ne dà una prova stringente, rigorosamente razionale. Se vogliamo “salvare le apparenze” (“sòzein tà phainòmena”), cioè il divenire del mondo, che è la cosa più evidente di tutte, bisogna ammettere un Atto puro, un Motore immobile all’inizio del movimento, sia che il movimento venga pensato all’infinito (come in realtà pensa Aristotele), sia che venga considerato finito. Non è il numero che conta, ma il tipo di essere che lo inizia.

L’Atto puro, cioè Dio, è l’essere perfetto, del tutto diverso dagli altri, unico e trascendente.

Possiamo allora concludere la metafisica di Aristotele con un'altra affermazione fondamentale, che ora apparirà chiara: “l’essere si dice in molti modi” (“tò òn lèghetai pollakòs”).

Si dice prima di tutto come Atto puro, essere perfetto; poi si dice come atto misto a potenza, cioè essere imperfetto (un essere che muove e viene mosso); infine si dice come pura potenza, cioè come semplice possibilità, che potrebbe non realizzarsi mai, se non ci sono le condizioni.

Tutta questa scala appartiene alla categoria dell’essere: Dio è, l’uomo è, la possibilità è.

Ma ognuno di questi esseri non è identico agli altri; però si rassomiglia, è cioè “analogo”.
Si va dall’Essere perfettamente realizzato alla pura possibilità, che però non è il semplice nulla, poiché può divenire qualcosa, mentre il nulla non ha senso.

Per questo possiamo usare per tutti il verbo essere.

Con pochi ritocchi, il più grande discepolo di Aristotele, Tommaso d’Aquino, inserirà questa splendida pagina di metafisica nella concezione cristiana di Dio.

Per un ateo invece sarà un problema sottrarsi alle domande poste da Aristotele, e alle sue risposte di ragione.

mercoledì 5 agosto 2009

La metafisica. Aristotele (3)




Il filosofo ricerca le cause prime della realtà.

Fedele a questa affermazione Aristotele si pone anzitutto il problema dell’essere.

L’essere viene studiato sotto diversi aspetti. Ad esempio, la medicina studia l’essere in quanto ammalato o sano; e ogni altra disciplina o arte si interessa all’essere nel proprio settore specifico.

Il filosofo studia l’essere nei suoi supremi modi di esistere. Studia l’essere in quanto essere.

Questo studio è stato chiamato metafisica; non da Aristotele però (lui lo chiamò “filosofia prima”), ma dai suoi commentatori ed è rimasto un termine definitivo.
È l’essere “oltre la fisica” (metà tà physikà), è l’essere nei suoi primi principi.

E quali sono questi principi primi dell’essere?

I primi due che individua sono la “sostanza” e gli “accidenti”.

Aristotele osserva che ogni essere ha caratteristiche comuni con i suoi simili, e caratteristiche individuali che lo distinguono da ogni altro. Socrate, ad esempio, è uomo come Platone, ma come individuo è diverso da lui e da qualunque altro essere.

Ogni essere deve perciò anzitutto avere un principio che lo rende uguale ad altri esseri.

Questo principio è la sostanza. In Socrate, ad esempio, la sostanza è la sua humanitas, l’essere uomo, animale ragionevole, che lo rende in tutto identico a Platone e a qualunque altro uomo.
Sostanza non vuol dire il materiale con cui un essere è fatto, ma il principio primo che lo determina nel suo essere, che sostiene il tutto (sub-stantia, che sta sotto all’essere visibile), ciò che fa sì che un essere sia quello che è (un uomo è un uomo e non un cavallo); è un’idea universale, incarnata con delle caratteristiche individuali.

Le caratteristiche individuali in cui un’idea universale si è concretizzata sono denominate da Aristotele accidenti. Gli accidenti sono fattori casuali, che potrebbero essere anche in altro modo senza modificare la sostanza; sono caratteristiche “accidentali”, appunto, come piccolo, grande, bianco, nero, sano, malato…

Nell’indagine aristotelica, che tiene conto dei modi in cui queste caratteristiche si presentano nel nostro linguaggio, gli accidenti sono individuati in numero di nove, e sono questi: qualità (ad es. buono, cattivo, sano), quantità (grosso, piccolo), tempo (ieri, oggi), luogo (qui, là), modo di essere in un luogo (seduto, alzato), azione (uccidere), passione (cioè subire un’azione, essere ucciso), relazione (a destra, a sinistra), habitus (cioè abitudine: buono come modo abituale, cattivo, come modo abituale).

Ogni essere perciò ha un principio fondamentale che lo costituisce nella sua essenza, e delle caratteristiche particolari che lo distinguono dai suoi simili.

Si noti la grandezza di questa conclusione. L’uomo è sempre uomo, cattivo o buono che sia, bello o brutto, di destra, di centro o di sinistra…

L’idea di uomo non è mai annullata dai suoi accidenti, anche se questi fossero tutti negativi.