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mercoledì 10 giugno 2015

L'Europa che non mi piace





Questa Europa non mi piace più.

Consideravo l’Unione Europea un’utopia, poi  un’idea affascinante,  infine una realtà a portata di mano. Tutto questo tra gli anni ‘60 e il 2000.

Mi ricordo ancora i primi temi d’italiano sull’argomento, da liceale. Non sapevo quasi cosa scrivere, tanto mi sembrava impossibile l’eliminazione delle barriere tra francesi  e tedeschi, italiani e austriaci, nord e sud Europa. Non parliamo poi di est ed ovest.

Poi il '68 ha aperto nuovi orizzonti, grazie ai movimenti studenteschi, ai viaggi nelle varie nazioni, magari in tenda e in sacco a pelo, con il nostro broken English o un français comme ci comme ça, che comunque ci permetteva la sopravvivenza materiale, e qualche piacevole avventura.

La mia meraviglia nel constatare che mezza Europa parlava invece il tedesco; ho capito allora che l’impero asburgico in 500 anni aveva già fatto un notevole lavoro di sintesi...

Ma con l’inglese, e con i giovani, c’era sempre modo di intendersi. Do you speak English? Where do you come from? erano le due espressione più gettonate del periodo e permettevano di iniziare una qualche conversazione, tra errori (orrori) grammaticali e simpatici strafalcioni di pronuncia. Gli scandinavi e gli olandesi, invece, parlavano un inglese fluente. 
Con i francesi la cosa migliore, se potevi, era tentare di parlare en français. Avevi subito la loro attenzione.

Esperienze affascinanti, in cui anche la musica ha avuto il suo valore. Per i Beatles, Rolling Stones, Deep Purple, Bee Gees, Queen, Pink Floyd, altre band e singoli singers, se volevi capire qualcosa, dovevi masticare un po’ d’inglese.

Con l’arrivo di Internet l’idea di Europa sembrò addirittura piccola. Ora si pensava nell’ordine della connessione mondiale.

Quando l’Unione Europea è stata ufficialmente costituita, mi ha trovato perciò pienamente convinto. Anche la moneta unica rientrava in quest’ordine di idee.

Dopo il 2000  sono venuti fuori i primi dubbi, le prime diffidenze.

L'Europa mi è sembrata sempre più un'associazione di banchieri e di burocrati, senza riferimenti alle radici culturali che l’hanno formata, principalmente quelle cristiane.

Ora poi sono ritornate in piena funzione le frontiere. I migranti che sbarcano in Italia sono respinti ai confini di Stato dalle altre nazioni.

Il parlamento europeo ha stabilito proprio ieri che non esiste un solo tipo di famiglia, ma ci sono altri tipi di famiglie: gay, lesbo, trans, equiparate alla prima. Cioè, l’Europa mi vorrebbe far credere che i bambini possono avere due babbi, due mamme, oppure né babbo né mamma, per diritto.

Ma per favore!

L’Europa dei banchieri e dei burocrati, l’Europa che chiude le frontiere a chi ha bisogno,  l’Europa che vuole imporre una morale aliena, togliendo ai bambini il diritto naturale di avere un padre e una madre, non è la mia Europa.

Voglio scendere.


La tremenda invettiva di Rigoletto nei confronti di coloro che hanno portato al disonore sua figlia Gilda ("Cortigiani, vil razza dannata") mi pare un degno commento alla delibera del parlamento europeo di ieri.

Con la voce del grande baritono Renato Bruson.



giovedì 10 ottobre 2013

Dal mi basso al do acuto. 200 anni di Verdi




Negli ultimi 200 anni tante cose sono cambiate nel mondo, e ovviamente anche in quello della musica.

Altre invece sono ancora lì, intramontabili, bellissime, più moderne che mai.

Come molte opere di Giuseppe Verdi (10 ottobre 18013 - 27 gennaio 1901).

Probabilmente i più non hanno oggi la pazienza di ascoltare una sua opera per intero, a parte forse l’Aida all’Arena di Verona.

Ma è altrettanto difficile trovare qualcuno che non abbia nelle orecchie almeno qualche brano di musica verdiana, e non solo il “Va’ pensiero”...

Non starò a fare il bilancio di quanto rimane della musica del Cigno di Busseto. È un bilancio grandemente in attivo, e lo spread con il suo rivale e coetaneo tedesco Wagner è quanto meno alla pari.

Verdi ha illuminato di drammatica bellezza musicale due secoli interi. 

Le più belle voci, maschili e femminili, si sono cimentate sulle sue note, dal basso profondo (il Mi grave del Grande Inquisitore nel Don Carlos) ai Do acuti (Manrico nel Trovatore, per tradizione; Gilda nel Rigoletto, e nel gorgheggio è previsto anche il Do diesis e il Re, e oltre; Aida in "O Patria mia", etc.). 
Non solo voci, ma grandissimi personaggi che hanno incantato le platee, le gallerie e i loggioni dei teatri di tutto il mondo: Callas, Tebaldi, Caballé, Price, Sutherland, Bergonzi, Del Monaco, Pavarotti, Domingo, Cappuccilli, Bruson, Ghiaurov..., senza parlare di Tamagno, Caruso e Gigli.
Le più celebri "bacchette" hanno diretto i suoi spartiti; per citarne alcuni, Toscanini, De Sabata, Solti, Von Karajan, Claudio Abbado, Muti, con le più famose orchestre, da quella della Scala ai Berliner, dai Wiener alla London Symphony Orchestra, dall'Orchestre de Paris alla Chicago Symphony Orchestra...

L’elenco sarebbe sterminato. A me, per esempio, piace in modo particolare l’interpretazione di Rigoletto del grande baritono Giuseppe Taddei. In “Cortigiani, vil razza dannata”, quella parola “dannata” viene cantata come un ghigno  (non previsto dalla partitura); un tocco geniale.

La nascita di un artista, anzi di un genio artistico come Verdi, non può che essere una manifestazione dell’opera creatrice di Dio.
Mi piace perciò mettere sotto la protezione della Madre di Dio e degli Angeli questo giorno memorabile.

Da “La forza del destino”, la bellissima preghiera “La Vergine degli Angeli”

La voce solista è quella inconfondibile e affascinante di Leontyne Price.


L'altra notte in fondo al mare...




A Lampedusa ieri è arrivata finalmente l’Europa, con il presidente Barroso.

Qualcosa sembra muoversi nei meccanismi dell’Unione.

L’Europa dei banchieri e dei burocrati questa volta non ha potuto far finta di niente.
Troppo grande è stata la tragedia; e tutti se ne stanno accorgendo, via via che i poveri corpi dei dispersi dal fondo del mare vengono riportati a riva e allineati in una delle interminabili file di casse da morto.

“L’altra notte in fondo al mare”...

Vengono subito in mente, anche se in altro contesto, le drammatiche parole e le note angosciose del “Mefistofele” di Arrigo Boito (che fu anche il grande librettista degli ultimi due grandi capolavori di Giuseppe Verdi, "Otello" e "Falstaff"; e oggi è il 200° della nascita di Verdi).

Le voglio qui riportare, con la voce sublime di Maria Callas.

Nulla lega a prima vista le vicende descritte nel Mefistofele, che sono poi quelle del Faust di Goethe (con qualche libertà letteraria di Boito), con la tragedia di Lampedusa.

Eppure qualcosa a mio parere le unisce. Sia nella fantasia di Boito/Goethe che nella vicenda del naufragio non è mancata di certo l’opera di Mefistofele, di Satana.

Ma siamo certi che, come nel Mefistofele, così anche nell'orribile fatto di Lampedusa non sarà Satana ad avere l’ultima parola.

Nonostante tutto, sarà il bene alla fine a vincere.



venerdì 4 ottobre 2013

Un canto di addio per i morti di Lampedusa




Tutto diventa piccolo e quasi insignificante di fronte all’immane tragedia di ieri notte nel mare di Lampedusa, dove hanno perso la vita più di trecento profughi in un barcone partito dalle coste libiche.

Allo sgomento per la perdita di tante vite umane si unisce lo sconforto per la completa latitanza dell’Europa davanti a questo autentico esodo biblico dai paesi africani, sia per motivi di guerra, sia per motivi di fame sia per motivi politici, e perfino religiosi.

Le coste italiane sono la parte estrema dell’Europa, e fino a prova contraria l’Italia è parte integrante dell’Unione Europea. Nessuna nazione che faccia parte dell’Unione può lavarsi le mani (insanguinate) di fronte a questo quotidiano stillicidio di disperazione e di morte.

La tragedia di ieri notte ha fatto traboccare il vaso della vergogna. E proprio la parola “Vergogna!” è stata quella usata da Papa Francesco per descrivere questo disastro.

È l’ora di intervenire, nei modi e con i mezzi che sono più idonei, per soccorrere le popolazioni africane, costrette a fuggire da guerre fratricide e da situazioni di insostenibile miseria.
Da sola l’Italia non può arginare questa marea umana, che va frenata e fermata con aiuti opportuni (e con interventi decisi sui governi colpevoli) nei luoghi di origine, venendo così arginato il flusso di queste carrette di morte.

Si porrebbe inoltre fine alle false speranze di benessere in coloro che riescono a mettere piede nel suolo italiano.

Di fronte a questo lutto, e per onorare il sacrificio di questi migranti africani, facciamo risuonare la voce di Leontyne Price, il più grande soprano nero del XX secolo e una delle mitiche interpreti dell’Aida di Verdi.

Anche Aida è immaginata africana, figlia di re ridotta in schiavitù dalla guerra. Cercava il riscatto nell’amore, ma lo poté trovare solo nella morte insieme all’amato Radamès.

La Price, con i suoi straordinari acuti (fino al do), accompagni nel più alto dei cieli gli sfortunati naufraghi di Lampedusa.

Dall’Aida di Giuseppe Verdi, “O patria mia, mai più ti rivedrò”.


mercoledì 28 novembre 2012

Il vascello fantasma, ovvero l'Italia oggi




Il mese di novembre si avvia alla conclusione lasciandosi dietro nubi, acquazzoni, temporali, trombe d’aria, allagamenti, disastri ambientali, morti e dispersi.
Ai danni della natura si aggiungono quelli ad opera dell’uomo, con la sua arrogante pretesa di poter fare ciò che vuole e come vuole, senza il rispetto di alcuna regola, né di etica nè di buon senso.
Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti: cielo grigio su, foglie gialle giù, e ancor più a terra il morale della gente, sballottata tra forte sfiducia e flebile speranza.
Mi pare opportuno postare in questo quadro l’ Ouverture del "Vascello Fantasma" (1843) di Richard Wagner. Del resto sono già iniziati  tra i melomani i festeggiamenti per il 2° centenario della sua nascita, così come per Giuseppe Verdi (ambedue i titani dell'opera sono nati nel 1813).
Il melodramma è denominato più propriamente L’Olandese volante, ma è un titolo che può ingannare. In realtà si tratta di una cupa tragedia. Il capitano della nave olandese ha imprecato contro Dio in una tempesta ed è  costretto a subirne il castigo, dovendo vagare all’infinito per gli oceani, finché in uno dei suoi attracchi settennali ad un porto non troverà una donna che con il suo amore fedele ed eterno lo liberi da questo destino e lo salvi.
L’Olandese troverà questo amore puro e immenso nella giovane Senta che, affascinata dalla vicenda, desidera salvarlo. E lo farà, giurandogli eterno amore e morendo in mare per lui.
Una storia cupa, che ha però nella redenzione il suo finale; una redenzione ottenuta da un amore incondizionato, fino al sacrificio di sé.
Ho scelto di postare solo l’inizio dell’Ouverture; ma vi sono concentrati i due temi (Leitmotive) portanti: il drammatico destino del vascello fantasma dell’Olandese, sballottato dalle onde e preda dei venti, e il dolcissimo tema dell’amore puro e fedele di Senta.

 

mercoledì 30 maggio 2012

Sollèvati, Emilia! Si ridesti il leone...



Il tremento terremoto che ha squassato la generosa terra emiliana, facendo 16 vittime, 350 feriti, migliaia di sfollati e incalcolabili danni economici, non deve piegare il suo popolo fiero e coraggioso.
Non una marcia funebre, ma un inno di battaglia voglio proporre come mio tributo alla ripresa della regione.
Non possiamo che prenderlo dal suo figlio più illustre, il Cigno di Busseto, Giuseppe Verdi.
Dall’ Ernani  il Coro “Si ridesti il Leon di Castiglia”.
La battaglia contro l’oppressore questa volta non si può combattere con la spada; ma occorre il medesimo coraggio di Ernani e della sua gente per ritornare a vivere da uomini liberi, non più schiavi della paura.

“Siamo tutti una sola famiglia/pugnerem colle braccia, co’ petti;
schiavi inulti più a lungo e negletti/non sarem finché vita abbia il cor”.
 “Sorga alfine, radiante di gloria/sorga un giorno a brillar su di noi;
sarà Iberia feconda d’eroi/dal servaggio redenta sarà!”

Invece di Iberia, mettiamoci pure la parola Emilia.
Si ridesti il leon dell’Emilia!




Ernani, Atto III

... un patto, un giuramento.
(Tutti si abbracciano, e nella massima agitazione traendo le spade prorompono nel seguente inno.)
Coro
Si ridesti il Leon di Castiglia
e d'Iberia ogni monte, ogni lito
eco formi al tremendo ruggito,
come un dì contro i Mori oppressor.
Siamo tutti una sola famiglia,
pugnerem colle braccia, co' petti;
schiavi inulti più a lungo e negletti
non sarem finché vita abbia il cor.
Morte colga o n'arrida vittoria,
pugnerem, ed il sangue de' spenti
nuovo ardir ai figliuoli viventi,
forze nuove al pugnare darà.
Sorga alfine radiante di gloria,
sorga un giomo a brillare su noi...
sarà Iberia feconda d'eroi,
dal servaggio redenta sarà.

(F. M. Piave)


giovedì 26 gennaio 2012

È carnevale. "Tutto nel mondo è burla"



Siamo in tempo di Carnevale, ma pochi hanno voglia di scherzare.

Nonostante tutto, non possiamo perdere in questo periodo lo spirito carnascialesco; tanto più che anche i fatti più drammatici di questi giorni hanno mostrato alcuni aspetti quasi comici.

Ad esempio, il dialogo tra i comandanti Schettino e De Falco è qualcosa che neppure la fantasia surreale di Pirandello o di Joyce avrebbe potuto immaginare. Nessuno ha potuto trattenere un sorriso di fronte a battute come: “Non vuol tornare sulla nave? E che fa, vuol tornare a casa, con questo buio?” “Torni a bordo, cazzo!”
Ed anche il comandante Schettino, subito dopo l’impatto con lo scoglio, sembra abbia detto: “Cazzo! non l’avevo visto!” (e che guardava?)

Meno tragicomico, ma sempre un po’ surreale di questi tempi, è l’arrivo del postino. Prima ci si lamentava che non arrivava mai; ora ci lamentiamo se arriva troppo spesso. Quando suona il companello, vengono subito alla mente, con riflesso pavloviano, le cartelle di Equitalia. Se poi suona due volte, allora l’infarto è assicurato: insieme ad Equitalia c’è di sicuro anche l’Agenzia delle Entrate.

Ai distributori di benzina, se non fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. C’è un benzinaio vicino a casa mia che, da quando Monti ha aumentato le accise, aumenta implacabilmente ogni mattina il prezzo, qualunque sia l’andamento del mercato. Ora ha raggiunto quasi quota 1,9.  Per approvvigionarmi sono così costretto a fare un paio di chilometri, e trovare un altro distributore ancora nel range di 1,7. Tra andare e tornare, l’euro risparmiato se n’è andato in polvere (sottile), CO2 e altri elementi di niuna utilità.

E non sono tragicomici i nostri politici? Finora litigavano su tutto, a prescindere, per dirla con Totò. Ora invece sono d’accordo su tutto; anzi, non si fanno sentire proprio, sono scomparsi nel nulla. Stanno dimostrando cosa significhi un buco nero: un ammasso vuoto, di pesantissimo costo.

E allora consoliamoci con le note finali del Falstaff (1883) di Giuseppe Verdi (1813-1901), che disegnano con impressionante vivezza questo nostro mondo, in cui la burla si intreccia con il dramma in modo inscindibile. Bisogna perciò saper guardare la realtà con occhi un po’ disincantati e con un pizzico di autoironia.

Come noto, il Falstaff è l’ultima opera di Verdi ed è un’opera buffa. Sembra incredibile che il Cigno di Busseto abbia potuto concludere la sua attività di musicista tragico con una commedia.

Ma è proprio qui la grandezza di Verdi: al termine della vita sa guardare con occhi più sereni e disincantati al variegato mondo umano, con i suoi pregi e i suoi difetti, al riso e al pianto, al dramma e alla burla.

“Tutto nel mondo è burla”. Con questo spettacolare e affascinante finale, trattato in forma di fuga, Verdi conclude il suo Falstaff, cogliendo perfettamente lo spirito shakespeariano. Merito anche di un librettista- scrittore come Arrigo Boito. Il mondo è una ribalta, e noi siamo gli attori, a volte tragici, a volte comici, a volte grotteschi.

Il tema della fuga è introdotto da Falstaff, viene poi ripreso dai vari personaggi e da tutto il coro, con un impressionante crescendo, di tipo rossiniano, in un caleidoscopico intrecciarsi di voci e di suoni. Anche l’orchestra infatti è parte attiva, il personaggio in più, che amalgama e dialoga con le altri parti.

Verdi aveva 80 anni quando compose questo capolavoro, che sembra scritto da un genio giovanile.

Un insegnamento anche questo. Se non si perde il senso dell’humor, il mondo sopravviverà.

Il brano è eseguito dall’Orchestra e Coro del Maggio Fiorentino, diretti da Zubin Metha.
Nella parte di Falstaff il baritono Ruggero Raimondi, e in quella di Alice Ford il soprano Barbara Frittoli.

mercoledì 2 novembre 2011

Le trombe del giudizio




Nel giorno dedicato alla Commemorazione dei Defunti mi pare appropriato onorarli con una preghiera.

Viene subito in mente il Requiem, musicato da tanti grandi compositori.

Tutti conosciamo quello di Mozart e quello di Verdi, e non sappiamo forse quale preferire.

Per molti il film “Amadeus”, con la leggendaria (e truce) committenza di Antonio Salieri, aggiungerà un motivo in più per preferire l’opera di Mozart.  

Ma il Requiem di Mozart non ha bisogno di “leggende nere” per essere ammirato nel suo fidiaco equilibrio e nell’intenso pathos che lo caratterizza nel profondo.

Il Requiem di Giuseppe Verdi è certamente meno unitario, un po’ più dispersivo, e il pathos diventa romantica drammaticità, con qualche debito verso il  melodramma.

Ma l’opera rimane sublime e rappresenta il suo capolavoro. Ci sono poi alcuni momenti in cui l’arte domina in modo assoluto e insuperato.

È il caso del Dies Irae, e non solo nel suo "tremendo" inizio, ma anche in altri versetti, come il “Tuba mirum spargens sonum”.

Pochi sanno trattare l’impiego della tromba nell'orchestra come Verdi. Non certo Mozart, che quando ne sentiva il suono, sveniva...

Sono le trombe del Giudizio Universale. Prima lontane (fuori dell’orchestra), poi sempre più vicine (nell’orchestra), con un formidabile crescendo fino all'esplosione di suoni e voci di tutto l'organico orchestrale e corale.

Tuba, mirum spargens sonum per sepulchra regionum, coget omnes ante tronum. 

Una  tromba, diffondendo un suono mirabile per i sepolcri della terra, radunerà tutti davanti al trono di Dio.

Un brano "michelangiolesco".


giovedì 26 maggio 2011

Omaggio alla Vergine Madre. Dante-Verdi



Il “maggio odoroso” volge al termine.

È un mese nel quale il popolo cristiano ricorda con particolare devozione la Madonna.

La corona del Rosario è il modo più semplice (e a portata di mano di tutti…) per onorare la Madre di Dio. Mi piace far scorrere i grani tra le dita, magari in solitudine, bisbigliando con un soffio di voce: Ave Maria…

Ma innumerevoli sono i modi per onorare la Madonna, e gli artisti di ogni epoca hanno fatto quasi a gara per offrirle il fiore più fragrante.

Dante ha scritto forse la più bella preghiera a Maria, che oggi è diventata un inno liturgico: 
“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”.  È l’inizio dell’ultimo canto del Paradiso, come tutti sanno.

Pochi invece sapranno che Giuseppe Verdi (1813-1901) ha messo in musica le prime terzine di questa preghiera dantesca, ottenendo così un bellissimo mottetto a quattro voci bianche (soprani I-II, contralti I-II) a cappella, cioè senza accompagnamento di strumenti. 
Oggi il mottetto viene eseguito normalmente da cori femminili.

“Laudi alla Vergine Maria” fa parte dei “Quattro pezzi sacri”, che Verdi pubblicò tre anni prima di morire, nel 1898.

Più volte nelle sue opere il grande musicista mostra l’amore verso la Madonna, con brani stupendi; basterà ricordare “La Vergine degli Angeli”, nella Forza del Destino, e l’ “Ave Maria” di Desdemona, in Otello.

Ma i Quattro pezzi sacri sono un testamento spirituale vero e proprio: Ave Maria, Stabat Mater, Laudi alla Vergine Maria, Te Deum.

In particolare fa impressione per la sua scrittura proprio il mottetto “Laudi alla Vergine Maria”.
Polifonia pura, come Palestrina, scritta dal Cigno di Busseto che ha dedicato la sua vita al melodramma e alla musica orchestrata.

Un ritorno alle origine più pure della musica.

Verdi affermò che avrebbe dato tutta la sua musica per l’inno gregoriano “Vexilla Regis”, un suggestivo canto monodico del VI-VII secolo, di Venanzio Fortunato.

Alla fine si comprende sempre ciò che veramente vale. E Verdi, che aveva composto la grandiosa Messa di Requiem per il Manzoni, per le sue esequie non volle musica.

Solo il silenzio.

Il suono incomparabile del silenzio.



Laudi alla Vergine Maria

Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti si, che’l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo nell’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate e giuso, intra i mortali
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate (Par. XXXIII, 1-21).
Ave. Ave.

lunedì 6 settembre 2010

Pavarotti. Una voce che sale fino a Dio



È il momento della grande lirica.

Molti riscoprono il fascino del "bel canto" e dell'opera, che ha avuto nei musicisti italiani i più grandi compositori.

Non starò a farne l'elenco, perché bisognerebbe cominciare dal secolo XVI, visto che il melodramma è nato proprio in Italia, a Firenze, con la Camerata dei Bardi.

Ma l'Italia non ha avuto solo i più grandi compositori; l'Italia può vantare anche i più grandi interpreti, specialmente maschili; soprattutto tenori.

Oggi, 6 settembre, ricordiamo il grande Luciano Pavarotti nel 3° anniversario della sua scomparsa (6 settembre 2007).

E lo voglio ricordare quasi all'inizio della sua avventura musicale.

Nel 1966 il maestro per eccellenza di allora, H. Von Karajan, lo volle alla Scala di Milano come interprete della Bohème di Puccini.

Dopo il grande successo di questo giovane tenore, Von Karajan lo chiamò ancora l'anno seguente alla Scala per la Messa di Requiem di Verdi. Era la commemorazione di Arturo Toscanini.

Di quella straordinaria esecuzione propongo l'aria di tenore del Dies Irae, il ben noto "Ingemisco".

Nel 1967 Pavarotti la cantò per commemorare Toscanini. Oggi la sua voce stupenda ricorda a tutti noi chi era big Luciano; e le parole che egli canta sono un'accorata e pressante invocazione a Dio, affinché non lo cacci tra i reprobi, ma lo accolga tra gli eletti.

Dio ha perdonato al ladrone e a Maria Maddalena.

Non può lasciare fuori dal Paradiso una voce così bella, che implora di essere accolta con una scala di note finali che giungono al Si bemolle acuto, tenuto a piena voce...

No, non può.



Ingemisco

Ingemisco, tamquam reus,
culpa rubet vultus meus
supplicanti parce, Deus.

Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.

Preces meae non sunt dignae,
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne.

Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.


Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa si arrossa il mio volto;
perdona chi ti supplica, o Dio.

Tu che hai perdonato Maria [Maddalena]
tu che hai accolto il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.

Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, benignamente
fa' che io non bruci nel fuoco eterno.

Dammi un posto fra le pecorelle,
e tienimi lontano dai capri,
ponendomi alla tua destra.

giovedì 19 agosto 2010

La fede di Francesco Cossiga



Oggi si svolgeranno i funerali di Francesco Cossiga, in forma privata, a Sassari.

Non voglio parlare della sua figura di politico e di statista, certamente grande.

Voglio qui ricordare solo la sua ferma fede di cattolico.

Ha detto poco prima di morire, in piena consapevolezza: "Ora mi presento davanti a Dio, che giudicherà con giustizia le mie azioni". 

Davanti al tribunale di Dio nessun segreto resterà tale: tutto sarà svelato.

Un giudizio infallibile, senza dietrologie umane né linguaggio politichese, che del resto a Cossiga non piaceva. 

Solo il linguaggio netto e crudo del Dies Irae, perfettamente reso dalla drammatica e stupenda musica di Giuseppe Verdi.


Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.

Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet, apparebit:
nil inultum remanebit.


Sarà portato un  libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
per cui il mondo sarà giudicato.

Pertanto,  quando il Giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà impunito.


lunedì 9 agosto 2010

Addio al passato, con la musica di Verdi



La grande musica, come ogni opera d’arte, “vince di mille secoli il silenzio”, per usare un’espressione foscoliana.

L’orecchio moderno, benché inquinato da musiche assordanti e voci sgraziate, quando sente risuonare brani stupendi e ugule d’oro, rimane incantato.

Ecco perché molti oggi cominciano a riscoprire la musica classica e l’opera.

L’Italia ha molto da insegnare a questo riguardo.

Si può dire che la musica è “made in Italy”, sia nell’alfabeto con cui viene scritta (Guido d’Arezzo), sia nell’origine di molti suoi generi, tra cui il melodramma, iniziato a Firenze dalla “Camerata dei Bardi”, alla fine del 1500.

Non si può, ad esempio, rimanere indifferenti di fronte all’ “Addio del passato”, l’aria da soprano cantata da Violetta ne “La Traviata” (1853) di Giuseppe Verdi.

È la prima scena del III e ultimo atto. Violetta è sul suo letto di morte, divorata dalla tisi.

Il suo tristissimo e dolcissimo canto è preparato da un “parlato”, accompagnato dal suono del violino solista: Violetta legge la lettera del padre dell’amato Alfredo, in cui si dice che ogni equivoco è stato ormai chiarito e Alfredo sta per tornare da lei.
Ma ormai è tardi.

L’incontro avverrà, ma sarà anche la fine della “signora delle camelie”.

Amore e morte. Credo che il romanticismo raggiunga qui una delle vette più sublimi.
Il capolavoro di Alexandre Dumas figlio non poteva avere una colonna sonora più adeguata.
Anzi, la musica di Verdi ha reso ancor più celebre il dramma di Margherita/Violetta e Armando/Alfredo.

L’allestimento simbolico nel video postato può lasciare un po’ perplessi.

Ma non lascia dubbi l’intepretazione di Anna Netrebko.

Direi, perfetta.

venerdì 30 luglio 2010

Il momento del lutto



Un tragico destino di morte ha accomunato in questi giorni Giulia Minola e i due militari  Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis.

Giovani vite spezzate: la ragazza, mentre cercava con entusiasmo di raggiungere il luogo del concerto della sua musica preferita, i due commillitoni nel compimento del loro dovere di peacekeeping in Afganistan.

Un destino crudele, che però deve far riflettere tutti.
Un destino che è frutto di colpevole disorganizzazione da una parte e di odio dall'altra.

Esprimo con la drammatica e mirabile Ouverture de "La Forza del Destino" di Giuseppe Verdi la mia partecipazione a questo grande lutto.


lunedì 14 giugno 2010

Così batteremo il Paraguay. A martellate (sportive)



Stasera l'Italia affronta il Paraguay nella partita di esordio per il Campionato Mondiale di Calcio 2010 del Sud Africa, a Città del Capo.

Speriamo ovviamente nella vittoria dei nostri.

Ci vuole per questo un "trovatore" del goal: Iaquinta, Gilardino, De Rossi..., ma va bene anche Chiellini.

Il Coro del Trovatore mi pare perciò di buon auspicio. Come nel coro zingaresco verdiano, anche la nostra squadra dovrà prendere il Paraguay a "martellate" (sportive, s'intende).

In bocca al lupo, e vinca il migliore, cioè l'Italia, Campione del mondo in carica (non dimentichiamolo!).



domenica 25 aprile 2010

Un altro modo per festeggiare il 25 Aprile




Il Coro degli Zingari, nell’opera Il Trovatore (1853) di Giuseppe Verdi, è un brano notissimo.

Noi lo postiamo per due motivi.

Anzitutto per la sua ruvida bellezza, come si addice ad un gruppo di zingari che improvvisano un canto.

In secondo luogo perché il protagonista dell’opera è il trovatore Manrico, creduto figlio della zingara Azucena. E il melodramma descrive, da una parte, i pregiudizi e le persecuzioni nei confronti degli zingari, e dall’altra, il loro fortissimo temperamento e i loro saldi affetti familiari.

In fondo Giuseppe Verdi ci dà una lezione anche di umanità.

L’orrendo pregiudizio, che aveva portato la madre di Azucena al rogo come strega, sarà la causa del tragico finale, nel quale tutti i protagonisti saranno vittime.
Anche il Conte di Luna, che scoprirà di aver fatto morire non il rivale in amore e figlio della zingara Azucena, ma in realtà suo fratello stesso.

Mi pare che quest'opera abbia qualcosa da insegnarci anche oggi...



Molto efficace la direzione di  Giuseppe Sinopoli

Coro degli Zingari

Vedi! Le fosche notturne spoglie
De' cieli sveste l'immensa volta;
Sembra una vedova che alfin si toglie
I bruni panni ond'era involta.
All'opra! all'opra!
Dàgli, martella.
Chi del gitano i giorni abbella?
La zingarella!

Uomini
(alle donne, sostando un poco dal lavoro)

Versami un tratto; lena e coraggio
Il corpo e l'anima traggon dal bere.

(Le donne mescono ad essi in rozze coppe)

Tutti
Oh guarda, guarda! del sole un raggio
Brilla più vivido nel mio/tuo bicchiere!
All'opra, all'opra...
Dàgli, martella...
Chi del gitano i giorni abbella?
La zingarella!

mercoledì 17 febbraio 2010

Polvere e cenere...



Nel Mercoledì delle Ceneri ci viene ricordata la nostra reale consistenza umana: siamo polvere e in polvere torneremo.

Un pizzico di cenere nel capo vale più di un lungo sermone o di un trattato di filosofia analitica.

Voglio ricordare a me stesso, da credente, che davanti a Dio "un libro scritto sarà portato, in cui tutto è contenuto, per il quale il mondo sarà giudicato. Quando dunque il giudice si siederà, qualunque cosa nascosta sarà svelata, niente rimarrà impunito":

Liber scriptus proferetur, in quo totum continetur, unde mundus iudicetur. Judex ergo cum sedebit, quidquid latet, apparebit: nil inultum remanebit.

Sono le parole che canta il grande contralto polacco Ewa Podleś, nella Messa di Requiem di Giuseppe Verdi.

Siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare la voce del soprano. In questa particolare occasione la voce scura e potente del contralto, in uno dei versetti più drammatici del Dies Irae, mi pare assai indicata.

Per la precisione, il versetto è scritto per il mezzo-soprano; la partitura prevede infatti un la bemolle acuto tenuto per 4/4 sulla vocale “e” di “iudicetur”.

Ma la Podleś lo affronta a piena voce.

La voce del giudizio divino, potente e affascinante.

mercoledì 16 dicembre 2009

Lo scemo del villaggio?




Sono dell’opinione che l’attentato a Silvio Berlusconi, il 13 dicembre scorso in Piazza Duomo a Milano, anche se opera di una mente psicolabile, sia un fatto di particolare gravità.

Oltre al gesto in sé stesso, quello di lanciare in faccia ad una persona un oggetto di pietra acuminato, atto ad offendere e ad uccidere, i motivi di preoccupazione sono molti.

Anzitutto perché l’azione criminosa è diretta ad un Capo di governo. Colpisce perciò anche la maggioranza degli italiani che, piaccia o meno, ha espresso nel voto la propria volontà. Un colpo in faccia alla democrazia.

Il gesto avviene dopo una lunga campagna di demonizzazione del premier. Inutile usare eufemismi: demonizzazione è la parola giusta.
La politica vive del confronto e talora dello scontro di idee. Questo è il sale della democrazia. Chi ha più argomenti li faccia valere.
Ma nei confronti di Berlusconi è evidente da tempo una lotta “ad personam”, un “accanimento terapeutico” di offese senza fine.
Questa “reductio ad unum”, questa spregiudicata riduzione della lotta politica contro una sola persona, l’ha trasformato in un simbolo negativo senza volto, in un bersaglio. Qualcuno alla fine ha preso la mira.

Non è lo scemo del villaggio, Massimo Tartaglia.
Anche se quasi tutti i politici hanno cercato di far passare quel gesto come l’azione di un folle, il web, che non usa certo i paludamenti del linguaggio politichese, ha esaltato il fatto e l’autore. “Santo subito”; “dieci, cento, mille Tartaglia”; senza parlare delle solite offerte di matrimonio…

Sono rimasto sconcertato anche dal fatto che l’arma impropria usata per colpire Berlusconi sia un oggetto religioso, la miniatura del Duomo di Milano.
Quando uno è pronto ad uccidere o a ferire gravemente non va tanto per il sottile. Ma usare un oggetto in certo senso sacro dà la misura della miseria umana a cui siamo giunti. Il Duomo di Milano ha tante guglie aguzze, e quindi l'ideale per far male...

Ma si può anche pensare che la guglia della Madonnina, usata a sproposito, abbia invece salvato Berlusconi da danni irreparabili.

Altri parleranno di caso, di fortuna, di destino.

E allora ascoltiamo la stupenda Ouverture de La Forza del Destino, di Giuseppe Verdi, diretta da Riccardo Muti.

sabato 10 ottobre 2009

Per le vittime di Messina. Giuseppe Verdi



Oggi, alle 10, 30 nella Cattedrale di Messina, saranno celebrate le solenni esequie per le vittime del disastro del 1 ottobre scorso: 28 morti, ai quali si dovranno forse aggiungere gli 8 dispersi.

Oggi c’è spazio solo per la preghiera e per l’umano cordoglio.

E lo facciamo con il Dies Irae della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi, nel giorno in cui si ricorda anche la nascita del grande musicista italiano.


sabato 3 ottobre 2009

Omaggio alle vittime del disastro di Messina



Il territorio di Messina ancora una volta ha subito una terribile devastazione.

Non il terremoto, ma lo smottamento di un’enorme massa di terra che insieme all’acqua torrenziale ha travolto tutto, lasciando distruzione e morte.

Il tragico bilancio provvisorio parla di 18 vittime, decine di feriti e di dispersi. Alcuni paesi, come Giampilieri e Scaletta Zanclea, sono completamente devastati.

Una sciagura in gran parte prevedibile e che lascia ancor più sconcertati.

Alcuni testimoni hanno visto lo svolgersi del dramma in tempo reale: il rapido sfaldarsi della collina sotto un diluvio di acqua, e il suo precipitare sulle case seppellendo tutto.

Mi viene da pensare alla drammatica sequenza del “Tuba mirum” di Verdi, nel Dies Irae della Messa di Requiem.

Le trombe fuori dell’orchestra annunciano alla lontana il terribile momento del Giudizio, che si fa sempre più vicino, annunciato dall’incalzante squillo degli ottoni in orchestra e dalla possente voce del coro.

Dedico questo drammatico e stupendo brano alle vittime del disastro e alla coraggiosa gente messinese, in questo momento di grande desolazione.

martedì 7 luglio 2009

Un giorno di lacrime




Giornata tristissima oggi.

A Viareggio nella mattinata sono state celebrate le esequie delle vittime della sciagura ferroviaria: 23 morti, tra cui alcuni bambini.

A Los Angeles nel tardo pomeriggio saranno rese onoranze funebri a Michael Jackson.

Oggi c’è posto solo per le lacrime.

E solo la musa tragica di Giuseppe Verdi può degnamente rappresentare tanto dolore.


Lacrimosa (dalla Messa di Requiem)

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus;
huic ergo parce, Deus:

Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.


Quel giorno sarà un giorno di lacrime,
quando risorgerà dal fuoco
il peccatore per essere giudicato;
perdonalo, o Dio.

Pio Signore Gesù,
dona loro la pace. Amen.