Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Oggi, festa di S. Tommaso d'Aquino, non starò a ripetere quanto ho già scritto più volte sul grande teologo. Basta cercare nel blog.
Desidero oggi ricordarlo come poeta e cantore dell'Eucarestia: Panis Angelicus, O salutaris Hostia, Lauda Sion, Adoro Te devote, O Sacrum Convivium...
Questa volta lo ascolto nel mottetto "O esca viatorum" (O cibo dei viandanti) di Heinrich Isaac, (1450-1517), celebre musicista fiammingo che ha operato soprattutto in Italia, ed è morto a Firenze.
Non ci vuol molto a capire che della musica del suo mottetto se ne appropriò successivamente J. S. Bach, in più occasioni. Per Bach era una cosa frequente rielaborare brani altrui.
Ma il mottetto originale, del XV secolo, è di Heinrich Isaac (Arrigo Tedesco), e le parole sono quelle di S. Tommaso d'Aquino.
Il lavoro è ciò che sostenta l’uomo materialmente e lo
realizza interiormente. Anche il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha voluto imparare un mestiere: da Figlio di Dio a "figlio di Giuseppe",il falegname.
Ho sempre desiderato insegnare, ho faticato per questo,
senza risparmiarmi; ho potuto realizzare il mio desiderio, e ora che guardo da
pensionato il lavoro svolto, mi sento abbastanza gratificato.
Oggi magari tutto è più complicato, in ogni settore. E
quando il lavoro non realizza le aspettative delle persone, o quando scarseggia
o manca addirittura, allora l’uomo entra in crisi e può perdere anche la
fiducia in se stesso.
Per questo, all’inizio di questo mese, il più bello di tutti
i mesi, “il maggio odoroso” del Leopardi (ricordate?), affido le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce di tutti noi all’aiuto materno di Maria,
stella del mare: Ave, maris stella.
Il bellissimo testo liturgico latino, magnificamente musicato
per quattro voci miste a cappella da Edvard Grieg (per il quale ho una
particolare predilezione) e qui adattato per quattro voci femminili, è un’invocazione
alla Madre di Dio, affinché allontani da noi ogni male e ottenga per noi ogni
bene:
Mala nostra pelle, bona cuncta posce.
Maggio è il mese mariano per eccellenza.
Uniamo mentalmente la nostra voce con quelle delle 7 coriste
lettoni per invocare la protezione e l’aiuto della Madre del cielo.
Sono ovviamente i giorni della la Settimana Santa che oggi ha inizio con la
Domenica delle Palme e che si conclude con l’ottavo giorno della settimana: la
Pasqua di Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
La presenza di Cristo nella storia non è solo un vago
ricordo di 2018 anni fa, ma una presenza viva, efficace, sempre attuale. Anzi,
sempre un po’ più attuale della nostra pretesa modernità.
Senza Cristo, senza la sua Passione, Morte e Risurrezione il mondo non avrebbe senso.
Con Lui tutto acquista significato: il vivere e il morire,
la gioia e il dolore, il peccato e la grazia.
E allora le altre religioni, o gli atei? Il Signore
giudicherà secondo la retta coscienza di ciascuno.
Ma oggi più che mai, oggi che vediamo più da vicino le altre
religioni, o a quale deriva ci sta portando l’ateismo occidentale, ci accorgiamo ancor
più chiaramente che la fede cristiana, nonostante tutte le miserie umane di
coloro che la professano, è l’unico fondamento dei veri valori umani.
Per questo “Adoramus
Te Christe et benedicimus tibi; quia per Sanctam Crucem tuam redemisti mundum, qui passus es pro nobis, Domine. Domine, miserere nobis"; ti adoriamo Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento
il mondo, tu che ha sofferto la passione per noi, Signore. Signore, pietà di noi.
La professiamo con le magnifiche note del più grande
polifonista: Giovanni Pier Luigi da Palestrina, o più semplicemente Palestrina.
Un mottetto nelle quattro voci umane più naturali: soprani e
contralti per le donne, tenori e bassi per gli uomini. E intessute in un’armonia
perfetta: meno di due minuti di musica celeste, ma di valore inestimabile.
Non posso lasciar passare la festa di S. Margherita da Cortona (22 febbraio) senza dedicare a questa straordinaria
donna e alla sua città di adozione qualcosa di bello.
La bellezza accomuna Margherita e Cortona.
Ci vuole perciò una “perla” (margarita) musicale per festeggiare degnamente.
Il mottetto Cantate
Domino, a sei voci miste, di Claudio
Monteverdi (1620) mi pare quanto mai adatto: una lode a Dio, che ci ha donato
tanto splendore, intessuta in una musica sublime.
Ho scelto per l'esecuzione il Coro dell’Università di Hong Kong.
Non è il massimo della perfezione; ma vedere e sentir cantare con tanta
passione Monteverdi da un coro cinese fa pensare, per contrasto, alla miseria musicale
(e non solo quella) delle nostre università italiane.
Santa Margherita, prega per noi!
Cantate Domino
canticum novum,
cantate et benedicite nomini eius,
quia mirabilia fecit.
Cantate et exsultate et psallite.
Psallite in cithara et voce psalmi,
quia mirabilia fecit.
Non posso lasciar passare la festa del Natale del Signore Gesù senza l'accompagnamento della musica.
Il Natale è armonia per eccellenza, armonia tra cielo e terra, tra Dio e l'uomo, e il canto degli angeli esprime questo lieto annuncio di salvezza.
Tutti i compositori, antichi e moderni, hanno voluto celebrare il Natale con le loro opere, dai grandi Oratori ai brevi Mottetti.
La voce umana è lo strumento musicale più bello, ovviamente quando è usato in modo adeguato.
Tra i massimi polifonisti classici l'olandese Jan Peterszoon Sweelinck (1562-1621) è in ordine di tempo l'ultimo dei grandi maestri fiamminghi. La musica fiamminga è caratterizzata, come noto, dalla grande abilità contrappuntistica. Ma in Sweelinck troviamo anche lo splendore della musica veneta di Merulo e G. Gabrieli e la lezione di armonia di Gioseffo Zarlino.
Un maestro che in certo senso raccoglie eredità musicali diverse ed apre la strada a innovative soluzioni, che anticipano il barocco.
Il mottetto Hodie Christus natus est fa intuire la genialità di questo polifonista, grande anche in altri settori dell'arte musicale, come il clavicembalo.
Buon Natale a tutti! con la divina armonia di Sweelinck.
Siamo ormai in prossimità del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.
In genere ci si ferma alla parola Natale. Ci si dimentica (spero di no), forse semplicemente si sottintende (spero di sì), di quale nascita si tratta.
La nascita di Gesù è il punto centrale della storia umana, con buona pace dei laicisti nostrali, di gente di altre fedi e di cristiani ormai solo di nome.
La dignità dell'uomo e della donna, i valori universali di giustizia e di pace, l'unità del genere umano hanno in Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il lieto annuncio. Un annuncio che non è passato di moda, ma risuona sempre più attuale.
Per questo desidero invocarlo: Vieni, Signore Gesù!
Mi piace ribadire questa invocazione anche in musica; una musica stupenda, ovviamente, perché l'attesa del Salvatore sia ancor più desiderata.
È il "Veni Domine" di Mendelssohn (1830), che più volte ho postato (è troppo bello!). Si tratta del primo Mottetto in Sol minore tratto dall'opera 39, per coro a tre voci femminili e accompagnamento di organo.
Un complimento al Coro di Reggio Calabria e al suo Direttore. Finalmente un bel coro italiano.
Veni Domine
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae et revoca dispersos in terram tuam. Veni Domine et noli tardare. Excita Domine potentiam tuam et veni, ut salvos nos facias. Veni Domine et noli tardare.
Vieni, Signore
Vieni, Signore, e non tardare! Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi. Vieni, Signore, e non tardare! Mostra, Signore, la Tua potenza e vieni a salvarci! Vieni, Signore, e non tardare!
È iniziato il mese di dicembre, il mese del S. Natale.
La storia umana ha nella nascita di Gesù il punto di riferimento centrale. Con tutto il rispetto per altre opinioni, senza la nascita del Figlio di Dio l'umanità sarebbe ancora in cerca d'autore.
Ma la nascita del Figlio di Dio non sarebbe stata possibile senza il sì di Maria. Con il suo sì incondizionato a Dio, la Vergine Madre ha dato inizio alla storia della salvezza.
Ecco perché prima del Natale la Chiesa canta le lodi di Maria Immacolata: Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te. Tutta bella sei, Maria, e la macchia del peccato originale non è in te.
Il magnifico e finissimo mottetto Tota pulchra es, del 1960, a 3 e 4 voci femminili, di Maurice Duruflé (1902-1986), è cantato da un coro la cui singolare disposizione supplisce ad alcune carenze di esecuzione. Ho postato questo gruppo canoro neozelandese proprio per il curioso assetto circolare, poco adatto alla coralità, ma certamente sorprendente.
Mi pare opportuno in quest’ultima domenica di Carnevale
(mercoledì prossimo sono le Ceneri) divertirsi un po’ con la musica polifonica del
geniale bolognese Adriano Banchieri (1568-1634).
Si tratta del madrigale carnascialesco a cinque voci “Contraponto
bestiale a la mente” (1608), nel quale, come ci informa la Capricciata introduttiva
a tre voci, si ode
"un cane, un gatto, un cucco e un chiù
per spasso
far contraponto a mente sopra un basso”.
In altre parole, mentre il basso canta la sua parte, quattro
voci che imitano il verso degli animali suddetti fanno per divertimento
("per spasso") una polifonia (“un contraponto”) improvvisata (“a
mente”).
In realtà non c'è nulla di improvvisato, la partitura è
tutta scritta.
I soprani primi fanno la terza discendente Mi-Do del cucco
(cuculo); i soprani secondi fanno il verso del chiù, con le note Sol e La; i
contralti il gatto, con una parte più elaborata; i tenori il cane, con un Do
ripetuto.
Il basso fa la base al contrappunto, cantando queste parole
in latino maccheronico e scherzoso, come è tutto il brano: “Nulla fides gobbis, similiter
est zoppis, si sguerzus bonus est, super annalia scribe”, cioè: Nessuna
fiducia nei gobbi, ugualmente è per gli zoppi, se un guercio è bravo, scrivilo
sugli annali”.
L’inizio del madrigale (con ripetizione alla fine) è di
carattere accordale, in tempo ternario.
Non direi che il 2016 sia stato un'annata "da segnare con un sassolino bianco" (albo signanda lapillo), cioè un anno fortunato.
Non farò certo la lista dei mali che sono accaduti; basta ricordare il sisma di Amatrice (e zone limitrofe) del 24 agosto, la strage di Nizza del 14 luglio e quella di Berlino del 19 dicembre.
In questa vigilia di Natale voglio solo rivolgere una pressante invocazione al Salvatore del mondo, con il mirabile mottetto musicato da F. Mendelsshon-Bartholdy: "Veni Domine, et noli tardare", vieni Signore e non tardare!
Ho un debole per la musica di Mendelsshon (quello conosciuto soprattutto per la "Marcia Nuziale"). È un limpido genio, che in epoca romantica ha fatto riscoprire al mondo Bach e Mozart dimenticati, e tra le sue composizioni ci ha lasciato le 48 meravigliose "Romanze senza parole" per pianoforte. Perfino Glenn Gould, il più grande esecutore della musica di Bach e poco attratto dagli autori romantici, ne è rimasto affascinato.
Mi preparo perciò al Natale con il mottetto "Veni Domine", per coro femminile a tre voci (soprani, mezzo-soprani, contralti) e accompagnamento d'organo, composto a Roma nel 1830 per le monache di Trinità dei Monti.
L'ho già postato altre volte. Ma le cose belle non stancano mai.
Come la bellezza del Santo Natale.
Più che buona l'esecuzione del Coro Femminile "Madonna della Consolazione" di Reggio Calabria, diretto dal M° Luigi Miriello. Finalmente un bel coro italiano! Un po' in ombra l'organo.
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae, et revoca dispersos in terram tuam.
Excita Domine potentiam tuam, et veni, ut salvos nos facias, Veni Domine, et noli tardare.
Vieni, Signore, e non tardare!
Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi.
Mostra, Signore, la Tua potenza, e vieni a salvarci.
Una delle regole fondamentali dei nostri cori polifonici è cantare da fermi, quasi "sull'attenti", per non compromettere l'armonia delle sezioni con stonature, distrazioni e incertezze varie.
Una delle regole dei cori africani e di altri continenti è esattamente il contrario: i cantori devono muoversi con il corpo, quasi danzare, e comunque compiere gesti e movimenti che rinforzino il significato delle parole cantate.
Due modi di intendere la musica, due mondi apparentemente distanti.
Certo, non si può cantare un corale di Bach, un madrigale di Monteverdi o un mottetto di Palestrina muovendosi a destra o a sinistra, gesticolando o battendo le mani. La bellezza del brano e il valore delle parole risaltano dalla perfetta esecuzione delle singole parti che si devono unire e fondere tra di loro senza alcuna smagliatura. Come una cattedrale che ha nella sua formidabile struttura architettonica il pregio più grande.
Ma se la realtà è ridotta all'essenziale, se non sono state elevate cattedrali o complessi monumentali, e se la vita è il manifestarsi dei bisogni più semplici, ecco che la voce si accompagna alla gestualità quotidiana, al movimento, al susseguirsi delle azioni. In questo caso il canto riproduce la vita nella sua struttura fondamentale, che non è mai staticità.
Due mondi inconciliabili? Una musica più elevata e un'altra più elementare? Non direi.
Il fatto che ogni popolo senta il bisogno di cantare ci fa capire che la musica è un linguaggio universale. Un linguaggio che ha ovviamente nei vari luoghi una grammatica e una sintassi propria.
Ma la bellezza della musica consiste proprio in questo: nella varietà dei linguaggi, e nel saper accogliere ciò che ognuno di essi può insegnarci.
Nella festa di S. Cecilia, patrona della musica, ascoltiamo (e ammiriamo) il "Coro Santa Cecilia" di Nairobi (Kenia).
Di certo ha molto da insegnarci. Se non altro la gioia di cantare.
Il titolo del canto "Amkeni, Amkeni!" significa "Svégliati, Svégliati!"
Giorni non proprio sereni. Il terremoto ha ripreso a devastare il Centro Italia, e popolazioni intere sono costrette a lasciare le proprie case e i luoghi dei loro affetti.
Accompagno questi avvenimenti postando un brano di polifonia pura, a cappella. Non è il momento delle grandi sonorità strumentali. Basta la voce umana e un delicato sonetto di Matteo Maria Boiardo (XV secolo), musicato da Zoltàn Kodàly: "Fior scoloriti".
È il secondo dei "Quattro Madrigali Italiani", pubblicati dal grande artista magiaro nel 1932; il più bello, sia dal punto di vista letterario che musicale.
Si tratta di un dialogo tra il poeta e alcuni fiori che hanno perduto la loro "madonna" che li accudiva; un po' come i fiori (e tutte le cose più belle) nelle abitazioni dei Monti Sibillini e di Camerino colpite dal sisma.
Il brano è a 4 voci femminili: soprani I, soprani II, soprani III, contralti (la Boldrini avrà da ridire con tutte queste desinenze maschili?)
Un madrigale dolcissimo e insieme tristissimo. La prima volta che lo ascoltai, cantato al Concorso Polifonico aretino da un coro ungherese (i cori femminili ungheresi erano i migliori), rimasi incantato.
Anche il coro qui postato è ungherese, il Coro femminile della città di Győr, diretto da Miklòs Szabò. Molto bravo.
Dopo la bellezza dei giochi olimpici di Rio, dove abbiamo assistito al trionfo della vita, ora abbiamo gli occhi umidi di pianto per il trionfo della morte, a causa del tremendo terremoto che ha devastato ancora una volta il Centro d'Italia.
Una tremenda scossa (che ho nettamente avvertito anch'io ad Arezzo) alle 3, 36 del mattino del 24 agosto, ha raso al suolo interi paesi nelle province di Rieti e Ascoli Piceno.
Paesi stupendi, tra cui Amatrice, il cui nome celebre nel mondo evoca ben altri sentimenti che amarezza e pianto, sono stati rasi al suolo dal movimento tellurico. Luoghi incantevoli, tra i Monti Sibillini e della Laga, appaiono ora immagini spettrali
I morti sono tanti, oltre 250 (ma la triste conta non è finita), così come i feriti.
Grande la solidarietà che, si spera, continui anche passati questi primi terribili giorni.
Amatrice, Accumoli (epicentro del sisma), Arquata, Pescara del Tronto ed altri centri minori si aggiungono ad altri nomi che evocano tristezza.
Da ora in poi non sarà facile ordinare un piatto di "amatriciana" senza pensare al paese annientato da un sisma di magnitudo 6, la mattina del 24 agosto 2016.
La frequenza di questi eventi (pensiamo a L'Aquila, nel 2009) e la fragilità (talora colpevole) delle nostre costruzioni mi induce a postare il drammatico brano polifonico "Sunt lacrimae rerum" di Carl Orff.
È un monito a non considerarci immuni dall'ora ultima.
Ai morti del sisma la mia preghiera e ai sopravvissuti un grande augurio di pronta ricostruzione!
Non posso lasciar passare la giornata del 28 gennaio senza
festeggiare S. Tommaso d’Aquino.
Come filosofo, Tommaso rappresenta la potenza della ragione
umana nella ricerca della verità. La verità esiste, perché anche chi la nega,
fa un’affermazione che considera vera. Lo scettico è sempre in contraddizione
con sé stesso, cioè nell’impossibilità di dire o di fare alcunché.
Come teologo, Tommaso è l’uomo che riconosce umilmente i limiti della ragione e si affida alla potenza, anzi all’onnipotenza di Dio, nel
superarli. E solo nella Parola di Dio, che si rivela in Cristo, abita la
pienezza della verità.
Come santo, Tommaso è la testimonianza di una vita spesa
solo per amore di Dio e dell’uomo. Di nobile e ricca famiglia, ha lasciato
tutto per seguire Cristo nell’ordine mendicante dei Domenicani; ha messo a disposizione
il suo immenso sapere per indicarci la via maestra del pensiero cristiano; ha condotto
la sua esistenza terrena (49 anni) in quella purezza di cuore che apre alla
visione di Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8).
Ho una particolare predilezione per S. Tommaso, anche perché
è stato il maestro di filosofia e teologia per eccellenza, discipline a me molto care. Un insegnamento che
ha del prodigioso per profondità di concetti e per chiarezza di esposizione.
Nessuno, neppure Aristotele, può competere in questo con
Tommaso, che pure è un suo “discepolo”. Per molti aspetti infatti le
affermazioni tomiste chiariscono in modo consequenziale affermazioni che in Aristotele
appaiono talvolta contraddittorie.
Paradossalmente, per molti aspetti, Tommaso è più aristotelico di Aristotele.
Si potrebbe dire: Amicus Aristoteles, sed magis amica
veritas...
Come noto, Tommaso è
stato anche autore di stupendi inni religiosi eucaristici. Basterà ricordare Pange
lingua (Tantum ergo) e Panis Angelicus, musicati e cantati da artisti di ogni
epoca.
Voglio invece postare due strofe del Lauda Sion, altro celebre inno di S. Tommaso, cantato in occasione della visita di Papa Francesco in Uganda,
il 28 novembre scorso. Due strofe con ritornello, trattate in forma di mottetto basato su di una musica tradizionale di
origine portoghese. Il coro non è quello della Cappella Sistina. Ma penso che S. Tommaso apprezzerà ancor di più.
Ecce panis angelorum,
factus cibus viatorum,
vere panis fíliorum,
non mittendus canibus. In figuris præsignatur, cum Isaac immolatur, agnus paschæ deputatur, datur manna patribus. Ecce panis...
Ecco il pane degli Angeli,
fatto cibo dei viandanti,
veramente pane dei figli,
da non gettare ai cani. Nelle figure è preannunciato: con Isacco è immolato, designato come agnello di Pasqua, dato come manna ai padri.
Il 25 gennaio è la festa della Conversione di S. Paolo.
Il persecutore, il bestemmiatore e il violento Saulo di
Tarso (sto usando gli epiteti che lui stesso si attribuisce) viene folgorato sulla
via di Damasco dalla chiamata di Cristo, che lo trasforma nell’Apostolo delle
genti (At 9, 1-19; 22, 1-21). Era l'anno 36 dopo Cristo.
Da ora in poi si farà chiamare Paulus, cioè “piccolo”.
In realtà di piccolo in S. Paolo non c’è nulla. In lui tutto
è portato fino ai limiti delle possibilità umane, per amore di Cristo:
“Cinque volte sono stato flagellato, tre volte battuto con
le verghe, una volta lapidato, tre volte ho fatto naufragio, un giorno e una
notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiume, pericoli di
briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nelle
città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi
fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti
digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la
preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11, 24-28).
“Rendo grazie a colui che mi ha dato forza, Cristo Gesù Signore
nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero; io
che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma
mi è stata usata misericordia” (1 Tim 1, 12-13).
Quella conversione ha cambiato non solo la vita di Saulo di
Tarso, ma la vita di un’infinità di persone.
Tra queste, metto anche la mia. Non avevo capito bene il valore della
fede in Cristo finché non ho letto e non mi sono "incontrato" con le lettere di S. Paolo; specialmente la lettera ai Galati, un inno alla libertà di coscienza, alla
liberazione portata da Cristo, contro tutti i perbenismi, i moralismi e i
condizionamenti da qualunque parte provengano:
“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state
dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal
5, 1).
“Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero,
non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,
28).
“Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del
Signore nostro Gesù Cristo. Non è infatti la ciconcisione che conta, né la non
circoncisione, ma l’essere nuova creatura” (Gal 6, 14-15).
Chi afferma che la fede cristiana è solo una serie di regole e di
precetti, non ha capito nulla del Cristianesimo.
L’Apostolo Paolo gli direbbe: “Se uno è in Cristo, è una
creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2
Cor 5, 17).
E la vita di S. Paolo ne è la prova più convincente.
Dall’Oratorio “Paulus” (1836) di Felix Mendelssohn-Bartholdy il
Coro "Wie lieblich sind die Boten".
Lo presento nella versione inglese, con un coro giovanile del Colorado e l'accompagnamento di pianoforte (anziché dell'orchestra).
Non è il massimo della perfezione, ma si può comunque gustare la freschezza dell'opera di Mendelssohn.
How lovely
are the messengers that preach us the gospel of peace.
To all the nations is gone forth the sound of their words, throughout all the
lands their glad tidings.
Quanto sono amabili i messaggeri che ci annunciano il
vangelo di pace.
A tutte le nazioni è giunto il suono delle loro parole, per
tutta la terra la loro lieta notizia.
(Paolo, Lettera ai Romani, 10, vv. 15 e 18).
Siamo ormai all'antivigilia di Natale, e occorre prepararsi in modo adeguato per festeggiare la venuta di Gesù.
No, non parlo della cornice di auguri, spese e regali, che quest'anno sembrano in crescita; almeno così mi è parso, facendo la fila per mezz'ora alla cassa dell'affollatissimo supermercato...
Parlo della preparazione interiore, mentale, spirituale. E la liturgia odierna offre uno spunto magnifico: il brano del profeta Malachia, che ci ricorda come la venuta del Messia sarà come un fuoco purificatore e come la lisciva del lavandaio.
"Ed Egli purificherà i figli di Levi, affinché possano offrire al Signore un'offerta secondo giustizia" (Malachia 3, 3).
Ah! Mi è subito venuto in mente il "Messiah" di G. F. Händel, nel quale queste parole sono magnificamente messe in musica, in un brano per coro a quattro voci miste (SCTB) e orchestra che ha del sublime.
Giudicate voi.
Buona preparazione al Natale!
And He shall purify the sons of Levi, that they may offer unto the Lord an offering in righteousness (Malachi 3, 3).
Quando ero ragazzo rimanevo
colpito dalla bella sede centrale della BMPA, cioè della Banca Mutua Popolare
Aretina, in Corso Italia e angolo Via Crispi, nel centro di Arezzo.
Campeggiava nella
facciata la dicitura: Fondata nel 1882.
Non era paragonabile al Monte dei
Paschi di Siena, fondato nel 1472, ma per noi aretini la “Popolare” era un bel
vanto e ci accontentavamo di avere la “nostra” banca.
Col passare degli anni la
Popolare è cresciuta molto, soprattutto in seguito allo sviluppo economico della “città dell’oro”, la prima in Europa per numero di aziende orafe.
Provai la prima delusione quando
la Banca Mutua Popolare Aretina cambiò nome e divenne BPE, Banca Popolare dell’Etruria
(1971). Era sparito il riferimento alla città, per motivi di marketing: la
banca si stava estendendo in Toscana.
Con l’acquisizione di altre
banche, soprattutto in Centro Italia, alla fine del 1988 divenne Banca Popolare
dell’Etruria e del Lazio. Gli affari prosperavano per la “banca dell’oro”.
Ormai era pronta per entrare in
Borsa (1998), e l’anno successivo inaugurò la nuova sede centrale: non
più in città, ma in periferia; un grandioso e anonimo quadrato “palazzo di
vetro”. Anche l’ultimo riferimento alla vecchia e cara “Popolare” scomparve: ormai
era solo Banca Etruria.
Gli ultimi anni di Banca Etruria
sono di dominio pubblico: la crisi del settore orafo, la cattiva gestione, i (probabili)
affari illeciti, e quant’altro, hanno portato la banca al disastro di questi ultimi
anni e di questi giorni.
Si può perfino stabilire il
giorno della morte: il 22 Novembre 2015 ha cessato di vivere Banca Etruria, per
decreto legge n. 183.
Il giorno dopo, sulle sue spoglie, è nata un'altra banca: la “Nuova Banca Etruria”, che ha lasciato sul lastrico migliaia di risparmiatori
e azionisti della vecchia e non più esistente banca.
11 giugno 1882-22 novembre 2015. In
queste due date si riassume la vita della Popolare Aretina.
Finché è stata “popolare” ha
avuto il giusto e meritato successo. Da quando è diventata un’impresa d’affari,
magari loschi, ha fatto una triste fine.
Oltretutto con il morto, senza parlare
delle migliaia di clienti disperati.
Cosa dovrebbe fare il governo? A
mio parere dovrebbe risarcire “in toto” i risparmiatori, che non hanno la
minima colpa di questo disastro. E la magistratura dovrebbe mettere in galera i responsabili che hanno tradito la loro fiducia e, se non fosse l'Anno Santo della Misericordia, buttare via la chiave.
Per quanto mi riguarda, devo dire
che un paio di anni fa, quando ad Arezzo si cominciò a sentir parlare delle difficoltà
della banca, mi feci coraggio e tolsi i miei risparmi.
Fu un’impresa non
facile, psicologicamente: gente che conosci da anni, che lavora, che
apprezzi, a cui chiedi di cancellare il tuo conto.
Qualcuno aveva gli occhi lucidi...
Ma oggi è un'intera città ad avere gli
occhi lucidi di pianto.
A commento di questo drammatico crack finanziario e umano mi pare appropriato il brano polifonico a 4 voci (TT I-II, Bar-B) di Tommaso Ludovico da Victoria (1585), "Judas mercator pessimus". Ancora una volta qualcuno ha tradito la fiducia di vittime innocenti.
Judas mercator pessimus osculo petiit Dominum. Ille ut agnus innocens non negavit Judae osculum. Denariorum numero Christum Judaeis tradidit. Melius illi erat si natus non fuisset. Denariorum numero Christum Judaeis tradidit.
Giuda, pessimo mercante,
con un bacio si rivolse al Signore.
Egli, come agnello innocente,
non negò il bacio a Giuda.
Per una somma di denari
consegnò Cristo ai Giudei.
Era meglio per lui
se non fosse nato.
Per una somma di denari
consegnò Cristo ai Giudei.
Come 2015 anni fa ci sono ancora vari Erode che cercano di far fuori il Bambino Gesù.
Ci sono quelli dell'Isis che attentano direttamente alla sua incolumità fisica.
Ci sono i "pensatori" laicisti che vorrebbero farlo fuori dalla nostra storia, dalla nostra cultura, dalla nostra civiltà. Per rispetto delle altre culture, dicono; ma senza alcun rispetto per la nostra e la loro stessa cultura: la cultura di un'intera nazione, che nel Natale e in Cristo ha un punto di riferimento irrinunciabile.
Per questo è necessario invocare ancor più fortemente la venuta di Gesù in mezzo a noi, perché porti giustizia, fratellanza e pace.
Questo è il Natale.
Non la festa dell'inverno o di un albero illuminato.
È la nascita di un mondo fraterno.
Invochiamo la venuta del Signore con le note del magnifico mottetto di Felix Mendelssohn-Bartholdy, "Veni Domine", op. 39 n. 1, anno 1830.
Il mottetto è scritto per tre voci femminili (Soprani I-II, Contralti) con accompagnamento d'organo.
Qui è cantato da un coro a voci dispari di Taipei, con accompagnamento di pianoforte.
L’11 Settembre 2001 ha segnato per sempre la storia umana.
Nel suo lato peggiore, nel segno della malvagità e della ferocia.
La vitalità della “città che mai non dorme” è stata ferita mortalmente.
La bellezza delle Torri Gemelle, innalzate al cielo come moderne
colonne michelangiolesche, è stata cancellata dalla brutalità di un cieco
fanatismo.
Bestemmiando il nome di Dio si è condannato ancora una volta
l’innocente, colui che non ha potuto opporre resistenza.
Voglio onorare la memoria di questo giorno con
uno dei brani più belli della storia della musica: il “Crucifixus” di Antonio Lotti
(1667-1740).
Un coro ad otto voci miste (BBTTCCSS) ci fa rivivere
la Passione di Cristo, e quella delle innocenti vittime del nuovo “Calvario” nel
cuore di Manhattan.
Ma, analogamente a quella di Cristo, la morte degli innocenti
dell’11 Settembre non è stata vana.
Oggi è la solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Infinite sono le composizioni musicali che ci possono
aiutare a salire un po’ in alto, almeno con il cuore.
Penso ad esempio alla musica del Credo, in particolare al versetto che dice: “Et ascendit in caelum, sedet ad dexteram Patris”. Vengono subito in
mente i mirabili Credo di Vivaldi,
Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Rossini, et
alii. È un’occasione per riascoltarne qualcuno.
Se pensiamo invece ai mottetti
(il mottetto è un canto corale di breve durata di carattere religioso), i
musicisti hanno attinto alle parti mobili della Messa di questo festa, in
particolare all’Introito (“Viri Galilaei”),
al Graduale e all’Offertorio (“Ascendit
Deus”).
I più grandi polifonisti di ogni epoca ci hanno fornito bellissimi
mottetti al riguardo.
Ma in assoluto il più bello è, secondo me, quello scritto da Jacob Handl, musicista sloveno conosciuto col nome latinizzato di Gallus (1550-1591), uno dei massimi
polifonisti rinascimentali. Il suo “Ascendit
Deus”, a cinque voci miste a cappella, rimane un capolavoro ineguagliato (1577).
Ad esempio, l’espressione “in voce tubae” (al suono di
tromba), che compare nel brano, ripetuta dalle varie sezioni del coro in un alternarsi continuo, è come un risuonar
di trombe che festeggiano l’ingresso di
Gesù Cristo nella gloria del Regno dei Cieli.
Purtroppo il web non offre esecuzioni adeguate di questo breve
capolavoro. La polifonia non è il massimo interesse per gli internauti, a
quanto pare.
Nonostante ciò, la bellezza del mottetto di Gallus emerge lo
stesso. È troppo bello!
Buona Festa dell’Ascensione a tutti!
Ascendit Deus in iubilatione, alleluia, et Dominus in voce tubae, alleluia.
Dio ascende nell’esultanza, alleluia! e il Signore al suono di tromba,
alleluia!
Il tempo è di Dio, e quando un anno si conclude non possiamo
che ringraziare il Creatore di questo suo dono.
La preghiera liturgica di ringraziamento di fine d’anno è il
Te Deum. Una solenne e lunga preghiera -di cui autore pare essere S. Ambrogio (IV secolo) - che una volta era cantata in gregoriano
e in latino da tutto il popolo cristiano.
Te Deum laudamus, Te
Dominum confitemur... In Te Domine speravi, non confundar in aeternum (Dio ti
lodiamo, confessiamo che tu sei il Signore... In te Signore ho sperato, non
sarò confuso in eterno).
Oggi il latino è quasi sparito dalla circolazione, e per
quanto riguarda il popolo cristiano a mala pena conosce il Padre Nostro.
L’importante è non dimenticarsi di dire grazie a Colui che
ci ha fatto arrivare a questa meta...
Come tutti i più importanti canti liturgici, anche il Te
Deum ha avuto un’infinita schiera di musicisti che lo hanno interpretato
secondo il loro genio, dal Medioevo all’epoca contemporanea.
Il più celebre è certamente quello barocco di Marc-Antoine Charpentier.
La “sinfonia” iniziale è diventata addirittura l’inno dell’Eurovision.
Ma non meno bello e solenne è quello di Anton Bruckner
(1885), in Do maggiore, per soli, coro e orchestra. Un capolavoro di luminosa e grandiosa
bellezza, che esprime la fede incrollabile di questo grande compositore
austriaco (1824-1896), nonché il suo genio, apprezzato da Wagner.
Autore di numerose e celebri composizioni, tra cui 9
sinfonie e partiture polifoniche, egli riteneva il Te Deum il suo capolavoro. Del resto anche Mahler, che lo diresse ad Amburgo nel 1892, scrisse nel frontespizio
dello spartito (in luogo della dizione “per soli, coro e orchestra”): “per
voci angeliche, uomini alla ricerca di Dio, cuori tormentati e anime purificate
dal fuoco".
Di questo Te Deum presento un solo versetto, sufficiente però
a farcene capire lo spirito complessivo: “Aeterna fac sum sanctis tuis in
gloria numerari” (Fa’ che siamo annoverati con i tuoi Santi nella gloria
eterna).
Il ritmo incalzante, l’orchestra piena che
spesso raddoppia il coro, che a sua volta canta spesso all’unisono... tutto
esprime la maestà infinita di Dio e, nello svettante finale, la Sua gloria.