Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Nella grande festa del Redentor, che si celebra oggi a Venezia, mi piace riprendere in mano la penna, cioè la tastiera, e postare un festoso brano del più grande musicista della Serenissima Repubblica di S. Marco: Antonio Vivaldi, ovviamente.
Dedico questo magnifico e brevissimo salmo 116 "Laudate Dominum" (Coro a quattro voci miste, violini, viole e basso, RV 606) a tutti i cari amici e amiche del blog.
In particolare però vorrei ricordare la cara Rossaura (Ross), veneziana e rossa di capelli, come Vivaldi; anche se lei ha una certa allergia per le feste religiose... Ma di certo salverà la musica del geniale "prete rosso" (1678-1741).
Laudate Dominum omnes gentes, laudate eum omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius
et veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio et nunc et semper
et in saecula saeculorum. Amen.
Genti tutte lodate il Signore, lodatelo popoli tutti.
Poiché ha confermato la sua misericordia su di noi
e la verità del Signore rimane in eterno.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo
come era nel principio e ora e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona domenica a tutti, e buona festa del Redentor (mi raccomando, senza la e finale, se no i veneziani capiscono che non sei venessian...).
L’estate è in arrivo, è tornato il caldo, e torno anch’io.
Mi piace il caldo.
L’ho scritto più volte, in prosa e in rima. Ma ancora non l’avevo
detto in musica. Ora rimedio a questa mancanza postando un brano “caloroso”.
No, non sono andato a cercare l’hard rock, né una musica
latino-americana.
Sono andato nel “classico”, perché è lì che si annida ogni
genere musicale, compreso il rock.
Una musica calda, ma niente trombe, niente percussioni,
niente voci svettanti o strumenti rumorosi.
Solo archi, che accompagnano due violoncelli.
Ma è possibile una musica "caliente" con la voce rauca e spesso
un po’ nascosta del violoncello?
Giudicate voi.
Si tratta dell’Allegro finale del Concerto in Sol minore per
due violoncelli (RV 521), del 1720, di Antonio Vivaldi. È lui il “maestro”
degli archi.
Possiamo notare un tema sincopato (quasi uno swing), che passa dai violini ai violoncelli,
oltre alla straordinaria verve dei due cellisti, che esaltano in modo perfetto la
post-moderna partitura vivaldiana.
Ho scelto Vivaldi anche per un altro motivo. Oggi è la festa
di S. Antonio da Padova.
Se si posta una musica, bisogna che l’autore sia l’Antonio
più celebre.
Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.
Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o
sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a
disegnarlo.
Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi
hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.
In prima liceo classico, come è noto, si inizia lo studio
della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il
termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece
riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo
“assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il
significato etimologico: absolutus, “sciolto
da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò
di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si
univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante,
da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale
nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella
ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più
profonda convinzione.
Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva
sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei
comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un
faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono
oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del
bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona
nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un
corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele,
uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge
mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua
vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei
figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con
Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna
barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata
libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né
uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di
vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella
che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio
come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.
Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una
scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e
signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo
in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si
volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi
degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più
tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie
aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla
fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il
mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere
un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento
nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le
dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi
rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su,
non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono
necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato
la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si
faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza
tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate
parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare
la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito
rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella
è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino
alla pensione. Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel
pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato”
la vita (se non altro scolastica).
Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.
La III domenica di Avvento è denominata “Gaudete”, cioè “Rallegratevi”.
S. Paolo ne ricorda il motivo: “Il Signore è vicino”. In
effetti siamo ormai prossimi alla festa del Natale e i sentimenti che devono
prevalere sono quelli della gioia, o almeno quelli della speranza.
Se dovessi commentare con un musicista il sentimento della
gioia, non avrei dubbi; sceglierei Antonio Vivaldi.
Più di Bach, più di Mozart stesso, Vivaldi ha composto musica
gioiosa. Solo musica gioiosa.
Anche quando egli tratta temi drammatici, la sua musica è rasserenatrice.
Si potrebbe dire che questa è lo specchio della “Serenissima”, dove è nato e vissuto il "Prete rosso".
Non voglio sostenere che Vivaldi sia più grande di Bach o di
Mozart. Voglio semplicemente dire che la musica di Vivaldi è gioia allo stato
puro.
Anche Mozart ha il dono di comporre musica rasserenatrice, e
per molti aspetti più geniale di Vivaldi.
Ma la musica di Vivaldi spinge alla gioia, ha in sé una “forza
motrice” che porta –volenti o nolenti- a entrare nell’ebbrezza della gioia
pura.
Siamo ormai prossimi all’inverno. Anzi, una volta si diceva
che “S. Lucia è il giorno più corto che ci sia”, e quindi proprio il solstizio
invernale. Di questo proverbio ho già parlato in altro post.
Ascolto perciò volentieri, dalle Quattro Stagioni (1725), il ben noto inizio dell’Inverno di Vivaldi. Ma non nella normale esecuzione, con violino
solista.
Scelgo un’esecuzione con solista il violoncello. Ma allo
strumento c’è la formidabile cellista argentina Sol Gabetta.
Ci sono delle date che sono scolpite nel bronzo della
storia, date incancellabili per la loro importanza e per il loro significato.
Il 7 Ottobre 1571 è una di quelle date. A Lepanto, nel golfo
di Corinto, la flotta cristiana sconfisse l’imbattibile (fino ad allora) flotta turca,
fermandone l’avanzata nella conquista del Mediterraneo.
Il fatto venne considerato strepitoso, anzi, miracoloso,
tanto che il papa del tempo S. Pio V lo attribuì all’intercessione della
Madonna del Rosario, e volle che questo giorno fosse a Lei dedicato.
Certamente fu un evento straordinario, perché la flotta
cristiana era inferiore di numero in uomini e mezzi, e fino ad allora le navi turche
avevano dominato praticamente incontrastate il Mediterraneo.
Fu un evento straordinario anche perché per la prima volta
le nazioni cristiane europee, sempre in lotta tra di loro, di fronte alla
minaccia turca che stava per chiudere l'Europa in una tenaglia - per mare e per terra - fecero fronte comune.
Molto si adoperò il Papa per formare questa “Lega Santa”. E
molto influirono gli orrendi misfatti perpetrati dai turchi nella conquista di
Cipro (1570-71), che apparteneva alla Repubblica di Venezia, in particolare nella capitale Nicosia, e
soprattutto nella piazzaforte di Famagosta.
Tutti i difensori vennero passati
per le armi, contro gli accordi di capitolazione, e il generale Marcantonio
Bragadin venne addirittura spellato vivo per non aver voluto rinunciare alla
fede cristiana.
La sua pelle, impagliata, fu issata nell’albero maestro della
nave ammiraglia e portata come macabro trofeo a Istanbul. Con un colpo di mano
i Veneziani poi riuscirono a impadronirsene e riportarla in patria.
Il fatto suscitò orrore in tutto il mondo cristiano e rese
più convinta la Serenissima nel partecipare con la sua potente flotta alla Lega
Santa.
Le agili navi veneziane, nell’angusto teatro di guerra, si mossero con
grande abilità e le massicce galee turche non riuscirono a manovrare con
altrettanta destrezza. Episodi di straordinario valore sono riferiti dalle cronache del tempo, compiuti dagli abilissimi soldati spagnoli, dai Cavalieri
di Malta, dai Cavalieri toscani dell’Ordine di S. Stefano, e da altri equipaggi ancora.
Alla fine la flotta turca venne in gran parte distrutta.
Iniziò così il declino dell’impero ottomano.
Commovente la liberazione di 15.000 (!) schiavi cristiani
costretti ai remi. Fatti sbarcare a Porto Recanati, portarono in pellegrinaggio
le loro catene al Santuario della Madonna di Loreto.Con queste catene furono costruite le cancellate
davanti agli altari delle cappelle.
Poitiers (732), Lepanto (1571), Vienna (1683), luoghi in cui il mondo cristiano si difese, ripeto, si difese dagli attacchi militari islamici. Tre date che
ci fanno capire molto della storia del passato, e ci sono di ammonimento per il
presente e per il futuro.
Oggi Papa Francesco è a capo di un’altra “Lega Santa”,
quella per convincere l’Europa e il mondo intero a fare pace tra popoli e nazioni.
Di fatto si deve dire che gli orrori di Nicosia e Famagosta
continuano ancora. I cristiani sono fatti oggetto di ogni genere
di persecuzione e le radici di questa violenza vengono da lontano, come si vede. Sarebbe l’ora che i fanatici islamisti, seguaci del
“profeta”, depongano la scimitarra.
Il mondo è andato avanti, dopo Lepanto.
Per questo mi piace ascoltare il più grande musicista della Serenissima Repubblica di S. Marco, e uno dei massimi geni musicali di ogni tempo, in una pagina che fa cadere le armi dalle mani solo ad ascoltarla.
Dal "Gloria" di Antonio Vivaldi:“Et in terra pax hominibus bonae voluntatis”, pace in terra agli uomini di buona volontà.
Esegue un’Orchestra e un Coro armeni. Gli Armeni ne sanno
qualcosa di persecuzioni...
Ma il mondo sembra quasi non accorgersene. In realtà molti
lo hanno già fatto fuori dalla loro vita.
Eppure senza di Lui non è possibile vivere. Non ha senso la
nostra esistenza.
Tutto si riduce ad una ripetizione meccanica di gesti,
oppure ad una affannosa ricerca di felicità che ci sfugge tra le dita come
granelli di sabbia.
O peggio, alla perdita di ogni valore, al vuoto esistenziale,
ai gesti più insensati, fino all’autodistruzione.
La morte di Dio sulla Croce, paradossalmente, è l’inizio
della nostra speranza.
Quella morte dà un significato nuovo alla nostra vita,
alle sue sconfitte, alle sue fragilità, alla sua disperazione.
La morte di Dio non è la fine di tutto, ma il principio di
una vita nuova. La vita del Risorto.
La Croce di Cristo apre il passaggio alla Risurrezione, alla
Pasqua.
L’esistenza umana non è un “essere per la morte” come diceva
Heidegger, ma una vita da risorti.
Dio è morto, ma non come pensava Nietzsche, nel suo
nichilismo.
Dio è morto. Ma il terzo giorno risorge!
La contemplazione del mistero doloroso di Cristo morente diventa
più intensa e commovente se vista con
gli occhi della Madre, Maria Santissima.
Lo Stabat Mater è un mirabile componimento di Jacopone da
Todi, di poesia e di fede.
I grandi musicisti lo hanno poi arricchito con le loro note. Su
tutti Giovanni Battista Pergolesi (1736). In epoca moderna, Zoltan Kodaly.
Ma oggi desidero ascoltare lo Stabat Mater di Antonio
Vivaldi (1712). La sua musica geniale, anche se affronta temi drammatici, non è mai “deprimente”.
Nella passione di Cristo e nel dolore della Madre egli non perde
di vista il valore di tanta sofferenza: per la nostra salvezza tutto questo è
accaduto.
Propongo perciò le strofe centrali.
Pro peccatis suae gentis vidit Jesum in tormentis, et flagellis subditum.
Vidit suum dulcem Natum moriendo desolatum, dum emisit spiritum.
Eja, Mater, fons amoris me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeam.
Penso che siano molti oggi i motivi per essere "indignati" (non uso altre parole più colorite e più di moda...).
Ecco un bestiario minimale:
Le vergognose sperequazioni tra i lauti
appannaggi della casta e i salari (e pensioni) da fame della vil plebe.
Le esose tasse su ogni genere, compreso ora
anche “l’erbatico”, cioè la tassa sul proprio terreno. Nemmeno Quintino Sella
aveva osato tanto.
Le infinite dispute parlamentari sulle riforme,
che da montagne di parole, partoriscono il “ridiculus mus”, il ridicolo topo,
di Fedro. Avete presente l’abolizione delle province? del senato? degli enti
inutili? delle auto blu? Sono sempre lì.
Gli inverecondi traslochi di poltrone (e
poltronieri occupanti) tra le varie sezioni di camera e senato, secondo il
vento che tira.
Lo stillicidio quotidiano dei furti e delle
rapine a mano armata, anche con armi da guerra e con famiglia al seguito. Proibito
difendersi o dare soccorso, perché il bandito può sbagliare mira, lo Stato no:
lui colpisce sempre, la vittima ovviamente.
Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo fuori casa, allo
sdegno si aggiunge la pelle d’oca.
La guerra civile in Ucraina (che sembra giungere a
conclusione, finalmente!), le vittime del Mediterraneo in questi giorni.
E continuano a tenere banco le atrocità dell’Isis, che fanno
impallidire anche la barba di Barbablù.
Le ultime dall’inferno dei jihadisti ci
mostrano il rogo medievale del pilota giordano, 21 cristiani copti decapitati ieri, 15 donne
irakene sfregiate in faccia con l’acido da altre donne-poliziotto perché
trovate senza velo, la ragazza americana forzata all’unione con un tagliagole e
poi eliminata.
In particolare, questa violenza cieca e brutale contro le
donne è ciò che più mi ripugna.
Ma non vedo intorno a me tanta indignazione nel mondo femminile.
Dove sono finite le “femministe” che scendevano in piazza
contro la società maschilista, contro la Chiesa, contro ciò che (a loro dire)
impediva il libero esercizio dei loro “diritti”?
La Chiesa non faceva paura, ma l’islam sì. La Chiesa era
capace di opporsi in alcune pretese considerate crimini (come l'aborto), nel rispetto della democrazia. L’islam no. Considera la donna proprietà del marito, e la mette a tacere. Con le buone e (soprattutto) con le cattive.
Non hanno niente
da dire ora quelle femministe, tutte ormai ben sistemate nelle varie poltrone
di comando e lautamente remunerate, contro lo scempio che viene fatto dell'universo femminile in buona parte del mondo, e soprattutto nel mondo musulmano, anche in
Italia?
Silenzio di tomba. Nel senso vero del termine: gli islamisti lapidano, tagliano le gole,
riducono in schiavitù, emettono sentenze di morte personali, impediscono l’istruzione
femminile, insaccano le donne nel burka per tutta la vita, negano loro la patente d'auto...
Visto che le femministe hanno perso la voce, facciamo sentire quella “indignata” di Cecilia
Bartoli, che interpreta la Juditha triumphans (Giuditta trionfante) di Antonio Vivaldi (1716).
Giuditta, l'eroina biblica che tagliò la testa al generale Oloferne.
Un pezzo di bravura della Bartoli. E un atto di ribellione femminile contro ogni forma di sopraffazione.
L'Oratorio fu composto da Vivaldi per la liberazione di Corfù dall'assedio dei Turchi. Sarà bene ricordare che la nostra civiltà è stata difesa con eroici sacrifici da valorosi combattenti.
Sono i giorni della Settimana Santa. Si ricorda la passione,
morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Non si può giungere alla gloria della risurrezione, senza
prima passare attraverso la passione. Sono le parole di Gesù ai due scoraggiati discepoli di
Emmaus (Lc 24,13-35).
Ciò che sembra una sconfitta, la morte in croce di Cristo, è
in realtà preludio alla Sua glorificazione.
Per questo il cristiano non può essere mai del tutto triste,
nemmeno nei momenti più bui dell'esistenza, perché sa che l’ultima parola non l’avrà la sofferenza
e la morte, ma la vita e la risurrezione.
Gli antichi pittori disegnavano Cristo Crocifisso con gli
occhi aperti e con una espressione serena, e già gloriosa: Christus triumphans,
piuttosto che Christus patiens; Cristo vittorioso, anziché Cristo sofferente.
Esemplare a questo riguardo è il Crocifisso di S. Damiano,
quello caro a S. Francesco, e che troviamo in molte abitazioni. Ispira una
serenità infinita.
Anche per questo preferisco iniziare la Settimana Santa con la
musica di Antonio Vivaldi.
Il grande musicista e sacerdote veneziano (“il prete rosso”)
non riesce mai a scrivere musica “triste”. Perfino quando tratta della Passione
e Crocifissione di Cristo.
In lui c’è sempre la gioia della speranza, l’attesa della
Risurrezione.
Ecco dunque il “Crucifixus”, dal Credo in Mi minore, RV 591.
Non raggiunge la sublime bellezza del Credo 592, che ho già postato in altra
occasione:
Quando ci sono, come adesso, cupi segnali di malessere (politico, sociale,
economico, morale), ci assale lo sconforto.
Se poi si aggiungono anche malesseri fisici (influenza,
raffreddore, dolori vari), allora lo sconforto aumenta ulteriormente, in
proporzione ai gradi di febbre, alla persistenza dei dolori e alla loro intensità...
Siamo a novembre, ma non sappiamo bene in quale stagione
siamo entrati: in un sol giorno si alternano le quattro stagioni: stamani
doccia all’aria aperta, poi sole a catinelle, quindi fonata di vento serale e ora una notte limpida e fredda.
Non mancano però motivi di speranza. Soprattutto quella che
fa riferimento alla fede.
Abbiamo festeggiato i Santi, abbiamo ricordato i nostri cari defunti; abbiamo festeggiato S. Carlo Borromeo, tra poco festeggeremo S.
Martino, il santo della carità, che divise il suo mantello con un povero
infreddolito. Anche S. Carlo non scherzò, quando rivestì con i pezzi della sua
porpora cardinalizia le spalle dei mendicanti di Milano.
Esempi sempre attuali.
La musica di Vivaldi è quanto mai utile, in questa
circostanza. Le sue composizioni sono sempre luminose e piene di calore.
Se abbiamo perso il concetto delle stagioni, lui ce lo può
ricordare con i suoi quattro magnifici concerti.
Ma ha pure onorato i Santi Confessori (come sono stati S.
Carlo e S. Martino), musicandone la liturgia dei Vespri, cosa che poi farà anche
Mozart con una celeberrima composizione.
Ascoltiamo perciò di Antonio Vivaldi il Salmo 116 (117), V Salmo dei Vespri di un Confessore: “Laudate Dominum”, in Re minore, RV 606, per
Coro, Archi e Basso continuo.
Nell'ultimo post ho riportato il Salmo 111 (112), Beatus Vir, non meno significativo, che è il III dei medesimi Vespri.
E ritorni la speranza!
Laudate
Dominum omnes gentes, laudate eum omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius; et
veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio et nunc et semper, et in saecula
saeculorum. Amen.
Genti tutte lodate il Signore, lodatelo popoli tutti.
Perché egli ha confermato la sua misericordia su di noi; e la
verità del Signore rimane in eterno.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio e ora e sempre, nei secoli dei
secoli. Amen.
Nella festività dei Santi, beato l'uomo che teme il Signore!
Il timore del Signore non è, come qualche saputello
presuntuoso potrebbe pensare, una menomazione della libertà dell’uomo.
È esattamente il contrario. Per citare un’espressione della
Bibbia, è l’inizio della vera sapienza: “Initium sapientiae timor Domini” (Sir 1, 16), l’inizio
della sapienza è il timore del Signore.
Il santo timor di Dio non è ovviamente la paura del padrone,
o peggio, la paura del tiranno.
È invece il doveroso rispetto verso colui che è nostro Padre,
e che ci insegna la via della giustizia.
Ma non è l’amore il sentimento che lega al proprio genitore?
Come può esistere il timore nell’amore?
Certo, se tutto il nostro rapporto con Dio fosse unicamente nel
timore reverenziale, allora si avrebbe un rapporto che vede nei comandamenti divini
solo degli obblighi, delle limitazioni al nostro agire.
Ma se il santo timor di Dio è vissuto all’interno del
sentimento dell’amore, allora non solo non è più limitativo, ma è la logica e gioiosa espressione
della nostra libertà d’azione.
Nessuno vuole veramente bene al proprio genitore se l’offende,
se gli mentisce o addirittura lo ignora e lo elimina dalla propria vita, e se disprezza i familiari.
Chi ama suo padre e sua madre, li onora e quindi ne ha un
doveroso rispetto, “il santo timore” di rattristarli, il timore di sbagliare
strada e di finire male.
Per questo il Salmo 111 (112) dice nel suo incipit: “Beato l’uomo
che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti” (Beatus vir qui
timet Dominum, in mandatis eius volet nimis).
I Santi sono quegli uomini beati di cui parla il Salmo, che
nell’amore di Dio, non disgiunto dal suo santo timore, hanno operato la
giustizia e la carità verso i fratelli, raggiungendo la pienezza della vita.
Il mondo di oggi, che sta perdendo il timor di Dio, si
dirige verso l’horror delle zucche di Halloween.
Con il vuoto esistenziale che le accompagna.
Propongo perciò un breve versetto del Salmo 111 (112): Beatus Vir, RV 597, per coro, solisti e orchestra, di Antonio Vivaldi:
"In memoria aeterna erit iustus, ab auditione mala non timebit" (il giusto sarà in eterna memoria, non temerà annunzio di sventura), in un arrangiamento per pianoforte. Volenteroso il coro brasiliano.
“In Cristo Risorto tutta la vita risorge” (Prefazio della Messa di Pasqua).
La speranza si fa strada nel cuore dell’uomo, nonostante tutto. Nonostante il maltempo e il non-governo.
Per esprimere la gioia di Pasqua non bastano le parole. Occorre la musica.
Ritengo che nessun musicista abbia saputo esprimere il sentimento della gioia al pari di Antonio Vivaldi.
In questo senso, neppure Mozart.
La musica di Vivaldi è gioia pura, sia che si tratti di un concerto, di un’opera, di una Messa. Sia che si tratti di primavera, di estate, di autunno o d’inverno. La sua musica è di un “gioioso stabile”.
Mi rivolgo perciò al genio del “prete rosso” per esprimere la gioia di questa Pasqua straordinaria, che ha visto in tutto il mondo, anche per merito di Papa Francesco, un rinnovato senso di speranza in Cristo.
Ascoltiamo il “Resurrexit” dal "Credo" in Mi minore (RV 591), per coro a 4 voci miste, archi e basso continuo.
Sono costretto a mettere ancora una volta come video lo spartito e non un coro, perché non ho trovato nel web la videoclip di un coro che esegua il brano in maniera decente.
Il canto, dopo un efficace andamento omofonico, che esprime la compattezza delle fede nel Cristo Risorto e nella Chiesa una-santa-cattolica-apostolica (bellissimo il crescendo!), nel breve fugato finale (“et vitam venturi saeculi. Amen”) dà il senso di un gioioso distendersi verso l’infinito di Dio, per trovare in Lui la vera pace.
L’Arma dei Carabinieri ha come patrona la Virgo Fidelis,
cioè Maria Santissima, Vergine fedele.
Fedele a Dio e all’umanità, sempre disposta al bene, fino ad
accettare il sacrificio del Figlio per la salvezza dell’umanità.
Può sembrare strano che un’Arma abbia come patrona la più
mite delle creature, la più dolce, la più pacifica, e per di più una donna.
Su questo ultimo aspetto non c’è più alcuna sorpresa; oggi
anche le donne possono indossare la divisa da carabiniere...
Che cos’è allora che unisce l’Arma con la disarmata grazia
della Madre di Dio?
La fedeltà alla propria missione, senza se e senza ma.
La Vergine Maria ha detto sì al Signore e lo ha mantenuto
per tutta la vita, fin sotto la croce del Figlio. Virgo Fidelis, Vergine
fedele.
L’Arma dei Carabinieri ha per motto “Nei secoli fedele”, al
servizio dello Stato e della legalità. Anche questo è un grande sì, che implica
abnegazione e sacrificio, ed è ciò che il popolo ha sempre particolarmente
apprezzato nella figura del carabiniere.
Due fedeltà che stanno bene insieme. La fedeltà a Dio e la
fedeltà allo Stato. “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di
Dio” (Mc 12, 13-17).
Ma c’è un altro motivo, a mio parere, che rende significativo questo
legame.
La fedeltà di Maria implica il coraggio di una scelta di
campo, la lotta incessante contro il male morale, fino al trionfo del bene e
alla conquista della Patria eterna.
La fedeltà di un Carabiniere implica una strenua lotta contro
l’illegalità, contro il crimine; in una parola, contro il male, per il bene
comune della patria terrena.
Per onorare la Virgo Fidelis ascoltiamo due stupendi, se pur brevi, versetti
del “Magnificat” musicato da Antonio Vivaldi (1678-1741).
Sono le parole di Maria stessa: “Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui. Deposuit
potentes de sede et exaltavit humiles”.
“[Il Signore] ha spiegato la potenza del suo braccio, ha
disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Ha rovesciato i potenti dai
troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 51-52).
Vivaldi riesce ad esprimere musicalmente, con la forza e la
potenza di un’armata militare, il “rivoluzionario”
progetto di giustizia, che Dio vuole per l’umanità.
Al tepore di giornate ancora luminose, si oppone il
fresco di nottate sempre più lunghe; il lento decadere della natura è accompagnato
dalla stupenda produzione di uva, olive, castagne; e non dimentichiamo le
melagrane e i kaki!
Il bosco se ne va verso lo squallore invernale tra foglie che
cambiano colore e che cadono e funghi che spuntano vivaci e (quelli migliori)
nascosti.
Stagione di chiaroscuri, di luci e di ombre, di vita e di
appressamento alla morte (come direbbe Leopardi).
“Ahi son fumo quaggiù l’ore serene!
Un momento è letizia, e ’l pianto dura.
Ahi la tema è saggezza, error la spene.
Ecco imbrunir la notte, e farsi scura
la gran faccia del ciel ch’era sì bella,
e la dolcezza in cor farsi paura.” (G. Leopardi, Appressamento della morte, I, 28-33).
Si può esprimere questa stagione con la musica
di Antonio Vivaldi (1678-1741).
Ma non con una delle sue Quattro Stagioni (sarebbe troppo
scontato!), bensì con il Concerto in Sol Minore per 2 Violoncelli, Archi e
Basso Continuo, RV 531, nei tre classici movimenti codificati proprio da Vivaldi: Allegro-Adagio-Allegro.
Il protagonista del concerto è la voce del violoncello: baritonale, scura
e a prima vista (anzi, a primo udito) un po’ lamentosa. In realtà è una voce
calda, vibrante, capace di slanci improvvisi e di raffinate sorprese. Una “sintesi degli opposti”,
per dirla con Hegel.
Come l’autunno.
Kateryna Bragina e Stéphane Tétreault (15 anni), violoncelli solisti
Le
previsioni dicono però che da oggi stesso ci sarà bel tempo, addirittura quasi
estivo. Staremo a vedere...
Intanto ascoltiamo
anche un supplemento di pioggia musicale.
Si tratta di
una bella aria per contralto castrato dall’opera “Tieteberga” (nonché da“Il Giustino”) di Antonio Vivaldi: “Sento in seno
ch’in pioggia di lacrime”, RV 737, Atto II.
Lacrime di
pioggia e lacrime d'amore è un luogo letterario di antica data, come si vede.
Rain and tears...
La presento
in una trascrizione per doppio pianoforte. Il pizzicato dell’orchestra d’archi è reso nel
piano con un sapiente uso del sordino e di
un tocco battente.
L’aria dell’evirato
cantore è sostituta dal suono libero dal
pedale smorzatore, eseguita da Greg Anderson; ottimo l'accompagnamento di Elisabeth
Joy Roe.
Un’originale
trascrizione e una bella esecuzione di questo emergente duo pianistico
statunitense.
Buona Festa
di S. Marco e della Liberazione, col sole!
La Pasqua è il centro e il fondamento della fede cristiana.
Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede. Ma
Cristo è risorto, primizia di coloro che sono morti (1 Cor 15, 14-20).
La Pasqua dà significato a tutta la nostra esistenza, anche ai
momenti più bui. Solo nel Risorto la vita umana trova il suo significato pieno
e la sua inesauribile speranza.
Anche nel giorno in cui decine di cristiani in Nigeria a Kaduna (si parla
di una quarantina di persone!) sono state massacrate da un’autobomba islamista accanto ad una Chiesa.
Una Pasqua insanguinata, di fronte alla quale rimaniamo esterrefatti.
Di fronte al male assoluto non c’è che da aggrapparsi al
Cristo, vincitore della morte e della barbarie più atroce. Al tempo stesso invochiamo
giustizia da parte delle autorità nazionali e internazionali.
Che si ponga fine a questa infinita persecuzione contro i
cristiani, in ogni parte ormai della terra!
Il cristiano è colui che non piega
la schiena al "politicamente corretto" e ai potenti di turno, ma proclama ovunque
il diritto e la giustizia. Per questo, come Cristo, viene perseguitato.
Ma alla
fine, vince.
Per questo vogliamo ribadire la nostra fede, opponendo alla
barbarie disumana del fanatismo islamista la grandezza della fede cristiana,
espressa nel Credo.
Ascoltiamo perciò il Credo (RV 592) di Antonio Vivaldi,
nella sua completezza. Una decina di minuti di musica sublime.
Invito ad ascoltarlo tutto. Nella festosità del suo inizio,
nella drammaticità del “Crucifixus”, nell’esultanza del “Resurrexit” e della
parte finale.
Buona Settimana di Pasqua, e un grande abbraccio ai cristiani della Nigeria: "Nigra sum, sed formosa!"
Quest’anno la primavera è arrivata un po’ in ritardo, dopo i lunghi rigori invernali; ma ora sta recuperando alla grande il tempo perduto e si sta arrampicando sulla vetta Celsius con l’agilità di un grimpeur.
Oggi è arrivata a quota 26...
Non vorrei che all'improvviso le venissero i crampi ai polpacci e sia costretta a scendere di sella. Sarebbe un bel guaio.
Ma intanto, al suo passaggio, tutto riprende vita e colore. Magari, non farebbe male un bel rifornimento d’acqua nella borraccia, vuota da un bel pezzo, o meglio ancora una bella secchiata d’acqua addosso da parte di qualche pietoso spettatore.
Stamani, con tanto sole in cielo, non potevo starmene di certo nel chiuso della città, e così mi sono fatto una bella camminata in collina, tra boschi, prati e campi.
Insieme a tanti altri fiori, compresi glicini e lillà in largo anticipo, ho visto viole dappertutto, in forte ritardo.
E allora, con tante viole, occorre fare un bel concerto. Con la viola protagonista, ovviamente.
Ascoltiamo perciò un concerto per viola di Antonio Vivaldi, in un arrangiamento synt.
Così pregava S. Francesco nel Cantico delle Creature.
Tutto per il Poverello di Assisi era degno di lode nel mondo, compresa sorella morte “corporale”, alla quale nessuno può sfuggire, ma che prepara l’incontro con il Signore. Solo la “seconda morte”, quella irreparabile dei malvagi, è da evitare accuratamente.
Una visione della vita con occhi limpidi, sereni; ma non ingenui, come talvolta invece si vuol far passare l’insegnamento di Francesco, e come si conviene al Santo più somigliante a Cristo, anche nella sofferenza delle stigmate.
La gioiosa esperienza francescana può essere ben espressa dalla festosa musica di Antonio Vivaldi. Anche in Vivaldi qualunque tema, sia pur doloroso, viene tradotto in musica rasserenatrice.
Per essere in linea con il Cantico delle Creature, mi pare appropriato il Salmo 116 (117): “Laudate Dominum omnes gentes”, Lodate il Signore, tutte le genti!
Lo splendido brano di Vivaldi, RV 606, in Re minore, è per Coro a 4 voci miste (SCTB), archi e basso continuo.
Una dedica particolare agli utenti (tutti) di Oknotizie, che in questi giorni ho salutato.
Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius,
Et veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
Sicut erat in principio, et nunc, et semper.
Et in saecula saeculorum.
Amen.
Lodate il Signore, tutte le genti;
lodatelo, popoli tutti.
Poiché è stata confermata la sua misericordia sopra di noi,
La festa della Madonna Assunta in cielo ci presenta la gloria di Maria, “umile ed alta più che creatura”.
Nel bel mezzo dell’estate, nel periodo delle ferie, in cui più facilmente siamo portati a pensare solo al benessere del corpo, la Madonna ci fa alzare gli occhi verso il cielo, che è la patria comune.
“La nostra patria è nei cieli, e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Ef 3, 20).
La Madonna, nel Magnificat, ci ricorda che il Signore “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Luca 1, 51-52).
Il Magnificat è quanto mai adatto per rendere un degno omaggio a Maria, che si è fatta “serva del Signore” ed è stata perciò innalzata alla gloria del cielo.
Servi di Dio e di nessun altro, direbbe Don Milani, sia chiaro!
A differenza di coloro che esaltano una libertà individualistica e senza regole, che significa diventare schiavi di ogni circostanza, e correre il rischio della “perdita” di sé stessi.
Dal Magnificat musicato da Antonio Vivaldi, RV 610, postiamo proprio i due versetti che abbiamo sopra ricordato:
Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui.
Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles.
Si noterà come la musica si adatti perfettamente alle parole e ai concetti del testo evangelico.
Potente l’inizio del versetto (“fecit potentiam”), mentre poi le voci del coro si dividono e si “disperdono” sulla parola “dispersit”, per esprimere il castigo riservato ai superbi.
Voci e strumenti si riuniscono poi in un impressionante unisono, a indicare la povertà assoluta dei potenti rovesciati dai troni (“deposuit potentes de sede”). Niente fronzoli: solo un unisono, che sembra un vibrante parlato.
Un commento musicale dell’orchestra invece introduce e conclude in bellezza “et exaltavit humiles”.
Un minuto e mezzo di musica divina! Invito ad ascoltare tutto lo stupendo Magnificat di Vivaldi (non c’è solo quello di Bach!)
Molto espressivi il City of Bristol Choir e l'Emerald Ensemble, diretti da David Ogden, che nella sua direzione “totale” ricorda il mitico Sir Georg Solti.
Buona festa della Madonna Assunta e buon ferragosto!