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venerdì 8 agosto 2008

Pensieri morali (8). Commiato




"Guernica" (1937), Pablo Picasso (Museo Reina Sofia, Madrid)


Si conclude con questo ottavo post la serie di ‘pensieri morali per li huomini d’oggi’ che ho voluto proporre in lingua antica proprio agli utenti del web, abituati ai nuovi linguaggi informatici.
In pratica ho composto un piccolo manuale di etica, certamente meno impegnativo della ‘Critica della Ragion Pratica’ di Kant, ma spero interessante e utile.


Sunt lacrimae rerum
(È il pianto della natura)


Fallace costume dell’umana natura è laudare i tempi trascorsi e vituperare il presente, reo di ogni male; ma in vero, colpevole solo di averci carcato di anni.
Nondimanco mi sembra che in questi novissimi tempi i tramutamenti in peggio siano cotanti e cotali, che non pare più trattarsi del solito inganno, ma di verità demonstrata.

Ti ricorderai per certo, lettore non più giovine, come da fanciulli si bevesse l’acqua scorrevole dei fossi senza tema veruna, tanto era limpida e fresca.
Guarda però come quelle acque si son fatte putride e sozze; e il rivo si è ridotto a macchia spinosa e non sai più se acqua pende nel suo letto di melma; dei pesci si è persa anche la specie, né la rana più canta la fine del verno.

Chi vede oggimai nel cielo il volo del passero, della rondine e delle altre avicule? Non senti più nemmanco lo sgraziato raglio dell’asino, che si spegneva alfine dentro il sacco di fieno. E intanto i buoi impazziscono nelle stalle perché non conoscono più il sapore dell’erba medica e del trifoglio, né più i loro grandi occhi si aprono sulle distese dei campi.

Scioglietevi, ghiacci perenni dei monti; dissolvetevi, nevi eterne dell’ultima Tule; dispogliati, foresta delle vergini Amazzoni; e tu, deserto, divora la terra fruttifera con la tua insaziabile ingordigia!
Perché l’uomo ha trasmesso la sua pazzia al bue mansueto e ha sentenziato la morte del pacifico asino, incapace di dolo.
Ha inaridito le sorgenti dei fiumi e ha reso venefiche come cicuta le erbe dei campi.

E doppo aver distrutto ogni cosa, inanimata o vivente, si è rivolto contro se medesmo; ha fatto svanire la sapienza dei suoi vecchi che languiscono nella solitudine, e ha principiato a divorare la sua prole ancora nel guscio.
Financo il sole si è velato di mestizia e fa piovere i suoi raggi violacei, apportatori di morte.

***

Ausculta, homo sapiente del terzio millennio, le voci et i lamenti delle creature, e ti affretta a portare reparo al danno dato, pria che il guasto addivenga insanabile e perisca la casa e i suoi abitatori, come Sansone con li Filistei tutti.
Non ti difettano mezzi, né ingegno, poscia che hai già conosciuto tutto il vasto sfero della terra, e financo la volubile faccia della luna, e i mediastini spazi.

Conosci poco te stesso, troppo hai trascurato te medesmo; non dico la parte esteriore, verbigrazia il tuo corpo, al quale prodighi infinite attenzioni et cure, ma ciò che più dentro vi alberga, cioè la tua anima etterna, capace di Dio.

Voglio dubitare che alla fine di questa lettura qualche ammonimento di antica sapienza ti rimanga fisso nel cuore; imperocché li huomini mutano favella e millesimo, ma in ciò che di proprio loro appartiene, rimangono stabili e fermi.



Amicusplato
Dal loco suo, li 8 di Agosto 2008; con moderna imbreviatura 08/08/08

mercoledì 6 agosto 2008

Pensieri morali (7)


L’esistenza di Dio! Un argomento che accompagna l’umanità dai suoi inizi. Può sembrare una questione oggi fuori moda, oppure un argomento OT (off topic) per usare il linguaggio della blogosfera; ma forse si cerca di evitare una domanda, dalla quale dipende non il bilancio dello Stato, ma quello della nostra vita. Qualunque sia la risposta che uno dà.
Buona ricerca, dunque.



Dio


Niuna persona, di comune intelletto o di acerrimo ingegno, potrà giammai sottrarsi a disputare questo argomento, il più nobile e profittevole per il genere umano, ancorché difficile et arduo.
Invero nulla può esservi di più elevato che investigare sul principio stesso e causa dell’intiero universo, e niente di più utile conoscere se questa infinita estensione di esseri è governata da mano sapiente o da cieco potere.

Chi è seguace del gregge di Epicuro truoverà nella natura delle cose solo materia sensibile, e niuno spazio e loco per la divinità.
Se invece sei discepolo della Schola sarai persuaso che ogni essere, anche menomo, porta il sigillo dell’artefice sommo.
Vi sono poi di coloro, specie nell’evo attuale, che ritengono impossibile per la nostra ragione penetrare in un mistero sì spesso, e sospendendo ogni giudizio ritraggono le antenne dell’intelletto dentro il nicchio angusto e ritorto della propria natura fisica.

Apprestiamoci dunque a disputare la questione; ma di fronte ad un argomento sì eccelso, il nostro dire e i nostri sillogismi saranno ancora più scarsi e difettivi.
Principiamo da quello scoglio che incontriamo sùbboto appena si sente nominare il nome di Dio, e che oppone: “Se Dio ci fosse si dovrebbe vedere, in qualche modo; dicono infatti che sta in cielo, in terra e in ogni loco; ma non si riesce a trovarlo da nissuna parte; dunque Dio non c’è”.

Se l’huomo fusse un bue e di questo avesse li occhi tanto grandi e la mente tanto piccola certo si contenterebbe di sì materiale discorso, e poserebbe satisfatto davanti alle cose, come il bue davanti a un campo interminato di trifoglio.

Ma l’huomo non si quieta nel vedere con li occhi dei sensi, et invece il lume esteriore accende quello interiore dell’intelletto, che non trova requie né pace finché non trova la cagione di ogni cosa.
Anche l’ingegno più comune, già dalla puerizia, si diletta nel ricercare il perché di questo e di quello, infino ad accorgersi che ciascun essere di questo mondo mutevole abbisogna di un’opportuna causa, e dunque l’intiero universo.
Perocché [poiché] non è moltiplicando gli esseri mutevoli ad infinito che la nostra mente si placa, ma solo nel trovare un essere stabile e fermo in sé medesmo, senza mutamento alcuno e dunque etterno, principio e causa di quanti si voglia esseri mutabili. E questo noi diciamo Dio.

Se poi ritieni che sia una volontà cieca a reggere e governare l’universo, non daresti ragione alcuna a ciò che di ordine, di regola e fine si scopre dappertutto.
Et anco il male, che fa sì orrore, mostra per converso che siamo fatti per il bene e veniamo dal bene; così come la ripulsione per il falso ci convince che siamo fatti per il vero e veniamo dal vero.
Il male è arrendevolezza dell’essere e attiene alle cose mutevoli, non al volere di Dio immutabile; adunque è penetrato nel mondo per arbitrio degli esseri mutevoli, contro a la volontà divina.

Ritorna, o uomo, alla retta ragione; riconosci il tuo creatore che in te ha impresso la sua effigie di libertà e sapienzia. Segui il bene che vedi e approvi; smetti il male, che non vuoi. Varca le colonne d’ Ercole della tua indecisione e spingiti nel mare aperto dell’essere divino!
Allora il tuo cuore inquieto troverà finalmente ristoro e il tuo intelletto la verità intiera.


Foto in alto: "La Sagrada Familia" (1882, opera incompiuta), Antoni Gaudì (Barcellona)

lunedì 4 agosto 2008

Pensieri morali (6)

















Tra i ‘pensieri morali’ non può mancare una riflessione sulla morte. Il titolo ‘Memento homo’ (lo dico per coloro che conoscono il latino come io conosco l’inglese) significa ‘Ricordati uomo’, e come si sa, dovremmo ricordare di essere in fin dei conti della polvere.

Per rendere questa riflessione più presentabile (qualcuno toccherà l’hardware del suo pc…), ci aiuta molto il linguaggio italiano antico, che, con il suo frasario lontano dal nostro, dà un tono distaccato, e con un sottile filo di humor, a tutto l’argomento; si tratta in fondo di ‘fermare per un atomo di tempo’ la nostra riflessione su questo tema… Senza sconti, però.
Buona lettura!



Memento homo


Niuno argomento appare tanto duro all’intendimento dell’uomo e tanto poco gradito ai suoi orecchi, quanto il favellar della morte; nondimanco non vi è per certo altro fatto sì indubitabile e fermo, che si debba morire. Non abbisognano quivi doti di profezia o d’altra specie divinatoria, imperocché qualsivoglia persona capace d’intendimento sa per certo che, chi poscia chi pria, chi senescente e chi in giovane etade, chi homo dabbene o invece reo e meschino, ciascuno tuttavia andrà al suo fine.

Bene ha espresso questo fatale approssimarsi all’ultimo istante Seneca morale col dire: Ogni giorno moriamo. Non l’ultima goccia svuota la clessidra, ma tutta l’acqua scorsa dapprima.

Per ciò, o uomini, sia lecito fermare per un atomo di tempo la riflessione su una cosa siffatta, che interessa tutti, che toccherà a ciascheduno e niuno risparmierà.
Non maravigliarti, benevolo lettore, della crudezza di questo mio dire, poiché l’asperità delle parole consegue alla severità dell’argomento.

Osserva piuttosto l’agire sciocco del volgo che, nascondendo a sé medesmo la propria condizione di mortale, si trastulla nei diletti o si affatica nell’accumulare ricchezze, senza il menomo pensiero a ciò che l’attende doppo questa fuggevole vita, se il nulla etterno o un Dio irato, giusta la pensata di Pascal giansenista.

Apprestiamoci invece ad un’opera degna della nostra umana sapienza che, pur difettosa e inferma, nondimanco sa pervenire a mirabili conquiste, come ammonisce il Filosofo: Non dovete dare ascolto a coloro che consigliano all’uomo, perché mortale, di limitarsi a pensare cose umane e mortali; al contrario, per quanto si puote, bisogna comportarsi da immortali, secondo la parte divina che è in noi.

Decidiamoci dunque a seguire con virtuosa fermezza ciò che il lume della ragione asserisce nell’animo nostro: esservi un Dio eterno e giusto, con il quale avremo da ultimo a fare i conti.
E poiché l’umana pigrizia nelle faccende spirituali è assai grande, sarà bene svegliarsi da questo sonno accidioso in tempo, piuttosto che destarsi in luogo di pena e di tormento nell’etternità.


Nella foto in alto: "Il trionfo della morte" (1562), Bruegel il Vecchio (Museo del Prado, Madrid)

sabato 2 agosto 2008

Pensieri morali (5)


























La peste è una parola tristemente legata ai secoli passati. In realtà oggi si presenta in altre forme più subdole, ma non meno pericolose.


La peste


Li nostri avi, nella loro crassa ignoranza delle cose della scienza, aveano trovato cagione dei pestiferi morbi in avversi congiungimenti astrali o nelle potenze demoniache inimiche del genere umano, oppure anche nell’ira divina accesa dalle nostre nequizie.

Chi avrebbe potuto cogitare che invece dei grandi corpi celesti, fossero piuttosto minutissimi corpiccioli, ovverossia bacilli, la causa di infinite malattie? E chi avrebbe potuto pensare che i sozzi bubboni della nera peste fossero opera di ridicoli topi, anziché artifizio infernale? E chi mai ancora avrebbe dubitato che fusse l’ira divina a scuotere con terribili tremuoti l’orbe terracqueo, piuttosto che l’opera naturale di Pangea?

Niuno avarebbe potuto immaginare che l’infruttifero salcio [salice], anziché utile per legare il fieno degli armenti, fusse più atto a curare i molteplici dolori e raffreddamenti umani; né l’avaro contadino avrebbe creduto che il penicillo del suo formaggio piuttosto che venire riguardato come dannosa e spregevole muffa, sarebbe addivenuto la panacea di ogni male. Financo l’astuto Mitridate si maraviglierebbe nel sapere che il suo esempio periglioso vien seguitato da tutti l’òmini d’oggi, li quali per resistere a’ morbi crudeli si propinano una porziuncola dei mali medesmi, cognominata vaccino.

Che dire poi de li moderni cerusici, i quali aprono e chiudono il corpore umano come un armario, e tolgono e mettono organi vitali qualmente si pota o si innesta una vite salvatica o un ulivo cureggiolo?
Ippocrate, Galeno, e lo stesso divo Esculapio rimarrebbero mutoli davanti ai numerosi artifizi meccanici partoriti dall’arguta mente dell’uomo. Vedi lì un istrumento per osservare le ossa e le interiora senza effusione di sanguine; e più avanti un ordigno che rimette in funzione il cuore di un corpo strappato alle Parche!

Contra tali uomini e mezzi parrebbe che morbo veruno possa menomamente oggimai resistere, e nel presente terzio millennio della salutifera Incarnazione di Nostro Signore Gesù Christo non vi sia più loco per alcun genere d’infermità e malattia.

Et invece, di quanto li uomini si sono ingegnati e hanno afinato le armi dell’intelletto e dei medicamenti, nell’istesso modo li invisibili nemici si sono parati in nuove schiere, come trebbie munitissime, e si sono insinuati in ogni umano pertugio.
Così hanno sparso i loro pestiferi veleni nelle corporali membra, e in specie dove più l’umana gente truova per solito piacere e sollazzo, verbigrazia [cioè] negli amplessi amorosi e nei diletti della carne, li quali sono diventati perigliosi al pari di una guerra; laonde li uomini danno talora battaglia con il brando dentro a un fodero, infruttuosamente, con poca satisfazione et pericolo molto.

Ritornate, figli dell’uomo, alle virtuose condotte dei padri; non abbandonate il talamo nuziale per adulterini e perniciosi traviamenti; difendete la giovanile continenza, per quanto umanamente si puote, fino al nuziale connubio.

E li pestiferi morbi rimarranno fuora delle nostre case.


Foto in alto: "La peste di Ashdod", Nicolas Poussin (1631), Louvre

giovedì 31 luglio 2008

Pensieri morali (4)


All’inizio di questa serie di post in lingua italiana antica, non avevo la minima idea di come avrebbe reagito il mondo della blogosfera.
Finora i risultati sono stati positivi. Nei vari aggregatori i tre articoli pubblicati hanno fatto la loro figura anche in Home Page. Questo significa che nel mondo del blog c’è ancora posto per una lettura che faccia spremere un po’ le meningi… ma con legittima soddisfazione, spero!
Ho intenzione di portare a termine questo mio impegno con altri quattro 'pensieri morali’, che hanno come titolo La Ricchezza (che oggi viene presentato), La Peste, Memento Homo, Dio.
Al termine, ognuno potrà constatare che i problemi fondamentali dell’uomo li abbiamo ancora di fronte, anche se sono cambiati i vocaboli e il frasario.



La ricchezza


Li huomini di ogni tempo hanno desiderato sempre la ricchezza.
Come i fanciulli si trastullano a raccogliere nicchi marini, immagini colorate e simili frivolezze, parimenti l’uomo compiuto trova gaudio e satisfazione nell’accumulare quelle figure appellate denari, tutte consimili e scioccamente istoriate, di carta vilissima o di oscuro metallo.

Io veggo in questa insaziabile fame di denaro una qual certa infermità fanciullesca, come sottilmente ha insinuato Freud libidinoso, un riandare a giuochi e affezioni infantili troppo presto interrotti o tutt’affatto [del tutto] impediti.

Qualcuno potrebbe dire che i denari sono di necessità per vivere, e si accumula per i tempi futuri e calamitosi, come insegna l’industriosa formica, e non la stolta e petulante cicala che sta in su gli alberi e canta, e non vede l’appressarsi del verno.
Ma ciò che hai accumulato, o huomo ricco che leggi, ti basterebbe non per una ma per più vite, non per sofferire [sopportare] una vecchiezza, ma per resistere ad una intiera eternità, se all’uomo fusse concesso tanto; al contrario, giunti in età senile, è scritto che si debba presto morire et appare inutile un cumulo di beni per chi deve partire senza bagagli.

Forse tu hai voluto pensare ai figli e ai figli dei tuoi figli, e alla fedele consorte. Essi già litigano mentre il tuo corpo giace disteso nella funebre coltre in attesa di pia sepoltura, così che appai simigliante a un misero porcello ingrassato, più utile da morto che da vivo, come predica Santo Bernardino Senense.
E non ti dispiaccia, o huomo chiunque tu sia, di essere paragonato al setoloso porco, imperocché quando si tratta di ragunar denaro tu diventi peggiore di qualsivoglia animale. Più del lupo, che almanco risparmia i suoi simili; vieppiù del leone, che, placata la fame, giace satollo; e perfino di più della jena ridente che dispoglia li morti, ma teme li vivi.

Orsù dunque, umano genere, ritorna alla tua natura più propria e riconosci con li occhi dell’intelletto la vanità di questo accumulare ricchezze, che porta la mente ad oscurarsi, il cuore a rompersi come un vaso di creta, e la persona farsi estranea e financo inimica ai suoi simili.

Tu medesimo, huomo dovizioso, comincia piuttosto a dispogliarti del tuo ingombrante fardello, e doppo aver honestamente pensato al bene di chi ti è prossimo per vincoli di sanguine, restituisci quel che hai ottenuto con la fraude con opere giovevoli al pubblico universo. Prendi anche virtuosa satisfazione in soccorrere persone miserabili, né a te legate da parentela alcuna, né da altri sentimenti se non quello di essere tuoi consimili, ma bisognevoli di aiuto.
L’anima ritroverà la sua quiete e gli occhi riposo. E mentre virtuosamente disfai il cumulo delle tue ricchezze terrene, ne prepari un altro più durevole per l’eternità.


Foto in alto: "Il cambiavalute e sua moglie" (1514), Quentin Metsys (Louvre, Parigi)

martedì 29 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi (3)


Frasi e vocaboli antichi per esprimere concetti e problemi attuali. Un modo per vincere la pigrizia estiva tenendo in sottile esercizio anche la mente, e per non cadere nei soliti temi del gossip e della politica. E poi, un po’ di antiquariato non guasta mai in una casa…
Buona lettura!



La fame


Già ti veggo sorridere, benevolo lettore, all’udir questa parola, tu che non l’hai per certo conosciuta e ti appare oggimai come un fiato di voce, un vocabolo spento e peregrino.

Dal dì del tuo natale in oggi non hai cessato per un sol giorno di satollarti con ogni genere di vivande, terragnole, acquatiche o celesti, verbigrazia [cioè] animali dal piè tondo e dall’unghia fessa, verzure e frutti secondo la loro specie, uccelli alati e pesci guizzanti secondo le loro molteplici specie.
E forse mentre stai leggendo queste mie difettose considerazioni hai sopra il tuo tavolo di computista una bevanda o una munizione da bocca che ti stimola i sopiti e pigri istinti dell’appetito e tiene in esercizio perenne il rumine del tuo stomaco.

Se poi troppo t’incresce notricarti in casa, col far due passi fuora, per certo troverai subito luoghi già apparecchiati alla bisogna; e solo ad un tuo cenno, come alla mano del padrone, si appresseranno a te servizievoli ancelle e coppieri, pronti a satisfare ogni tuo corporale desiderio.
Che dire mai potremo di quei maravigliosi mercati dove in un sol loco si trovan ragunate tutte le robbe e le sustanzie che sono sotto il cielo, e non v’è che la fatica della scelta, al pari dell’asino di Buridano, e ognuno può torre via ciò che gli aggrada, e in massima quantità?

Stupisci cielo, maravigliati terra, ché mai si era udita e vista una simile abbondanza, neppure nel paese di Cuccagna, di cui favoleggia lo sporcissimo Boccaccio, né manco ai tempi della primitiva aurea etade, come canta Ovidio nasuto nelle Metamorfosi; ma, se m’è lecito, solo al tempo del nostro padre Adamo, pria che fusse gittato fuora del Paradiso Terrestre!

Ma vedi anche, o huomo d’oggi, come i tuoi figli e le tue figlie si son fatti obesi, quasi etruschi lucumoni, o evanescenti e macri come ombre serotine. Il vigore si spegne per li acidi grassi e gottosi che intasano le vene, insieme a zuccari melliflui.

I digiuni e i martirii che le antiche genti hanno sopportato per la salvezza dell’anima, sono oggi sofferti per la salute di questo nostro corpo mortale.
C’è chi si nutrica solo di verzura come le capre; chi ha in dispregio i dolci sapori o i sapidi condimenti; a un altro sono negate le grasse vivande, a un altro invece le bevande inebrianti, in guisa tale che la presente generazione in mezzo a tanta abbondanza mi pare condannata al medesimo supplizio di Tantalo.

O huomo, hai dimenticato i beni spirituali e ti sei affaticato solo per quelli corporali. Ma questa perniciosa oblivione ha danneggato e l’anima e il corpo, come accade sovente quando non si vogliono usare le doti che la natura ci diè. Cosicché alcuna si affatica troppo e alcun’altra perisce.
Ritorna a dare nutrimento alla tua anima immortale.
Et in un corpore sano tornerà ad albergare una mente risanata.


Foto in alto: "Cesto di frutta" (1597), Caravaggio (Pinacoteca Ambrosiana, Milano)

lunedì 28 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi (2)








Vista la buona accoglienza al post introduttivo, proseguo col proporre in antica lingua italiana il primo argomento di riflessione: la morale sessuale.



Maschio e femmina li creò


Imperciocché [poiché] l’uomo e la donna hanno avuto in sorte strumenti tali che ciò che manca all’una parte pare compensato dall’altra, conviensi, come ha scritto il divino Platone, che amendue [ambedue] si ricerchino e si ritrovino, al fine di ricondurre le proprie membra in quella naturale unione che ogni desiderio acquieta.

Et invero la nostra stessa esperienzia ci dice quanto sia difficile vivere senza conoscere donna alcuna, poiché ciò che la natura ha dato nessuno può togliere, o per dirla alla maniera latina quod natura dederat nemo tollere poterat. Lo stesso si dica per la femmina, la cui virginal continenza appare oggimai cosa rara et preziosa.

L’istoria umana adunque non può dirsi solamente istoria della lotta di classe, come vuole Marx todisco, né pure istoria delle idee, come insegna magister Hegel. Simili giudizi attengono per solito alle pubbliche dissertazioni della schola e della politica.

Esiste però eziandio [anche] una lotta meno saputa ma parimenti reale, fatta di fatiche e travagli amorosi, con insidie, pugne, vittorie et sconfitte, eguali al De bello Gallico, Civili, Punico, et Peloponnesiaco; talvolta in campi aperti, ma più sovente in luoghi angusti e secreti; pugne tutte mondiali, che si combattono non per sette, trenta ovvero cento anni, quale la più lunga appare dai libri, ma da sempre et per sempre.
L’uomo e la donna, senza corazza o vestimento bellico, ma del tutto dispogliati, e armati solamente di ciò che la sorte ha variamente distribuito ai due ordini, si azzuffano in singolare tenzone che alla fine dovrebbe lasciare amendue vincitori et vinti.

E come nella storia pubblica si suole distinguere et enumerare due epoche, quella antica e quella moderna, altresì può dirsi per l’istoria amorosa.
Vi fu un tempo in cui l’uomo, aduso a menare la spada di giorno, parimenti in tempore pacis [in tempo di pace] menava il gladio notturno di contro la sposa fedele, che niuna resistenza poteva contro tanto assalitore, espugnatore di città e castella.

Oggi die, persa la dimestichezza con le armi, l’uomo appare pavido e scialbo, mentre le femmine son divenute ardimentose e provocanti; in guisa tale che queste si sono rivestite di caratteri e costumi mascolini, e li homini per contro li vedi portare capelli disciolti e variopinti, orecchini, monili et altre robbe, che faceano un dì ornamento alle membra muliebri.
E come è infiacchito l’aspetto esteriore, sì pure è scomparso il vigore dei lombi; laonde producono scarsa progenie e sembrano simiglianti ad alberi fronzuti, pieni di inutili foglie, ma senza frutto veruno, né pure capaci di sostentare un foco robustoso.

Orsù dunque, homini e donne, ritornate a ciò che la natura vi ha donato di proprio, a ciò che il Signore Iddio ha insinuato nella vostra coscienza! Ritorni la fedeltà coniugale e la giovanile continenza. Scompaiano gli usi disordinati. Per quanto umanamente si puote.


Foto in alto: "Adamo ed Eva" (1186), Bonanno Pisano (Portale del Duomo di Monreale)

sabato 26 luglio 2008

Pensieri morali per li huomini d'oggi


"Giudizio Universale"
(part.),
Luca Signorelli (1499),
Duomo di Orvieto,
Cappella di S. Brizio






Siamo in vacanze o in ferie e vorrei perciò proporre qualcosa di insolito…
Non in rima questa volta, ma in prosa; più precisamente qualche articolo di riflessione (tra il serio e lo scherzoso) in antico volgare toscano, la lingua dei nostri grandi autori del passato.
Direbbe Palazzeschi: “Lasciatemi divertire!”
Ma il vero motivo di questa scelta lo spiego nella introduzione (Benevolo lettore!) che oggi propongo.
E poiché mi immagino che la lettura sarà un po’ impegnativa, prima di rinunciare a leggere, invito ad un iniziale sforzo di attenzione. Passato il primo scoglio, forse sarà più facile continuare la navigazione e magari trovare il viaggio interessante.
Il prossimo eventuale articolo porterà il titolo: Maschio e femmina li creò.
Se invece la cosa non sarà gradita, tornerò alle usate maniere.




Benevolo lettore!


Ti sembrerà strano questo linguaggio antiquo, tu che sei abituato alla novella lingua italica, composta di avocaboli che dicono cose e istrumenti non mai conosciuti dalle precedenti generazioni e variamente condita di barbare voci della terra di Britannia o di quella di Amerigo et altre ancora, sì che l'eloquio non par più latino.

Ma ti maraviglierà forse, con il suono delle parole, anche la sustanzia degli argomenti, imperocché [poiché] alle disputazioni filosofiche tu preferisci i sollazzi corporei, o se mai investigare i secreti della natura e architettare macchine ingegnose per sollievo dell’umano genere, al pari di Prometeo, rapinatore di fuoco e artefice di infinite invenzioni.

Ho voluto scrivere in questo linguaggio ormai spento, acciocché le mie parole paiano provenire da lontano, quasi monito di profezia per questo terzio millennio. Et ancora perché la curiosità e novità della cosa ti spingano a leggere, e leggendo tu possa più agevolmente avvicinarti, come per giuoco, a norme et principii morali in oggidì poco auscultati.

Così questi miei discorsi, se pure imperfetti e difettosi, potranno recarti la preziosa eredità dei nostri virtuosissimi padri, la quale invero anche a te appartiene.