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mercoledì 8 marzo 2017

Donna, mistero senza fine bello! (Gozzano)




Tra le poesie dedicate ad una donna, “La signorina Felicita” di Guido Gozzano (1911) è una delle più riuscite.

Posto solo qualche strofa, come invito alla rilettura di questo piccolo capolavoro.

Dietro la scherzosa e quasi irriverente descrizione della signorina, il poeta cerca di nascondere la sua commossa ammirazione e uno struggente sentimento amoroso. 

Ma neppure l’ironia riesce a salvarlo dal mistero della donna, “senza fine bello!”.

Un augurio  a tutte le donne, in questo giorno a loro dedicato.




La signorina Felicita, ovvero la Felicità

III

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
……
Donna: mistero senza fine bello!


(Guido Gozzano)




Nella foto in alto: "Giovane bionda seduta" (1918), Amedeo Modigliani, National Gallery, Washington.



sabato 14 novembre 2015

Gli asini in cattedra



























“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana; ma per quanto riguarda l’universo ho ancora dei dubbi.”

Questa celebre frase di Einstein dovrebbe essere collocata come motto programmatico all’ingresso della Scuola Elementare “Matteotti” di Firenze, che ha vietato qualche giorno fa alle classi III di visitare la mostra “Bellezza Divina” di Palazzo Strozzi.

Motivazione: le immagini sacre possono offendere la sensibilità religiosa degli alunni non cristiani.

Si tratta di celeberrime opere dei massimi artisti moderni e contemporanei, come Millet, Van Gogh, Chagall, Picasso, Matisse, Severini, Munch, Rouault, Guttuso, Fontana, Casorati, Viani, Martini, ed altri ancora.

Opere di bellezza sublime, come il Crocifisso Bianco di Chagall, la Pietà di Van Gogh, la Crocifissione di Guttuso, l’Angelus di Millet, il Figliol Prodigo di Martini, etc. 
Capolavori provenienti da ogni parte del mondo e che nella vita è già difficile poter vedere “dal vivo” anche una sola volta.

La stupidità dei docenti di quella scuola di Firenze ha impedito agli  (s)fortunatissimi alunni di poter vedere quei mirabili capolavori riuniti tutti insieme, in un capolavoro di luogo che è Palazzo Strozzi.

Stupidità con tutta una serie di aggravanti.

La prima, e più ovvia: se si impedisce in Italia di vedere l’arte cristiana, allora a scuola si va per riscaldare le sedie: si dovranno cancellare i libri di letteratura, arte, musica, filosofia, storia... 

Siamo a Firenze, nella patria dell’arte. I fiorentini dovranno viaggiare bendati, perché nella Città del Fiore ti imbatti ovunque con l’arte sacra: Cimabue, Giotto, Masaccio, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello, Andrea del Sarto, Filippo Lippi, Botticelli,  Michelangelo, Leonardo... 

Quando si parla dell’Isis, una delle loro pratiche barbariche più odiose è la distruzione dei siti artistici che non corrispondono ai loro schemi ideologici. A quanto pare i barbari dell’Isis sono arrivati anche a Firenze.
È proprio questa cultura laicista che impedisce il vero dialogo interculturale e l'accettazione dei nuovi arrivati, con conseguenze alla fine disastrose.

E questi docenti (ma è un titolo che non compete loro...) pare non sappiano neppure che buona parte di quegli artisti esposti in Palazzo Strozzi sono stati o sono persone non credenti o di altre fedi religiose. Eppure hanno sentito il desiderio di misurarsi con l’iconografia cristiana e religiosa.
Esempio, oltre che di arte somma, di grande intelligenza e di apertura mentale.

Tutte doti sconosciute a quegli insegnanti (?) di quella scuola (?) che non hanno permesso di vedere Chagall, Picasso, Van Gogh, Guttuso, Munch, Martini, Severini, Millet..., in uno dei più bei palazzi di Firenze.

Gli asini sono saliti in cattedra.

PS. E mentre da noi si impedisce ai nostri studenti di andare a vedere opere d'arte sacra e religiosa, in Francia i terroristi islamici stanotte hanno compiuto un orrendo massacro in vari attentati. A quanto pare le vittime sono oltre 150.



Foto in alto, una delle opere esposte: "Crocifissione" (1940-41), di Renato Guttuso, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma.




venerdì 31 luglio 2015

Finire luglio in bellezza




Per ristorarci dal caldo micidiale di questo luglio che volge al termine, e per dimenticare le miserie dei tempi presenti, ascoltiamo uno degli strumenti più adatti a riposare mente ed orecchie: il clavicembalo.

Il suo suono garbato, mai eccessivo, sempre spassionato per costituzione, fa singolare contrasto con i toni accesi, esasperati, talora nauseanti della società attuale nei suoi principali esponenti.

Ne abbiamo già ampiamente parlato negli ultimi post. Et de hoc, satis.

Ora è il momento di rilassarsi un po', al suono del clavicembalo, e con l'aiuto di due mostri sacri della musica barocca: Domenico Scarlatti e Giorgio Federico Händel.

Assisteremo alla sfida (storica) tra i due coetanei (ambedue nati nel 1685, come Bach), che si svolse a Roma nel 1709 nel Palazzo del Card. Pietro Ottoboni che possedeva una bella serie di clavicembali (sedici!) e un organo da camera.

L'idea della pubblica sfida venne al principe Francesco Maria Ruspoli, ammiratore di Händel che in quel periodo soggiornava presso di lui.

Come riportano i cronisti, al clavicembalo piacque di più Scarlatti, per il suo tocco elegante e leggero, mentre all'organo vinse nettamente Händel , come riconobbe "sportivamente" lo stesso Scarlatti.

Nel film che narra la vita del genio anglo-tedesco, e che riportiamo, Händel afferma di essere stato lui il vincitore assoluto.

In realtà non fu così; come sicuramente non fu suonata nel certame la "Passacaglia in Sol minore" dello stesso Händel, composta successivamente nel 1720 (è l'ultimo movimento della Suite VII in Sol minore, HWV 432).

Ma il celebre brano si presta bene per ragioni sceniche al confronto tra i due; infatti ogni variazione (la passacaglia è un tema con variazioni) è ripetuta obbligatoriamente in ritornello. Così  il raffronto è facile: ognuno dei due suona in successione lo stesso episodio.

Si può anche notare come nel film Scarlatti sembri più anziano del rivale. In realtà era un po' più giovane e non aveva ancora compiuto 24 anni. 

Buon fine luglio e inizio di agosto!


La clip è tratta dal film inglese "God rot Tunbridge Wells!", del 1985, nel 300° anniversario della nascita di Händel. Il titolo ("Dio faccia marcire Tunbridge Wells") si riferisce a una frase che talvolta il musicista diceva negli ultimi suoi anni, per un'operazione alla vista andata male nella località di Tunbridge Wells (e nel film, per una orrenda esecuzione del "Messia" dai coristi e orchestrali di quella cittadina del Kent).





mercoledì 19 marzo 2014

Nella festa di S. Giuseppe



Nessuna musica da offrire questa volta, per festeggiare S. Giuseppe,  il “padre putativo” di Gesù.

Alla musica ci pensa lui stesso; sì, S. Giuseppe, presentandoci nel quadro di Caravaggio una partitura del compositore fiammingo Noel Bauldewijn (1480-1529), sulle parole del Cantico dei Cantici "Quam pulchra es”, Quanto sei bella... Un canto di lode alla Vergine Maria, sua sposa, che insieme al Divin Figlio prende riposo, nella fuga in Egitto, all’ombra di una palma (ma il pittore si prende una licenza artistica).

Il “Riposo durante la fuga in Egitto”, narrato con dovizie di particolari dai vangeli apocrifi, è stato un soggetto illustrato da molti grandi pittori, come Tiziano, Correggio, Barocci, e via dicendo.

Ma l’unico che rimane impresso nella memoria, indimenticabile, è il dipinto di Caravaggio.

Un’opera ancora giovanile (1596). Si notano le “influenze” dei grandi maestri lombardi, veneti e bolognesi. La figura dell’angelo musicante che domina centralmente la scena è di una bellezza impareggiabile.

The Great Beauty, si potrebbe dire...

La Madre e il  Bambino, vinti dal sonno, sono rappresentati con tenera dolcezza; ma il manierismo si fa ancora sentire.

Talvolta (spesso?) viene un po’ trascurata (artisticamente) la figura di Giuseppe: un vecchio stanco e in ombra, rispetto alla piena luce in cui sono disegnati Maria e Gesù, icone di vita immortale.

A mio modesto avviso, Giuseppe in questo quadro è la figura più “caravaggesca”, quella che maggiormente preannuncia il suo genio artistico.

Giuseppe è avvolto dall’ombra, umbra mortis, l’ombra di morte di ogni essere umano segnato dal peccato  originale. E Caravaggio lo fa notare alla sua maniera: ciuffi di capelli bianchi, così come la barba, rughe sulla fronte spaziosa, viso segnato dal tempo, occhi deteriorati, e pur ancora vigili.

Su quel volto segnato dalla morte giunge il misterioso flash di luce, che lo fa emergere dal buio retrostante. È la luce della grazia, che brilla in pienezza nelle splendide forme dell’angelo e nelle tenerissime figure di Maria e del Bambino.

Giuseppe tiene con impegno la partitura suonata dall’angelo (si vedono i gomiti puntati sui fianchi!). È il canto per la sua amata Sposa e per il Figlio di Dio, di cui è padre secondo la legge, e custode premuroso. 

Non è solo "un leggio" di un musicista, sia pure celeste, come a prima vista verrebbe da pensare!

Buona festa di S. Giuseppe, buon onomastico e auguri ai papà!




venerdì 22 febbraio 2013

Cortona, città perfetta


























Cortona è una città “perfetta” nella sua struttura urbanistica, racchiusa da possenti mura etrusche.
Città affascinante, che ogni anno attira da ogni parte del mondo migliaia di turisti.
Una piccola città, ma ricca di arte e di artisti.
Tra le opere d’arte basterà ricordare l’Annunciazione (1430 ca) del Beato Angelico (in questo periodo, in mostra in Vaticano).

Tra gli artisti citerò i sommi, di tre epoche diverse.

Luca Signorelli (1445-1523), che con il suo “Giudizio Universale” nel Duomo di Orvieto (Cappella di S. Brizio) ha ispirato quello di Michelangelo; per alcuni aspetti quello del Signorelli è anche più bello, nella sua plastica essenzialità. Come curiosità, voglio ricordare che perfino Freud cita il Signorelli all’inizio della sua “Psicopatologia della vita quotidiana”.

Pietro Berrettini (1596-1669), più conosciuto come Pietro da Cortona (ma a Cortona è chiamato il Berrettini!), è insieme a Bernini e Borromini il grande esponente dell’architettura barocca, e nella pittura il caposcuola del barocchismo. Scenografie grandiose e fastose, cieli “sfondati”, figure splendidamente rappresentate, in ogni possibile maniera e in un tripudio di luci e di colori. Il “Trionfo della Divina Provvidenza” nel Salone di Palazzo Barberini a Roma è unanimemente considerato il manifesto del barocco pittorico.

Gino Severini (1883-1966), insieme a Boccioni, Carrà, Balla e Russolo, firmò nel 1910 a Milano il “Manifesto dei pittori futuristi”, dando vita al futurismo pittorico. Una delle opere più belle dell’artista cortonese si trova nella sua città. È una stupenda “Via Crucis” a mosaico (1947), con le XIV Stazioni, più una; la prima infatti, fuori dello schema classico liturgico, rappresenta Gesù in Croce e ai suoi piedi S. Margherita da Cortona.

Proprio per questo oggi ho voluto dedicare un post alla città di Cortona: oggi è la festa della sua Santa Patrona. La vita di S. Margherita è stata descritta anche da celebri scrittori, come François Mauriac, per cui non c’è bisogno di soffermarvici. Il fascino di questa città è anche il fascino della sua bellissima Santa Patrona, Margherita.

Dal punto di vista musicale, il "Laudario Cortonese" è il più antico libro di canti in volgare, cioè in lingua italiana, risalente al XIII secolo (il secolo di S. Margherita), in notazione guidoniana, alcuni dei quali ripresi anche da artisti moderni (ad esempio, Claudio Baglioni, in "Dolce sentire").

E poiché si parla di musica leggera, cortonese è Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti; e legato a Cortona per motivi familiari e affettivi è uno dei più grandi parolieri italiani, Franco Migliacci.
A Cortona si sono esibiti ultimamente, in splendidi concerti, il violinista André Rieu con la sua spettacolare orchestra, e Martha Argerich, una delle più grandi pianiste del nostro tempo, che presso Cortona, in provincia di Arezzo, seguì in gioventù (negli anni ’60) un corso di perfezionamento di Arturo Benedetti Michelangeli.

Si parva licet componere magnis, Cortona è nel mio cuore, perché vi ho passato buona parte della mia carriera d’insegnante.
E mia madre si chiamava Margherita...

Riporto l’inizio di una poesia dedicata a Cortona da parte di un fine e grande poeta, Giulio Salvadori (1862-1928), nato a Monte San Savino, nella parte opposta della Valdichiana.

Alla montagna di Cortona

Dolce montagna, ond’io mirai bambino
nascere il sol d’autunno ogni mattino,
ove Cortona a mezza costa ascende
e al sol ponente d’ametista splende,
in te rinacque come in propria stanza
viola piena d’umile fragranza,
di verginal bellezza rivestita
fior della nostra valle, Margherita.
Sulla città, dalla sua nuda cella,
presso e lontan raggiò come una stella...

(Giulio Salvadori)


Foto in alto: "Via Crucis" (mosaico), Il Crocifisso e S. Margherita, Gino Severini (1947), Cortona

sabato 6 novembre 2010

La bellezza dell'incompiuto. La Sagrada Familia (Gaudì)

 






















La bellezza, secondo i canoni classici, è sinonimo di perfezione, cioè di opera compiuta (perfetta, appunto, dal latino perficio/perfectum, cioè portato a termine).

E non solo perfezione del tutto, ma anche armonia delle parti, cioè la giusta misura di ogni dettaglio.

Niente da dire. L’arte, come la natura, privilegia la completezza, l’ordine, la misura.

Eppure non sempre ciò che rimane incompiuto mette a disagio. Talvolta addirittura suscita ammirazione stupita.

La bellezza in questo caso consiste non in un’estatica contemplazione dell’opera d’arte, ma in una partecipazione creativa di colui che guarda, il quale da semplice spettatore diventa anch’egli in certo modo autore.

Di fronte ai “prigioni” di Michelangelo, che rappresentano degli schiavi (prigioni) appena sbozzati, ci sentiamo in qualche modo anche noi come imprigionati dalla massa di quel marmo che ancora li avvolge e ne sentiamo quasi fisicamente il peso e i legami.
Nasce così anche in noi il desiderio di lottare contro tutto ciò che in qualche modo ci incatena con i vincoli dei condizionamenti.

Un vigoroso desiderio di liberazione, di scuoterci tutto d’addosso, che probabilmente non avvertiremmo, se l’opera fosse stata portata a termine, “perfetta” nella sua bellezza.

Qualcosa di analogo ci accade quando guardiamo la “Sagrada Familia” di Antoni Gaudì (1852-1926), a Barcellona.

Quest’immensa e incompiuta struttura sacra, cantiere aperto da più di cento anni (1882), che ha innalzato verso il cielo le sue ardite e frastagliate guglie di pietra, la sentiamo come un’immagine della nostra stessa vita, cantiere sempre aperto nella ricerca della verità e della bellezza, in uno slancio verso l’infinito.

Sono proprio quelle guglie, così moderne e geniali nella realizzazione e antiche nei richiami gotici, a dare senso a questa incompiuta e mirabile struttura. Non è bastata la vita di Gaudì, né quella della generazione successiva a completare l’opera. Occorreranno ancora altri decenni per dare un senso di maggior compiutezza.

Ma intanto domani, domenica 7 novembre 2010, Benedetto XVI consacrerà la Basilica della Sagrada Familia, di Antoni Gaudì, incompiuta.

Anche questo è un chiaro insegnamentio, e questa volta non solo di carattere estetico. La bellezza non consiste nella completezza di un’opera, ma nel muoversi in direzione giusta.

L’uomo è un viandante. Per tutta la vita sarà "in itinere".

Non per niente Benedetto XVI andrà a Barcellona dopo aver visitato oggi, nell'anno  giubilare di S. Giacomo,  Santiago di Compostella.
Egli ha fatto in certo senso il cammino dei pellegrini compostellani in senso inverso; verrebbe da dire (mi piace De André...) “in direzione ostinata e contraria”.

La bellezza di questo Papa è proprio qui; nel non rispettare le regole della “correttezza” vigente. Per di più la sua è una “scorrettezza” ostinata.

Per questo mi piace.

martedì 30 giugno 2009

Sempre bellezza... parliamo di brutti!









Non sempre si devono ricordare le cose meglio riuscite.

Anche quelle meno belle o perfino le brutte hanno diritto ad un post.

Un esempio di bruttezza artistica è la Fontana del Nettuno (1560-1575), in Piazza della Signoria a Firenze, opera di Bartolomeo Ammannati.

Una montagna di marmo bianco di Carrara, che i fiorentini chiamano ironicamente “il Biancone”.

Certo, nel confronto con il David di Michelangelo, poco distante nella medesima area, il povero Ammannati con il suo Nettuno non fa una bella figura…

“Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato!” commentò subito la gente.

Ma, come si sa, a tutto ci si abitua; e dopo cinque secoli di pervicace presenza del Biancone in Piazza della Signoria, oggi appare perfino simpatico.

Con quella testa così grossa, e così poco espressiva.

Le statue in bronzo (satiri, tritoni e nereidi) che decorano la fontana sono invece opera egregia del Giambologna e “sciupano”, per così dire, la bruttezza del monumento.

Ma, come dicevo all'inizio, anche i brutti hanno il loro fascino...

martedì 14 ottobre 2008

Il bello, il brutto e... Benedetto Croce




Un grande contributo per capire ciò che è bello e ciò che non lo è, in ogni forma espressiva, ci viene da Benedetto Croce. Il suo pensiero, dopo quello di Aristotele, appare il più geniale ed anche il più utile per educare al gusto del bello.
Per illustrare l’estetica di Croce non comincerò dal suo pensiero filosofico, come normalmente viene fatto; ma partirò da alcune sue riflessioni immediatamente comprensibili, per giungere a definizioni più generali.

1. Ognuno di noi si accorge che quando parla e tratta di argomenti che conosce bene e lo appassionano, le parole fluiscono quasi spontaneamente a illustrare concetti che sono ben chiari e vivi nella mente. Insieme ai concetti, anche le relazioni logiche vengono espresse con grande proprietà, in un frasario ben articolato ed efficace, grammaticalmente corretto.
Al contrario, quando dobbiamo affrontare argomenti di cui non possediamo completa cognizione o di fronte ai quali proviamo poco interesse, il discorso diventa faticoso e si stenta a trovare parole appropriate. Anche i periodi si fanno involuti o sgrammaticati.

Ecco quindi la prima conclusione. Forma e contenuto di un argomento o di un’opera qualunque non sono separabili; e una forma espressiva sarà efficace, ben articolata e corretta (perciò bella) quando il contenuto di idee in noi è chiaro, vivo e ben organizzato.

Se uno dicesse: Ho delle idee in testa, ma non le so esprimere, Croce risponderebbe: Non le sai esprimere perché non le hai ben chiare in testa. Se uno studente dicesse: Il professore conosce la materia, ma non la sa spiegare, Croce direbbe: Quel professore non sa spiegare la materia perché non la conosce bene; magari non ha appprofondito le strutture e le connessioni logiche, o forse ha una preparazione lacunosa. Se uno conosce bene una cosa, trova sempre il modo di farsi capire correttamente; l’espressione comprensibile dei concetti è la misura di quanto sono chiari dentro di noi. Un appassionato di Internet riuscirà senz’altro a fare un tutorial perfetto, in poco tempo e in modo piacevole. Cosa che io non potrei fare mai…

2. Che cos’è allora un’opera d’arte? Si ha un’opera d’arte quando il contenuto, che l’autore vuole comunicare, è così vivo, potente, efficace che non può che esprimersi in una forma espressiva altrettanto viva, efficace e convincente. In altri termini, è un’idea brillante e geniale, che si fa sempre più chiara nella mente dell’artista e alla fine, quando è pienamente matura, si sprigiona quasi per forza propria (la famosa ispirazione!) in una forma brillante e geniale.
Quando Michelangelo si poneva davanti a un masso di marmo di Carrara, cominciava subito a vedervi dentro muscoli, nervature, atteggiamenti, figure, che poi egli “liberava dalla prigionia del marmo” con lo scalpello.
Le sue sculture incompiute (i Prigioni ad esempio) danno proprio questo senso di liberazione dalla prigionia della materia.

3. Ciò che distingue l’opera d’arte da ogni altra forma dello spirito umano è il modo di esprimersi.
Mentre il filosofo per esprimere la realtà del mondo usa forme astratte e universali (i concetti), l’artista esprime la realtà universale per mezzo di forme individuali, singolari (le intuizioni). Questo è un aspetto fondamentale che, in parte, collega l’estetica crociana all’estetica classica.
In altri termini, il filosofo si esprime per concetti astratti: forma e contenuto sono perciò universali. L’artista invece esprime ugualmente idee universali, ma per mezzo di una forma individuale, sensibile, concreta, che può essere un disegno, una poesia, un romanzo, una scultura… Il tutto in un frammento: questa è la caratteristica dell’opera d’arte.

Per fare qualche esempio; quando Leopardi parla dell’amore (concetto universale) non fa una dissertazione filosofica, ma ci presenta il suo amore per Silvia; Silvia esprime meglio di concetti astratti il significato dell’amore giovanile: “lingua mortal non dice, quel ch’io sentiva in seno”. E ancora, quando vuole esprimere l’illusione della gioia e la realtà del dolore, non fa una descrizione sistematica alla Schopenhauer, ma descrive Il sabato del villaggio: “la donzelletta vien dalla campagna…" tutti gioiosi in attesa della domenica; ma poi tornerà la noia del lunedì.

La grandezza dell’artista sta tutta qui: quando riesce a esprimere nella singolarità della sua esperienza e delle sue immagini l’universalità dei sentimenti umani.

Foto in alto: I Prigioni: Atlante (1530 ca), Michelangelo, Galleria dell'Accademia (Firenze)

lunedì 8 settembre 2008

La natività di Maria



La Natività di Maria, in un antico mosaico (1291) del romano Pietro Cavallini, nella Chiesa di S. Maria in Trastevere.

Si nota ancora la forte influenza dell'arte bizantina, nelle figure ieratiche.
Ma c'è già l'influsso della scuola fiorentina (Giotto) nella concretezza delle forme, e una certa grazia senese (Duccio) nel volto della puerpera S. Anna.

Due donne portano bevanda e cibo ristoratori a S. Anna.
Le due levatrici fanno il bagnetto alla neonata, Maria, di corporatura robusta.

In questa umile scena familiare c'è l'inizio di un mondo nuovo.