Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Ogni voce che si spegne, lascia un silenzio incolmabile.
Se poi quella voce ha il dono della perfezione, allora rimaniamo tutti un po' più rauchi.
Si è spenta in questi giorni, il 6 ottobre, la magnifica voce di Monserrat Caballé, l'ultimo dei grandi soprani del XX secolo: Maria Callas, Renata Tebaldi, Joan Sutherland...
E non si è spenta solo la più bella voce spagnola, anzi, catalana; con lei muore anche un mondo artistico che ha affascinato il '900: il mondo delle "primedonne", il mondo delle "divine" come la Callas, delle "regine" come la Tebaldi, delle "stupende" come la Sutherland.
Con la Monserrat Caballé muore "la Superba", per la sua presenza scenica, per il suo carattere forte, e per i suoi inarrivabili acuti.
Del resto, il suo nome al completo era già una premonizione: María de Montserrat Viviana Concepción Caballé i Folch.
Un nome che indicava anche la devozione alla Madonna di Monserrat, e in quel mirabile santuario di cui portava il nome, si volle sposare.
Io la voglio ricordare non con un brano lirico, ma con una canzone dedicata a Barcellona, la sua città Una canzone scritta da Freddie Mercury nel 1988 e cantata insieme a lui.
Due voci e due presenze sceniche straordinarie.
Nella canzone alla fine si dice: If God is willing, Friends until the end.
Ora i due amici potranno ritrovare la gioia di cantare insieme.
Non mi riferisco al celebre romanzo di Alexandre Dumas père, quello dei tre moschettieri, anzi quattro.
Mi riferisco a vent'anni dopo Lucio Battisti, la cui voce si è spenta il 9 settembre 1998. Ma non si è spenta la sua musica, non si è spenta la sua immagine, non si è spenta la sua fama.
Sono cambiati i gusti, sono cambiati gli stili, sono cambiati i personaggi, sempre più appariscenti e high tech.
Ma quando quel tuo filo di voce risuona in una traccia di un disco, il resto è silenzio.
Vent'anni dopo sono un nulla per la bellezza delle tue canzoni, sempre attuali, sempre affascinanti, anche per i millenials e per chi non ha avuto la fortuna di sentirle dal vivo.
Per ricordarti e per ringraziarti dei colori con cui hai disegnato la mia giovinezza, voglio stanotte riascoltare L'aquila, del 1972 (ma la pubblicazione è del 1971, come vedo dalla partitura delle edizioni musicali Acqua Azzurra che ho sotto gli occhi).
Ma come un'aquila può
diventare aquilone?
Sarai sempre un'aquila, carissimo Lucio, che vola ad altezza sublimi.
Molte sarebbero le notizie da commentare, e qualcuna anche con delle pasquinate. Basti pensare alla Francia che pontifica sugli emigranti e intanto li respinge, o all'inizio dei Campionati del Mondo di Calcio di Russia 2018, nei quali manca indecorosamente l'Italia (non accadeva dal 1958).
Ma preferisco continuare con ben altra e migliore musica: quella del 1968.
In quell'anno una delle canzoni più gettonate era "Il ballo di Simone", cantata da Giuliano e i Notturni, cover di "Simon says" della band statunitense The 1910 Fruitgum Company (ma ancora l'inglese non era adeguatamente apprezzato).
Entrando in un bar o in locali simili, si aspettava che qualcuno mettesse nel jukebox le 50 lire per questa hit; intanto da un altro lato del locale qualche giocatore di flipper, attorniato da vari curiosi, con altre 50 lire, faceva impazzire la pallina tra i "funghi" del biliardino, provocando luci e rumori che facevano da controcanto.
Flipper e jukebox: bastava poco per divertirsi, in quegli anni musicali e coloratissimi.
E intanto molti giovani presenti si mettevano a ballare, con le mani alzate e "vibranti", come richiesto dal ballo di Simone.
Sono passati 50 anni e sembra ieri. Mi riferisco al 1968.
Non starò a fare riflessioni socio-politiche sul '68. Dico solo che stava cambiando il mondo e ci sembrava un mondo a colori. Cosa sia successo dopo, ognuno può giudicarlo da sé.
Ma forse quei giorni sono irripetibili.
Basti pensare al fatto che i cantanti inglesi e francesi cantavano in italiano...
"Quelli eran giorni" (cover di Those were the days), cantata da Sandie Shaw, che amava esibirsi scalza.
Era l'epoca della contestazione, no?
Preferisco questa cover a quella di Mary Hopkin (diciassettenne allora), con bella voce, anche se ancora poco timbrata; ma la sua versione in inglese ottenne un successo planetario (aveva come sponsor i Beatles).
.... Di là passava la nostra gioventù...
Quelli erano giorni
C'era una volta una strada, un buon vento mi portò laggiù. E se la memoria non m'inganna all'angolo ti presentasti tu.
Quelli eran giorni, sì, erano giorni, al mondo non puoi chiedere di più. Noi ballavamo anche senza musica, nel nostro cuore c'era molto più.
La ra la ra la la...
Vivevamo in una bolla d'aria che volava sopra la città. La gente ci segnava con il dito dicendo: "Guarda la felicità!"
Quelli eran giorni, oh sì, erano giorni, al mondo non puoi chiedere di più. E ripensandoci mi viene un nodo quì, e se io canto, questo non vuol dir. La ra la ra la ra...
Poi, si sa, col tempo anche le rose un mattino non fioriscon più. E così andarono le cose, anche il buon vento non soffiò mai più.
Oggi son tornata in quella strada, un buon ricordo mi ha portata là. Stavi in mezzo a un gruppo di persone e raccontavi: "Cari amici miei..."
Quelli eran giorni, sì, erano giorni, al mondo non puoi chiedere di più. Noi ballavamo anche senza musica, di là passava la nostra gioventù. La ra la ra la ra...
Quando corrono tempi cattivi, quando il presente fa un po' schifo (eufemismo), e il futuro appare oscuro come l'oracolo della Sibilla, per difendermi mi rifugio nel passato.
E vado a ricercare nella memoria qualcuna di quelle irripetibile emozioni che venivano da un 45 giri, magari del 1968.
Sono passati appena 50 anni (!), ma "L'amore è blu" di Paul Mauriat ha molto da dire anche oggi.
Almeno a me. Riesce a farmi dimenticare perfino Mattarella...
Ci sono alcune date nella storia
dell’Italia moderna che hanno un valore fondamentale.
Ce ne sono in particolare due che
hanno un legame cronologico con l’anno 2018 e con il 18 aprile.
La prima è il 1918. Cento anni fa
sul fronte del Piave e del Grappa si combatté e si vinse la Grande Guerra (4
novembre 1918) che unificò l’Italia dal Brennero a Lampedusa. Il 4 novembre
avremo modo di ricordare il centenario della vittoria.
Oggi invece, 18 aprile, si
ricorda un’altra battaglia decisiva, questa volta politica, che fu combattuta
tra il comunismo stalinista e la democrazia occidentale.
Il 18 aprile 1948, e cioè 70 anni
fa, con la grande vittoria elettorale della Democrazia Cristiana guidata da
Alcide De Gasperi, l’Italia relegava il Partito Comunista di Palmiro Togliatti
all’opposizione. In quello stesso periodo, nelle nazioni dove vinse il comunismo, arrivò
l’aiuto “fraterno” e cingolato del regime sovietico.
Fu una battaglia elettorale memorabile,
combattuta paese per paese, casa per casa e perfino dentro casa. Straordinari
per creatività e fantasia i manifesti e gli slogan di quella epica battaglia.
Ma certamente lo slogan più azzeccato e più famoso fu quello dei democristiani:
“Nel seggio elettorale Dio ti vede, Stalin, no!”
Per ricordare il 18 Aprile
(1948), la nuova Lepanto della civiltà occidentale, e il suo carismatico
vincitore Alcide De Gasperi, mi piace riascoltare le note che da bambino
sentivo risuonare prima dei comizi democristiani nella piazza del mio paese: “O
bianco fiore!” Non è il massimo dell’arte
musicale (Dario Fiori, 1906), ma quando gli altoparlanti diffondevano quelle
note, il popolo democristiano fremeva di commozione e di speranza.
“Bandiera rossa la trionferà!”,
cantavano invece i comunisti, alla toscana. Ma così non fu. Vinse il bianco
fiore.
San Patrizio mi piace, e mi piace tutto ciò che si riferisce
a lui, come il St. Patrick’s Day (oggi), lo Shamrock (il trifoglio di S.
Patrizio), il verde del trifoglio, e l’Irlanda tutta, nazione tosta, simpatica,
cattolica, antibritannica quanto basta.
Mi piacciono gli scrittori irlandesi, che hanno fatto grande
la letteratura inglese, e per questo qualcuno li confonde con gli inglesi: Joyce, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, Jonathan Swift,
solo per citare i massimi, tutti con la dote dell’umorismo e dell’ironia, indice
massimo d’intelligenza.
Ho un debole per l’anticattolico Joyce (io che sono
cattolico fino al midollo), ma la sua formazione nella scuola dei gesuiti lo fa
un esperto conoscitore della Chiesa, vista nei suoi limiti umani. Il suo Ulisse
rimane per me l’opera più geniale della letteratura moderna e quella che amo di
più per l’incredibile stile innovativo; ritengo inoltre che solo un profondo
conoscitore della Chiesa e della sua dottrina possa apprezzare fino in fondo la
sua corrosiva critica e le sue dissacranti allusioni.
Ovviamente Oscar Wilde è colui che meglio di ogni altro sa
cogliere con folgoranti aforismi, pieni di humour, i vari aspetti della vita e
delle persone. Non c’è bisogno di ricordarli, sono ben noti e possono essere
letti nel web.
Ma ce n’è uno che nella festa di S. Patrizio non posso
tralasciare: “La Chiesa Cattolica è fatta di santi e di peccatori; per le
persone perbene basta quella Anglicana”. Un aforisma che si adatta bene a tanti
moderni perbenisti laici nostrali ed europei che hanno sempre il dito puntato
sulla Chiesa Cattolica, e non si accorgono del loro ipocrita squallore
esistenziale.
Jonathan Swift ci ricorda un altro aspetto dell’Irlanda: la sua
colonizzazione da parte degli inglesi. Lasciando da parte per una volta i formidabili
e fantastici Viaggi di Gulliver, la sua “Modesta Proposta” ci ricorda cosa è
stato il colonialismo inglese nei confronti della vicina isola: una barbarie che
ha portato gli irlandesi quasi all’estinzione.
Ho avuto la fortuna di stare qualche tempo in Irlanda, a
Cork, e di conoscere quello straordinario popolo, molto simile nel carattere a
quello italiano: cordiale, espansivo, simpatico. Non posso dire “solare” perché
in Irlanda, dice un loro proverbio, “tra un temporale e l’altro, piove”.
Ed è un popolo “musicale”: il loro simbolo nazionale è l’arpa
gaelica, oltre che il trifoglio di S. Patrizio.
Se poi aggiungiamo un po’ di Irish coffee e qualche pinta di
birra (Guinness ovviamente!), la festa può iniziare.
Con lo sguardo benevolo (e misericordioso) di S. Patrizio.
Happy St. Patrick's Day!
Mi pare opportuno festeggiare con una canzone di Bono e gli U2, la band irlandese più celebre nel mondo. Bono ha professato più volte la sua fede cattolica e nelle sue canzoni l'invocazione a Gesù non è una rarità, come anche nell'ultimo album, Songs of Experience (2017), da cui è tratto Lights of Home(2017). Lights of Home
Shouldn't be here 'cause I should be dead
I can see the lights in front of me
I believe my best days are ahead
I can see the lights in front of me
Oh Jesus if I'm still your friend
What the hell
What the hell you got for me
I gotta get out from under my bed
To see again the lights in front of me
Hey I've been waiting to get home a long time
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
The lights of home
The lights of home
I was born from a screaming sound
I can see the lights in front of me
I thought my head was harder than ground
I can see the lights in front of me
One more push and I'll be born again
One more road you can't travel with a friend
Saw a statue of a gold guitar
Bright lights right in front of me
Hey, I've been waiting to get home a long time
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
The lights of home
In the lights of home
Hey now, do you know my name?
Hey now, where I'm going?
If I can't get an answer
In your eyes I see it
In your eyes alone
I see the lights of home
Free yourself to be yourself
If only you could you see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could
Free yourself to be yourself
If only you could see yourself
If only you could see
Luci di casa
Non dovrei essere qui perché dovrei esser morto Riesco a vedere le luci davanti a me Sono convinto che i miei giorni migliori debbano ancora venire Riesco a vedere le luci davanti a me Oh Gesù, se fossi ancora tuo amico Che diavolo Che diavolo hai avuto da me? Devo uscire da sotto il letto Per rivedere Le luci davanti a me
Hey, aspetto da tempo di tornare a casa Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Le luci di casa Le luci di casa
Sono nato da un urlo Riesco a vedere le luci davanti a me Pensavo di avere la testa più dura del terreno Riesco a vedere le luci davanti a me Un'altra spinta e sarò rinato Un'altra strada da percorrere senza amici Ho visto la statua di una chitarra d'oro Luci luminose proprio davanti a me
Hey, aspetto da tempo di tornare a casa Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Le luci di casa Nelle luci di casa
Hey, conosci il mio nome? Hey, dove sto andando Se non riesco ad avere una risposta La vedo nei tuoi occhi Nei tuoi occhi dell'amore Vedo le luci di casa
Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi Renditi libero per essere te stesso Se solo tu potessi vedere te stesso Se solo tu potessi vedere
In questi giorni di un inverno rigidissimo giunto in ritardo, ho sentito
più volte nei telegiornali ricordare l’interruzione del traffico tra i caselli
autostradali di Arezzo e di Chiusi, nella A1, per ghiaccio, neve e gelido vento forte.
Quando sento parlare del casello autostradale di Arezzo mi
viene subito in mente, come un riflesso condizionato, l’autogrill di Badia al
Pino, prossimo al casello, luogo di sosta molto frequentato.
In quell’autogrill ha lavorato per 25 anni come cassiera la
mia sorella maggiore. Per essere precisi, fu lei ad aprire il locale il 29 agosto 1964. Da allora fino al pensionamento ha visto passare migliaia
e migliaia di persone, tra cui moltissimi volti noti della mondanità,
nazionale e internazionale, dal cinema alla politica, dalla musica allo sport: Liz Taylor, Richard Burton, Pertini, Berlinguer, Maradona,
Celentano, Dalla…
Essendo una donna straordinariamente bella, oltre che
straordinariamente brava, riceveva molti complimenti e perfino dei baciamano
(così fece Pertini, ad esempio). Da parte sua, essendo una donna molto attenta
(come solo le donne sanno essere), notava ogni particolare in quelli che
entravano nel locale (allora Mottagrill).
Tra quelle migliaia di persone, e tra i vip, più di tutti l’aveva
colpita Lucio Dalla insieme a sua madre, che a pranzo ordinò i fagioli all’uccelletto…
La colpì, oltre al tipo di menu "contadino" aretino, la delicatezza che Dalla mostrò verso la madre. Da allora Dalla divenne il suo cantante preferito.
Ho già ricordato in altro post questo episodio, ma ora mi piace ricordarlo di
nuovo.
Quando mia sorella sentiva cantare una canzone di Lucio Dalla, ma
specialmente la sua canzone più bella, Caruso(1986), si commuoveva e si metteva a
cantare anche lei, con una voce anche quella bellissima.
Per ricordare Lucio Dalla nel giorno della morte (2012), e mia sorella,
ambedue in un luogo “dove il gioir s’insempra”, metto nel giradischi virtuale “Caruso”.
La cronaca di questi giorni è piena di fatti criminosi nei
confronti delle donne. Uccisioni, stupri, violenze di ogni genere. Rimini, Milano,
Firenze, Roma, Lecce, Casale Monferrato, Napoli, Catania sono alcuni luoghi di questo “settembre
nero” per le donne; tra di esse, perfino un’anziana di 80 anni.
Voglio esprimere la mia solidarietà affettuosa verso le
vittime, e tutto il mio sdegno per questa barbarie dilagante.
Desidero esprimere questi sentimenti anche con una delicata canzone di
Lucio Battisti, piena di affetto verso il mondo femminile, anche nei suoi
risvolti più “marginali”: una donna in solitudine (forse una suora), una
prostituta, una ragazza madre.
“Anche per te”, del 1971, una canzone che non ha perso
nulla del suo fascino e ha molto da dire alla nostra coscienza.
Anche per te (Mogol-Battisti)
Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffé
Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te
Che poi entri in chiesa e preghi piano
E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano
Per te che di mattina torni a casa tua perché
Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te
Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme
E aggiungi ancora un po' d'amore a chi non sa che farne
Anche per te vorrei morire, ed io morir non so
Anche per te darei qualcosa che non ho
E così, e così, e così
Io resto qui
A darle i miei pensieri
A darle quel che ieri
Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi
Al vento avrebbe detto sì
Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi
Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai
Per te che un errore ti è costato tanto
Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto
Anche per te vorrei morire, ed io morir non so
Anche per te darei qualcosa che non ho
E così, e così, e così
Io resto qui
A darle i miei pensieri
A darle quel che ieri
Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi
Al vento avrebbe detto sì.
Marzo e settembre musicalmente per me sono i mesi di Lucio
Battisti.
Sono i mesi in cui è nato (5 marzo 1943) e morto (9 settembre 1998),
e sono i mesi di due delle sue più belle canzoni: “I giardini di marzo” e “29
settembre”.
Non posso lasciar passare questo 9 settembre senza postare
una canzone di Battisti, a 19 anni dalla sua scomparsa. Aveva solo 55 anni.
Il più grande “cantautore” italiano (insieme a Fabrizio De
André) e uno dei massimi artisti di musica leggera del XX secolo nel mondo intero (per favore,
non fatemi paragoni con le supervalutate e spocchiose rockstars inglesi e americane,
e di qualunque altro luogo; di musica me ne intendo), non teme confronti con
nessuno.
Non basta la lingua inglese e un po' di scenografia per fare un capolavoro. Ci vuole un genio musicale; poi è sufficiente un filo di voce e una chitarra acustica. Come Lucio Battisti.
Oggi voglio ascoltare “Io
vivrò (senza te)”. Scelgo questa canzone perché, al ricordo struggente di lui, anch’io
“piangerò, sì, io piangerò…”.
Lascio stare per un momento le brutte notizie che da ogni
parte ci feriscono, e mi ristoro al suono di una bella canzone del 1969: “Concerto”,
la più famosa degli “Alunni del Sole”.
Ho avuto la sorte di passare la mia gioventù in quei mitici
anni 60, quando un mondo nuovo, pieno di speranza, sembrava aprirsi davanti a
noi.
Oggi davanti ai nostri occhi abbiamo la faccia della
Boldrini…
La canzone degli Alunni del Sole è una evidente cover di Epitaph del gruppo britannico “King
Crimson”, del medesimo anno (https://youtu.be/bfgD3LJ6Xb8).
Si tratta di una cover più semplice dell’originale, ma per alcuni aspetti più intensa.
Assai diverso il testo: Concerto
è un canto di amore alla fine di una lunga estate.
Epitaph (già il titolo lo fa immaginare) è invece un’amara
riflessione sulla vita umana.
Domenica delle Palme. Gesù entra in Gerusalemme, accolto festosamente dal popolo con rami di palma e di olivo.
Anch'io mi unisco al coro degli osanna in suo onore con il "Canto di Osanna" dei Delirium. Il testo e la voce è di Ivano Fossati, la musica di Nico di Palo (dei New Trolls).
Mi sembra ieri, quando questa bellissima canzone risuonava nei locali pubblici e nei nostri giradischi.
Era il 1971. Un'epoca di grandi speranze, di sogni ad occhi aperti, di vivacità esuberante.
Oggi, di quell'epoca, di quei sogni, di quella gioia è rimasto poco, purtroppo.
Ma rimane sempre Lui e la sua città, in cui entra come "Rex pacificus", come Re di pace.
Equilibrio perfetto: 12 ore di sole, 12 ore di buio in ogni luogo della terra, dal polo nord al polo
sud, dalla padania alla terronia. Giustizia per tutti, un verdetto salomonico.
Solo un altro giorno
è come questo, l’equinozio d’autunno. In tutti gli altri giorni qualcuno ha di
più e qualcuno ha di meno, quello che togli da una parte va a vantaggio
dell’altra.
363 giorni di
ingiustizia solare su 365. Un bilancio astronomico disastroso.
Forse è per questo che anche l'andamento socio-economico italiano non va tanto bene.
Forse anche noi dobbiamo rassegnarsi a fare la fine di Don Ferrante dei Promessi Sposi, che morì "come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle", invece che con i politici e il governo...
Il problema è che molti non sanno più nemmeno chi sia Metastasio e tanto meno Don Ferrante. Qualche anticlericale dei social lo scambierà di sicuro per un prete.
I nostri vecchi invece, nella loro saggezza, avevano capito tutto: "Piove, governo ladro!"
Oggi comunque è bel tempo.
Benvenuta primavera!
Ho postato "The House of the Rising Sun" per il titolo: La casa del sole nascente, così come nasce la primavera. E poi perché la ballata è veramente bella, nonostante la triste storia che racconta.
Esegue la band inglese The Animals, nel 1964. Vigorosa e potente la voce di Eric Burdon.
Papa Francesco, che col suo "mascellone" e il "pollice su" conquista la copertina della nota rivista americana Rolling Stone, tra l’altro nel
50° anniversario della sua nascita, fa comunque sensazione.
Ci saranno quelli che criticheranno il papa, finito nella copertina di una rivista rock, come un “oddity”, una stranezza, un
elemento estraneo, uno stridente ossimoro.
Altri magari faranno notare che questo papa esce
clamorosamente dai soliti schemi pontifici, ama i "selfie" e parla di smartphone,
saluta col pollice in su, per cui si merita un I like.
Io credo che Papa Francesco, a parte (secondo il mio modesto parere) qualche semplificazione
sull’accoglienza e qualche silenzio di troppo sui crimini dell’islamismo, stia
veramente cambiando in meglio la Chiesa; ma non solo adattandosi ai gusti e
alla moda del momento, ma nel profondo.
È stato detto che una lunga marcia comincia con un passo. Lui quella marcia l’ha già iniziata.
Una Chiesa più vicina alla gente, che parla il linguaggio del
popolo e dei giovani, che sa ascoltare e che porta un messaggio di misericordia.
Ma il Vangelo non vuol dire “lieto annuncio”?
E un grande messaggio di semplicità. Il Papa che vive in un
monolocale/bilocale di 50 mq non è un esempio
per tutti i governanti e businessmen di questo mondo schiavo del denaro?
Un Papa che viene fatto passare da alcuni per un "sempliciotto". Anche di S. Francesco dicevano lo stesso. Ma ha cambiato la storia della Chiesa nel Medioevo e rimane anche per il mondo di oggi un punto di riferimento per ogni popolo civile.
Per il Papa, amante della musica pop, un bel brano tratto dal primo album dei New Trolls (Senza orario né bandiera) del 1968: "Signore, io sono Irish", di De André, Mannerini, Di Paolo- De Scalzi- Reverberi. La voce è di Vittorio De Scalzi.
"Signore, io sono Irish; quello che non ha la bicicletta".
"Signore, io sono Irish; quello che verrà da Te in bicicletta".
Quando il sole di marzo fa presagire l’inizio della
primavera, allora sento il bisogno di fare delle belle camminate sulle colline
che circondano la mia città.
Oggi però è "una giornata uggiosa", e sono rimasto a casa. E poi, con questa stagione, è presto per respirare a pieni polmoni l’aria
primaverile e i suoi balsamici profumi.
Ma qualche ciuffo di viole, qualche biondo tarassico e qualche candida margherita si vedono spuntare qua e là, anche nei giardini pubblici.
I giardini di marzo...
Il mese di Lucio Battisti, nato il 5 marzo. Non posso
lasciar passare sotto silenzio musicale questi giorni, e non ricordare la sua
canzone più bella.
Altri magari considerano più belle altre sue canzoni. La
musica non è una scienza esatta, e sui gusti non si discute. Ogni canzone poi è
legata a qualche ricordo, e quando si entra nel mondo dei sentimenti, la
ragione non vuol sentir ragione.
Lascio perciò a ognuno la sua canzone preferita.
A me lasciatemi quel gelataio col suo carretto, quello
studente squattrinato, quel vestito più bello di mia madre ancora giovane, quei
cieli immensi e quelle praterie dove poter distendere la fantasia e
l’immaginazione....
E vividi ricordi, dolcissimi come gli arpeggi di questa
canzone.
Ci sono delle canzoni o dei brani musicali che ogni tanto
devo riascoltare, quasi per una carenza di zuccheri a livello
melodico-affettivo...
In ordine di priorità il Canto di
Solveig, di Edvard Grieg, che non per niente ho messo come clip audio nel mio profilo di
blogger. Ogni tanto devo riascoltarlo; se no, entro in crisi glicemica.
Poi (ma è un poi per modo di dire, siamo sempre a livelli
clinici), Mattinata ("O Lola") della Cavalleria Rusticana,
specialmente nella registrazione di Caruso del 1905.
Quando però mi assale la nostalgia, allora bisogna che
faccia ricorso alla canzone napoletana; e qui la scelta diventa infinita: si
tratta solo di mettere mano al barattolo della nutella.
Ora è proprio il caso della nostalgia; il carnevale mi fa
quest’effetto. Ripenso ai carnevali di un tempo nel mio paese: coriandoli,
stelle filanti, e qualche bella e indimenticata mascherina…
Ripropongo “Dicintencello vuje”, Diteglielo voi, che le voglio bene. Una canzone del 1930, di R. Falvo e E. Fusco, qui cantata da Sal Da Vinci (2005).
Sembra una dichiarazione d'amore per interposta persona: 'A voglio bene (Le voglio bene), ma alla fine, tolta la "maschera", si scopre essere una dichiarazione in diretta: Te voglio bene...
Pochi minuti per rialzare il livello degli zuccheri, e dei
sentimenti.
È del tutto inutile notare che Lucio Dalla si servì del
ritornello di questa stupenda canzone per la sua non meno stupenda “Caruso” (1986).
Dicitencello vuje
Dicitencello a 'sta cumpagna vosta
ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...
ch' 'a penzo sempe,
ch'è tutt''a vita mia...
I' nce 'o vvulesse dicere,
ma nun ce 'o ssaccio dí...
Rit.'A voglio bene...
'A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm''a scordo maje.
E' na passione,
cchiù forte 'e na catena,
ca mme turmenta ll'anema...
e nun mme fa campá!...
Na lácrema lucente v'è caduta...
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st'uocchie doce,
vuje sola mme guardate...
Levámmoce 'sta maschera,
dicimmo 'a veritá...
Te voglio bene...
Te voglio bene assaje...
Si' tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale...
Te cerco comm'a ll'aria:
Te voglio pe' campá!...
Sono 18 anni che Fabrizio De André ci ha lasciati.
Non le sue canzoni, non la sua voce, non il suo ricordo, indelebile nella nostra memoria.
Quest'anno desidero onorarlo postando "Don Raffaè" (1990), una canzone in cui la satira mordace si sposa con la briosa leggerezza della tarantella.
Un ossimoro che troviamo spesso nella produzione di Faber. Il modo migliore per evitare la retorica, anche quando si tratta di "gomorra".
Quasi certamente il Don Raffaè, detenuto "di riguardo" del carcere di Poggioreale, si ispira alla figura del boss della camorra Raffaele Cutolo. Forse anche per questo la canzone è in napoletano.
A che bell'o cafè... È evidente qui il riferimento alla canzone di Modugno 'O cafè'.
Anche per questo motivo mi piace postare Don Raffaè.
Don Raffaè
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere, oinè. Io mi chiamo Cafiero Pasquale sto a Poggio Reale dal ’53.
E al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio, per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla co’ me.
Tutto il giorno con quattro infamoni briganti, papponi, cornuti e lacché; tutte l’ore cò ‘sta fetenzia che sputa minaccia e s’à piglia co' me.
Ma alla fine m’assetto papale, mi sbottono e mi leggo ‘o giornale, mi consiglio con don Raffae’, mi spiega che penso e bevimm’o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Mi scervello e mi asciugo la fronte per fortuna c’è chi mi risponde, a quell’uomo sceltissimo immenso io chiedo consenso a don Raffaè
Un galantuomo che tiene sei figli ha chiesto una casa e ci danno consigli, mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni, ‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni. Voi vi basta una mossa, una voce, c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce; con rispetto s’è fatto le tre, volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’ò cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui ci sta l’inflazione, la svalutazione e la borsa ce l’ha chi ce l’ha, io non tengo compendio che chillo stipendio e un ambo se sogno ‘a papà; aggiungete mia figlia Innocenza, vuo’ marito, non tiene pazienza, non chiedo la grazia pe’ me, vi faccio la barba o la fate da sé.
Voi tenete un cappotto cammello che al maxi processo eravate ‘o chiù bello, un vestito gessato marrone, così ci è sembrato alla televisione; pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza, mi prestasse pe’ fare presenza, io già tengo le scarpe e ‘o gillè; gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro ma chi l’ha mai viste, chissà; chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti se tengono l’immunità.
Don Raffaè voi politicamente io ve lo giuro sarebbe ‘no santo, ma ‘ca dinto voi state a pagà e fora chiss’atre se stanno a spassà.
A proposito, tengo ‘no frate che da quindici anni sta disoccupato; chill’ha fatto cinquanta [quaranta] concorsi, novanta domande e duecento ricorsi; voi che date conforto e lavoro, Eminenza, vi bacio v’imploro, chillo duorme co’ mamma e co’ me; che crema d’Arabia ch’è chisto cafè.
Non posso lasciar passare questi primi giorni di marzo senza
ricordare colui che insieme a Fabrizio De André è stato il più grande “cantautore”:
Lucio Battisti. Senza dimenticare Mogol, ovviamente.
Non voglio far confronti con cantautori stranieri, ma
Battisti li batte tutti, o quasi. Non lasciamoci fuorviare dalle classifiche e dalla lingua
anglo-americana. Lucio rimane il più grande, o almeno, tra i grandi.
Il 5 marzo scorso avrebbe compiuto 73 anni. Questo mese poi ha
dato nome alla sua canzone più bella, quei “Giardini di Marzo” che ogni anno
fioriscono con invariata mia commozione.
Caro Lucio, cosa devo dire a uno che ha contribuito a
rendere luminosi e indimenticabili i miei anni giovanili?
L'inaspettata morte di David Bowie non ci deve far dimenticare l’anniversario
della morte di Fabrizio De André, avvenuta l’11 gennaio 1999.
Non starò certo a fare confronti tra questi due straordinari
artisti, così diversi tra di loro, ma ambedue capaci di far vibrare le corde
più profonde dei nostri sentimenti.
De André è stato capace di affrontare tutti gli aspetti
della realtà umana, anche quelli apparentemente più ripugnanti o scandalosi. E
lo ha fatto con pochi tocchi di chitarra e con un semplice filo di voce, una gran
bella voce di baritono.
Molte delle sue canzoni sono stupendi capolavori ed hanno contribuito
a formare il gusto musicale in intere generazioni, insieme a Lucio Battisti e pochi altri.
Tra gli aspetti della nostra condizione umana c’è il
sentimento religioso. E forse nessun artista di musica leggera ha saputo affrontare
questo tema con tanta intensità e franchezza come De André.
Mi pare opportuno perciò postare in memoriam la canzone “Si chiamava Gesù”, del 1967, scritta in
occasione della tragica morte dell’amico Luigi Tenco, il 27 gennaio di quell’anno, durante il Festival di Sanremo.
La canzone fu incisa in un singolo insieme a “Preghiera in gennaio”, e ne costituisce il lato verso.
Ho già avuto occasione di postare Preghiera in gennaio, in questo blog.
Ora mi piace ascoltare “Si chiamava Gesù”. Un grande omaggio alla figura di Cristo uomo, “il più grande
rivoluzionario della storia”, come De André stesso lo ha definito.
Ed oggi, con la barbarie di ritorno che caratterizza la società, ce ne accorgiamo ogni giorno di più.
Si chiamava Gesù Venuto da molto lontano a convertire bestie e gente non si può dire non sia servito a niente perché prese la terra per mano, vestito di sabbia e di bianco alcuni lo dissero santo, per altri ebbe meno virtù si faceva chiamare Gesù.
Non intendo cantare la gloria né invocare la grazia o il perdono di chi penso non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia, ma inumano è pur sempre l'amore di chi rantola senza rancore perdonando con l'ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce.
E per quelli che l'ebbero odiato nel Getzemani pianse l'addio come per chi l'adorò come Dio che gli disse: sii sempre lodato, per chi gli portò in dono alla fine una lacrima o una treccia di spine, accettando ad estremo saluto la preghiera l'insulto e lo sputo.
E morì come tutti si muore come tutti cambiando colore, non si può dire che sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Ebbe forse un po' troppe virtù, ebbe un volto ed un nome: Gesù. Di Maria dicono fosse il figlio, sulla croce sbiancò come un giglio.