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sabato 12 aprile 2008

Che cos'è la verità? (3)



L’uomo non può fare a meno della verità; ogni giorno ne fa esperienza. “Possiamo ingannare gli altri, ma nessuno vorrebbe essere ingannato”, dice S. Agostino.
In ogni rapporto, con se stessi, con gli altri, con la realtà che ci circonda, ciò che desideriamo è un rapporto vero. Magari non ci riusciamo, ma questo è almeno il nostro desiderio.
L’amore alla verità inizia con la vita dell’essere umano, che è soddisfatto solo da ciò che risponde pienamente alle sue domande. Ogni genitore conosce bene le raffiche di perché del bambino (l’età dei perché) che già verso tre o quattro anni vuol conoscere, vuol sapere, vuole indagare... e non si acquieta finché non viene data una risposta soddisfacente.
Questa ricerca assume la forma di un vero e proprio amore per la verità. La persona umana ama quando trova nell’altro la piena rispondenza a ciò che cercava.
Platone nel dialogo il Simposio ha raffigurato l’amore come una divinità, figlio di povertà e ricchezza: ricchezza perché chi ama ha la più grande gioia della vita, povertà perché l’amore è un inesauribile desiderio, e quindi continuo bisogno.
L’amore verso le persone care è per Platone una grande manifestazione di quell’amore verso la verità totale che l’uomo porta dentro di sé. Infatti anche le persone più care non sono la verità assoluta; ne sono però una visibile e tangibile incarnazione.
Con un cammino dietro le orme di Platone, Agostino giungerà alla scoperta della verità nella fede cristiana: “Sero te amavi!” (tardi ti ho amato!), dirà rivolto a Dio.
Ma ognuno naturalmente ha un cammino proprio; importante non fermarsi, finché non abbiamo trovato ciò che risponde alle nostre domande più profonde…
La più bella definizione di verità è stata data, a mio parere, da Tommaso d’Aquino: la fede è “adaequatio rei et intellectus”, e cioè “corrispondenza tra intelletto e realtà”.
Bisogna distinguere senso e intelletto. I sensi ci danno la realtà immediata, il qui ed ora (hic et nunc). L’intelletto invece riesce ad astrarre dall’immediato, che è sempre particolare (legato al tempo e allo spazio), l’universale. Per fare un esempio, oggi esco senza ombrello perché non piove; ma domani vedremo. Invece io oggi, domani e postdomani non rubo perché è un’azione che va contro un valore che il mio intelletto ritiene universale, valido sempre, che piova o il sole splenda.
Già la corrispondenza tra realtà immediata e sensazione è una verità; che comunque va sempre confrontata con l’intelletto. Tutto il nostro essere, tutte le nostre capacità, partecipano a questa analisi critica. Anche il tempo che passa (perché noi siamo anche tempo e spazio) verifica la solidità di una affermazione o negazione. Il vero a lungo andare si conferma, il falso mostra la sua contraddittorietà e la sua negatività.
Il vero è l’essere, la realtà; il falso è il non essere, il non esistente, e ciò che distrugge.
I nostri sensi e il nostro intelletto tendono a scoprire la realtà, l’essere che ci sta davanti. Questa capacità di ‘colpire’ la realtà e di scoprirne il significato è una dote dell’intelletto (intus-legere): si chiama ‘intenzionalità del conoscere’.
Dopo ‘la sbornia’ dell’idealismo ottocentesco (secondo cui è il nostro io che genera la realtà), e ‘l’anoressia’ del pensiero debole post-moderno (secondo cui la realtà non può essere conosciuta), si ritorna a valorizzare la forza della ragione, che non genera la realtà, né le sta di fronte muta e balbettante, ma ha la capacità di capirla nei suoi più profondi significati. Un contributo a questa riscoperta dell’intenzionalità del conoscere è di Husserl e di tutta la fenomenologia contemporanea.
Ecco perché è quanto mai attuale la definizione di Tommaso d’Aquino: la verità non è manipolazione arbitraria della realtà, ma una rispettosa presa d’atto di ciò che ci sta davanti.
La forza della ragione implica anche la forza dell’amore. Non si può conoscere la verità se la ragione è solo un’asettica osservatrice; senza l’amore appassionato per ciò (o per chi) ci sta davanti, nessuno sarebbe spinto ad andare incontro alla realtà, qualunque essa sia.
Sarebbe la fine di ogni vero rapporto umano.


Foto in alto: "La disputa del SS. Sacramento" (1508-1509), Raffaello, Stanze Vaticane

giovedì 10 aprile 2008

Che cos'è la verità? (2)

















Tra i grandi ricercatori della verità, Socrate è certamente l’esempio più famoso.
Egli si trovò a discutere nell’Atene del V secolo a. C. (morì nel 399, una data che si ricorda bene!) soprattutto con i Sofisti, alcuni dei quali sostenevano che ognuno ha la sua verità (soggettivismo), altri la ritenevano inesistente o impossibile da trovare (scetticismo).

Il massimo esponente del soggettivismo fu Protagora il quale affermava: “l’uomo è la misura di tutte le cose”. Con questa notissima frase egli intendeva dire che ogni singolo uomo è il criterio del vero e del falso. Perciò ogni uomo ha la ‘sua’ verità.
Questa posizione porta inevitabilmente ad una deriva scettica: non esiste una verità valida per tutti; quindi, non esiste la verità. Esistono solo opinioni, che non tendono alla realtà delle cose, ma alla convenienza e all’utilità del momento. Un mondo chiuso nell’individualismo e nell’utilitarismo.

Il più noto sostenitore di questa teoria fu Gorgia, il quale diceva: “la verità (l’essere) non esiste; anche se esistesse, non si potrebbe conoscere; anche se si conoscesse, non si potrebbe comunicare”.
Scetticismo assoluto. A Gorgia perciò non interessava la ricerca del vero, ma convincere l’uditorio di qualunque cosa con l’abilità discorsiva.

Socrate supera la sofistica con la scoperta del concetto, la più grande scoperta del pensiero umano, paragonabile alle più grandi scoperte scientifiche…
Il concetto è la definizione universale e necessaria di una cosa. Universale, perché deve cogliere gli aspetti comuni, generali, dell'essere di cui si parla; necessaria, perché questi devono costituirne anche gli aspetti essenziali, fondamentali. Ad esempio, possiamo definire l’uomo come ‘animale razionale’. Questo è il concetto di uomo.

Con la scoperta del concetto è possibile comunicare con tutti, perché le parole acquistano un significato univoco; è possibile insegnare, perché le parole del docente si incontrano con la capacità logica del discente; è possibile procedere verso ulteriori ricerche sulle solide basi di conoscenze acquisite. Senza l’uso dei concetti invece non sarebbe possibile la comunicazione.
Socrate arriva alla scoperta del concetto costringendo il sofista, con opportune domande, a rivedere le sue tesi soggettivistiche e scettiche e facendogli ‘partorire la verità’ dal suo intimo essere (arte maieutica). Ciò significa che la verità è insita in ogni essere umano.

Il dialogo di Socrate con Protagora, scritto da Platone, è uno degli esempi più perfetti. Si discute se sia possibile insegnare la virtù, cioè educare. All’inizio Protagora afferma con baldanza che questo è proprio il suo mestiere: egli fa l’educatore, il professore, e la sua arte è quella di insegnare ad essere virtuosi. Ma Socrate gli fa notare che, con le sue affermazioni soggettivistiche (l’uomo è la misura di tutte le cose), non può insegnare niente a nessuno, ma al massimo può indicare quali convenzioni sociali esistano in una società o in un’altra, e cioè una morale relativista. A questo punto le parti si capovolgono. Protagora mette in dubbio che l’educazione sia possibile, mentre Socrate lo porta a scoprire che esistono alcuni principi validi per tutti e in ogni società. E il principio fondamentale è questo: che ogni virtù sia riconosciuta come vera, che sia ‘conoscenza’ per tutti. Solo quando una virtù è conosciuta come vera, allora può essere insegnata.

La crisi della scuola e della società di oggi sta tutta qui: molti non sanno cosa sia una virtù, cioè la verità nell’agire. Quindi non è possibile insegnarla.

Concludo questo post con l’accenno all’altro grande dialogo con Gorgia. Socrate fa notare che la sola abilità dialettica può essere paragonata all’arte culinaria; Gorgia è come un cuoco, che prepara ottimi e piccanti manicaretti; ma a lungo andare guastano la salute. Il filosofo, il ricercatore della verità, è invece come il medico, che dà medicine amare; lì per lì sono dure da mandare giù, ma a lungo andare ridonano la salute.


Foto in alto: "La morte di Socrate", Jacques-Louis David (1787), Metropolitan Museum, New York

mercoledì 9 aprile 2008

Che cos'è la verità? (1)


Ora che ho lasciato (almeno per un po’ di tempo) Oknotizie, vorrei dedicarmi a questo mio blog.
Un argomento che mi sta a cuore è la ricerca della verità.

Importante è il punto di partenza. Infatti qualcuno dice: non esiste la verità. Colui che dice così, cade in contraddizione perché ne afferma subito una: che non esiste la verità. La sua posizione è perciò insostenibile: mentre nega la verità, ne afferma una.

Coloro poi che affermano che ognuno ha la sua
verità
, anch’essi cadono in contraddizione. Infatti non è possibile che su di un solo argomento si possano fare affermazioni contrarie: una persona non può essere dichiarata contemporaneamente colpevole e innocente sullo stesso crimine, né si può dire che Dio esista o non esista contemporanemente. Per cui se Dio esiste, è falso che non esiste, se Dio non esiste, è falso che esiste; le due affermazioni non possono essere vere entrambe, perché si escludono a vicenda. Perciò non possono esistere verità in tutto contrarie rispetto alla stessa cosa.

Arististotele per primo ha spiegato il motivo: la verità è una, perché la realtà (o la questione) di cui si parla è una.
Così ha potuto formulare il principio di non contraddizione, che è il fondamento di tutto il nostro pensare ed agire: “su di una realtà, e riguardo allo stesso aspetto, non si può contemporaneamente affermare e negare la stessa cosa”.
Coloro che dicono che ognuno ha la sua verità vanno contro il principio di non contraddizione.

Si può dire invece: ognuno ha la sua opinione, cioè un’idea personale; ma dicendo questo, si ammette di non avere ancora trovato la verità oggettiva, valida per tutti.
Ma esiste una verità valida per tutti? Certamente, poiché la realtà è una sola.
Non si può ad esempio dire che Berlusconi è Veltroni (anche se qualcuno ironicamente lo dice, Veltrusconi!), né che vinceranno le elezioni entrambi (se mai pareggiano!)

Ma intanto fermiamoci a discutere queste premesse fondamentali, perché molte volte sono proprio queste premesse che alcuni non accettano, o forse non hanno mai approfondito.


Foto in alto: Ragazza davanti allo specchio (1932), Pablo Picasso (Museo d'Arte Moderna, New York)