
L’uomo non può fare a meno della verità; ogni giorno ne fa esperienza. “Possiamo ingannare gli altri, ma nessuno vorrebbe essere ingannato”, dice S. Agostino.
In ogni rapporto, con se stessi, con gli altri, con la realtà che ci circonda, ciò che desideriamo è un rapporto vero. Magari non ci riusciamo, ma questo è almeno il nostro desiderio.
L’amore alla verità inizia con la vita dell’essere umano, che è soddisfatto solo da ciò che risponde pienamente alle sue domande. Ogni genitore conosce bene le raffiche di perché del bambino (l’età dei perché) che già verso tre o quattro anni vuol conoscere, vuol sapere, vuole indagare... e non si acquieta finché non viene data una risposta soddisfacente.
Questa ricerca assume la forma di un vero e proprio amore per la verità. La persona umana ama quando trova nell’altro la piena rispondenza a ciò che cercava.
Platone nel dialogo il Simposio ha raffigurato l’amore come una divinità, figlio di povertà e ricchezza: ricchezza perché chi ama ha la più grande gioia della vita, povertà perché l’amore è un inesauribile desiderio, e quindi continuo bisogno.
L’amore verso le persone care è per Platone una grande manifestazione di quell’amore verso la verità totale che l’uomo porta dentro di sé. Infatti anche le persone più care non sono la verità assoluta; ne sono però una visibile e tangibile incarnazione.
Con un cammino dietro le orme di Platone, Agostino giungerà alla scoperta della verità nella fede cristiana: “Sero te amavi!” (tardi ti ho amato!), dirà rivolto a Dio.
Ma ognuno naturalmente ha un cammino proprio; importante non fermarsi, finché non abbiamo trovato ciò che risponde alle nostre domande più profonde…
La più bella definizione di verità è stata data, a mio parere, da Tommaso d’Aquino: la fede è “adaequatio rei et intellectus”, e cioè “corrispondenza tra intelletto e realtà”.
Bisogna distinguere senso e intelletto. I sensi ci danno la realtà immediata, il qui ed ora (hic et nunc). L’intelletto invece riesce ad astrarre dall’immediato, che è sempre particolare (legato al tempo e allo spazio), l’universale. Per fare un esempio, oggi esco senza ombrello perché non piove; ma domani vedremo. Invece io oggi, domani e postdomani non rubo perché è un’azione che va contro un valore che il mio intelletto ritiene universale, valido sempre, che piova o il sole splenda.
Già la corrispondenza tra realtà immediata e sensazione è una verità; che comunque va sempre confrontata con l’intelletto. Tutto il nostro essere, tutte le nostre capacità, partecipano a questa analisi critica. Anche il tempo che passa (perché noi siamo anche tempo e spazio) verifica la solidità di una affermazione o negazione. Il vero a lungo andare si conferma, il falso mostra la sua contraddittorietà e la sua negatività.
Il vero è l’essere, la realtà; il falso è il non essere, il non esistente, e ciò che distrugge.
I nostri sensi e il nostro intelletto tendono a scoprire la realtà, l’essere che ci sta davanti. Questa capacità di ‘colpire’ la realtà e di scoprirne il significato è una dote dell’intelletto (intus-legere): si chiama ‘intenzionalità del conoscere’.
Dopo ‘la sbornia’ dell’idealismo ottocentesco (secondo cui è il nostro io che genera la realtà), e ‘l’anoressia’ del pensiero debole post-moderno (secondo cui la realtà non può essere conosciuta), si ritorna a valorizzare la forza della ragione, che non genera la realtà, né le sta di fronte muta e balbettante, ma ha la capacità di capirla nei suoi più profondi significati. Un contributo a questa riscoperta dell’intenzionalità del conoscere è di Husserl e di tutta la fenomenologia contemporanea.
Ecco perché è quanto mai attuale la definizione di Tommaso d’Aquino: la verità non è manipolazione arbitraria della realtà, ma una rispettosa presa d’atto di ciò che ci sta davanti.
La forza della ragione implica anche la forza dell’amore. Non si può conoscere la verità se la ragione è solo un’asettica osservatrice; senza l’amore appassionato per ciò (o per chi) ci sta davanti, nessuno sarebbe spinto ad andare incontro alla realtà, qualunque essa sia.
Sarebbe la fine di ogni vero rapporto umano.
Foto in alto: "La disputa del SS. Sacramento" (1508-1509), Raffaello, Stanze Vaticane
In ogni rapporto, con se stessi, con gli altri, con la realtà che ci circonda, ciò che desideriamo è un rapporto vero. Magari non ci riusciamo, ma questo è almeno il nostro desiderio.
L’amore alla verità inizia con la vita dell’essere umano, che è soddisfatto solo da ciò che risponde pienamente alle sue domande. Ogni genitore conosce bene le raffiche di perché del bambino (l’età dei perché) che già verso tre o quattro anni vuol conoscere, vuol sapere, vuole indagare... e non si acquieta finché non viene data una risposta soddisfacente.
Questa ricerca assume la forma di un vero e proprio amore per la verità. La persona umana ama quando trova nell’altro la piena rispondenza a ciò che cercava.
Platone nel dialogo il Simposio ha raffigurato l’amore come una divinità, figlio di povertà e ricchezza: ricchezza perché chi ama ha la più grande gioia della vita, povertà perché l’amore è un inesauribile desiderio, e quindi continuo bisogno.
L’amore verso le persone care è per Platone una grande manifestazione di quell’amore verso la verità totale che l’uomo porta dentro di sé. Infatti anche le persone più care non sono la verità assoluta; ne sono però una visibile e tangibile incarnazione.
Con un cammino dietro le orme di Platone, Agostino giungerà alla scoperta della verità nella fede cristiana: “Sero te amavi!” (tardi ti ho amato!), dirà rivolto a Dio.
Ma ognuno naturalmente ha un cammino proprio; importante non fermarsi, finché non abbiamo trovato ciò che risponde alle nostre domande più profonde…
La più bella definizione di verità è stata data, a mio parere, da Tommaso d’Aquino: la fede è “adaequatio rei et intellectus”, e cioè “corrispondenza tra intelletto e realtà”.
Bisogna distinguere senso e intelletto. I sensi ci danno la realtà immediata, il qui ed ora (hic et nunc). L’intelletto invece riesce ad astrarre dall’immediato, che è sempre particolare (legato al tempo e allo spazio), l’universale. Per fare un esempio, oggi esco senza ombrello perché non piove; ma domani vedremo. Invece io oggi, domani e postdomani non rubo perché è un’azione che va contro un valore che il mio intelletto ritiene universale, valido sempre, che piova o il sole splenda.
Già la corrispondenza tra realtà immediata e sensazione è una verità; che comunque va sempre confrontata con l’intelletto. Tutto il nostro essere, tutte le nostre capacità, partecipano a questa analisi critica. Anche il tempo che passa (perché noi siamo anche tempo e spazio) verifica la solidità di una affermazione o negazione. Il vero a lungo andare si conferma, il falso mostra la sua contraddittorietà e la sua negatività.
Il vero è l’essere, la realtà; il falso è il non essere, il non esistente, e ciò che distrugge.
I nostri sensi e il nostro intelletto tendono a scoprire la realtà, l’essere che ci sta davanti. Questa capacità di ‘colpire’ la realtà e di scoprirne il significato è una dote dell’intelletto (intus-legere): si chiama ‘intenzionalità del conoscere’.
Dopo ‘la sbornia’ dell’idealismo ottocentesco (secondo cui è il nostro io che genera la realtà), e ‘l’anoressia’ del pensiero debole post-moderno (secondo cui la realtà non può essere conosciuta), si ritorna a valorizzare la forza della ragione, che non genera la realtà, né le sta di fronte muta e balbettante, ma ha la capacità di capirla nei suoi più profondi significati. Un contributo a questa riscoperta dell’intenzionalità del conoscere è di Husserl e di tutta la fenomenologia contemporanea.
Ecco perché è quanto mai attuale la definizione di Tommaso d’Aquino: la verità non è manipolazione arbitraria della realtà, ma una rispettosa presa d’atto di ciò che ci sta davanti.
La forza della ragione implica anche la forza dell’amore. Non si può conoscere la verità se la ragione è solo un’asettica osservatrice; senza l’amore appassionato per ciò (o per chi) ci sta davanti, nessuno sarebbe spinto ad andare incontro alla realtà, qualunque essa sia.
Sarebbe la fine di ogni vero rapporto umano.
Foto in alto: "La disputa del SS. Sacramento" (1508-1509), Raffaello, Stanze Vaticane