sabato 6 marzo 2010

Notturno, ma non è Chopin...



Non si può parlare di Notturni senza ricordare l’ungherese Ferenc Liszt (1811-1886) che nell’ultimo dei suoi tre Liebesträume (Sogni d’amore), pubblicati nel 1850, ne ha dato un esempio memorabile.

Il terzo Liebestraum è un Notturno, in La bemolle maggiore, che inizia con una tema cantabile, e in un crescendo sempre più mosso giunge a toni appassionati.

Il tutto impreziosito da raffinati virtuosismi e incantevoli soluzioni armoniche.

Grande amico ed estimatore di Chopin, insieme a lui ha rinnovato la tecnica pianistica e con i suoi “12 Studi di esecuzione tarscendentale” può essere considerato il Paganini del pianoforte.

Del resto, le sue mani dalle lunghissime dita gli permettevano soluzioni tecniche per altri inimmaginabili.

Gustiamoci il Sogno d’amore, n. 3, nella perfetta esecuzione di Arthur Rubinstein.

giovedì 4 marzo 2010

Il genio di Vivaldi



“Vivaldi? Quello che ha scritto mille volte lo stesso concerto!”

Con questa infelice battuta Igor Stravinskij voleva criticare le composizioni di Antonio Vivaldi, il genio italiano della musica barocca.

Ma chi critica, compera, si dice in Toscana.

Molto più intelligente e umile il grande J. S. Bach, che davanti alla musica di Vivaldi si mise a trascriverla in memorabili concerti per clavicembalo, per carpirne i segreti...

Solo chi aveva negli occhi lo splendore di Venezia poteva concepire una musica così affascinante e armoniosa. Solo chi aveva visto le magnifiche e coloratissisme tele del Tiziano poteva dipingere suoni così luminosi.

Google ci ha ricordato con un suo logo delle Quattro Stagioni che oggi è il giorno anniversario della nascita del “Prete Rosso” (Venezia 4 marzo 1688- Vienna 28 luglio 1741).

Cosa posso postare dei suoi mille concerti “tutti uguali”, secondo la penosa battuta di Stravinskij?

Siamo di notte.

Ascoltiamo allora dal Concerto in Sol minore per Flauto, “La Notte”, del 1731, opera 10, n. 2, RV 439, l’Allegro finale.

Il fascino misterioso della notte, affidato ad un flauto sbarazzino...

Il genio di Vivaldi!

mercoledì 3 marzo 2010

Musica e poesia 2. Zefiro torna



Con il mese di marzo torna la bella stagione; così ci auguriamo.

Ieri abbiamo evocato la primavera con “I giardini di marzo” di Mogol e Battisti.

Oggi proponiamo lo stesso tema, ma con lo splendore della polifonia cinquecentesca:

"Zefiro torna”, un madrigale a quattro voci miste (soprani, contralti, tenori, bassi).

Grande il musicista, Luca Marenzio (1553-1599), uno dei più raffinati polifonisti rinascimentali.

Il "paroliere" è un poeta d’eccezione, Francesco Petrarca, che non ha bisogno di presentazione.

Il cantore di Laura, in questo celebre sonetto, n. 310 del suo Canzoniere, descrive il ritorno del vento primaverile, Zefiro, che riporta il bel tempo. Tornano a far sentire la loro voce la rondine (Progne) e l’usignolo (Filomena). Nel cielo splendono Giove e Venere, e l’amore coinvolge tutti gli esseri animati.
Ma tutto ciò è motivo di tristezza per il poeta, che ha perduto la sua amata e si è portata via le chiavi del suo cuore, che così rimane chiuso ad ogni altro sentimento gioioso.

Stupendo il sonetto, e perfettamente adeguata la musica di Marenzio.

Infatti nella prima parte del madrigale l’arrivo della primavera è sottolineato dal gioioso rincorrersi o sostare delle voci e da sonorità luminose.

Con le parole “Ma per me lasso”, che segnano l’inizio della seconda parte, l’atmosfera cambia completamente. Il tono si fa mesto e dolente, appena spezzato dal movimento delle parti in “cantar augelletti e fiorir piagge”.
Ma è una vivacità malinconica; la bellezza del quadro primaverile è velata dalla tristezza del cuore.

Un capolavoro di polifonia.

Il coro che lo esegue è piuttosto modesto e riesce solo in parte a esprimere e far gustare le ricchezze di questa celebre partitura.

Accontentiamoci di quello che passa youtube.


Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena,
e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida e vermiglia.

Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
Giove s'allegra di mirar sua figlia;
l'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena;
ogni animal d'amar si riconsiglia.

Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne portò le chiavi;

e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e 'n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.

(F. Petrarca)

martedì 2 marzo 2010

Musica e poesia. I giardini di marzo



Il nome di alcuni mesi ha ispirato la fantasia degli artisti, nella letteratura, nella musica e in ogni settore dell’ingegno umano.

Così mi accade che quando un mese arriva, arriva anche come per riflesso pavloviano il nome della lirica connessa.

A gennaio non posso fare a meno di pensare alla commovente e appassionata canzone “Preghiera in Gennaio” di Fabrizio De André, scritta per la tragica morte di Luigi Tenco.

Quando arriva maggio invece mi viene in mente un dolcissimo verso della poesia “A Silvia” di Giacomo Leopardi: “Era il maggio odoroso”. Con quell’aggettivo il poeta riesce a descrivere in modo perfetto e indimenticabile il mese più bello dell’anno.

Verso la fine di settembre c'è “29 Settembre”, la canzone di Mogol e Lucio Battisti, fresca e originale.

E quando arriva marzo, arrivano anche “I Giardini di Marzo”, anch’essi di Mogol e Battisti, la canzone a me più cara.

Comunque, se dovessi salvare solo tre canzoni, nella mia compilation salverei, nell’ordine, I Giardini di Marzo, La canzone di Marinella, la Guerra di Piero.

Tutte e tre legate in qualche modo a nomi di mesi e stagioni.

Nella Canzone di Marinella, la ragazza “scivolò nel fiume a primavera”; Piero, nella sua assurda guerra, finisce per “crepare di maggio” tra mille papaveri rossi.

I Giardini di Marzo, che si vestono di nuovi colori, ci fanno lasciare alle spalle questo lunghissimo inverno. E anche se il gelataio non passa più con il suo carretto, sequestrato dai Nas, possiamo accedere a qualche gelateria con i suoi innumerevoli gusti (de gustibus…)

Nel 1972 ti accontentavi di crema e cioccolato.

lunedì 1 marzo 2010

Chopin. 200 anni di musica da sogno




Mi sono innamorato della musica classica soprattutto con i Notturni di Chopin, suonati da Arthur Rubinstein.

Mi facevano sognare i primi Notturni (op. 9), in particolare il primo e il secondo.

Quei suoni così cristallini, quelle note che sembravano una cascata di perle, nella esecuzione limpidissima del sommo pianista, mi inebriavano…

Non mi sono mai stancato di Chopin; non solo perché il primo amore non si scorda mai, ma perché quella musica ha ancora il potere di farmi sognare.

Ma mi è accaduto una cosa inaspettata.

Mentre negli anni giovanili mi affascinavano i primi Notturni, andando avanti nell’età ho cominciato ad apprezzare gli ultimi, quelli meno luminosi, dove domina il chiaroscuro e il ritmo si fa spesso serrato, e i toni più marcati.

Nel 200° anniversario della nascita di Fryderyk Chopin, avvenuta presso Varsavia il 1 Marzo 1810, voglio perciò onorare il grande compositore polacco con lo stupendo Notturno op. 48, n. 1, in Do minore, che ho apprezzato pienamente in età adulta.

La bravissima pianista russa Valentina Igoshina non può competere con Rubinstein nella perfezione tecnica.

Ma per il resto, lo lascio giudicare a voi…

sabato 27 febbraio 2010

Un Notturno che non piaceva a Chopin



Può sembrare incredibile, ma due dei più bei Notturni di Chopin non vennero pubblicati, perché da lui considerati imperfetti.

Il primo dei due, Opus 27 n. 2, in Do diesis minore, è addirittura forse il più bello di tutti; per intendersi, è quello con cui si apre il film “Il Pianista” (2002), da me già postato.

http://semperamicus.blogspot.com/2009/04/piu-notturno-di-questo-non-si-puo.html

Il secondo è quello che presento stanotte (è un Notturno, no?)

È l'Opus 72, n. 1, in Mi minore, del 1827. Un’opera giovanile dunque (17 anni!), ma c’è già l’impronta del geniale compositore.

A duecento anni dalla nascita (1 marzo 1810), anche Chopin sorriderà compiaciuto, ascoltando questo suo giovanile capolavoro.

venerdì 26 febbraio 2010

Tutta la mia musica, per il Vexilla Regis!



L’inno gregoriano Vexilla Regis è un canto di penitenza e di gloria al tempo stesso, come lo è il tempo di Quaresima, che prepara la Pasqua, nel quale viene cantato.

Le parole dell’inno infatti sono un’esaltazione della Croce, strumento di passione e di salvezza.

Sono opera di un grande poeta della tarda latinità, Venanzio Fortunato (530-609).

Hanno una grande importanza sia come preghiera, che come composizione letteraria.

Da quest’ultimo punto di vista, la poesia segna il passaggio dalla metrica latina classica, fondata sulla quantità delle sillabe e relativi piedi, a quella nostra moderna, fondata sugli accenti tonici e sul numero delle sillabe.

Artisticamente è un capolavoro, per la bellezza e la potenza delle immagini, per lo splendore dei concetti.

I vessilli di Cristo avanzano vittoriosi, dopo il mortale duello con la morte stessa, che viene sconfitta. “Vexilla Regis prodeunt, fulget Crucis mysterium”, "qua vita mortem pertulit et morte vitam reddidit".

E il commosso saluto della strofa finale diventa un grido di esultanza: “O Crux, ave spes unica!”

La vibrante melodia gregoriana, nel suo incedere processionale e solenne, segue alla perfezione l’andamento dell’inno, che appare perciò nel suo complesso un canto stupendo, opera geniale di fede e di arte.

Non per niente Giuseppe Verdi disse che avrebbe dato tutta la sua musica in cambio del Vexilla Regis.


Vexilla Regis

Avanzano i vessilli del Re, risplende il mistero della Croce, e in questo patibolo l’autore della carne fu appeso nella carne.

Dopo essere stato ferito dalla punta crudele di una empia lancia, per lavarci dal peccato versò acqua e sangue.


O nobile e luminoso albero, tinto di porpora regale, eletto a toccare così sante membra con il tuo degno tronco!


Beato albero, ai cui bracci fu appeso il prezzo del mondo, fu bilancia del corpo e sottrasse la preda all’inferno.


Salve altare, salve vittima di gloria della passione, per cui la vita sopportò la morte, e con la morte ci ridonò la vita.


Ti saluto o Croce, unica speranza! in questo tempo di passione, accresci la grazia ai giusti e cancella le colpe ai peccatori.


O Trinità, fonte di salvezza, Ti lodi ogni spirito, proteggi per sempre quelli che salvi con il mistero della Croce. Amen.


mercoledì 24 febbraio 2010

Il senso religioso. Una domanda che aspetta una risposta



In questi giorni si ricorda la morte di Mons. Luigi Giussani (22 febbraio 2005), noto soprattutto come fondatore di Comunione e Liberazione. Un grande uomo, un grande educatore, un grande santo.

Ho avuto modo di conoscerlo personalmente e di apprezzarlo. Per essere più precisi, devo a lui un punto fondamentale della mia formazione, senza il quale non so quale direzione avrebbe preso la mia vita.

Questo punto fondamentale lo posso riassumere in una frase, che non si riferisce certo alla mia vita, ma che l’ha orientata.

“Chi è un santo? un santo non è un superuomo, non è un uomo eccezionale; il santo è un uomo vero”.

In altri termini, la fede in Cristo non è un’astratta visione teologica o una morale del perbenismo, ma la vera risposta ai desideri più profondi dell’uomo.

Egli amava ripetere una frase del retore Vittorino, del IV secolo, che si convertì al Cristianesimo da anziano, nel pieno della sua fama di principe del foro. Diceva Vittorino a coloro che si meravigliavano della sua scelta: “Da quando sono diventato cristiano, sono diventato più uomo”.

Giussani ha vissuto e fatto capire questo: la fede cristiana non è una teoria, non è una visione della vita, ma una vita che cambia qui ed ora, salvata da Cristo.

E proprio questa vita che cambia e acquista sempre più significato è, a sua volta, la prova che Cristo è il Risorto.

La nostra esperienza umana, la nostra vita stessa diventa perciò “luogo teologico”, cioè dimostrazione della presenza e della potenza di Dio.

Tutto parte da una domanda, da quel “senso religioso” che ognuno porta dentro di sé e che lo spinge verso domande sempre più esigenti e onnicomprensive, e non si acquietano finché non trovano una risposta piena.

Quella risposta che Giussani, come il retore Vittorino e Agostino, ha trovato in Cristo.

Voglio far notare che non faccio parte del movimento di Comunione e Liberazione. L’insegnamento di Don Giussani va ben oltre il movimento da lui fondato. È la via maestra che ha insegnato il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Giussani amava la musica, e apprezzava molto lo Stabat Mater di Pergolesi. Considerava l’Amen finale, l’Amen più bello di tutta la storia della musica. Per questo lo proponiamo.

L’Amen è anche il suggello di fede di un’opera compiuta.

Il degno suggello della vita di D. Luigi Giussani, maestro di coscienze e santo.

martedì 23 febbraio 2010

Il poeta del pianoforte



Quando un pianista suona un brano, se è di Chopin te ne accorgi fin dalle prime note.

Pochi tocchi bastano al musicista polacco per creare quell’atmosfera incantata, inebriante, sublime, che ti avvolge e ti trasporta in un mondo ideale, da cui non vorresti più uscire.

Per questo, ascoltato una volta, non possiamo fare a meno di riascoltarlo una seconda e forse una terza volta di seguito…

E benché i suoi brani siano per lo più malinconici, ne usciamo sempre rasserenati nello spirito.

Un po’ come con il Leopardi. I suoi canti, emblema del pessimismo, riescono a trasmettere una profonda passione per la vita.

È il mistero della bellezza. Quando un’opera è bella, qualunque cosa rappresenti, dona gioia e serenità; perché la bellezza è gioia, è pienezza di vita.

Anche quando si canta il dolore.

Un omaggio al “Poeta del pianoforte”, nel secondo centenario della nascita (1 marzo 1810), con il Notturno n. 1, op. 9, in Si bemolle minore.




lunedì 22 febbraio 2010

Vi piace Brahms?



Dopo l’Allegretto di Beethoven non si può tralasciare il “Poco Allegretto” di Johannes Brahms (1833-1897), III Movimento della sua III Sinfonia (1883).

Molte cose legano i due brani musicali.

Anzitutto il nome: tempo “Allegretto” il primo, “Poco Allegretto” (cioè, quasi Allegretto) il secondo. Ma i nomi si richiamano, e spesso infatti anche questa stupenda composizione di Brahms è chiamata semplicemente “Allegretto”, come l’altra.

Li accomuna soprattutto il valore artistico. Qui Brahms riesce nell’impresa di eguagliare (quasi) il Maestro stesso della sinfonia. Non a caso già la I sinfonia di Brahms fu definita la X di Beethoven....

Il suo Poco Allegretto comunque ha raggiunto una fama straordinaria e ha ispirato anche il romanzo di Françoise Sagan, “Aimez-Vous Brahms?” (1959), da cui è stato tratto il noto e omonimo film di Anatole Litvak, del 1961 (in Italia, “Le piace Brahms?”).
Il titolo si spiega perché con questa frase, e sullo sfondo della suadente musica del Poco Allegretto di Brahms, nasce una tormentata storia sentimentale, interpretata da Ingrid Bergman ed Anthony Perkins, con Yves Montand nella parte di uno scialbo e infedele marito.

Innumerevoli sono stati gli artisti che hanno preso spunto e addirittura copiato questo celeberrimo brano, da Serge Gainsbourg ("Baby alone in Babylone"), a Carlos Santana ("Love of My Life"), alla band The Mermen (nell’album "A Glorious Lethal Euphoria")…

Ma i due brani, simili nel nome e nella fama, sono diversissimi nel significato.

L’Allegretto di Beethoven esprime un cammino di liberazione ed è inserito in una sinfonia che è un inno alla vita.

Il Poco Allegretto di Brahms è uno sguardo ammaliato sul mistero dell’esistenza, e in questo senso è stato avvicinato alla Marcia Funebre della III sinfonia di Beethoven, l’Eroica.

Ma ha un fascino irresistibile.

Buon ascolto!

sabato 20 febbraio 2010

Ci vorrebbe un tempo Allegretto




Quando nella storia della musica si dice tempo Allegretto viene subito in mente il II Movimento della VII Sinfonia di Beethoven (1813).

È questo l’Allegretto per eccellenza, con il suo ritmo ben scandito, con il suo crescendo inarrestabile, con la sua linea melodica trascinante.

La VII Sinfonia è gioiosa forza vitale che prorompe irresistibile e si esprime in ritmi di danza.
La stessa tonalità di La Maggiore in cui è scritta, la tonalità della gioia più luminosa, ci fa capire che Beethoven vuole erigere un monumento alla vita stessa.

E ci riesce perfettamente.

L’Allegretto, incastonato tra movimenti più vivaci, è come una pausa riflessiva, annunciata dall’accordo inziale di La minore, che sembra dare un tono di velata tristezza.

In realtà il ritmo e il crescendo fanno capire che si tratta di una progressiva conquista della gioia e della pace interiore. Il peso del negativo viene superato in una vittoriosa ascesa verso la luce.

Era un brano particolarmente amato da D. Lorenzo Milani, che lo ascoltava in particolare quando il dolore della sua malattia si faceva maggiormente sentire.

In effetti, l’ascolto del brano dà profonda serenità interiore.

Il video purtroppo è carico di pubblicità (di suo); ma ho scelto questo perché, nonostante tutto, è una registrazione accettabile.

giovedì 18 febbraio 2010

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi






















Tra persone educate si parla poco della morte; è un argomento quasi tabù, che mette a disagio l’interlocutore, e perciò socialmente “scorretto”.

Quando poi se ne parla, il tema della morte viene affrontato sempre in maniera un po’ accademica. Nell’espressione “si muore” si pensa sempre, diceva Heidegger, alla morte degli altri; l’argomento quasi non ci tange…

Forse per questo mi ha fatto sempre impressione una delle più belle e drammatiche poesie della nostra letteratura: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, di Cesare Pavese (1908-1950).

Il grande scrittore piemontese stava pensando purtroppo di porre fine alla sua vita, a causa del suo amore non più corrisposto da parte di una bella attrice americana, Constance Dowling, che accentuò il suo “male di vivere”.

La riflessione sulla morte diventa perciò un riflessione sul fallimento della propria esistenza; la vita è ormai sentita come “un vizio” da perdere, e la morte è uno scendere “nel gorgo muti”.

Ma quella morte avrà un volto e degli occhi ben precisi, quelli della donna amata e perduta per sempre.

La poesia porta la data 22 marzo ‘50. Il 27 agosto successivo Cesare Pavese poneva fine ai suoi giorni in un albergo di Torino.


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,

questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


Voglio associare questi versi ad una canzone di Fabrizio De André, di cui oggi ricordiamo invece il giorno della nascita (18 febbraio 1940).

È una canzone ("Per i tuoi larghi occhi") che si adatta bene alla lucida e disperata poesia di Pavese.

mercoledì 17 febbraio 2010

Polvere e cenere...



Nel Mercoledì delle Ceneri ci viene ricordata la nostra reale consistenza umana: siamo polvere e in polvere torneremo.

Un pizzico di cenere nel capo vale più di un lungo sermone o di un trattato di filosofia analitica.

Voglio ricordare a me stesso, da credente, che davanti a Dio "un libro scritto sarà portato, in cui tutto è contenuto, per il quale il mondo sarà giudicato. Quando dunque il giudice si siederà, qualunque cosa nascosta sarà svelata, niente rimarrà impunito":

Liber scriptus proferetur, in quo totum continetur, unde mundus iudicetur. Judex ergo cum sedebit, quidquid latet, apparebit: nil inultum remanebit.

Sono le parole che canta il grande contralto polacco Ewa Podleś, nella Messa di Requiem di Giuseppe Verdi.

Siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare la voce del soprano. In questa particolare occasione la voce scura e potente del contralto, in uno dei versetti più drammatici del Dies Irae, mi pare assai indicata.

Per la precisione, il versetto è scritto per il mezzo-soprano; la partitura prevede infatti un la bemolle acuto tenuto per 4/4 sulla vocale “e” di “iudicetur”.

Ma la Podleś lo affronta a piena voce.

La voce del giudizio divino, potente e affascinante.

martedì 16 febbraio 2010

Frittelle e banane...



È il martedì grasso, la fine del Carnevale. È d’obbligo perciò mangiare frittelle e ciambelle.

Qualcosa del genere deve aver pensato anche Charlot quando, non potendo far altro, le ruba al fornaio, nella scena cult del cortometraggio A dog’s life (Vita da cani), del 1918.

Una scena che è stata copiata, ma mai superata, da molti altri comici; anche dall’aretino Roberto Benigni, in Johnny Stecchino (1991); lì Benigni (Dante) ruba banane al fruttivendolo con colpi di “maniche”.

Nel film muto di Charlie Chaplin è la mimica ovviamente che domina assoluta.

Nel film di Benigni anche le battute hanno il loro peso. Indimenticabile la scena al teatro Massimo: “Ma quanto costano le banane a Palermo?!”

Sorridere prego! Domani sono le Ceneri…

lunedì 15 febbraio 2010

Quando i Rolling Stones non fanno linguaccia...




In questi giorni in cui la dolcezza, la tenerezza e i buoni sentimenti la fanno da padroni, attingiamo dal repertorio dei “duri” Rolling Stones una delle canzoni più appassionate che il rock abbia prodotto: Angie, del 1973.

Alcune osservazioni.

Nell’etichetta del 45 giri si vede già il celebre logo dei Rolling Stones, la “linguaccia”, che compare la prima volta nel 1971, opera del giovane designer inglese John Pasche, ricompensato con 50 sterline… (non è comunque opera di Andy Warhol, come talvolta si sente dire).

La canzone fu usata (senza il permesso degli autori) nella campagna elettorale della cancelliera tedesca Angela Merkel nel 2005. In effetti Angie è l’abbreviazione di Angela.
Forse anche per questo riuscì a spuntarla sul suo avversario...

Non ci interessa sapere se la Angie cantata da Mick Jagger fosse la moglie di David Bowie (di cui Jagger era innamorato), o la figlia di Keith Richards, come questi asseriva.

A noi interessa la canzone in sé stessa, molto bella.


Angie

Angie, Angie
When will those clouds all disappear?
Angie, Angie
Where will it lead us from here?
With no loving in our souls
And no money in our coats
You can't say we're satisfied
But Angie, Angie
You can't say we never tried
Angie, You're beautiful
But ain't it time we said goodbye
Angie, I still love you
Remember all those nights we cried?
All the dreams we held so close
Seemed to all go up in smoke
Let me whisper in your ear
Angie, Angie
Where will it lead us from here?
Angie, don't you weep
All your kisses still taste sweet
I hate that sadness in your eyes
But Angie, Angie
Ain't it time we said goodbye?
With no loving in our souls
And no money in our coats
You can't say we're satisfied
But Angie, I still love you, baby
Everywhere I look I see your eyes
There ain't a woman that comes close to you
Come on baby dry your eyes
But Angie, Ain't it...
Ain't it good to be alive?
Angie, Angie
You can't say we never tried


Angie

Angie, Angie, quando scompariranno quelle nuvole scure?
Angie, Angie, dove ci condurrà il destino da qui?
Senza amore nelle nostre anime né soldi nei nostri cappotti
Non puoi dire che siamo soddisfatti
Ma Angie, Angie, non puoi dire che non ci abbiamo mai provato

Angie, sei bella, ma non fu quello il momento in cui ci dicemmo addio?
Angie, io ti amo ancora, ricorda tutte quelle notti in cui abbiamo pianto

Tutti i sogni che tenevamo così vicini sembravano svanire tutti in fumo
Lasciami sussurrare nelle tue orecchie
Angie, Angie, dove ci condurrà il destino da qui?
Oh Angie, non gemere, tutti i tuoi baci sono ancora dolci
Odio quella tristezza nei tuoi occhi
Ma Angie, Angie, non fu quello il momento in cui ci dicemmo addio?

Senza amore nelle nostre anime né soldi nei nostri cappotti
Non puoi dire che siamo soddisfatti
Ma Angie, io ti amo ancora, piccola, dovunque guardo vedo i tuoi occhi
Non esiste donna che si avvicini a te, forza, piccola, asciugati gli occhi

Ma Angie, Angie, non è un bene essere vivi?
Angie, Angie, non possono dire che non ci abbiamo mai provato

domenica 14 febbraio 2010

Il vero amore non invecchia mai...




Nel giorno di S. Valentino è d’obbligo una bella canzone d’amore.

“And I love her” dei Beatles mi pare appropriata. È del 1964; ha perciò 46 anni, ma li porta bene.

Un vero amore, come una bella canzone, non invecchia mai.



E la amo

Le do tutto il mio amore
Ecco cosa faccio
E se tu vedessi il mio amore
La ameresti anche tu
La amo

Lei mi dà tutto
E affettuosamente
Il bacio che la mia amata porta con sé
Lo porta a me
E la amo

Un amore come il nostro
Non potrà morire mai
Finché ti ho
Vicina a me

Brillanti sono le stelle che splendono
Buio è il cielo
So che questo mio amore
Non morirà mai
E la amo


sabato 13 febbraio 2010

Parole d'amore. Bee Gees




Siamo ormai prossimi alla festa di S. Valentino.

Molte parole di amore saranno dette in questi giorni.

Noi vogliamo sostenerle con la suadente musica dei Bee Gees, e precisamente con Words, che mi pare veramente appropriata.

Venne composta nel 1967 e pubblicata nel gennaio del 1968. Un'annata doc.

Canzone molto bella e di grande successo, che indica chiaramente la direzione intrapresa dal gruppo inglese, ben lontana dagli eccessi del rock. Elvis Presley comunque l’aveva nel suo repertorio.

Il brano è cantato da Barry Gibb.

Come si vede dalla copertina di questa prima compilation curata dalla Polydor nel 1969, che raccoglie i primi 12 successi della band, questa era allora costituita, oltre che dai fratelli Robin, Maurice (morto nel 2003) e Barry Gibb, anche dal batterista Colin Petersen.

Buon ascolto!



Words


Smile an everlasting smile, a smile can bring you
near to me.
Don't ever let me find you gone, cause that would
bring a tear to me.
This world has lost its glory, let's start a brand
new story now, my love.
Right now, there'll be no other time and I can show
you how, my love.

Talk in everlasting words, and dedicate them all to
me.
And I will give you all my life, I'm here if you
should call to me.
You think that I don't even mean a single word I
say.
It's only words, and words are all I have, to take
your heart away


Parole

Sorridi con un sorriso incessante, un sorriso può portarti
Vicino a me
Non farti mai trovare triste, perché mi trasmetterebbe
Una lacrima
Questo mondo ha perso il suo splendore, iniziamo una
Storia nuova di zecca, amore mio
Adesso, non ci sarà altra possibilità ed io posso
Mostrarti come, amore mio.

Parla con parole incessanti, e dedicale solo
A me
E ti darò tutta la mia vita, sono qui
Se tu vuoi chiamarmi
Tu pensi che non intendo veramente
Tutto ciò che dico
Sono solo parole, e le parole sono tutto ciò che ho per
Farti innamorare.

venerdì 12 febbraio 2010

La musicalità al potere. Bee Gees



Quando si parla dei Bee Gees si pensa subito alla colonna sonora del film “La febbre del sabato sera” del 1977, che ha determinato una svolta nel cammino della musica leggera di quegli anni.

Il mondo della canzone “impegnata” (per la verità, in gran parte noiosamente retorico) si trovò improvvisamente e desolatamente scavalcato da un nuovo stile musicale e perfino di vita; la discoteca era diventata il luogo principale di aggregazione giovanile.

John Travolta, o se vogliamo, il ballerino Tony Manero, proprio con le canzoni dei Bee Gees, divenne il simbolo di una nuova generazione.

Dalla parte avversa si parlò con disprezzo di “riflusso”, cioè di disimpegno.

In realtà da un bel po’ il mondo giovanile stava andando in questa direzione. Il 68 aveva esaurito la sua carica “rivoluzionaria”. Rimaneva nei giovani la voglia di stare insieme, di fare amicizia, di divertirsi; e la disco-music divenne una componente essenziale.

Ma i Brothers Gibb, fin dal loro esordio come band, avevano scelto la strada di una musica molto diversa dal rock imperante, con tratti più accattivanti. Nel 1967, quindi ben dieci anni prima del loro successo planetario, avevano inciso la canzone “Massachusetts”, in cui già troviamo tutta la loro tipica e bella musicalità.

La riproponiamo, in una versione del 1989.

giovedì 11 febbraio 2010

Ave Maria!




Quando si apre il primo volume del “Clavicembalo ben temperato” (1722) di J. S. Bach, e si ascolta o si inizia a suonare il primo Preludio, in Do Maggiore, si ha l’impressione che quella finissima e stupenda tessitura musicale, tutta costituita da accordi arpeggiati, sia un’opera incompiuta.

Le manca la parola.

Questa impressione l’ebbe certamente Charles Gounod, il quale nel 1859 non fece altro che unire con una linea melodica le vette di quegli arpeggi, come in un grafico cartesiano in cui i punti delle ascisse e delle ordinate siano già stati fissati.

Dall’incontro di un genio con un abile musicista dalla grande sensibilità religiosa, è nata così l’Ave Maria di Bach-Gounod, una delle melodie più belle in onore delle Madre di Dio, un anno dopo le apparizioni di Lourdes.

Oggi è la festa della Madonna di Lourdes, ed è giusto che sia un musicista francese a farLe la sua “offrande”.

E mi è sembrato opportuno scegliere come cantante Andrea Bocelli.

Non avrà il dono della vista, ma ha il dono della voce.

mercoledì 10 febbraio 2010

Per non dimenticare le vittime delle foibe. Il trillo del diavolo




Per onorare le migliaia di italiani uccisi dai comunisti nelle foibe della Venezia Giulia e dell’Istria al termine e dopo la II Guerra Mondiale, e le centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare i loro beni e la loro terra, mi pare opportuno proporre una delle più famose sonate per violino che siano state mai scritte: Il Trillo del Diavolo, del 1713, di Giuseppe Tartini.

Propongo questo celeberrimo brano non solo per la sua bellezza, ma anche perché Tartini (1692 – 1770) era nativo di Pirano, in Istria, uno dei luoghi al centro delle tragiche vicende di cui oggi facciamo memoria.

Il titolo della sonata, per violino e basso continuo, in Sol minore, deriva dal fatto che il grande compositore veneto sognò di fare una sfida con il diavolo stesso, e questi eseguì una musica così sublime, di cui “Il Trillo del Diavolo” sarebbe una labile trascrizione.

In realtà l’opera è un caposaldo della musica per violino, e nelle parti virtuosistiche anticipa la genialità di Paganini.

Possiamo dire che il titolo del brano in questa giornata ha un significato del tutto particolare: il diavolo sembrò in effetti trionfare nelle foibe; e tra i martiri di quell’orrenda carneficina voglio ricordare Don Francesco Bonifacio, sacerdote, nato come Tartini a Pirano, torturato e poi eliminato nel settembre del 1946.

Solo una vittoria apparente di satana, però, poiché Don Francesco Bonifacio è stato beatificato nel dicembre 2008, alla testa di una schiera di martiri per i quali il “Larghetto Affettuoso” del I Movimento della sonata di Tartini sembra un premonitore e commosso saluto.

Per coloro che vogliono ascoltare il resto del Trillo del Diavolo:

http://www.youtube.com/watch?v=bebi1VHrGMA

http://www.youtube.com/watch?v=-BV_WerbAWg

Mi dispiace solo di una cosa: nel web non ho trovato Il Trillo del Diavolo eseguito da Uto Ughi. Il più grande violinista italiano è nato nel 1944 da genitori di Pirano.

Sarebbe stato il massimo...

Ma ci "accontentiamo" del grande Oscar Shumsky!

martedì 9 febbraio 2010

È carnevale. Anche per gli animali!




Siamo in pieno carnevale, e noi intendiamo festeggiarlo con la musica di Camille Saint-Saëns (1835-1921). Un carnevale che ha come protagonisti i nostri amici a quattro o a due zampe.

È evidente che sto parlando de Le Carnaval des Animaux (Il Carnevale degli Animali), la geniale Suite musicale che passa in rassegna e descrive in 14 brevissime sequenze un vero e proprio zoo, dal superbo leone al dolcissimo cigno, senza dimenticare gli animali “con le orecchie lunghe”…

Fu composto in occasione del martedì grasso del 1886; ma considerandolo una bagattella, Saint-Saëns non volle che fosse mai eseguito in pubblico prima della sua morte.

Come spesso accade, gli autori sono i peggiori giudici del proprio operato. Infatti il Carnevale degli Animali è l’opera più celebre del grande compositore francese.

Noi postiamo il Finale, che riassume un po’ tutta la suite.

La Disney se ne è servita per il suo film di animazione “Fantasia 2000”, per presentare i fenicotteri.

L'opera è scritta originariamente per orchestra con due pianoforti; ma, trattandosi di carnevale, per cui ogni scherzo vale, la presentiamo nella trascrizione pianistica a quattro mani.

Veramente sembrano quattro zampe… E c’è anche chi gira le pagine della partitura.

E pensare che Saint-Saëns già a dieci anni poteva permettersi il lusso di suonare a memoria tutte le 32 Sonate per pianoforte di Beethoven!

Ecco invece il link per la Fantasia 2000 disneyana, in cui compare questo brano.

http://www.youtube.com/watch?v=x4H3icCCiXY

Buon carnevale a tutti, animali compresi!

lunedì 8 febbraio 2010

Ode al caffè











Non conosco i vostri gusti,
saran certo quelli giusti,
ma bevanda altra non c’è
che sia meglio del caffè.

Chi ha il palato un po’ borghese,
più flemmatico, all’inglese,
preferisce, sai com’è,
il rossastro e biondo tè.

Ma chi ha il sangue più caliente
vuole nero e assai bollente
con lo zucchero, se c’è,
un ristretto buon caffè.

C’è chi beve il suo grappino,
specialmente se è un alpino;
puoi correggere da te
lo sgnapin nel tuo caffè.

Soffri di malinconia?
non andare in farmacia!
Vai in un bar e chiede se
puoi avere un bel caffè.

E se invece sei nervoso
e non trovi mai riposo,
non dar retta a quelli che
dan la colpa ai tuoi caffè.

Un pochin di caffeina
alla sera e alla mattina
giova al corpo e alla psychè;
e perciò, fatti un caffè.

Se lo prendi in compagnia,
è il migliore che ci sia;
se da solo sei, vabbè,
compagnia lo fa il caffè.

Il migliore in assoluto
che io abbia mai bevuto,
una donna me lo fe’;
c’era un cuore nel caffè.

Dopo questa poesia,
chiudo tutto e vado via.
Dove vado? buon per me,
vado a prendermi un caffè!


Amicusplato

domenica 7 febbraio 2010

Un geniale preludio di Bach per un bel film



Presento questo Preludio in Do minore di J. S. Bach per due motivi.

Anzitutto è un brano bellissimo, di intensa drammaticità, caratterizzato da un continuo arpeggio che finisce ossessivamente nella ribattuta di una nota nel basso, e che progressivamente si fa strada verso il luminoso finale.

Una vera e propria catarsi. Dal drammatico sprofondare verso sonorità cupe, attraverso una travagliata rielaborazione anche armonica, si giunge al Do maggiore finale, che non è solo un accordo conclusivo, ma il suggello di una lotta vittoriosa.

Questo Preludio fa da leitmotiv nel drammatico e ben riuscito film in bianco e nero David e Lisa, del 1962, diretto da Frank Perry. Il film, costato pochissimo, ottenne un successo strepitoso e un Oscar. Nel 1998 ne è stato fatto anche un remake (dir. Lloyd Kramer).

La scelta del brano musicale è perfetta. I protagonisti del film sono due giovani con gravi turbe mentali, ricoverati in una casa di cura psichiatrica, che riescono a superare le loro ossessioni attraverso il sentimento dell’amore che in loro si fa strada.

Purtroppo non ho trovato nel web una registrazione decente di questo brano pianistico. Ce ne sono invece di ottime nella versione per chitarra (il brano era scritto originariamente per liuto, e in re minore).

Ho preferito allora la clip di questo giovanissimo pianista decenne, che, nonostante tutto, riesce a darci almeno un’idea dell’intensità del brano.

In fondo, anche nel film è il giovane protagonista David a suonare il preludio.

sabato 6 febbraio 2010

Sono ritornate le mezze stagioni!















Eh sì, il tempo sembra ritornato quello di una volta, con le quattro stagioni.

Nonostante il parere contrario dei meteorologi, che per quest’anno avevano previsto un inverno mite, ci siamo ritrovati con la stagione più fredda degli ultimi 100 o 200 anni.

Ora poi che stiamo entrando in una mezza stagione, i vari Bernacca (mi perdoni il già valoroso colonnello) sono tutti nel pallone. Se prevedono pioggia, ci sarà il sole; se preannunciano sereno, non uscite senza l’ombrello.

È tornato il tempo di una volta. Peccato che si tratti solo del tempo atmosferico.

Il tempo cronologico invece non ha la marcia indietro...

venerdì 5 febbraio 2010

Finirà anche questo rigido inverno...



Dalla colonna sonora del film Les Choristes (in Italia, “I ragazzi del coro”), composta da Bruno Coulais, (2004), abbiamo già postato la canzone “Vois sur ton chemin”.

Ora che il freddo invernale comincia un po’ a cedere il passo ad una stagione più mite, mi pare molto appropriato presentare un’altra bella canzone di quella formidabile colonna sonora:
“Caresse sur l’océan”.

È la metafora della vita dei giovani coristi dell’internato del “Fondo dello Stagno”: le difficoltà che stanno incontrando nel rigido istituto stanno per finire, e attraverso una maturazione interiore si preparano a volare verso la libertà.

Mi piace sottolineare la bella espressione idiomatica francese che compare nella canzone: "Faire des châteaux en Espagne", che va tradotta con "fare castelli in aria".

Conquistare la Spagna, cioè "fare castelli nella Spagna", è sempre stato un sogno dei sovrani francesi, dai tempi del Medioevo. Non ci riuscì neppure il Re Sole, né ci riuscìrà Napoleone. L'espressione perciò corrisponde al nostro "fare castelli in aria".
Nella canzone però la frase è riferita ai volteggi del gabbiano, e ai legittimi sogni ad occhi aperti dei ragazzi.

Caresse sur l’océan.

Caresse sur l'océan
Porte l'oiseau si léger
Revenant des terres enneigées
Air éphémère de l'hiver
Au loin ton écho s'éloigne
Châteaux en Espagne
Vire au vent tournoie déploie tes ailes
Dans l'aube grise du levant
Trouve un chemin vers l'arc-en-ciel
Se découvrira le printemps

Caresse sur l'océan
Pose l'oiseau si léger
Sur la pierre d'une île immergée
Air éphémère de l'hiver
Enfin ton souffle s'éloigne
Loin dans les montagnes
Vire au vent tournoie déploie tes ailes
Dans l'aube grise du levant
Trouve un chemin vers l'arc-en-ciel
Se découvrira le printemps!
Calme sur l'océan.

Carezza sull’oceano
porta l’uccello così leggero
tornando da terre innevate.
Aria effimera dell’inverno
la tua eco si allontana.
Castelli in aria,
vira nel vento, rigira, dispiega le tue ali
nell’alba grigia del levante,
trova una via verso l’arcobaleno;
si scoprirà la primavera!

Carezza sull’oceano
posa l’uccello così leggero
sulla pietra di un’isola immersa.
Aria effimera dell’inverno.
Infine il tuo soffio si dilegua
lontano nelle montagne
vira al vento, rigira, dispiega le tue ali
nell’alba grigia del levante
trova una via verso l’arcobaleno;
si scoprirà la primavera!
Calma sull’oceano.

giovedì 4 febbraio 2010

Medicina alternativa














Quando qualcosa rompe l’armonia
della nostra salute corporale,
di corsa ci rechiamo in farmacia
per cercare un rimedio al nostro male.

Torniamo carchi poi di medicine
e con le tasche invece più leggere;
compresse, antibiotici, aspirine,
farmaci per la bocca e pel sedere.

Ma c’è una medicina alternativa,
non è cinese, né stregoneria;
potrà sembrare solo palliativa,
ma è una comprovata terapia.

È la Musica, grande panacea,
il rimedio a ogni mal; fanne buon uso!
potrà sembrare una curiosa idea,
ma se la provi, non sarai deluso.

Ti senti triste? Mozart e Vivaldi
ti tireranno su con un concerto.
Se invece i sentimenti sono caldi,
ti ci vuole Beethoven, stanne certo!

Sei di notte? un Notturno chopiniano
ti farà compagnia dolce e leale.
Dopo invece lo stress pomeridiano
una fuga di Bach è l’ideale.

Sei nervoso? E prenditi un Rossini!
se ne va l’ira e torna il bel sorriso.
Ti tormenta l’amor? ecco Puccini!
forti passioni e lacrime sul viso.

Sei moribondo, prossimo a spirare?
Non c’è problema, Canto gregoriano!
Se sei defunto, tu non disperare,
c’è il bel Requiem di Mozart o verdiano.

E per chi nasce, e per le donne incinte?
La musica fa bene, è dimostrato.
Non ci credete? non siete convinte?
Mia madre amava il canto... Amicusplato.

mercoledì 3 febbraio 2010

Paganini, non solo virtuosismo



Siamo abituati a considerare Niccolò Paganini (1782-1840) soprattutto come un genio del virtuosismo.

È stato detto giustamente che la storia del violino si divide in prima e dopo Paganini (Ivry Gitlis).

In particolare i suoi “24 Capricci per violino solo” sono una rivoluzione musicale, e non solo nella tecnica di questo strumento.

Ma il grande musicista genovese mostra anche una straordinaria sensibilità romantica.

Schubert ha detto di lui: "Negli adagio di Paganini, ho sentito il canto degli angeli. Nessuno riuscirà a fare come lui”. E se lo dice Schubert, il maestro della musicalità pura…

La Sonata op. 3 n. 6, in Mi minore, per Violino e Chitarra, è un esempio di questa musicalità.

Un brano sfruttato dai media in mille modi, ma che rimane sublime.

domenica 31 gennaio 2010

Educare, anche con la musica



Nel giorno in cui si ricorda S. Giovanni Bosco, impareggiabile maestro della gioventù, anche di quella più abbandonata, mi piace accennare ad un bel film francese del 2004, Les Choristes, di Cristophe Barratier.

Nel dopoguerra, in un istituto di rieducazione, il cui nome è tutto un programma, “Fond de l’Etang” (Fondo dello stagno), giunge uno squinternato maestro di musica, con la mansione di “sorvegliante”.
I giovani monelli vengono progressivamente conquistati dal fascino del canto e dalla carica umana del sorvegliante-maestro, fino a diventare dei veri coristi, tra i quali emerge Morhange, con la sua voce straordinariamente bella.

Attraverso il canto corale questi giovani troveranno il loro riscatto umano e sociale.

La colonna sonora è composta da numerose canzoni, alcune davvero significative, composte da Bruno Coulais, tra le quali scegliamo, anche per le parole, “Vois sur ton chemin”.


Vois sur ton chemin

Vedi sul tuo cammino
monelli dimenticati, traviati.
Dà loro una mano,
per condurli
verso un altro domani.

Senti nel cuore della notte
l’onda di speranza,
ardore della vita,
sentiero di gloria.

Felicità infantili,
troppo velocemente dimenticate, cancellate.
Una luce dorata brilla senza fine
al termine del cammino

Senti nel cuore della notte
l’onda di speranza,
ardore della vita,
sentiero di gloria.

é lé é i lé é
é lé i i é lé
é lé é i lé é
i lé é i é

é lé é i lé é
é lé i i é lé
é lé é i lé é
i lé é i é lé

Vedi sul tuo cammino...



sabato 30 gennaio 2010

Guardati da chi legge un solo libro!















"Cave ab homine unius libri", guardati dall'uomo che legge un solo libro!

La frase è attribuita comunemente a S. Tommaso d’Aquino (1225-1274).

In effetti S. Tommaso è celebre anche per la sua insaziabile sete di conoscere i vari autori di ogni epoca e di ogni idea.

Nelle sue opere cita e riporta il pensiero di scrittori cristiani, eretici, musulmani, ebrei, pagani…

Con tutti disputa nei suoi libri, in particolare nella Summa contra Gentiles e nella Summa Theologica.

Si fa tradurre dal greco (che conosceva poco) le opere di Aristotele da un suo confratello esperto in quella lingua, Guglielmo di Moerbeke, per avere la dizione latina più corretta possibile.

Narra il suo biografo, Gugliemo di Tocco, che dalla collina di Sainte Geneviève, dove era (ed è tuttora) ubicata l’Università di Parigi in cui Tommaso insegnava, in un bel tramonto questi stava contemplando la bellissima città sottostante, con la sua imponente cinta muraria e le oltre 60 torri che la caratterizzavano; e un suo discepolo gli disse: “Maestro, vorresti essere il signore di questa grande città?” E Tommaso gli rispose: “Io vorrei avere invece il Commento del Crisostomo al Vangelo di Matteo”.

Talvolta si parla del Medioevo come epoca buia, incolta, incivile...

Chi lo dice, è certamente una persona che ha letto un solo libro.


Nella foto in alto: L'ingresso della Sorbonne, a Parigi

giovedì 28 gennaio 2010

Tommaso d'Aquino. Il teologo della ragione














Nessuno ha dato alla ragione umana tanto valore quanto S. Tommaso d'Aquino (1225 ca -1274).

Qualcuno potrebbe rimanere meravigliato da questa affermazione, dal momento che Tommaso è il più grande dei teologi cattolici, e vede perciò nella fede il valore supremo dell’essere umano.

Ma è proprio questo il punto. La fede, che è l’incontro di Dio con l’uomo, avviene solo nell’accettazione libera e razionalmente motivata da parte dell’uomo.

Tommaso infatti definisce la fede “rationabile obsequium”, cioè “obbedienza ragionevole”.

Nulla può essere accolto dall’uomo se non con un atto di comprensione razionale e in piena libertà. Altrimenti non si tratterebbe di un atto umano, ma di un atto bruto, che è contrario alla natura umana, voluta da Dio intelligente e libera.

Ma la fede non supera la ragione? E come può dunque l’uomo accogliere razionalmente ciò che lo supera e lo trascende?

Proprio qui sta la valorizzazione massima della ragione e la sua apertura verso l’infinito.

La ragione umana capisce che il mondo nel suo essere e nel suo divenire ha bisogno di una causa che lo giustifichi, ha bisogno di un essere che abbia dato origine al tutto, e senza il quale nulla potrebbe mettersi in moto e venire all’esistenza, anche se procediamo indietro all’infinito.

La ragione capisce che in questo mondo mutevole e che procede per cause, non può esservi la spiegazione della sua esistenza senza una causa iniziale.

E non può essere iniziale, se non è fuori della catena delle cause mondane; perché, se fosse interna, non sarebbe mai causa iniziale, ne esigerebbe sempre una precedente.

Occorre un essere trascendente, assolutamente perfetto nel presente, Dio, colui che può dare inizio ed esistenza, anche da un tempo infinito, alla catena degli esseri nel mondo.

La nostra ragione comprende che senza l’Essere trascendente, causa inziale del mondo, il mondo non può partire.

E lo sa con assoluta certezza. Cioè, sa che anche se scopriamo cause sempre più remote (oggi si direbbe il "big bang", e quanti se ne voglia), nessuno sarà in grado di giustificare sé stesso, perché rimanderà ad una causa precedente, senza mai giungere all’inizio, cioè senza mai iniziare.

Dio perciò appare all'uomo come l’atto più razionale che esista, per spiegare con ragione la realtà del nostro mondo.

“Gratia non tollit naturam, sed perficit”, "la grazia di Dio (la fede) non distrugge la natura umana, ma la porta alla perfezione". E dunque, una volta che la ragione è giunta a Dio con le sue proprie forze, non si sentirà diminuita, ma se mai valorizzata al massimo; e sarà attenta ad accogliere eventualmente ciò che Dio, l’Essere perfettissimo, voglia rivelare.

Nasce da qui l’attenzione a ciò che accade nella storia e nella natura. La natura appare come razionalità da indagare instancabilmente, e la storia appare come il luogo della libertà umana, che dovrà mettere in atto i principi del bene, insiti in ogni coscienza, per costruire un mondo di giustizia e di pace.

Storicamente l’uomo ha scelto di fare anche il male, complicandosi la vita. Ma storicamente è accaduto anche che Dio stesso si è fatto uomo in Cristo, per riportare l’umanità al progetto iniziale di salvezza.

In Cristo ogni uomo ritrova quella pienezza di verità e di amore che ciascuno sente dentro di sé, ma che con le proprie forze non riesce pienamente a realizzare.

Tommaso d’Aquino: il vero ottimismo cristiano, la positività delle creature, pur nei loro limiti di peccato.

Contro coloro che, pessimisticamente accentuavano la miseria umana, il grande Aquinate diceva, nella Summa contra Gentiles: "Togliere le perfezioni alle creature è come togliere le perfezioni a Dio”.



Nella foto in alto: La disputa del SS. Sacramento, (1508-1509), Raffaello, Stanze Vaticane. Particolare: da sinistra, S. Agostino (vescovo, con la mitra), S. Tommaso (con la tonsura e le vesti domenicane), Innocenzo III (papa, con la tiara), S. Bonaventura (con il cappello cardinalizio).

mercoledì 27 gennaio 2010

Exodus. Verso la terra promessa




Il film "Exodus" di Otto Preminger, del 1960, con protagonista Paul Newman, descrive le drammatiche vicende di alcune migliaia di Ebrei reduci dai campi di sterminio, raccolti nel 1947 nell’isola di Cipro in attesa di poter riavere una patria, il promesso Stato d’Israele, l’antica e nuova Terra Promessa.

La nascita dello Stato d’Israele, nel 1948, voluto dalle Nazioni Unite, fu un atto di grande significato storico, politico e umanitario.

Ma guerre e lotte iniziarono subito, a partire dal giorno stesso della proclamazione del nuovo Stato, il 15 maggio 1948. E ancora oggi il conflitto ebraico-palestinese non è arrivato ad una equa soluzione.

Ci auguriamo che la pace torni definitivamente, con due Popoli in due Stati, liberi e indipendenti.

Il film di Preminger, oltre che per la bella interpretazione di Paul Newman, si distinse per la bellissima colonna sonora, di Ernest Gold, che ottenne il Premio Oscar nel 1961.

Una bellissima musica, che riproponiamo, in questo giorno della memoria.

martedì 26 gennaio 2010

Schubert. La musica che incanta



"Come si può fare qualcosa dopo Beethoven?" si domandava Franz Schubert (1797-1828), consapevole che, dopo il titanico genio di Bonn, nel mondo delle 12 note di spazio ne sembrava rimasto ben poco.

Ma Schubert stesso aveva già aperto nuovi orizzonti. In particolare con lui prende inizio un tipo di musica che sembra sempre un canto, anche se suonata da strumenti; “canti senza parole”, brevi frammenti musicali ai quali l’artista affida i suoi stati d’animo.

La grandezza di Schubert, oltre che in alcune vaste composizioni, sta proprio in questi “piccoli” capolavori, di fama imperitura: Inno alla Vergine (Ave Maria), Serenata, Momenti Musicali, Lieder, Improvvisi…

Nel mondo del cinema, registi famosi hanno attinto con larghezza all’ incantevole musica di Schubert.

Il Momento Musicale n. 2 è il leitmotiv di “Au revoir, les enfants” di Louis Malle, che abbiamo postato ieri.

L’Andantino della Sonata in La maggiore è il tema portante de “La Pianista” (2001) di Michael Haneke.

Ma è Stanley Kubrick che, come suo solito, riesce a stanare stupendi brani di autori classici.
Lo ha fatto in “2001 Odissea nello Spazio”, in “Arancia Meccanica”, e soprattutto in “Barry Lyndon” (1975), che tra questi tre films è certamente il meno famoso, ma può vantare una colonna sonora che è una vera e propria “summa” di musica classica.

Il film ha reso celebre la Sarabanda in Re minore di Haendel.

Ma non è meno bello, di Schubert, il Trio in Mi bemolle maggiore, Op. 100 (II movimento).

Un trio di violino, violoncello e pianoforte.

Come ogni vero trio, anche questo è perfetto.

lunedì 25 gennaio 2010

Arrivederci, ragazzi... (nei giorni della memoria)




"Au revoir, les enfants!" È il titolo di un bellissimo film di Louis Malle (1987), che ricorda l’arresto e la deportazione di tre ragazzi ebrei, prelevati da un collegio carmelitano francese insieme a Padre Jean che lo dirigeva e che li aveva ospitati di nascosto. Finiranno poi uccisi nei campi di sterminio nazisti.

Il film ha un valore documentario, in quanto si tratta di una esperienza personale vissuta dal regista, che come dice lui stesso nella scena finale, che presentiamo nel video, non potrà mai dimenticare fino alla morte ("jusqu'à ma mort").

La vicenda è narrata con asciuttezza, senza retorica, quasi in modo distaccato.
Ma la commozione nasce dai fatti stessi; in particolare da quel ragazzo ebreo, Jean Bonnet, così intelligente in matematica, così bravo a suonare Schubert, così discreto nei suoi rapporti di amicizia, e che viene sacrificato nel nome di un’ideologia criminale e folle.

La scena finale, di pochi minuti, riassume un po’ tutte le caratteristiche del film. In un fredda mattinata di gennaio vengono portati via dai tedeschi i tre ragazzi ebrei e P. Jean.

La commozione è espressa in quel saluto che sorge spontaneo dalla bocca dei giovani convittori; prima uno, poi l’altro, fino a diventare un grido corale: “Au revoir, mon Père”, “Arrivederci, Padre!”, con la risposta serena, quasi a tranquillizzare tutti: “Au revoir, les enfants! à bientôt!”, “Arrivederci, ragazzi! a presto!”.

Louis Malle nei suoi film non è mai tenero con la Chiesa cattolica; ma in questo film, la figura un po’ scorbutica del Padre rettore, alla fine si staglia gigantesca in quel suo coraggioso sorriso, e nell’affrontare il suo destino di martire come un dovere da compiere.

Ci sono due modi per aiutare le persone: con le parole e con i fatti.

Padre Jean, come tanti altri nella Chiesa cattolica, fino al Papa, scelsero la via dei fatti.

sabato 23 gennaio 2010

Quel romantico di Mozart...



Quando pensiamo a Mozart (1756-1791), pensiamo alla musica rasserenatrice per eccellenza, senza troppe complicazioni emotive; gioia di vivere, piacere puro, musica solare.

Il romanticismo, con i suoi chiaroscuri, i suoi toni drammatici, le sue intense passioni, sembra un’altra cosa. Beethoven appare ancora lontano...

Non è così. Simili affermazioni sono dei luoghi comuni.

Nella geniale produzione di Mozart troviamo pagine che anticipano in modo impressionante temi e tecniche compositive che saranno fatti propri da Beethoven e Brahms e dal romanticismo.

Abbiamo già fatto notare quest’anima “romantica” di Mozart, nella Fantasia K 397, nel Minuetto della Sinfonia 40, nella Sonata K 310; senza parlare del Don Giovanni e della Messa di Requiem...

Anche il Concerto n. 20 per Pianoforte e Orchestra, in Re minore, del 1785, è un geniale squarcio di apertura verso quella che sarà la musica del secolo XIX, il secolo di Beethoven, Brahms, Schubert, Chopin...

Siamo davanti ad una pietra miliare della storia della musica.

Nel video, proponiamo il I Movimento, Allegro (I parte. Qui la II parte: http://www.youtube.com/watch?v=iF17mzCPq5A).

La direzione-esecuzione di Friedrich Gulda aggiunge un tocco di estro e originalità, che non guasta.

Buon ascolto!

venerdì 22 gennaio 2010

Kiss. Baci, fulmini e saette




A parte l’orrendo look da Halloween (che per i fans era ovviamente il massimo della bellezza...), la band statunitense dei Kiss ha avuto una notevole importanza nella musica rock degli anni 70-80.

Qualcuno ha visto nei Kiss uno dei primi complessi di musica “satanica” (il nome stesso Kiss è stato interpetato come l'acronimo di "Knights In Satan's Service", cavalieri al servizio di satana,), e le due S presenti nel nome, stilizzate come due fulmini, ricordano molto da vicino la sigla delle famigerate SS.

Per tutto questo, volutamente ho postato un video di semplice karaoke, senza la comparsa dei quattro componenti della band (con la faccia truccata di The Demon, The Starchild, The Catman, The Spaceman).

Ma di questo gruppo rimane nella memoria una canzone in particolare, che ha avuto un successo strepitoso: I Was Made For Lovin' You Baby.

Le parole sono un ossessivo ritornello: "Io sono fatto per amarti, ragazza; tu sei fatta per amarmi. Io non riesco ad averne abbastanza di te; tu non riesci ad averne abbastanza di me".

Insomma, quanto di più originale si possa immaginare in una lirica amorosa…

Ma la canzone è troppo bella per non essere riproposta.

Un punto di riferimento per la musica anni 70.

Per essere precisi, del 1979.


giovedì 21 gennaio 2010

Festina lente!




"Festìna lente", affrettati lentamente! Un altro bel proverbio latino, costruito con un efficace ossimoro.

L’ossimoro è la figura retorica che mette insieme due concetti opposti, per tenere uniti gli estremi e mitigare l’uno con la forza dell’altro.

Mi viene subito in mente un altro celebre ossimoro, la “dotta ignoranza” di cui parla S. Agostino; concetto fatto proprio da Niccolò Cusano nel libro che porta questo titolo.
La dotta ignoranza non è la mera ignoranza di colui che non sa, ma l’ignoranza di colui che è cosciente dei propri limiti. L’ignoranza del sapiente, del dotto, insomma; come aveva insegnato Socrate: “So una sola cosa, di non sapere nulla”.

Affrettati lentamente! Cioè, sii pronto ad agire, datti da fare, non perdere tempo in cose inutili; ma la fretta non ti faccia dimenticare le cose essenziali, importanti, decisive. Sii insieme attivo e riflessivo. E inzia per tempo, così potrai fare presto e bene.

Il proverbio è molto utile anche nel suo senso letterale: quando hai fretta, invece di correre scriteriatamente, parti magari con un po’ di anticipo; così arriverai serenamente in tempo alla meta prefissata.
Eviterai inoltre una delle leggi del Murphy che dice: “La probabilità di trovare semafori rossi è direttamente proporzionale alla fretta che hai”; cioè, più fretta, più semafori rossi… per non parlare degli autovelox.

Ieri abbiamo visto una identità: “Age quod agis”; oggi una contraddizione in terminis: “Festina lente”. Ambedue questi detti, nella loro geniale formulazione, ci ricordano che la sapienza della vita non consiste solo nel fare o solo nel pensare.

La vita è l’unione di pensiero e azione.

Ad un hardware sempre più potente e veloce bisogna che sia associato un software sempre più intelligente e in grado di gestirlo al meglio.

Non parlo solo del computer…

Come clip non si può che mettere uno degli ossimori musicali più belli dei nostri tempi:
The Sounds of Silence, I suoni del silenzio, la stupenda canzone di Simon e Garfunkel del 1965.


mercoledì 20 gennaio 2010

Age quod agis!




Da studente non avevo mai capito bene il significato di questo proverbio latino: Age quod agis!

Di fronte ad altri celebri detti, questo mi sembrava senza significato, una semplice tautologia: “Fa’ ciò che fai”.

Una frase degna di Lapalisse, quello che aveva le sue idee e le approvava…

Andando avanti nella vita, però, ho capito sempre meglio il valore di questo classico adagio.

L’ho capito tutte quelle volte che, per trovare l’auto nel parcheggio del centro commerciale, ho impiegato più di un’ora.

L’ho capito quando nel fare lezione non ho saputo spiegare bene un argomento, e alle domande di chiarimento ho cercato vie poco onorevoli di fuga.

L’ho capito quando una sera ho dovuto partecipare a due cene, perché a metà di una mi sono ricordato di aver preso un impegno analogo anche da un’altra parte.

L’ho capito definitivamente quando, per cercare lo storico Castello di Canossa, sono andato nell’appennino parmense, verso il Passo della Cisa; e quando sono arrivato sul posto, dopo ore di marcia per una stradina “impossibile” di montagna, mi sono sentito dire che la Canossa che cercavo era nell’appennino reggiano…

Così ora, quando parcheggio, mi fermo un attimo e mi guardo attorno per capire dove sto mettendo l’auto.

Quando devo fare lezione, prima me la studio.

Quando prendo un impegno, guardo l’agendina (ancora cartacea), per non correre rischi... d’indigestione.

Quando vado in un luogo sconosciuto, prima di mettere in funzione il navigatore, mi assicuro in quale punto esatto del globo terrestre mi deve condurre.

Age quod agis! Ci sono volute tante distrazioni e tante manate in fronte per capire il vecchio detto e tradurlo in modo meno lapalissiano: “Fa’ bene ciò che stai facendo!”

martedì 19 gennaio 2010

Ma perché Dio permette...


Ho letto nel bellissimo blog dell’amica Stella una mail proveniente dall’America, che mi ha fatto riflettere molto.

http://stella-ilbeneinnoi.blogspot.com/2010/01/lettura-anche-per-chi-non-crede-in-dio.html

La lettera parla del terrible attentato alle Twin Towers, e della società americana.
Ma fa molto pensare anche in riferimento ad altri terribili eventi e al degrado della nostra società .

Ho chiesto di poterla pubblicare anche qui, e la propongo come spunto di riflessione.

Nel mio blog “spartano” si perde purtroppo la bella impostazione iconografica del blog di Stella, a cui rimando senz'altro, e che ringrazio.


Lettura anche per chi non crede in Dio


Jane Clayson ha chiesto ad una ragazza orfana la causa della tragedia delle Twin Towers:

" Dio come ha potuto permettere che avvenisse una sciagura del genere? "

La risposta che ha dato è estremamente profonda ed intelligente:

"Io credo che Dio sia profondamente rattristato da questo, proprio come lo siamo noi, ma per anni noi gli abbiamo detto di andarsene dalle nostre scuole, di andarsene dal nostro governo, di andarsene dalle nostre vite. Ed essendo Lui quel gentiluomo che è, io credo, che Egli con calma si sia fatto da parte. Come possiamo sperare di notare che Dio ci doni ogni giorno la Sua benedizione e la Sua protezione se Gli diciamo:"lasciaci soli!" Considerando i recenti avvenimenti... attacchi terroristici, sparatorie nelle scuole... ecc. penso che tutto sia cominciato quando 15 anni fa Madeline Murray O'Hare ha ottenuto che non fosse più consentita alcuna preghiera nelle nostre scuole americane e le abbiamo detto OK.

Poi qualcuno ha detto: "E' meglio non leggere la Bibbia nelle scuole"... (la stessa Bibbia che dice: Tu non ucciderai, Tu non ruberai, ama il tuo prossimo come te stesso) e noi gli abbiamo detto OK.

Poi, il dottor Benjamin Spock ha detto che noi non dovremmo sculacciare i nostri figli se si comportano male perché la loro personalità viene deviata e potremmo arrecare danno alla loro auto-stima, e noi abbiamo detto "Un esperto sa di cosa sta parlando" e così abbiamo detto OK.

Poi, qualcuno ha detto che sarebbe opportuno che gli insegnanti e i presidi non puniscano i nostri figli quando si comportano male, e noi abbiamo detto OK.

Poi alcuni politici hanno detto: "Non è importante ciò che facciamo in privato purché facciamo il nostro lavoro" e d'accordo con loro, noi abbiamo detto OK.

Poi qualcuno ha detto: "Il presepe non deve offendere le minoranze", così nel famoso museo Madame Tussaud di Londra al posto di Maria e Giuseppe hanno messo la Spice Girl Victoria e Beckham e noi abbiamo detto OK.

E poi qualcuno ha detto: "Stampiamo riviste con fotografie di donne nude e chiamiamo tutto ciò "salutare apprezzamento per la bellezza del corpo femminile"". E noi gli abbiamo detto OK.


[Considerazioni della blogger Stella]

Ora ci chiediamo come mai i nostri figli non hanno coscienza e non sanno distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Probabilmente, se ci pensiamo bene noi raccogliamo cio che abbiamo seminato.

Buffo come è semplice per la gente gettare Dio nell'immondizia e meravigliarsi perché il mondo sta andando all'inferno.

Buffo come crediamo a quello che dicono i giornali, ma contestiamo ciò che dice la Bibbia.

Buffo come tutti vogliono andare in Paradiso, ma al tempo stesso non vogliono credere, pensare e fare niente di ciò che dice la Bibbia.

Buffo come si mandino migliaia di barzellette via e-mail che si propagano come un incendio, ma quando si incomincia a mandare messaggi che riguardano il Signore, le persone ci pensano due volte a scambiarseli.

Buffo come tutto ciò che è indecente, scabroso, volgare e osceno circoli liberamente nel cyberspazio, mentre le discussioni pubblicate su Dio siano state soppresse a scuola o sul posto di lavoro.

Buffo come a Natale nelle scuole la recita per i genitori non possa più essere sulla natività ed al suo posto venga proposta una favola di WaltDisney.

Buffo come si stia a casa dal lavoro per una festività religiosa, e non si conosca nemmeno quale sia la ricorrenza.

Buffo come qualcuno possa infervorarsi tanto per Cristo la domenica, mentre è di fatto un cristiano invisibile durante il resto della settimana.

Buffo che quando inoltri questo messaggio tu non ne dia una copia a molti di quelli che sono nella tua lista degli indirizzi perché non sei sicuro del loro credo o di cosa penseranno di te per il fatto di averglielo mandato.

Buffo come posso essere più preoccupato di ciò che pensa la gente di me piuttosto che di ciò che Dio pensa di me.



Nella foto in alto, Jane Clayson, autrice della lettera.

lunedì 18 gennaio 2010

Copia e incolla (pasquinata)






Ho visto un po’ di tutto in blogosfera:
c’è chi a raffica posta ogni mattina
e chi fa un post ad ogni primavera;

c’è chi dal sacco della sua farina
estrae qualche argomento originale,
e c’è chi copia e fa un’incollatina.

Ognuno segue l’estro naturale;
il mondo è bello e di svariato umore,
e non mi piace fare la morale.

Ma quando, amico copincollatore,
il lavoro di un altro tu hai copiato,
non scordar d’incollare anche l’autore.