mercoledì 25 giugno 2014

Una brutta rimpatriata!

 













L’Italia di Prandelli non è riuscita a superare le qualificazioni ai campionati mondiali del Brasile, sconfitta dalla Costa Rica (!) e ieri sera dall’Uruguay.

Non ho voglia di scrivere il post. Su chi? Su Prandelli, su Mister uno-nessuno-centomila? Aveva una squadra vincente, l’ha smontata in tante altre, perdenti.

Sull’arbitro dell’Uruguay? Basta dire il nome e la nazionalità: Moreno, messicano. A volte gli incubi ritornano. Come dimenticare l’altro Moreno, equadoriano, che riuscì nell’ardua impresa di farci fuori nei campionati nippo-coreani del 2002?
Deve essere un difetto di fabbricazione. La ditta arbitrale centroamericana dovrebbe ritirare dal commercio tutti quelli che si chiamano, o di nome o di cognome, Moreno.

Il morso (!) di Suarez a Chiellini ha fatto impressione (guarda il web), ma non è stato sanzionato. Siccome è recidivo, dovrebbe giocare con la museruola. Ma è stato sanzionato con l'espulsione il fallo veniale di gioco di Marchisio. 

Detto questo, rimane da dire solo una cosa.

Uno dei detti più noti nel mondo del calcio era, una volta, “palla a terra e pedalare”. Non so se i nostri superpagati "campioni" (si fa per dire) conoscano il detto. 

Sarà stato il clima, sarà stato il fuso orario, sarà stato che erano fusi dalla presunzione...

Ma di corridori in campo neanche l’ombra.

Solo 11 signori a passeggio in mutande, che prendevano il sole brasiliano.
A nostre spese, ovviamente.

Ma non è meglio, allora, una bella (brutta) rimpatriata?



venerdì 20 giugno 2014

L'Italia a Brandelli...




















Con l’Italia pallonara tutto è possibile: vincere con il Brasile e perdere con la Corea del Nord.

È la nostra caratteristica di fondo: siamo creativi, e perciò imprevedibili.

Stasera abbiamo perso imprevedibilmente con la Costa Rica (0-1). Considerata inizialmente la cenerentola del girone, è arrivata la prima, battendoci come tappeti. Complimenti!

C’è una regola d’oro nel gioco del calcio: “squadra che vince, non cambia”. Non è una legge scritta, qualche eccezione può essere concessa, ma non bisogna esagerare.

Il Signor Cesare Prandelli (il Mister, come si dice in gergo, in questo caso il c.t.) aveva trovato una formazione quasi perfetta contro l’Inghilterra. Non ho capito perché i vincitori della battaglia di Manaus non dovevano essere inizialmente confermati (tranne Paletta). Non erano certo stanchi, dopo 6 giorni di riposo.

Avrei, ad esempio, lasciato in porta Sirigu, in forma smagliante; non mi sarei fatto condizionare dalle smanie di Buffon, acciaccato fino a ieri, e comunque utile se mai alle prime avvisaglie critiche del portierone sardo.

Con Sirigu, il traversone che ha portato Ruiz a colpire di testa e mettere in rete, sarebbe stato intercettato da una sua tempestiva uscita. Mentre invece Buffon, incerto nelle uscite, s’è trovato il pallone dietro le spalle dopo un goffo tentativo di parata.

Non parliamo dell’esclusione di Verratti e dell’inclusione di Thiago Motta. 

Non vorrei che Prandelli si sia montato la testa, con quel nome che si ritrova. Si limiti il c.t. a creare una squadra (che già aveva) e ad apportare solo quei ritocchi necessari nelle singole partite.

Mi dite ora, di grazia, chi metterà contro l’Uruguay? Farà un altro turn over o tornerà sui suoi passi?

È riuscito a sciupare un giocattolo che andava a meraviglia.

Martedì prossimo, con l’Uruguay, basterebbe un pareggio per qualificarsi.

Speriamo che Cavani e Suarez (“il pistolero”) siano d’accordo.

E Mister Tabarez, cioè il c.t. uruguagio, anche.

Dimenticavo la Costa Rica. Una vittoria meritatissima. David che abbatte Golia.

Non è la prima volta...



giovedì 19 giugno 2014

La Spagna torna a casa. Col primo aereo





















La Spagna, campione del mondo in carica, è stata subito eliminata.

Dopo l’inizio disastroso con l’Olanda, è venuto il colpo di grazia del Cile che ha vinto 2-0 e ha rispedito i castigliani in madrepatria.

Ormai le colonie non esistono più, neppure calcisticamente.

Il Cile è una nazione simpatica ed unica dal punto di vista geografico e sociale. Il suo territorio va dal Tropico del Capricorno alla Terra del Fuoco, quasi al Circolo Polare Antartico; dai cactus ai pinguini. 4.300 km di lunghezza, per appena 180 di larghezza: uno stato filiforme, una situazione di emergenza anoressica.

Mi immagino i camionisti e gli autisti in genere che, o per lavoro o per diletto, percorrono quella terra. Dovranno portarsi dietro gli infradito e gli scarponi da sci, la maglietta sportiva e il cappotto. Non mi azzardo a parlare del guardaroba femminile; preparare le valigie deve essere un’impresa eroica.

Impresa meno eroica è stata battere la Spagna di ieri sera: un’ombra di quella squadra che quattro anni fa incantò il mondo della pelota.

Devo dire però il vero motivo per cui mi è dispiaciuta la sconfitta della Spagna, anzi, la vittoria del Cile. Il fatto è che quando in campo calcistico sento parlare di Cile, mi viene in mente, come riflesso pavloviano, quel tal Leonel Sánchez, cileno che nel campionato mondiale in Cile del 1962, nella partita con l’Italia, sferrò un pugno micidiale all’italiano Humberto Maschio, fratturandogli il  naso. Lo stesso Sánchez colpì con un altro pugno al volto il nostro Mario David, riuscendo poi nel capolavoro di farlo anche espellere, lui impunito.

In quella partita, passata alla storia calcistica come “la battaglia di Santiago” (2 giugno 1962), i giocatori cileni picchiarono come fabbri, e gli italiani rimasero in nove, con Maschio completamente intontito dal pugno ricevuto.

Senza citare i nostri radiocronisti (ancora ho in mente quella veemente radiocronaca!), un cronista inglese definì quella partita di calcio “la più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport”.

Il Cile di ieri sera è stato tutt’altra cosa, ovviamente: una gran bella squadra; e senza bisogno di usare il pugilato, ha steso gli spagnoli a regolari pedate (sul pallone).

Ma nonostante tutto, e nonostante Vidal (non so se mi spiego...), quando gioca il Cile, io parteggio per la squadra opposta.

Mi scuso con il paese più lungo del mondo.




domenica 15 giugno 2014

Un'Italia con le palle (due naturalmente!)





Un missile terra-terra di Marchisio e un’incornata a schiacciare di SuperMario hanno fatto fuori la squadra dei Three Lions.

In un linguaggio meno metaforico e più prosaico, l’Italia ha battuto l’Inghilterra 2-1.

Ogni volta che l’Italia batte l’Inghilterra (e negli ultimi decenni è accaduto spesso) un po’ mi dispiace. Non perché gli inglesi mi rimangano particolarmente simpatici, ma perché battere l’Inghilterra è come commettere un parricidio.

Gli inglesi sono gli inventori del football. Le regole, i termini usati, i campionati sono iniziati con loro. Perfino le prime squadre italiane portano nomi inglesi: Genoa Football Club, Juventus (nome latino) F.C., etc.

Poi mi viene in mente un giocatore come Bobby Charlton, che io considero il più grande playmaker della storia calcistica, insieme a Luisito Suàrez.

Infine, battere l’Inghilterra è stato fino agli anni 70 del secolo scorso (Torino, 14 giugno 1973) un mito irraggiungibile. In quell’anno per la prima volta gli inglesi vennero battuti in Italia per 2-0, e l’anno successivo in casa loro, il 14 novembre, nel tempio del calcio di Wembley, con rete indimenticabile di Fabio Capello.

Dopo quelle vittorie, i Tre Leoni sono stati addomesticati, e per l’Italia battere l'Inghilterra è diventata quasi la norma.

Come il successo, molto incoraggiante, di stanotte; una partita che in Italia è avvenuta il 15 giugno, ma in realtà il 14,  per la differenza  di fuso orario: mezzanotte in Italia, ore 18 a Manaus, alle soglie della foresta amazzonica, dove si giocava.

Decisamente il 14 giugno non porta bene agli inglesi. Hanno perso anche questa volta.

Mi dispiace per Bobby Charlton, ma l’Inghilterra di oggi non è più quella mitica e (per noi) invincibile dei suoi tempi.


L’Italia è più forte.



venerdì 13 giugno 2014

L'Olandese Volante! (Van Persie)




















Non si tratta del fosco melodramma wagneriano, ma della trionfale vittoria per 5-1 della squadra orange contro quella spagnola ai campionati del Brasile.

Qualcosa che ha del surreale: gli olandesi hanno fatto in 5 pezzi l’invincibile armata,  campione del mondo in carica, nonché campione europeo nelle ultime due edizioni (la “triplete”).

Oltre a ciò, si sono presi una gran bella rivincita sulla finale di quattro anni fa a Johannesburg (ricordate?), in cui proprio la Spagna si laureò “campione del mondo”, vincendo per 1-0 sull’Olanda, “eterna seconda”.

Anche la partita di stasera era iniziata sotto cattiva stella per gli abitanti delle Terre Basse. Possesso di palla degli spagnoli, un po’ di tiki-taka, poi un guizzo in area orange di Diego Costa, steso in tutta la sua lunghezza (m. 1, 88 x 85 kg) da un maldestro difensore arancione e susseguente rigore, trasformato da Xabi Alonso.

Ho pensato che la partita, con un’Olanda in stato comatoso e una rete al passivo, fosse già finita. Ma allo scadere del primo tempo accade l’episodio determinante: compare all’improvviso l’olandese volante, cioè Robin Van Persie.

È noto a tutti gli appassionati di calcio, e ancor più a coloro che l’hanno praticato, che fare una rete con un pallonetto, uccellando il portiere, è quanto di più “libidinoso” si possa immaginare.
In genere il pallonetto si ottiene colpendo da terra il pallone e facendolo passare sopra la testa e le mani del portiere, quanto basta per insaccare.

Ma questa volta non è andata così. Si è visto arrivare dalle retrovie olandesi un lancio aereo di 40 metri, fino al limite dell’area di rigore avversaria, e prima che il pallone toccasse terra Robin Van Persie si è alzato in volo, ha colpito di testa in tuffo e ha confezionato un pallonetto aereo, che ha “uccellato” il portiere spagnolo Casillas, fuori dai pali, e si è depositato bellamente nel sacco.

Una rete di quelle che rimarranno nella storia del calcio e che in questa partita ha risvegliato dal coma la squadra orange e l'ha galvanizzata.

Il secondo tempo infatti è stato a senso unico. Gli olandesi si sono scatenati. Robben, Van Persie e gli altri compagni di squadra hanno cominciato a smantellare la difesa e lo stucchevole tiki-taka delle ex “furie rosse”. Sotto una pioggia battente, nel campo spagnolo ha cominciato a grandinare.

Alla fine Casillas ha raccolto una "manita" di  palle gelate, una di queste per la verità dovuta alla disattenzione del nostro arbitro Rizzoli (che nel complesso non mi è piaciuto).

Speriamo che stanotte-domani l'Italia faccia meglio di Rizzoli con i sudditi inglesi di Sua Maestà la Regina.

Che Dio la salvi, e a noi ci faccia vincere.



L'arbitro Nishimura batte la Croazia 3-1. Il Brasile ringrazia


Questa volta il Brasile non mi è piaciuto. Né come squadra, né come comportamento in campo.

Ho sempre ammirato il Brasile per i suoi “fenomeni”; e ne ha avuti in passato una bella schiera.
Ma al tempo stesso la “Seleçao” mi ha sempre impressionato per il  suo fair play, per il suo gioco pulito, senza le “astuzie” e le “cattiverie” tipiche di quasi tutte le squadre del mondo (tranne forse l’Inghilterra e la Germania).

Pulito non significa non combattivo, ma solo senza i meschini mezzucci per ingannare gli arbitri o per danneggiare gli avversari.

Da poche ore è terminata la partita iniziale di questo Campionato del Mondo, in cui il Brasile ha sconfitto la Croazia per 3 a 1.

Eravamo (è un modo di dire, io ero davanti alla TV) nel nuovo stadio di San Paolo del Brasile, davanti a 120.000 spettatori. La squadra brasiliana ha in progetto di arrivare fino in fondo e di vincere, ovviamente, davanti al pubblico di casa.

Lo Stato ha tutto l’interesse che ciò avvenga, se non altro per placare le critiche delle spese folli  per organizzare l’evento.

Anche la Fifa (la Federazione Internazionale del Calcio) ha tutto l’interesse che ciò avvenga. Ve lo immaginate un campionato del mondo in Brasile, senza il Brasile? E chi va a vedere l’Argentina? o l’odiato Uruguay? Stadi semivuoti, fallimento assicurato.

Tutto questo mi sta perfino bene e posso anche capirlo.

Ciò che  non capisco è come si intenda arrivare a questi traguardi. Con i metodi visti nella partita iniziale? Cioè, da una parte la vittima sacrificale  e dall’altra il Brasile vincitore a prescindere?
Abbiamo visto al 27’ del 1° tempo un fallo da espulsione nettissimo da parte di Neymar, sanzionato solo con un cartellino giallo (l’avversario, dopo aver ricevuto una gomitata, è stato cinturato al collo con violenza e volontariamente!). Qualunque arbitro di calcio europeo, e perfino brasiliano, avrebbe estratto il rosso.

Il Brasile perdeva 1 a 0. Due minuti dopo, Neymar (che non doveva essere più in campo) ha segnato invece il pareggio (una rete bellissima). Nel secondo tempo ancora Neymar ha segnato su rigore, concesso graziosamente dall’arbitro giapponese Nishimura per un fallo inesistente in area croata; un giocatore brasiliano si è gettato a terra appena sfiorato da un avversario. Perfino un arbitro di terza categoria avrebbe dato punizione contro il Brasile e ammonito il brasiliano per simulazione.

Così il Brasile ha vinto. La terza rete è venuta all’ultimo minuto, mentre tutta la Croazia, incazzata come una bestia, dava l’assalto a Fort Apache.

Di quelle tre reti, due sono state segnate da un “espulso”. Con il Brasile fin dal primo tempo ridotto in dieci, la partita avrebbe avuto ben altro epilogo. Molto triste per la Seleçao, per i Brasiliani, per la Presidenta Roussef, e per la Fifa. La prossima volta la Fifa chi manderà ad arbitrare il Brasile, un coreano?

Ma ciò che mi ha lasciato di più l’amaro in bocca è il comportamento della Seleçao: astuzie, meschinità, fallacci  volontari...

Non esiste più il Brasile di Pelé, Ronaldo, Kakà, Ronaldinho...

I miti scompaiono. Rimangono solo le vergogne coperte da foglie di fico.

Che prima o poi cadono a terra.





giovedì 12 giugno 2014

Il calcio d'inizio dei pentastellati (brasiliani)










Il Campionato del Mondo di Calcio mi mette sempre in fibrillazione.

Mi tornano in mente tutti i campionati precedenti, da quando la mia memoria è stata in grado di apprezzare il fatto. Ricorderò solo quelli più lontani.

Il primo è stato quello del 1958, giocato in Svezia, dove un diciassettenne brasiliano di nome Pelé seppellì di reti a Stoccolma (5-2; due reti di Pelé) la favorita Svezia di Liedholm, Hamrim, Gren, Skoglund... In semifinale Pelé e compagni avevano fatto fuori la Francia di Just Fontaine con lo stesso punteggio (tre reti di Pelé).

Dopo aver imparato in nome di Pelé, quattro anni dopo nei campionati del Cile del 1962 imparai un altro nome: Leonel Sànchez, il picchiatore cileno che ne combinò di tutti i colori, rimanendo impunito. Ruppe il naso con un pugno al nostro Humberto Maschio, colpì con un altro pugno il nostro Mario David, e provocò l’espulsione dello stesso David. Considerando che già era stato espulso Ferrini, la “battaglia di Santiago” fu giocata dagli italiani in nove, di cui uno col naso rotto. Solo alla fine fummo battuti (2-0) dopo strenua resistenza. Mi sembra ancora di ascoltare, fremente di sdegno, la radiocronaca di quella battaglia sanguinosa...

I campionati inglesi del 1966 sono da “damnatio memoriae”. Con nomi altisonanti in campo (Albertosi, Facchetti, Bulgarelli, Mazzola, Rivera...), fummo ridicolizzati da Pak Doo Ik, un dentista nordcoreano che ci fece rete e ci buttò fuori dal torneo. Meglio dimenticare... Non si può dimenticare però il clamoroso non-gol assegnato all’Inghilterra nella finale vinta con la Germania.

I campionati messicani del 1970 sono così vivi nella mente che non c’è nessun buon cristiano che non ricordi le epiche battaglie contro la Germania (Ovest) in semifinale e il Brasile di Pelé in finale.

Ho iniziato con il diciassettenne Pelé e concludo  con Pelé al termine della sua carriera luminosa.

Stasera, 12 giugno 2014, a San Paolo del Brasile si aprono e iniziano i campionati del mondo, nella patria di Pelé e dei pentastellati del calcio. 

Non c’è Pelé oggi nella squadra. Ma c’è Neymar...

Di fronte al Brasile ci sarà la Croazia. Sono ossi duri. Attenti a Rakitic e Modric.


Attenti a quei due!



venerdì 6 giugno 2014

Metti il denaro nella borsa! (Il “Mose” di Venezia)















Ciò che è accaduto a Venezia per la costruzione del “MOSE” fa impallidire EXPO 2015 e le altre Tangentopoli italiche.

Coinvolte le massime autorità della città lagunare e della regione. Arrestato il sindaco Orsoni, accusato di concussione, corruzione e riciclaggio, e con lui altre 34 persone. Almeno 100 gli indagati. Impressionante il genere di categorie coinvolte: oltre agli imprenditori, si tratta di politici di ogni colore, di funzionari statali, di magistrati (!), di appartenenti alle forze dell’ordine.
Secondo il Gip Alberto Scaramuzza, questi hanno “asservito totalmente l’ufficio pubblico che avrebbero dovuto tutelare, agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionante di benefici personali di svariato genere». 

Non si salva nessuno, nelle 711 pagine dell’ordinanza con cui il Gip ha chiesto i provvedimenti disciplinari. Chiesti pure gli arresti  per l’ex Governatore del Veneto, e ora parlamentare, Galan.

Secondo le Fiamme Gialle si tratterebbe di una truffa da 20 milioni di euro. 
[Aggiornamento del 7/6/14: un miliardo di euro!)

Mi è venuto in mente il dialogo-monologo di Jago dell’Otello shakespeariano, quello in cui il cinico  alfiere consiglia malignamente a Roderigo di riempire il più possibile la borsa di denaro, per i suoi illeciti scopi. 
La frase è come un ritornello ossessivo: “Put the money in thy purse!” Geniale il martellante refrain, quasi un letterario lavaggio del cervello. Con esiti disastrosi.

E poi, guarda caso, siamo nella trama del “Moro di Venezia”. E la scena si svolge proprio a Venezia.

Forse questi tali sono stati a scuola di Jago...

Ma esistono sempre i “Piombi” e il “Ponte dei sospiri”?...  Dalla foto in alto, parrebbe di sì.



“OTHELLO, THE MOOR OF VENISE” (SHAKESPEARE)
ATTO I. Sc. III
JAGO (a Roderigo)

Io mi son dichiarato amico tuo e mi sento legato alla tua causa con vincolo tenace e duraturo;
non ho potuto mai esserti utile come in questo momento.
Senti a me: riempiti la borsa di denaro,
camuffati con una barba finta, e vieni al nostro seguito alla guerra.
Ma, ti dico, riempiti la borsa.
L’amore di Desdemona pel Moro non può durare a lungo...
(pensa a metter denaro nella borsa)
così come l’amore suo per lei. Per lei è stato un inizio violento,
e la rottura seguirà, vedrai, altrettanto violenta.
(Metti, metti denaro nella borsa).
Questi mori sono d’umor volubile
(fa che la borsa sia ben riempita)
e il cibo che gli è ora delizioso come carrube, gli sarà amarissimo
come la coloquintide tra poco. Ella dovrà cambiare, perché è giovane;
e, sazia che sarà del di lui corpo, s’accorgerà della scelta sbagliata
e sentirà il bisogno di cambiare.
Perciò metti denaro nella borsa.
Se poi sei proprio deciso a dannarti, fallo almeno in un modo più elegante
che non quello d’andarti ad affogare. 
[Procurati tutto il  denaro che puoi].
Se la sua santimonia ed un labile voto maritale
tra un barbaro selvaggio giramondo ed una superfina veneziana
non sono ostacoli troppo difficili da superare per la mia scaltrezza,
tu la godrai.
Procurati il denaro.


(Traduzione di Goffredo Raponi)




I have professed me thy 695
friend and I confess me knit to thy deserving with 
cables of perdurable toughness; I could never 
better stead thee than now. Put money in thy 
purse; follow thou the wars; defeat thy favour with 
an usurped beard; I say, put money in thy purse. It 700
cannot be that Desdemona should long continue her 
love to the Moor,— put money in thy purse,—nor he 
his to her: it was a violent commencement, and thou 
shalt see an answerable sequestration:—put but 
money in thy purse. These Moors are changeable in 705
their wills: fill thy purse with money:—the food 
that to him now is as luscious as locusts, shall be 
to him shortly as bitter as coloquintida. She must 
change for youth: when she is sated with his body, 
she will find the error of her choice: she must 710
have change, she must: therefore put money in thy 
purse. If thou wilt needs damn thyself, do it a 
more delicate way than drowning. Make all the money 
thou canst: if sanctimony and a frail vow betwixt 
an erring barbarian and a supersubtle Venetian not 715
too hard for my wits and all the tribe of hell, thou 
shalt enjoy her; therefore make money.



domenica 1 giugno 2014

Ascensione. L'uomo oltre i suoi limiti




La solennità dell’Ascensione di Gesù Cristo al cielo conclude la vita terrena di Gesù che si manifesta Signore del creato.

Il suo corpo glorificato non è più sottoposto alle leggi della natura, ma queste sono a Lui sottoposte, dal momento che egli è il Creatore dell’universo.

Sarebbe inutile discutere su questo mistero grandioso. Se uno crede a Dio e alla testimonianza degli Apostoli, l’Ascensione al cielo di Gesù è la prova della sua signoria sul cosmo e sulla storia.

Noi ci atteniamo ai fatti: gli apostoli hanno visto salire al cielo Gesù, nel quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, come riporta in particolare e con precisione il libro degli Atti degli Apostoli, scritto dall’evangelista Luca (At 1, 11).

“Et ascendit in caelum”. Nel Credo, il simbolo in cui si riconoscono tutti i cristiani, così viene affermato l’avvenimento dell’Ascensione di Gesù.

Innumerevoli sono i musicisti che hanno illustrato questo mistero glorioso, nel canto del “Credo”. Penso soprattutto a Palestrina (Missa Papae Marcelli), Bach (Messa in Si Minore), Mozart (Messa per l'Incoronazione), Beethoven (Missa Solemnis), Rossini (Petite Messe Solennelle). In genere tutti questi sommi artisti aprono con potenza assertoria il simbolo di fede: Credo!

Mi piace oggi proporre invece il Credo di Franz Schubert (1797-1828), dalla Messa in Sol Maggiore (Missa in G-dur), una composizione giovanile (1815) che già rivela il genio di questo autore, a me particolarmente caro.

Il suo Credo inizia, a differenza di molti altri, con dolcezza, quasi con “timore e tremore” (la partitura indica come segno espressivo il pianissimo), per poi diventare un vero inno alla vittoria di Cristo sulla morte e sulle dure leggi della natura, nel “Resurrexit” e nell’ “Ascendit in caelum, sedet ad dexteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria...” (l'indicazione espressiva è il fortissimo e la voce raggiunge il suo acme). 
Dopo la significativa pausa di un tempo, rafforzata da corona,  il finale, dalla professione di fede nello Spirito Santo in poi, è una ripresa del tema  iniziale, pieno di dolcezza; un affidamento nelle mani di Dio, che si spegne in una serena sequenza di Amen.

Il canto è in forma polifonica a 4 voci miste (SCTB), quasi un lungo mottetto, con andamento per lo più accordale. La parte strumentale ha la forma del Basso continuo, per assumere vita propria nei momenti di cesura tra le parti.

Una grande lezione di musica classica, inserita nel mondo e nella temperie romantica. 

E una bella dimostrazione di fede di questo straordinario genio viennese, discepolo di Salieri, autore di centinaia di capolavori, morto a 31 anni.

Il brano è eseguito dal Coro e Orchestra Nazionale da Camera di Armenia. Considerando le vicende dell'Armenia, caratterizzate da una fede eroica in Cristo, il Credo assume un valore particolarmente significativo, che va ben oltre la musica.

Buona Festa dell'Ascensione!


venerdì 30 maggio 2014

L'Europa riconosciuta (Salieri e... Renzi)




Nonostante tutto, l’Unione Europea ha retto all'onda d’urto delle elezioni del 22-25 maggio.

Soprattutto il voto italiano ha scommesso, con una robusta dose di fiducia, sulle possibilità del Vecchio Continente; ma ha anche dato una notevole scossa per il suo rinnovamento.

Staremo a vedere se questo rinnovamento ci sarà. Per ora possiamo parlare di una “Europa riconosciuta” dagli elettori italiani.

Per questo non possiamo che concludere questi post sulle elezioni europee con il Finale dell’opera “L’Europa riconosciuta” di Antonio Salieri.

Oltre al titolo, l’opera è significativa perché inaugurò il Teatro alla Scala di Milano, il 3 agosto 1778. Milano faceva parte allora dell’Impero Asburgico, che già costituiva una significativa unità europea (e molto efficiente, direi).

Il Teatro alla Scala, progettato in bello stile neoclassico da Giuseppe Piermarini, divenne da subito il più importante teatro lirico del mondo, e l’opera di Salieri ebbe un’accoglienza trionfale.

Alla prima erano presenti Cesare Beccaria, Pietro Verri...  
Oggi avrebbero assistito Renzi, Grillo, Berlusconi, Salvini...

Ascoltiamoci questo bellissimo Finale. Grande Salieri, non certo “un mediocre”.


lunedì 26 maggio 2014

Un uomo solo al comando...























Lo dicevano i radiocronisti di un tempo a proposito delle vittorie per distacco di Fausto Coppi.

Oggi lo si può dire della clamorosa vittoria di Matteo Renzi. Ha vinto per distacco su Beppe Grillo e ancor più su Berlusconi e il resto del gruppo.  Molti non sono neppure arrivati al traguardo.

Una vittoria inaspettata almeno nelle proporzioni: Renzi ha doppiato Grillo, e ha dato due giri a Berlusconi.

Si può capire il distacco di Berlusconi. L’età ha il suo peso nel ciclismo, come nella politica. E poi le numerose forature sui chiodi disseminati lungo il suo percorso dai giudici... Una gara da vecchio campione, comunque.

Quello che stupisce è la vittoria schiacciante su Grillo, che prima di partire aveva gridato urbi et orbi: “Vinciamo noi!”

Imprevedibile prima della gara, la disfatta grillina ha un solo responsabile: Grillo.
I processi in piazza (mediatica?), le minacce, gli insulti, perfino gli sputi in effigie ai futuri perdenti, minacciati da colui che avrebbe voluto guidare la nazione con la gogna, hanno ottenuto l'effetto boomerang: il processo, gli sputi, e, diciamolo pure, i vaffa, se li sono ripresi tutti Grillo e i suoi sanculotti.

È una storia vecchia quanto il cucco: mors tua, vita mea.




mercoledì 21 maggio 2014

Elezioni in vista: i programmi elettorali




















Domenica prossima, 25 maggio, si svolgeranno le elezioni europee.

Dopo una bruttissima campagna elettorale, caratterizzata soprattutto da insulti e parolacce, l'elettore si trova in grande difficoltà nello scegliere tra i vari contendenti.

Grillo: se vinciamo noi, faremo processi in piazza e metteremo in galera (virtuale?) tutti coloro che il popolo grillino giudicherà colpevoli.

Ma Grillo non è stato già processato e condannato dalla giustizia reale?

Renzi: se vinciamo noi, continueremo a governare come abbiamo fatto finora. Cioè, con slides e disegnini alla lavagna luminosa.

Per ora di concreto si è visto solo una super tassa: la Tasi.

Berlusconi: se vinciamo noi, “più euro per tutti”. Mi ricorda un certo slogan di Cetto La Qualunque.

Salvini: se vinciamo noi, “meno euro per tutti”, anzi, via dall’euro e ritorno alla lira. O meglio ancora, al ducato.

Alfano: se vinciamo noi, apriremo una linea gratuita di traghetti Tunisi-Lampedusa. Risparmieremo così sulle spese di pattugliamento, e nessuno rischierà la vita.

Fratelli d’Italia: se vinciamo noi, chiuderemo ogni varco marino tra Africa e Italia. Come? I nostri posamine ci stanno pensando.

Tsipras: se vinciamo noi, il greco diverrà lingua obbligatoria in tutte le scuole.

Alfa beta gamma delta...



venerdì 16 maggio 2014

Libertà per Meriam!





















Mentre Google onora oggi con un bel logo il genio di Maria Gaetana Agnesi, matematica, scienziata, filosofa, benefattrice e quant’altro, vissuta in Lombardia nel XVIII secolo, dobbiamo leggere la notizia che in questi giorni Meriam Yehya Ibrahim, una cristiana di 27 anni del Sudan, incinta di otto mesi e madre di un altro bambino di 20 mesi, è in carcere ed è stata condannata a morte per apostasia e adulterio, cioè per essersi convertita al cristianesimo rinnegando la religione islamica e per aver sposato un cristiano (in ciò consisterebbe l’adulterio).

Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare alla fede cristiana, ma tu continui a non voler tornare all’Islam e dunque ti condanno a morte per impiccagione”. Così il tribunale di Karthoum.

La donna, prima di essere impiccata, dovrà ricevere anche 100 frustate...

Se non fosse tragica, la faccenda avrebbe veramente del grottesco.

Ma che razza di religione e di legge (la cosiddetta sharìa) è arrivata ai nostri giorni? Ma da quale incubo notturno si sono materializzati questi giudici di Karthoum? Ma dove è andato a finire nell’islam il cervello di Avicenna, Averroè, Al-Khwarizmi e di tanti altri grandi pensatori, matematici, scienziati, giuristi, del millennio passato del mondo islamico?

Non si vergognano questi tali a sentenziare la morte di una donna (incinta!) per le sue idee religiose e per il suo matrimonio? Però questi tali hanno assicurato che la condanna avverrà dopo che la donna avrà partorito... Ma come sono umani, loro, direbbe Fantozzi.

Non bastava Boko Haram; ora c'è anche la sharìa del Sudan.

Mi unisco all’indignazione mondiale per questa annunciata condanna, che fa vergogna a chi l’ha pronunciata e mette in ridicolo una religione che 1000 anni fa era (forse) più civile di oggi.

Meriam deve essere subito rimessa in libertà, perché possa vivere con il marito che ha scelto, allevare i figli secondo coscienza e professare la fede che vuole.

Perfino Averroè, il grande commentatore musulmano di Aristotele, l’uomo del libero pensiero, sarebbe d’accordo.

È vissuto nel XII secolo.



giovedì 15 maggio 2014

E gli ultimi saranno primi...



È accaduto ieri sera allo Juventus Stadium di Torino, dove il Siviglia ha battuto ai rigori (4-2) il Benfica nella finale di Coppa Uefa.

È vero che la palla è tonda e il campo è piatto, quindi tutto può accadere in una singola partita. Ma quello che ha fatto il Siviglia nel suo percorso 2013-2014 in campo europeo lascia stupefatti.

Anzitutto la squadra non era entrata nemmeno nel numero di quelle che dovevano partecipare alla competizione.

Il Siviglia è stato ammesso ai preliminari della Coppa al posto del Raya Vallecano di Madrid (ottavo classificato) escluso dalla competizione europea per motivi legali.

Il percorso della squadra andalusa è stato ad ostacoli, superati talvolta ai rigori (come la sfida fratricida col Betis), oppure (come nella semifinale col Valencia) all’ultimo minuto.

Ieri sera era dato ancora una volta per perdente. Anzi, spacciato. Aveva davanti a sé il Benfica di Lisbona, che aveva fatto fuori in semifinale la Juventus, favorita del torneo. Ergo...

Ma al Benfica non è bastato nemmeno il cognome dell’allenatore, Jorge Jesus.  Questi non è riuscito nel miracolo di far vincere ai suoi una Coppa europea che sfugge alla squadra dal 1962, cioè da oltre 50 anni.

È riuscito invece nel miracolo di far vincere i suoi avversari, sbagliando lo sbagliabile, e dimostrando nei fatti che coloro che erano partiti per ultimi, dai lunghissimi preliminari della Europa League, alla fine sono arrivati primi.

Naturalmente la vittoria è avvenuta alla fine. Ai rigori.


Nella foto: Beto (Siviglia) para su Cardozo (Benfica)




martedì 13 maggio 2014

Bring back our girls!




Mi unisco all’indignazione di tutto il mondo civile per chiedere la liberazione immediata (con le buone maniere, ma anche no) delle oltre 200 ragazze nigeriane rapite ormai un mese fa dagli islamisti di Boko Haram.

Motivo del rapimento: le ragazze andavano a scuola. Le donne, secondo questi esseri che definire umani mi pare troppo, devono rimanere ignoranti come capre e fare la volontà dei loro padroni, i maschi.

Da anni questo gruppo fanatico sta terrorizzando la Nigeria, anche con complicità politiche in alto loco, per cercar di riportare l’orologio della storia indietro di oltre un millennio, di eliminare i cristiani (che sono quasi la metà della popolazione!) e di imporre la famigerata sharìa.

A questi barbari di ritorno facciamo sentire la bellezza di un semplice canto, ispirato al Salmo 22/23 (Il Signore è il mio pastore), cantato da un coro di ragazzi africani che intendono seguire tutt’altra strada, per grazia di Dio.

E ridateci le nostre ragazze!


You are the Shepherd

You are the Shepherd
I belong to You.
When I walk on rough ground,
You can guide me through.
You know my name,
You know my voice.
Before I was born,
I was Your choice.

Show me how to follow,
Lord, keep me close to You.
You are the Shepherd
I belong to You.

Open eyes to see You are the Way.
Open ears to hear You are the Truth.
Open hearts to know You are the Lord of life.
For every land You hold a special plan.

Show me how to follow, 
Lord, keep me close to You.
You are the Shepherd,
I belong to You.


(Keith e Kristyn Getty, 2002)



Tu sei il pastore

Tu sei il pastore,
io appartengo a Te. 
Quando cammino su terreni accidentati, 
Tu puoi guidarmi attraverso. 
Tu sai il mio nome, 
Tu conosci la mia voce. 
Prima che io nascessi, 
ero già una Tua scelta. 

Mostrami come seguirti, 
Signore, tienimi vicino a Te. 
Tu sei il pastore, 
io appartengo a Te.

Occhi aperti per vedere che Tu sei la Via. 
Orecchie aperte per ascoltare che Tu sei la Verità. 
Cuori aperti per conoscere che Tu sei il Signore della vita. 
Per ogni paese Tu hai un piano speciale.

Mostrami come seguirti, 
Signore, tienimi vicino a Te. 
Tu sei il pastore, 
io appartengo a Te.




lunedì 5 maggio 2014

C'era una volta il calcio













Come Fantozzi, sabato scorso sera mi sono “piazzato” davanti alla TV per vedere, anzi, per godermi 
la finale di Coppa Italia, Fiorentina-Napoli.

Mi piace il calcio, e una finale di coppa è imperdibile, anche se fosse quella "del nonno".

Mi sono piazzato davanti al televisore in anticipo, ovviamente, perché, come dice Leopardi, il piacere sta anzitutto nell’attesa: divano abbassato, gambe spianate sul tavolino, due buste di patatine salate (una per tempo), una birra grande di quelle da “rutto libero”, occhi puntati per la gara dell’Olimpico pieno come un uovo.

Un momento... Quale gara?

In campo di giocatori vedo solo Hamsik del Napoli, con la sua inconfondibile cresta; sembra un gallo cedrone che ha perso la via del pollaio. 
In curva Nord un energumeno, tatuato da aborigeno della Papuasia, a cavalcioni della rete, detta tempi e modi della eventuale partita. La sua maglietta è un insulto alle forze dell’ordine, che infatti in campo sono fatte bersaglio di lacrimogeni, pedardi e bastoni lanciati dagli spalti. 
In tribuna i pezzi grossi della politica e dello sport si fanno piccoli piccoli come i sette nani.

Intanto all'Ospedale Villa S. Pietro e poi al Gemelli un tifoso napoletano, Ciro Esposito, lotta tra la vita e la morte per un colpo di pistola (!) sparato da un tifoso della Roma (!).

Le mie patatine sono rimaste nelle buste, la birra nella bottiglia, il rutto in gola.

Dopo quasi un’ora sono entrate in campo le due squadre. A quel punto la partita era già finita.

O forse il calcio.

Una cosa è certa. Il Leopardi non ha sempre ragione.

Quell’attesa è stata una vera pena.






giovedì 1 maggio 2014

Pasquino e 'r Primo Maggio





“Pasquì, com’hai passato el 1°Maggio?”
“Anvedi Piè, nun faccio un cazzo gniente;
sto qui a guardà, come fa tanta ggente
che je manca anche er pane col formaggio.

Ma io sono una statua, me corbelli;
nun magno, ‘un bevo, e so’ de madre ‘gnota.
Ma chi è de ciccia e ci ha la panza vota,
si nun magna, va a ffa' li vermicelli.”




Amicusplato

domenica 27 aprile 2014

I segni dei tempi: due Papi Santi




In questa giornata memorabile Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII sono stati proclamati Santi da Papa Francesco (presente alla celebrazione anche Papa emerito Benedetto XVI).

In Piazza S. Pietro e zone limitrofe un milione di persone provenienti da ogni parte del mondo hanno voluto partecipare all’eccezionale avvenimento.

Dopo quello che si è detto e scritto in questi giorni, e dopo quello che si è visto oggi, ogni altra cosa appare superflua.

Perciò, invece di mettermi a fare improbabili profili dei due Papi Santi, mi limiterò a rappresentarli in due frasi, che a mio parere indicano bene il loro messaggio e la loro eredità.

La prima è l’invito pressante di S. Giovanni Paolo II al mondo moderno: “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”

La seconda è il profetico ammonimento di S. Giovanni XXIII a non chiudersi nelle nostre false sicurezze e a guardarsi intorno, «facendo nostra la rac­comandazione di Gesù di saper distingue­re i segni dei tempi”.

Molti oggi hanno aperto, anzi, spalancato la porta a Cristo; e non tutti i “segni dei tempi” sono negativi, a quanto pare.


Laus Deo!



giovedì 24 aprile 2014

In attesa dei due Santi, il Santo (di Giombini)





Domenica prossima, 27 aprile 2014, saranno proclamati santi Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II.

Due persone che non solo hanno raggiunto la gloria di Dio, ma hanno profondamente inciso nella storia umana. 

Esagero? Non penso.

Giovanni XXIII con il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dato inizio a un cambiamento epocale, non solo nella vita della Chiesa. Il più grande Concilio della storia, aperto nel 1962 e concluso da Paolo VI nel 1965, con circa 2500 vescovi riuniti a Roma in S. Pietro da tutte le parti del mondo, è stato anche visivamente la prima autentica manifestazione dell’unità del genere umano in epoca moderna.

Prima di ogni altra “contestazione” degli anni 60 c’è stata quella della Chiesa, che ha posto le premesse per altri movimenti di rinnovamento (talvolta frainteso) della società .

Chi ha vissuto, come il sottoscritto, quegli anni mirabili ha sentito davvero il vento dello Spirito Santo, che “soffia dove vuole e non sai di dove viene e dove va”. La primavera di un mondo nuovo.

Giovanni Paolo II ha portato quel vento di rinnovamento in ogni parte del mondo, e lo ha portato con tale forza e spirito evangelico da far crollare muri di odio e ideologie che sembravano immutabili. In lui l’umanità ha trovato una guida spirituale e morale, specialmente il mondo dei giovani e dei sofferenti.

In attesa della canonizzazione, ascoltiamo la “Messa dei Giovani”, la Messa “beat”, uno dei primi segni della novità del Concilio Vaticano II.  

Era il 27 aprile 1966, nell'Aula borrominiana della Chiesa della Vallicella di Roma. Proprio domenica prossima sarà l'anniversario (48 anni fa, sembra ieri).

Chitarre e percussioni in Chiesa: impensabile prima del Concilio!

Riascoltiamo il “Santo”, ovviamente.

Grandissimo Marcello Giombini, l’autore della musica. 
Le parole, molto suggestive, sono di Giuseppe Scoponi. Una libera traduzione del “Sanctus”.


domenica 20 aprile 2014

È Pasqua. Alleluia!




L'esultanza della Pasqua è espressa in modo esemplare con il canto dell'Alleluia.

Nei quaranta giorni che precedono la Risurrezione di Gesù, cioè durante la Quaresima, il canto dell'Alleluia nella liturgia cattolica viene sospeso, proprio per evidenziare la gioia piena del giorno di Pasqua.

La Risurrezione di Gesù è l'evento straordinario che suscita ammirato stupore e incontenibile gioia, e niente meglio dell'Alleluia può esprimere tutto questo.

Riascoltiamo perciò in questo giorno di Pasqua un bellissimo "Alleluia" di una Cantata di Dietrich Buxtehude (1637-1707).

Per ascoltare questo autore, considerato il più grande musicista tedesco della sua epoca, il giovane J. S. Bach nel 1705 fece 400 km a piedi, da Arnstadt fino a Lubecca.

Noi possiamo ascoltarlo comodamente seduti senza muoverci da casa.

Buona Pasqua a tutti!