Ci sono due modi di vedere l’autunno.
L’ottimista lo vede come una stagione piena di buone cose: vino e olio, anzitutto; poi le castagne e i salutari agrumi; e i funghi, “buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale”…
C’è invece chi vede l’autunno come un periodo triste e malinconico: foglie che cadono, giornate corte, tempo uggioso, nebbia in Valpadana…
La pianta del kaki mi pare proprio l’emblema di questa stagione e di questi due stati d’animo, e in certo modo li unisce. Quando la pianta è spoglia di tutta la sua chioma e i rami sembrano scheletriti, ecco che i prelibati frutti fanno bella mostra di sé.
Il kaki ha per me un posto speciale (mi piace particolarmente), e in Toscana chissà perché viene chiamato in vari modi: a Firenze “diòspero”, in Valdarno “pomo” e ad Arezzo più prosaicamente “caco”.
Altre regioni, altri nomi: nella zona di Napoli "legnasanta" e in Sicilia "fruttu magnu" o "cuccumeli", come mi informano i carissimi amici blogger Blogantropo e Geromarsala.
I due stati d’animo si riflettono anche nella cultura. Ci sono artisti che hanno cantato il fascino dell’autunno nella varietà dei suoi colori, come Vivaldi; e ce ne sono altri che di questa stagione hanno cantato i singhiozzi lunghi dei suoi violini, come Verlaine.
Molto vicino allo stato d’animo di Verlaine doveva essere Erik Satie, quando nel 1888 compose la sua Gymnopédie, con andamento “lent e douloureux”, che sembra perfettamente intonata ad un paesaggio autunnale.
Così perfetta che quelle note, lente e dolorose, ci danno alla fine un senso di infinita serenità.
In realtà Satie, con il termine Gymnopédie, ci riporta al mondo antico greco, con un tipo di danza lenta in 3/4 paragonabile ad una sarabanda.
Delle tre Gymnopédie, ascoltiamo la prima e la più celebre, nella versione originaria per pianoforte, successivamente orchestrata da Debussy, nel 1897.
L’ottimista lo vede come una stagione piena di buone cose: vino e olio, anzitutto; poi le castagne e i salutari agrumi; e i funghi, “buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale”…
C’è invece chi vede l’autunno come un periodo triste e malinconico: foglie che cadono, giornate corte, tempo uggioso, nebbia in Valpadana…
La pianta del kaki mi pare proprio l’emblema di questa stagione e di questi due stati d’animo, e in certo modo li unisce. Quando la pianta è spoglia di tutta la sua chioma e i rami sembrano scheletriti, ecco che i prelibati frutti fanno bella mostra di sé.
Il kaki ha per me un posto speciale (mi piace particolarmente), e in Toscana chissà perché viene chiamato in vari modi: a Firenze “diòspero”, in Valdarno “pomo” e ad Arezzo più prosaicamente “caco”.
Altre regioni, altri nomi: nella zona di Napoli "legnasanta" e in Sicilia "fruttu magnu" o "cuccumeli", come mi informano i carissimi amici blogger Blogantropo e Geromarsala.
I due stati d’animo si riflettono anche nella cultura. Ci sono artisti che hanno cantato il fascino dell’autunno nella varietà dei suoi colori, come Vivaldi; e ce ne sono altri che di questa stagione hanno cantato i singhiozzi lunghi dei suoi violini, come Verlaine.
Molto vicino allo stato d’animo di Verlaine doveva essere Erik Satie, quando nel 1888 compose la sua Gymnopédie, con andamento “lent e douloureux”, che sembra perfettamente intonata ad un paesaggio autunnale.
Così perfetta che quelle note, lente e dolorose, ci danno alla fine un senso di infinita serenità.
In realtà Satie, con il termine Gymnopédie, ci riporta al mondo antico greco, con un tipo di danza lenta in 3/4 paragonabile ad una sarabanda.
Delle tre Gymnopédie, ascoltiamo la prima e la più celebre, nella versione originaria per pianoforte, successivamente orchestrata da Debussy, nel 1897.
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