lunedì 27 marzo 2017

Un fischio che non muore





Ieri è morto Alessandro Alessandroni (18 marzo 1925-26 marzo 2017).

Molti diranno: “Chi era costui?” 

In effetti non era un personaggio famoso per qualche straordinario motivo, se non quello di avere un “fischio” perfetto.

Sì, un fischio. Suo è quello della trilogia dei film western di Sergio Leone. 
Alessandroni era anche un ottimo musicista, ma la sua specialità era proprio il fischio.

In particolare mi piace ricordare il primo della serie: “Per un pugno di dollari”.

Ogni volta che guardo questo film, oltre alla soddisfazione di gustare un capolavoro, provo un sottile piacere per una piccola vittoria personale.

Quando uscì il film, nel 1964, la critica cinematografica dominata dai soliti intellettuali ideologizzati lo stroncò. Di fronte al neorealismo italiano ancora in voga, oppure alla cinematografia “impegnata” che stava dominando, questo western così rozzo e improbabile, e senza valori sociali, oltretutto copiatura di un film di Kurosawa, sembrò qualcosa di incomprensibile e da gettare al macero.

Io ne rimasi incantato. Non avevo mai visto né udito nulla di simile in una sala cinematografica.

Anzitutto una musica affascinante, con il suono dello scacciapensieri, le note della chitarra elettrica, addirittura il fischio, e quella tromba svettante che disegnava una linea melodica appassionata e drammatica al tempo stesso.

Poi un linguaggio ridotto ai minimi termini; una specie di ermetismo plebeo. Alla fine del film si potevano ripetere tutte le battute, alcune diventate subito proverbiali, a partire dal titolo. E si poteva soprattutto “fischiare” anche noi il caratteristico motivo della colonna sonora.

Ovviamente fecero impressione soprattutto le incredibili scene di violenza, portata in primo piano in tutta la sua crudeltà e sadismo; una crudeltà mai vista prima in quella forma così esplicita, dal massacro di Rio Bravo a quello dei Baxter, dal pestaggio bestiale del pistolero senza nome (ma Joe), alle violenze sul suo amico locandiere.

Il tocco di femminilità, dato da Marisol (Marianne Koch), aggiungeva una nota di grazia in quel mondo disumano.

Il duello finale raggiunge le vette dell’epica, non meno del duello tra Ettore e Achille, o se vogliamo,  di Odisseo contro i Proci.
L’astuzia di Joe contro la ferocia di Ramon, la forza vendicatrice contro la prepotenza senza limiti, la giustizia contro il delitto.
Alla bellezza degli esametri di Omero corrisponde adeguatamente la musica di Morricone.

La gente che usciva dalla sala aveva la mia medesima impressione. Avevamo assistito non ad un film, ma ad un evento, mentre già qualcuno fischiettava il motivo iniziale, quello di Alessandroni (ma allora si pensava a un motivo realizzato con strumenti elettronici).

Oggi tutti esaltano Sergio Leone, Ennio Morricone, Clint Eastwood (tutti illustri sconosciuti allora); oltre a Gian Maria Volonté (che fu criticato per questa sua partecipazione “disimpegnata”), il quale riesce a dare il meglio di sé proprio qui, con un personaggio tanto odioso, quanto convincente.

Non solo il film ebbe un successo strepitoso, ma si rivelò come un inizio di un nuovo genere, il western all’italiana; e molto di più ancora. Il crudo realismo di Sergio Leone (come a suo tempo fece Caravaggio) è divenuto un “topos” artistico nella filmografia. Dopo quel film il cinema ha cambiato davvero vestito.

Non voglio dire che la violenza, per di più gratuita, vada bene; anzi!
Voglio solo dire che da allora ogni aspetto della realtà, anche il più crudo, è stato messo a tema.

Non sempre con la genialità di Sergio Leone.

Presento il primo brano che appare nel film, durante lo scorrere dei titoli di testa: "Titoli",ovviamente  di  Ennio Morrricone, con il motivo fischiato da Alessandro Alessandroni.

Lo presento dal disco tratto dalla colonna sonora. Chi non ha avuto tra le mani questo disco, con questa mitica copertina, non può capire l'emozione che provammo quando lo vedemmo.


E un omaggio a un “grande” musicista. Un fischio che non muore più.

Grazie, Alessandro Alessandroni! 

RIP







giovedì 23 marzo 2017

Per le vittime dell'attentato di Londra





L’ orrendo attentato islamista di ieri a Londra ha causato la morte di 3 persone (oltre all'attentatore) e il ferimento di altre 20, tra cui due italiane.

A un anno esatto dall’attentato di Bruxelles, dobbiamo ancora registrare un ennesimo atto di barbarie.

Voglio onorare le vittime innocenti con le note del più grande musicista inglese, se pur tedesco di nascita, Giorgio Federico Händel.

La solenne "Sarabanda" (dalla Suite n. 4 in Re minore HWV 437, anno 1733) è la degna risposta ad un atto vile e barbarico, che ha insanguinato una città e una nazione che sono il simbolo stesso della democrazia.




mercoledì 22 marzo 2017

Il bounty killer

L’ "amico del clero” Entropia ha un pensiero fisso nella mente: combattere i preti pedofili e in genere la Chiesa. Quindi è alla ricerca, in tutti i siti anticlericali, di qualche novità al riguardo, anche se la pedofilia clericale è ora a livelli bassi, mentre cresce in modo esponenziale la pedofilia al di fuori della Chiesa e soprattutto in ambito familiare, purtroppo.
A questo "amico del clero" dedico questo post.






















Mi piacciono i film western, sono i miei preferiti. Mi affascina soprattutto la figura del bounty killer, cavaliere con qualche macchia ma senza paura, che combatte i criminali più pericolosi, per qualche dollaro in più (si fa quel che si può...).

Ma questo coraggioso e astuto combattente non è finito con il mitico West. L’ho trovato per mia fortuna anche nel mitico Web.

Si tratta di un bounty killer un po’ speciale, dai gusti precisi; va in caccia solo di una categoria di delinquenti: i preti.

Come vede una chiesa, istintivamente mette mano alla sua Colt virtuale e comincia a perlustrare con fare minaccioso panche, confessionali, sacrestie e oratori in cerca della preda, dead or alive; e si meraviglia di quanti bambini, ragazzi e adolescenti frequentino ancora questi luoghi malfamati.

Porta sempre in tasca la lista dei preti pedofili; e in questi tempi di vacche magre, in cui essi cominciano a scarseggiare, si consola tirandola fuori e pubblicandola periodicamente.

Ma è un po’ depresso. E così, mentre dà la caccia all’ultimo dei mohicani, non si accorge che sotto il suo naso stanno passando i partecipanti alla festa dell'orgoglio pedofilo, gli esponenti dei partiti pedofili e coloro che manifestano per la legalizzazione della pedofilia. Non sente rombare sopra il suo capo gli aerei carichi di turisti sessuali pedofili verso il Brasile, la Tailandia, Cuba… E mentre posta per l’ennesima volta la solita lista di preti, si imbatte nel Web in centinaia di siti pedopornografici.

Con la sua Colt appoggiata accanto alla tastiera, cerca nei giornali on line qualcosa di pedoclericale; e così vede scorrere davanti ai suoi occhi, senza farvi troppa attenzione, violenze pedofile ovunque: genitori snaturati, compagni che violentano i figli delle compagne, e viceversa, parenti pedofili, amici pedofili, vicini di casa pedofili, estranei pedofili, insegnanti pedofili, allenatori pedofili...

Sconfortato perché la caccia non è stata fruttuosa, decide un’ultima e disperata mossa: chiedere qualche notizia nuova al più famoso bounty killer del Web, Don Fortunato Di Noto.

È un prete, però. Pazienza! cosa non si farebbe, per qualche prete in meno...



martedì 21 marzo 2017

Benvenuta primavera!





Equinozio di primavera.

Equilibrio perfetto: 12 ore di sole, 12 ore di buio in ogni luogo della terra, dal polo nord al polo sud, dalla padania alla terronia. Giustizia per tutti, un verdetto salomonico.

Solo un altro giorno è come questo, l’equinozio d’autunno. In tutti gli altri giorni qualcuno ha di più e qualcuno ha di meno, quello che togli da una parte va a vantaggio dell’altra.

363 giorni di ingiustizia solare su 365. Un bilancio astronomico disastroso.

Forse è per questo che anche l'andamento socio-economico italiano non va tanto bene.
Forse anche noi dobbiamo rassegnarsi a fare la fine di Don Ferrante dei Promessi Sposi, che morì "come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle", invece che con i politici e il governo...

Il problema è che molti non sanno più nemmeno chi sia Metastasio e tanto meno Don Ferrante. Qualche anticlericale dei social lo scambierà di sicuro per un prete.

I nostri vecchi invece, nella loro saggezza, avevano capito tutto: "Piove, governo ladro!"

Oggi comunque è bel tempo.

Benvenuta primavera!



Ho postato  "The House of the Rising Sun" per il titolo: La casa del sole nascente, così come nasce la primavera. E poi perché la ballata è veramente bella, nonostante la triste storia che racconta.
Esegue la band inglese The Animals, nel 1964. Vigorosa  e potente la voce di Eric Burdon.




domenica 19 marzo 2017

S. Giuseppe. La festa del papà



























Per festeggiare i papà, che in S. Giuseppe hanno il loro santo patrono, mi servirò di una celeberrima pittura di Michelangelo: il “Tondo Doni”.

Il dipinto a tempera rappresenta la Sacra Famiglia e si trova agli Uffizi di Firenze. Porta questo nome perché fu commissionato dal banchiere fiorentino Agnolo Doni in occasione del suo matrimonio con Maddalena Strozzi (1504).
Secondo altri sarebbe invece da mettere in relazione con il Battesimo della loro prima figlia Maria (1507), come farebbero pensare la presenza di S. Giovanni Battista dietro le tre figure centrali e i nudi in secondo piano.
Ma non starò qui a dissertare sulle caratteristiche e sull’importanza del “tondo”. Uno può leggere Wikipedia…

A me interessa invece sottolineare un altro aspetto, che non è riportato in Wikipedia, ma assai interessante. Il monte sullo sfondo.
Non si tratta di un monte qualsiasi, ma un aretino riconosce subito che si tratta del Sacro Monte della Verna, con l’inconfondibile cima della “Penna”.

Perché Michelangelo ha posto come sfondo della Santa Famiglia la Verna?
Se leggiamo le “Vite” del Vasari, quando parla della figura di Michelangelo, abbiamo un’implicita risposta.

“Nacque dunque un figliuolo sotto fatale e felice stella nel Casentino, di onesta e nobile donna, l’anno 1474 [stile fiorentino, 1475] a Lodovico di Lionardo Buonarroti Simoni […]. Al quale Lodovico, essendo podestà quell’anno del castello di Chiusi e di Caprese, vicino al Sasso della Vernia, dove San Francesco ricevè le stimate, diocesi aretina, nacque dico un figliuolo il sesto dì di marzo, la domenica, intorno all’otto ore di notte, al quale pose nome Michelagnolo”.

E poco oltre il Vasari riporta una sua personale testimonianza:

“Michelagnolo ragionando col Vasari una volta per ischerzo disse: Giorgio, si’ ho nulla di buono nell’ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell’aria del vostro paese d’Arezzo” (Le Vite, ed. Giuntina, 1568).

In tutti i libri, almeno a partire dal 1913, è scritto che Michelangelo è nato a Caprese, paese della Valtiberina aretina, che proprio dal 1913 per Regio Decreto venne denominato “Caprese Michelangelo”. Ciò in virtù del fatto che nel 1875, nelle feste del IV centenario della nascita del sommo artista, comparve misteriosamente una carta, datata 16 aprile 1548 e firmata da suo nipote Leonardo (!),  nella quale si riportava l’atto di nascita a Caprese. Gli studiosi e i paleografi sollevarono fortissimi dubbi sull’autenticità dello scritto, che in pratica fu giudicato apocrifo. Non parliamo degli abitanti di Chiusi della Verna, che protestarono a lungo per questo “scippo”.

Leggendo il Vasari e guardando il Tondo Doni, con la Verna alle spalle della Santa Famiglia, a parte i paleografi, come si fa a non dar ragione ai “Chiusini”?

Faccio queste osservazioni da aretino, come era Vasari che conosceva bene i luoghi di cui parlava.
Vasari dice: “Nacque nel Casentino”. Ma Caprese Michelangelo è in Valtiberina, mentre in Casentino c’è Chiusi della Verna.
Lodovico, essendo podestà quell’anno del castello di Chiusi e di Caprese, vicino al Sasso della Vernia”. Ma il Sasso della Verna sovrasta proprio Chiusi, non Caprese, da cui la Verna è distante e non è visibile perché si trova nel versante tiberino. Ricordiamo il celebre passo di Dante relativo alla Verna: “Nel crudo sasso, intra Tevero et Arno” (Par. XI, 106).
Infine c’è un altro aspetto, da molti trascurato, ma non da chi conosce la storia della Chiesa aretina. Il Vasari dice che Michelangelo nacque nella “diocesi aretina”.
Sia Chiusi che Caprese sono in provincia di Arezzo, e al tempo del Vasari nel Comune di Arezzo. Ma Chiusi apparteneva alla diocesi aretina, mentre Caprese e il versante tiberino appartenevano alla diocesi di Città di Castello (e dal 1520 fino al 1986 alla diocesi di Sansepolcro).

Torniamo perciò alla domanda d’inizio.
Perché nel Tondo Doni c’è raffigurata la Verna? A mio modesto parere, perché Michelangelo è nato sotto la Verna, a Chiusi della Verna.
E nel raffigurare la Sacra Famiglia, con Gesù Bambino, l’ha voluta raffigurare dove l’artista è nato ed è stato battezzato. Un riferimento alla sua famiglia.

Nella pittura la Madonna, torcendosi, riceve Gesù Bambino da Giuseppe. Cioè, Giuseppe in certo senso “dona” a Maria il Bambino, in riferimento forse al cognome del committente, Agnolo Doni.
Così qualcuno ha commentato. Può darsi che sia una forzatura. Rimane il fatto che in questo stupendo tondo Giuseppe, come un vero padre, porge a Maria il divin Figlio. A Chiusi della Verna.

Riferirò anch’io, nel mio piccolo, un episodio di qualche anno fa. Ho sempre ritenuto che sia Chiusi il paese natale di Michelangelo. Non può un documento comparso dal nulla neppure 150 anni fa, e quasi certamente apocrifo, cambiare una documentazione reale e perfino artistica.
Più di una volta sono stato a Caprese, ovviamente, (paese famoso per i funghi e le castagne) e un giorno vi incontrai il parroco, che mi portò a vedere la “casa  natale” di Michelangelo, cioè l’antica podesteria.
Io gli dissi: “Ma siamo sicuri che sia nato qui, e non a Chiusi della Verna?”

Ancora quel sacerdote mi corre dietro…




venerdì 17 marzo 2017

17 Marzo. Il giorno di S. Patrizio



























Qualche decennio fa sono stato in Irlanda, insieme al coro di cui facevo parte, per un concorso polifonico nella città di Cork.

Per il volo ci servimmo della compagnia aerea irlandese Aer Lingus. Il logo della compagnia era una bella immagine di trifoglio (“shamrock”).
San Patrizio, che convertì l’isola, nel IV-V secolo, prima di entrare in Chiesa coglieva una piantina di trifoglio e mostrandola poi alla gente nella predica diceva: “Ecco un’immagine della SS. Trinità, questa piantina di trifoglio: tre foglioline, una piantina sola”. Da allora lo “shamrock” è diventato il simbolo dell’Irlanda.
Un modo umile per avvicinarsi al mistero più grande della fede cristiana.

La seconda cosa che mi colpì fu all’atterraggio. L’aeroporto era pieno di bandiere “italiane”. Rimanemmo tutti un po’ meravigliati. Va bene che il nostro coro era stato invitato per essere noto nel campo della polifonia, ma non credevamo di avere un’accoglienza così calorosa…
Poi ci dissero che non erano tricolori italiani, ma irlandesi; il rosso in effetti mi sembrava troppo sbiadito.

La terza cosa che mi sorprese fu il “fiume” di Cork. Le luci notturne della città si riflettevano sul bel corso d’acqua, quasi come un Lungarno fiorentino. Quando però la mattina ci alzammo e uscimmo dall’albergo, il fiume era letteralmente sparito. C’era solo un rigagnolo nel fondo dell’alveo… Ridemmo, nel dire che gli Irlandesi se lo erano bevuto tutto,  loro che bevono solo whiskey e birra, specialmente la Guinness.
L’albergatore ci spiegò che non era un fiume, ma un fiordo, e l’alta e bassa marea (lì molto rilevante) determinava l’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua.

Erano i primi giorni di maggio; non passava giorno che non piovesse. Una pioggerellina che gli Irlandesi quasi neppure notavano. Si muovevano senza particolari accorgimenti come se fosse il sereno. Parlando nel nostro inglese scolastico venimmo a sapere di un proverbio che dice: “In Irlanda, tra un temporale e l’altro, piove”.  Allora tutto ci fu più chiaro.

Un ricordo bellissimo di quella gente festosa, accogliente e musicalmente molto preparata. Non c’era casa dove non ci fosse uno strumento musicale: un vecchio pianoforte verticale, un flauto dolce o traverso, un oboe; ma soprattutto l’arpa. Quella irlandese, of course.

Ma nel nostro broken English capimmo che loro preferivano parlare il gaelico, e così imparammo anche il nome della città: Corkaigh.

Ireland, Shamrock, Saint Patrick. 

Unforgettable!  





mercoledì 15 marzo 2017

Pasquino e l'ateo










Ho visto uno passà lungo la via
che m’ha detto: “Pasquì, io sò Entropìa.
Sò ateo, ‘un credo a gniente, e sò ccontento,
nun vedo er padreterno e nun lo sento.
Nun credo a la madonna e a l'altri santi,
li posso bestemmiare tutti quanti”.

“Ma, li mortacci, me voi cojonare?
se sei  ‘mbriaco, vatte a rinfrescare!
Nun credi a un cazzo, dici ch’un c’è gniente
e lo bestemmi! Ma ce sei de mente?”









lunedì 13 marzo 2017

Un argentino a Mosca





Uno dei più grandi desideri di Papa Francesco è di andare a far visita al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril I.

L’intenzione è ovviamente quella di cercare un riavvicinamento della Chiesa Cattolica con la Chiesa Ortodossa della “terza Roma”.

Con la Chiesa Ortodossa della “seconda Roma”, cioè Costantinopoli (Istanbul), gli incontri sono frequenti, iniziati già a partire da Paolo VI al tempo del Concilio Vaticano II.

Papa Francesco ha già incontrato il Patriarca Kiril a L’Avana il 12 febbraio dello scorso anno, e i due hanno firmato una dichiarazione congiunta, che è già un fatto clamoroso. 
La Cuba “comunista” ha favorito l’incontro con il Papa e il Patriarca. Lo Spirito soffia dove vuole...

Ma Papa Francesco vorrebbe andare a trovare gli Ortodossi a casa loro, nella Santa Russia.

Intanto, come augurio per questo quarto anno di pontificato, facciamo arrivare a Mosca la musica argentina. Ovviamente un tango, e uno dei più celebri, composto da Astor Piazzolla: “Libertango” (1974).

I russi sembrano gradire…

Auguri, Papa Francesco!





sabato 11 marzo 2017

Il Papa in copertina rock












Papa Francesco, che col suo "mascellone" e il "pollice su" conquista la copertina della nota rivista americana Rolling Stone, tra l’altro nel 50° anniversario della sua nascita, fa comunque sensazione.

Ci saranno quelli che criticheranno il papa, finito nella copertina di una rivista rock, come un “oddity”, una stranezza, un elemento estraneo, uno stridente ossimoro.
Altri magari faranno notare che questo papa esce clamorosamente dai soliti schemi pontifici, ama i "selfie" e parla di smartphone, saluta col pollice in su, per cui si merita un I like.

Io credo che Papa Francesco, a parte (secondo il mio modesto parere) qualche semplificazione sull’accoglienza e qualche silenzio di troppo sui crimini dell’islamismo, stia veramente cambiando in meglio la Chiesa; ma non solo adattandosi ai gusti e alla moda del momento, ma nel profondo.
È stato detto che una lunga marcia comincia con un passo. Lui quella marcia l’ha già iniziata.
Una Chiesa più vicina alla gente, che parla il linguaggio del popolo e dei giovani, che sa ascoltare e che porta un messaggio di misericordia.
Ma il Vangelo non vuol dire “lieto annuncio”?

E un grande messaggio di semplicità. Il Papa che vive in un monolocale/bilocale  di 50 mq non è un esempio per tutti i governanti e businessmen di questo mondo schiavo del denaro?

Un Papa che viene fatto passare da alcuni per un "sempliciotto". Anche di S. Francesco dicevano lo stesso. Ma ha cambiato la storia della Chiesa nel Medioevo e rimane anche per il mondo di oggi un punto di riferimento per ogni popolo civile.

Per il Papa, amante della musica pop, un bel brano tratto dal primo album dei New Trolls (Senza orario né bandiera) del 1968: "Signore, io sono Irish", di De André, Mannerini, Di Paolo- De Scalzi- Reverberi. La voce è di Vittorio De Scalzi.


"Signore, io sono Irish; quello che non ha la bicicletta".





"Signore, io sono Irish; quello che verrà da Te in bicicletta".





mercoledì 8 marzo 2017

Donna, mistero senza fine bello! (Gozzano)




Tra le poesie dedicate ad una donna, “La signorina Felicita” di Guido Gozzano (1911) è una delle più riuscite.

Posto solo qualche strofa, come invito alla rilettura di questo piccolo capolavoro.

Dietro la scherzosa e quasi irriverente descrizione della signorina, il poeta cerca di nascondere la sua commossa ammirazione e uno struggente sentimento amoroso. 

Ma neppure l’ironia riesce a salvarlo dal mistero della donna, “senza fine bello!”.

Un augurio  a tutte le donne, in questo giorno a loro dedicato.




La signorina Felicita, ovvero la Felicità

III

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
……
Donna: mistero senza fine bello!


(Guido Gozzano)




Nella foto in alto: "Giovane bionda seduta" (1918), Amedeo Modigliani, National Gallery, Washington.



martedì 7 marzo 2017

Momenti di fede





Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.

Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a disegnarlo.

Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.

In prima liceo classico, come  è noto, si inizia lo studio della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo “assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il significato etimologico: absolutus, “sciolto da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante, da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più profonda convinzione.

Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele, uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.

Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su, non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino alla pensione.  Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato” la vita (se non altro scolastica). 

Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.

 






lunedì 6 marzo 2017

I giardini di Lucio





Quando il sole di marzo fa presagire l’inizio della primavera, allora sento il bisogno di fare delle belle camminate sulle colline che circondano la mia città.

Oggi però è  "una giornata  uggiosa", e sono rimasto a casa. E poi, con questa stagione, è presto per respirare a pieni polmoni l’aria primaverile e i suoi balsamici profumi. 

Ma qualche ciuffo di viole, qualche biondo tarassico e qualche  candida margherita si vedono spuntare qua e là, anche nei giardini pubblici.

I giardini di marzo... 

Il mese di Lucio Battisti, nato il 5 marzo. Non posso lasciar passare sotto silenzio musicale questi giorni, e non ricordare la sua canzone più bella.

Altri magari considerano più belle altre sue canzoni. La musica non è una scienza esatta, e sui gusti non si discute. Ogni canzone poi è legata a qualche ricordo, e quando si entra nel mondo dei sentimenti, la ragione non vuol sentir ragione.

Lascio perciò a ognuno la sua canzone preferita.

A me lasciatemi quel gelataio col suo carretto, quello studente squattrinato, quel vestito più bello di mia madre ancora giovane, quei cieli immensi e quelle praterie dove poter distendere la fantasia e l’immaginazione....

E vividi ricordi, dolcissimi come gli arpeggi di questa canzone.




venerdì 3 marzo 2017

Una musica liberatoria (Bach)





Quando vedi intorno a te miserie di ogni genere, ti passa la voglia di parlare e ancor più di scrivere.

Sarebbe preferibile il silenzio. 

Ma anche una musica appropriata può essere rasserenatrice.


Il mio indimenticabile maestro, morto in giovane età, mi diceva: “Quando mi sento un po’ giù, suono questo preludio di Bach”. E al pianoforte eseguiva il Preludio in Si bemolle minore del I Volume del Clavicembalo ben temperato.

Un brano di una perfezione fidiaca che, nel suo andamento scandito, passa da un inizio di profonda tristezza ad un momento di dialogo tra le parti (quasi un: "perché piangi?"), per giungere ad un sereno finale.
La tonalità minore diventa maggiore non solo nell’ultimo accordo, come è prassi frequente in Bach, ma attraverso un doloroso travaglio interiore, espresso da alcuni accordi dissonanti, che poi si risolvono in una vittoriosa catarsi.

Ho sempre in mente quelle parole del maestro, e devo dire che fra tutti i 24 brani del Clavicembalo ben temperato, sia del I che del II volume, questo mi dà più emozioni di qualunque altro.

È anche un brano che può esprimere bene il tempo attuale di Quaresima: un progressivo cammino di purificazione interiore per  giungere rinnovati alla gioia della Pasqua.

Buon ascolto.




martedì 28 febbraio 2017

Martedì Grasso. Musica e coriandoli...





L'ultimo giorno di Carnevale non può essere passato sotto silenzio.
Anzi! Occorre una bella musica che soddisfi l'orecchio e rassereni lo spirito. Ne abbiamo bisogno.

Poi verrà il Mercoledì delle Ceneri, a ricordarci la nostra condizione umana. 

Oggi invece, Martedì Grasso, è il momento della gioia spensierata, per quanto si può e nonostante il tempo inclemente, almeno qui nella Tuscia Annonaria (a Viareggio i carri allegorici non hanno sfilato per il forte vento).

E allora affidiamoci alla musica barocca francese, e a uno dei suoi maggiori esponenti: Jean-Philippe Rameau (1683-1764). 

La fastosità e la brillantezza del barocco francese si riassumono bene in questo “selvaggio” Rondò, o meglio, “Rondeau delle Indie Galanti” (1735).

Rameau, oltre che grande musicista, è stato anche il teorizzatore dell’armonia nel senso vero e proprio del termine, avendo scritto nel 1722 il primo trattato di questa disciplina: “Traité de l’harmonie”.

Prima di lui l’armonia era più un intuito del musicista che una scienza “esatta”. Più un’arte che una disciplina.

Con Rameau l’armonia diventa una vera e propria “scienza”, cioè una riflessione su ciò che l’orecchio sente come “naturale”, espressa in regole rigorose, che ancor oggi vengono studiate nel “corso di armonia” nei Conservatori.

Naturalmente si sono anche moltiplicati i manuali di studio.
Quello di Rameau è stato il primo. Perfino Bach ha dovuto studiarlo, benché controvoglia...

Il duetto, inframezzato dal coro, è un elogio della semplicità e della pace delle "selvagge" Indie (di America), contro i falsi miti della civiltà europea. 

Straordinariamente efficaci l’interpretazione del soprano Magali Léger, del baritono Laurent Naouri, de Les Musiciens du Louvres e la direzione di Marc Minkowski.

Buon Martedì Grasso, con questa musica festosa! I coriandoli metteteli voi...





Omaggio a dj Fabo (Jethro Tull)





Qualunque sia il giudizio sulla morte di Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, mi pare doveroso ricordarlo con un omaggio musicale.

Era un affermato dj, non poteva vivere senza la musica (lo aveva anche tatuato nel braccio), ma un drammatico incidente nell’estate del 2014 aveva stroncato ogni suo sogno, oltre che il suo fisico.
Ieri, a 40 anni appena compiuti, ci ha voluti lasciare.

Lo voglio onorare con un brano dei Jethro Tull. La band inglese, che dj Fabo conosceva certamente, è stata una delle prime a unire il rock alla musica classica, dando vita a  quello che venne chiamato “rock progressivo”  (prog rock).
Dj Fabo amava il rock e le sue infinite varianti. Mi pare opportuno però aggiungere un tocco di musica classica in questa circostanza; per questo ho pensato al prog rock dei Jethro Tull.

Posto perciò il loro brano più celebre, la “Bourrée”, dall’album Stand Up del 1969.  È una rivisitazione della Bourrée di J. S. Bach tratta dalla I Suite per liuto (BWV 996).

Egregia l’esecuzione al flauto di Ian Anderson, che ci fece conoscere allora questo gioiello musicale di Bach. Una dedica a dj Fabo, che spero apprezzerà.






domenica 26 febbraio 2017

Per Carnevale, una musica... bestiale!





Mi pare opportuno in quest’ultima domenica di Carnevale (mercoledì prossimo sono le Ceneri) divertirsi un po’ con la musica polifonica del geniale bolognese Adriano Banchieri (1568-1634).

Si tratta del madrigale carnascialesco a cinque voci “Contraponto bestiale a la mente” (1608), nel quale, come ci informa la Capricciata introduttiva a tre voci, si ode

"un cane, un gatto, un cucco e un chiù per spasso
far contraponto a mente sopra un basso”.

In altre parole, mentre il basso canta la sua parte, quattro voci che imitano il verso degli animali suddetti fanno per divertimento ("per spasso") una polifonia (“un contraponto”) improvvisata (“a mente”).

In realtà non c'è nulla di improvvisato, la partitura è tutta scritta.
I soprani primi fanno la terza discendente Mi-Do del cucco (cuculo); i soprani secondi fanno il verso del chiù, con le note Sol e La; i contralti il gatto, con una parte più elaborata; i tenori il cane, con un Do ripetuto.
Il basso fa la base al contrappunto, cantando queste parole in latino maccheronico e scherzoso, come è tutto il brano: “Nulla fides gobbis, similiter est zoppis, si sguerzus bonus est, super annalia scribe”, cioè: Nessuna fiducia nei gobbi, ugualmente è per gli zoppi, se un guercio è bravo, scrivilo sugli annali”.
L’inizio del madrigale (con ripetizione alla fine) è di carattere accordale, in tempo ternario.



Buona Domenica e Buon Carnevale!





Capricciata e Contraponto bestiale a la mente


Or s'ode una spassevol barzelletta
di certi cervellini usciti in fretta

Nobili spettatori,
udrete or ora
quattro belli humori:
un cane, un gatto,
un cucco, un chiù, per spasso
far contraponto a mente
sopra un basso.


Un cane, un gatto, un cucco, un chiù per spasso
far contraponto a mente sopra un basso.

Fa la la…

Nulla fides gobbis
similiter est zoppis.
Si squerzus bonus est,
super annalia scribe.
Bau, bau! 
Miao, miao!
Chiù, chiù! 
Cucù, cucù!

Fa la la…





giovedì 23 febbraio 2017

L'Unione Sovietica? È qui! (in versi)


















Ho trovato a OKnotizie
un ambiente di nequizie;
son rimasto attonito.

Rotto il muro di Berlino,
convertitosi il Cremlino,
sono qua i sovietici.

Han nel cuor lo stalinismo,
nel cervello il fanatismo
e il lavaggio ateo.

Hanno aperto la prigione
a chi ha una religione,
specie se cattolica.

Ed invece ai musulmani
qua si battono le mani;
perché quelli ménano.

Per fanatico furore
spicca il gran moderatore,
Entropia. Si moderi!

Segue a ruota Alicarnasso,
un ruttino ad ogni passo,
ha pien d’aer lo stomaco.

Anzi, è bolla di sapone;
lui vuol dar qua e là lezione,
ma è ignorante emerito.

Fanno insieme bella coppia:
posta l’un, l’altro raddoppia,
ed insiem si applaudono.

Dicon che chi è miscredente,
più degli altri è intelligente.
Loro lo dimostrano.

Sono entrato in questo ambiente
per discuter civilmente;
mi han mandato al diavolo.

Ed io che son educato
i bolscevici ho lasciato
nell’union sovietica.





lunedì 20 febbraio 2017

Una graditissima sorpresa musicale (Händel)





L'amica Annamaria, nel suo pregevole blog "Gioire in Musica" (https://annaclassica.blogspot.it/) ha postato il secondo movimento, Andante larghetto e staccato (Basso ostinato), del Concerto in Sol minore per organo e orchestra, op. 7 n. 5 (HWV 310) di G. F.  Händel, del 1750. 
Un brano, e relativo post di commento, che consiglio vivamente di non perdere, perché si tratta di una pagina molto bella.

Mentre ascoltavo l'esecuzione organistica della partitura da parte di Karl Richter, mi è improvvisamente tornato alla mente un fatto legato ai miei trascorsi musicali.
Ho avuto la fortuna di essere stato  allievo di Fosco Corti, uno dei più bravi direttori di coro della II metà del secolo scorso, e valente organista. 
Spesse volte alla fine dei suoi concerti eseguiva all'organo un "Allegro"in Sol minore di  Händel, dal primo volume del Liber Organi di Sandro Dalla Libera. Una musica brillante e festosa, davanti alla quale rimanevo estasiato, e che anch'io nel mio piccolo poi ho imparato a eseguire.
In fondo al brano il curatore annota così: "È il finale del Concerto in sol min. scritto in tempo di Gavotta".

Molte volte ho cercato in YouTube questa originaria "Gavotta" di  Händel, senza mai trovarla, o meglio, trovando solo la Gavotta in Sol maggiore.
Il post di Annamaria, che ha riportato il II movimento del V Concerto in Sol minore, mi ha fatto scattare una molla: "Stai a vedere che la Gavotta che cercavo è il movimento finale di questo Concerto!"
Sono andato così ad ascoltare in YouTube il  finale di quel concerto, e cosa ti trovo nell'ultimo movimento? L'Allegro che cercavo da tanto tempo, che mi entusiasmava quando Fosco Corti si metteva alla tastiera e lo eseguiva splendidamente, dal suo Liber Organi che poi mi ha lasciato, e che conservo come una reliquia.

Ma le sorprese non sono finite. Quest'ultimo movimento non è altro che una rielaborazione  dell' Allegro finale (Gavotta) del III Concerto in Sol minore, op. 4 di   Händel (HWV 291), del 1735. In effetti il brano da me ascoltato in gioventù era proprio questo del 3° Concerto.

Ora finalmente sono soddisfatto. Mi sarebbe dispiaciuto lasciare in sospeso un filo pendente della mia curiosità e del mio passato.

Grazie, carissima Annamaria, per aver sollecitato i miei neuroni e avermi fatto ritrovare il tempo perduto!

Poiché è proprio l'Allegro finale del 3° Concerto in Sol minore per organo e orchestra quello che più si avvicina alla trascrizione di Sandro Dalla Libera, preferisco postare questo brano, anziché quello successivo del 1750.
E ne ho trovato uno (in formato MIDI) che riproduce esattamente la parte organistica. 
Non è il massimo della perfezione. Ma è sufficiente per avere un'idea dello splendore e della genialità del brano.

Chi vuole ascoltare l'originale (e sarebbe auspicabile!) può cercare il finale dei due concerti ricordati, e magari mettere a confronto le due versioni. 

Buon ascolto!




domenica 19 febbraio 2017

Dialogo surreale tra due amici, nel IV secolo a. C.




Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo avanti Cristo, erano pervenuti ad affermare l'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, in base ad argomenti di ragione.
Questo "dialogo" utilizza solo quei concetti, di cui poi il Cristianesimo si servirà (con qualche importante modifica) nell'annuncio della fede.

A sinistra l'immagine di Platone (disegnata da Raffaello); a destra un busto di Epicuro. 



Il dialogo si svolge ad Atene agli inizi del IV secolo a. C. 
tra un amico di Platone e un uomo di Alicarnasso




- Ehilà, uomo di Alicarnasso!

- Ciao, amico di Platone!

- Qual buon vento ti porta qui ad Atene?

- No, nessun vento. Le mie gambe, piuttosto.

- Sempre di buon umore, eh? Lo so che ti piace scherzare...

- Sono discepolo di Epicuro e di Lucrezio, mi piace la concretezza; sono realista.

- Epicuro e Lucrezio? E chi sono? Non li ho mai sentiti dire.

- Verranno dopo di te, stanne certo. Noi sosteniamo che tutto è fatto di particelle piccolissime, indivisibili. E quando siamo morti, queste se ne vanno a caso per l’aria, a formare altri corpi.

- Quindi tu, come Democrito, il mondo a caso poni?

- Certo! Perché, c’è qualche altra spiegazione?

- Per esempio, Aristotele non dice così; e mi pare abbia argomentato con più verosimiglianza.

- Aristotele! Chi era costui?

- Ne sentirai parlare. Verrà dopo di noi. Egli sostiene che il mondo è ordinato secondo regole e leggi, sia fisiche che morali. Nulla è a caso. È inutile lanciare un sasso mille volte per aria; non imparerà mai a volare. E anche tu, uomo di Alicarnasso, ti comporti secondo principi di saggezza e regole morali; non sei certo uno che si pavoneggia scioccamente o che strepita e si agita nel teatro della vita, dicendo cose che non significano nulla. O no?

- Certo che no! I miei discorsi sono sensati, e il mio comportamento è irreprensibile, secondo la logica e l'etica epicurea: niente di troppo, il piacere consiste nell’equilibrio tra estremi. Il giusto mezzo, insomma.

- Appunto, come dice pure Aristotele. L’uomo è un animale ragionevole. E con un’anima che trascende il suo corpo.

- Qui non ti seguo, caro amico di Platone. L’anima è mortale. Io sono uno di quelli che l’anima col corpo morta fanno.

- Trovo la tua affermazione un po’ contraddittoria. Se dici di seguire regole morali, se hai idee che ritieni giuste, se affermi delle verità universali, dovrai ammettere che provengono da qualcosa che non è solo un casuale aggregato di particelle. Ci deve essere in noi un principio che trascende la parte materiale, e che le dà ordine, moralità e verità. Un principio che supera la pura materia; un’anima immateriale e immortale insomma, che è l’origine della verità e della moralità in ciascuno di noi, come ha insegnato il mio maestro Socrate.

- Caro amico di Platone, io credo solo a ciò che vedo! e quest’anima non si è mai vista. Tu l’hai forse vista? L’hai misurata, calcolata, pesata? Ha un colore, un sapore, un odore, una forma?

- E tu puoi vedere i tuoi pensieri, odorare i tuoi sentimenti, le tue passioni, le tue idee? Le hai pesate, misurate, spezzate, come saranno spezzate quelle particelle che tu chiami indivisibili?

- Quelle particelle non potranno mai essere spezzate; non per nulla le chiamiamo atomi!

- Li spezzeranno, li spezzeranno… Perché la materia è quantità, occupa spazio, perciò è per sé stessa divisibile. Le idee invece non occupano spazio e superano ogni ostacolo materiale. Sono immortali, sono di un’altra consistenza, sono una realtà spirituale, divina.

- Sogni, i tuoi sono solo sogni! Mi sembri come quel poeta che ha detto che la vita ha la consistenza dei sogni. La realtà invece è concreta, ed è quella che possiamo vedere e toccare con mano. Il resto è silenzio.

- Non esserne così certo. C’è chi ha detto che le cose più concrete sono proprio le idee. Senza idee l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra; anzi, non sarebbe neppure uomo, distinto dall’animale. E se c’è stato progresso, questo si deve proprio alla capacità dell’uomo di formulare concetti, ipotesi, idee; sogni, come tu dici, che però si sono rivelati quanto di più concreto si possa immaginare.

- Ammetto che le idee siano importanti; ma perché devono provenire da un’anima dentro di noi?

- E da quale principio dovrebbero provenire? Solo da organi materiali, limitati nel tempo e nello spazio? Sarebbe una contraddizione in terminis. Se ho pensieri immortali, in me ci deve essere un principio immortale. Dammi retta, uomo di Alicarnasso. Se l’uomo viene ridotto solo a ciò che mangia, viene umiliato nella sua dignità più grande.  Non sarebbe diverso dagli altri animali; anzi, mi parrebbe il più misero di tutti, perché, mentre gli altri ignorano la loro sorte, noi sappiamo con certezza che cosa ci riserva il futuro: una condanna a morte.

- Ma io, da buon epicureo, non aspetto la morte; semplicemente la ignoro: quando ci sono io non c'è lei, e quando c'è lei non ci sono io.

- Ma i segni del tempo ti obbligano a pensarci ogni tanto, amico mio. Anzi, come dirà Seneca, ogni giorno moriamo, perché non è l’ultima goccia che fa vuotare la clessidra, ma tutta l’acqua che è scorsa prima. Perfino l'imperatore Federico II di Svevia, verso il quale mostrerai profonda ammirazione, proprio lui,  dopo una vita non certo esemplare, al momento della morte volle indossare l'abito da monaco e morire con quello.

- Non vorrai farmi diventare un uomo spirituale, uno che va in Chiesa e dai preti per paura della morte e dell’aldilà!

- La Chiesa, i preti? Che significa? Chi sono?

- Lo saprai, lo saprai. Avrai a che farci tutti i giorni, per secoli e secoli. E se non stai attento, ti faranno bere la cicuta, come al tuo maestro Socrate. Anzi, ti metteranno sopra una catasta di legna e ti daranno fuoco.

- Ah! Proprio una brutta fine. Ma a te, che sei un epicureo, non ti hanno ancora messo al rogo?

- Ancora no. Per questo me ne sto alla larga…

- Ma attento a non allontanarti troppo, perché invece che arrosto, potresti finire allo spiedo, come il prode Anselmo.

- Per questo anch'io porto le braghe di ferro.

- Se poi guardi ancora più avanti, potresti ritrovarti in un regime peggiore di quello dei Trenta Tiranni, che il valoroso Trasibulo ha rovesciato qualche anno fa, come ben ricorderai.

- Non ci sarà più spazio per regimi tirannici, in un futuro di epicurei e scettici. È la religione la causa di ogni male, come scriverà in versi mirabili il mio caro Lucrezio.

- Veramente Lucrezio parlava della religione pagana, quella che faceva sacrifici umani agli dei; non immaginava di certo cosa sarebbe successo quando l'uomo si fosse sostituito a Dio nel governare la terra: il sacrificio di Ifigenia si sarebbe moltiplicato per milioni di volte! Tu invece questi orrori li vedrai con i tuoi occhi, uomo di Alicarnasso, e non so come potrai giustificarli.

- Non mi vorrai attribuire qualche colpa...

- Ma quando mai! Tu sei un uomo pacifico, e le tue guerre sono solo verbali. Non ami la Chiesa, questo è vero, ma non manderesti (forse) alla ghigliottina nessuno.

-Neanche tu, amico di Platone, sei un uomo di guerra. Le tue battaglie sono soprattutto contro gli errori di grammatica (che il tuo futuro discepolo Agostino considererà più gravi di un peccato mortale) e contro qualche miscredente, che non metteresti (forse) al rogo, ma magari alla berlina.

-Ti saluto, uomo di Alicarnasso!

- Salute a te, amico di Platone!




PS. Absit iniuria verbis. 

giovedì 16 febbraio 2017

Racconto surreale: lo studente e il commissario (di fantasia)






Gli esami di maturità sono sempre stati (in passato) per gli alunni un vero spauracchio, da esorcizzare con un intenso anno di studio.
Per i commissari, tranne che per quello interno, la cosa era ben diversa: si trattava di un mese (circa) un po’ faticoso, ma compensato da un discreto rimborso economico e da una “allegra brigata", se si riusciva a trovare il giusto feeling.
Quell’anno mi trovai a far da commissario di filosofia e storia (c’era chi portava storia come terza materia) in un liceo classico di Firenze, uno dei più prestigiosi. Non era la prima volta che venivo nominato commissario a Firenze. Da Arezzo mi veniva bene. Beneficiavo della trasferta e la sera (volendo) potevo tornare a casa.
Con gli altri commissari mi trovai subito a mio agio. La commissaria interna ogni mattina ci faceva arrivare la colazione in ben forniti vassoi: “La guardi che vengono da Paszkowski!” Non mi facevo pregare per abbuffarmi, con quelle belle paste e con quei panini al prosciutto…  
Tutto sembrava andare nel migliore dei modi. I primi problemi sorsero ovviamente alla correzione dei temi d’italiano. La commissaria (che non era toscana e non proveniva da un liceo) si scontrò varie volte con la commissaria interna, fiorentina: “La guardi che qui siamo a Ffirenze, e l’italiano l'abbiamo inventato noi!” In effetti anch’io ebbi l’impressione che l'amica d’italiano avesse una preparazione alquanto modesta.
Agli orali l’impressione divenne certezza.
È cosa normale che nell’interrogazione il candidato si presenti con l’antologia, sulla quale il commissario indica poi un testo da far leggere e commentare.
È altresì cosa nota che gli esami di maturità sono pubblici e quindi può assistere chiunque. Spesso il candidato non vuole “testimoni”; ma in quel liceo la platea in fondo all’aula d’interrogazione era sempre piena: genitori, compagni, amici…
La modesta preparazione della commissaria si manifestò chiaramente dal fatto che a coloro che portavano la sua materia faceva quasi sempre le stesse domande: Le riviste fiorentine del primo ‘900, “Il gelsomino notturno” del Pascoli, “Il Cinque Maggio” del Manzoni, e poco più.
Il momento topico si ebbe quando ad un candidato la commissaria domandò di commentare il Coro del Terzo Atto dell’Adelchi. Il giovane, invece di aprire l’antologia e di leggere il brano, cominciò a recitare a mente:
“S’ode a destra uno squillo di tromba;/a sinistra risponde uno squillo:/d'ambo i lati calpesto rimbomba/da cavalli e da fanti il terren…”.
La commissaria non dava segni di vita, e rimaneva a guardare lo studente, meravigliata di quel suo andare spedito a memoria, mentre vedevo che la platea in fondo alla stanza dava segni di agitazione: chi guardava in faccia l'altro meravigliato, chi dava gomitate nei fianchi, chi sorrideva con le mani davanti alla bocca…
Per l’appunto ero proprio collocato accanto all’amica commissaria, e mentre il giovane Pico della Mirandola continuava  a sciorinare i versi manzoniani, io mi rivolsi a lui e gli dissi: “Guarda, che ti ha chiesto il Coro dell’Adelchi, non quello del Conte di Carmagnola”.
La platea si ricompose all’istante, il candidato chiese scusa, la commissaria sorrise, e subito il giovane iniziò la recita giusta: “Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti…”.
Dicono oggi che imparare a memoria sia uno spreco di tempo e una pratica pressoché inutile. 
Platone diceva invece che “conoscere significa ricordare”. Lo diceva in maniera radicale, ma noi possiamo prenderlo anche come un monito didattico.
In quella torrida estate fiorentina, in un’aula di liceo, un po’ di memoria ci salvò dal ridicolo. E si poté continuare a mangiare con gusto le colazioni di Paszkowski.
L’amica commissaria mi invitò a passare la serata con lei; ma io le dissi che avevo un impegno ad Arezzo, e declinai l’invito.
Declinai. Forse avremmo parlato di declinazioni…