Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Trionfo Ferrari con una doppietta al GP di Montecarlo.
Era dal lontano 2001, cioè dall'inizio del secolo, che questo non accadeva, quando nel
circuito cittadino più famoso del mondo vinse Schumacher, seguito da
Barrichello.
Oggi (anzi ieri, ormai) la doppietta porta i nomi di Vettel
e Raikkonen, dominatori della gara dall’inizio alla fine.
Veramente in pole c’era Raikkonen, ma dopo il pit stop
Vettel lo ha superato di un soffio ed è andato poi a vincere alla grande.
Raikkonen c’è rimasto male, poveretto (si fa per dire); ma a
noi interessa che le due rosse italiane abbiano finalmente buttato fuori dal
podio le due bianche tedesche. Non se ne poteva più della… Merkel.
In compenso, visto che la vittoria è a due voci e il vincitore
è tedesco (ma parla anche un po’ italiano), non ci rimane che postare una gran bella
“Invenzione” a due voci di J. S. Bach.
Sebastian come Sebastian Vettel.
L’ Invenzione è la n. 8, quella in F maggiore. F come
Ferrari, ovviamente.
Mentre in Corea soffiano venti di guerra e c'è chi si prepara a distruggere il mondo con mega-bombe, qualcun altro pensa ad un futuro più armonioso, imbracciando un violino-ino-ino e suonando la "Gavotta" in Sol minore di Giovanni Battista Lulli/J-B. Lully (Firenze 1632-Parigi 1687).
Vogliamo togliere il futuro a questa bambina coreana?
Tra i Responsori della Settimana Santa di Tommaso Ludovico da Victoria (1585) il “Popule meus”, a quattro voci miste, è certamente uno dei più belli.
È Gesù che si lamenta del suo popolo per le offese (gli “improperia”)
ricevute nella sua dolorosa passione e morte.
Il mottetto a prima vista si differenzia dallo stile di
Victoria, in genere ricco di pathos e armonicamente caratterizzato dal
movimento delle parti.
Qui abbiamo praticamente un corale. Le parti si muovono pressoché
in modo uniforme e a prima vista senza particolari spunti emotivi.
In realtà si tratta di un mirabile capolavoro d’arte e di
fede.
Il movimento omofonico dà giustamente il senso di un dramma
collettivo: è un popolo intero che ha peccato, che ha ricambiato con tutto il male possibile il
bene ricevuto dal suo salvatore.
L’intensità del pathos non è appariscente, ma è ben presente
a chi lo sappia scoprire con una lettura attenta della partitura.
Basterà sottolineare le due frasi finali, una greca e la sua
traduzione latina: “Aghios athanatos eleison imas. Sanctus et immortalis,
miserere nobis”.
Nella frase greca la parola “athanatos” (immortale) è
collocata in una scala discendente e giunge alla nota più bassa del mottetto, quasi
a ricordare che l’immortale Dio è sceso nella profondità della morte.
Nella
corrispondente frase latina la parola “immortalis” è posta invece in una scala
ascendente e tocca la nota più alta: l’immortalità di Dio viene proclamata nella sua pienezza.
Rimasi a bocca aperta quando ascoltai da ragazzetto questo
brano nella Cattedrale della mia città. Anche la doppia lingua, greca e latina,
colpì la mia fantasia e si impresse nella mia memoria in modo indelebile.
Poi, da corista, ho avuto infinite occasioni per cantarlo, nella
sezione dei tenori.
Un episodio particolare me lo ha reso ancor più caro. Con
il coro eravamo stati invitati in Grecia per una serie di concerti nel 1978. Fu
un’occasione per visitare quella terra, così cara a chi conosce il mondo
classico. In una delle nostre gite fummo condotti ad Epidauro, dove c’è un
bellissimo antico teatro con un’acustica perfetta. La guida ci fece collocare
nelle gradinate e lui, lontano una cinquantina di metri, nel luogo dove recitavano
gli attori, fece cadere una moneta in una lastra di
pietra lì collocata. Sentimmo distintamente il suono della monetina che cadeva
dalla sua mano…
Mentre eravamo nel mezzo di quell'antico teatro, si alzò da un
lato un coro improvvisato di un gruppo tedesco che cantò “Popule
meus” di Victoria.
Una emozione indescrivibile. In quel luogo, dove erano
risuonate le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, ora risuonava questo canto
corale che ricordava una tragedia ancor più sublime.
Non ho trovato nel web una esecuzione che metta nel
giusto rilievo la bellezza del mottetto.
Ho scelto quello che mi sembrava il meno peggio. Ad esempio, è
incomprensibile perché il direttore del coro si fermi ad ogni frase greca e alla sua traduzione latina; la
partitura non ha pause. Direbbe Fosco Corti che c’è il pericolo di fare lo “spezzatino”.
Anche le note espressive sopra ricordate non sono sufficientemente messe
in risalto.
Nonostante tutto, il mottetto è così bello che anche in una
imperfetta esecuzione si può se non altro intuire la sua perfezione.
Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi. Aghios o Theos. Sanctus Deus. Aghios ischyros. Sanctus fortis. Aghios athanatos, eleison imas. Sanctus et immortalis, miserere nobis.
Popolo mio, che ti ho fatto? O in che cosa ti ho rattristato? Rispondimi! Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi!
La Settimana Santa è la settimana
più importante dell’anno. Non soltanto per la Cristianità, ma per il mondo
intero.
La passione, morte e resurrezione
di Gesù Cristo hanno cambiato la storia dell’umanità.
I “soliti noti” avranno da fare le
“solite” osservazioni critiche ai duemila anni di Cristianesimo.
Cominciò l’impero romano, con tre
secoli di persecuzioni, e a quanto pare non sono finite. Dovunque i cristiani
sono minoranza (ma anche dove sono maggioranza) sono perseguitati.
Solo per ricordare gli ultimi
martiri, domenica scorsa, Domenica delle Palme, in Egitto 47 cristiani sono
stati uccisi in Chiesa, e un centinaio feriti, mentre pregavano, a Tanta e ad
Alessandria da terroristi islamici.
In questi ultimi anni intere e
antichissime comunità cristiane, di età apostolica, sono state spazzate via
dagli islamici.
La persecuzione in Europa è più
subdola; qui si cerca di bandire la fede cristiana dalla sfera pubblica e di
ridurla al silenzio delle catacombe.
Ovviamente questa operazione di “sotterramento”
non potrà vincere, perché Cristo è risorto, e con Lui ogni cristiano.
Il Cristianesimo continuerà ad
essere l’ “anima del mondo”, perché solo Cristo ha parole di salvezza per l’uomo;
per ogni uomo, di qualunque etnia, idea, religione e non-religione.
Non è presunzione. È
semplicemente un Fatto, quello che ha portato alla coscienza dell’uomo (ne sia cosciente
o no) ciò che realmente ha valore nella vita.
Tutto il resto è mondo vecchio,
prima di Cristo, anche se uno pensa di essere nel 2017.
Prima della Risurrezione tuttavia
c’è la durezza della Croce.
“Voglio piangere”, sono le parole
tratte dall’ Oratorio “La Maddalena a' piedi di Cristo”, di Giovanni Bononcini
(1690). È il sentimento di ogni fedele in questi giorni che precedono la
Pasqua.
Bella l’interpretazione del soprano Lavinia
Bertotti, scomparsa prematuramente nel
2016.
Domenica delle Palme. Gesù entra in Gerusalemme, accolto festosamente dal popolo con rami di palma e di olivo.
Anch'io mi unisco al coro degli osanna in suo onore con il "Canto di Osanna" dei Delirium. Il testo e la voce è di Ivano Fossati, la musica di Nico di Palo (dei New Trolls).
Mi sembra ieri, quando questa bellissima canzone risuonava nei locali pubblici e nei nostri giradischi.
Era il 1971. Un'epoca di grandi speranze, di sogni ad occhi aperti, di vivacità esuberante.
Oggi, di quell'epoca, di quei sogni, di quella gioia è rimasto poco, purtroppo.
Ma rimane sempre Lui e la sua città, in cui entra come "Rex pacificus", come Re di pace.
Per i nottambuli come me una musica adatta alle ore
piccole.
Naturalmente la voce dello strumento non può che essere
leggera e dolce.
Niente di meglio della chitarra classica, e di una
composizione alle radici della musica classica.
L’autore è il grande Gerolamo Frescobaldi (1583-1643),
innovatore delle armonie e della tecnica organistica.
Il pezzo musicale è l’aria con variazioni denominata “La
Frescobalda” (1627), nell’adattamento per chitarra di Andrés Segovia (il brano originariamente è scritto per organo).
Qualcosa di diabolico si aggira per il mondo, e oggi ha
mostrato il suo ghigno infernale nella metropolitana di San Pietroburgo.
Una bomba è stata fatta esplodere dentro un vagone colmo di
passeggeri, con conseguente carneficina, che poteva essere ancora più orrenda
se non fosse stato disattivato un secondo ordigno più potente del primo.
Quattordici morti e oltre quaranta feriti è il tragico e
provvisorio bilancio dell’attentato, quasi certamente di matrice islamista.
Non ci sono più parole per esprimere l’esecrazione e lo
sdegno verso i vigliacchi attentatori, che si spera vengano quanto prima identificati
e puniti in modo esemplare.
Nessuna giustificazione può essere addotta per questi
crimini, indegni dell’essere umano; chi cerca motivazioni ne è, consciamente o
meno, connivente.
Sappiamo che esistono degli islamici che esultano di fronte
a questi attentati, e non si rendono conto che si attirano addosso l’odio di un
crescente numero di persone, anche le più ben disposte nei loro confronti.
Per onorare le vittime innocenti di questo ennesimo
attentato propongo di ascoltare la “Danza Infernale”, tratta dal balletto “L’uccello
di fuoco” (1910) di Igor Stravinskij, eseguita dal giovane ma già affermato
pianista russo Daniil Trifonov.
Una risposta della genialità musicale russa contro la
barbarie del terrore.
La musica, come la poesia e ogni altra forma di arte, ha nel
corso della vita di una persona uno sviluppo e una evoluzione continua.
I motivi sono evidenti. Cambia l’età, aumenta la conoscenza,
i gusti si modificano, le cose ci appaiono in modo diverso.
Non sono pirandelliano, anche se Pirandello è uno dei miei autori
preferiti; qualcosa rimane ben fermo nella nostra identità personale e nei
nostri gusti artistici. Ma certamente ci sono dei cambiamenti.
Dapprima Mozart, poi Beethoven, quindi Chopin. I suoi
Notturni accompagnavano le mie nottate di studio…
Avendo anche la possibilità di suonare il pianoforte (in
maniera dilettantesca, intendiamoci!), con maestri di grande valore, e di
cantare in un gran coro, ho potuto conoscere tutti i grandi della musica
classica: Bach, Haendel, Vivaldi, Monteverdi, Victoria, Palestrina, il Gregoriano...
Mi sembrava troppo sdolcinato Schubert, troppo freddo Liszt
con quella sua tecnica debordante, incomprensibile Wagner, e insignificante
Debussy.
Rifiuto assoluto della musica novecentesca, dalla
dodecafonia alla musica sperimentale.
Andando avanti nell’età ho cominciato a tralasciare sempre di
più gli autori della mia giovinezza, e ho cominciato ad avvicinarmi e capire un
po’ meglio il "pathos" dei brani di Schubert, il genio di Liszt, la “musica totale” di Wagner, le “impressioni” di Debussy, le
armonie dodecafoniche di Dallapiccola, Bartòk e Petrassi, il “vitalismo” di
Orff, lo sperimentalismo di Romano Pezzati, e così via.
Un punto di riferimento dell’inizio della musica moderna è
certamente la “Suite Bergamasque” (1905) di Claude Debussy. Notissimo al suo
interno “Clair de lune”.
Questa notte mi piace riascoltare l’ultimo movimento della Suite, forse meno conosciuto, il brillante
“Passepied”, una danza francese del secolo d’oro, quello del Re Sole.
Il mese di aprile “apre” alla primavera, al sole, alla bella
stagione, e al periodo pasquale.
Lo voglio aprire non con un pesce, ma con una mirabile “Aria”
del “Magnificat” di Georg Philipp Telemann (1681-1767), grande musicista
tedesco, oggi un po’ dimenticato, ma molto apprezzato ai suoi tempi, amico di Händel e
di Bach, dei quali era coetaneo (un anno più giovane).
È stato probabilmente il più prolifico compositore della
storia (si dice che abbia composto più
di 5.000 opere!).
Da questa sua facilità nel comporre rimase colpito perfino Händel
(che quanto a “fecondità” non scherzava), il quale ebbe a dire che Telemann era
in grado di scrivere un mottetto a otto voci più velocemente di una normale
lettera.
Ma questa sua dote non era a scapito del valore artistico,
come dimostra anche il brano che propongo, magnifico, come è giusto che sia per il “Magnificat”, il
canto di lode di Maria per le grandi opere del Signore.
Si tratta del Magnificat in Sol maggiore (TWV 9, 18), con adattamento di Kurt Redel, eseguito dalla Munich Pro Arte Orchestra.
Ieri è morto Alessandro Alessandroni (18 marzo 1925-26 marzo
2017).
Molti diranno: “Chi era costui?”
In effetti non era un
personaggio famoso per qualche straordinario motivo, se non quello di avere un “fischio”
perfetto.
Sì, un fischio. Suo è quello della trilogia dei film
western di Sergio Leone.
Alessandroni era anche un ottimo musicista, ma la sua specialità
era proprio il fischio.
In particolare mi piace ricordare il primo della serie: “Per un pugno di
dollari”.
Ogni volta che guardo questo film, oltre alla soddisfazione di
gustare un capolavoro, provo un sottile piacere per una piccola vittoria
personale.
Quando uscì il film, nel 1964, la critica
cinematografica dominata dai soliti intellettuali ideologizzati lo stroncò. Di
fronte al neorealismo italiano ancora in voga, oppure alla cinematografia
“impegnata” che stava dominando, questo western così rozzo e improbabile, e
senza valori sociali, oltretutto copiatura di un film di Kurosawa, sembrò
qualcosa di incomprensibile e da gettare al macero.
Io ne rimasi incantato. Non avevo mai visto né udito nulla
di simile in una sala cinematografica.
Anzitutto una musica affascinante, con il suono dello
scacciapensieri, le note della chitarra elettrica, addirittura il fischio, e
quella tromba svettante che disegnava una linea melodica appassionata e
drammatica al tempo stesso.
Poi un linguaggio ridotto ai minimi termini; una specie di
ermetismo plebeo. Alla fine del film si potevano ripetere tutte le battute,
alcune diventate subito proverbiali, a partire dal titolo. E si poteva
soprattutto “fischiare” anche noi il caratteristico motivo della colonna sonora.
Ovviamente fecero impressione soprattutto le incredibili
scene di violenza, portata in primo piano in tutta la sua crudeltà e sadismo;
una crudeltà mai vista prima in quella forma così esplicita, dal massacro di
Rio Bravo a quello dei Baxter, dal pestaggio bestiale del pistolero senza nome
(ma Joe), alle violenze sul suo amico locandiere.
Il tocco di femminilità, dato da Marisol (Marianne Koch), aggiungeva una
nota di grazia in quel mondo disumano.
Il duello finale raggiunge le vette dell’epica, non meno del
duello tra Ettore e Achille, o se vogliamo, di Odisseo contro i Proci.
L’astuzia di Joe contro la ferocia di Ramon, la forza
vendicatrice contro la prepotenza senza limiti, la giustizia contro il delitto.
Alla bellezza degli esametri di Omero corrisponde
adeguatamente la musica di Morricone.
La gente che usciva dalla sala aveva la mia medesima
impressione. Avevamo assistito non ad un film, ma ad un evento, mentre già
qualcuno fischiettava il motivo iniziale, quello di Alessandroni (ma allora si
pensava a un motivo realizzato con strumenti elettronici).
Oggi tutti esaltano Sergio Leone, Ennio Morricone,
Clint Eastwood (tutti illustri sconosciuti allora); oltre a Gian
Maria Volonté (che fu criticato per questa sua partecipazione
“disimpegnata”), il quale riesce a dare il meglio di sé proprio qui, con un
personaggio tanto odioso, quanto convincente.
Non solo il film ebbe un successo strepitoso, ma si rivelò
come un inizio di un nuovo genere, il western all’italiana; e molto di più
ancora. Il crudo realismo di Sergio Leone (come a suo tempo fece Caravaggio) è
divenuto un “topos” artistico nella filmografia. Dopo quel film il cinema ha
cambiato davvero vestito.
Non voglio dire che la violenza, per di più gratuita, vada
bene; anzi!
Voglio solo dire che da allora ogni aspetto della realtà,
anche il più crudo, è stato messo a tema.
Non sempre con la genialità di Sergio Leone.
Presento il primo brano che appare nel film, durante lo scorrere dei titoli di
testa: "Titoli",ovviamente di Ennio
Morrricone, con il motivo fischiato da Alessandro Alessandroni.
Lo presento dal disco tratto dalla colonna sonora. Chi non ha avuto tra le mani
questo disco, con questa mitica copertina, non può capire l'emozione che
provammo quando lo vedemmo.
E un omaggio a un “grande” musicista. Un fischio che non
muore più.
L’ orrendo attentato islamista di ieri a Londra ha causato
la morte di 3 persone (oltre all'attentatore) e il ferimento di altre 20, tra cui due italiane.
A un anno esatto dall’attentato di Bruxelles, dobbiamo
ancora registrare un ennesimo atto di barbarie.
Voglio onorare le vittime innocenti con le note del più grande musicista
inglese, se pur tedesco di nascita, Giorgio Federico Händel.
La solenne "Sarabanda" (dalla Suite n. 4 in Re minore HWV 437,
anno 1733) è la degna risposta ad un atto vile e barbarico, che ha insanguinato
una città e una nazione che sono il simbolo stesso della democrazia.
L’ "amico del clero” Entropia ha un pensiero fisso nella mente: combattere i preti pedofili e in genere la Chiesa. Quindi è alla ricerca, in tutti i siti anticlericali, di
qualche novità al riguardo, anche se la pedofilia clericale è ora a livelli bassi, mentre
cresce in modo esponenziale la pedofilia al di fuori della Chiesa e soprattutto
in ambito familiare, purtroppo.
A questo "amico del clero" dedico questo post.
Mi piacciono i film western, sono i miei preferiti. Mi affascina soprattutto la
figura del bounty killer, cavaliere con qualche macchia ma senza paura, che
combatte i criminali più pericolosi, per qualche dollaro in più (si fa quel che
si può...).
Ma questo coraggioso e astuto combattente non è finito con il mitico West. L’ho
trovato per mia fortuna anche nel mitico Web.
Si tratta di un bounty killer un po’ speciale, dai gusti precisi; va in caccia
solo di una categoria di delinquenti: i preti.
Come vede una chiesa, istintivamente mette mano alla sua Colt virtuale e
comincia a perlustrare con fare minaccioso panche, confessionali, sacrestie e
oratori in cerca della preda, dead or
alive; e si meraviglia di quanti bambini, ragazzi e adolescenti frequentino
ancora questi luoghi malfamati.
Porta sempre in tasca la lista dei preti pedofili; e in questi tempi di vacche
magre, in cui essi cominciano a scarseggiare, si consola tirandola fuori e
pubblicandola periodicamente.
Ma è un po’ depresso. E così, mentre dà la caccia all’ultimo dei mohicani, non
si accorge che sotto il suo naso stanno passando i partecipanti alla festa dell'orgoglio pedofilo, gli esponenti dei partiti pedofili e coloro che manifestano per la
legalizzazione della pedofilia. Non sente rombare sopra il suo capo gli aerei
carichi di turisti sessuali pedofili verso il Brasile, la Tailandia, Cuba… E
mentre posta per l’ennesima volta la solita lista di preti, si imbatte nel Web in
centinaia di siti pedopornografici.
Con la sua Colt appoggiata accanto alla tastiera, cerca nei giornali on line
qualcosa di pedoclericale; e così vede scorrere davanti ai suoi occhi, senza
farvi troppa attenzione, violenze pedofile ovunque: genitori snaturati,
compagni che violentano i figli delle compagne, e viceversa, parenti pedofili,
amici pedofili, vicini di casa pedofili, estranei pedofili, insegnanti
pedofili, allenatori pedofili...
Sconfortato perché la caccia non è stata fruttuosa, decide un’ultima e
disperata mossa: chiedere qualche notizia nuova al più famoso bounty killer del Web, Don Fortunato Di Noto.
È un prete, però. Pazienza! cosa non si farebbe, per qualche prete in meno...
Equilibrio perfetto: 12 ore di sole, 12 ore di buio in ogni luogo della terra, dal polo nord al polo
sud, dalla padania alla terronia. Giustizia per tutti, un verdetto salomonico.
Solo un altro giorno
è come questo, l’equinozio d’autunno. In tutti gli altri giorni qualcuno ha di
più e qualcuno ha di meno, quello che togli da una parte va a vantaggio
dell’altra.
363 giorni di
ingiustizia solare su 365. Un bilancio astronomico disastroso.
Forse è per questo che anche l'andamento socio-economico italiano non va tanto bene.
Forse anche noi dobbiamo rassegnarsi a fare la fine di Don Ferrante dei Promessi Sposi, che morì "come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle", invece che con i politici e il governo...
Il problema è che molti non sanno più nemmeno chi sia Metastasio e tanto meno Don Ferrante. Qualche anticlericale dei social lo scambierà di sicuro per un prete.
I nostri vecchi invece, nella loro saggezza, avevano capito tutto: "Piove, governo ladro!"
Oggi comunque è bel tempo.
Benvenuta primavera!
Ho postato "The House of the Rising Sun" per il titolo: La casa del sole nascente, così come nasce la primavera. E poi perché la ballata è veramente bella, nonostante la triste storia che racconta.
Esegue la band inglese The Animals, nel 1964. Vigorosa e potente la voce di Eric Burdon.
Per festeggiare i papà, che in S. Giuseppe hanno il loro santo
patrono, mi servirò di una celeberrima pittura di Michelangelo: il “Tondo Doni”.
Il dipinto a tempera rappresenta la Sacra Famiglia e si
trova agli Uffizi di Firenze. Porta questo nome perché fu commissionato dal
banchiere fiorentino Agnolo Doni in occasione del suo matrimonio con Maddalena
Strozzi (1504).
Secondo altri sarebbe invece da mettere in relazione con il
Battesimo della loro prima figlia Maria (1507), come farebbero pensare la presenza
di S. Giovanni Battista dietro le tre figure centrali e i nudi in secondo
piano.
Ma non starò qui a dissertare sulle caratteristiche e sull’importanza
del “tondo”. Uno può leggere Wikipedia…
A me interessa invece sottolineare un altro aspetto, che non
è riportato in Wikipedia, ma assai interessante. Il monte sullo sfondo.
Non si tratta di un monte qualsiasi, ma un aretino riconosce
subito che si tratta del Sacro Monte della Verna, con l’inconfondibile cima della “Penna”.
Perché Michelangelo ha posto come sfondo della Santa Famiglia la Verna?
Se leggiamo le “Vite” del Vasari, quando parla della figura
di Michelangelo, abbiamo un’implicita risposta.
“Nacque dunque un figliuolo sotto fatale e felice stella nel
Casentino, di onesta e nobile donna, l’anno 1474 [stile fiorentino, 1475] a Lodovico di Lionardo
Buonarroti Simoni […]. Al quale Lodovico, essendo podestà quell’anno del
castello di Chiusi e di Caprese, vicino al Sasso della Vernia, dove San
Francesco ricevè le stimate, diocesi aretina, nacque dico un figliuolo il sesto
dì di marzo, la domenica, intorno all’otto ore di notte, al quale pose nome
Michelagnolo”.
E poco oltre il Vasari riporta una sua personale
testimonianza:
“Michelagnolo ragionando col Vasari una volta per ischerzo
disse: Giorgio, si’ ho nulla di buono nell’ingegno, egli è venuto dal nascere
nella sottilità dell’aria del vostro paese d’Arezzo” (Le Vite, ed. Giuntina,
1568).
In tutti i libri, almeno a partire dal 1913, è scritto che
Michelangelo è nato a Caprese, paese della Valtiberina aretina, che proprio dal
1913 per Regio Decreto venne denominato “Caprese Michelangelo”. Ciò in virtù
del fatto che nel 1875, nelle feste del IV centenario della nascita del sommo
artista, comparve misteriosamente una carta, datata 16 aprile 1548 e firmata da
suo nipote Leonardo (!), nella quale si
riportava l’atto di nascita a Caprese. Gli studiosi e i paleografi sollevarono fortissimi
dubbi sull’autenticità dello scritto, che in pratica fu giudicato apocrifo. Non
parliamo degli abitanti di Chiusi della Verna, che protestarono a
lungo per questo “scippo”.
Leggendo il Vasari e guardando il Tondo Doni, con la Verna
alle spalle della Santa Famiglia, a parte i paleografi, come si fa a non dar
ragione ai “Chiusini”?
Faccio queste osservazioni da aretino, come era Vasari che conosceva
bene i luoghi di cui parlava.
Vasari dice: “Nacque nel Casentino”. Ma Caprese Michelangelo
è in Valtiberina, mentre in Casentino c’è Chiusi della Verna.
“Lodovico, essendo podestà quell’anno del castello di Chiusi
e di Caprese, vicino al Sasso della Vernia”. Ma il Sasso della Verna sovrasta proprio
Chiusi, non Caprese, da cui la Verna è distante e non è visibile perché si
trova nel versante tiberino. Ricordiamo il celebre passo di Dante relativo alla
Verna: “Nel crudo sasso, intra Tevero et Arno” (Par. XI, 106).
Infine c’è un altro aspetto, da molti trascurato, ma non da chi
conosce la storia della Chiesa aretina. Il Vasari dice che Michelangelo nacque nella “diocesi
aretina”.
Sia Chiusi che Caprese sono in provincia di Arezzo, e
al tempo del Vasari nel Comune di Arezzo. Ma Chiusi apparteneva alla diocesi
aretina, mentre Caprese e il versante tiberino appartenevano alla diocesi di
Città di Castello (e dal 1520 fino al 1986 alla diocesi di Sansepolcro).
Torniamo perciò alla domanda d’inizio.
Perché nel Tondo Doni c’è raffigurata la Verna? A mio
modesto parere, perché Michelangelo è nato sotto la Verna, a Chiusi della
Verna.
E nel raffigurare la Sacra Famiglia, con Gesù Bambino, l’ha
voluta raffigurare dove l’artista è nato ed è stato battezzato. Un riferimento alla sua famiglia.
Nella pittura
la Madonna, torcendosi, riceve Gesù Bambino da Giuseppe. Cioè, Giuseppe in
certo senso “dona” a Maria il Bambino, in riferimento forse al cognome del committente,
Agnolo Doni.
Così qualcuno ha commentato. Può darsi che sia una forzatura. Rimane il fatto che in
questo stupendo tondo Giuseppe, come un vero padre, porge a Maria il divin
Figlio. A Chiusi della Verna.
Riferirò anch’io, nel mio piccolo, un episodio di qualche
anno fa. Ho sempre ritenuto che sia Chiusi il paese natale di Michelangelo. Non
può un documento comparso dal nulla neppure 150 anni fa, e quasi certamente apocrifo, cambiare una
documentazione reale e perfino artistica.
Più di una volta sono stato a Caprese, ovviamente, (paese famoso per i funghi e le castagne) e un
giorno vi incontrai il parroco, che mi portò a vedere la “casa natale” di Michelangelo, cioè l’antica
podesteria.
Io gli dissi: “Ma siamo sicuri che sia nato qui, e non a
Chiusi della Verna?”
Qualche decennio fa sono stato in Irlanda, insieme al coro
di cui facevo parte, per un concorso polifonico nella città di Cork.
Per il volo ci servimmo della compagnia aerea irlandese Aer
Lingus. Il logo della compagnia era una bella immagine di trifoglio (“shamrock”).
San Patrizio, che convertì l’isola, nel IV-V secolo, prima
di entrare in Chiesa coglieva una piantina di trifoglio e mostrandola poi alla
gente nella predica diceva: “Ecco un’immagine della SS. Trinità, questa
piantina di trifoglio: tre foglioline, una piantina sola”. Da allora lo “shamrock”
è diventato il simbolo dell’Irlanda.
Un modo umile per avvicinarsi al mistero più grande della fede cristiana.
La seconda cosa che mi colpì fu all’atterraggio. L’aeroporto
era pieno di bandiere “italiane”. Rimanemmo tutti un po’ meravigliati. Va bene
che il nostro coro era stato invitato per essere noto nel campo della
polifonia, ma non credevamo di avere un’accoglienza così calorosa…
Poi ci dissero che non erano tricolori italiani, ma
irlandesi; il rosso in effetti mi sembrava troppo sbiadito.
La terza cosa che mi sorprese fu il “fiume” di Cork. Le luci
notturne della città si riflettevano sul bel corso d’acqua, quasi come un
Lungarno fiorentino. Quando però la mattina ci alzammo e uscimmo dall’albergo,
il fiume era letteralmente sparito. C’era solo un rigagnolo nel fondo dell’alveo…
Ridemmo, nel dire che gli Irlandesi se lo erano bevuto tutto, loro che bevono solo whiskey e birra,
specialmente la Guinness.
L’albergatore ci spiegò che non era un fiume, ma un fiordo,
e l’alta e bassa marea (lì molto rilevante) determinava l’alzarsi e l’abbassarsi
dell’acqua.
Erano i primi giorni di maggio; non passava giorno che non
piovesse. Una pioggerellina che gli Irlandesi quasi neppure notavano. Si
muovevano senza particolari accorgimenti come se fosse il sereno. Parlando nel
nostro inglese scolastico venimmo a sapere di un proverbio che dice: “In
Irlanda, tra un temporale e l’altro, piove”.
Allora tutto ci fu più chiaro.
Un ricordo bellissimo di quella gente festosa, accogliente e musicalmente molto preparata. Non c’era casa dove non ci fosse uno strumento
musicale: un vecchio pianoforte verticale, un flauto dolce o traverso, un oboe; ma
soprattutto l’arpa. Quella irlandese, of
course.
Ma nel nostro broken
English capimmo che loro preferivano parlare il gaelico, e così imparammo anche
il nome della città: Corkaigh.
Uno dei più grandi desideri di Papa Francesco è di andare a
far visita al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril I.
L’intenzione è ovviamente quella di cercare un riavvicinamento della Chiesa Cattolica con la Chiesa Ortodossa della “terza Roma”.
Con la Chiesa Ortodossa della “seconda Roma”, cioè Costantinopoli
(Istanbul), gli incontri sono frequenti, iniziati già a partire da Paolo VI al
tempo del Concilio Vaticano II.
Papa Francesco ha già incontrato il Patriarca Kiril a L’Avana
il 12 febbraio dello scorso anno, e i due hanno firmato una dichiarazione
congiunta, che è già un fatto clamoroso.
La Cuba “comunista” ha favorito l’incontro
con il Papa e il Patriarca. Lo Spirito soffia dove vuole...
Ma Papa Francesco vorrebbe andare a trovare gli Ortodossi a
casa loro, nella Santa Russia.
Intanto, come augurio per questo quarto anno di pontificato, facciamo arrivare a Mosca la musica argentina. Ovviamente un tango, e uno dei più celebri, composto da
Astor Piazzolla: “Libertango” (1974).
Papa Francesco, che col suo "mascellone" e il "pollice su" conquista la copertina della nota rivista americana Rolling Stone, tra l’altro nel
50° anniversario della sua nascita, fa comunque sensazione.
Ci saranno quelli che criticheranno il papa, finito nella copertina di una rivista rock, come un “oddity”, una stranezza, un
elemento estraneo, uno stridente ossimoro.
Altri magari faranno notare che questo papa esce
clamorosamente dai soliti schemi pontifici, ama i "selfie" e parla di smartphone,
saluta col pollice in su, per cui si merita un I like.
Io credo che Papa Francesco, a parte (secondo il mio modesto parere) qualche semplificazione
sull’accoglienza e qualche silenzio di troppo sui crimini dell’islamismo, stia
veramente cambiando in meglio la Chiesa; ma non solo adattandosi ai gusti e
alla moda del momento, ma nel profondo.
È stato detto che una lunga marcia comincia con un passo. Lui quella marcia l’ha già iniziata.
Una Chiesa più vicina alla gente, che parla il linguaggio del
popolo e dei giovani, che sa ascoltare e che porta un messaggio di misericordia.
Ma il Vangelo non vuol dire “lieto annuncio”?
E un grande messaggio di semplicità. Il Papa che vive in un
monolocale/bilocale di 50 mq non è un esempio
per tutti i governanti e businessmen di questo mondo schiavo del denaro?
Un Papa che viene fatto passare da alcuni per un "sempliciotto". Anche di S. Francesco dicevano lo stesso. Ma ha cambiato la storia della Chiesa nel Medioevo e rimane anche per il mondo di oggi un punto di riferimento per ogni popolo civile.
Per il Papa, amante della musica pop, un bel brano tratto dal primo album dei New Trolls (Senza orario né bandiera) del 1968: "Signore, io sono Irish", di De André, Mannerini, Di Paolo- De Scalzi- Reverberi. La voce è di Vittorio De Scalzi.
"Signore, io sono Irish; quello che non ha la bicicletta".
"Signore, io sono Irish; quello che verrà da Te in bicicletta".
Tra le poesie dedicate ad una donna, “La signorina
Felicita” di Guido Gozzano (1911) è una delle più riuscite.
Posto solo qualche strofa, come invito alla rilettura di questo piccolo
capolavoro.
Dietro la scherzosa e quasi irriverente descrizione della signorina, il
poeta cerca di nascondere la sua commossa ammirazione e uno struggente
sentimento amoroso.
Ma neppure l’ironia riesce a salvarlo dal mistero della donna, “senza fine
bello!”.
Un augurio a tutte le donne, in questo giorno a loro dedicato.
La signorina Felicita, ovvero la Felicità
III
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
……
Donna: mistero senza fine bello!
(Guido Gozzano)
Nella foto in alto: "Giovane bionda seduta" (1918), Amedeo
Modigliani, National Gallery, Washington.
Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.
Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o
sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a
disegnarlo.
Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi
hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.
In prima liceo classico, come è noto, si inizia lo studio
della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il
termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece
riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo
“assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il
significato etimologico: absolutus, “sciolto
da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò
di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si
univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante,
da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale
nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella
ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più
profonda convinzione.
Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva
sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei
comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un
faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono
oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del
bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona
nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un
corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele,
uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge
mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua
vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei
figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con
Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna
barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata
libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né
uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di
vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella
che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio
come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.
Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una
scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e
signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo
in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si
volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi
degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più
tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie
aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla
fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il
mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere
un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento
nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le
dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi
rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su,
non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono
necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato
la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si
faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza
tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate
parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare
la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito
rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella
è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino
alla pensione. Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel
pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato”
la vita (se non altro scolastica).
Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.
Quando il sole di marzo fa presagire l’inizio della
primavera, allora sento il bisogno di fare delle belle camminate sulle colline
che circondano la mia città.
Oggi però è "una giornata uggiosa", e sono rimasto a casa. E poi, con questa stagione, è presto per respirare a pieni polmoni l’aria
primaverile e i suoi balsamici profumi.
Ma qualche ciuffo di viole, qualche biondo tarassico e qualche candida margherita si vedono spuntare qua e là, anche nei giardini pubblici.
I giardini di marzo...
Il mese di Lucio Battisti, nato il 5 marzo. Non posso
lasciar passare sotto silenzio musicale questi giorni, e non ricordare la sua
canzone più bella.
Altri magari considerano più belle altre sue canzoni. La
musica non è una scienza esatta, e sui gusti non si discute. Ogni canzone poi è
legata a qualche ricordo, e quando si entra nel mondo dei sentimenti, la
ragione non vuol sentir ragione.
Lascio perciò a ognuno la sua canzone preferita.
A me lasciatemi quel gelataio col suo carretto, quello
studente squattrinato, quel vestito più bello di mia madre ancora giovane, quei
cieli immensi e quelle praterie dove poter distendere la fantasia e
l’immaginazione....
E vividi ricordi, dolcissimi come gli arpeggi di questa
canzone.
Quando vedi intorno a te miserie di ogni genere, ti passa la
voglia di parlare e ancor più di scrivere.
Sarebbe preferibile il silenzio.
Ma anche una musica appropriata può essere rasserenatrice.
Il mio indimenticabile maestro, morto in giovane età, mi
diceva: “Quando mi sento un po’ giù, suono questo preludio di Bach”. E al
pianoforte eseguiva il Preludio in Si bemolle minore del I Volume del
Clavicembalo ben temperato.
Un brano di una perfezione fidiaca che, nel suo andamento scandito, passa da un inizio di profonda tristezza ad un momento di dialogo tra le parti
(quasi un: "perché piangi?"), per giungere ad un sereno finale.
La tonalità minore diventa maggiore non solo nell’ultimo
accordo, come è prassi frequente in Bach, ma attraverso un doloroso travaglio interiore, espresso da alcuni accordi dissonanti, che poi si risolvono in una vittoriosa catarsi.
Ho sempre in mente quelle parole del maestro, e devo dire
che fra tutti i 24 brani del Clavicembalo ben temperato, sia del I che del II
volume, questo mi dà più emozioni di qualunque altro.
È anche un brano che può esprimere bene il tempo attuale di Quaresima: un progressivo cammino di purificazione interiore per giungere rinnovati alla gioia della Pasqua.
L'ultimo giorno di Carnevale non può essere passato sotto silenzio.
Anzi! Occorre una bella musica che soddisfi l'orecchio e rassereni lo spirito. Ne abbiamo bisogno.
Poi verrà il Mercoledì delle Ceneri, a ricordarci la nostra condizione umana.
Oggi invece, Martedì Grasso, è il momento della gioia spensierata, per quanto si può e nonostante il tempo inclemente, almeno qui nella Tuscia Annonaria (a Viareggio i carri allegorici non hanno sfilato per il forte vento).
E allora affidiamoci alla musica barocca francese, e a uno dei suoi maggiori esponenti: Jean-Philippe Rameau (1683-1764).
La fastosità e la brillantezza del barocco francese si riassumono bene in questo “selvaggio” Rondò, o meglio, “Rondeau delle Indie Galanti” (1735).
Rameau, oltre che grande musicista, è stato anche il teorizzatore dell’armonia nel senso vero e proprio del termine, avendo scritto nel 1722 il primo trattato di questa disciplina: “Traité de l’harmonie”.
Prima di lui l’armonia era più un intuito del musicista che una scienza “esatta”. Più un’arte che una disciplina.
Con Rameau l’armonia diventa una vera e propria “scienza”, cioè una riflessione su ciò che l’orecchio sente come “naturale”, espressa in regole rigorose, che ancor oggi vengono studiate nel “corso di armonia” nei Conservatori.
Naturalmente si sono anche moltiplicati i manuali di studio.
Quello di Rameau è stato il primo. Perfino Bach ha dovuto studiarlo, benché controvoglia...
Il duetto, inframezzato dal coro, è un elogio della semplicità e della pace delle "selvagge" Indie (di America), contro i falsi miti della civiltà europea.
Straordinariamente efficaci l’interpretazione del soprano Magali Léger, del baritono Laurent Naouri, de Les Musiciens du Louvres e la direzione di Marc Minkowski.
Buon Martedì Grasso, con questa musica festosa! I coriandoli metteteli voi...
Qualunque sia il giudizio sulla morte di Fabiano Antoniani, conosciuto
come dj Fabo, mi pare doveroso ricordarlo con un omaggio musicale.
Era un affermato dj, non poteva vivere senza la musica (lo
aveva anche tatuato nel braccio), ma un drammatico incidente nell’estate del
2014 aveva stroncato ogni suo sogno, oltre che il suo fisico.
Ieri, a 40 anni appena compiuti, ci ha voluti lasciare.
Lo voglio onorare con un brano dei Jethro Tull. La band
inglese, che dj Fabo conosceva certamente, è stata una delle prime a unire il
rock alla musica classica, dando vita a quello che venne chiamato “rock progressivo” (prog rock).
Dj Fabo amava il rock e le sue infinite varianti. Mi pare
opportuno però aggiungere un tocco di musica classica in questa circostanza;
per questo ho pensato al prog rock dei Jethro Tull.
Posto perciò il loro brano più celebre, la “Bourrée”, dall’album
Stand Up del 1969. È una rivisitazione della Bourrée di J. S. Bach tratta
dalla I Suite per liuto (BWV 996).
Egregia l’esecuzione al flauto di Ian Anderson, che ci fece
conoscere allora questo gioiello musicale di Bach. Una dedica a dj Fabo, che spero apprezzerà.
Mi pare opportuno in quest’ultima domenica di Carnevale
(mercoledì prossimo sono le Ceneri) divertirsi un po’ con la musica polifonica del
geniale bolognese Adriano Banchieri (1568-1634).
Si tratta del madrigale carnascialesco a cinque voci “Contraponto
bestiale a la mente” (1608), nel quale, come ci informa la Capricciata introduttiva
a tre voci, si ode
"un cane, un gatto, un cucco e un chiù
per spasso
far contraponto a mente sopra un basso”.
In altre parole, mentre il basso canta la sua parte, quattro
voci che imitano il verso degli animali suddetti fanno per divertimento
("per spasso") una polifonia (“un contraponto”) improvvisata (“a
mente”).
In realtà non c'è nulla di improvvisato, la partitura è
tutta scritta.
I soprani primi fanno la terza discendente Mi-Do del cucco
(cuculo); i soprani secondi fanno il verso del chiù, con le note Sol e La; i
contralti il gatto, con una parte più elaborata; i tenori il cane, con un Do
ripetuto.
Il basso fa la base al contrappunto, cantando queste parole
in latino maccheronico e scherzoso, come è tutto il brano: “Nulla fides gobbis, similiter
est zoppis, si sguerzus bonus est, super annalia scribe”, cioè: Nessuna
fiducia nei gobbi, ugualmente è per gli zoppi, se un guercio è bravo, scrivilo
sugli annali”.
L’inizio del madrigale (con ripetizione alla fine) è di
carattere accordale, in tempo ternario.