Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Uno dei più grandi desideri di Papa Francesco è di andare a
far visita al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kiril I.
L’intenzione è ovviamente quella di cercare un riavvicinamento della Chiesa Cattolica con la Chiesa Ortodossa della “terza Roma”.
Con la Chiesa Ortodossa della “seconda Roma”, cioè Costantinopoli
(Istanbul), gli incontri sono frequenti, iniziati già a partire da Paolo VI al
tempo del Concilio Vaticano II.
Papa Francesco ha già incontrato il Patriarca Kiril a L’Avana
il 12 febbraio dello scorso anno, e i due hanno firmato una dichiarazione
congiunta, che è già un fatto clamoroso.
La Cuba “comunista” ha favorito l’incontro
con il Papa e il Patriarca. Lo Spirito soffia dove vuole...
Ma Papa Francesco vorrebbe andare a trovare gli Ortodossi a
casa loro, nella Santa Russia.
Intanto, come augurio per questo quarto anno di pontificato, facciamo arrivare a Mosca la musica argentina. Ovviamente un tango, e uno dei più celebri, composto da
Astor Piazzolla: “Libertango” (1974).
Papa Francesco, che col suo "mascellone" e il "pollice su" conquista la copertina della nota rivista americana Rolling Stone, tra l’altro nel
50° anniversario della sua nascita, fa comunque sensazione.
Ci saranno quelli che criticheranno il papa, finito nella copertina di una rivista rock, come un “oddity”, una stranezza, un
elemento estraneo, uno stridente ossimoro.
Altri magari faranno notare che questo papa esce
clamorosamente dai soliti schemi pontifici, ama i "selfie" e parla di smartphone,
saluta col pollice in su, per cui si merita un I like.
Io credo che Papa Francesco, a parte (secondo il mio modesto parere) qualche semplificazione
sull’accoglienza e qualche silenzio di troppo sui crimini dell’islamismo, stia
veramente cambiando in meglio la Chiesa; ma non solo adattandosi ai gusti e
alla moda del momento, ma nel profondo.
È stato detto che una lunga marcia comincia con un passo. Lui quella marcia l’ha già iniziata.
Una Chiesa più vicina alla gente, che parla il linguaggio del
popolo e dei giovani, che sa ascoltare e che porta un messaggio di misericordia.
Ma il Vangelo non vuol dire “lieto annuncio”?
E un grande messaggio di semplicità. Il Papa che vive in un
monolocale/bilocale di 50 mq non è un esempio
per tutti i governanti e businessmen di questo mondo schiavo del denaro?
Un Papa che viene fatto passare da alcuni per un "sempliciotto". Anche di S. Francesco dicevano lo stesso. Ma ha cambiato la storia della Chiesa nel Medioevo e rimane anche per il mondo di oggi un punto di riferimento per ogni popolo civile.
Per il Papa, amante della musica pop, un bel brano tratto dal primo album dei New Trolls (Senza orario né bandiera) del 1968: "Signore, io sono Irish", di De André, Mannerini, Di Paolo- De Scalzi- Reverberi. La voce è di Vittorio De Scalzi.
"Signore, io sono Irish; quello che non ha la bicicletta".
"Signore, io sono Irish; quello che verrà da Te in bicicletta".
Tra le poesie dedicate ad una donna, “La signorina
Felicita” di Guido Gozzano (1911) è una delle più riuscite.
Posto solo qualche strofa, come invito alla rilettura di questo piccolo
capolavoro.
Dietro la scherzosa e quasi irriverente descrizione della signorina, il
poeta cerca di nascondere la sua commossa ammirazione e uno struggente
sentimento amoroso.
Ma neppure l’ironia riesce a salvarlo dal mistero della donna, “senza fine
bello!”.
Un augurio a tutte le donne, in questo giorno a loro dedicato.
La signorina Felicita, ovvero la Felicità
III
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
……
Donna: mistero senza fine bello!
(Guido Gozzano)
Nella foto in alto: "Giovane bionda seduta" (1918), Amedeo
Modigliani, National Gallery, Washington.
Oggi è il dies natalis, il giorno della morte di S. Tommaso d'Aquino, il grande pensatore cristiano che ha dato un contributo essenziale alla ricerca filosofica e teologica.
Non starò qui a fare una dissertazione sul suo pensiero. Ci vorrebbe molto più di un post.
Nemmeno voglio fare una disquisizione sulla fede o
sull’ateismo. Ognuno ha il suo cammino da compiere e ci penserà la vita a
disegnarlo.
Colgo questa occasione invece per ricordare semplicemente alcuni episodi della mia vita che mi
hanno portato a credere con più convinzione. Momenti che sono impressi nella mia memoria in maniera indelebile.
In prima liceo classico, come è noto, si inizia lo studio
della filosofia.
Il professore un giorno, parlando di Dio, usò più volte il
termine “l’Assoluto”. Questa parola mi colpì profondamente e mi fece
riflettere.
Era una parola che conoscevo per altri motivi: l’ablativo
“assoluto” in latino, il genitivo “assoluto” in greco. Ne conoscevo il
significato etimologico: absolutus, “sciolto
da legami”.
Ma quell’Assoluto usato al posto del nome di Dio mi ampliò
di colpo l’orizzonte mentale e mi fece sentire più grande. Compresi che la mia fede di ragazzo diventava più matura; era una fede che si
univa alla filosofia, attraverso un termine che mi piaceva e che soddisfaceva il mio spirito. La parola Dio nell’adolescenza spesso è sentita come una parola ingombrante,
da catechismo. Ma ora per me era "l’Assoluto", di fronte al quale
nessuno poteva negare di sentirsi “relativo”. La mia fede aveva trovato nella
ragione il suo potente alleato.
Da allora in poi ho potuto pronunziare il nome di Dio con più
profonda convinzione.
Gesù Cristo, i suoi insegnamenti, chi non li conosce? Eppure c’era qualcosa che mi faceva
sentire un po’ a disagio. Quei comandamenti, quelle pratiche religiose, quei
comportamenti da mettere in atto li sentivo, più o meno consapevolmente, come un
faticoso dovere da compiere.
In compenso la Sacra Scrittura mi è sempre piaciuta; sono
oltretutto documenti storici di straordinaria importanza, senza parlare del
bellissimo latino della Vulgata di S. Girolamo, che ancora mi risuona
nell’orecchio, e il più popolare greco della Koinè.
Ebbi così modo, in età universitaria, di frequentare un
corso sulle lettere di S. Paolo, in particolare la Lettera ai Galati, tenuto da un grande biblista, Angelo Tafi.
Fu per me una scoperta straordinaria.
S. Paolo era stato un fervente fariseo, discepolo di Gamaliele,
uno che trovava lo scopo della vita nell’osservanza rigorosa della Legge
mosaica.
Dopo la prodigiosa conversione sulla via di Damasco la sua
vita cambiò radicalmente. Dalla “schiavitù della Legge” scoprì la “libertà dei
figli di Dio”. Riconosce che la Legge mosaica era stata un utile pegagogo (Gal 3, 25); ma con
Cristo, tutto quello che prima lo teneva soggiogato, viene spazzato via. Nessuna
barriera, nessun pregiudizio, nessun impedimento può più fermarlo. È la sospirata
libertà dei maggiorenni.
“Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né
uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).
Erano tra l’altro gli anni della contestazione, 1968-1969.
Quelle lezioni segnarono per me un decisivo cambiamento di
vita, un’esperienza di liberazione interiore più inebriante perfino di quella
che veniva sventolata nelle strade e nelle piazze. Mi sentii un "uomo nuovo", proprio
come dice S. Paolo. Un uomo finalmente libero.
Quando misi piede per la prima volta da giovane insegnante in una
scuola, mi trovai in una bolgia dantesca. Quella degli ignavi.
Gli ignavi erano quei giovanotti e
signorine che avevano deciso di fare assemblea di classe spontanea, nel periodo
in cui nella scuola superiore tutto, o quasi, era permesso, nei primi anni ‘70.
Rimasi scioccato. I miei bei progetti d’insegnante si
volatilizzarono all’istante. Andai verso la cattedra senza che alcuno mi
degnasse di uno sguardo. Avevano altro da fare. Passai un anno di “purgatorio”, per rimanere in tema dantesco. Tra uno sciopero, una manifestazione, un’assemblea, un’occupazione e quant’altro, passai più
tempo nella stanza-bunker del preside e nella sala insegnanti, che nelle mie
aule scolastiche.
Avevo sempre desiderato insegnare, era una vocazione. Alla
fine di quell’annus horribilis ero giunto alla decisione di non ripresentare mai più domanda in Provveditorato (ero precario, ovviamente).
Non sapevo però come dirlo a mia madre: in casa entrava il
mio discreto stipendio, i miei ne avevano bisogno, ed erano orgogliosi di avere
un “professore”, e io stesso un po’ mi dispiacevo di dover lasciare l’insegnamento
nel quale, fino a un anno prima, credevo fermamente.
Mia madre mi vide giù di corda e un giorno mi disse: “Che hai? Non ti senti bene? Ti vedo un po’ abbattuto.” Io mi feci coraggio e le
dissi con grande amarezza: “Mamma, non mi sento di tornare a scuola; mi
rimane troppo faticosa. Mi dispiace per lo stipendio.”
Mi aspettavo che mia madre dicesse qualcosa come: “Su su,
non ti scoraggiare, prova ancora, sei capace; e i soldi sono
necessari...”
Immaginandomi una risposta del genere, avevo già preparato
la mia: “No, non me la sento. Non ci torno assolutamente!”
Mia madre mi guardò e mi disse: “Senti. Prima si
faceva senza il tuo stipendio; e ora faremo senza il tuo stipendio. Se non vuoi tornare a scuola, non ci tornare!”
Mi sentii sollevato. Anzi, sentii dentro di me una forza
tale, del tutto sconosciuta fino ad allora, che mi fece tornare in me stesso e mi tolse ogni dubbio. In quel momento, quelle inaspettate e ispirate
parole mi fecero capire cosa dovevo fare: andare in Provveditorato e presentare
la domanda di incarico.
A ottobre ritornai a scuola con un altro spirito, uno spirito
rinnovato: “Ragazzi! qui si viene per studiare. Se non ne avete voglia, quella
è la porta!”
Passai un anno bellissimo. E dopo quello, tanti altri, fino
alla pensione. Prima della Fornero...
Uno dei doni dello Spirito Santo è il consiglio. In quel
pomeriggio d’estate del 1975 un consiglio ispirato di mia madre mi ha “salvato”
la vita (se non altro scolastica).
Anche per questo mi piace ascoltare il mirabile "Cum Sancto Spiritu", finale del Gloria XII di Antonio Vivaldi.
Quando il sole di marzo fa presagire l’inizio della
primavera, allora sento il bisogno di fare delle belle camminate sulle colline
che circondano la mia città.
Oggi però è "una giornata uggiosa", e sono rimasto a casa. E poi, con questa stagione, è presto per respirare a pieni polmoni l’aria
primaverile e i suoi balsamici profumi.
Ma qualche ciuffo di viole, qualche biondo tarassico e qualche candida margherita si vedono spuntare qua e là, anche nei giardini pubblici.
I giardini di marzo...
Il mese di Lucio Battisti, nato il 5 marzo. Non posso
lasciar passare sotto silenzio musicale questi giorni, e non ricordare la sua
canzone più bella.
Altri magari considerano più belle altre sue canzoni. La
musica non è una scienza esatta, e sui gusti non si discute. Ogni canzone poi è
legata a qualche ricordo, e quando si entra nel mondo dei sentimenti, la
ragione non vuol sentir ragione.
Lascio perciò a ognuno la sua canzone preferita.
A me lasciatemi quel gelataio col suo carretto, quello
studente squattrinato, quel vestito più bello di mia madre ancora giovane, quei
cieli immensi e quelle praterie dove poter distendere la fantasia e
l’immaginazione....
E vividi ricordi, dolcissimi come gli arpeggi di questa
canzone.
Quando vedi intorno a te miserie di ogni genere, ti passa la
voglia di parlare e ancor più di scrivere.
Sarebbe preferibile il silenzio.
Ma anche una musica appropriata può essere rasserenatrice.
Il mio indimenticabile maestro, morto in giovane età, mi
diceva: “Quando mi sento un po’ giù, suono questo preludio di Bach”. E al
pianoforte eseguiva il Preludio in Si bemolle minore del I Volume del
Clavicembalo ben temperato.
Un brano di una perfezione fidiaca che, nel suo andamento scandito, passa da un inizio di profonda tristezza ad un momento di dialogo tra le parti
(quasi un: "perché piangi?"), per giungere ad un sereno finale.
La tonalità minore diventa maggiore non solo nell’ultimo
accordo, come è prassi frequente in Bach, ma attraverso un doloroso travaglio interiore, espresso da alcuni accordi dissonanti, che poi si risolvono in una vittoriosa catarsi.
Ho sempre in mente quelle parole del maestro, e devo dire
che fra tutti i 24 brani del Clavicembalo ben temperato, sia del I che del II
volume, questo mi dà più emozioni di qualunque altro.
È anche un brano che può esprimere bene il tempo attuale di Quaresima: un progressivo cammino di purificazione interiore per giungere rinnovati alla gioia della Pasqua.
L'ultimo giorno di Carnevale non può essere passato sotto silenzio.
Anzi! Occorre una bella musica che soddisfi l'orecchio e rassereni lo spirito. Ne abbiamo bisogno.
Poi verrà il Mercoledì delle Ceneri, a ricordarci la nostra condizione umana.
Oggi invece, Martedì Grasso, è il momento della gioia spensierata, per quanto si può e nonostante il tempo inclemente, almeno qui nella Tuscia Annonaria (a Viareggio i carri allegorici non hanno sfilato per il forte vento).
E allora affidiamoci alla musica barocca francese, e a uno dei suoi maggiori esponenti: Jean-Philippe Rameau (1683-1764).
La fastosità e la brillantezza del barocco francese si riassumono bene in questo “selvaggio” Rondò, o meglio, “Rondeau delle Indie Galanti” (1735).
Rameau, oltre che grande musicista, è stato anche il teorizzatore dell’armonia nel senso vero e proprio del termine, avendo scritto nel 1722 il primo trattato di questa disciplina: “Traité de l’harmonie”.
Prima di lui l’armonia era più un intuito del musicista che una scienza “esatta”. Più un’arte che una disciplina.
Con Rameau l’armonia diventa una vera e propria “scienza”, cioè una riflessione su ciò che l’orecchio sente come “naturale”, espressa in regole rigorose, che ancor oggi vengono studiate nel “corso di armonia” nei Conservatori.
Naturalmente si sono anche moltiplicati i manuali di studio.
Quello di Rameau è stato il primo. Perfino Bach ha dovuto studiarlo, benché controvoglia...
Il duetto, inframezzato dal coro, è un elogio della semplicità e della pace delle "selvagge" Indie (di America), contro i falsi miti della civiltà europea.
Straordinariamente efficaci l’interpretazione del soprano Magali Léger, del baritono Laurent Naouri, de Les Musiciens du Louvres e la direzione di Marc Minkowski.
Buon Martedì Grasso, con questa musica festosa! I coriandoli metteteli voi...
Qualunque sia il giudizio sulla morte di Fabiano Antoniani, conosciuto
come dj Fabo, mi pare doveroso ricordarlo con un omaggio musicale.
Era un affermato dj, non poteva vivere senza la musica (lo
aveva anche tatuato nel braccio), ma un drammatico incidente nell’estate del
2014 aveva stroncato ogni suo sogno, oltre che il suo fisico.
Ieri, a 40 anni appena compiuti, ci ha voluti lasciare.
Lo voglio onorare con un brano dei Jethro Tull. La band
inglese, che dj Fabo conosceva certamente, è stata una delle prime a unire il
rock alla musica classica, dando vita a quello che venne chiamato “rock progressivo” (prog rock).
Dj Fabo amava il rock e le sue infinite varianti. Mi pare
opportuno però aggiungere un tocco di musica classica in questa circostanza;
per questo ho pensato al prog rock dei Jethro Tull.
Posto perciò il loro brano più celebre, la “Bourrée”, dall’album
Stand Up del 1969. È una rivisitazione della Bourrée di J. S. Bach tratta
dalla I Suite per liuto (BWV 996).
Egregia l’esecuzione al flauto di Ian Anderson, che ci fece
conoscere allora questo gioiello musicale di Bach. Una dedica a dj Fabo, che spero apprezzerà.
Mi pare opportuno in quest’ultima domenica di Carnevale
(mercoledì prossimo sono le Ceneri) divertirsi un po’ con la musica polifonica del
geniale bolognese Adriano Banchieri (1568-1634).
Si tratta del madrigale carnascialesco a cinque voci “Contraponto
bestiale a la mente” (1608), nel quale, come ci informa la Capricciata introduttiva
a tre voci, si ode
"un cane, un gatto, un cucco e un chiù
per spasso
far contraponto a mente sopra un basso”.
In altre parole, mentre il basso canta la sua parte, quattro
voci che imitano il verso degli animali suddetti fanno per divertimento
("per spasso") una polifonia (“un contraponto”) improvvisata (“a
mente”).
In realtà non c'è nulla di improvvisato, la partitura è
tutta scritta.
I soprani primi fanno la terza discendente Mi-Do del cucco
(cuculo); i soprani secondi fanno il verso del chiù, con le note Sol e La; i
contralti il gatto, con una parte più elaborata; i tenori il cane, con un Do
ripetuto.
Il basso fa la base al contrappunto, cantando queste parole
in latino maccheronico e scherzoso, come è tutto il brano: “Nulla fides gobbis, similiter
est zoppis, si sguerzus bonus est, super annalia scribe”, cioè: Nessuna
fiducia nei gobbi, ugualmente è per gli zoppi, se un guercio è bravo, scrivilo
sugli annali”.
L’inizio del madrigale (con ripetizione alla fine) è di
carattere accordale, in tempo ternario.
L'amica Annamaria, nel suo pregevole blog "Gioire in
Musica" (https://annaclassica.blogspot.it/) ha postato il secondo
movimento, Andante larghetto e staccato (Basso ostinato), del Concerto
in Sol minore per organo e orchestra, op. 7 n. 5 (HWV 310) di G. F.
Händel, del 1750.
Un brano, e relativo post di commento, che consiglio
vivamente di non perdere, perché si tratta di una pagina molto bella.
Mentre ascoltavo l'esecuzione organistica della partitura da
parte di Karl Richter, mi è improvvisamente tornato alla mente un fatto legato
ai miei trascorsi musicali.
Ho avuto la fortuna di essere stato allievo di Fosco
Corti, uno dei più bravi direttori di coro della II metà del secolo scorso, e
valente organista.
Spesse volte alla fine dei suoi concerti eseguiva all'organo
un "Allegro"in Sol minore di Händel, dal primo volume
del Liber Organi di Sandro Dalla Libera. Una musica brillante
e festosa, davanti alla quale rimanevo estasiato, e che anch'io nel mio piccolo
poi ho imparato a eseguire.
In fondo al brano il curatore annota così: "È il finale
del Concerto in sol min. scritto in tempo di Gavotta".
Molte volte ho cercato in YouTube questa originaria
"Gavotta" di Händel, senza mai trovarla, o meglio,
trovando solo la Gavotta in Sol maggiore.
Il post di Annamaria, che ha riportato il II movimento del V
Concerto in Sol minore, mi ha fatto scattare una molla: "Stai a vedere che
la Gavotta che cercavo è il movimento finale di questo Concerto!"
Sono andato così ad ascoltare in YouTube il finale di
quel concerto,e cosa ti trovo nell'ultimo movimento? L'Allegro che
cercavo da tanto tempo, che mi entusiasmava quando Fosco Corti si metteva alla
tastiera e lo eseguiva splendidamente, dal suo Liber Organi che
poi mi ha lasciato, e che conservo come una reliquia.
Ma le sorprese non sono finite. Quest'ultimo movimento non è altro
che una rielaborazione dell' Allegro finale (Gavotta) del III
Concerto in Sol minore, op. 4 di Händel (HWV 291), del 1735.
In effetti il brano da me ascoltato in gioventù era proprio questo del 3°
Concerto.
Ora finalmente sono soddisfatto. Mi sarebbe dispiaciuto
lasciare in sospeso un filo pendente della mia curiosità e del mio passato.
Grazie, carissima Annamaria, per aver sollecitato i miei
neuroni e avermi fatto ritrovare il tempo perduto!
Poiché è proprio l'Allegro finale del 3° Concerto in Sol
minore per organo e orchestra quello che più si avvicina alla trascrizione di
Sandro Dalla Libera, preferisco postare questo brano, anziché quello successivo
del 1750.
E ne ho trovato uno (in formato MIDI) che riproduce
esattamente la parte organistica.
Non è il massimo della perfezione. Ma è sufficiente per
avere un'idea dello splendore e della genialità del brano.
Chi vuole ascoltare l'originale (e sarebbe auspicabile!) può
cercare il finale dei due concerti ricordati, e magari mettere a confronto le
due versioni.
Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo avanti Cristo, erano pervenuti ad affermare l'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, in base ad argomenti di ragione.
Questo "dialogo" utilizza solo quei concetti, di cui poi il Cristianesimo si servirà (con qualche importante modifica) nell'annuncio della fede.
A sinistra l'immagine di Platone (disegnata da Raffaello); a destra un busto di Epicuro.
Il dialogo si svolge ad Atene agli inizi del IV secolo a. C. tra un amico di Platone e un uomo di Alicarnasso
- Ehilà, uomo di Alicarnasso!
- Ciao, amico di Platone!
- Qual buon vento ti porta qui ad Atene?
- No, nessun vento. Le mie gambe, piuttosto.
- Sempre di buon umore, eh? Lo so che ti piace scherzare...
- Sono discepolo di Epicuro e di Lucrezio, mi piace la concretezza; sono realista.
- Epicuro e Lucrezio? E chi sono? Non li ho mai sentiti dire.
- Verranno dopo di te, stanne certo. Noi sosteniamo che tutto è fatto di particelle piccolissime, indivisibili. E quando siamo morti, queste se ne vanno a caso per l’aria, a formare altri corpi.
- Quindi tu, come Democrito, il mondo a caso poni?
- Certo! Perché, c’è qualche altra spiegazione?
- Per esempio, Aristotele non dice così; e mi pare abbia argomentato con più verosimiglianza.
- Aristotele! Chi era costui?
- Ne sentirai parlare. Verrà dopo di noi. Egli sostiene che il mondo è ordinato secondo regole e leggi, sia fisiche che morali. Nulla è a caso. È inutile lanciare un sasso mille volte per aria; non imparerà mai a volare. E anche tu, uomo di Alicarnasso, ti comporti secondo principi di saggezza e regole morali; non sei certo uno che si pavoneggia scioccamente o che strepita e si agita nel teatro della vita, dicendo cose che non significano nulla. O no?
- Certo che no! I miei discorsi sono sensati, e il mio comportamento è irreprensibile, secondo la logica e l'etica epicurea: niente di troppo, il piacere consiste nell’equilibrio tra estremi. Il giusto mezzo, insomma.
- Appunto, come dice pure Aristotele. L’uomo è un animale ragionevole. E con un’anima che trascende il suo corpo.
- Qui non ti seguo, caro amico di Platone. L’anima è mortale. Io sono uno di quelli che l’anima col corpo morta fanno.
- Trovo la tua affermazione un po’ contraddittoria. Se dici di seguire regole morali, se hai idee che ritieni giuste, se affermi delle verità universali, dovrai ammettere che provengono da qualcosa che non è solo un casuale aggregato di particelle. Ci deve essere in noi un principio che trascende la parte materiale, e che le dà ordine, moralità e verità. Un principio che supera la pura materia; un’anima immateriale e immortale insomma, che è l’origine della verità e della moralità in ciascuno di noi, come ha insegnato il mio maestro Socrate.
- Caro amico di Platone, io credo solo a ciò che vedo! e quest’anima non si è mai vista. Tu l’hai forse vista? L’hai misurata, calcolata, pesata? Ha un colore, un sapore, un odore, una forma?
- E tu puoi vedere i tuoi pensieri, odorare i tuoi sentimenti, le tue passioni, le tue idee? Le hai pesate, misurate, spezzate, come saranno spezzate quelle particelle che tu chiami indivisibili?
- Quelle particelle non potranno mai essere spezzate; non per nulla le chiamiamo atomi!
- Li spezzeranno, li spezzeranno… Perché la materia è quantità, occupa spazio, perciò è per sé stessa divisibile. Le idee invece non occupano spazio e superano ogni ostacolo materiale. Sono immortali, sono di un’altra consistenza, sono una realtà spirituale, divina.
- Sogni, i tuoi sono solo sogni! Mi sembri come quel poeta che ha detto che la vita ha la consistenza dei sogni. La realtà invece è concreta, ed è quella che possiamo vedere e toccare con mano. Il resto è silenzio.
- Non esserne così certo. C’è chi ha detto che le cose più concrete sono proprio le idee. Senza idee l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra; anzi, non sarebbe neppure uomo, distinto dall’animale. E se c’è stato progresso, questo si deve proprio alla capacità dell’uomo di formulare concetti, ipotesi, idee; sogni, come tu dici, che però si sono rivelati quanto di più concreto si possa immaginare.
- Ammetto che le idee siano importanti; ma perché devono provenire da un’anima dentro di noi?
- E da quale principio dovrebbero provenire? Solo da organi materiali, limitati nel tempo e nello spazio? Sarebbe una contraddizione in terminis. Se ho pensieri immortali, in me ci deve essere un principio immortale. Dammi retta, uomo di Alicarnasso. Se l’uomo viene ridotto solo a ciò che mangia, viene umiliato nella sua dignità più grande. Non sarebbe diverso dagli altri animali; anzi, mi parrebbe il più misero di tutti, perché, mentre gli altri ignorano la loro sorte, noi sappiamo con certezza che cosa ci riserva il futuro: una condanna a morte.
- Ma io, da buon epicureo, non aspetto la morte; semplicemente la ignoro: quando ci sono io non c'è lei, e quando c'è lei non ci sono io.
- Ma i segni del tempo ti obbligano a pensarci ogni tanto, amico mio. Anzi, come dirà Seneca, ogni giorno moriamo, perché non è l’ultima goccia che fa vuotare la clessidra, ma tutta l’acqua che è scorsa prima. Perfino l'imperatore Federico II di Svevia, verso il quale mostrerai profonda ammirazione, proprio lui, dopo una vita non certo esemplare, al momento della morte volle indossare l'abito da monaco e morire con quello.
- Non vorrai farmi diventare un uomo spirituale, uno che va in Chiesa e dai preti per paura della morte e dell’aldilà!
- La Chiesa, i preti? Che significa? Chi sono?
- Lo saprai, lo saprai. Avrai a che farci tutti i giorni, per secoli e secoli. E se non stai attento, ti faranno bere la cicuta, come al tuo maestro Socrate. Anzi, ti metteranno sopra una catasta di legna e ti daranno fuoco.
- Ah! Proprio una brutta fine. Ma a te, che sei un epicureo, non ti hanno ancora messo al rogo?
- Ancora no. Per questo me ne sto alla larga…
- Ma attento a non allontanarti troppo, perché invece che arrosto, potresti finire allo spiedo, come il prode Anselmo.
- Per questo anch'io porto le braghe di ferro.
- Se poi guardi ancora più avanti, potresti ritrovarti in un regime peggiore di quello dei Trenta Tiranni, che il valoroso Trasibulo ha rovesciato qualche anno fa, come ben ricorderai.
- Non ci sarà più spazio per regimi tirannici, in un futuro di epicurei e scettici. È la religione la causa di ogni male, come scriverà in versi mirabili il mio caro Lucrezio.
- Veramente Lucrezio parlava della religione pagana, quella che faceva sacrifici umani agli dei; non immaginava di certo cosa sarebbe successo quando l'uomo si fosse sostituito a Dio nel governare la terra: il sacrificio di Ifigenia si sarebbe moltiplicato per milioni di volte! Tu invece questi orrori li vedrai con i tuoi occhi, uomo di Alicarnasso, e non so come potrai giustificarli.
- Non mi vorrai attribuire qualche colpa...
- Ma quando mai! Tu sei un uomo pacifico, e le tue guerre sono solo verbali. Non ami la Chiesa, questo è vero, ma non manderesti (forse) alla ghigliottina nessuno.
-Neanche tu, amico di Platone, sei un uomo di guerra. Le tue battaglie sono soprattutto contro gli errori di grammatica (che il tuo futuro discepolo Agostino considererà più gravi di un peccato mortale) e contro qualche miscredente, che non metteresti (forse) al rogo, ma magari alla berlina.
Gli esami di maturità sono sempre
stati (in passato) per gli alunni un vero spauracchio, da esorcizzare con un
intenso anno di studio.
Per i commissari, tranne che per
quello interno, la cosa era ben diversa: si trattava di un mese (circa) un po’
faticoso, ma compensato da un discreto rimborso economico e da una “allegra brigata", se si riusciva a trovare il giusto feeling.
Quell’anno mi trovai a far da
commissario di filosofia e storia (c’era chi portava storia come terza materia) in un liceo classico di Firenze, uno dei più prestigiosi. Non era la
prima volta che venivo nominato commissario a Firenze. Da Arezzo mi veniva
bene. Beneficiavo della trasferta e la sera (volendo) potevo tornare a casa.
Con gli altri commissari mi trovai
subito a mio agio. La commissaria interna ogni mattina ci faceva arrivare la
colazione in ben forniti vassoi: “La guardi che vengono da Paszkowski!” Non mi
facevo pregare per abbuffarmi, con quelle belle paste e con quei panini al
prosciutto…
Tutto sembrava andare nel
migliore dei modi. I primi problemi sorsero ovviamente alla correzione dei temi
d’italiano. La commissaria (che non era toscana e non proveniva da un liceo) si
scontrò varie volte con la commissaria interna, fiorentina: “La guardi che qui
siamo a Ffirenze, e l’italiano l'abbiamo inventato noi!” In effetti anch’io ebbi l’impressione
che l'amica d’italiano avesse una preparazione alquanto modesta.
Agli orali l’impressione divenne
certezza.
È cosa normale che nell’interrogazione il candidato si presenti con l’antologia, sulla quale il commissario
indica poi un testo da far leggere e commentare.
È altresì cosa nota che gli esami di
maturità sono pubblici e quindi può assistere chiunque. Spesso il candidato
non vuole “testimoni”; ma in quel liceo la platea in fondo all’aula d’interrogazione
era sempre piena: genitori, compagni, amici…
La modesta preparazione della
commissaria si manifestò chiaramente dal fatto che a coloro che portavano la
sua materia faceva quasi sempre le stesse domande: Le riviste fiorentine del
primo ‘900, “Il gelsomino notturno” del Pascoli, “Il Cinque Maggio” del
Manzoni, e poco più.
Il momento topico si ebbe quando
ad un candidato la commissaria domandò di commentare il Coro del Terzo Atto
dell’Adelchi. Il giovane, invece di aprire l’antologia e di leggere il brano, cominciò
a recitare a mente:
“S’ode a destra uno squillo di
tromba;/a sinistra risponde uno squillo:/d'ambo i lati calpesto rimbomba/da
cavalli e da fanti il terren…”.
La commissaria non dava segni di
vita, e rimaneva a guardare lo studente, meravigliata di quel suo andare
spedito a memoria, mentre vedevo che la platea in fondo alla stanza dava segni
di agitazione: chi guardava in faccia l'altro meravigliato, chi dava gomitate nei fianchi, chi sorrideva con le mani davanti alla bocca…
Per l’appunto ero proprio collocato
accanto all’amica commissaria, e mentre il giovane Pico della Mirandola
continuava a sciorinare i versi
manzoniani, io mi rivolsi a lui e gli dissi: “Guarda, che ti ha chiesto il Coro dell’Adelchi,
non quello del Conte di Carmagnola”.
La platea si ricompose all’istante,
il candidato chiese scusa, la commissaria sorrise, e subito il giovane iniziò
la recita giusta: “Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti…”.
Dicono oggi che imparare a
memoria sia uno spreco di tempo e una pratica pressoché inutile.
Platone diceva
invece che “conoscere significa ricordare”. Lo diceva in maniera radicale, ma
noi possiamo prenderlo anche come un monito didattico.
In quella torrida estate
fiorentina, in un’aula di liceo, un po’ di memoria ci salvò dal ridicolo. E si poté continuare a mangiare
con gusto le colazioni di Paszkowski.
L’amica commissaria mi invitò a
passare la serata con lei; ma io le dissi che avevo un impegno ad Arezzo, e
declinai l’invito.
Un po’ di musica nella festa degli innamorati ci vuole. Se
no, che festa è, eh?
Ho pensato così a una delle più belle romanze del patrimonio lirico: lo struggente canto di Nadir, “Je crois entendre encore”, tratto dall’opera “I pescatori di perle” (1863), di Georges Bizet.
Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.
È conosciuta anche nella libera traduzione italiana: “Mi par d’udire ancora”.
Propongo la romanza di Nadir nella stupenda performance di Placido Domingo, il quale esegue il canto in una tonalità più alta dell’originale, giungendo nell’acuto fino al re bemolle sopra il rigo.
Un vero regalo per tutte le ascoltatrici (e gli ascoltatori). Non è da tutti superare il do.
Buon S. Valentino!
Je crois entendre encore
Je crois entendre encore, caché sous les palmiers, sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers. Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement ! Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !
Mi sembra di sentire ancora, nascosta sotto le palme,
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe
selvatiche.
Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!
Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
socchiudere i suoi lunghi veli ai tiepidi venti della sera.
Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!
Fino a qualche anno fa nei
dizionari della lingua italiana la voce “foiba” aveva più o meno questa
asettica dicitura: “Tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme
sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. “Dolina:
depressione di forma arrotondata frequente nei terreni calcarei e dovuta al
fenomeno carsico” (Zingarelli, 1996).
Solo dal 2006 lo Zingarelli, alla
voce ‘foiba’ associa anche gli “eccidi e rappresaglie ad opera dei partigiani
comunisti jugoslavi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale e subito
dopo”.
Oggi qualsiasi dizionario, anche
il più ottuso e scalcinato, non può fare a meno di ricordare, insieme al
“fenomeno carsico”, gli eccidi di italiani (friulani, giuliani, istriani,
dalmati) ad opera dei partigiani comunisti (non solo jugoslavi, però),
perpetrati come pulizia etnica e politica.
Insomma, dopo che furono
ammazzate e seppellite nelle foibe migliaia di persone, si è cercato di
seppellire anche la loro memoria.
Un po’ troppo, anche per la
“kultura” storica italiana, egemonizzata per decenni dall’ideologia marxista.
Per ricordare i martiri delle
foibe e le centinaia di migliaia di italiani che alla fine della II guerra mondiale dovettero lasciare gli ex territori italiani dell’Istria, di Fiume e della
Dalmazia, profughi in patria, propongo una delle più famose sonate per violino che
siano state mai scritte: “Il
Trillo del Diavolo”, del 1713, di Giuseppe Tartini.
Propongo questo celeberrimo brano
non solo per la sua bellezza, ma anche perché Tartini (1692 – 1770) era nativo
di Pirano, in Istria, (ora in Slovenia), uno
dei luoghi al centro delle tragiche vicende di cui oggi facciamo memoria.
Il titolo della sonata, per
violino e basso continuo, in Sol minore, deriva dal fatto che il grande
compositore veneto sognò di fare una sfida con il diavolo stesso, e questi
eseguì una musica così sublime, di cui “Il Trillo del Diavolo” sarebbe una
labile trascrizione. In realtà l’opera è un caposaldo della musica per violino,
e nelle parti virtuosistiche anticipa la genialità di Paganini.
Possiamo dire che il titolo del
brano in questa giornata ha un significato del tutto particolare: il diavolo
sembrò in effetti trionfare nelle foibe; e tra i martiri di quell’orrenda
carneficina voglio ricordare Don
Francesco Bonifacio, sacerdote, nato come Tartini a Pirano, torturato e
poi eliminato nel settembre del 1946.
Solo una vittoria apparente di
satana, però, poiché Don Francesco Bonifacio è stato beatificato nel dicembre
2008, alla testa di una schiera di martiri per i quali il “Larghetto
Affettuoso” del I Movimento della sonata di Tartini sembra un premonitore e
commosso saluto.
Invito comunque ad ascoltare tutta la sonata, anche perché eseguita da uno dei più grandi violinisti viventi: Uto Ughi, nato a Busto Arsizio (1944), anch’egli di origini
istriane; i suoi genitori, come Tartini, erano di Pirano, scampati in tempo agli eccidi dei “fenomeni carsici”.
La grammatica mi è sempre piaciuta. Forse per il tipo di scuola che ho fatto, quella classica, o forse per i bravi insegnanti che me l’hanno fatta apprezzare.
Non avrei creduto però che un giorno mi sarebbe servita per “salvare” una classe di studenti agli esami di maturità.
Era una classe V di un istituto professionale. Io ero commissario interno, il “difensore d’ufficio”, in una commissione allora tutta
esterna di sei docenti.
Al professionale l’italiano è una materia sacrificata,
poiché il grosso del programma è costituito da materie d’indirizzo.
Il terrore degli studenti, anzi, studentesse nella quasi
totalità, era perciò quello di avere un commissario d’italiano, o il presidente
di commissione, che provenisse da un liceo.
Quell’anno dal Ministero venne nominato come presidente di
commissione un’insegnante proveniente da un liceo classico, docente di materie
letterarie.
Nella classe si diffuse il panico...
Io pensavo con preoccupazione ai temi scritti, dove
la grammatica spesso latitava; e si sa quanta importanza abbia quella prova.
Gli esami iniziarono. La presidente si dimostrò fin da
subito una persona severa e arrogante. Quando, finiti gli scritti e la prova
tecnica, si passò alla correzione collegiale dei temi, dissi mentalmente, come Don
Abbondio davanti ai bravi: “ci siamo”.
Il primo tema da correggere era di una delle migliori alunne. Non c’era
rigo su cui la presidente non mettesse il becco e di conseguenza non facesse
segnare con la matita. Cercavo di fare una strenua difesa, ma i segni al bordo
del foglio o sotto le parole si moltiplicavano, mentre dentro di me pensavo
alle alunne più “scarse”: questa me le boccia tutte.
Ad un certo punto (ovviamente un caso fortuito, ma per me
qualcosa di più) ci imbattemmo in una frase che conteneva il pronome “sé
stesso”, scritto proprio così, con l’accento sul sé.
La presidente (uso il termine boldriniano, per motivi
inconsci) ebbe subito a dire: “Eh! Quando il sé è seguito da stesso o medesimo,
sarebbe meglio non accentarlo”.
Ringraziai dentro di me il Signore, e pensai: questa volta ti ho fregato, cara mia! “No, dissi senza scompormi troppo, lasci stare;
il pronome va bene così”. “Eh no! - disse lei alzando la voce - Quando il sé è
seguito da stesso, è meglio togliere l’accento. Quindi lo segno”. Allora anch’io
alzai un po’ la voce e dissi con fermezza: “È vero esattamente il contrario. Il pronome sé andrebbe sempre accentato. Quando è seguito da
stesso o medesimo, l’accento si può omettere”.
“Come?! Ma non è così! Quando è
seguito da stesso o medesimo, l’accento è bene toglierlo!”
Avevo ormai raggiunto il mio scopo: farle abbassare la
cresta. Dissi: “Mettiamola così: se ha ragione lei, io mi gioco la mia
onorabilità d’insegnante di lungo corso; se ho ragione io, lei ci paga stamani
la colazione. Guardi, lì ci sono i dizionari: Zingarelli, Devoto-Oli, Palazzi…
Scelga lei”.
Subito un commissario si alzò, prese lo Zingarelli, trovò il
lemma e lesse a voce alta: “Sé, pronome personale di terza persona… Se seguito
da stesso, anche senza accento”.
La presidente diventò bianca come il muro che aveva alle
spalle, io feci finta di nulla e dissi: “Stamani ci paga la colazione”.
La correzione del tema continuò più o meno così: se una
parola o una frase o una virgola le sembrava da correggere, prima diceva: “Senta,
Amicusplato, io qui segnerei”. E io: “No, via, può andare bene anche così”...
Per farla breve, tutta la classe venne promossa.
Lo so che è ormai abitudine non mettere più l’accento dopo
il sé, quando è seguito da stesso/a o medesimo/a. E anche l'Accademia della Crusca la considera opzione valida, insieme alla forma accentata. Ma ad es. l'Enciclopedia dell'Italiano Treccani usa sempre la forma accentata. La prof del liceo avrebbe anche oggi comunque torto; non poteva segnare né errore né imperfezione.
A meno che la Boldrini non emani una legge anche sugli accenti.
Ci sono delle canzoni o dei brani musicali che ogni tanto
devo riascoltare, quasi per una carenza di zuccheri a livello
melodico-affettivo...
In ordine di priorità il Canto di
Solveig, di Edvard Grieg, che non per niente ho messo come clip audio nel mio profilo di
blogger. Ogni tanto devo riascoltarlo; se no, entro in crisi glicemica.
Poi (ma è un poi per modo di dire, siamo sempre a livelli
clinici), Mattinata ("O Lola") della Cavalleria Rusticana,
specialmente nella registrazione di Caruso del 1905.
Quando però mi assale la nostalgia, allora bisogna che
faccia ricorso alla canzone napoletana; e qui la scelta diventa infinita: si
tratta solo di mettere mano al barattolo della nutella.
Ora è proprio il caso della nostalgia; il carnevale mi fa
quest’effetto. Ripenso ai carnevali di un tempo nel mio paese: coriandoli,
stelle filanti, e qualche bella e indimenticata mascherina…
Ripropongo “Dicintencello vuje”, Diteglielo voi, che le voglio bene. Una canzone del 1930, di R. Falvo e E. Fusco, qui cantata da Sal Da Vinci (2005).
Sembra una dichiarazione d'amore per interposta persona: 'A voglio bene (Le voglio bene), ma alla fine, tolta la "maschera", si scopre essere una dichiarazione in diretta: Te voglio bene...
Pochi minuti per rialzare il livello degli zuccheri, e dei
sentimenti.
È del tutto inutile notare che Lucio Dalla si servì del
ritornello di questa stupenda canzone per la sua non meno stupenda “Caruso” (1986).
Dicitencello vuje
Dicitencello a 'sta cumpagna vosta
ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...
ch' 'a penzo sempe,
ch'è tutt''a vita mia...
I' nce 'o vvulesse dicere,
ma nun ce 'o ssaccio dí...
Rit.'A voglio bene...
'A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm''a scordo maje.
E' na passione,
cchiù forte 'e na catena,
ca mme turmenta ll'anema...
e nun mme fa campá!...
Na lácrema lucente v'è caduta...
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st'uocchie doce,
vuje sola mme guardate...
Levámmoce 'sta maschera,
dicimmo 'a veritá...
Te voglio bene...
Te voglio bene assaje...
Si' tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale...
Te cerco comm'a ll'aria:
Te voglio pe' campá!...
Uno dei punti di riferimento della storia della musica è l’oratorio
“Il Messia” di G. F. Händel, composto nel 1741.
Un’opera mirabile, una musica “divina”, che lascia ogni
volta stupefatti per la freschezza e la magnificenza del suo impianto e delle
singole parti.
Dalle antiche profezie, fino alla venuta del Messia, alla
sua passione, morte e risurrezione, è un susseguirsi di brani orchestrati,
cantati in coro o da solisti, con lo splendore di una musica che supera il tempo
e lo spazio.
Per questo, nel giorno della Presentazione di Gesù al Tempio
e della Purificazione di Maria Santissima, festa conosciuta popolarmente col
nome di Candelora, mi pare opportuno postare dal “Messia” un piccolo brano
corale (soprani-contralti-tenori-bassi) con orchestra.
Piccolo per modo di dire. È un travolgente fiume di note,
che parte dall’assolo del soprano come da una sorgente, per poi arricchirsi dagli
infiniti apporti delle altre sezioni, fino a placarsi nel grandioso finale.
Musica che supera ogni spazio. Ho preferito
scegliere a questo riguardo l’esecuzione di un coro coreano di Seul, anziché quella di qualche
coro occidentale, magari più perfetta, meno solfeggiata e con più sfumature.
Ma è evidente, nella performance coreana, l’impegno e la
passione per la mirabile partitura.