domenica 23 ottobre 2011

In illo tempore (latino maccheronico)




Il latino “maccheronico” è un tipo scrittura che mi ha sempre affascinato. È un latino infarcito di italianismi, fatto apposta per far sorridere. Ci vorrebbe la penna del grande Teofilo Folenghi (1491-1544), che con il latino maccheronico ha scritto interi poemi...
Io mi accontento di una breve serie di strofe, in occasione del mio ennesimo compleanno.
Una cosa è certa: oggi mangerò i maccheroni...




In illo tempore, charta se spiegat,
natus sum ego. Quis se ne fregat?
Septimus filius, postea sex donnas,
quasi miraculus de la Madonnas.

Pater meus felix, mater contenta,
nostra progenies non erit spenta.
Et sic mea mater, mulier et casta,
dixit meo patri: et hora, basta!

Sum convixutus cum sex sorellis,
me vitiaverunt, in annis bellis;
et hodie in vece, homo non novum,
non sum capacis cocere ovum.

Subtus mea casa, pro mea fortuna,
est ristorantis, et hora una
quando est momentum de manducare,
descendo scales et eo magnare.

Ibi vicinum est bar fornitum
et cum barista sine maritum;
ergo, post prandium, in hunc localem
eo ad bibendum caffem specialem.

Quando de nocte obdormit mundus
coram computer sedeo iucundus,
et scribo in pacem, in tardas horas,
quanto me passat per interioras.

Mei cari amici, omnes valete!
vos habitantes in tota rete!
In isto die, in quo sum natus,
salutem dicit Amicusplatus.


Amicusplato

Nel video: "Un americano a Roma" (1954), film di Stefano Vanzina, con Alberto Sordi (e il suo inglese maccheronico).


venerdì 21 ottobre 2011

Gheddafi ucciso. Un "commento" di Wagner



La morte del "colonnello" Muʿammar Gheddafi (Sirte, 7 giugno 1942 – Sirte, 20 ottobre 2011) pone fine alle vicende umane di un personaggio di cui la storia avrebbe fatto volentieri a meno.

Ma non sarò io a dare il calcio dell’asino.

Se non altro, il suo ferimento a morte nella città natale ha riscattato, almeno in parte, la sua figura impresentabile e grottesca.

Da rivoluzionario e capopolo, dopo la presa del potere in Libia nel 1969 si è trasformato in un dittatore avido e spietato, e alla lunga il suo stesso popolo (con l’appoggio di potenze esterne molto interessate...) gli si è rivoltato contro e lo ha travolto.

Per un personaggio simile, meglio sarebbe un silenzio tombale.

Ma non è possibile lasciar passare sotto silenzio questa morte, se non altro per il lunghissimo periodo in cui Gheddafi è stato al potere, con tutto ciò che ha combinato.

Per un personaggio simile dobbiamo ricorrere alla musica di Richard Wagner, e in questo caso all' opera “Rienzi”, eseguita la prima volta a Dresda proprio il 20 ottobre (1842).

In fondo, anche Cola di Rienzo (Rienzi), nel XIV secolo, acclamato dal popolo di Roma come liberatore e tribuno, una volta giunto al potere subì un cambiamento in peggio; e quello stesso popolo che lo aveva acclamato, sobillato ad arte dai nobili spodestati, lo rovesciò dal Campidoglio e lo uccise.

Un leit-motiv che si è ripetuto molte volte nel corso dei secoli, nonostante quello che dice il titolo completo dell'opera wagneriana: “Rienzi, l’ultimo dei tribuni”.

Il brano che presento è il “Coro di Donne”, dell’Atto III, che pregano per la vittoria dei popolani guidati dal Rienzi contro i nobili.

È un Wagner "giovanile", la sua musica è ancora facilmente comprensibile. E già bellissima.


Atto III. Coro di Donne

Schütz, heil'ge Jungfrau, Romas Söhne!
Steh ihnen bei in Kampfesnot!
Laß sie uns schauen in Sieges Schöne,
Und ihren Feinden sende Tod!
Maria, sieh im Staub uns flehn!
O, blick auh uns aus Himmelshöhn!


Proteggi, Vergine santa, i figli di Roma!
Nell’angoscia della lotta assistili!
Fa' che li vediamo nella bella vittoria,
e morte invia ai loro nemici!
Maria, vedi, nella polvere noi ti preghiamo!
oh, guardaci dalle altezze celesti!

mercoledì 19 ottobre 2011

Dopo lo scempio di Roma, la bellezza della preghiera



Dopo il “sacco di Roma” del 15 ottobre scorso, perpetrato da numerosi gruppi di delinquenti organizzati, che oltre al ferimento di persone e alla distruzione di beni mobili e immobili, se la sono presa anche con le immagini sacre, abbattendo e calpestando una statua della Madonna e frantumando un Crocifisso nella Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano, desidero allontanarmi anche nel tempo da quell’atmosfera irrespirabile e tetra per salire “in più spirabil aere”, come direbbe il Manzoni.

Mi allontano da quei fatti e da quel tipo di gioventù inqualificabile; ma non dalla città di Roma, per postare la preghiera del “Padre Nostro” della "Messa dei Giovani" (conosciuta come "Messa Beat”) di Marcello Giombini (1928-2003). Infatti nell’Oratorio della Chiesa della Vallicella il 27 aprile 1966 altri giovani, con ben altri intenti, dettero esempio di una vera “rivoluzione” nella musica sacra.

Senza esagerare e senza retorica, Marcello Giombini e il complesso sardo dei Barrittas (insieme ad altri due gruppi romani, Angel and the Brains e The Bumpers), operarono una svolta epocale, paragonabile a quella di Palestrina con la polifonia, rispetto al gregoriano, nel XVI secolo.

I tre complessi giovanili lanciarono sanpietrini di note e frantumarono qualche timpano. Ma solo metaforicamente.

E furono lanci creativi, che ancora oggi arrivano a segno.

La prima volta che ascoltai questo “Padre Nostro” (fu il primo brano in assoluto di quella Messa che sentii eseguire da un complesso; ancora il disco non era arrivato nei negozi cittadini), mi sembrò di entrare in una nuova dimensione, nella bellezza assoluta.

Il brano che Youtube passa è però certamente una cover dell’originale, cantato nel 1966 dai Barrittas.

Questa "Messa" la conosco troppo bene per non riconoscere le numerose differenze tra questo brano e quello dell'inimitabile gruppo di Benito Urgu.

Accontentiamoci di questa copia. Comunque bella...

domenica 16 ottobre 2011

Er sacco de Roma (pasquinata)







Scesero i Visigoti a fare er sacco
de Roma, so' ppassati duemilanni.
Jeri sono ariscesi, poffarbacco,
e han fatto a la città ‘n sacco de danni.

L’ommini l’altra volta, poveracci,
se salvonno in le chiese, co’ le donne;
ma i bbarbari de jeri, li mortacci,
nun li fermò né Cristi né Madonne.



Amicusplato

sabato 15 ottobre 2011

Voici la Révolution! Santa Teresa d'Avila.



Voglio onorare S. Teresa d’Avila, di cui ricorre oggi la festa, con uno degli episodi più drammatici e gloriosi accaduti nella storia dell’Ordine Carmelitano, di cui Teresa fu la grande riformatrice.

Mi riferisco al martirio delle 16 carmelitane del Monastero di Compiègne, ghigliottinate a Parigi il 17 luglio 1794 da parte dei rivoluzionari francesi, come nemiche della Rivoluzione...

Salirono il patibolo cantando il "Veni Creator Spiritus"; in effetti lo Spirito Santo è il più grande rivoluzionario della storia.

Ha fatto più morti amnmazzati la Rivoluzione francese in 5 anni, che in cinque secoli di esistenza l’Inquisizione, compreso il primo genocidio della storia moderna, cioè il massacro della Vandea.

Ovviamente, tutto questo il mondo laicista lo dimentica, anzi, vorrebbe cancellarlo dagli annali.

Noi siamo qua invece per ricordare che la scia del sangue dei martiri cristiani continua ancora oggi, nella quasi indifferenza dei nipotini di Robespierre.

Ma il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani (Tertulliano).

Per non dimenticare, ecco il nome delle 16 martiri:

Madre Thérèse de St. Augustin (Madeleine Claudine Lidoine, 41 anni), priora del Monastero
Suor Saint Louis (Marie-Anne Brideau, 41 anni)
Suor Euphrasie de l’Immaculée Conception (Marie Claude Cyprienne Brard, 57 anni)
Suor Julie-Louise de Jésus (Rose Chrétien de Neuville, 53 anni)
Suor Ste Marthe (Marie Dufour, 51 anni)
Suor Constance de Jésus (Marie-Geneviève Meunier, 28 anni, novizia)
Suor Marie-Henriette de la Providence (Anne Pelras, 34 anni)
Suor de Jésus Crucifié (Marie-Anne Piedcourt, 79 anni)
Suor Marie du Saint-Esprit (Angélique Roussel, 52 anni, conversa)
Suor Thérèse de St. Ignace (Marie Gabrielle Trézel, 51 anni)
Suor Charlotte de la Résurrection (Anne Marie Madeleine Françoise Thouret, 79 anni)
Suor St. François-Xavier (Juliette Verolot, 30 anni, conversa)
Suor Thérèse du Cœur de Marie (Marie-Antoinette Hanisset, 52 anni)
Suor Catherine (Catherine Soiron, 52 anni, suora esterna)
Suor Thérèse (Thérèse Soiron, 43 anni, suora esterna)
Madre Henriette de Jésus (Marie Françoise Gabrielle de Croissy, 49 anni).

Da questo tragico episodio sono state tratte alcune celebri opere, come i Dialoghi delle Carmelitane di G. Bernanos (1949) e il dramma musicale omonimo di F. Poulenc (1957).

Qui si riporta la scena finale del film Dialogues des Carmélites del 1983 realizzato per la TV francese da Pierre Cardinal.

venerdì 14 ottobre 2011

Sibelius, ovvero la Finlandia






Ci sono degli autori che in certo senso rappresentano un’intera nazione, anche se la loro opera travalica i limiti dello spazio e del tempo.

Il nome di Edvard Grieg, ad esempio, è legato alla Norvegia; non a caso il suo capolavoro è rappresentato dal Peer Gynt, una magnifica suite musicale che si ispira al capolavoro di Henryk Ibsen, norvegese anch’egli.

Lo stesso si può dire di Jean Sibelius (1865-1957), che ha legato il suo nome alla sua patria, la Finlandia. Non per niente l’opera più rappresentativa è proprio il poema sinfonico “Finlandia”.

Ma di Sibelius è molto noto, e rappresenta un caposaldo della musica moderna, il Concerto in Re minore per violino e orchestra, op. 47, composto tra il 1903 e il 1905.

In particolare il terzo e ultimo movimento, “Allegro, ma non tanto” (in Re maggiore), che è quello postato, presenta difficoltà tecniche formidabili e rappresenta un banco di prova di ogni grande violinista.

Non si tratta però solo di abilità tecnica, ma di un brano bellissimo, che nelle parti dialogate con l'orchestra assume aspetti epici, grandiosi.

La voce solista non si perde nell’immensa distesa innevata e lacustre del paesaggio finnico, ma rappresenta invece l’anima più profonda di un popolo che ha saputo rendere affascinante una terra quasi “inabitabile”.

Notevole l’esecuzione della sedicenne Leila Josefowicz, oggi violinista affermata (1977).

L'orchestra è The Academy of St. Martin in the Fields, diretta dal grande Sir Neville Marriner.

giovedì 6 ottobre 2011

Ave Maria, virgo serena!



Agli inizi del mese di ottobre un pensiero alla Madonna del Rosario è doveroso.

Il Rosario è una preghiera bellissima nella sua semplicità estrema.

Ave Maria... Santa Maria... facendo scorrere tra le dita i grani della corona.

Sono i “misteri” della vita di Gesù visti con gli occhi della Madre, dal concepimento fino alla glorificazione in cielo.

L’Ave Maria è una preghiera che ognuno conosce e nessuno può dimenticare; come non si può dimenticare la propria mamma: in genere, è il primo e spesso anche l’ultimo nome che viene pronunziato.

Tra gli innumerevoli capolavori musicali dedicati a Maria, presentiamo una perla polifonica del fiammingo Josquin des Près, uno dei grandi polifonisti rinascimentali (1450-1521).

La scuola fiamminga si caratterizza per la finezza contrappuntistica. Si può notare anche in questa bellissima preghiera, “Ave Maria, virgo serena” (1502), un mottetto a quattro voci miste a cappella.

Domina lo stile imitativo, quasi a canone, talvolta. Ma nell'apparente semplicità, c'è una trama compositiva molto raffinata.

E trasmette un senso di grande pace.



Ave Maria
gratia plena
dominus tecum,
virgo serena.

Ave, cuius conceptio,
solemni plena gaudio,
coelestia terrestria
nova replet laetitia.

Ave, cuius nativitas
nostra fuit solemnitas,
ut lucifer lux oriens
verum solem praeveniens.

Ave, pia humilitas,
sine viro fecunditas,
cuius annuntiatio
nostra fuit salvatio.

Ave, vera virginitas,
immaculata castitas,
cuius purificatio
nostra fuit purgatio.

Ave, praeclara omnibus
angelicis virtutibus,
cuius assumptio
nostra glorificatio.

O mater Dei,
memento mei. 

Amen.

mercoledì 5 ottobre 2011

Fijo de... (pasquinata)








M'hanno chiamato fijo  de mignotta
ner sito in do' passai quattr'anni bboni.
Pensavo meritare 'na paggnotta,
m'han dato invece un calcio ne' cojoni.

Pasquì, te se' de coccio, che tte frega,
eppoi se' un busto, 'un ci hai manco le palle,
te j'avresti risposto 'na ciofega
e avresti alzato, ar massimo, le spalle.

Ma te sei te, e io 'nvece ci ho er cazzo,
e quello stronzo che mi' madre offese
l'ho fatto galleggia' un po' dentro er tazzo
der cesso; e doppo, lo sciacquone scese.



Amicusplato

martedì 4 ottobre 2011

Laudato sii, mi Signore!



“Laudato si', mi Signore!”

Così pregava S. Francesco nel Cantico delle Creature.

Tutto per il Poverello di Assisi era degno di lode nel mondo, compresa sorella morte “corporale”, alla quale nessuno può sfuggire, ma che prepara l’incontro con il Signore. Solo la “seconda morte”, quella irreparabile dei malvagi, è da evitare accuratamente.

Una visione della vita con occhi limpidi, sereni; ma non ingenui, come talvolta invece si vuol far passare l’insegnamento di Francesco, e come si conviene al Santo più somigliante a Cristo, anche nella sofferenza delle stigmate.

La gioiosa esperienza francescana può essere ben espressa dalla festosa musica di Antonio Vivaldi. Anche in Vivaldi qualunque tema, sia pur doloroso, viene tradotto in musica rasserenatrice.

Per essere in linea con il Cantico delle Creature, mi pare appropriato il Salmo 116 (117): “Laudate Dominum omnes gentes”, Lodate il Signore, tutte le genti!

Lo splendido brano di Vivaldi, RV 606, in Re minore, è per Coro a 4 voci miste (SCTB), archi e basso continuo.

Una dedica particolare agli utenti (tutti) di Oknotizie, che in questi giorni ho salutato.


Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius,
Et veritas Domini manet in aeternum.
 
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
Sicut erat in principio, et nunc, et semper.
Et in saecula saeculorum.
Amen.

Lodate il Signore, tutte le genti;
lodatelo, popoli tutti.
Poiché è stata confermata la sua misericordia sopra di noi,
e la verità del Signore dura in eterno.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
come era nel principio, e ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Amen.

domenica 2 ottobre 2011

Di che colore sono gli Angeli Custodi?




Nella festa degli Angeli Custodi mi viene in mente la bella canzone “Angeli negri”, cantata da Fausto Leali (1968).

Anzitutto per il tema: gli angeli ci sono, e sono di tutti i colori.
“Di che colore è la pelle di Dio?” cantava il celebre musical “Up with people” (Viva le gente!) nel 1965: “E’ nera, rossa, gialla, bruna, bianca, perché Lui ci vede uguali davanti a sé.”

Inoltre perché, a mio parere, questa canzone ha una frase musicale che fa venire in mente la più bella canzone dei Beatles: “Yesterday”.

La frase di cui parlo, in Yesterday è all’inizio (“all my troubles seemed so far away”), in Angeli negri è alla fine (“anche i negri che hanno pianto”). È una frase inconfondibile, perché sale in alto velocemente per gradi congiunti con la medesima melodia.

Ho già parlato di questo 'plagio' (IMHO) in un altro post.


Ora mi interessa festeggiare gli Angeli Custodi con questa stupenda canzone, tratta da un modesto film (Angelitos Negros) del 1948.

http://youtu.be/k8V-EkTeX7U

Una  canzone che è stata eseguita da molti artisti, a cominciare dall'attore-cantante del film, il messicano Pedro Infante.

Ma la più bella interpretazione rimane per me quella di Fausto Leali, la voce più “negra” dei nostri cantanti del 1968.


venerdì 30 settembre 2011

Sometimes I feel...




Ho sempre avuto un debole per il canto negro-spiritual e il gospel.

La generazione che ha fatto il 68 aveva tra i suoi ideali la fine delle discriminazioni razziali, e Martin Luther King era uno degli “eroi” di quella liberazione. Il suo “dream” era anche il nostro.

Uno dei segni di questa vicinanza ideale erano proprio i negro-spirituals; canzoni, anzi “songs”, come Jericho, Go down Moses, John Brown, ma anche i più dolci Deep River, Heaven e Motherless Child erano sempre... a portata di chitarra.

A me piacevano poi, oltre che per la loro bellezza e originalità assoluta, per la loro forte componente spirituale (se no, che “spirituals” sarebbero?)
Non solo rivelano una profonda fede cristiana (molti canti sono vere e proprie pagine bibliche in musica), ma invocano una liberazione non-violenta, disarmata, che a me piaceva. Come poi in effetti sostanzialmente è avvenuto. 

Ciò che sembrava impossibile negli anni 60, oggi è storia, con Barack Obama.

Tra i vari complessi di quegli anni indimenticabili ce n’era uno “interrazziale” (non era cosa frequente allora!), Les Humphries Singers, guidato dalla bella voce della giamaicana Liz Mitchell.

Da lei ascoltiamo, in questo giorno che dice addio al settembre, il dolcissimo "Matherless Child".

I “negri” si sentivano orfani e lontani da casa, non solo a motivo della loro antica schiavitù, che li aveva strappati alla patria e alla famiglia, ma anche nel senso spirituale: lontani ancora da quella casa che è il cielo, simbolo anche di libertà vera.

E in questo senso, il canto rispecchia la nostra condizione umana. Siamo tutti "lontani da casa".

Ho preferito questo video originale, del 1971, ad un altro restaurato. Qui si gusta meglio il tempo trascorso.

E quanto cammino è stato fatto...

giovedì 29 settembre 2011

S. Michele Arcangelo, ovvero Michelangelo






S. Michele Arcangelo. Oggi è la sua festa liturgica.

“Chi come Dio?” Questo è il significato del nome ebraico Michael.

È il Principe delle schiere celesti che sconfigge Satana nel nome di Dio onnipotente (Ap 12, 7).

Molti portano questo nome impegnativo. Ma ce ne sono due che gli hanno fatto davvero onore:
Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Nel primo caso basta il nome: Michelangelo, e si staglia davanti a noi la figura del più grande genio delle arti figurative, compresa l'architettura, secondo il concetto vasariano di raffigurazione spaziale.

Nel secondo caso il nome della persona è stato soppiantato dal nome di luogo. Ma la grandezza di Caravaggio è degna del nome (vero) che portava: Michelangelo anche lui.

Il David (1504) rappresenta alla perfezione ciò che si intende per genio. Michelangelo non si accontenta di fare una figura perfetta (il Vasari dirà ammirato: “Qui sono stati superati anche i Greci antichi”).

In realtà nella figura perfetta di David viene, in modo altrettanto perfetto, raffigurata la pagina biblica da cui l’artista trae ispirazione. Lo sguardo intenso e la fronte corrugata in un moto di sdegno ci ricordano plasticamente le parole dette da David a Golia: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani” (1 Sam 17, 45-46).



La “Madonna dei Pellegrini” (1604) di Caravaggio è un esempio sublime di che cosa significhi invece “sermo humilis”, il linguaggio quotidiano, anche nella fede. Non siamo davanti ad un “santino” raffaellesco, né all’epicità di Michelangelo, ma alla realtà quotidiana.

Due piedi nudi sporchi in faccia a chi guarda. Uno scandalo inaudito!

Ma si tratta dei piedi di pellegrini popolani, non di nobili che viaggiano in carrozza. Bastoni da viaggio, facce raggrinzite, vene varicose, toppe nel fondo schiena dei calzoni... Eppure quei ginocchi a terra, quelle mani giunte, quei volti in preghiera fanno fare all’arte e alla fede un balzo in avanti definitivo.

E la Madre di Dio è raffigurata come una giovane mamma che ha come caratteristica sacra la pulizia del volto e dei vestiti e appena un filo di aureola, con quel suo Bambino che guarda interessato e si piega come la madre verso i due poveri oranti.

Non c’è da dar torto ai committenti che rifiutarono allora il quadro, giudicandolo poco adatto alla devozione.

Caravaggio, con un colpo d’ala, aveva portato l’arte nel futuro.

Non per niente si chiamava Michelangelo.



lunedì 26 settembre 2011

Un giudice a Berlino


 












Preceduto dal solito clima di diffidenza, se non di ostilità preconcetta, Benedetto XVI è tornato nella sua patria quasi da straniero.

Ma, come ormai ci ha abituati, ha compiuto un piccolo-grande capolavoro; non lui, ovviamente, ma lo Spirito di Dio che lo guida e lo illumina.

La diffidenza si è tramutata in calorosa accoglienza, l’ostilità in una standing ovation e il boicottaggio in bagni di folla.

Perfino i giornali più critici hanno scritto parole di apprezzamento.

Hanno colpito le sue parole, sempre alte e profonde, e il suo atteggiamento, umile e dolce, che sa chiedere perdono anche per i misfatti degli uomini di Chiesa.

Un vero padre, cioè un vero papa.

Sarà la storia a giudicare. Ma quei riferimenti alle dittature brune e rosse, che nel nome di ideologie atee hanno portato l’umanità sull’orlo del precipizio, hanno colpito nel segno, in una nazione che le ha provate entrambe.

Benedetto XVI ha aperto una riflessione anche sull' attuale ideologia, quella di matrice rigidamente positivistica, che crede di poter "creare" l’uomo senza rispettare la sua “ecologia”, cioè la sua natura oggettiva, concreta, data.

Come la natura si sta ribellando alla manipolazione umana, così, ha ammonito implicitamete il papa, anche la natura umana non potrebbe a lungo sopportare manipolazioni che ne alterino il suo patrimonio interiore, e non solo quello genetico.

Senza la coscienza comune, "naturale", del bene e del male, senza una ragione condivisa e un’apertura verso Dio creatore, l’uomo smarrisce sé stesso. “Oppure credete che il mondo di oggi vada abbastanza bene?” ha detto con un pizzico d’ironia teutonica il papa tedesco.

Certo, rimarrà impressa nel cuore e nella mente dei politici di tutto il mondo quella citazione agostiniana: senza la giustizia, che cos’è uno Stato se non “magnum latrocinium", una banda di briganti, un grande latrocinio?

Lo ha detto al Bundestag, a Berlino.

Almeno a Berlino non può mancare un giudice...


Mi permetto di citare un mio post sul pensiero agostiniano, che riporta la frase citata dal Papa:

sabato 24 settembre 2011

Autunno: non solo nebbia in Valpadana



Autunno. Una stagione dall’umore imprevedibile.

Talvolta lo trovi mite ed accogliente, altre volte è intrattabile e freddo.

Quel poco che ne è rimasto (si sa, le mezze stagioni non esistono più...) ti fa provare, magari nello stesso giorno, tutti i fenomeni atmosferici, mandando in tilt meteorologi e bollettini per naviganti...

In compenso funghi, castagne, polenta (e osei per bergamaschi e veneti), vino, olio e bruschetta compensano ampiamente le nebbie in Valpadana, le piogge in Toscana, lo scirocco in Sicilia e l’acqua alta a Venezia.

Una stagione, o quel che ne rimane, che ti sorprende comunque, nel bene e nel meno bene (speriamo senza frane e smottamenti quest’anno), e che prima dei rigori invernali ti fa sperimentare le ultime sensazioni di ciò che lasci e gli anticipi di ciò che ti aspetta.

Per una stagione così variegata, ci vuole una musica fremente, e anche un esecutore, anzi un’esecutrice, di grande temperamento.

Il musicista russo Alexsandr Nikolaievic Skrjabin (1872-1915) è un autore poco conosciuto, ma non per questo poco importante.
“Il suo modo di suonare appassionato, nervoso, colorito l’aveva reso celebre in tutta Europa e, dal 1906, anche in America” (H. H. Stuckenschmidt). 
Riprendeva la tradizione romantica di Chopin e di Liszt, per approdare a un tipo di composizione “personalissimo dal punto di vista armonico e melodico”.

Ovviamente la sua opera trovò poi forte ostilità nel nuovo corso dell’URSS, tanto che Shostakovic vedeva in lui “il rappresentante più pericoloso della borghesia musicale, e il più degno di essere combattuto”.

Ascoltiamo di Skriabin il celebre Studio op. 8, n. 12, impostato sul Re diesis minore, del 1894. Porta il titolo di “Patetica”, che evoca altre celebri sonate romantiche.

Uno Studio appassionato, con intervalli anche di undicesima (per sfidare le gigantesche mani di Rachmaninov, Skrjabin perse l’uso della mano destra!), ottave a ripetizione, e innumerevoli salti con la mano sinistra...

Un brano tanto difficile, quanto affascinante.

Come affascinante, e un po’ “crazy”, la pianista uzbeka Lola Astanova (1985), già enfante prodige, ed ora affermata concertista.

Un’interpretazione degna della “pazzia” di Skrjabin, e della meteorologia autunnale.

giovedì 22 settembre 2011

Un soffio indimenticabile

















https://youtu.be/f1YrefGvHgg


Tra i films che hanno fatto la storia del cinema un posto in prima fila lo occupa certamente “C’era una volta in America” di Sergio Leone (1984).

Non è solo la storia di New York all'epoca dei gangsters e del proibizionismo, ma è la metafora della realtà attuale: una società disgregata e violenta, dove anche i sogni più belli si tramutano spesso in amare delusioni.

La narrazione è accompagnata dalla musica di Ennio Morricone che qui raggiunge uno dei vertici assoluti, con il "tema di Deborah".

Un tema dolcissimo e quasi trasognato, che viene variato al variare delle situazioni, ma che dà un senso unitario alla narrazione e in certo senso ne stempera la crudezza.

Ci sono altri spunti tematici, come lo struggente "Poverty", che dimostrano la genialità del compositore romano.

A mio parere però il tema più originale e incisivo è quello che scandisce la tragica morte di Dominic, il più piccolo della banda di giovani delinquenti di Noodles ("Cockeye's theme").

Il gioioso saltellare del ragazzo è descritto inizialmente da un tema fischiettato (addirittura!), che improvvisamente con un semplice flauto di Pan si trasforma in un drammatico “grido di allarme" e che va a spegnersi con l’ultimo respiro di Dominic colpito a morte. 

La musica diviene allora in breve una serena e commossa composizione orchestrata, in una efficacissima antitesi con la mano di Noodles, bagnata dal sangue dell’amico, che si chiude rabbiosamente a pugno, pronta a sua volta a colpire.

È praticamente impossibile in due minuti dire tante cose con il soffio di un fischio e di un flauto di Pan (quello che si usava una volta da ragazzi...). Il tema è eseguito dal grande virtuoso di questo strumento, il rumeno Gheorghe Zamfir.

Ennio Morricone e Sergio Leone (e Zamfir) ci hanno lasciato due minuti indimenticabili.

sabato 17 settembre 2011

Il superuomo? Beethoven!



Beethoven rappresenta il massimo di ciò che il Romanticismo ha saputo esprimere.

Romanticismo è sinonimo di sentimento; e Beethoven ha saputo rapprentarne tutta la gamma musicale.

Un foglio d’album come “Per Elisa” ha emozionato generazioni di adolescenti. La “Sonata quasi una fantasia” (Al chiaro di luna) apre il cuore a orizzonti affascinanti e misteriosi.

L’Allegretto della VII sinfonia è un cammino di liberazione interiore, mentre la V ci mette davanti agli occhi anche il lato oscuro e drammatico della vita.

La contemplazione estatica della natura nella VI, l’inno alla vita (quasi dionisiaco) della IX, la forza della fede espressa dalla “Missa Solemnis”, sono aspetti qualificanti della sua “Weltanschauung”, della sua visione del mondo.

Ma c’è un ulteriore aspetto nel romanticismo beethoveniano che si riesce a gustare appieno nell’età adulta: il titanismo, e cioè la scoperta di quella forza immane che l’uomo ha dentro di sé e riesce a esprimere solo se lascia da parte ogni limite di convenienza, di opportunismo, di calcolo, di male.

Quando l’uomo dà libero spazio all’infinito che è in lui, allora ogni ostacolo viene travolto e si giunge alla piena realizzazione. Anche a costo del sacrificio della vita.

È ciò che si avverte, ad esempio, nell’Ouverture, op. 62, del Coriolano. Questi, posto dai suoi stessi familiari (la madre e la moglie) di fronte alla scelta suprema tra la sua vita e la salvezza di Roma, superando ogni desiderio di vendetta verso la patria che lo aveva esiliato, preferisce la morte: “Madre, tu salvi Roma, ma perdi un figlio”.

L’ouverture inizia con squilli guerreschi, si muove nel contrasto tra ritmi bellicosi e suadenti melodie, per concludersi in maniera quasi impercettibile. La grandezza di Coriolano sta nel suo valor militare, ma ancor più nell’aver saputo annientare il suo odio facendo prevalere i sentimenti più nobili, fino all’offerta della propria vita.

Grande nella vittoria a Corioli, ma titanico nella vittoria contro sé stesso.


Pasquino stanco







Quanno so’ stanco e nun vojo fa’ gnente,
me vien da scrive’ sol qualche cazzata;
e me viene accusì, spontagnamente,
come quanno te scappa ‘na pisciata.

Forse ho capito ‘ndove sta er tranello,
er motivo de questo brutto annazzo;
me se spegne la luce der cervello,
e s’accende più ggiù quella der cazzo.


giovedì 15 settembre 2011

Mater dolorosa



Tra i “peccati di vecchiaia” (così diceva scherzosamente), Gioachino Rossini ci ha lasciato la "Petite Messe Solennelle", che tutto è fuorché “petite”. È una grandissima opera d’arte, soprattutto geniale, che più volte abbiamo postato in alcune sue parti.

L’altro “peccato di vecchiaia” è un omaggio di amore alla Madonna, un solenne “Stabat Mater” (1842).

Forse qui il genio di Pesaro si lascia prendere un po’ la mano da quella musica d’opera che aveva ormai abbandonato da anni e che gli aveva permesso di scrivere capolavori immortali. Un po’ di teatralità non manca in questa composizione.

Ma ci sono anche autentiche perle di bellezza, che fanno passare in secondo piano ogni altra considerazione.

Oggi, 15 settembre, si ricorda la Mater Dolorosa, Maria ai piedi della croce, da dove pendeva il Figlio. Lo Stabat Mater è la sequenza liturgica di questa giornata.


Dallo Stabat Mater di Rossini, di cui ho già parlato e presentato un  celebre brano (http://semperamicus.blogspot.com/2009/09/laddolorata-stabat-mater-rossini.html), propongo questa volta l’ultima strofa:

“Quando corpus morietur, 
fac ut animae donetur
paradisi gloria”

(Quando il corpo morirà, fa’ che all’anima sia data la gloria del Paradiso).

Anzitutto Rossini in questa strofa sceglie di usare solo le voci, senza accompagnamento di strumenti; pura polifonia a cappella, come Palestrina o Ludovico da Victoria. E non è un fatto da poco, nell’epoca del melodramma!

Non posso interpretare le sue intenzioni, ma mi piace pensare che abbia scelto le nude voci per esprimere anche nella struttura compositiva la realtà della morte: lo spogliamento da ogni orpello.

Il primo versetto (“quando corpus morietur”) è una mesta melodia discendente, intonata dai baritoni e seguita dalle altre sezioni, fino ai soprani.

Alle parole “paradisi gloria” sono i soprani invece che, con un improvviso e stupendo slancio vocale verso l’alto, trascinano poi tutti gli altri cantori verso le vette del “paradiso”.

Il resto del brano vive nel contrasto tra morte e vita eterna; ma ormai lo squarcio verso il cielo è avvenuto, e il brano è un commosso atto di fede nella risurrezione.

Qui Rossini ha raggiunto davvero la perfezione. Non solo musicale.

lunedì 5 settembre 2011

In the beginning



Settembre. Si ricomincia.

Ogni ripartenza è impegnativa.

E ogni anno che passa è sempre più in salita...

Occorre perciò un po’ di sprint. Per me aumenteranno di certo i caffè quotidiani, le notti insonni, gli orari impossibili da dedicare al web.

In compenso avrò modo di riprendere il cammino della filosofia, in compagnia di Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Pascal, Leibniz, Hume, Kant, Hegel, Marx, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Bergson, Heidegger, Maritain, Adorno, Bultmann, Ratzinger...

Mi farà piacere tornare sulle loro domande e relative risposte, insieme a quelle degli studenti con cui avrò a che fare.

Mi sono sempre proposto di rispettare le varie opinioni e di esprimere le mie con chiarezza. La verità non ha bisogno di additivi chimici: brilla di luce propria.

E se uno segue la luce della propria coscienza, prima o poi la partorisce.
Come diceva Socrate.

Un po’ di bella musica non guasta, per dare il ritmo giusto alla ripartenza.

La prendiamo da Robert Schumann (1810-1856).
Anche in un autore che della vita ha consosciuto soprattutto i problemi, non mancano certo pagine di serena contemplazione.

Ascoltiamo perciò il IV movimento, "Allegro ma non troppo", del Quintetto op. 44, in Mi bemolle maggiore, per pianoforte ed archi, del 1842.

Un capolavoro di bellezza. Un invito ad ascoltare tutti e quattro i movimenti. Il secondo, in modo particolare ("A modo di una marcia"), celeberrimo e da me già postato.

Buon inizio di tutto (lavoro, scuola, pensione...) !

domenica 28 agosto 2011

Un clamoroso autogoal collettivo
















Prima giornata di calcio di Serie A, anno 2011: 27/28 agosto.
Not found.

Incredibile: una domenica senza partite. Come una domenica senza Messe.

Motivo? I giocatori hanno fatto strike, sciopero; i poveretti sono “en grève”.

Non voglio entrare nelle motivazioni di tale “drammatica” punizione, che ha spiazzato non solo il portiere avversario, ma tutti gli italici tifosi, facendo versare lacime di dolore...

Eppure, io che sono un tifoso da sempre (ovviamente non dico di quale squadra), non sono riuscito a versare neppure una goccia dal sacco lacrimale, e ci ho pure provato.

Nemmeno una.

Mi venivano in mente Mazzola, Rivera, Boniperti, quella gente lì, che finita la partita e tolte le scarpette coi tacchetti, tornavano persone (quasi) pedestri. Si divertivano e ci facevano divertire. Con poco aggravio sulla comunità.

Non una lacrima ho versato per questo fatto “storico”, per questo sciopero che fa tremare di invidia ogni poetico ossimoro e mina alle fondamenta lo stesso principio di non-contraddizione di Aristotele.

Se anche i più ricchi scioperano...

No, nessuna lacrima, nemmeno una; ma un sorriso di stupore: ho visto il primo autogoal collettivo del calcio italiano.

Roba che neanche Comunardo Niccolai avrebbe immaginato...

sabato 27 agosto 2011

Dopo una settimana di fuoco, una musica ristoratrice



In questa settimana, non solo nel mondo, ma anche a me (nel mio piccolo) è capitato un po’ di tutto.

Non starò a scrivere la “historia calamitatum mearum”, la storia delle mie disavventure, sia perché quel libro è già stato scritto da Abelardo, e poi perché mi è capitato di tutto, sì, ma non quello che toccò al povero Abelardo...

Tra l’altro, scrivo  a fatica, perché ho una mano fasciata dal pronto soccorso... pronto per modo di dire.

Scriverei ugualmente con due dita, anche senza la mano sinistra fasciata; ma di certo sarei più veloce e meno impacciato. Il dolore ora è passato...

Mi ci vuole un po’ di buona musica, rasserenatrice.

Posterò Shostakovich; sì, il sovietico Dmitri Dmitrievich Shostakovich (1906-1975), quello serioso, che piaceva a Stalin e a tutto il Politburo (non sempre, però).

Al Politburo lascio le sue musiche di regime. 

Io mi accontento della “borghese” Jazz Suite No. 2, e precisamente il VI movimento, il secondo Valzer, del 1938.

Il valzer ballabile è associato comunemente al nome di J. Strauss; ma non bisogna dimenticare la grande tradizione russa; basti pensare a Tchaikovskij.

E così, anche nella tetra Unione Sovietica questo leggero passo di danza è riuscito a spuntare fuori, e proprio per opera del più “sovietico” dei musicisti.

Puoi soffocare un uomo, ma non i suoi sentimenti...

Musica, prego!

sabato 20 agosto 2011

Palinodia del caldo











Ai 12 di luglio, un mese fa,
al caldo dichiarai tutto il mio amore.
Lo scrissi in versi e in rima, con il cuore:
“Amo il caldo!”; il freddo non mi va.

Non avrei mai creduto, in un mesetto,
di dover ritrattar le mie parole,
le rime, i versi ed ogni mio concetto,
ed il mio amor per lo splendente sole.

Che cos’è, dunque, che mi fe’ passare
della calura tutta la poesia?
Presto detto. Cessò di funzionare
il condizionator di casa mia.

Quaranta gradi fuori e trenta dentro,
una bolla di caldo che mi avvolge;
così mi par di stare proprio al centro
del girone infernal di Malebolge.

Vieni, fresco gentil, ristoratore!
Mi pento assai di averti maltrattato.
Ma sai che per te va tutto il mio amore.
Odio il caldo! l’ho detto, ho ritrattato!

Finché non parte il condizionatore...


Amicusplato

http://semperamicus.blogspot.com/2011/07/amo-il-caldo.html




I giovani di Madrid



In questi giorni Madrid è al centro dell’attenzione per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), o meglio la Jornada Mundial de la Juventud (JMJ).

Da tutti i continenti, da circa 200 nazioni, sono già affluiti nella capitale spagnola oltre 500.000 giovani, e si prevede che nel giorno conclusivo di domenica saranno più di un milione.

Le cifre sono significative, ma colpisce soprattutto il tipo di partecipazione.

Una gioventù che non cerca lo sballo o la trasgressione, per perdere momentaneamente sé stessa dietro la rockstar del momento; ma piuttosto gente che cerca di ritrovare il significato e il gusto della vita seguendo Colui che conosce davvero il cuore e la mente dell’uomo: Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2,7), questo è il programma della JMJ di Madrid 2011.

E i ragazzi di queste giornate madrilene lo stanno dimostrando con entusiasmo e consapevolezza.
La Via Crucis di ieri ne è stata la prova più evidente. Una celebrazione che ha impressionato per la commossa partecipazione.

Non una Woodstock della fede, dunque, come ha ammonito Benedetto XVI (e questo papa è l’ “antistar” per eccellenza!), ma una sempre più convinta sequela di Cristo, nella Croce e nella Risurrezione.

Durante la breve sintesi che un telegiornale ha dato della Via Crucis di ieri sera, ho sentito risuonare anche un canto di Taizé.

In effetti a Taizé, già prima della Giornata Mondiale della Gioventù, i giovani di tutto il mondo si davano convegno, e i canti lì appresi sono diventati "patrimonio comune dell’umanità".

Anch’io intendo partecipare alla JMJ di Madrid almeno con un canto, e proprio con un canto di Taizé; un canto di gioia, come si addice ai giovani e alla fede in Cristo Risorto: “Cantate Domino”.

Si tratta di un bel canone di Jacques Berthier, il geniale musicista il cui nome rimane legato a Taizé.


Cantate Domino. Alleluia, alleluia. Jubilate Deo.

Cantate al Signore. Alleluia, alleluia! Giubilate a Dio.

mercoledì 17 agosto 2011

Una nazione festeggia la sua nascita



Nella regione carpatico-danubiana la nascita dello stato dell’Ungheria, nell’anno 1000, ha costituito per l’Europa uno dei cardini della sua stabilità e della sua definitiva configurazione.

Gli Ungari, popolazione che proveniva dalle steppe dell’Asia centrale, erano stati nell’alto Medioevo il terrore delle popolazioni stanziali d’Europa.

Il nome francese “Ogre”, che in origine significava “Ungaro”, passò a significare “orco”. Un cambio di significato che dice tutto.

Le scorrerie degli Ongri furono le ultime, dopo quelle germaniche e normanne, e terminarono quando il loro capo, Vajk, il 20 agosto dell’anno 1000, accettò la corona regale inviata da Papa Silvestro II con il beneplacito dell’imperatore Ottone III di Sassonia.

Vajk accolse la fede cristiana in pienezza, prese il nome di Stefano e organizzò il suo regno in modo esemplare, cosicché oltre alla fine delle scorrerie, nel cuore dell’Europa si ebbe una nazione culturalmente e socialmente progredita.
Nel corso dei secoli fu anche un baluardo di resistenza nei confronti della bellicosa avanzata turca.

Gli ungheresi hanno proclamato Stefano patrono della loro nazione e la Chiesa lo ha dichiarato santo.

Ogni volta che il popolo magiaro ha dovuto lottare per la sua sopravvivenza, come nel 1848 e nel 1956, ha fatto sempre riferimento alle sue vigorose radici umane e cristiane, incarnate in modo esemplare dal re Santo Stefano, “Szent István király”.

Impensabile un’Ungheria senza il riferimento a lui.

Per questo anche Zoltán Kodály (1882-1967), il grande polifonista ed educatore musicale dell’Ungheria moderna, gli ha dedicato un bellissimo mottetto.

Questi giorni in Ungheria e nella Chiesa universale, tra il 16 e il 20 agosto, si ricorda S. Stefano.

Mi pare doveroso perciò postare il canto di Kodály: "Ének Szent István királyhoz" (Inno al re Santo Stefano).

Devo dire che a questo canto di Kodály sono molto affezionato, avendolo anch'io cantato proprio in Ungheria, ad Esztergom, l'antica capitale del regno, dimora di S. Stefano.



Ah, hol vagy magyarok, tündöklő csillaga, ki voltál valaha, országunk istápja?
Hol vagy István király? téged magyar kíván, gyászos öltözetben, te előtted sírván.

Virágos kert vala, híres Pannónia, mely kertet öntözte, híven Szűz Mária.
Isten igéje volt, ő volt szép virága, behomályosodott örvendetes napja. 
...
 
Ah, dove sei, stella lucente degli Ungheresi?
Che cosa era questo paese!
Dove sei Re Stefano? Ungheria auguri a te!
Pianto luttuoso di fronte al tuo vestito.

Giardino di fiori, era famosa ovunque la Pannonia, 
casa nel giardino,  fedele alla Vergine Maria,
e giardiniere era Re Stefano...
...

lunedì 15 agosto 2011

Una musica divina per onorare la Madonna Assunta



La festa della Madonna Assunta in cielo ci presenta la gloria di Maria, “umile ed alta più che creatura”.

Nel bel mezzo dell’estate, nel periodo delle ferie, in cui più facilmente siamo portati a pensare solo al benessere del corpo, la Madonna ci fa alzare gli occhi verso il cielo, che è la patria comune.

“La nostra patria è nei cieli, e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Ef 3, 20).

La Madonna, nel Magnificat, ci ricorda che il Signore “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Luca 1, 51-52).

Il Magnificat è quanto mai adatto per rendere un degno omaggio a Maria, che si è fatta “serva del Signore” ed è stata perciò innalzata alla gloria del cielo.

Servi di Dio e di nessun altro, direbbe Don Milani, sia chiaro!

A differenza di coloro che esaltano una libertà individualistica e senza regole, che significa diventare schiavi di ogni circostanza, e correre il rischio della “perdita” di sé stessi.

Dal Magnificat musicato da Antonio Vivaldi, RV 610, postiamo proprio i due versetti che abbiamo sopra ricordato:

Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui.
Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles.

Si noterà come la musica si adatti perfettamente alle parole e ai concetti del testo evangelico.

Potente l’inizio del versetto (“fecit potentiam”), mentre poi le voci del coro si dividono e si “disperdono” sulla parola “dispersit”, per esprimere il castigo riservato ai superbi.

Voci e strumenti si riuniscono poi in un impressionante unisono, a indicare la povertà assoluta dei potenti rovesciati dai troni (“deposuit potentes de sede”). Niente fronzoli: solo un unisono, che sembra un vibrante parlato.

Un commento musicale dell’orchestra invece introduce e conclude in bellezza “et exaltavit humiles”.

Un minuto e mezzo di musica divina! Invito ad ascoltare tutto lo stupendo Magnificat di Vivaldi (non c’è solo quello di Bach!)

Molto espressivi il City of Bristol Choir e l'Emerald Ensemble, diretti da David Ogden, che nella sua direzione “totale” ricorda il mitico Sir Georg Solti.

Buona festa della Madonna Assunta e buon ferragosto!

domenica 14 agosto 2011

Ferragosto e Madonna Assunta: ferie e fede a braccetto



L’imperatore Augusto, nel mezzo del mese a lui dedicato, collocò un opportuno giorno di festa che prese il suo nome: “Feriae Augusti”, festa di Augusto, ribattezzata popolarmente “Ferragosto”.

Questa giornata divenne ben presto occasione nel mondo cristiano per festeggiare non più l’augusto imperatore, morto e seppellito, ma l’augusta Madre di Dio, nella sua gloriosa Assunzione al cielo.

Domani, Ferragosto, molte persone non festeggeranno né l’uno né l’Altra, distratti dalle ferie e dalla ricerca di un po’ di svago.

Per la verità, celebrare la Madonna Assunta non toglie nulla al riposo estivo e alla ricerca di un sano divertimento. Anzi, li rende più amabili.

Per questo mi pare opportuno preparare questa festività con una celebre preghiera musicale: “Vergine, tutto amor”, di Francesco Durante (1684-1755), grande compositore di musica sacra della Scuola napoletana, allievo di Alessandro Scarlatti e maestro di Pergolesi.

La voce è del grande baritono senese Ettore Bastianini (1922-1967).

Un'occasione anche per ricordare che Siena, come tante altre città e località, ha come patrona la Madonna Assunta.



Vergin, tutto amor,
O madre di bontade,
O madre pia, madre pia,
Ascolta, dolce Maria,
La voce del peccator.

Il pianto suo ti muova,
Giungano a te i suoi lamenti,
Suo duol, suoi tristi accenti,
Senta pietoso quel tuo cor.
O madre di bontade,
Vergin, tutto amor.

mercoledì 10 agosto 2011

Notte magica...



La magia della notte di S. Lorenzo!

Piena estate, stelle che cadono (almeno così dovrebbe essere), sogni che si avverano, romanticismo e poesia...

La luna, con oltre metà dei suoi kilowatt, sta illuminando un cielo limpido e terso, senza nubi, che una leggera brezza ha già spazzato via.

Un notturno di Chopin è d’obbligo. Il più bello, quello in Do diesis minore, che non piaceva a Chopin, ma che piace tanto a noi.

Un torto doppio. Lo facciamo suonare con il violino. Quello di Sarah Chang, però.

Anche Chopin dovrà rassegnarsi e ammettere che la sua non pubblicata opera è bella, e Sarah Chang pure, oltre che brava.

La bellezza della notte di S. Lorenzo...

martedì 9 agosto 2011

Volatilità...



“Volatilità”: è questa la parola misteriosa che in questi giorni fa tremar le vene e i polsi al mondo economico e finanziario.

I titoli di borsa si sono messi a fare concorrenza agli uccelli e sono diventati “volatili”, abilissimi nelle acrobazie e nel dileguarsi, tanto che nemmeno i più esperti cacciatori riescono a impallinare.

Moltissime persone e perfino intere nazioni ci stanno lasciando le penne, tanto per continuare nella metafora; solo nel giorno di oggi sono volati via miliardi di euro, senza parlare dei dollari, con tanto di declassamento degli USA.

Se non si torna ad essere virtuosi anche nell’uso della vile moneta, si finisce tutti spennati...

In attesa di tempi migliori, mi consolo guardando la volatilità delle dita di Yuja Wang, mentre esegue la velocissima polka “Tritsch-Tratsch” (1858) di Johann Strauss.

Un mostro di inventiva J. Strauss (1825-1899); un mostro (si fa per dire) di bravura la giovane e bella pianista cinese, ora ventiquattrenne.


sabato 6 agosto 2011

I capricci della borsa... e quelli di Paganini



In questo periodo la situazione economica, politica e sociale non è delle più brillanti.

Solo sentir parlare di default degli Stati Uniti sembra un pesce d’aprile, un po’ fuori stagione però.
Figuriamoci la vecchia Europa, che si muove all’ombra del grande cappello dello Zio Sam.

La Borsa poi, da qualche giorno, fa capricci e capitomboli in serie. Sembra di veder giocare a Monopoli, ma con soldi veri (i nostri), e i dadi ci fanno sostare nelle caselle più temute.

E allora, per consolarci, e in attesa di tempi migliori, ascoltiamo un altro genere di capricci, quelli geniali e funambolici per violino solo, di Niccolò Paganini.

Inutile ricordare che i 24 Capricci del genio genovese (1817) sono una pietra miliare della storia della musica, e la “summa” delle difficoltà del violino.
Ma anche delle sue impensabili, fino ad allora, possibilità.

Il Capriccio n. 13, in Si maggiore, è chiamato da Paganini stesso “la Risata”, per il tema iniziale che sembra un ghigno beffardo e che ritorna con insistenza dopo funamboliche variazioni, fino alla fine.

Qualcuno ha voluto aggiungere “risata del diavolo” (o anche “trillo del diavolo”, rubando il titolo alla celebre composizione di Tartini).

Noi invece ci limitiamo a ciò che ha scritto Paganini: “La risata”.

Una bella risata, dopo le bizze e i capricci di un tempo burrascoso.

mercoledì 3 agosto 2011

Luci e ombre in agosto. E allora, Beethoven!



Per esprimere questi giorni inquieti che stiamo attraversando,  con più ombre che luci, nonostante il sole d’agosto, mi pare opportuno ricorrere alla musica di colui che, meglio di ogni altro, ha saputo descrivere gli stati d’animo più complessi e travagliati: Beethoven.

Di “Ludovico Van” ascoltiamo lo “Scherzo” (II movimento) della Sonata n. 3 op. 69, in La maggiore, per violoncello e pianoforte, del 1808.  Ma lo Scherzo è in La minore.

La voce del violoncello dà un tono di vibrante profondità al brano, che di scherzoso non ha nulla, tranne il titolo, ovviamente.
Il ritmo serrato e battente, davvero notevole, esprime comunque un messaggio di speranza, come accade sempre nell’opera del sommo maestro di Bonn.

Intensa e appassionata l’esecuzione della leggendaria violoncellista Jacqueline Du Pré (1945-1987), con l’adeguato accompagnamento di Daniel Barenboim.

Un accompagnamento che si esprimeva anche nella vita: Barenboim era suo marito.


sabato 30 luglio 2011

Giorgio Vasari: 500 anni, ma non li dimostra










Il logo di Google è dedicato al 500° anniversario della nascita di Giorgio Vasari: 30 luglio 1511.

Come concittadino del Vasari ne sono ovviamente orgoglioso.

Chi ama leggere Wikipedia, vi troverà vita, morte e miracoli (e qualche banalità) del grande artista aretino.

Ma non troverà il suo straordinario linguaggio, la sua inimitabile capacità di dire le cose con pochi tocchi, la vivezza delle espressioni, le acute osservazioni stilistiche, che rimangono nella memoria per sempre, una volta lette.

Farò solo qualche esempio. Le citazioni le prendo dall’edizione giuntina (1568), pubblicata nella collana I Mammut da Newton (G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, 1997).
È anche un invito alla lettura del capolavoro vasariano.

Vita di Giotto

“Aiutato dalla natura et ammaestrato da Cimabue, non solo pareggiò il fanciullo la maniera del maestro suo, ma divenne così buono imitatore della natura, che sbandì affatto quella goffa maniera greca [i bizantini] e risuscitò la moderna e buona arte della pittura, introducendo il ritrarre bene di naturale le persone vive” (p. 150).

Vita di Filippo Brunelleschi

“Molti sono creati dalla natura piccoli di persona e di fattezze, che hanno l’animo pieno di tanta grandezza et il cuore di sì smisurata terribilità, che se non cominciano cose difficili e quasi impossibili, e quelle non rendono finite con maraviglia di chi le vede, mai non danno requie alla vita loro. [...] Come apertamente si vide in Filippo di ser Brunellesco, sparuto de la persona, ma di ingegno tanto elevato che ben si può dire che e’ ci fu donato dal cielo per dar nuova forma alla architettura, già per centinaia d’anni smarrita”. (p. 327).

Vita di Donato [Donatello]

“Fece con straordinaria fatica un Crucifisso di legno, il quale quando ebbe finito, parendogli di aver fatto una cosa rarissima, lo mostrò a Filippo di ser Brunellesco suo amicissimo, per averne il parere suo [...] Filippo rispose che gli pareva che egli avesse messo in croce un contadino”. (p. 352).

Vita di Fra’ Giovanni da Fiesole [Beato Angelico]

“Fu umanissimo e sobrio; e castamente vivendo, dai lacci del mondo si sciolse, usando spesse fiate di dire, che chi faceva questa arte aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri, e chi fa cose di Cristo, con Cristo deve star sempre. [...] Et i Santi che egli dipinse, hanno più aria e somiglianza di Santi, che quegli di qualunque altro. Dicono alcuni che fra’ Giovanni non avrebbe messo mano ai pennelli se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crucifisso, che non si bagnasse le gote di lagrime”. (p. 385-386).

Vita di Raffaello da Urbino

“Ben poteva la pittura, quando questo nobile artefice morì, morire anche ella; che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca rimase. Ora a noi che dopo di lui siamo rimasi, resta imitare il buono, anzi ottimo modo da lui lasciatoci in esempio. [...] Che invero noi abbiamo per lui l’arte, i colori e la invenzione unitamente ridotti a quella fine e perfezzione che appena si poteva sperare, né di passar lui già mai si pensi spirito alcuno”. (p. 640).

Vita di Michelagnolo Buonarroti

“Il benignissimo Rettore del cielo volse clemente gli occhi alla terra, e veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai più lontana dal vero che le tenebre dalla luce, per cavarci di tanti errori si dispose mandare in terra uno spirito, che universalmente in ciascheduna arte et in ogni professione fusse abile, operando per sé solo a mostrare cosa sia la perfezzione dell’arte”. (p. 1201).

Michelangelo è per il Vasari il punto di arrivo del cammino dell’arte, nelle sue tre principali discipline: pittura, scultura, architettura.

La sua ammirazione si esprime così, già nel Proemio:

“E ben possiamo certo affermare che e’ non errano punto coloro che lo chiamano divino; poiché divinamente ha egli in sé solo raccolte le tre più lodevolo arti e le più ingegnose che si truovino tra mortali, e con esse, ad esempio d’uno Iddio, infinitamente ci può giovare”. (p. 37).

Michelangelo, come Vasari, è nato in terra d’Arezzo (non di Firenze!), a Caprese Michelangelo, presso Chiusi della Verna.

Prima di me lo ricorda ovviamente il Vasari, che al termine della vita di Michelangelo, di cui era amicissimo, riporta una sua confidenza, tra il serio e il faceto:

“Giorgio, si’ ho nulla di buono nell’ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell’aria del vostro paese d’Arezzo, così come tirai dal latte della mia balia gli scarpelli e ‘l mazzuolo con che io fo le figure”. (p. 1202).

Ecco perché non mi accontento di Wikipedia.