domenica 26 luglio 2009

Idee chiare e distinte. Cartesio









Una delle caratteristiche della realtà di oggi mi sembra questa: poche idee, ma confuse.

Non si può affrontare una discussione senza finire in quattro battute alle offese personali o alla ripetizione ossessiva del proprio punto di vista, qualunque siano le argomentazioni portate dall’interlocutore.

Chi ci può aiutare a rendere efficace il nostro modo di discutere è René Descartes, meglio conosciuto come Cartesio (1596-1650), il padre della filosofia moderna.

Cartesio ci dice che la cosa fondamentale per qualsiasi ricerca è anzitutto avere un buon metodo.

Il metodo cartesiano consiste in questo: bisogna procedere per idee chiare e distinte.

Un’idea è chiara quando è completamente presente alla mente.
Se per esempio dico Berlusconi, è un’idea chiara (magari a qualcuno sgradita).
Se dico Franceschini, è un’idea confusa (magari a qualcuna rimarrà “simpatico”).

Un’idea è distinta se è ben separata da un’altra. Quando uno ha chiaro che cosa sono un triangolo e un quadrato, la prima idea è distinta dall’altra.

Non si può procedere in nessun modo senza avere idee chiare e distinte; bisogna fermarsi per riflettere, se queste due caratteristiche non ci sono, finché non vengono trovate.

Perciò quando si affronta un problema o un argomento, bisogna dividerlo in tante piccole parti, in tanti piccoli problemi, si potrebbe dire in degli “items”, finché ognuno di questi si presenta chiaro e distinto nella sua soluzione. Dopodiché si procede con il successivo item, e così via.
Alla fine, il problema, che sembrava difficile e complesso, si è risolto in una serie elementare di argomenti.

Giunti a questo punto, occorre il lavoro di sintesi, cioè ricollocare le singole parti al loro posto e ripercorrere con il ragionamento tutto ciò che abbiamo “smontato”, per valutarne la coerenza logica. Se il lavoro è stato fatto bene, se cioè siamo andati per idee chiare e distinte, il ragionamento filerà perfettamente e noi avremo risolto il problema.

“L’intelligenza è la cosa meglio distribuita nel mondo, perché ogni persona crede di averne la quantità sufficiente. Ma non basta avere l’ingegno; bisogna usarlo bene”.

È questo il famoso “incipit” del Discorso del metodo di Cartesio (1637).

Chiarezza cartesiana. Sempre attuale.

venerdì 24 luglio 2009

Aut-Aut. La vita è una scelta (Kierkegaard)








Tra i pensatori moderni un fascino particolare lo esercita il filosofo danese  Søren Kierkegaard (1813-1855).

Kierkegaard rivendica l’assoluta libertà di ogni singola persona, valore supremo che non può essere sacrificato a nessuna logica di potere.

Egli illustra il suo pensiero con tre immagini, ognuna delle quali rappresenta un modo di vivere, uno “stadio di esistenza”.

Il primo stadio è da lui chiamato “estetico”, e viene raffigurato dal Don Giovanni di Mozart, da colui cioè che fa della vita una continua ricerca del piacere. Don Giovanni cerca di cogliere l’attimo fuggente e di non farsi sfuggire nessuna occasione.
A lungo andare questo stato di vita porta alla disperazione: la giovinezza fugge, così come le occasioni, e l’attimo fuggente non può essere fermato.
La disperazione è il riconoscimento dell’impossibilità di fondare l’esistenza solo sull’estetismo, perché contraddittorio in se stesso. Si vuol fermare ciò che invece fugge irreparabilmente; è una vita che si sbriciola nel nulla.
L’uomo si è affidato all’esteriorità fuggente; quindi occorre rientrare in se stessi, trovare in se stessi il fondamento dell’esistere.

È il secondo stadio, denominato “etico”, e viene rappresentato dalla figura del buon "Guglielmo”, impiegato statale e sposato, che trova nella fedeltà al suo lavoro e nella dedizione alla famiglia i valori dell’esistenza. È una vita fondata più solidamente di quella “estetica”, perché ha nella ripetizione volontaria delle azioni giornaliere il punto qualificante. È l’uomo di Kant, tutto moralità e impegno.
Ma anche questo stadio a lungo andare mostra il suo punto debole: l’impossibilità di non infrangere nessuna legge, l’impossibilità di essere sempre coerenti, l’impossibilità di vivere una moralità assoluta. L’uomo è anche fragilità, incoerenza, peccato. L’uomo si accorge che non può fare il bene che vorrebbe, ma compie il male che non vorrebbe.
L’angoscia è il punto di arrivo di questo stadio, la “malattia mortale”, secondo la definizione di Kierkegaard.
Infatti l’uomo perde ogni speranza di fondare la vita in se stesso, nelle proprie forze, e quindi è colpito da una malattia mortale, che non dà scampo.

L’esito di questa malattia mortale, da una parte, è l’impossibilità di vivere.
Ma l’uomo, d’altra parte, desidera vivere e vivere in pienezza. Proprio da questo desiderio, impossibile alle sole forze umane, scatta il bisogno di affidarsi a Dio, come Abramo, che è l’uomo di fede.
Nello stadio della fede, l’uomo si affida totalmente a Dio, l’unico che può realizzare il desiderio di fermare il tempo (Egli è l’eterno) e di dare speranza nella ripresa morale.
È proprio “la ripresa” il segno più evidente che la vita di fede è l’unica possibile. Infatti, paradossalmente, l’uomo che si è affidato a Dio donandogli tutto se stesso, si trova arricchito cento volte di più di tutto ciò che aveva perduto negli stadi precedenti. C’è la ripresa della gioia di vivere, cercata nello stadio estetico, e c’è la ripresa della forza di volontà, in precedenza sconfitta dal peccato.
Nella vita di fede si torna a gustare in pienezza l’attimo fuggente della realtà, perché solidamente ancorata al suo Creatore, e l’uomo torna capace di compiere azioni morali, perché sostenuto dalla grazia di Cristo.

Criticando la logica di Hegel, che tutto risolveva nella sintesi degli opposti (et-et), Kierkegaard ricorda invece la cruciale necessità di scegliere tra due opposti: aut-aut. La vita è una scelta.

E ognuno di noi è chiamato a questa scelta decisiva.

giovedì 23 luglio 2009

Che cos'è la verità. Protagora e Aristotele







Coloro che per la prima volta hanno posto con chiarezza il problema della verità razionale sono stati i sofisti, ad Atene, nel V secolo avanti Cristo.

Il più celebre dei sofisti, Protagora affermò che “l’uomo è la misura di tutte le cose”.

Con questa frase egli intendeva dire che ogni uomo ha la sua verità, la quale varia perciò da individuo a individuo; anzi, è mutevole nello stesso individuo, varia cioè con il mutare della persona stessa.

Socrate si oppose a questa deriva relativisitica con la sua appassionata ricerca della verità su di ogni argomento. La scoperta del “concetto” è stato il punto fondamentale di arrivo della ricerca socratica: su di ogni argomento l’uomo, attraverso un dialogo sincero, è in grado di “partorire” un concetto (=concepito), valido per tutti e perciò comunicabile.

Platone ha scritto i dialoghi nei quali Socrate dibatte con i sofisti questa decisiva battaglia per i fondamenti della comunicazione e del sapere.
Senza la verità, valida per tutti, l’uomo non potrebbe né apprendere né insegnare nulla.

Ma è con Aristotele che il punto debole della teoria di Protagora è messo a nudo con chiarezza definitiva. Nel libro 11 della Metafisica afferma:

“Se le cose stessero come dice Protagora [cioè ognuno ha la sua verità], allora tutti avrebbero sempre ragione, nessuno penserebbe il falso, perché ognuno è certo in un dato momento di quello che gli sembra, di quello che gli appare” (Aristotele, Metafisica, 1062, b 14).

Protagora dunque ignora la differenza tra verità e opinione. Quando egli afferma che ognuno ha la sua verità, egli in realtà dice che ognuno ha una sua “opinione”, che può essere sbagliata o vera.

La verità, su di un argomento e sul medesimo aspetto di quell’argomento, non può che essere una sola, secondo il principio di non-contraddizione, quello che regge tutto il nostro pensiero e il nostro agire.

Quello stesso principio che regge tutta la realtà: una cosa è se stessa e non un’altra.


Foto in alto: La Verità e la Menzogna (particolare de La Calunnia), 1495, Sandro Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

mercoledì 22 luglio 2009

Dedicato alla Luna



La conquista della luna, di cui ricordiamo il 40° anniversario in questi giorni, può essere paragonata solo alle epiche imprese del passato: l’impresa degli Argonauti, di Cristoforo Colombo, di Vasco da Gama e di Magellano, dei fratelli Montgolfier, dei fratelli Wright, di Lindbergh, di Yuri Gagarin.

Alcuni di questi avvenimenti sono stati cantati in poemi e opere letterarie, come “Gli Argonauti” di Apollonio Rodio, “I Lusitani” di Luis de Camoes, “Al Signor di Mongolfier di Vincenzo Monti.

Per quelli più recenti la fantasia ha ceduto il passo alla registrazione filmata, e così abbiamo video memorabili, come lo sbarco sulla luna.

La realtà ha superato ogni fantasia, anche quella di Jules Verne e di Ludovico Ariosto, che hanno fatto arrivare l’uomo nella luna prima di Armstrong, con la loro fervida immaginazione.

Vogliamo perciò cantare artisticamente questa grandiosa impresa. Ieri abbiamo citato doverosamente Leopardi, che con la luna ci parlava, poeticamente...

Ora è il momento della musica di Chopin. Ovviamente un "notturno", momento preferito dal nostro bellissimo satellite per mettersi in mostra e che oggi occuperà la scena in mezzo mondo, perché oscurerà anche il sole con un'eclissi totale.

Quarant’anni fa avrei postato uno dei primi tre notturni dell’opera 9, eseguiti da Arthur Rubinstein, con il suo limpidissimo stile. Mi piacevano soprattutto quelli, romantici per eccellenza.

Ma i gusti cambiano con l’età, e oggi preferisco il Notturno 11, opera 37, n. 1, eseguito da Vladimir Ashkenazy. Un capolavoro, che piaceva tanto a Schumann, e un esecutore tanto espressivo quanto tecnicamente impeccabile.

Non posso postare il Notturno del Pianista, (il n. 20, in do diesis minore), perché risiede stabilmente nel blog, e ha oscurato ormai tutti gli altri.

martedì 21 luglio 2009

Lo sbarco su Selene. 21 luglio 1969




Ricordiamo oggi il 40° anniversario dello sbarco dell’uomo sulla luna.

Bisogna intendersi bene sull’avverbio “oggi”. Nella costa orientale americana (ora di Washington) erano le 22, 56 del 20 luglio 1969.

Per noi italiani invece erano già le 4, 56 del 21 luglio 1969.

Per questo motivo mi piace ricordare lo storico avvenimento nel giorno in cui per noi italiani è realmente accaduto e cioè la mattina del 21 luglio.

Ho letto vari articoli nel web in cui si dice che l’allunaggio avvenne alle 22, 56 del 20 luglio ora italiana…

Alle 4, 56 del 21 luglio, davanti ai nostri occhi increduli, e incollati al televisore (io avevo un Telefunken da 21 pollici), il LEM, cioè il modulo lunare Eagle, staccatosi dalla navicella Apollo 11, si posava sulla luna, nel Mare della Tranquillità.

Alcune ore dopo Neil Armstrong scendeva la scaletta e posava il piede sul suolo lunare, lasciando un’orma indelebile e pronunciando una frase memorabile.

Indelebili nella memoria anche i salti, quasi fanciulleschi, che Armstrong e Edwin Aldrin facevano sul suolo lunare, facilitati dalla modesta forza di gravità (mentre Michael Collins continuava a girare con la navicella intorno al satellite).

Proprio quei passi di danza mi fanno pensare alla mitica canzone Selene di Domenico Modugno, del 1962.

Ma non posso dimenticare Leopardi, che alla luna ha dedicato molte liriche.
Citerò lo stupendo inizio del canto La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento
e quieta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna e di lontan rivela
serena ogni montagna.

Un “notturno” degno di Beethoven, Chopin, Debussy.

lunedì 20 luglio 2009

La preghiera dell'ateo: "Caso nostro"



Circola nel web un video di propaganda atea in cui si afferma che dire il “Padre nostro” significa dire “Nulla nostro”, cioè pregare il nulla.
Una squallida parodia, che non coglie neppure nel segno.

Dio si può pregare, perché chi crede in Dio, crede nel Creatore di tutte le cose, cioè nella causa di tutto.

Chi si trova in difficoltà sono proprio gli atei, perché non credendo in Dio, devono sostituire la causa dell'universo e della realtà umana con qualche altra spiegazione; e cioè con il Caso, che però cozza con le leggi scientifiche e le regole morali che l’uomo scopre in sé e fuori di sé.

Suggerisco perciò questa preghiera atea:


"Caso nostro"

Caso nostro, che non si sa chi sei,
sia insegnato a tutti il tuo nome incomprensibile;
venga il tuo caotico regno, fatto però di leggi scientifiche;
sia fatta la tua confusa volontà,
e cioè facci fare qui in terra
tutto quello che vogliamo.

Non ci dare il pane quotidiano
perché ce lo procuriamo da noi,
se le cose però vanno secondo precise regole;
togli a noi il senso del peccato,
come noi lo toglieremo a chi gliene è rimasto un poco;
non lasciarci sfuggire nessuna occasione
e liberaci dal concetto di male.

Amen

Questo è il mondo secondo il vero ateo. A ognuno la sua preghiera.

sabato 18 luglio 2009

Elogio dell'ignoranza





Tutti oggi si credono intelligenti, sapienti, informati.

Secondo uno dei più noti aforismi di Antikom, “nell’epoca di Internet non è ammessa ignoranza”.
E allora, tutti in corsa virtuale a consultare Wikipedia per non fare la figura del povero ‘gnurant, colto in flagrante vuoto di cultura...

Non a caso Google ha ormai messo come prima voce di una qualsiasi ricerca la relativa pagina di Wikipedia, qualunque sia la cosa da cercare, fosse anche una parolaccia. Provare per credere! Evidentemente qualcuno, nonostante il turpiloquio dilagante, non ha ben chiaro i concetti e deve ricorrere al soccorso informatico.

Eppure ci sono stati nel corso della storia grandi uomini che si sono vantati della loro ignoranza. Anzi, hanno considerato l’ignoranza la più grande delle doti umane.

Socrate diceva: “Io so una sola cosa, di non sapere nulla”. Da qui il suo modo di affrontare la ricerca del vero con il dialogo e l’umiltà; merce oggi assai rara.

S. Agostino ha usato per la prima volta il concetto di “dotta ignoranza”. Esiste l’ignoranza dello sciocco, di colui che non sa e non vuol sapere; ed esiste l’ignoranza del dotto, cioè di colui che, pur conoscendo molte cose, sa che infinitamente più grande è la non conoscenza. Dunque un’ignoranza “dotta”, consapevole.

Bernardo di Chartres (XII secolo) si è servito dell’immagine dei “nani sulle spalle di giganti”: noi siamo i nani, che possiamo guardare più lontano dei nostri antenati non già per la nostra grande statura, ma in virtù del fatto che siamo posti più in alto.

Nicola Cusano ha scritto un famoso volume “Sulla dotta ignoranza” (1440). In questa opera egli mostra come il mistero di Dio sia già impresso nel mistero delle cose. Noi crediamo di conoscere la realtà con la matematica e le scienze; ma sono proprio esse a dirci che la realtà è un mistero insolubile per la nostra mente.
Molti gli insolubili del reale per la nostra mente. La ruota gira sul suo asse che rimane immobile, il triangolo di altezza infinita coincide con il rettangolo, e così via.
Coincidentia oppositorum, coincidenza di opposti, e la nostra mente va in tilt già nelle indagini scientifiche e matematiche…

Erasmo da Rotterdam ha scritto addirittura un “Elogio della pazzia” (1509), per invitare tutti coloro che si ritengono dotti ad un bagno di umiltà e ad un salutare volo nella libertà dello spirito.

Fichte, fondatore dell’idealismo, nella sua “Dottrina della scienza” (1794) afferma che il cammino dell’Io nella sua progressiva conquista del non-Io, cioè della non conoscenza, è infinito. Un compito che non si può esaurire.
Un commentatore moderno di Fichte, il filosofo Ernst Cassirer, nella sua monumentale Storia della filosofia moderna (1906), fa notare che più il cono di luce dell’Io e della conoscenza si apre, più diventa ampio il cono d’ombra circostante, della non conoscenza.

Sapere di non sapere, dotta ignoranza, nani sulle spalle di giganti, matti più intelligenti dei savi, cono d’ombra sempre più ampio… Un elogio dell’ignoranza, motivato.

Gesù ha detto: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).

Sono i puri di cuore e gli umili di spirito che non perdono contatto con i grandi valori umani e spirituali.



Foto in alto: De docta ignorantia, Nicola Cusano, Codex 218, c. 1r, 1488, Ospedale di S. Nicola , Cusa (Germania)

venerdì 17 luglio 2009

Amo l'estate

Il mondo è bello perché è vario assai;
c’è chi va in auto, e chi vuol pedalare,
c’è chi va in chiesa e chi non ci va mai,
c’è chi ama la montagna e chi va al mare.

Ci sono quelli che amano l’inverno,
il freddo, il tempo rigido e glaciale.
A me piace l’Estate e il suo governo,
il sol leone e il caldo tropicale.

Mi libero da tosse e raffreddori,
se ne va l’influenza e la bronchite,
d’improvviso svaniscono i dolori;
ritorno un gatto dalle sette vite.

E siccome anche l’occhio è più vivace
nota che le donzelle e le signore
fanno a gara a chi sembra più procace
con vestiti che pugnan col pudore.

Lì vedi un ombelico a tortellino,
qua un lato B si mostra modellato,
due maniglie si sporgon da un golfino,
mentre prorompe un seno maggiorato.

Spenge i bollenti spiriti e gli ormoni
una donna da capo a piè velata…
Il mondo è vario, e tante le opinioni;
ma la migliore è sempre equilibrata.

giovedì 16 luglio 2009

Il tempo è oro




Madre e figlio (1905)

Pablo Picasso

(Stoccarda, Staatsgalerie)













Il tempo è oro


Mi’ madre me diceva, donna accorta:
“Fijo, nun perde’ ttempo, il tempo è oro;
e si ‘un te piace de studia’, ‘unn emporta;
butta via i libri e va’ a cerca’ un lavoro”.

Mi’ madre non c’è ppiù, ma ‘sto discorso
m’entrò nella capoccia e l’ho imparato.
Il tempo nello studio l’ho trascorso;
mo’ insegno, me diverte e so’ ppagato.

mercoledì 15 luglio 2009

Tempi moderni






L’epoca attuale è caratterizzata dal dominio assoluto del tempo. “Il tempo è tiranno”, e la nostra vita è scandita da orari implacabili: Non ho tempo, non c’è tempo, appena in tempo, tempo scaduto…

Se poi consideriamo lo scorrere degli anni, il tempo appare ancora più frustrante.

È maleducazione chiedere l’età ad una signora; ma ormai neppure gli uomini dicono volentieri la propria.

Si fa di tutto per rimanere giovani e i segni del tempo vengono smussati, stirati, restaurati, e resi (quasi) invisibili.

Tanti Dorian Gray in circolazione, dopo aver nascosto il vero ritratto in soffitta.

E proprio nella nostra epoca l’Esistenzialismo ha messo come punto centrale della sua visione della vita il tempo.

Heidegger ritiene che l’essere stesso dell’uomo si identifichi con il tempo (Sein und Zeit), e cioè che la vita umana non sia altro che un essere-per-la-morte. La temporalità è la caratteristica essenziale dell'essere, e quindi un fatale cammino verso l’annientamento, di cui ognuno deve prendere coscienza.

Questo drammatico approdo verso una visione nichilista e di cieco volontarismo, ha portato altri pensatori, di ispirazione cattolica, a riscoprire il valore del tempo come “giornale dell’anima” (Gabriel Marcel) e l’uomo come un viandante (homo viator) in cammino verso l’Assoluto, verso Dio, e non verso il nulla.

Impressionante, a questo riguardo, l’espressione di Georges Bernanos, nel momento della morte: “E ora, a noi due!”

Il tempo si conclude con l’ingresso nell’eternità.

martedì 14 luglio 2009

Parliamo del tempo (2)









Parlare del tempo può sembrare… una perdita di tempo.

Cosa c’è da dire su di un fatto così ovvio, che caratterizza la nostra esistenza e lascia ovunque segni visibili del suo inarrestabile passaggio?

Eppure l’uomo da sempre ha cercato di definire questo imprendibile signore, che procede solo in avanti, consumando ogni attimo che lui stesso genera.

Non a caso gli antichi lo hanno rappresentato proprio come una feroce divinità, Crono (Saturno), che divora i suoi figli appena generati.

In epoca moderna Hegel vede nel tempo un fattore positivo: in esso si incarnano storicamente le idee. Finché un’idea rimane astratta e non si immerge nella concretezza della storia, abbiamo le cose più sterili o aberranti.

Un esempio di idea sterile è “l’anima bella”, che crede di cambiare il mondo idealizzandolo romanticamente, ma senza immergersi in esso.

Un esempio di idea aberrante è la figura di “Robespierre”, il quale pensa di realizzare le idee rivoluzionarie senza confrontarsi con la realtà che ha davanti, ma tagliando le teste con la ghigliottina.

Per Hegel, solo quando un’idea diventa tempo e spazio, cioè concretezza storica, dentro la società e nello stato, allora abbiamo la pienezza della realtà.

È un ammonimento a non procedere per scorciatoie ideologiche, e al tempo stesso un invito ad immergersi nella concretezza del quotidiano. È lì che si verifica la validità di un’idea.

“Il tempo è galantuomo”, dicevano i nostri vecchi, senza conoscere Hegel.




Foto in alto: Saturno divora i suoi figli (1819-1823), Francisco Goya, Museo del Prado, Madrid

lunedì 13 luglio 2009

Parliamo del tempo...







Quando si parla di tempo, pensiamo subito alle previsioni meteorologiche.
E il bel tempo non vien mai a noia, si dice in Toscana.

Ma esiste il tempo inteso in senso generale, cioè lo scorrere delle ore, dei giorni, degli anni, dei millenni…

Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere il trapasso tra il II e il III millennio. Non è una cosa di poco conto.

Ma, a parte il computo degli anni, che cos’è il tempo in se stesso?

I pensatori e gli scienziati hanno dato molte definizioni.

Ricordo le due più celebri.

Per Aristotele il tempo è “la misura del movimento” (mensura motus). Senza movimento non ci sarebbe il tempo; e il tempo scandisce il movimento e il divenire di un essere.
È una definizione “fisica”, “matematica”, “oggettiva”. È il tempo misurato dall’orologio, dalla clessidra, dalla meridiana.

L’altra definizione è quella di S. Agostino: il tempo è “sentimento dell’anima” (distensio animi). Senza il sentimento interiore il tempo non sarebbe avvertito. Infatti è il nostro animo che si accorge del tempo che passa: un tempo che diventa lunghissimo se si tratta di un dolore; un tempo rapido (troppo rapido!) se si tratta di una gioia o di uno svago.

Chi è stata sotto i ferri di un dentista sa cosa significa tempo interminabile…
Chi invece si intrattiene piacevolmente con una persona, “vàssene il tempo e l’uom non se n’avvede”, direbbe Dante.

S. Agostino aggiunge un’altra considerazione. Il tempo è vissuto solo nel presente, anche se si parla di passato e di futuro. Per cui esiste il presente del presente (qui e ora), il presente del passato (che il nostro animo recupera con la memoria) e il presente del futuro (che il nostro animo anticipa con la previsione). Ma tutto è vissuto nel momento presente.

L’uomo vive perciò in un continuo presente: un anticipo dell’eternità, che è l’eterno presente.

domenica 12 luglio 2009

Di che vogliamo parlare?










Per formazione, per carattere, per convinzione amo il dialogo e la discussione.

Mi piace discutere di tutto e con tutti, dallo sport alle grandi questioni esistenziali.

È evidente che se uno discute sul serio, cioè per la ricerca della verità, avverte diversi livelli di partecipazione emotiva.

Se discuto di sport, arrivo facilmente ad alzare il tono di voce, specie se si parla di calcio, e il linguaggio si colora di espressioni ben poco “sportive”. È un gioco; per questo si può arrivare al limite della decenza, senza vergogna.

Quando invece si parla di donne non si discute; si sorride, si accenna, si allude… C’è poco da discutere, su di un argomento che trova tutti i partecipanti (maschi) concordi. Anche il tono di voce si abbassa, mentre si alza notevolmente il livello… ormonale.

La politica mi dà l’orticaria. Per questo cerco di evitare discussioni. Alcune volte però non si può fare a meno di intervenire. Per esempio, ogni 5 anni vado a votare.
Ho le mie idee, naturalmente, e piuttosto chiare. Ma poiché la politica è sempre un po’ torbida, non le do quella fiducia che tante persone invece le attribuiscono, di qualunque partito siano.
Scelgo perciò quello che ritengo il minor male.

Ciò che mi appassiona invece è la ricerca della verità e della bellezza assoluta, che si esprime in un teorema di matematica, in una legge fisica, in un’opera d’arte, in una discussione di letteratura, di filosofia, di teologia...

A me piace indagare se dopo la morte mi aspetta il nulla eterno o il tutto che ho sempre desiderato, e trovarne gli indizi nei vari aspetti della realtà. E parlarne con gli altri, magari anche un'intera nottata.

Diceva Aristotele: la conoscenza deriva dalla meraviglia e conoscere significa procedere per cause, fino a raggiungere la Causa prima, quella che tutto muove e non è mossa da altri, l’Essere perfetto.

Ecco, questo mi appassiona.

venerdì 10 luglio 2009

Far West. Dio e il signor Colt




Oggi il Far West non solo ha perso il suo fascino romantico, ma ha assunto addirittura un significato negativo.

Far West è diventato sinonimo di assenza di legge, di giustizia fai-da-te, di legge del più forte.

In effetti, oltre al problema degli “indiani”, i conquistatori bianchi americani si trovarono a fare i conti tra di loro per problemi legati al banditismo, alla violenza, alla carenza di leggi e di coloro che dovevano farle rispettare.

I nuovi insediamenti umani, che nascevano con l’avanzare della ferrovia e dei pionieri, dovevano provvedere anche alla propria sicurezza. E lo Stato era lontano...

“Dio ha creato gli uomini diversi, Colt li ha resi uguali”.
Un detto memorabile, nato in questo contesto. L’invenzione della pistola a tamburo da parte di Samuel Colt (1814-1862) rese possibile una facile difesa personale contro il prepotente di turno. In questo senso tutti ora diventavano uguali, e piccoli, davanti ad una Colt 45.

La filmografia ha dato un grande contributo a rendere mitica la lotta tra la legge e i fuorilegge, tra sceriffo e banditi, tra il bene e il male.

La grande rapina al treno, di Edwin Porter (1903), diede inizio a questa saga, continuata con capolavori come Mezzogiorno di fuoco (1952), Quel treno per Yuma (1957), Sfida all’OK Corral (1957), Un dollaro d’onore (1959), I magnifici sette (1960).

Un’infinità di films e di grandi attori, ben rappresentati tutti da John Wayne.

Ma è stato il cinema italiano a dare l’ultimo grande contributo al genere western.

I films di Sergio Leone, con la musica di Ennio Morricone, sono entrati nella leggenda.

Per questo, nonostante tutto, il Far West a me fa sempre sognare...



giovedì 9 luglio 2009

Arrivano i nostri!... al Sand Creek



Far West! Oggi queste parole hanno perso molto del loro fascino.

A me invece fanno venire in mente lo squillo della tromba e l’arrivo a spron battuto della cavalleria delle “giacche azzurre” che libera i coloni bianchi, accerchati con i loro carri dagli “indiani” in cerca di preda e di scalpi.

E noi ragazzi, sempre in prima fila nella sala cinematografica, che ci si alzava in piedi gridando la nostra gioia… Eh sì, “arrivano i nostri!”

La storia la scrivono i vincitori.

Per molti anni storia e filmografia hanno rappresentato questo cliché: da un lato i bianchi che portano libertà, civiltà, progresso; dall’altro le selvagge tribù indiane (Apaches, Sioux, Cheyennes…), che si oppongono con crudeltà e astuzia a questa inarrestabile avanzata.

Il treno, il telegrafo, le diligenze, le carovane… e gli assalti degli indiani.

John Ford è il regista che meglio ha narrato la conquista del west come una grandiosa avventura, nella quale gli indiani hanno rappresentato in vari modi un ostacolo da superare; da Cavallo d’acciaio (1926), a Ombre Rosse (1939), a Sentieri Selvaggi (1956).

La altre figure del west, e cioè fuorilegge, sceriffi, cowboys, bounty killers, con l’immancabile colt o winchester, costituiscono un filone quasi parallelo a quello indiano, e hanno ispirato numerosi capolavori, da Mezzogiorno di fuoco alle memorabili pellicole di Sergio Leone, negli anni '60.

Con Soldato Blu di Ralph Nelson (1970) che narra il massacro del villaggio cheyenne del Sand Creek, Piccolo grande uomo di Arthur Penn (1970) e Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack (1972) il cinema, in seguito alla revisione storica di questa guerra, inizia a descrivere un’altra realtà: quella di un popolo nativo che viene espropriato delle sue risorse e in gran parte fisicamente eliminato.

Si deve notare il fatto che questa revisione storica è stata intrapresa coraggiosamente da autori e registi americani.

Quando i fatti sono ben conosciuti, bisogna avere l’onestà e il coraggio di rileggere la storia senza pregiudizi ideologici.

Voglio ricordare “l’epopea” del west con la canzone "Fiume Sand Creek" di Fabrizio De André (1981), dedicata all'episodio realmente accaduto il 29 novembre 1864.

Truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccarono un villaggio di Cheyennes e Arapaho, massacrando donne e bambini.

Ma da ragazzi queste cose non si sapevano…

martedì 7 luglio 2009

Un giorno di lacrime




Giornata tristissima oggi.

A Viareggio nella mattinata sono state celebrate le esequie delle vittime della sciagura ferroviaria: 23 morti, tra cui alcuni bambini.

A Los Angeles nel tardo pomeriggio saranno rese onoranze funebri a Michael Jackson.

Oggi c’è posto solo per le lacrime.

E solo la musa tragica di Giuseppe Verdi può degnamente rappresentare tanto dolore.


Lacrimosa (dalla Messa di Requiem)

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus;
huic ergo parce, Deus:

Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.


Quel giorno sarà un giorno di lacrime,
quando risorgerà dal fuoco
il peccatore per essere giudicato;
perdonalo, o Dio.

Pio Signore Gesù,
dona loro la pace. Amen.

Salvate il soldato Johnny!



La guerra di secessione americana (1861-65), come tutte le guerre civili, fu combattuta con  asprezza tra le due parti, gli Stati dell’Unione (i Nordisti) e gli Stati della Confederazione (i Sudisti).

La vittoria dei Nordisti portò all’abolizione della schiavitù e accellerò lo sviluppo industriale della nazione.

Come in tutte le guerre, i canti e le marce militari ebbero una parte significativa, entrarono nella memoria di un popolo e, attraverso i mass media e i films (chi non ricorda la scena finale de Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick?), nella cultura musicale in genere.

I Sudisti trovarono in Dixie il loro inno. I Nordisti marciarono al canto di John Brown.

Ma la canzone che più di ogni altra è il simbolo di questa guerra è When Johnny Comes Marching Home, o semplicemente Hurrah!

Venne pubblicata da Patrick Sarsfield Gilmore nel 1863 e dedicata all’Esercito e alla Marina dell’Unione.
Un canto nordista, dunque, ma che auspicava la fine della guerra e il felice ritorno a casa del soldato Johnny.

La musica e perfino le parole si ispirano ad un precedente canto popolare irlandese (Johnny We Hardly Knew Ye), che però ha un significato più nettamente antimilitarista.



When Johnny comes marching home again,
Hurrah! Hurrah!
We'll give him a hearty welcome then
Hurrah! Hurrah!
The men will cheer and the boys will shout
The ladies they will all turn out
And we'll all feel gay,
When Johnny comes marching home.

The old church bell will peal with joy
Hurrah! Hurrah!
To welcome home our darling boy
Hurrah! Hurrah!
The village lads and lassies say
With roses they will strew the way,
And we'll all feel gay
When Johnny comes marching home.

Get ready for the Jubilee,
Hurrah! Hurrah!
We'll give the hero three times three,
Hurrah! Hurrah!
The laurel wreath is ready now
To place upon his loyal brow
And we'll all feel gay
When Johnny comes marching home.

Let love and friendship on that day,
Hurrah, hurrah!
Their choicest pleasures then display,
Hurrah, hurrah!
And let each one perform some part,
To fill with joy the warrior's heart,
And we'll all feel gay
When Johnny comes marching home.

When Johnny...


Quando Johnny ritornerà marciando a casa,
Urrà! Urrà!
Gli daremo di cuore un benvenuto
Urrà! Urrà!
Gli uomini saluteranno e i ragazzi strilleranno
Tutte le donne usciranno fuori,
E tutti ci sentiremo felici
quando Johnny tornerà marciando a casa.

La vecchia campana della chiesa risuonerà di gioia
Urrà! Urrà!
Per accogliere il nostro caro ragazzo,
Urrà! Urrà!
Diranno ragazzi e ragazze del villaggio
Copriranno di rose la strada,
E tutti ci sentiremo felici
quando Johnny tornerà marciando a casa.

Preparatevi al festeggiamento,
Urrà! Urrà!
Che faremo al nostro eroe tre volte tre,
Urrà! Urrà!
La corona d'alloro è pronta adesso
Per ornare la sua fronte leale,
E tutti ci sentiremo felici
quando Johnny tornerà marciando a casa.

Pace ed amicizia quel giorno,
Urrà! Urrà!
Mostrino dunque i loro eletti piaceri,
Urrà! Urrà!
E ciascuno faccia la sua parte,
Per riempire di gioia il cuore del guerriero,
E tutti ci sentiremo felici
quando Johnny tornerà marciando a casa.

lunedì 6 luglio 2009

Gerico! E le mura crollarono (spiritual)






Mahalia Jackson (1911-1972) è considerata la più grande cantante di spirituals.

Con la sua voce duttile, potente ed espressiva, riesce ad evidenziare appieno la ricchezza di significato che si cela dietro l’apparente semplicità di questi canti.

Nata in una capanna sulle rive del fiume Misissippi, presso New Orléans, iniziò con una serie di lavori umilissimi, come la domestica e la lavandaia.

La sua straordinaria voce di contralto (ma con tre ottave di estensione!) non poteva passare inosservata, e così Mahalia riuscì ad imporsi all’attenzione di tutti, incidendo per le etichette Decca, Apollo e Columbia.

Negli anni '50 la sua popolarità raggiunse l’acme. La Jackson divenne quasi una leggenda.

Nel 1963 partecipò al fianco di Martin Luther King alla celebre marcia di Washington, durante la quale intonò la canzone simbolo della libertà vittoriosa, We shall overcome.

Ascoltiamo dalla sua voce uno dei più noti negro spirituals: Jericho.

Le catene della schiavitù cadranno, come caddero le mura di Gerico al suono delle trombe dell’esercito di Giosuè.

http://www.youtube.com/watch?v=gPZuWzZvoYQ


Joshua fit the battle of Jericho
Jericho Jericho
Joshua fit the battle of Jericho
And the walls came tumbling down. Hallelujah!

Joshua...

You may talk about your men of Gideon
You may talk about your men of Saul
There's none like good old Joshua
At the battle of Jericho. That mornin’.

Joshua...

Up to the walls of Jericho
with sword drawn in his hand
Go blow them horns, cried Joshua,
the battle is in my hands. Halleluiah!


Giosuè combattè la battaglia di Gerico,
e le mura caddero giù. Alleluia!

Potete parlare di uomini come Gedeone,
potete parlare di Saul.
Ma non c'è nessuno come il buon vecchio Giosuè,
alla battaglia di Gerico. Quella mattina.

Fin sotto le mura di Gerico
con la spada sguainata in pugno
"Soffiate nei vostri corni" gridò Giosuè,
"la battaglia è nelle mie mani". Alleluia!

domenica 5 luglio 2009

Canti di libertà. I negro spirituals



Gli afro-americani costuiscono una delle componenti essenziali della società e della cultura statunitense.

Oggi più che mai, con l’afro-amerciano Barack Obama che è giunto fino alla Casa Bianca.

Si è avverato un sogno, quello che aveva vagheggiato Martin Luther King nel suo celeberrimo discorso di Washington del 28 agosto 1963.

I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal"

Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali".

Il cammino di liberazione della gente di colore è stato lungo e drammatico: una liberazione per molti aspetti paragonabile ad un evento biblico.

E proprio nella fede in Cristo e nella sua parola il popolo nero ha trovato non solo il conforto e la speranza durante il suo faticosissimo esodo, ma anche un mezzo per esprimere con il canto l’attesa della liberazione.

I canti negro-spirituals sono per lo più temi biblici nei ritmi delle danze africane.

Questi canti, oltre ad essere una preziosa testimonianza storica e di grande valore musicale, hanno costituito la base della musica americana moderna, dal blues al jazz, al rock, al pop.

Tra i vari negro spirituals (alcuni famosissimi, pensiamo a When the Saints go marchin' in) ne ho scelto uno meno noto, ma non meno bello, che ci dà l’idea del valore di questo tipo di canto, e di quale apporto abbia dato alla musica attuale.


Didn't my Lord

Didn't my Lord deliver Daniel?
Deliver Daniel, deliver Daniel?
Didn't my Lord deliver Daniel?
And why not every man?

He delivered Daniel from the lion's den
Jonah from the belly of the whale
And the Hebrew chillen from the fiery furnace
And why not every man?

Didn't my Lord deliver Daniel?

De win’ blows eas’ an’ de win’ blows wes’
It blows like a judgement day
An’ every po’ sinner dat never did pray’ll
Be glad o pray dat day.

Didn't my Lord deliver Daniel?

I set my foot on the gospel ship,
And the ship it begin to sail,
And it landed me over on Canaan's shore,
And I'll never come back anymore.

Didn't my Lord deliver Daniel?


Mio Signore, non hai liberato Daniele?
e perché non liberi ogni uomo?

Egli ha liberato Daniele dalla fossa dei leoni
e Giona dal ventre della balena
e i fanciulli ebrei dalla fornace ardente,
e perché non libera ogni uomo?

sabato 4 luglio 2009

Independence Day. Dal Nuovo Mondo (Dvorak)



La scoperta dell’America è frutto del coraggio e dell’ostinazione di Cristoforo Colombo.

Arrivare a levante passando da ponente, arrivare alle Indie andando in direzione opposta, per molti sarà sembrato allora come per un fiorentino “andare a Roma per Mugello”.

Invece per Colombo, visto che la terra è tonda, e secondo lui molto piccola, era come “fare il giro del tegame”: gira gira, torni sempre al solito punto.

Il 12 ottobre 1492 ha così scoperto, incidentalmente, il Nuovo Mondo.

Da questo Nuovo Mondo sono venute novità di ogni genere. Dalla rivoluzione nel cibo (cosa sarebbe il mondo senza il pomodoro e la cioccolata?) a quella politica.

La prima dichiarazione dei diritti dell’uomo, come manifesto politico, è la Dichiarazione d’Indipendenza, del 4 luglio 1776, di Thomas Jefferson, a cui si è ispirata quella successiva della Rivoluzione francese del 1789.

"Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell'umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale secessione. Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso di governanti; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo...."

L’America ha costituto, specialmente negli ultimi due secoli, la speranza e il sogno di riscatto per milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo, compresa l’Italia.

A questo affascinante nuovo mondo il musicista boemo Anton Dvorak volle dedicare, nel suo soggiorno americano, la magnifica Sinfonia n. 9, “Dal Nuovo Mondo”, nel 1893.

È anche il nostro modo per ricordare il 4 luglio.

La parte finale della sinfonia, eseguita magistralmente dai Wiener Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan, qui: http://www.youtube.com/watch?v=r-XZpN6XtKY

giovedì 2 luglio 2009

In memoriam delle vittime di Viareggio. Lacrimosa (Mozart)



Purtroppo la sciagura ferroviaria di Viareggio assume sempre più le dimensioni di una spaventosa tragedia.

I morti sono ora 18, una ventina i feriti in pericolo di vita, altri in gravi condizioni, centinaia gli sfollati, case distrutte, automezzi incendiati…

Un bollettino di guerra. Lo scoppio dei grandi contenitori di GPL trasportati dal treno e fuoriusciti dalle rotaie per una rottura di un carrello ha avuto effetti devastanti.

I vigili del fuoco e i volontari si sono prodigati in modo ammirevole per portare i soccorsi. Una straordinaria dimostrazione di generosità e di efficienza, in mezzo a tanto disastro.

“Ho visto l’inferno” ha detto un sopravvissuto.

E proprio questa immane potenza del fuoco sterminatore è ciò che ha impressionato tutti.

A me ha fatto pensare alle parole finali del Dies Irae: Lacrimosa dies illa qua resurget ex favilla (Quel giorno sarà un giorno di lacrime, quando risorgerà dal fuoco); con la dolente, drammatica eppure dolcissima musica di Mozart nella sua Messa di Requiem.



Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus;
huic ergo parce, Deus:

Pie Jesu Domine,

dona eis requiem. Amen.


Quel giorno sarà un giorno di lacrime,
quando risorgerà dal fuoco
il peccatore per essere giudicato;
perdonalo, o Dio.

Pio Signore Gesù,
dona loro la pace. Amen.

mercoledì 1 luglio 2009

Per i morti della sciagura di Viareggio

























Di fronte alla gravissima sciagura accaduta a Viareggio, in cui hanno perso la vita 14 persone e molte altre sono in condizioni disperate, l’unica cosa che possiamo fare da qui è esprimere il nostro grande dolore.

E io lo voglio fare postando l’immagine stessa del dolore, la Deposizione di Gesù nel sepolcro, del Caravaggio.

Un immenso dolore, espresso dai gesti delle donne che accompagnano il corpo di Gesù: Maria di Cleofa, Maria Maddalena e Maria Santissima.

Al tempo stesso, una raffigurazione solenne, che va dalle braccia alzate di Maria di Cleofa, al braccio pendente di Gesù che sfiora senza vita il sepolcro.

La scena è solenne, ma il Caravaggio non dimentica che cosa significa la morte.

Il volto livido di Gesù e il pallore delle sue membra, che fanno duro contrasto con i rossi vestimenti dei personaggi; e insieme, la forte presa delle braccia e lo sforzo delle gambe di Giuseppe di Arimatea, aiutato da Giovanni, per ricordarci che il trasporto di un cadavere è anche fatica.

Giuseppe di Arimatea è raffigurato con il viso rivolto verso di noi.
È un invito a partecipare al dolore per la morte di Cristo.

Un invito a partecipare al dolore e al lutto per tanti poveri Cristi nella terribile sciagura ferroviaria di Viareggio.

martedì 30 giugno 2009

Sempre bellezza... parliamo di brutti!









Non sempre si devono ricordare le cose meglio riuscite.

Anche quelle meno belle o perfino le brutte hanno diritto ad un post.

Un esempio di bruttezza artistica è la Fontana del Nettuno (1560-1575), in Piazza della Signoria a Firenze, opera di Bartolomeo Ammannati.

Una montagna di marmo bianco di Carrara, che i fiorentini chiamano ironicamente “il Biancone”.

Certo, nel confronto con il David di Michelangelo, poco distante nella medesima area, il povero Ammannati con il suo Nettuno non fa una bella figura…

“Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato!” commentò subito la gente.

Ma, come si sa, a tutto ci si abitua; e dopo cinque secoli di pervicace presenza del Biancone in Piazza della Signoria, oggi appare perfino simpatico.

Con quella testa così grossa, e così poco espressiva.

Le statue in bronzo (satiri, tritoni e nereidi) che decorano la fontana sono invece opera egregia del Giambologna e “sciupano”, per così dire, la bruttezza del monumento.

Ma, come dicevo all'inizio, anche i brutti hanno il loro fascino...

lunedì 29 giugno 2009

Tu es Petrus



Oggi è la festa di S. Pietro (e Paolo).

L’apostolo Pietro è stato posto da Gesù Cristo a capo e fondamento della Chiesa con queste esplicite parole:

Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Et tibi dabo claves regni caelorum...

“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli” (Matteo 16, 18-19).

Gesù preannunciò a Pietro anche quale sorte gli sarebbe toccata, per testimoniare la fede; il martirio in croce, come il Maestro:

“Gesù gli disse: ‘Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi’. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (Giovanni 21, 17-19).

Il martirio di Pietro avvenne nella persecuzione di Nerone, scatenata dopo l’incendio di Roma voluto dallo stesso imperatore, nell’anno 64, ma della quale furono incolpati ingiustamente i cristiani. (Tacito, Annales, XV, 44).

Il capo degli apostoli venne crocifisso nel colle Vaticano, dove oggi sorge la Basilica di S. Pietro.

Per onorare l’Apostolo su cui Cristo ha fondato la Chiesa mi pare molto appropriato presentare lo stupendo mottetto Tu es Petrus di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1572).

Polifonia pura, a sei voci miste, tre voci bianche (ma nell’esecuzione, voci femminili) e tre voci virili.

Un mottetto che nella sua struttura sembra la costruzione di una cattedrale, della Chiesa, appunto.

Iniziano le voci femminili, alle quali rispondono le voci maschili, per unirsi poi ed intrecciarsi in modo mirabile e solenne fino alle parole “aedificabo Ecclesiam meam”, con cui si conclude la prima parte.

Nella parte successiva le varie voci, quando giungono alle parole “et portae inferi non praevalebunt”, si muovono in maniera omofonica, unitaria.
Nella polifonia classica, qual è quella di Palestrina, non è frequente che una frase sia ripetuta più volte dalla medesima voce. È una eredità del gregoriano che non ripete mai espressioni già pronunciate, come avviene nel linguaggio parlato.

Si noterà invece che Palestrina in questo caso più volte ribadisce “non praevalebunt” con le varie voci unite, affinché la frase sia scandita con tutta la potenza del coro: le forze del male non prevarranno.

Nella parte finale (ma in questo video il mottetto non è completo), alle parole "regni caelorum" (del regno dei cieli) tutte le singole voci salgono per gradi congiunti e con un ricamo polifonico finale, per esprimere l'ascesa verso Dio, bellezza infinita.

La polifonia è una musica sobria, mai "gridata", e va saputa gustare nel suo intimo pathos, espresso con una finezza ineguagliabile. Come uno stupendo ricamo.


Il video è un omaggio all’attuale pontefice, Benedetto XVI, il 264° successore di Pietro.

Coloro che vogliono ascoltare il mottetto Tu es Petrus nella versione completa,

http://www.youtube.com/watch?v=lIhwYVw6P4E

sabato 27 giugno 2009

Per Michael Jackson, da J. S. Bach



Dedichiamo a colui che è stato il più grande e inquieto artista della musica pop, Michael Jackson, questo stupendo messaggio di infinita pace: Komm süsser Tod, Vieni dolce morte.

È stato composto dal più grande e sereno artista della musica classica, Johann Sebastian Bach.

Dal tourbillon di suoni e di immagini di Thriller, alla compostezza di un corale di Bach sembra esserci un abisso di distanza.

http://www.youtube.com/watch?v=RYrUQItmW4s

Invece c’è in ambedue solamente un modo diverso di esprimere il medesimo senso della vita: un’appasssionata ricerca dell’assoluto.



Komm süsser Tod

Komm süsser Tod, komm selge Ruh!
Komm, führe mich in Friede,
weil ich der Welt bin müde,
komm, ich wart auf dich,
komm bald und führe mich,
drück mir die Augen zu
Komm selge Ruh!


Komm süsser Tod, komm selge Ruh!
Im Himmel ist es besser,
da alle Lust viel größer,
drum bin ich jederzeit
schon zum Valet bereit,
ich schließ die Augen zu.
Komm selge Ruh!

Komm süsser Tod, komm selge Ruh!
Ich will nun Jesum sehen
Und bei den Engeln stehen.
Es ist nunmehr vollbracht,
drum Welt zu guter Nacht,
mein Augen sind schon zu.
Komm selge Ruh!


Vieni, dolce morte

Vieni, dolce morte, vieni benedetto riposo!
Vieni, guidami alla pace
poiché sono stanco del mondo.
Vieni, ti aspetto,
vieni presto e guidami.
Chiudimi gli occhi.

Vieni, benedetto riposo!



venerdì 26 giugno 2009

We are the World. Omaggio a Michael Jackson musicista




Voglio ricordare Michael Jakson con la più bella delle sue canzoni, e quella più significativa:

We are the world (1985)

There comes a time when we hear a certain call
When the world must come together as one
There are people dying
and its time to lend a hand to life
There greatest gift of all

We cant go on pretending day by day
That someone, somewhere will soon make a change
We are all a part of Gods great big family
And the truth, you know,
Love is all we need

[Chorus:]
We are the world, we are the children
We are the ones who make a brighter day
So lets start giving
Theres a choice we're making
We're saving our own lives
its true we'll make a better day
Just you and me

Send them your heart so they'll know that someone cares
And their lives will be stronger and free
As God has shown us by turning stones to bread
So we all must lend a helping hand

[Chorus:] We are the world

When you're down and out, there seems no hope at all
But if you just believe theres no way we can fall
Let us realize that a change can only come
When we stand together as one

[Chorus:] We are the world


Noi siamo il mondo

Arriva un momento in cui abbiamo bisogno di una chiamata,
quando il mondo deve tornare unito
C’è gente che muore
ed è tempo di aiutare la vita, il più grande regalo del mondo.

Non possiamo andare avanti fingendo di giorno in giorno
che qualcuno, da qualche parte, presto cambi le cose.
Tutti noi siamo parte della grande famiglia di Dio
e, lo sai, in verità l’amore e tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini
noi siamo quelli che un giorno porteranno la luce,
quindi cominciamo a donare.
E’ una scelta che stiamo facendo,
stiamo salvando le nostre stesse vite,
davvero costruiremo giorni migliori, tu ed io

Manda loro il tuo cuore
così sapranno che qualcuno vuol loro bene
e le loro vite saranno più forti e libere.
Come Dio ci mostrò, mutando la pietra in pane,
così tutti noi dovremmo dare una mano soccorritrice.

Noi siamo il mondo...

Quando sei triste e stanco, sembra non ci sia alcuna speranza,
ma, se tu hai fiducia, non possiamo essere sconfitti.
Rendiamoci conto che le cose potranno cambiare solo
quando saremo uniti come una cosa sola.

Noi siamo il mondo...

giovedì 25 giugno 2009

Bach e Stradivari in metropolitana: “zero tituli”



Il Washington Post ha effettuato tempo addietro un significativo esperimento.
Ha chiesto ad uno dei più celebri violinisti, Joshua Bell, di suonare con il suo Stradivari da tre milioni e mezzo di dollari musiche di Bach in una stazione della metro di Washington D. C.

E così, in una mattina di gennaio (12/1/2007), in una stazione frequentata da migliaia di persone, Joshua Bell ha suonato per 45 minuti alcuni famosi brani di Bach.

Questi i risultati: si sono fermate 6 persone e ha raccolto 32 dollari.
Due giorni prima il violinista aveva fatto il tutto esaurito al teatro di Boston, con biglietti che costavano in media 100 dollari.

http://la.bellezza.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=413518b829ba8061

Nell’articolo linkato, che riporta il video dell’incredibile vicenda (ma non tanto!), non si dice quale è il brano che si sente eseguire da Bell.

Si tratta ovviamente della Ciaccona di J. S. Bach (1720 circa), uno dei capolavori assoluti della musica universale.

Costituisce l’ultimo movimento della Partita n. 2 in Re minore, per violino solo (Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga, Ciaccona).

La Ciaccona è un movimento di danza in 3/4 costituito da un tema impostato sul basso, con molteplici variazioni nelle voci superiori. Nella Ciaccona di Bach sono una sessantina.

Anche le Variazioni Goldberg sono in realtà una Ciaccona.

E per citare un altro esempio famoso, il Canone di Pachelbel è anch’esso una Ciaccona (in 4/4). Sul tema impostato rigorosamente nel basso, si aggiungono una serie di variazioni nelle voci medie e alte.

Anch’esso un capolavoro assoluto.




mercoledì 24 giugno 2009

"Il mio bel San Giovanni" (Dante)















Oggi è la festa di S. Giovanni Battista.

Il santo patrono di una città non è solo una festività religiosa, ma un avvenimento di grande rilievo civile.

Il patrono infatti rappresenta l’identità stessa di una comunità, la sua memoria storica, i suoi valori fondanti. Nel santo la città vede il protettore e il modello da seguire.

S. Giovanni è colui che annuncia Cristo presente nel mondo e che lo indica a dito: “Ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29).

Giovanni è il Battista, colui che ha battezzato Gesù nel fiume Giordano.

E colui che ha proclamato la scomoda verità anche davanti al potente di turno, Erode Antipa, e ha suggellato con il proprio sangue i suoi insegnamenti.

Tra i luoghi che hanno S. Giovanni Battista come patrono spicca Firenze, la città di Dante, che più volte ricorda il Santo e il Battistero che ne porta il nome.

“Non mi parean né ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel S. Giovanni,
fatti per luogo di battezzatori”. (Inferno, XIX, 16-18)

I fiorentini vollero imprimere nella loro celebre moneta d’oro, il fiorino, da un lato il giglio e dall’altra l’immagine del Battista. Lo ricorda ancora Dante, quando colloca nel profondo dell’Inferno Maestro Adamo, che osò falsare il fiorino, “la lega suggellata del Battista” (Inf. XXX, 74).

Il “bel S. Giovanni”, che Dante ricorda con tanta nostalgia nel suo esilio, gli ispirò certamente la Divina Commedia. Nella volta del Battistero di S. Giovanni infatti campeggia il mosaico del Giudizio Universale, imponente opera musiva di Coppo di Marcovaldo (1270 circa).
Impressionante è la figura di Satana, mostro con tre teste, con le quali sta divorando tre dannati.

Nella Divina Commedia in effetti Satana è immaginato come un mostro con tre teste che sta divorando i tre traditori Giuda, Bruto e Cassio.

S. Giovanni non vuole inganni, o alla toscana “San Giovanni ‘un vòle inganni”.

Falsari e traditori sono messi da Dante nel profondo dell’inferno e nelle fauci di Lucifero.

Il poeta fiorentino aveva imparato la lezione del suo santo patrono: la verità, prima di tutto, nelle parole e nelle opere.

Una lezione cara a tutti i toscani.


Foto in alto: Il Battistero di S. Giovanni a Firenze (XII-XIII sec.).

martedì 23 giugno 2009

Non ci sono più le zanzare di una volta...







Non esistono più le stagioni…

Non ci sono più gli uomini di una volta…

Ma neanche le zanzare sono più le stesse!

Quelle belle e vistose zanzare, che con il loro tipico ronzio ti tenevano sveglio tutta la notte, ma ti davano almeno la possibilità di difenderti a mano armata, di guanciale o di altro arnese atto a schiacciare.

Era una lotta cavalleresca, in fondo: la zanzara ti attaccava, ma al tempo stesso ti mandava il fonogramma del suo arrivo.

Per questo si è meritata anche un elogio poetico. Tra le cose più simpatiche del barocco letterario c’è un’ode alla zanzara, scritta da Gianfrancesco Maia Materdona:

Animato rumor, tromba vagante
che solo per ferir talor ti posi;
turbamento de l'ombre e de' riposi,
fremito alato e mormorio volante...

Una poesia dedicata all’animale più fastidioso che Dio o madre natura abbia creato.

Ma caro Gianfrancesco, non esistono più le poetiche zanzare di una volta. Ora c’è la prosaica zanzara tigre.

Piccola, con il motore silenziato, pluripungente. In altre parole: non la vedi, non la senti e ti riempie di buchi. Ha il buon cuore di non svegliarti, mentre ti dissangua. E ti colpisce anche di giorno… Orario continuato.

L’ho scoperto stamani. Quando mi sono alzato, mi sono ritrovato pieno di rosse vesciche dalla cintola in su, come un buttero maremmano colpito da vaiolo.

Ho pensato a qualche allergia, che non ho mai avuto; ho pensato a un attacco di orticaria, ma alle urne per le votazioni non ho incontrato nessun politico...

Mentre mi domandavo perplesso che cosa mi fosse accaduto in quelle poche ore di sonno, mi è sembrato di veder volteggiare sopra la mia testa un insignificante esserino, che a ben guardare era proprio una zanzara, minuscola e ancora insoddisfatta.

Non potevo credere che una simile nullità avesse fatto tanto danno; e soprattutto come sia riuscita a farlo senza che io me ne accorgessi. Forse con l'aiuto di altri vampiri miniaturizzati, al momento in sonno.

Mi sono convinto. Era stata lei, al di là di ogni ragionevole dubbio.

E così ho pensato alla guerra difensiva, ammessa anche da Santa Romana Chiesa. Niente lotta corpo a corpo. Quella andava bene con le eroiche zanzare di una volta.

Sono andato subito a comprare una batteria insetticida: solida, liquida e gassosa.

Tornato a casa ho iniziato la mia battaglia di terra, di mare e di cielo.
Ho collocato l’impasto insetticida sopra il comodino, ho attaccato alla corrente elettrica il vaporizzatore del prodotto liquido e ho spruzzato con abbondanza in aria il contenuto di una bomboletta spray.

Io sono qui stasera a grattarmi ancora la schiena.

La zanzara tigre si gratterà la testa.

lunedì 22 giugno 2009

La libertà: un duello all'ultimo sangue (o all'ultima nota)




La vita umana è una sfida continua. Spesso è una lotta contro ignoti: avversità, malattie, situazioni impreviste e imponderabili.

L’io deve aprirsi la strada verso la pienezza dell’autocoscienza superando, come diceva Hegel, l’immane peso del negativo, che la realtà gli oppone continuamente.

Quando però l’ostacolo ha un nome e una faccia, allora la sfida assume l’aspetto del duello.

La storia e la letteratura sono piene di singolar tenzoni, dall’episodio biblico di David e Golia, al mitico duello tra Achile ed Ettore nell’Iliade, fino a quelli dei film di Sergio Leone; quest’ultimi resi memorabili dalla musica di Ennio Morricone.

Il duello che abbiamo postato reca proprio la firma di Ennio Morricone, ma è per fortuna incruento; un virtuoso duello all’ultima nota. È la scena cult del bel film La leggenda del pianista sull’oceano (1998), di Giuseppe Tornatore.

Vorrei solo notare come “Novecento”, cioè il protagonista del film, vincitore della sfida al pianoforte con il presuntuoso Jelly Roll Morton (personaggio realmente esistito) esegua un’improvvisazione virtuosistica sbalorditiva, che fa pensare al Volo del calabrone di Rimskij-Korsakov (nella trascrizione pianistica di Rachmaninoff), o agli Studi trascendentali di Liszt o a qualche brano di Rachmaninoff stesso.

Sia Liszt che Rachamaninoff sono celebri per aver composto brani virtuosistici di incredibile difficoltà, direttamente proporzionale alla lunghezza delle loro mani…

Ma quelle rapidissime mani che nel film scorrono e si moltiplicano sulla tastiera sono di una donna: la pianista Gilda Buttà, di Patti (1959).

Davvero brava!

domenica 21 giugno 2009

Estate in Grecia... con Alceo
















Oggi inizia l’estate. E noi vogliamo iniziare alla grande, con una poesia a lei dedicata (estate è femminile).

Si tratta di un frammento lirico del poeta greco Alceo, vissuto circa 600 anni avanti Cristo a Mitilene, in Asia Minore, contemporaneo e amico della poetessa Saffo.

Lo riportiamo innanzitutto nella lingua originale, anche perché la scrittura greca è così bella che sembra una pittura.

E poi perché, a mio parere, questa poesia è forse la cosa più efficace scritta sull’estate.

Si noti l’asciutto realismo della lirica alcaica; ogni verso è una pennellata di colore.

E quell’inizio indimenticabile: “Bagna di vino i polmoni…” (tènghe pnèumonas òino...).











Bagna di vino i polmoni, poiché l’astro compie il suo giro,
la stagione è opprimente e tutte le cose sono assetate per la calura.
Tra le foglie dell’albero frinisce petulante la cicala [
e il cardo fiorisce. Ora le donne sono più procaci,
e gli uomini deboli, poiché [e] testa e ginocchia Sirio
infiacchisce.


(Traduzione Amicusplato)



Foto in alto: La colazione dei canottieri (1880-82), Pierre-Auguste Renoir, Phillips Collection, Washington

sabato 20 giugno 2009

La statua della libertà, a Firenze





La libertà è un valore di cui non si dice mai abbastanza.

Caratterizza l’essere umano nel profondo, è la sorgente della sua autonomia, lo rende responsabile delle sue azioni, che acquistano così rilevanza morale.

Ci sono molti modi per esprimere il significato della libertà.

Nel post precedente abbiamo cercato di definirla con dei ragionamenti, e siamo giunti alla conclusione che la libertà è una scelta consapevole tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
Presuppone perciò la conoscenza del bene e del male, cioè della verità, senza la quale ogni scelta sarebbe indifferente e senza significato.

Anche l’arte ha espresso in maniera efficace il concetto di libertà, attraverso il simbolismo dei segni. Nella pittura, ad esempio, celebre è il quadro di Eugenio Delacroix, che abbiamo postato ieri: la Libertà che guida il popolo.

Pensiamo alla scultura. La Statua della libertà, nel porto di New York, è l’esempio più celebre.

Ma a noi piace invece illustrare un’altra statua, artisticamente ben più perfetta, ma che a prima vista sembra non avere rapporti con il tema trattato: Il David di Michelangelo (1504).

Perché il David rappresenta la libertà? Il motivo è presto detto.

David combatte nudo, armato solo di fionda, contro un gigantesco nemico, Golia.

Nel giovane eroe, che difende la libertà del popolo ebreo contro i filistei, i fiorentini videro anche il simbolo perfetto della libertà di Firenze, contro la tirannia dei Medici.

Per questo vollero che la statua fosse collocata davanti al Palazzo della Signoria, centro del potere politico della città, a presidio della libertà repubblicana.

David è raffigurato mentre guarda in modo sicuro e un po' accigliato il gigante armato di tutto punto, e sta pronunziando queste parole: “Tu vieni a me con la spada e con la lancia. Io vengo a te nel nome del Signore che tu hai insultato. Lui ti darà in mio potere” (I Sam. 17, 45).

Una libertà che confida non solo nelle fragili forze umane, ma anzitutto nella potenza di Dio.


venerdì 19 giugno 2009

Libertà!

















Forse nessun altro concetto oggi è così evocativo della condizione umana come quello di libertà.
La libertà è considerata l’essenza stessa dell’uomo, la caratteristica fondante, la sua consistenza esistenziale.

Senza libertà l’uomo si sente defraudato della sua stessa vita, che viene quasi a perdere ogni significato.

Ma che cos’è davvero la libertà?

Spesso si dice che libertà è fare ciò che uno vuole.

In certo senso è vero. Mi sento veramente libero quando faccio ciò che voglio.

Ma se la libertà consistesse solo nel fare ciò che uno vuole, finiremmo nell’arbitrio, cioè nel capriccio, nell’impulso del momento, nel caos comportamentale. La vita diventerebbe impossibile.

Altri allora aggiungono che libertà è fare ciò che uno vuole, ma nel rispetto della libertà altrui. La mia libertà finisce dove comincia la tua.

Belle parole, che nascondono una realtà più triste: l’equilibrio tra egoismi.
Una vita vissuta tra reciproci egoismi, oltre al disastro esistenziale, finisce inevitabilmente per portare al disastro sociale. L’egoismo eretto a sistema porta inevitabilmente ai conflitti, all’odio, alla violenza, alla guerra.

La libertà da sola non può bastare per definire l’uomo. È vero che l’uomo oggi cerca di identificarsi solo con questa facoltà; quasi un autodeterminarsi creativo. Il mito fichtiano: l’Io pone se stesso.
Ma come si è visto, è un’impresa impossibile, destinata al fallimento, come è accaduto all’idealismo tedesco e al superomismo nietzschiano: il XX secolo ne è la prova storica.

Non basta avere la libertà di scelta; questa è semplice arbitrio, o delirio di onnipotenza.
E non è sufficiente scegliere ciò che è utile per me, in concorrenza più o meno spietata con l’utile altrui.

Occorre scegliere anzitutto tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Allora diventa chiaro che cos’è la libertà.

Prima della libertà c’è la conoscenza del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male.
L’uomo non è solo libertà, ma prima ancora è conoscenza.

La conoscenza, patrimonio di ogni essere umano, non ci insegna solo i principi della logica, ma anche i principi morali, altrettanto universali.

La libertà è perciò la scelta che ogni essere umano compie tra due opzioni fondamentali, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, tra il bene e il male.


Chi sostiene che la verità non esiste, che non esistono principi morali universali e che tutto è relativo, avrà qualche difficoltà a fare le sue scelte e ancor più a fare la morale agli altri.

Ma nel web, spesso i più relativisti sono anche i più moralisti; un perenne quaresimale laico... Mistero della fede atea.

Solo la verità ci rende liberi.


Foto in alto: La Libertà che guida il popolo (1830), Eugène Delacroix, Museo del Louvre, Parigi