Silvio Berlusconi ieri sera, alle ore 21, ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio.
Si chiude un periodo di 18 anni che lo ha visto grande protagonista delle vicende politiche italiane, e non solo.
Non starò a fare il bilancio consuntivo del suo operato.
Ma ciò che non gli è stato mai perdonato, da parte di un settore agguerrito di elettori, è di aver impedito ai post-comunisti di salire al potere, dopo il “lavoro” fatto dai giudici milanesi di “mani pulite”, che avevano spazzato via tutti i vecchi partiti, tranne (chissà perché) il PCI-PDS.
In effetti, la sua “discesa in campo” nel 1993 portò nel 1994 alla sconfitta sorprendente e clamorosa della “gioiosa macchina da guerra” delle sinistre, che credevano di non avere più avversari.
Negli ultimi anni la sua vita privata, non certamente consona al ruolo di statista, gli ha fatto perdere consensi e lo ha condizionato nell’agire, specialmente di fronte a questa perdurante crisi economica che ha investito il mondo intero.
Le sue dimissioni sono apparse perciò un gesto di grande responsabilità e di grande dignità.
“Salus reipublicae suprema lex”, dicevano i romani; la salvezza dello Stato è la suprema legge.
Si conclude così la parabola umana del Cavaliere, caratterizzata da grandi successi e da un inesorabile declino.
Non appaia offensivo il canto che ho postato per questa circostanza: “Addio, sogni di gloria” (Carlo Innocenzi-Marcella Rivi), del 1942.
Anzitutto perché è una bellissima canzone, qui cantata dalla più bella voce italiana di questo ultimo mezzo secolo, Luciano Pavarotti.
E poi perché, in effetti, prima o poi viene per tutti il momento di lasciare. Importante capire quando, e avere il coraggio di farlo.
Silvio Berlusconi lo ha fatto.





