domenica 13 novembre 2011

Berlusconi si è dimesso. Salus reipublicae suprema lex



Silvio Berlusconi ieri sera, alle ore 21, ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio.

Si chiude un periodo di 18 anni che lo ha visto grande protagonista delle vicende politiche italiane, e non solo.

Non starò a fare il bilancio consuntivo del suo operato.

Ma ciò che non gli è stato mai perdonato, da parte di un settore agguerrito di elettori, è di aver impedito ai post-comunisti di salire al potere, dopo il “lavoro” fatto dai giudici milanesi di “mani pulite”, che avevano spazzato via tutti i vecchi partiti, tranne (chissà perché) il PCI-PDS.

In effetti, la sua “discesa in campo” nel 1993 portò nel 1994 alla sconfitta sorprendente e clamorosa della “gioiosa macchina da guerra” delle sinistre, che credevano di non avere più avversari.

Negli ultimi anni la sua vita privata, non certamente consona al ruolo di statista, gli ha fatto perdere consensi e lo ha condizionato nell’agire, specialmente di fronte a questa perdurante crisi economica che ha investito il mondo intero.

Le sue dimissioni sono apparse perciò un gesto di grande responsabilità e di grande dignità.

“Salus reipublicae suprema lex”, dicevano i romani; la salvezza dello Stato è la suprema legge.

Si conclude così la parabola umana del Cavaliere, caratterizzata da grandi successi e da un inesorabile declino.

Non appaia offensivo il canto che ho postato per questa circostanza: “Addio, sogni di gloria” (Carlo Innocenzi-Marcella Rivi), del 1942.

Anzitutto perché è una bellissima canzone, qui cantata dalla più bella voce italiana di questo ultimo mezzo secolo, Luciano Pavarotti.

E poi perché, in effetti, prima o poi viene per tutti il momento di lasciare. Importante capire quando, e avere il coraggio di farlo.

Silvio Berlusconi lo ha fatto.

venerdì 11 novembre 2011

11.11.11 (11:11). La vita è anche un gioco










È un bel terzetto d’undici schierato,
sembra proprio un picchetto militare;
anzi, se guardi ben quando ho postato,
è un quintetto, un ploton pronto a sparare.

Dieci soldati, tutti sull’attenti,
per salutare a salve Berlusconi,
che lascia il campo ad altri pretendenti
e si toglie, per molti, dai coglioni.

Ma il quintetto che oggi fa paura
forse è un quintetto solo musicale,
che prepara il concerto d’apertura
a un governo gradito al Quirinale.

Oppure, care amiche e amici cari,
sono dieci birilli messi ritti,
come al bowling, e aspettano precari
che una boccia li stenda a terra fritti.

È il gioco della vita, e questa data
lo rappresenta in modo assai reale.
Ad uno ad uno, un anno e una giornata,
si cade a terra e poi non si risale.

Sol tra cent'anni, il secolo venturo,
un'altra data come questa avremo;
ma come, dice un canto, di sicuro
a quella data "Noi non ci saremo".

Non crediate che il vostro Amicusplato
termini la canzone con tristezza.
Coi numeri soltanto un po’ ho giocato...
Passiamo questo giorno in allegrezza!

È l'11 novembre, è San Martino;
cambiano gli anni, ma la festa è quella;
in Toscana ogni mosto si fa vino,
con le castagne arrosto in la padella.

giovedì 10 novembre 2011

Succede un 48! (Per Egeria)






















Tutti aspettano il giorno di domani
con la sua data unica tra cento.
Ma oggi, cari amici internettiani,
è una data che supera ogni evento.

Oggi, 10 novembre, udite, udite!
Egeria, o meglio a dir, Maria Teresa,
finisce gli anni; e allora, che ne dite
se le dedico un’ode, a sua sorpresa?

Non chieder mai a una donna di quand’ è,
è una domanda poco da salotto;
ma Egeria ha un nick “Terry63”,
e dunque compie anni quarantotto...

Un anno che vuol dir rivoluzione,
per te, Maria Teresa, così mite,
dolce come Nutella a colazione,
e bella di sicur più di Afrodite.

Ma soprattutto mi incantò il tuo cuore,
affettuoso verso ogni persona.
La tua rivoluzione è pien d’amore,
l’unica “revolution” che funziona!

Maria Teresa, auguri e grazie tante
in questo giorno fausto e fortunato!
Lasciami un po’ di torta e di spumante
ed un caffè. Il tuo amico Amicusplato.


mercoledì 9 novembre 2011

Dolcenera...



Nella disastrosa alluvione di Genova di questi giorni mi è venuto spontaneo pensare ad una canzone di Fabrizio De André.

Parlo ovviamente di “Dolcenera”, nome amaramente accattivante che De André dà alla tragica alluvione genovese del 7-8 ottobre 1970, per molti aspetti simile a quella del 4 novembre scorso.

Non l’ho postata finora perché Faber inserisce nell’avvenimento una storia sentimentale poco esemplare, che in qualche modo dissacra un po’ la terribile vicenda.

De André ha scritto questa canzone, in cui amore e morte sembrano identificarsi, a una notevole distanza di tempo da quel terribile avvenimento, e forse pensava che non si sarebbe più ripetuto (album "Anime Salve", 1996, con la collaborazione di Ivano Fossati).

Riesce quindi con occhi asciutti a guardare Dolcenera che “ammazza e passa oltre”, e al tempo stesso “la moglie di Anselmo” che sta per tradire il marito, ma rimane intrappolata in un tram nel mezzo dell’alluvione.

Oggi a Genova si sono svolte le ultime celebrazioni funebri.

La vita riprende faticosamente il suo corso.

Penso che si possa ascoltare ora con animo più sereno questa stupenda canzone, che con versi indimenticabili descrive l'avanzata nera della devastazione e della morte attraverso l’elemento più “dolce” della natura, l’acqua di fiume, che "porta via la via", che “sale dalle scale, sale senza sale”.

Così come si può mestamente sorridere di quella onirica vicenda vissuta da due amanti, separati da un “tumulto del cielo [che] ha sbagliato momento”.

Il coro in genovese, che apre e commenta la ballata, ("Amìala ch'â l'arìa, amìa cum'â l'é, cum'â l'é. Amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê", Guardala che arriva, guarda com'è, com'è. Guardala come arriva, guarda che è lei, che è lei), dà un’impronta di verismo quasi fotografico.

La voce della fisarmonica dà alla canzone il sapore di una appassionata ballata popolare.

Perché Genova possa risorgere!





lunedì 7 novembre 2011

Dopo le tenebre



In questi giorni è veramente difficile essere sereni. E non è nemmeno giusto esserlo.

Questo cielo plumbeo sopra di noi rispecchia la situazione che stiamo vivendo.

Non viene molta voglia di ridere e di scherzare, di fronte alle vittime delle alluvioni e della follia umana, e dinanzi ad una situazione socio-politica nazionale e internazionale che sembra più disastrata della Liguria.

Tuttavia bisogna sempre riprendere con coraggio il cammino della vita, perché il male non abbia il sopravvento sul bene, e perché dopo le tenebre risplenda di nuovo la luce del sole.

Post tenebras, lux; dopo le tenebre, la luce.

Per rasserenare il nostro spirito, e come augurio per l’arrivo del sereno sia nell’atmosfera che nell’orbe terracqueo, ascoltiamo la suggestiva Melodia (“Danza degli spiriti beati”) dall’ “Orfeo ed Euridice” di Cristoforo Gluck (1714-1787), il rinnovatore del melodramma.

La ascoltiamo nella classica trascrizione per pianoforte di Giovanni Sgambati.  

È uno dei brani più belli della letteratura musicale. 

Al piano, con molta espressione, Francesco Caramiello.

domenica 6 novembre 2011

Chiesa sotto tiro




















Che la Chiesa Cattolica sia sotto tiro è una realtà evidente. Basta sfogliare un giornale qualsiasi, o aprire una pagina di web.

Ma quando sotto tiro non è solo l’istituzione, ma anche le persone, allora la cosa assume un aspetto allarmante.

Un individuo sui 60/70 anni ha sparato due sere fa a D. Paolo Brogi, segretario dell’Arcivescovo di Firenze Mons. Giuseppe Betori, colpendolo all’addome; poi ha puntato la sua 7,65 alla testa dell’alto Prelato, ma il colpo non è partito perché la pistola si è inceppata.

Mons. Betori ha perdonato all’aggressore, così come il suo giovane segretario, gravemente ferito.

Questo vile e sacrilego attentato mi induce ad alcune considerazioni.

La Chiesa è perseguitata per le sue idee, che vanno contro il "pensiero unico" attuale, laicista, materialista e relativista. Mass media, web, agenzie culturali e quant’altro ancora, in mano a “cattivi maestri”, a forza di slogan anticlericali, vieti luoghi comuni e spudorate falsità, vorrebbero far passare come accettabili le vergogne della loro “proposta indecente” di vita che è davanti agli occhi di tutti: divorzio, aborto, eutanasia, immoralità dilagante, egoismo sfrenato, vuoto esistenziale a perdere.

Non sappiamo bene ancora perché quell’individuo, nell'episcopio di Firenze, due sere fa, abbia sparato contro D. Paolo e Mons. Betori.
Sappiamo però che l’attentato a un Vescovo, che è il successore degli Apostoli, ci riporta ai tempi delle prime persecuzioni, quelle dell’impero romano, anticristiano.

Hegel insegna che sono le idee a muovere la storia. Per cui, anche nel male, c’è sempre qualcuno che, mosso dall’odio seminato dai cattivi maestri, prende un’arma e spara contro quelli che sono considerati nemici del progresso, cioè contro coloro che insegnano il valore della famiglia, l’inviolabilità della vita, il rispetto delle persone, l’amore per il prossimo.

Siamo al teatro dell’assurdo, se non fosse tragicamente vero: coloro che insegnano il bene vengono perseguitati e magari sparati; in compenso i “cattivi maestri” fanno carriera e lucrano sullo sfacelo della società.


venerdì 4 novembre 2011

4 novembre 1918. Nasce il popolo italiano



Quest’anno festeggiamo il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Per dir la verità, non è che ci sia molto entusiasmo per questa ricorrenza; qua e là nelle case si vede qualche tricolore, ma talvolta (questa è la mia impressione) sembra che sia sventolato più per motivi politici (cioè partitici), che per autentico amor patrio.

È anche mia opinione (ma questa è più seria) che l’unità d’Italia non sia stata fatta nel 1861, ma nella guerra del 1915-18, nella Grande Guerra, di cui oggi - 4 novembre - ricorre l’anniversario della vittoria.

È stata in pratica l’unica guerra vinta dagli italiani: la I guerra d’indipendenza (1848-49) fu tristemente persa; la II (1859) fu vinta soprattutto dai Francesi di Napoleone III, che si presero però Nizza e Savoia, cioè una bella fetta del nostro territorio, in cambio della sola Lombardia. Della III guerra (1866) meglio non parlare, per la vergogna di cui ci siamo ricoperti, per terra e per mare.

La guerra del 1915-18 invece fu vinta, anche se con il sacrificio di quasi 700.000 soldati italiani, gli ultimi dei quali chiamati alle armi a 18 anni (classe 1899).

Sui monti del Carso e sulle montagne del Trentino, come sulle vallate venete, si è fatta realmente l’unità d’Italia, nell’estenuante guerra di trincea, che ha visto spalla a spalla combattere friulani e sardi, siciliani e piemontesi, toscani e abruzzesi, e così via. In quell’eroismo giovanile è nata l’Italia, dal fango delle trincee, tra fili spinati e cavalli di Frisia e sotto il crepitare della mitraglia.

Il simbolo di quell’immane conflitto è il fiume Piave, ultimo caposaldo della resistenza italiana e poi dell’avanzata vittoriosa del 24 ottobre-3 novembre 1918.

Lì le giovanissime leve diciottenni, insieme a soldati veterani, riuscirono a fermare l’avanzata austriaca dopo Caporetto, per poi passare un anno dopo al contrattacco a Vittorio Veneto, costringendo l’Austria alla resa, che fu firmata il 4 novembre 1918.

L’Italia era fatta, dal Brennero a Lampedusa; ma soprattutto era nato il popolo italiano, cosciente della sua grande forza, che lo aveva portato a sconfiggere nazioni fino ad allora dominatrici d’Europa.

Le giovani generazioni di oggi leggono solo nei libri di storia questi avvenimenti (e talvolta nemmeno questo fanno...); per molti di essi la patria, per dirla con Don Abbondio, è dove si sta bene.

Intendiamoci. È un sommo bene che non ci siano più guerre.

Ma la pace non è solo assenza di guerra. La pace è un valore che porta con sé anche l’amore per la propria terra, che tanti altri giovani hanno bagnato con il loro sangue.

Oggi l'Italia sembra su di un'altra linea del Piave; ma il coraggio di quella "bella gioventù" di un secolo fa ci deve essere di ammonimento e di sprone per vincere la nostra battaglia.

Per questo, il mio contributo a questa giornata che ricorda l’eroica vittoria italiana nella prima guerra mondiale è il canto friulano "Stelutis Alpinis".

È stato scritto proprio durante la Grande Guerra, da Arturo Zardini, a Firenze, nel 1917.

Uno dei canti più belli del repertorio alpino.


Stelutis alpinis
 
Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.

Par segnâl une crosute

jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.

Ciol sù, ciol une stelute:

je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.

Quant che a ciase tu sês sole

e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té.
 
 

mercoledì 2 novembre 2011

Le trombe del giudizio




Nel giorno dedicato alla Commemorazione dei Defunti mi pare appropriato onorarli con una preghiera.

Viene subito in mente il Requiem, musicato da tanti grandi compositori.

Tutti conosciamo quello di Mozart e quello di Verdi, e non sappiamo forse quale preferire.

Per molti il film “Amadeus”, con la leggendaria (e truce) committenza di Antonio Salieri, aggiungerà un motivo in più per preferire l’opera di Mozart.  

Ma il Requiem di Mozart non ha bisogno di “leggende nere” per essere ammirato nel suo fidiaco equilibrio e nell’intenso pathos che lo caratterizza nel profondo.

Il Requiem di Giuseppe Verdi è certamente meno unitario, un po’ più dispersivo, e il pathos diventa romantica drammaticità, con qualche debito verso il  melodramma.

Ma l’opera rimane sublime e rappresenta il suo capolavoro. Ci sono poi alcuni momenti in cui l’arte domina in modo assoluto e insuperato.

È il caso del Dies Irae, e non solo nel suo "tremendo" inizio, ma anche in altri versetti, come il “Tuba mirum spargens sonum”.

Pochi sanno trattare l’impiego della tromba nell'orchestra come Verdi. Non certo Mozart, che quando ne sentiva il suono, sveniva...

Sono le trombe del Giudizio Universale. Prima lontane (fuori dell’orchestra), poi sempre più vicine (nell’orchestra), con un formidabile crescendo fino all'esplosione di suoni e voci di tutto l'organico orchestrale e corale.

Tuba, mirum spargens sonum per sepulchra regionum, coget omnes ante tronum. 

Una  tromba, diffondendo un suono mirabile per i sepolcri della terra, radunerà tutti davanti al trono di Dio.

Un brano "michelangiolesco".


martedì 1 novembre 2011

1.11.11. Festa di tutti i Santi




Il 1 novembre si festeggiano Tutti i Santi.

Ma quest’anno la data, espressa in numeri, è particolarmente interessante; anzi, unica in ogni senso. Si può scrivere con un’unica cifra, l’1.

La fantasia si sbizzarrisce di fronte a simili coincidenze. Già due altre volte quest’anno abbiamo avuto  situazioni analoghe, l’11 gennaio, esprimibile con 11.1.11, e l'apertura dell'anno con 1. 1. 11.

Tra poco avremo addirittura 11. 11. 11.

Questa volta la serie degli 1 mi suggerisce una riflessione legata alla festività dei Santi.

Un santo si può definire in molti modi. Il santo è un uomo che ha realizzato in pienezza la sua vita; un cristiano autentico, che ha esercitato eroicamente le virtù; una persona che ha seguito gli insegnamenti del Vangelo, senza se e senza ma. E così via.

Ma la data particolare di oggi mi suggerisce una definizione un po’ particolare anch’essa.

Il santo è colui che ha fatto della sua vita una realtà unitaria, una “reductio ad unum”, una riduzione all’essenziale.

Ha sfrondato ciò che non era necessario, ha ricondotto all’unità la propria vita, sottraendola alla dispersione in cui il mondo cerca di frantumare l'esistenza, affidandosi a Colui che è l'unità dell'essere: Dio.

Lo dice il Vangelo: “Porro unum est necessarium” (Lc 10, 42), una sola cosa è quella che conta.

E ancora: “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6, 33).

Santo è colui che affida all’unico Signore la sua vita. 

Servo di Dio e di nessun altro, come diceva don Milani.

Per questo l’1 di oggi esprime bene la festa dei Santi.

E per questo mi sembra molto appropriato il ben noto canto di Taizé, con la bella musica di Jacques Berthier e le ispirate parole di S. Teresa d'Avila: "Solo Dios basta".


Solo Dios basta

Nada te turbe, nada te espante
quien a Dios tiene nada le falta
Nada te turbe, nada te espante,
solo Dios basta.

Versetti solistici:

Todo se pasa, Dios no se muda,
La paciencia todo lo alcanza.

En Cristo mi confianza,
y de Él solo mi asimiento;
en sus cansancios mi aliento,
y en su imitación mi holganza.

Aquí estriba mi firmeza,
aquí mi seguridad,
la prueba de mi verdad,
la muestra de mi firmeza.

Ya no durmáis, no durmáis,
pues que no hay paz en la tierra.

No haya ningún cobarde,
aventuremos la vida.
No hay que temer, no durmáis,
aventuremos la vida.

(S. Teresa d'Avila)

lunedì 31 ottobre 2011

Zucche vuote e semi salati













Le zucche vuote di Halloween mi danno fastidio, per più motivi.

Anzitutto perché la “zucca vuota” è la metafora perfetta della persona senza idee, diciamo pure senza cervello. E queste zucche vuote che si vedono in occasione di Halloween danno la misura del livello mentale dei tempi in cui viviamo. Se poi sono le scuole stesse a prepararle, allora si raggiunge il top del ridicolo.

Sono giorni particolarmente cari alla fede cristiana e alla memoria: si ricordano i santi e i morti, cioè le persone più care della nostra vita. Mischiare il sacro con il profano, ma per essere più esatti, con il cretino, è una cosa penosa.

La riflessione sulla vita e sulla morte viene banalizzata con tutto un armamentario così orrido e volgare, nella moda e nei comportamenti, che l’autunno del Medioevo a suo confronto è stato il trionfo della luce.

Non mi dite che è solo un gioco, un giorno (una notte) di festa spensierata, un momento di fervida fantasia sul macabro.

Se fosse solo questione di un giorno, transeat.

Il problema è che quelle zucche vuote ogni anno prendono vita e contribuiscono ad accrescere quel popolo di zombi di cui il mondo è ormai pieno.

Come nel peggiore dei film horror.

Ma non sarebbe meglio tornare a mangiare i semi salati? E friggere le zucche in padella?

Non sono niente male.

domenica 30 ottobre 2011

Ed è subito sera! Un Quasimodo frainteso




















"Ed è subito sera".

La celebre poesia di Salvatore Quasimodo non è un esempio di poesia ermetica, come finora si è creduto, ma più concretamente un commento del poeta al ritorno dell’orario solare.

Con un’ora indietro, le giornate si fanno di colpo più corte, il buio della sera incombe minaccioso e l’autunno mostra all’improvviso il suo volto grigio.

No, niente ermetismo, niente metafora della vita umana. Solo un grido di dissenso nei confronti dell’ora legale/solare.

In effetti il poeta ha ragione: o si mantiene sempre l’ora legale, o si lascia l’ora solare; ma basta con questi cambiamenti periodici, che scombussolano il sistema solare e il nostro sistema nervoso.

Sono degli attentati alla salute pubblica e alle leggi della natura, che prima o poi si ribella.

Quasimodo ha ragione.

Ed è subito sera... Alle 5 del pomeriggio.


venerdì 28 ottobre 2011

Un tocco di dolcezza, in questi giorni di sofferenza



Questi sono stati giorni drammatici, e per alcuni aspetti tragici.

L’incidente mortale a Sepang del campione di motociclismo Marco Simoncelli.

Le Cinque Terre, perle della Liguria, la Val di Vara e la Lunigiana devastate dalle alluvioni, che hanno fatto sette vittime, una decina di dispersi e centinaia e centinaia di sfollati; incalcolabili i danni economici.

Ci consola il coraggio dei genitori di Marco Simoncelli, che hanno accettato la morte del figlio con una fierezza eroica.

E oggi il sole è tornato a splendere sulle magnifiche coste della Liguria e sulla Lunigiana. Con grande forza d'animo quelle popolazioni hanno ricominciato la faticosa ricostruzione.

Voglio anch’io in qualche modo associarmi a tanta sofferenza, e al tempo stesso stemperare un po' il dolore con un brano musicale.

Propongo perciò “Vocalise”, di Sergej Rachmaninov, dai "14 Canti" dell’op. 34, del 1912.

Un canto senza parole, solo un vocalizzo (da soprano), come dice il titolo, ma che lo stesso Rachmaninov ha poi adattato per orchestra.

Al posto dello stupendo vocalizzo, l’appassionata voce dello Stradivari di Joshua Bell, con la Orchestra of St. Luke's, diretta da Michael Stern.

lunedì 24 ottobre 2011

Per il campione Marco Simoncelli un omaggio musicale




Il campione di motociclismo Marco Simoncelli ieri ha concluso la corsa della sua vita.

In modo improvviso, tragico, a 24 anni.

Questa volta non è arrivato al traguardo della tappa, ma al suo traguardo finale. Non è salito sul podio del vincitore, quello che lui desiderava e per cui si batteva.

È salito su di un podio ancora più alto, irraggiungibile per chi calcola la vita come un contabile.

È caduto sull’asfalto di Sepang, in Malesia, a 200 km orari; in realtà con la sua Honda è volato in alto, oltre le nostre dimensioni, oltre ogni barriera umana, verso l’infinito.

Perché era un giovane cavaliere dell’infinito. Lo cercava nella velocità pura, nelle manovre più coraggiose, nella dedizione totale ad ogni corsa che affrontava.

Tutti noi abbiamo provato da giovani l’ebbrezza della velocità, sopra un qualsiasi mezzo, più o meno potente; tutti abbiamo sfidato qualche volta la morte guidando con sprezzo del pericolo, con una “incoscienza” che in seguito ci ha meravigliato.

In realtà, non era incoscienza. Era quel bisogno innato di vincere ogni limite, di superare ogni barriera, di sperimentare quella libertà di cui il nostro spirito non può fare a meno.

Marco Simoncelli è caduto lungo il percorso. Ma ha raggiunto la sua piena libertà.

Per mitigare il grande dolore di questa improvvisa perdita, e per onorare il coraggioso centauro italiano, campione del mondo nel 2008 nella classe 250, a lui dedico un brano di Franz Schubert.

È l’Improvviso Op. 90, D. 899, No. 1, in Do Minore, un grande brano musicale, suonato dal grande Krystian Zimerman.

Un degno omaggio ad un grande campione quale è stato Marco Simoncelli.



domenica 23 ottobre 2011

In illo tempore (latino maccheronico)




Il latino “maccheronico” è un tipo scrittura che mi ha sempre affascinato. È un latino infarcito di italianismi, fatto apposta per far sorridere. Ci vorrebbe la penna del grande Teofilo Folenghi (1491-1544), che con il latino maccheronico ha scritto interi poemi...
Io mi accontento di una breve serie di strofe, in occasione del mio ennesimo compleanno.
Una cosa è certa: oggi mangerò i maccheroni...




In illo tempore, charta se spiegat,
natus sum ego. Quis se ne fregat?
Septimus filius, postea sex donnas,
quasi miraculus de la Madonnas.

Pater meus felix, mater contenta,
nostra progenies non erit spenta.
Et sic mea mater, mulier et casta,
dixit meo patri: et hora, basta!

Sum convixutus cum sex sorellis,
me vitiaverunt, in annis bellis;
et hodie in vece, homo non novum,
non sum capacis cocere ovum.

Subtus mea casa, pro mea fortuna,
est ristorantis, et hora una
quando est momentum de manducare,
descendo scales et eo magnare.

Ibi vicinum est bar fornitum
et cum barista sine maritum;
ergo, post prandium, in hunc localem
eo ad bibendum caffem specialem.

Quando de nocte obdormit mundus
coram computer sedeo iucundus,
et scribo in pacem, in tardas horas,
quanto me passat per interioras.

Mei cari amici, omnes valete!
vos habitantes in tota rete!
In isto die, in quo sum natus,
salutem dicit Amicusplatus.


Amicusplato

Nel video: "Un americano a Roma" (1954), film di Stefano Vanzina, con Alberto Sordi (e il suo inglese maccheronico).


venerdì 21 ottobre 2011

Gheddafi ucciso. Un "commento" di Wagner



La morte del "colonnello" Muʿammar Gheddafi (Sirte, 7 giugno 1942 – Sirte, 20 ottobre 2011) pone fine alle vicende umane di un personaggio di cui la storia avrebbe fatto volentieri a meno.

Ma non sarò io a dare il calcio dell’asino.

Se non altro, il suo ferimento a morte nella città natale ha riscattato, almeno in parte, la sua figura impresentabile e grottesca.

Da rivoluzionario e capopolo, dopo la presa del potere in Libia nel 1969 si è trasformato in un dittatore avido e spietato, e alla lunga il suo stesso popolo (con l’appoggio di potenze esterne molto interessate...) gli si è rivoltato contro e lo ha travolto.

Per un personaggio simile, meglio sarebbe un silenzio tombale.

Ma non è possibile lasciar passare sotto silenzio questa morte, se non altro per il lunghissimo periodo in cui Gheddafi è stato al potere, con tutto ciò che ha combinato.

Per un personaggio simile dobbiamo ricorrere alla musica di Richard Wagner, e in questo caso all' opera “Rienzi”, eseguita la prima volta a Dresda proprio il 20 ottobre (1842).

In fondo, anche Cola di Rienzo (Rienzi), nel XIV secolo, acclamato dal popolo di Roma come liberatore e tribuno, una volta giunto al potere subì un cambiamento in peggio; e quello stesso popolo che lo aveva acclamato, sobillato ad arte dai nobili spodestati, lo rovesciò dal Campidoglio e lo uccise.

Un leit-motiv che si è ripetuto molte volte nel corso dei secoli, nonostante quello che dice il titolo completo dell'opera wagneriana: “Rienzi, l’ultimo dei tribuni”.

Il brano che presento è il “Coro di Donne”, dell’Atto III, che pregano per la vittoria dei popolani guidati dal Rienzi contro i nobili.

È un Wagner "giovanile", la sua musica è ancora facilmente comprensibile. E già bellissima.


Atto III. Coro di Donne

Schütz, heil'ge Jungfrau, Romas Söhne!
Steh ihnen bei in Kampfesnot!
Laß sie uns schauen in Sieges Schöne,
Und ihren Feinden sende Tod!
Maria, sieh im Staub uns flehn!
O, blick auh uns aus Himmelshöhn!


Proteggi, Vergine santa, i figli di Roma!
Nell’angoscia della lotta assistili!
Fa' che li vediamo nella bella vittoria,
e morte invia ai loro nemici!
Maria, vedi, nella polvere noi ti preghiamo!
oh, guardaci dalle altezze celesti!

mercoledì 19 ottobre 2011

Dopo lo scempio di Roma, la bellezza della preghiera



Dopo il “sacco di Roma” del 15 ottobre scorso, perpetrato da numerosi gruppi di delinquenti organizzati, che oltre al ferimento di persone e alla distruzione di beni mobili e immobili, se la sono presa anche con le immagini sacre, abbattendo e calpestando una statua della Madonna e frantumando un Crocifisso nella Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Laterano, desidero allontanarmi anche nel tempo da quell’atmosfera irrespirabile e tetra per salire “in più spirabil aere”, come direbbe il Manzoni.

Mi allontano da quei fatti e da quel tipo di gioventù inqualificabile; ma non dalla città di Roma, per postare la preghiera del “Padre Nostro” della "Messa dei Giovani" (conosciuta come "Messa Beat”) di Marcello Giombini (1928-2003). Infatti nell’Oratorio della Chiesa della Vallicella il 27 aprile 1966 altri giovani, con ben altri intenti, dettero esempio di una vera “rivoluzione” nella musica sacra.

Senza esagerare e senza retorica, Marcello Giombini e il complesso sardo dei Barrittas (insieme ad altri due gruppi romani, Angel and the Brains e The Bumpers), operarono una svolta epocale, paragonabile a quella di Palestrina con la polifonia, rispetto al gregoriano, nel XVI secolo.

I tre complessi giovanili lanciarono sanpietrini di note e frantumarono qualche timpano. Ma solo metaforicamente.

E furono lanci creativi, che ancora oggi arrivano a segno.

La prima volta che ascoltai questo “Padre Nostro” (fu il primo brano in assoluto di quella Messa che sentii eseguire da un complesso; ancora il disco non era arrivato nei negozi cittadini), mi sembrò di entrare in una nuova dimensione, nella bellezza assoluta.

Il brano che Youtube passa è però certamente una cover dell’originale, cantato nel 1966 dai Barrittas.

Questa "Messa" la conosco troppo bene per non riconoscere le numerose differenze tra questo brano e quello dell'inimitabile gruppo di Benito Urgu.

Accontentiamoci di questa copia. Comunque bella...

domenica 16 ottobre 2011

Er sacco de Roma (pasquinata)







Scesero i Visigoti a fare er sacco
de Roma, so' ppassati duemilanni.
Jeri sono ariscesi, poffarbacco,
e han fatto a la città ‘n sacco de danni.

L’ommini l’altra volta, poveracci,
se salvonno in le chiese, co’ le donne;
ma i bbarbari de jeri, li mortacci,
nun li fermò né Cristi né Madonne.



Amicusplato

sabato 15 ottobre 2011

Voici la Révolution! Santa Teresa d'Avila.



Voglio onorare S. Teresa d’Avila, di cui ricorre oggi la festa, con uno degli episodi più drammatici e gloriosi accaduti nella storia dell’Ordine Carmelitano, di cui Teresa fu la grande riformatrice.

Mi riferisco al martirio delle 16 carmelitane del Monastero di Compiègne, ghigliottinate a Parigi il 17 luglio 1794 da parte dei rivoluzionari francesi, come nemiche della Rivoluzione...

Salirono il patibolo cantando il "Veni Creator Spiritus"; in effetti lo Spirito Santo è il più grande rivoluzionario della storia.

Ha fatto più morti amnmazzati la Rivoluzione francese in 5 anni, che in cinque secoli di esistenza l’Inquisizione, compreso il primo genocidio della storia moderna, cioè il massacro della Vandea.

Ovviamente, tutto questo il mondo laicista lo dimentica, anzi, vorrebbe cancellarlo dagli annali.

Noi siamo qua invece per ricordare che la scia del sangue dei martiri cristiani continua ancora oggi, nella quasi indifferenza dei nipotini di Robespierre.

Ma il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani (Tertulliano).

Per non dimenticare, ecco il nome delle 16 martiri:

Madre Thérèse de St. Augustin (Madeleine Claudine Lidoine, 41 anni), priora del Monastero
Suor Saint Louis (Marie-Anne Brideau, 41 anni)
Suor Euphrasie de l’Immaculée Conception (Marie Claude Cyprienne Brard, 57 anni)
Suor Julie-Louise de Jésus (Rose Chrétien de Neuville, 53 anni)
Suor Ste Marthe (Marie Dufour, 51 anni)
Suor Constance de Jésus (Marie-Geneviève Meunier, 28 anni, novizia)
Suor Marie-Henriette de la Providence (Anne Pelras, 34 anni)
Suor de Jésus Crucifié (Marie-Anne Piedcourt, 79 anni)
Suor Marie du Saint-Esprit (Angélique Roussel, 52 anni, conversa)
Suor Thérèse de St. Ignace (Marie Gabrielle Trézel, 51 anni)
Suor Charlotte de la Résurrection (Anne Marie Madeleine Françoise Thouret, 79 anni)
Suor St. François-Xavier (Juliette Verolot, 30 anni, conversa)
Suor Thérèse du Cœur de Marie (Marie-Antoinette Hanisset, 52 anni)
Suor Catherine (Catherine Soiron, 52 anni, suora esterna)
Suor Thérèse (Thérèse Soiron, 43 anni, suora esterna)
Madre Henriette de Jésus (Marie Françoise Gabrielle de Croissy, 49 anni).

Da questo tragico episodio sono state tratte alcune celebri opere, come i Dialoghi delle Carmelitane di G. Bernanos (1949) e il dramma musicale omonimo di F. Poulenc (1957).

Qui si riporta la scena finale del film Dialogues des Carmélites del 1983 realizzato per la TV francese da Pierre Cardinal.

venerdì 14 ottobre 2011

Sibelius, ovvero la Finlandia






Ci sono degli autori che in certo senso rappresentano un’intera nazione, anche se la loro opera travalica i limiti dello spazio e del tempo.

Il nome di Edvard Grieg, ad esempio, è legato alla Norvegia; non a caso il suo capolavoro è rappresentato dal Peer Gynt, una magnifica suite musicale che si ispira al capolavoro di Henryk Ibsen, norvegese anch’egli.

Lo stesso si può dire di Jean Sibelius (1865-1957), che ha legato il suo nome alla sua patria, la Finlandia. Non per niente l’opera più rappresentativa è proprio il poema sinfonico “Finlandia”.

Ma di Sibelius è molto noto, e rappresenta un caposaldo della musica moderna, il Concerto in Re minore per violino e orchestra, op. 47, composto tra il 1903 e il 1905.

In particolare il terzo e ultimo movimento, “Allegro, ma non tanto” (in Re maggiore), che è quello postato, presenta difficoltà tecniche formidabili e rappresenta un banco di prova di ogni grande violinista.

Non si tratta però solo di abilità tecnica, ma di un brano bellissimo, che nelle parti dialogate con l'orchestra assume aspetti epici, grandiosi.

La voce solista non si perde nell’immensa distesa innevata e lacustre del paesaggio finnico, ma rappresenta invece l’anima più profonda di un popolo che ha saputo rendere affascinante una terra quasi “inabitabile”.

Notevole l’esecuzione della sedicenne Leila Josefowicz, oggi violinista affermata (1977).

L'orchestra è The Academy of St. Martin in the Fields, diretta dal grande Sir Neville Marriner.

giovedì 6 ottobre 2011

Ave Maria, virgo serena!



Agli inizi del mese di ottobre un pensiero alla Madonna del Rosario è doveroso.

Il Rosario è una preghiera bellissima nella sua semplicità estrema.

Ave Maria... Santa Maria... facendo scorrere tra le dita i grani della corona.

Sono i “misteri” della vita di Gesù visti con gli occhi della Madre, dal concepimento fino alla glorificazione in cielo.

L’Ave Maria è una preghiera che ognuno conosce e nessuno può dimenticare; come non si può dimenticare la propria mamma: in genere, è il primo e spesso anche l’ultimo nome che viene pronunziato.

Tra gli innumerevoli capolavori musicali dedicati a Maria, presentiamo una perla polifonica del fiammingo Josquin des Près, uno dei grandi polifonisti rinascimentali (1450-1521).

La scuola fiamminga si caratterizza per la finezza contrappuntistica. Si può notare anche in questa bellissima preghiera, “Ave Maria, virgo serena” (1502), un mottetto a quattro voci miste a cappella.

Domina lo stile imitativo, quasi a canone, talvolta. Ma nell'apparente semplicità, c'è una trama compositiva molto raffinata.

E trasmette un senso di grande pace.



Ave Maria
gratia plena
dominus tecum,
virgo serena.

Ave, cuius conceptio,
solemni plena gaudio,
coelestia terrestria
nova replet laetitia.

Ave, cuius nativitas
nostra fuit solemnitas,
ut lucifer lux oriens
verum solem praeveniens.

Ave, pia humilitas,
sine viro fecunditas,
cuius annuntiatio
nostra fuit salvatio.

Ave, vera virginitas,
immaculata castitas,
cuius purificatio
nostra fuit purgatio.

Ave, praeclara omnibus
angelicis virtutibus,
cuius assumptio
nostra glorificatio.

O mater Dei,
memento mei. 

Amen.