domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale! (con Palestrina)




















Hodie Christus natus est. Oggi è nato il Cristo!

Il grido di gioia, che gli Angeli hanno annunciato al mondo, si estende per tutto l’universo.
Le tenebre sono state vinte dalla luce, il peccato dalla grazia, la morte dalla vita.

In quel Bambino si incarna la salvezza. In Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, si giunge alla piena conoscenza della verità.
 
E la verità è questa: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3, 16).
La pienezza della verità dunque è l’amore, un amore che fa discendere Dio dall’alto dei cieli fino allo squallore di una capanna.
Solo nell’amore si scopre il vero significato del Natale, e il senso della nostra vita.

Un gioioso canto di lode sgorga spontaneo dal cuore, per questo grande mistero che si svela davanti ai nostri occhi stupiti.

Tra gli innumerevoli e quasi infiniti canti natalizi, da quelli più umili a quelli più elaborati, oggi, giorno di Natale di un difficile anno 2011, vogliamo presentarne uno dei più belli, del 1575:
Hodie Christus natus est, di Giovanni Pier Luigi da Palestrina (1525-1594).

Il “principe della musica” innalza al "Re dell’universo" una stupenda costruzione polifonica a otto voci in doppio coro misto, quasi una stereofonia vocale; il primo coro con predominio delle sezioni alte (Soprani I e II, Contralti, Baritoni), il secondo coro con dominanza delle sezioni basse (Contralti, Tenori I e II, Bassi).

La bellezza e la genialità di questo stupendo mottetto consiste nella perfezione armonica e contrappuntistica unita alla vivace freschezza dei canti natalizi.

Palestrina ha realizzato qui uno straordinario ossimoro musicale: una grandiosa architettura polifonica animata da una semplicità e da una vivacità quasi naif. 
La voce onomatopeica infantile “noè, noè, noè...” che è inserita come un ritornello alla fine di ogni frase e conclude la mirabile composizione (e ovviamente non fa parte dell’antifona liturgica!), è una licenza poetica che vuole esprimere i vagiti del neonato Signore (altri pensano a rintocchi di campane, o a una contrazione della parola Noel).

In fondo, Palestrina ha espresso, con questo mirabile contrasto, proprio il mistero del Natale; Colui che il cielo e la terra non possono contenere, si è fatto Bambino in un presepio: l'Eterno nel tempo, l'Infinito nell'infinitamente piccolo...

Ottima l'interpretazione del coro "The Sixteen", diretto da Harry Christophers, di cui già abbiamo postato nei giorni scorsi "O magnum mysterium" di Victoria.

http://semperamicus.blogspot.com/2011/12/anche-gli-animali-festeggiano-il-natale.html

Molto appropriata la location dell'esecuzione: S. Maria Maggiore, la celebre Basilica romana dedicata alla Madonna, dove si custodisce un antico presepio scultoreo, e per questo detta anche "S. Maria ad praesepem".

Buon Natale a tutti!



Hodie Christus natus est (Antifona al Magnificat dei II Vespri di Natale)

Hodie Christus natus est, noe, noe ...      
Hodie Salvator apparuit, noe, noe ...      
Hodie in terra canunt Angeli,                  
laetantur Archangeli, noe, noe ...            
Hodie exsultant iusti dicentes:                 
Gloria in excelsis Deo, noe, noe …        



Oggi è nato il Cristo, noè, noè...
Oggi è apparso il Salvatore, noè, noè...
Oggi in terra cantano gli Angeli,
si allietano gli Arcangeli, noè, noè...
Oggi esultano i giusti, dicendo:
Gloria a Dio nel più alto dei cieli, noè, noè...


venerdì 23 dicembre 2011

Sono nera, ma bella




Nell’antivigilia di Natale un pensiero doveroso corre a Maria Santissima, la Vergine Madre di Gesù.

“Ad Iesum per Mariam” dice S. Bernardo, il cantore della Madonna: a Gesù si giunge più facilmente attraverso Maria. E questo non è solo un modo poetico di dire, ma una realtà teologica, che ha il fondamento nel Vangelo.

Tutti infatti sappiamo che proprio attraverso l’intercessione di Maria, Gesù ha compiuto il suo primo miracolo, a Cana di Galilea, durante un pranzo di nozze: la trasformazione dell’acqua in vino (Gv 2, 1-11).

Per questo è lecito e doveroso rivolgerci alla Madre di Dio, per ottenere da Lui l’aiuto necessario nei momenti in cui viene  a mancare anche a noi “il vino della letizia” (S. Agostino).

Dante, che era “vir catholicus”, oltre che sommo poeta, nell’ultimo canto del Paradiso rivolge la sua preghiera alla Vergine Madre per bocca proprio di S. Bernardo, affinché possa finalmente vedere  Dio, al termine del suo viaggio ultraterreno: 

“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”... 
... qual vuol grazia e a te non ricorre, 
sua disianza vuol volar sanz’ali”.

Ma il detto di S. Bernardo assume un significato ancor più forte proprio nell’avvicinarsi del Natale: senza il sì di Maria non sarebbe stata possibile l’incarnazione e la nascita del Figlio di Dio.
Attraverso Maria non solo si giunge a Gesù, ma Gesù viene a noi, si fa uomo come noi, “affinché l’uomo divenga Dio” (S. Atanasio). E non era un sì scontato, quello di Maria; è stato un sì pienamente cosciente e libero.

Molti avranno notato che nell’antica iconografia, la Madonna è raffigurata spesso di colore scuro, nero.
Basti pensare alla Madonna di Loreto, di Czestokowa, di Montserrat, di S. Luca (Bologna), di Oropa (Biella), delle Vertighe (Arezzo), di Fontechiari (Frosinone), di Viggiano (Potenza), di Tindari (Messina), di Cagliari, e così via. Sono centinaia e centinaia in tutta Europa e in Asia, senza considerare ovviamente quelle del continente africano e sud americano. Per tutte queste basterà citare la Madonna di Guadalupe, patrona del Messico e dell'America Latina, detta proprio “la Morenita”.

Come mai nell’Europa della razza bianca ci sono tante immagini di Madonne nere?

In alcuni casi si è potuto osservare che il colore è stato accentuato dal fumo dei lumi votivi. Altri ricercatori, soprattutto antropologi, hanno cercato  motivazioni addirittura paganeggianti, in riferimento alla Madre Terra, poco credibili. 

La raffigurazione della Madonna comincia a comparire con frequenza in piena civiltà cristiana, dopo il Concilio di Efeso, del 431. Figuriamoci se a quella data, e ancora più tardivamente, si poteva confondere il culto di Maria con quello della Terra... D’altra parte queste prime immagini hanno il volto chiaro e splendente (S. Maria Maggiore, S. Maria Antiqua, S. Maria Nova, S. Maria in Trastevere, etc.).

Questi antropologi, che conoscono la religione cristiana come io conosco l’urdu, non sanno che nella liturgia mariana si trova l’antifona “Nigra sum sed formosa, filiae Jerusalem”, cioè, “Sono nera, ma bella, figlie di Gerusalemme”.

Sono parole tratte dal Cantico dei Cantici, ma dalla Chiesa sono state adattate alla Madonna. E poiché questa antifona era recitata nei Vespri della Madonna, ebbero una diffusione universale. In particolare S. Bernardo si distinse nel sottolineare l'aspetto mariano del Cantico.

Musicisti ed artisti, a partire dal gregoriano e dai bizantini (VI-VII secolo), ma soprattutto dopo il II Concilio di Nicea del 787, in cui il culto delle immagini venne solennemente sancito contro l’iconoclastia, non fecero altro che mettere in risalto con le note e con i colori questa stupenda preghiera.

Nigra sum, sed formosa, filiae Jerusalem.
Ideo dilexit me rex et introduxit me in cubiculum suum.
Et dixit mihi: Surge, amica mea, et veni.
Jam hiems transiit, imber abiit, et recessit.
Flores apparuerunt in terra nostra,
Tempus putationis advenit
Alleluia.

(Sono nera, ma bella, figlie di Gerusalemme; perciò il Re mi ha amato e mi ha introdotto nella sua tenda. E mi ha detto: Alzati, amica mia e vieni! Già l'inverno è passato, la pioggia è cessata del tutto. I fiori sono spuntati nella nostra terra, il tempo della potatura è arrivato. Alleluia).

Una lode alla Vergine Madre, e un insegnamento sempre attuale sull'unità del genere umano; non solo in Cristo, ma anche in sua Madre, la Vergine Maria, "nera" e bella.

La versione musicale più conosciuta dell'antifona "Nigra sum" è, dopo il gregoriano, quella di Monteverdi, nel suo capolavoro, “Vespro della Beata Vergine”, del 1610.

Ma nel clima natalizio preferisco una composizione meno fastosa. Perciò propongo la moderna (1966) e affascinante composizione polifonica, in Mi minore, a tre voci pari e accompagnamento di pianoforte, di Pablo Casals (1876-1973), che la compose per onorare la Madonna di Monserrat.

Protagonisti la voce umana e un coro femminile, La Guardia Girls' Choir, in cui spiccano alcune facce nere, e belle.

L’esecuzione è buona. Ma come si fa ad ascoltare un coro perfetto di bionde tedesche cantare: “Nigra sum”?

mercoledì 21 dicembre 2011

Solstizio in settenari (con adonio)














È l’invernal solstizio;
il sole a precipizio
è al de profundis.

È stanco lo stellone,
e oggi è in depressione,
semel in anno.

Fa rapida girata,
poi batte in ritirata;
parce sepulto.

È questo il dì più corto,
ognuno se n’ è accorto;
memento mori...

Ma il sole domattina
torna a salir la china:
est sol invictus.

Riduce piano piano
lo spread suo quotidiano;
tempus, denarius.

In quattro giorni appena
la luce si fa piena:
Nascitur Jesus!

È questo il Sole invitto,
che vince ogni delitto.
Gloria in Excelsis!



Amicusplato


domenica 18 dicembre 2011

Un Natale sempre nuovo (Britten)


Il Natale è la rinascita della speranza.

Qualunque sia la situazione della società, del mondo, e più in particolare quella della nostra vita, con la venuta di Cristo è stata ormai posta nella storia umana e nel profondo del nostro cuore una risorsa inesauribile, un punto di riferimento definitivo.

È la presenza di Dio, a cui possiamo accedere con serena fiducia, visto che si tratta di un Bambino, di un uomo come noi; un Bambino con le braccia aperte, nel gesto dell’accoglienza.

Nel Natale, e in qualsiasi momento della vita, possiamo anche noi rinascere a vita nuova, riprendere il cammino o ricominciare da capo.

La gioia della nascita del Salvatore si esprime bene con il canto. La voce umana e qualche modesto strumento sono i mezzi più adatti. Intorno alla culla di Gesù non è adatta un’orchestra sinfonica...

Dalla polifonia cinquecentesca passiamo in questo post a quella di un autore moderno, il britannico Benjamin Britten (1913-1976) che ha dedicato al Natale una bellissima e geniale composizione: “A Ceremony of Carols”, op. 28, del 1942, per coro e arpa.

Si tratta di 11 brani che riprendono anche melodie gregoriane e antichi canti, trattati con sensibilità moderna, ovviamente. Tradizione e modernità insieme, con risultati eccellenti, come dimostra il brano che presentiamo, il 6 della serie: “This little Babe”, a tre voci pari.

Le parole del canto sono prese da un poemetto del santo gesuita Robert Southwell, che subì torture e martirio in Inghilterra nel 1595.

Britten compone il suo mottetto in forma di canone: la prima strofa è cantata dalle tre sezioni all’unisono; nella seconda strofa entrano in ritardo di un quarto i contralti; nella terza entrano in successione e con il medesimo ritardo anche i mezzosoprani, con un effetto straordinariamente efficace, di echi e controechi, che danno un senso di fanciullesca e gioiosa freschezza. Il canto si conclude a sezione riunite, con grandi accordi, mentre la tonalità di mi bemolle minore diventa un luminoso mi bemolle maggiore.

Nell’esecuzione che ascoltiamo, l’arpa è sostituita dal pianoforte (qui un po’ troppo invadente).

Apprezzabile, anche nell’abbigliamento, il Coro di ragazzi “Mandragora”, di Klin (Mosca).



This little Babe


This little Babe so few days old is come to rifle Satan's fold;
All hell doth at his presence quake though he himself for cold do shake;
For in this weak unarmed wise the gates of hell he will surprise.

With tears he fights and wins the field, his naked breast stands for a shield;
His battering shot are babish cries, his arrows made of weeping eyes,
His martial ensigns Cold and Need, and feeble flesh his warrior's steed.

His camp is pitched in a stall, his bulwark but a broken wall;
The crib his trench, haystalks his stakes; of shepherds he his muster makes;
And thus as sure his foe to wound, the Angels' trumps alarum sound.

My soul, with Christ join thou in fight, stick to the tents that he hath pight;
Within his crib is surest ward, this little Babe will be thy guard.
If thou wilt foil thy foes with joy, then flit not from this heavenly Boy.

 
Robert Southwell


giovedì 15 dicembre 2011

Anche gli animali festeggiano il Natale!



Oggi purtroppo molta musica è diventata sinonimo di assordante rumore e i testi sono spesso insulse filastrocche.

Per questo è necessario tornare alle sorgenti limpide e cristalline della polifonia classica, per disintossicarsi un po' da questo inquinamento acustico e per riscoprire la bellezza del vero canto.

La voce umana non ha bisogno di effetti speciali, né di assordanti accompagnamenti strumentali.

Basta a sé stessa.

Siamo ormai in vista del Natale, sono gli ultimi nove giorni di preparazione.

Come inizio di questa novena ascoltiamo il mottetto natalizio “O magnum mysterium” di Tomàs Luis de Victoria (1548-1611).

Intendo così onorare anche il 400° anniversario della morte del grande polifonista spagnolo, che insieme a Palestrina e Orlando di Lasso è il maggior esponente della musica cinquecentesca.

Questi tre sommi artisti hanno però caratteristiche molto diverse tra di loro.

Orlando di Lasso, fiammingo di origine, ha una scrittura musicale quasi “virtuosistica”; Palestrina, “il principe della musica”, preferisce costruzioni solenni e architetture grandiose, con una perfezione formale ineguagliabile.

La polifonia di Tommaso Ludovico da Vittoria (così è conosciuto in Italia) ha invece come caratteristica principale l’intenso pathos, come del resto è lecito aspettarsi da uno spagnolo. La sua musica, solo religiosa, è ricca di forti chiaroscuri e grandemente espressiva. Per molti aspetti anticipa la sensibilità moderna.

Il suo capolavoro è l’Officium Hebdomadae Sanctae (Ufficio della Settimana Santa), pubblicato a Roma nel 1585 da Alessandro Gardano: 57 brani di appassionante e drammatica trenodia, dalla Domenica delle Palme al Sabato Santo, uno dei vertici della musica di ogni tempo. 
Basti pensare che in esso si trovano i mottetti “Popule meus”, “O vos omnes”, “Tenebrae factae sunt” (che sono stati già da me postati in altre occasioni in questo blog).

Devo ammettere che nutro una particolare ammirazione per la musica di Victoria. Per questo non mancherò di presentare ancora, prima che termini il IV centenario, altra sua musica.

Il mottetto “O magnum mysterium”, del 1572, a quattro voci dispari (soprani, contralti, tenori, bassi), stupisce oltre che per la bellezza della composizione, anche per il testo: 
“O grande mistero e ammirabile sacramento: che gli animali abbiano visto il Signore appena nato giacente in una mangiatoia! O Vergine Beata, le cui viscere ebbero l’onore di portare Cristo Signore. Alleluia!”.

O magnum mysterium et admirabile sacramentum,
ut animalia viderent Dominum natum
iacentem in praesepio.
O Beata Virgo, cuius viscera
meruerunt portare Dominum Christum.
Alleluia.

Lo stupore (che gli animali, e non le persone, siano stati i primi a vedere la nascita di Gesù) è espresso con un sommesso inizio, affidato alle sole sezioni femminili; efficacissimi in particolare la lunga nota iniziale e il salto discendente di V del soprano, imitato poi dalle altre sezioni. La meraviglia diviene così espressione corale.
Alla voce maschile è affidato quindi il compito di svelare questo “grande mistero”, che gli animali abbiano avuto un simile onore. Il coro si ricompatta, in un accordo di tonalità maggiore, nell'iniziare a cantare le lodi alla Vergine Madre.
L’Alleluia finale è come una goiosa danza in 3/4.

Buona l’esecuzione del gruppo corale inglese “The Sixteen”, diretto da Harry Christophers, specializzato proprio nella musica rinascimentale e barocca.

martedì 13 dicembre 2011

Santa Lucia, lontan da te, quanta malinconia!

 

Non si può lasciar passare il giorno di S. Lucia senza una nota di commento.

Nel cuore dell’inverno, nelle giornate più corte dell’anno, la luce di questa vergine martire siracusana si irradia ancor oggi sul mondo intero e ci prepara ad una luce ancor più radiosa, quella del Natale.

S. Lucia ha ispirato artisti di ogni genere, in particolare musicisti. La bellezza si esprime meglio con il canto che con le sole parole o i colori di una tavolozza; perfino quella di Caravaggio.

Oltre alla popolare canzone “Santa Lucia” (Sul mare luccica l’astro d’argento), ce n’è un’altra che ricorda con non meno efficacia il nome della Santa siracusana, molto venerata anche a Napoli, e che ha dato il nome all’omonimo celebre quartiere marinaro.

Da qui partivano i bastimenti, “per terre assai lontane”, carichi di emigranti. Ma il cuore rimaneva in patria.

Con la bellissima voce del tenore Giuseppe Di Stefano ascoltiamo la bellissima canzone “Santa Lucia luntana” (1919), scritta e composta dal grande  E. A. Mario (1884-1961), autore di canti celeberrimi, tra cui spicca “La leggenda del Piave”.

Scusate se è poco...

domenica 11 dicembre 2011

C'è ancora posto per la gioia?

 

L'approssimarsi del Natale è motivo di gioia profonda. La III domenica di Avvento, quella di oggi, è chiamata domenica "Gaudete" (Rallegratevi!) dalle prime parole dell'Introito della Messa.

Stiamo per festeggiare la nascita del Salvatore, l'inizio di una umanità nuova, fondata sull'amore e sulla fratellanza.

Per alcuni la festa ha perso molto del suo vero significato, ed è un vago risveglio dei buoni sentimenti.

Per altri (per fortuna pochi) il Natale è addirittura una festa che reca fastidio. Nel web ci sono di quelli che la vorrebbero perfino abolire, e non sono musulmani; sono atei e anticlericali nostrali.

Le opinioni, anche le più sciocche, vanno rispettate. Ma quando diventano aggressione vera e propria ai valori più grandi e profondi della nostra civiltà, allora bisogna reagire con fermezza e con fierezza cristiana.

Gesù Cristo ha portato il messaggio più grande e più "rivoluzionario" della storia umana.

Chi lo vorrebbe "fare fuori" un'altra volta, vorrebbe riportare l'orologio dell'umanità al tempo "avanti Cristo": quello dei razzismi, della legge del più forte, della guerra di tutti contro tutti, dell'odio e dell'egoismo eretto a sistema.

Una prospettiva da incubo.

Vieni, Signore Gesù!

Nella domenica della gioia ascoltiamo il canto del Magnificat (Lc 1, 39-45). È la gioia di Maria per l'opera che Dio ha compiuto in lei, umile creatura, a favore dell'umanità.

Proponiamo un versetto: "Quia respexit humilitatem ancillae suae; ecce enim ex hoc beatam me dicent [omnes generationes]" (Poiché ha guardato l'umiltà della sua serva, ecco che da ora tutte le generazioni mi chiameranno beata).

La musica è quella sublime di J. S. Bach, BWV 243. La voce è del soprano finlandese Tarja Turunen, in una versione "moderna" molto suggestiva.



giovedì 8 dicembre 2011

Er papa e le tasse (pasquinata)




Incredibile la gazzarra mediatica che gruppi anticlericali e massonici stanno facendo in questi giorni (anche nel web) contro la Chiesa in Italia, rea a loro dire di non pagare le tasse, in particolare l'ICI.

Si tratta di una menzogna spudorata, che solo gente in malafede può sostenere. La Chiesa paga ciò che deve pagare, e nei confronti dello Stato italiano sarà sempre in credito. Se non altro, per quanto le è stato espropriato, e per quanto sta facendo per tutti, specialmente per i più poveri e i più diseredati.

Coloro che conducono questa tragicomica battaglia contro preti, frati e suore (!) dovrebbero piuttosto guardare i loro conti in banca e cominciare a dare qualcosa. Non può che trattarsi di gente che ha soldi. 

Non credo sia gente che frequenti le mense della Caritas.

Per parte mia, mi accontento di trattarli da coglioni, anzi, da "cojoni", visto che si tratta di una pasquinata.

La Madonna Immacolata mi perdonerà se, nel giorno della sua festa, uso un linguaggio poco liturgico.

Ma anche Lei è raffigurata con un serpente sotto i piedi...




Er papa e le tasse


Qualcuno vuol tassare anche le chiese,
la caritas, le mense, l’oratori,
i conventi, le suore der Paese,
per riportare l’euro ai su’ valori...

Ce l’han co ‘r papa e tutta la congrega,
nun je 'mporta dell’euro e de’ poeracci;
e se doppo stan peggio, che tte frega:
i poveri affanculo, li mortacci!

Io tasserebbi invece li cojoni,
quelli che vendon le stronzate a mazzo.  
Ma nun capite, teste de minchioni,
che senza Papa e Chiese ‘un siamo un cazzo?


Amicusplato

mercoledì 7 dicembre 2011

Ave Maria! (Bruckner)


Per onorare Maria SS. Immacolata, di cui domani ricorre la festa, propongo all’ascolto la preghiera dell’Ave Maria, musicata nel 1861 dal grande compositore austriaco Anton Bruckner (1824-1896).

Si tratta di un mirabile mottetto polifonico a cappella a sette voci miste, in pratica tutte le sezioni della voce umana: soprani, mezzosoprani, contralti, tenori primi, tenori secondi, baritoni e bassi.

La preghiera è iniziata dalle tre sezioni femminili: è il saluto a Maria, piena di grazia:  
“Ave Maria gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus”.

Ad esse si sostituiscono le quattro voci maschili, quando il canto prosegue nella lode di Gesù:  
“Et benedictus fructus ventris tui, Jesus”.

Sulla parola “Jesus” si uniscono in tre accordi successivi le varie voci, fino al fortissimo (“ff”) accordo finale con tutte e sette le sezioni. È il centro verso cui converge tutta preghiera, ed è la professione di fede del cattolico Bruckner.

Nella seconda parte, la lode a Maria (“Sancta Maria, Mater Dei”) diviene rapidamente un incontenibile grido di gioia di tutte le voci, mentre la tessitura del canto si fa più mossa, per diventare poi intima invocazione nella parte finale: “ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae”.

Sulla parola “mortis” Bruckner fa fare alle voci alte un brusco salto di ottava discendente, per indicare la drammatica caduta della vita umana nel momento ultimo. Ma genialmente l’autore non conclude subito (come dovrebbe) con l’Amen finale; prima ripete l’invocazione a Maria (“Sancta Maria, ora pro nobis”); per affidare ancora una volta la vita umana, nel momento del trapasso, alla protezione della Madre di Dio. 

L’Amen finale suggella un capolavoro di pura polifonia  (nel secolo del melodramma!) e uno stupendo canto di preghiera.

Bruckner aveva una profonda fede; nel secolo del positivismo non faceva mistero della sua “infiammata natura di cattolico”, come egli stesso diceva. Ci ha regalato in effetti una serie di opere sacre che lo testimoniano ampiamente.
Alcuni suoi mottetti, come questo, sono dei “cavalli di battaglia” di ogni coro polifonico che si rispetti.

Il Dresdner Kreuzchor diretto da Martin Flämig, che esegue l'Ave Maria, è davvero un ottimo complesso, e interpreta perfettamente questa stupenda partitura.

Ave Maria!


sabato 3 dicembre 2011

Nino Rota. Un secolo di colonne sonore



Gran parte del successo di molti capolavori cinematografici si deve alla colonna sonora.

La genialità e l’originalità dell’accompagnamento musicale nelle scene del film, a partire dai titoli di testa, determinano nello spettatore una partecipazione “totale” alla rappresentazione, che spesso si sintetizza nel suo leitmotiv, nel motivo conduttore.

Sergio Leone ha trovato in Ennio Morricone il perfetto pendant per i suoi films, e la musica dell’uno richiama l'opera dell’altro, e viceversa.

Lo stesso si può dire di Federico Fellini, che ha avuto in Nino Rota (3 dicembre 1911- 1979) il partner ideale nella composizione delle colonne sonore di molti suoi capolavori.

Tutti abbiamo presente le pellicole di Fellini; abbiamo ammirato, ci siamo divertiti e inebriati di quel mondo fantasmagorico e spesso surreale, dove il sogno si confonde con la realtà, il dramma con la voglia di vivere; un grande circo, dove attori e spettatori sono sotto lo stesso tendone.

“Il mondo intero è una ribalta”, ha scritto Shakespeare.

Il genio felliniano aveva bisogno di un genio musicale. E questo è stato Nino Rota: un genio. Alle luci e ai colori delle riprese cinematografiche ha aggiunto i suoni delle sue composizioni, ora dolci, ora drammatiche, ora ironiche, ora surreali: un caleidoscopio di temi che hanno dato vivezza e spessore ai personaggi e alle vicende narrate, e le hanno rese indimenticabili.

Basterà ricordare “I vitelloni” (1953), “La strada” (1954), “Il bidone” (1955), “Le notti di Cabiria” (1957), “La dolce vita” (1960), “8 ½” (1963), “Amarcord” (1973), “Prova d’orchestra” (1978).

Nino Rota ha composto anche per altri registi, e il tema dell’amore in “Romeo e Giulietta” di Franco Zeffirelli (1968), così come il tema de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola (1972) rimarranno nella storia della musica.

Ho già postato il tema conduttore di "Romeo e Giulietta".


Mi piace ricordare oggi il grande compositore milanese, nel centenario della nascita, onorato anche da Google, con la sua colonna sonora nel capolavoro felliniano “8 ½”.

Un brano magistrale.

giovedì 1 dicembre 2011

Natale poverello

 













Ho rubato un po’ di cielo
da una notte blu stellata,
e di muschio un verde velo
ho sottratto a una vallata.

Un capanno poi ho cercato
con un bue e un asinello;
lo scenario ho preparato
al divino Bambinello.

Ma difficile mi è stato
ritrovare i personaggi
per portare al divin nato
i più cari nostri omaggi.

Greggi e pecore son rare,
i pastor sono scomparsi;
le persone hanno da fare,
non han tempo di fermarsi

ad un misero tugurio
dove nasce un bambinello.
C’è il regalo, c’è l’augurio,
è natale e il tempo è bello...

Un Natal senza il Bambino,
festa senza il festeggiato.
Ma io voglio star vicino
a quel Dio che per me è nato!




Amicusplato

mercoledì 30 novembre 2011

La Croce di S. Andrea


















“Se avessi timore della croce non predicherei la gloria della croce!”

Così rispose l’apostolo Andrea al proconsole Egeas che lo minacciava di morte, se non avesse cessato di insegnare il messaggio evangelico.

Andrea fu appeso al legno della croce nella città achea di Patrasso, il 30 novembre dell'anno 60 (circa), così come accadrà qualche anno dopo a Pietro, suo fratello, nel colle Vaticano. 

Fratelli di sangue e di martirio. Ma con alcune differenze.

Pietro fu crocifisso a Roma, perciò con una croce latina; e a testa in giù, per sua espressa volontà, come ricorda lo storico Eusebio di Cesarea. Non si sentiva degno di subire il medesimo martirio del Signore.

Di questa crocifissione tutti abbiamo presente il celebre quadro di Caravaggio.

Andrea invece fu appeso ad una croce decussata, cioè a X, con i bracci in diagonale. 

Decusse è una parola di origine latina che indicava la moneta bronzea del valore di “dieci assi”, segnata perciò con la lettera X che, come noto, significa dieci.

Ma dopo il martirio di S. Andrea la croce decussata è diventata più comunemente la Croce di S. Andrea.

Non ci sono capolavori artistici particolari che ricordino questo martirio, e il quadro di Caravaggio che lo raffigura non può competere con quello della crocifissione di Pietro.

In compenso la Croce di S. Andrea ce la troviamo davanti ogni volta che siamo costretti ad attraversare a raso una ferrovia. S. Andrea ci avverte che, se non vogliamo fare la sua fine, è meglio dare la precedenza al treno...

La sua croce è disegnata nelle bandiere di molti Stati, a cominciare da quello britannico, che ne ha addirittura due sovrapposte, quella della Scozia e quella dell’Irlanda (del Nord), una bianca e una rossa. Su tutte domina la rossa Croce di S. Giorgio.

In greco per dire uomo si usano due parole: ànthropos e anèr-andròs. Il primo indica l’uomo in genere, il secondo l’uomo con gli attributi. Un po’ come in latino: homo è l’uomo qualunque, vir è l’uomo “virile”, appunto.

Andrea deriva da anèr-andròs, l’uomo virile.

Penso che nessuno abbia portato con tanto onore questo nome impegnativo, come S. Andrea apostolo.

Auguri a tutti gli Andrea (anche al femminile)!




giovedì 24 novembre 2011

Da Freddie Mercury a Lady Gaga


Oggi è il 20° anniversario della morte di Freddie Mercury, lo straordinario frontman dei Queen.

Potrei ripercorrere la mia vita scolastica di insegnante con l’ascolto della colonna sonora dei miei alunni.

I primi anni del mio insegnamento, inizi anni 70, hanno avuto come sottofondo musicale le dolcissime note di Lucio Battisti, che riuscivano a rendere meno faticoso lo studio di Aristotele, Tommaso, Kant e Marx.

Incredibile, ma la musica si ascoltava allora con le radioline e i mangianastri. Nei diari delle alunne le immagini del bel ricciolo di Poggio Bustone si sprecavano.

La febbre del sabato sera colpì come una pandemia nel 1978. Tutti (tutte) impazziti per John Travolta e la disco music. Il lunedì mattina la scuola era “in sonno”. Non è mai stata mia abitudine interrogare di lunedì. Ma da allora divenne del tutto impossibile. Chiamare qualcuno alla cattedra equivaleva a destare un sonnambulo. Rischio infarto.

Negli anni 80 cominciai a vedere, nelle ultime file delle classi, alunni/e con l’auricolare. Non avevano problemi di udito; eravamo entrati nell’era del walkman. Naturalmente l’ascolto dei nastri confliggeva fortemente con la lezione di Amicusplato, per cui talvolta dovevo alzarmi dalla cattedra e portarmi nelle ultime file per rendermi conto di persona quale musica veniva ascoltata... Devo dire che non era niente male, però: Bee Gees, Pink Floyd, Queen; nonché Iron Maiden e altri gruppi ancor più “metallizzati”.

Ricordo una mia accesa discussione con una ragazza di II liceo (classico), che difendeva la canzone di un semisconosciuto cantante italiano, un certo Vasco Rossi, presentata al Festival di Sanremo del 1983. La canzone, “Vita spericolata”, non aveva avuto successo al Festival, ma ne ebbe moltissimo tra i miei alunni (non solo tra i miei, però). Oggi è un classico del rock italiano, e a Blasco faccio i miei migliori auguri.

Ma mi prese un shock anafilattico quando la successiva generazione di alunne/i trovò di suo gradimento la canzone “Vasco” di un certo Jovanotti, presentata al Festival di Sanremo del 1989. In linea con le strampalate movenze del cantante, quel linguaggio “musicale” parlato e rimato mi sembrò ridicolo. Era il Rap, e non lo sapevo. E pensare che insegnavo nella città di Lorenzo Cherubini, detto Jovanotti...

Gli anni 90 sono stati un caleidoscopio musicale. Ormai si divorava di tutto, dalla musica degli anni 60 all’hard rock, a quella techno. La musica diviene sempre più un modo di vivere, riempie le giornate (e le nottate), dà origine anche ai famigerati “rave party”. Lo studio della filosofia e della storia ne risente alquanto. In compenso si conosce vita, morte e miracoli di Madonna (la cantante) e dei Take That.

In quel decennio c’è la morte di Freddie Mercury, di Lucio Battisti e di Fabrizio De André.

Poi è venuta l’epoca di Lady Gaga...

Ma anche lei, qualunque sia il giudizio che ne vogliamo dare, è debitrice del grande Freddie: ne era una estimatrice,  e il suo nome è un chiaro riferimento alla canzone “Radio Ga Ga” (1984), che presentiamo nella videoclip.

Senza bisogno di orpelli Freddie Mercury, con la sua straordinaria voce e la presenza scenica, ha il dominio assoluto dell’immenso uditorio.

martedì 22 novembre 2011

Per S. Cecilia una musica sublime. Monteverdi

 

Nel giorno di S. Cecilia, patrona della musica, occorre festeggiare con le note più belle del pentagramma.

Propongo all’ascolto un magnifico brano di Claudio Monteverdi (1567-1643), geniale innovatore del linguaggio musicale, colui che più di ogni altro ha segnato il passaggio tra la musica rinascimentale e il periodo barocco.

“Christe, adoramus te”, mottetto a cinque voci dispari (Soprani primi e secondi, Contralti, Tenori, Bassi), pubblicato a Venezia nel 1620 da Giulio Cesare Bianchi nel “Primo libro de Motetti in lode d'Iddio nostro Signore”.

Si tratta di polifonia a cappella, come quella di Palestrina; solo voci (in questa esecuzione c’è un leggero accompagnamento di strumenti).

Ma quella polifonia casta e misurata di Palestrina diviene ora magniloquente e fortemente espressiva. 
Lo spazio sonoro è grandemente dilatato, dalle profondità del basso alle luminose altezze dei soprani. L’intensità del pathos trabocca da ogni rigo della partitura: potenti i momenti omofonici, preziosi i ricami contrappuntistici, spettacolare e del tutto “moderna” la progressione armonica in “quia per sanctam Crucem tuam” (viene in mente il Mozart del "Lacrimosa"), toccanti i momenti solistici, quasi a commento riassuntivo delle singole parti.

Quando la genialità si unisce alla bellezza si giunge al sublime.

Qui Monteverdi ha raggiunto il sublime.

Molto bella l’esecuzione del coro “The Cambridge Singers”, diretto da John Rutter.


Traduzione dell’antifona:

Cristo, ti adoriamo e  ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Signore, abbi pietà di noi.

lunedì 21 novembre 2011

Il Papa nel Benin. Una lezione per tutti














Ieri, nella festa di Cristo Re,  il Papa ha salutato il Benin tra una folla incalcolabile di persone.

I laicisti non sanno darsi pace.

Ma come! Il Papa che è contro il preservativo, si dichiara vicino ai malati di Aids.
Il Papa, che quei signori vorrebbero mandare alla corte dell’Aia per crimini contro l’umanità (e magari fucilarlo), circondato proprio da quell’umanità povera per la quale quegli stessi signori vorrebbero fucilarlo. 
Il Papa che parla ancora di Cristo, morto e seppellito, riesce a mobilitare nel Suo Nome una marea di persone festanti e in preghiera.

I laicisti non capiscono. Eppure ormai la lezione dovrebbero averla imparata.

Sulla sessualità il papa insegna una verità semplicissima e fondamentale: l’Aids si vince primaditutto educando alla fedeltà coniugale e alla responsabilità prematrimoniale. È quello che la Chiesa ha sempre insegnato. Con ottimi risultati anche per la salute fisica.

Il sesso ridotto a mero gioco erotico, banalizzato e indiscriminato, favorisce fatalmente la diffusione dell’Aids e di altre Malattie sessualmente trasmissibili, anche con vagonate di preservativi.
E qualcuno dice mai che il cosiddetto “preservativo” preserva solo per l’80/85 per cento dei casi? E quel 15/20 per cento di persone  che prima o poi si becca una Mst, non conta? Ogni due ore in Italia una persona viene contagiata da Hiv.

Solo con una seria educazione all’affettività si può giungere alla riduzione e alla sconfitta di un male che in Africa è originato oltre che da disordine sessuale, anche dalla miseria materiale, causa di tante altre malattie, per le quali non ci sono nemmeno i farmaci più comuni. 
Ma ci si vorrebbe sgravare la coscienza inviando dosi massicce di... condom.

La nazione che ha il più basso numero di casi di Aids nel mondo è  le Filippine, dove finora si è seguito proprio la lezione del papa, cioè l’educazione alla responsabilità (ma ora arrivano i turisti sessuali anche lì...). In Africa il paese che sta vincendo la sfida con l’Aids è l’Uganda, che segue la stessa lezione. Il preservativo è l’aspetto meno rilevante di questo piano di difesa.

“Il problema è capire se la vita ha un senso. Solo così posso volere bene a me e a chi ho davanti. E’ allora che lo proteggo, che faccio di tutto perché non si ammali”. “Il problema è se la vita ha un valore, un significato, altrimenti non c’è preservativo che tenga”. “Qua tutti sanno che Benedetto XVI ci vuole bene, non abbiamo dubbi. I dubbi piuttosto ce li abbiamo su chi ci manda i preservativi invece dell’aspirina. Su chi riconosce che siamo esseri umani non abbiamo dubbi”. Così si esprime un’infermiera dell’Uganda, Rose Busingye. 


Alla corte dell’Aia bisognerebbe spedire chi non informa che il preservativo non preserva sufficientemente.

Alla corte dell’Aia bisognerebbe mandare chi sfascia le famiglie, distrugge la vita umana e con essa i valori morali, con l’idea che tutto è lecito ciò che piace; per cui ci ritroviamo una gioventù che a dodici-tredici anni vende il proprio corpo per una ricarica di telefonino.

Il papa non è una minaccia per l’Africa, è il suo futuro. I signori che non lo capiscono fanno parte di un mondo vecchio, decrepito, destinato a scomparire per mancanza di eredi.

Il condom qualche effetto lo produce.

giovedì 17 novembre 2011

È arrivato er diggitale! (pasquinata)












Pasquino, è arrivato er diggitale!
Tutto er giorno so’ co l’attrezzo ‘n mano...
co ‘r decoder, ohé, nun pensà mmale!
in la TV ce pare un uragano.

Se vede solo piove’ e ggrandinare,
c’è un rumore che rompe li cojoni.
Mo’ però so’ riuscito a reggistrare,
e me par de vedere... Bberlusconi.

Te credi de ccambià, d’annare avanti,
la TV è sempre quella, sempre ugguale;
le stesse facce ci hai sempre davanti,
analoggica oppure diggitale.



Amicusplato

mercoledì 16 novembre 2011

Il mio nuovo governo













Per fare un governo ci sono diversi modi.

Si può fare un governo di politici, che è la prassi normale.

Si può fare un governo tecnico, come ha fatto oggi  il prof. Mario Monti.

Ma si può fare anche un governo fondato sull’assunto che i nomi sono la sostanza delle cose (nomina sunt substantia rerum), e che i nomi sono un augurio: nomen omen.

Ecco perciò il mio nuovo governo, che ho formato in base a nomi di deputati e senatori dell’attuale Parlamento.

Data la gravità della situazione, Presidente del Consiglio: Toccafondi (Pdl)

Elenco dei Ministri:

Interni: Casini (Udc)

Esteri: Turco (Pd)

Difesa: Razzi (Pt)

Politiche Agricole:  Vaccaro (Pd)

Marina Militare: Corsaro (Pdl)

Marina Mercantile: Piscitelli (Pdl)

Politiche Familiari: Adamo (Pd)

Ministero dei Trasporti: Rota (Idv)

Ministero del Lavoro: Stanca (Pdl)

Giustizia: Latronico (Pdl)

Pubblica Istruzione: Del Pennino (Gm)

Industria: La Forgia (Pd)

Sanità: La Morte (Fli)

Economia e finanze: Lo Presti (Fli).


Ministeri di nuova costituzione, date le nuove emergenze:


Meteorologia e calamità naturali: Bongiorno (Fli)

Attività musicali: Piffari (Idv)

Caccia e Pesca: Augello (Pdl) e Pescante (Pdl)

Rapporti con il Vaticano: Papa (Pdl)

Bestiame transumante: Pastore (Lega) e Pecorella (Pdl)

Animali domestici e da cortile: Pollastrini (Pd) e Porcu (Pdl)

Cinema e Spettacolo: Coscia (Pd).


Se non va bene nemmeno questo governo, allora non rimane che tirare a sorte i nomi con il bussolotto.

lunedì 14 novembre 2011

Il Cavaliere appiedato














Berlusconi cavaliero
è caduto dal destriero;
ma voleva scendere.

C’è chi in  piazza l’ha insultato,
vilipeso e sbeffeggiato;
gente democratica.

Ci sarà il governo Monti,
dopo quello di Tremonti;
tre per un, di svendita.

Un governo di banchieri
che va bene agli stranieri;
e alla borsa italica.

Ora c’è molta euforia,
ma speriam non fugga via
alle prime pratiche: 

tasse a case e patrimoni,
tagli a spese e alle pensioni,
e prelievi a raffica.

Tutti allegri, tutti buoni,
or non c’è più Berlusconi;
e le tasse piacciono.

Ci fu chi, per far dispetto
alla moglie, tagliò netto
il suo attrezzo fallico.

Per dispetto al Cavaliere
c’è chi applaude anche a un banchiere,
che ti taglia il gruzzolo.

Ma oramai quel dado è tratto,
non si torna indietro affatto.
Fuori i soldi, subito.

Per il ben del patrio suolo
anche un altro chiese al volo
ori, argenti e pentole.

Si finì in brache di tela.
Stiamo attenti a chi ci pela;
io mi tocco i bischeri.



Amicusplato


domenica 13 novembre 2011

Berlusconi si è dimesso. Salus reipublicae suprema lex



Silvio Berlusconi ieri sera, alle ore 21, ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio.

Si chiude un periodo di 18 anni che lo ha visto grande protagonista delle vicende politiche italiane, e non solo.

Non starò a fare il bilancio consuntivo del suo operato.

Ma ciò che non gli è stato mai perdonato, da parte di un settore agguerrito di elettori, è di aver impedito ai post-comunisti di salire al potere, dopo il “lavoro” fatto dai giudici milanesi di “mani pulite”, che avevano spazzato via tutti i vecchi partiti, tranne (chissà perché) il PCI-PDS.

In effetti, la sua “discesa in campo” nel 1993 portò nel 1994 alla sconfitta sorprendente e clamorosa della “gioiosa macchina da guerra” delle sinistre, che credevano di non avere più avversari.

Negli ultimi anni la sua vita privata, non certamente consona al ruolo di statista, gli ha fatto perdere consensi e lo ha condizionato nell’agire, specialmente di fronte a questa perdurante crisi economica che ha investito il mondo intero.

Le sue dimissioni sono apparse perciò un gesto di grande responsabilità e di grande dignità.

“Salus reipublicae suprema lex”, dicevano i romani; la salvezza dello Stato è la suprema legge.

Si conclude così la parabola umana del Cavaliere, caratterizzata da grandi successi e da un inesorabile declino.

Non appaia offensivo il canto che ho postato per questa circostanza: “Addio, sogni di gloria” (Carlo Innocenzi-Marcella Rivi), del 1942.

Anzitutto perché è una bellissima canzone, qui cantata dalla più bella voce italiana di questo ultimo mezzo secolo, Luciano Pavarotti.

E poi perché, in effetti, prima o poi viene per tutti il momento di lasciare. Importante capire quando, e avere il coraggio di farlo.

Silvio Berlusconi lo ha fatto.

venerdì 11 novembre 2011

11.11.11 (11:11). La vita è anche un gioco










È un bel terzetto d’undici schierato,
sembra proprio un picchetto militare;
anzi, se guardi ben quando ho postato,
è un quintetto, un ploton pronto a sparare.

Dieci soldati, tutti sull’attenti,
per salutare a salve Berlusconi,
che lascia il campo ad altri pretendenti
e si toglie, per molti, dai coglioni.

Ma il quintetto che oggi fa paura
forse è un quintetto solo musicale,
che prepara il concerto d’apertura
a un governo gradito al Quirinale.

Oppure, care amiche e amici cari,
sono dieci birilli messi ritti,
come al bowling, e aspettano precari
che una boccia li stenda a terra fritti.

È il gioco della vita, e questa data
lo rappresenta in modo assai reale.
Ad uno ad uno, un anno e una giornata,
si cade a terra e poi non si risale.

Sol tra cent'anni, il secolo venturo,
un'altra data come questa avremo;
ma come, dice un canto, di sicuro
a quella data "Noi non ci saremo".

Non crediate che il vostro Amicusplato
termini la canzone con tristezza.
Coi numeri soltanto un po’ ho giocato...
Passiamo questo giorno in allegrezza!

È l'11 novembre, è San Martino;
cambiano gli anni, ma la festa è quella;
in Toscana ogni mosto si fa vino,
con le castagne arrosto in la padella.

giovedì 10 novembre 2011

Succede un 48! (Per Egeria)






















Tutti aspettano il giorno di domani
con la sua data unica tra cento.
Ma oggi, cari amici internettiani,
è una data che supera ogni evento.

Oggi, 10 novembre, udite, udite!
Egeria, o meglio a dir, Maria Teresa,
finisce gli anni; e allora, che ne dite
se le dedico un’ode, a sua sorpresa?

Non chieder mai a una donna di quand’ è,
è una domanda poco da salotto;
ma Egeria ha un nick “Terry63”,
e dunque compie anni quarantotto...

Un anno che vuol dir rivoluzione,
per te, Maria Teresa, così mite,
dolce come Nutella a colazione,
e bella di sicur più di Afrodite.

Ma soprattutto mi incantò il tuo cuore,
affettuoso verso ogni persona.
La tua rivoluzione è pien d’amore,
l’unica “revolution” che funziona!

Maria Teresa, auguri e grazie tante
in questo giorno fausto e fortunato!
Lasciami un po’ di torta e di spumante
ed un caffè. Il tuo amico Amicusplato.