martedì 26 luglio 2011

Con S. Anna, S. Gioacchino, eh!



Dopo aver ricordato S. Anna, la mamma della Madonna, non si può lasciar passare il 26 luglio senza far riferimento anche al papà della Beata Vergine Maria, e cioè S. Gioacchino.

Solo così la festa è completa.

Gli onori a S. Gioacchino li facciamo fare a colui che a questo nome ha fatto grande onore con la sua arte: Gioacchino Rossini (1792-1868).
Il genio di Pesaro non sarà stato uno stinco santo, ma con la sua musica ci ha fatto gustare un po’ di paradiso.

Si deve anche dire, per amor del vero, che quando Rossini smise di scrivere le sue opere, nel 1829, ruppe poi il lungo “silenzio musicale” soprattutto per onorare la sua fede cattolica, con un grande Stabat Mater e soprattutto con la Petite Messe Solennelle (1863).

Una Messa che egli definiva “un peccato di vecchiaia”, che voleva fosse cantata solo da 12 persone, come gli apostoli, e per la quale sperava di ottenere clemenza da Dio per i peccati di giovinezza.

Come si fa a non concedere un posto nel coro dei santi a uno che ha composto un simile capolavoro?

Ho scelto il versetto finale del Gloria, “Cum Sancto Spiritu”, trattato in forma di fuga (le varie sezioni del coro si rincorrono nel proporre il vivace tema musicale), perché Gioacchino dimostra di possedere quello spirito divino che solo può ispirare musiche così sublimi.

L’accompagnamento della Petite Messe è il pianoforte e un harmonium a pedali.
Il massimo del risultato, col minimo degli strumenti. E a prima vista, così discordanti (il profano e il sacro insieme!)

Genio.

Nel video che postiamo, l'esecuzione lascia molto a desiderare.
Ma ho voluto scegliere questa per dimostrare che, comunque si canti, la musica di Gioacchino Rossini lascia sempre ammirati per la freschezza inventiva, oltre che per la sublime bellezza.

Comunque bella!


Cum Sancto Spiritu,
in gloria Dei Patris. Amen.


Con lo Spirito Santo,
nella gloria di Dio Padre. Amen.


La nuvola di Sant'Anna






















Il sole è entrato nella costellazione del Leone, ma nessuno se ne è accorto.
Acqua, vento, temperature freddine caratterizzano queste giornate, invece dei raggi cocenti del “solleone”.

I vecchi contadini parlavano della “nuvola di S. Anna” (26 luglio), che veniva a spezzare la calura estiva.
Ma quest’anno la nuvola di S. Anna è arrivata con qualche giorno d' anticipo e mi pare che non abbia tanta voglia d' andarsene.

Ma non è solo il tempo atmosferico a preoccupare.
Ci sono altri nuvoloni, ben più preoccupanti, che oscurano questo periodo.

Il bagliore devastante della bomba, seguita dal mortale crepitio del fucile mitragliatore, nella “tranquilla” Norvegia, l’ennesimo soldato italiano ucciso in Afghanistan, una inquietante scossa di terremoto in Piemonte, lo sciame sismico dei “terremoti” economico-politici che sta scuotendo da un bel po’ la nostra nazione...

In qualche zona della Toscana la nuvola di S. Anna è chiamata “la tempesta (o turbine) di S. Anna”.
I temporali estivi sono talvolta disastrosi.

Speriamo che tutte queste nubi che coprono il nostro cielo non si trasformino in una devastante grandinata.

I nostri vecchi pregavano S. Anna, la madre della Madonna, la nonna di Gesù.
Noi ci limitiamo a dire: "Piove, governo ladro!"

Ma se invece grandina? Allora dobbiamo prendercela anche con l’opposizione.

“A fulgure et tempestate, libera nos Domine!”


Nella foto in alto: "La sacra famiglia con S. Anna" (fine XVI secolo), El Greco, Ospedale Tavera, Toledo

sabato 23 luglio 2011

L'urlo di Munch




















L’orrendo attentato di ieri in Norvegia, che ha fatto una novantina di vittime, non sarebbe di matrice islamista, ma anzi della destra xenofoba e anti-islamica.

Ho seguito le agenzie di ieri nel fare il post, per cui mi scuso della fallace attribuzione. Il fanatismo islamista ha insanguinato il mondo in questi ultimi dieci anni, dall’11 settembre in poi, e il primo pensiero è stato purtroppo quello.

Ma anche il fanatismo xenofobo e razzista, a quanto pare, ha raggiunto livelli di guardia insostenibili.
La barbarie di ritorno è sempre in agguato e si esprime alla sua maniera: con le stragi.

In questo caso, l’Urlo di Munch si rivolge proprio verso i suoi concittadini: un urlo di dolore per le vittime e di condanna senza appello per i carnefici.

Di casa propria.


Foto in alto: Urlo (1893),  Edvard Munch, Galleria Nazionale, Oslo.

venerdì 22 luglio 2011

Nella civile Norvegia la barbarie islamista



L’attentato islamista odierno contro la Norvegia mi ha profondamente indignato e turbato.

Ancora una volta si deve fare la tragica conta delle vittime: alcune decine di morti e di feriti, a Oslo e nell’isola di Utoya; una carneficina, che ci fa tornare in mente crimini analoghi a Londra (nel 2005) e a Madrid (nel 2004), fino a quello orrendo dell’11 settembre 2001 negli USA.

Ma c’è un motivo particolare per cui oggi mi sento oltremodo turbato.

Quando penso alla Norvegia, oltre alla sua grande storia, penso istintivamente a Henrik Ibsen e a Edvard Grieg, due “amori” che ho coltivato fin dall’età giovanile e che sono gli epigoni moderni di una compiuta cultura.

Non accetto che la barbarie voglia in qualche modo minacciare tale irreversibile conquista.

L’orrore per quanto accaduto può essere espresso in modo adeguato dall’Urlo di Edvard Munch, il celebre dipinto (1893) del grande artista norvegese.

Contro la barbarie c’è solo una risposta: la grandezza dell’arte.

Dal Peer Gynt di Edvard Grieg, tratto dall'omonimo dramma di Ibsen, "La morte di Aase".

Un degno e appassionato tributo alle vittime norvegesi.

giovedì 21 luglio 2011

La bbanda larga (pasquinata)














La notte passata, come ormai mi accade spesso, ho avuto problemi di connessione, solo di carattere internettiano, intendo...
Perciò, in attesa (vana) che all'Adsl passasse il singhiozzo, mi sono messo a scrivere in romanesco. 
Un dialogo tra le "statue parlanti" di Marforio e Pasquino.
È una pasquinata, e il "topos" letterario (non è il mouse, ovviamente) esige qualche "francesismo".
Me ne scuso in anticipo con gli amici/amiche.



“Pasquì, che stai a ffa’ tutta la notte,
invece de ddurmì come i cristiani?
E ‘na volta scrivevi le tu’ bbotte
con un foglio, ‘na penna e co le mani!”

“A Marfo', mo'  le cose so’ ccambiate;
mo’ scrivo cor PC, ‘un so’ più un padulo.
Ma non riesco a scrive’ ste stronzate,
‘sta bbanda larga è stretta come er culo.

Va e viene come er cazzo, è intermittente,
e sto aspettà che tutto se riquadri.
La chiamon banda larga; gnente gnente,
a me me sembra ‘na bbanda de ladri."


Amicusplato

lunedì 18 luglio 2011

Una gradita sorpresa!





In questi giorni di calura intensa
il mio PC ha fuso le bronzine.
Mi c’ero affezionato (ma tu pensa!),
e ho dovuto cambiarlo. Tutto ha fine...

Ma quando ho aperto il nuovo,  con sorpresa,
un bel premio era lì che mi aspettava.
Un saldo di stagione? un buono-spesa?
Ben altro dono il cor mi rallegrava!

Dal blog di Stella mi venia spedito
un fiore ed un sorriso, e un bacio infine.
Gianna, tu sai che il caldo mi è gradito;
ma così, anch’io fondo le bronzine...


Amicusplato

martedì 12 luglio 2011

Amo il caldo!












Questi giorni di calura
son per molti cosa dura.
Io mi sento ancor più baldo,
amo il caldo.

Oggi i gradi eran quaranta,
poi ce l’afa, che ti schianta.
Io resisto a piede saldo,
amo il caldo.

“Ma così finiamo male,
questo è un fuoco già infernale!”
Non lo temo, son ribaldo,
amo il caldo.

C’è chi in centri commerciali
cerca freschi artificiali,
e qualcosa compra in saldo;
amo il caldo.

Io del freddo son nemico,
qui l’affermo e qui lo dico.
Se mi sgridi, io mi riscaldo;
amo il caldo.

"Forse il sole ha folgorato
il buon caro Amicusplato,
che ripete, da spavaldo:
amo il caldo!"

No! Col sole risplendente
mi riposo e non fo niente.
Ecco, amici, perché araldo
son del caldo!


Amicusplato

domenica 10 luglio 2011

La regina dell'estate




Non ci sono più, durante l’estate, le canzoni-tormentone di una volta…

Peccato, perché caratterizzavano le vacanze al mare, e con i loro orecchiabili motivi diffondevano nelle italiche spiagge un valore aggiunto di vivacità e piacevolezza.

Mitico iniziatore, nel 1962, è stato Edoardo Vianello, con “Pinne, fucile ed occhiali” e nell’anno successivo con “Abbronzatissima”. Ma nel 1963 risuonavano anche  “Per quest’anno non cambiare” con la voce di Mina, e  “Sapore di sale” di Gino Paoli.

Da allora, per ogni estate, si potrebbero indicare una o più canzoni che l’hanno caratterizzata.

Mi vengono in mente “Una rotonda sul mare” (Fred Bongusto, 1964), “Lisa dagli occhi blu” (Mario Tessuto 1969), “Summer on a solitary beach” (Battiato, 1981), “Un’estate al mare” (Giuni Russo, 1982), “Vamos a la playa” (I Righeira, 1983)…

“Tutti al mare!”, di Gabriella Ferri (1973), non è stato solo un modo di dire e una canzone-tormentone anch’essa, ma un reale fenomeno di massa, una specie di rito collettivo agostano, che nel corso degli ultimi vent' anni si è trasformato in altre forme e riti vacanzieri.

In questo breve excursus-revival non ho però nominato quella che per me rimane la canzone regina dell'estate.

Si tratta di “Happy together”, dei Turtles, del 1967.

Quando la sentii nella spiaggia di Cesenatico in quella estate, nella cover italiana dei "Quelli” (la futura PFM), me ne innamorai perdutamente; e ovviamente me ne innamorai nella versione italiana: "Per vivere insieme”.

http://youtu.be/U1FfcMmxkJk

Fu il tormentone di quella estate; ma senza essere invadente.

Rimane la mia preferita.

giovedì 7 luglio 2011

Un'ondata di freschezza



Molti sono i modi per attenuare il caldo estivo, e già il ricordarli dà un benefico senso di freschezza.

Ovviamente, una "full immersion", nel senso vero e proprio del termine; e cioè una bella immersione nelle acque del mare. Possibilmente nel Tirreno, il mare più bello.
Ma van bene anche gli altri mari; l’acqua c’è.

Una bella passeggiata in una foresta di conifere. Anche qui suggerisco la foresta toscana, quella casentinese in particolare. Né troppo alta, né troppo bassa. Fresca al punto giusto.
In mancanza di Camaldoli e della Verna, ci si deve accontentare di qualunque altra zona boschiva; rigorosamente di conifere, però.

Per chi deve stare in città, e al chiuso, siamo sempre più condizionati... dal condizionatore.
Senza questo benefico strumento, la casa, l’ufficio, la fabbrica diventerebbero un forno a microonde.
Nella pausa pranzo, arrosto umano.

Naturalmente la doccia rimane un punto di riferimento essenziale, e il naufragare è dolce sotto il getto d’acqua, Leopardi permettendo.

Non può mancare il gelato. Sui gusti si può discutere sempre di più; nella gelateria vicino a casa ne trovo una trentina. Ma per me il gelato è ancora quello con cioccolato e crema (nel corso degli anni ho aggiunto anche la fragola).

Né può mancare il cocomero, autentico miracolo di fruttifera freschezza.
E poi dicono che Dio non esiste… Cosa pensate che mangi il giorno anche Lui, con questo caldo?

In Toscana, nella mia città in particolare, il piatto estivo per eccellenza è la panzanella.
Tra pranzo e cena oggi (anzi ieri, ormai) ne ho mangiata una zuppiera.

Ma anche la musica crea un’atmosfera; e per crearne una di freschezza,  ci vuole l'aria veneziana di Antonio Vivaldi.

Così, per rinfrescare il web, ecco il II Movimento, “Largo”, di quel capolavoro che è il Concerto in Re maggiore per Liuto, Archi e Basso Continuo, RV 93.

Nel video che propongo, il liuto è sostituito egregiamente dall’arpa.

Una fresca onda sonora!

sabato 2 luglio 2011

La conta delle zanzare














Un acquazzone estivo ha rinfrescato
uomini ed animal, natura ed aria.
Ma ad un’azione è stato dimostrato
che corrisponde una reazion contraria.

E così, con il fresco della sera,
ha fatto ricomparsa anche quest’anno
una nutrita ed agguerrita schiera
di zanzare, forier d’ogni malanno.

Di sangue umano ognor sempre assetate,
assalgono il tuo corpo da ogni lato;
e dove le tue membra hai denudate,
di buchi ti ritrovi crivellato.

Ti difendi con schiaffi e con manate,
aggiungendo così beffa ai dolori:
in faccia e altrove rosso di ditate,
e di bozzoli pieno e di gonfiori.

Oramai per stasera mi han fregato,
figlie di un temporale all’improvviso.
Ma il sangue con cui hanno banchettato
e i bozzoli ed i lividi nel viso

domani troveran giustizia pronta.
Andrò a comprare armi più efficienti,
e in aria spruzzerò, per lavar l’onta,
Flit, Ddt, piretro e altri elementi.

E in terra, di zanzar farò la conta.


Amicusplato


venerdì 1 luglio 2011

Luglio, il mese "democratico"



Il luglio sconsiglia impegni gravosi. Sono in agguato i colpi di calore.

Le scuole chiudono, molti vanno in ferie, il parlamento riduce ai minimi termini il lavoro e anche in situazioni critiche si preferisce sopravvivere con un governo balneare, in attesa dell’autunno “caldo”.

In passato però non sembra sia stato così. Le due più grandi rivoluzioni, che hanno dato inizio alle moderne democrazie, hanno il loro punto di riferimento proprio nel mese di luglio.

Il 4 luglio è il giorno che ricorda l’Indipendenza degli Stati Uniti, “Independence Day”.

Il 14 luglio ci fu l’assalto e la presa della Bastiglia, che rappresenta il simbolo della Rivoluzione Francese.

Evidentemente i nostri antenati sopportavano il caldo meglio di noi, abituati com’erano a lavorare anche sotto il solleone, per mettere al sicuro il raccolto di grano con la trebbiatura.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” non era una preghiera scontata, ma un’accorata invocazione, che nel mese di luglio diventava una concreta realtà. Se l’anno era stato propizio.

Ricordo ancora quei bei grandi pani che mia madre, dopo averli impastati e cotti in forno al punto giusto, riponeva nella madia, riempiendo di profumo tutta la casa…

Altri tempi; oggi le “rivoluzioni” si fanno nella stagione fresca, e il pane si compra involtato nel cellophane.

Per iniziare bene il mese di luglio mi pare appropriata la trionfale musica finale del film “Independence Day” (1996), diretto da Roland Emmerich.

Una bella pagina del compositore inglese David Arnold. 

martedì 28 giugno 2011

È nata Sara!














Alla carissima Gianna, cui mi lega una grande amicizia, è nata una stupenda nipotina, Sara.


Non potevo lasciar passare questo lietissimo evento senza un pensiero in rima.
Dato che nonna Gianna è una maestra di valore, ho pensato ad una filastrocca sulle cinque vocali.
Un modo un po' scherzoso, per ricordare che la Maestra Gianna ha ora, oltre che una bellissima nipotina, anche una nuova allieva.

Auguri!


Il  mio nome è Sara


“Sono nata, eccomi qua,
grazie a mamma ed a papà!
Cinque giorni è la mia età,
son robusta e bella già.

Il mio nome è Sara, e
a me piace, sai perché?
perché certo saprai che
nella Bibbia trovi me.

23/6, giovedì,
fu per tutti un grande dì:
mamma Elena patì
ma poi subito gioì;

papà Loris aiutò,
e ogni impegno dimostrò;
nonna Gianna, lei pregò,
e assai bene tutto andò”.

Di vocali non ne ho più
per rimar; mi fermo all’u.
Cara Gianna, inizia, su!
a insegnar come sai tu!

Tanti auguri, dolce Sara,
che la vita non sia amara!
ma che sia sempre più bella,
con la guida di una Stella!


Amicusplato


domenica 26 giugno 2011

Corpus Domini, una festa radiosa



La festa del Corpus Domini richiama la nostra attenzione sul mistero centrale della fede cattolica: Cristo è realmente presente nel sacramento dell’Eucarestia e si dona ai fedeli in cibo di vita eterna.

“Pane del cielo”, si definisce Gesù stesso nel discorso a Cafarnao (Gv 6, 51); “medicina d’immortalità”, commentano i Padri della Chiesa; “ostia di salvezza”, scrive S. Tommaso d’Aquino.

Una festa radiosa, nella quale viene affermato con forza e dolcezza che la vita di Cristo risorto entra nella vita mortale dell’uomo per divinizzarlo: “Chi mangia questo pane, vivrà in eterno” (Gv 6, 58).

È Cristo vivo e vero che si fa nutrimento dell’uomo, “non confractus, non divisus, integer accipitur”, come mirabilmente si esprime S. Tommaso nel “Lauda Sion”. Viene ricevuto Cristo “non spezzato, non diviso, nella sua integrità”; e in forma sacramentale, cioè nelle apparenze del pane e del vino.

Ma è Cristo Risorto.

Innumerevoli sono le preghiere eucaristiche, e ancora di più i compositori che le hanno messe in musica. 
Senza parlare di altri generi d’arte.

In questa festa mi piace ricordare una bellissima composizione di Gioachino Rossini (1792-1868).
Il genio pesarese del melodramma è noto piuttosto per la sua vita da buon “viveur”, che per le pratiche religiose.

Sta di fatto che, dopo il suo forsennato ventennio in cui sfornò una quarantina di opere, in gran parte capolavori immortali a tutti noti, dopo il “Guglielmo Tell” del 1829 smise improvvisamente di comporre.

Questo “silenzio musicale” , che durò fino alla morte, fu interrotto solo da alcune composizioni, soprattutto di carattere religioso: lo “Stabat Mater” (1841) e soprattutto la stupenda, incredibile, geniale “Petite Messe Solennelle” (1863), una Messa che di piccolo ha solo l’aggettivo del titolo, poiché si tratta di un capolavoro assoluto.

Ma Rossini fece onore alla sua fede cattolica con altre brevi composizioni, come quella che oggi postiamo, dedicata all'Eucarestia: “O Salutaris Hostia”, del 1857.

Il Maestro ritorna alle origini della musica con questo mottetto in polifonia a cappella, a quattro voci miste, dimostrando anche qui il suo genio e la sua grande sensibilità.

Le parole sono la prima strofa del celebre inno di S. Tommaso d'Aquino (1264). Rossini ha musicato solo la prima strofa (la seconda è una dossologia trinitaria)  probabilmente perché ha voluto mettere in risalto gli aspetti più chiaroscurali del testo sacro.

"Ostia di salvezza, che apri la porta del cielo, le forze ostili premono, dacci forza, aiutaci!"

Così notiamo che la prima parte del brano è dolce e suadente; poi diviene quasi drammatico (il coro che esegue, sottolinea le parole “bella premunt hostilia” addirittura con la gestualità).

Nella ripetizione della strofa, l’andamento è similare, ma non uguale. Dopo il suadente inizio e un  accentuato tocco drammatico, l’andamento da omofonico diventa contrappuntistico, con movimenti delle parti che danno vivacità al canto e mettono in risalto la incalzante richiesta di forza (“da robur”) e di aiuto per vincere la battaglia contro il male.
Si ritorna poi ad un movimento corale, in cui la richiesta di forza e di aiuto si fa accorata, fino a spegnersi nell’ultimo accordo.

Ottima la prestazione del Coro giovanile “Cantilene” di Ekeren (Anversa). Finalmente un buon coro! Auspicabile il potenziamento della sezione maschile.

Comunque bravi!


O salutaris Hostia, quae caeli pandis ostium;
bella premunt hostilia, da robur, fer auxilium!

Ostia di salvezza, che apri la porta del cielo;
le forzi ostili premono, dona forza, aiutaci!


martedì 21 giugno 2011

Lascia che il sole risplenda!



Oggi, solstizio d’estate, nel nostro emisfero è il trionfo del sole.

Ovviamente se non ci sono le nuvole a dargli fastidio...

Il suo dominio sulla notte è schiacciante, e via via che si sale nella latitudine diviene totale.

Il giorno più lungo. Le ombre più corte.

Oggi è d’obbligo postare perciò un inno al sole.

Ne sono stati scritti e musicati molti. Ma io ne voglio presentare uno del tutto particolare.

È un inno alla vita, alla pace, alla fratellanza, all’amore:

“Let the sunshine in”, lascia entrare il sole splendente!

È il brano finale del musical “Hair” di G. Ragni, J. Rado, G. Mac Dermot (1968) che suscitò tante polemiche (scene di nudo, esaltazione della libertà sessuale, della droga, dello sballo), ma ebbe uno straordinario successo.
Sia a Broadway che a Londra si ebbero quasi duemila repliche consecutive, per oltre quattro anni.

Hair divenne il punto di riferimento per un’intera generazione, quella dei capelloni, degli hippies, dei “figli dei fiori”.
Particolarmente forte il messaggio pacifista, contro la guerra del Vietnam.

Il brano che presento è speciale anche per un altro motivo: è cantato da Lucio Battisti, con altri amici (Edoardo Bennato, Bruno Lauzi, Adriano Pappalardo, Mia Martini...).

Le scene del video sono riprese dal film omonimo di Milos Forman del 1979.

Lascia che il sole risplenda!

Non certo in comportamenti da sballo, ma in un mondo che ancora ha bisogno di pace e di fratellanza.

domenica 19 giugno 2011

Solo a Dio gloria!



Oggi è la festa della SS. Trinità.

La nostra attenzione è rivolta perciò a Dio; non solo nella sua esistenza, ma nella sua essenza, nella sua realtà più intima.

Quando siamo ragazzi la fede in Dio è ingenua, direi quasi spontanea.

Poi, crescendo, la ragione si pone domande sempre più esigenti, e cerca risposte sempre più esaustive.
La fede in Dio è messa alla prova, ma niente può sostituirla. Ogni altra risposta appare insufficiente.

La nostra ragione e i nostri sentimenti trovano piena risposta alle domande di senso della vita e della realtà che ci circonda solo se fanno riferimento ultimo a Dio.

Anche il problema del male ci parla di Lui, poiché noi sentiamo il male come un nemico da combattere e il bene come una meta da raggiungere. Questo significa che, pur nei nostri limiti, portiamo l’impronta di un Creatore buono, e che il male è un “corpo estraneo” da isolare e da espungere.

Ma ciò che la nostra ragione ci fa solo intuire, trova piena rispondenza nella persona e nel messaggio di Gesù Cristo. Egli porta a compimento la rivelazione di Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, nel nome del quale possiamo proclamarci suoi figli.

Quando poi la nostra vita ha percorso un bel tratto di cammino, e gli ardori giovanili si vanno smorzando, ci accorgiamo che le parole appaiono sempre più inadeguate e il desiderio più grande è lasciar parlare soprattutto Lui, che ci insegna con la sua Parola e ci conforta con il suo Spirito.

E sempre più cresce il desiderio di lasciare da parte i discorsi e di affidarsi alla preghiera.

La preghiera ha un fascino irresistibile. Così pure il canto, che unisce alle parole la forza e la dolcezza della musica.

L’uomo è fatto per Dio, e Dio lo attrae a sé con la bellezza.

Bach apponeva spesso alle sue composizioni la sigla S. D. G. (Soli Deo Gloria), solo a Dio la gloria!

Dante fa dire a Piccarda Donati che solo nel fare la volontà di Dio c’è vera pace:

“E ‘n la Sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria e che natura face” (Par III, 85-87).

Il Credo è la professione di fede in Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo.

Propongo all'ascolto quello dei miei anni giovanili: una fede scandita da chitarre elettriche e batteria, nella indimenticabile musica di Marcello Giombini, eseguita dal complesso romano The Bumpers nel 1966.


mercoledì 15 giugno 2011

Plenilunio, eclissi e Chopin. Un notturno che incanta!



Stasera la luna sarà protagonista incontrastata: plenilunio con eclissi totale.

Lo spettacolo partirà alla grande: la luna sorgerà all’orizzonte alle 21,10 circa, poco dopo il tramonto del sole, già in fase di completa eclissi.

Il cono d’ombra, che la terra proietterà sul suo satellite naturale, continuerà ad oscurarlo fino alle 23; poi gli lascerà di nuovo libero il campo stellato.

Ma solo intorno alle 24 la luna tornerà ad illuminarci con tutti i watt della sua potenza.

Se il tempo è quello di questa notte in cui sto scrivendo, con una luna che vedo splendere luminosa in mezzo al cielo, ignara dello scherzetto che la terra sta per farle, allora ne vedremo delle belle.

La faccia della luna, sempre così pallida, avrà un nuovo make up: rosso, nero, forse violaceo…

I colori non saranno allegri, ma di certo la regina della notte non mancherà di stupirci.

Quasi d’obbligo prepararsi a questo spettacolare evento con un notturno di Chopin.
Pochi hanno saputo cogliere il fascino misterioso della notte come il “Poeta del pianoforte”. 
Se poi la notte è così invitante...

Tra i 18 Notturni pubblicati da Chopin scelgo il numero 8, in Re bemolle maggiore, op. 27 n.2, del 1836.

Ho avuto modo di dire altre volte che, in anni passati, ero attirato dai primi Notturni (quelli delle op. 9 e 15), per la loro limpidezza; se non fossero “notturni”, direi per la loro solarità…

Da tempo invece mi attraggono maggiormente questi notturni più chiaroscurali, che iniziano proprio dall' op. 27.

Il fascino del mistero.

Devo anche dire che, visitando il bellissimo blog della cara amica Annamaria, ho visto come logo nella HP proprio l’incipit di questa partitura.


E così, tra plenilunio, eclissi, e notturni, non ho potuto fare a meno di postare questa pagina sublime, eseguita magistralmente e alla perfezione da Maurizio Pollini.

Un grazie doveroso anche alla carissima Annamaria.


lunedì 13 giugno 2011

Grazie, Gianna!













La carissima amica Gianna mi ha sorpreso con degli affettuosi auguri di buon onomastico, che ha voluto farmi appena scoccato l'inizio della festa di S. Antonio da Padova.


Mi sono sentito in dovere di rispondere subito, di notte.
L'ho fatto in rima.



Grazie, Gianna!


È il tredici di giugno. In calendario
Sant’Antonio da Padova è presente.
Un santo taumaturgo straordinario,
ed io ne porto il nome, indegnamente.

Qualche amico, durante la giornata,
si ricorda del Santo e del mio nome;
con una e-mail o ‘na telefonata
mi fa gli auguri, ben graditi, eccome!

Ma stanotte, passati tre minuti
dall’inizio del dì di S. Antonio,
mi sono in blogosfera pervenuti
pensieri affettuosi, di gran conio.

Vengono infatti dalla blogger Stella,
la dolcissima e bionda e cara Gianna!
Grazie per la tua dedica, assai bella,
e per la tua premura! Or vado a nanna.


Antonio (Amicusplato)

domenica 12 giugno 2011

Pentecoste. Cantano i cieli e le galassie



Esprimo la gioia della Pentecoste con il "Santo" della "Messa dei Giovani" (1966) di Marcello Giombini (1928-2003).

Lo Spirito di Dio riempie l'universo.

"Cantano i cieli e le galassie la tua gloria, Signor!"

Sono 45 anni che questa musica è stata composta. Rimane sempre affascinante. L'attacco solistico della chitarra è semplicemente geniale.

Eseguono "The Bumpers", un complesso romano del tempo. Non è un nome famoso nel panorama dei complessi rock.

Ma con la Messa "beat", e con questo brano in particolare, sono entrati di diritto nella storia del rock e della musica sacra.

Le parole, una bella traduzione moderna del Sanctus, sono di Giuseppe Scoponi.

Bravi tutti!







sabato 11 giugno 2011

Il soffio della libertà



Lo Spirito di Dio è anzitutto libertà.

Non per niente Gesù lo paragona al vento, che "soffia dove vuole e ne senti la voce" (Gv 3, 8).

Certo, nel 1966 (la data 1965 del video è erronea) nell'Oratorio della Chiesa della Vallicella a Roma soffiò in modo particolarmente forte e la sua voce si fece chiaramente sentire con il suono delle chitarre elettriche e delle percussioni dei complessi beat che eseguirono la "Messa dei Giovani" di Marcello Giombini.

Il mondo beat entrò anche nella musica sacra.

Ma qualcosa di analogo era già accaduto con la polifonia alla fine del Medioevo; molti canti profani, opportunamente "rivisitati", costituirono il tema conduttore (cantus firmus) di molte Messe.

Ricorderò solo la famosa "Missa de l'Homme armé", che prendeva spunto tematico addirittura da una canzone militare ("l'uomo armato"). La composero i grandi polifonisti del XV e XVI secolo, come Dufay, Ockeghem, Busnois, e soprattutto Josquin de Prez e Palestrina (ne scrissero addirittura due per ciascuno).

Giombini non era Palestrina; ma un grande compositore certamente, e riuscì a cogliere i segni dei tempi, di cui aveva parlato il Concilio Vaticano II.

Erano i nuovi tempi musicali, e la chitarra elettrica ne era il simbolo.

Oggi siamo nel giorno che precede la Pentecoste: la festa dello Spirito Santo, della libertà, della novità di vita, della gioia piena.

Il "Gloria" della "Messa dei Giovani" esprime tutto ciò. In italiano.

Allora era una novità anche questo.

Ho già avuto modo di postare questo brano, a cui sono particolarmente affezionato.  


È eseguito dal complesso sardo dei Barrittas, con la voce solista del bravo Benito Urgu.

Una bellissima preghiera, a ritmo di rock. 

Il vento soffio dove vuole...
 


giovedì 9 giugno 2011

Un amore... a primo orecchio



Il logo di Google oggi ci presenta uno dei padri della chitarra elettrica: Les Paul (1915-2009).

Non si può non ricordare anche Leo Fender, l’altro grande nome legato indissolubilmente allo strumento che ha cambiato la storia della musica moderna.

Il rock, le band, i complessi, i mega concerti, insomma la “nostra” musica, non sarebbe mai nata senza il metallico, affascinante e talora assordante suono delle chitarre elettriche.

Per molti, i più giovani, il doodle dedicato a Les Paul sembrerà un indovinato logo musicale, e poco più.

Per me e per altri, che hanno visto nascere la chitarra elettrica e tutto il mondo musicale (e non solo) a lei legato, è come un ritorno a casa, una bellissima rimpatriata.

La chitarra elettrica per noi è stata un mito, possibilmente da conquistare.

Ci si accontentava di una Eko, che non era poco, negli anni '60. Era la chitarra dei complessi che andavano per la maggiore in Italia.

Sono stato un mediocre bassista; ma quanto tempo “ho perso” per imparare i “giri armonici” su quelle quattro corde metalliche… Comunque, con il nostro complessino siamo riusciti a mettere su anche la “Messa beat” di Giombini, che non era poca cosa.

La chitarra elettrica, un mito. Ricordo ancora lo stupore che provai quando ascoltai per la prima volta il gruppo The Shadows nel loro brano “Apache”, del 1960.

Un amore a prima vista, anzi, a primo orecchio.

Vieni, Santo Spirito!



Siamo ormai in prossimità della festa di Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sopra gli apostoli.
Domenica prossima è la "Pasqua rosa".

Pentecoste in greco significa 50; cinquanta giorni dopo la Pasqua. Il tempo trascorso di sette settimane.

Un numero che esprime pienezza.

È la pienezza della rivelazione di Dio. Lo Spirito Santo, in forma di lingue di fuoco, si posa sopra gli apostoli e accende in essi il fuoco del suo amore. Un fuoco che nessuno riuscirà più a spegnere.

Dona loro anche il linguaggio necessario per esprimere “mirabilia Dei”, le meraviglie di Dio (At  2, 11).

Lo Spirito è libertà, è creatività, è novità di vita. La vita nello Spirito è “sobria ebbrezza” (sobria ebrietas) dice, con bellissimo ossimoro, un inno liturgico.

Ogni cristiano ha ricevuto il dono dello Spirito Santo nel Battesimo e nella Cresima.

S. Paolo definisce perciò l’uomo come “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6, 19), un’espressione che dà la misura della grandezza e della inesauribile speranza che sostiene dall’interno la vita di ciascun battezzato.

Avvertiamo in modo particolare la presenza dello Spirito quando preghiamo.

La preghiera è lasciarsi inebriare dalla presenza di Dio, è rendersi conto di persona che non siamo mai soli e che Dio è più forte delle difficoltà della vita.

La preghiera ci fa vedere con occhi più limpidi attraverso lo smog dell’inquinamento umano.

Ed è il riparo sicuro contro ogni tipo di assalto avversario.

In attesa della Pentecoste, voglio pregare con un  appropriato canto di Taizé: “Tui amoris ignem”.
Quattro voci miste, più i solisti e strumenti vari.
Le parole sono della liturgia della Pentecoste. La musica del grande Jacques Berthier.


Veni Sancte Spiritus, tui amoris ignem accende.
Veni Sancte Spiritus, veni Sancte Spiritus!

Vieni Santo Spirito, accendi il fuoco del tuo amore.
Vieni Santo Spirito, vieni Santo Spirito!

domenica 5 giugno 2011

Ascensione. L'uomo oltre ogni limite



Nella festa dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo il sentimento che domina è la gioia.

Dalla liturgia non viene sottolineato il distacco di Gesù dai suoi discepoli, ma piuttosto la sua glorificazione al termine della missione terrena: Gesù è il Signore del cielo e della terra.

Inoltre ci viene ricordato che “dove è Lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria”. L’umanità è innalzata in Cristo fino a Dio.

Quello che è sempre stato il desiderio e la tentazione dell’uomo, essere come Dio (Gen 3, 5; 11, 4); ciò che Nietzsche ha teorizzato nella sua esasperata visione di una libertà assoluta, cioè l’oltre-uomo (Übermensch); nella fede cristiana è sempre stato annunciato e creduto: l’uomo è divinizzato in Cristo, che ha assunto la nostra natura umana e l’ha innalzata fino al cielo.

Sgorga spontaneo un canto di lode.

Presento perciò un mirabile canto a cinque voci, “Ascendit Deus”, di Jacobus Gallus, uno dei massimi polifonisti del XVI secolo (1550-1591).

Geniale nel mottetto, in particolare, il dialogo tra le parti sulle parole “in voce tubae”, al suono di tromba, strumento che sembra risuonare nelle varie sezioni con squilli festosi.

“Ascendit Deus in jubilatione, alleluia, et Dominus in voce tubae, alleluia” (Ascende Dio nel giubilo, alleluia, il Signore al suono di tromba, alleluia).

È l’Offertorio della Messa dell’Ascensione.

Lo ascoltiamo dal Coro femminile Kantiléna (Repubblica Ceca).

Il video presenta le coriste in modo informale; ma l’allegria un po’ scanzonata delle giovani non va a discapito della solennità della festa.

L’esecuzione è un po’ accellerata. Ma non ho trovato nel web una esecuzione adeguata alla bellezza del brano. Accontentiamoci.

Buona festa dell'Ascensione!

mercoledì 1 giugno 2011

Due filosofi a confronto



I due filosofi sono Marco Aurelio e Giustino, di cui oggi  (1 giugno)  ricorre la memoria del martirio.

L’imperatore Marco Aurelio è uno dei principali esponenti dello stoicismo, la “filosofia del Portico” (di Atene), una delle più alte espressioni del pensiero pagano.

Lo stoicismo considerava il mondo come manifestazione del “logos” divino, cioè di una razionalità  perfetta che si esprime in ogni aspetto della realtà.

Per questo l’uomo saggio deve vivere “secondo ragione”, cioè accettare tutto ciò che accade come manifestazione della sapienza divina, anche ciò che sembra contrario ai propri desideri.

“Astieniti” da tutto ciò che di negativo è in tuo potere.
“Sopporta” tutto ciò che non  è in tuo potere evitare.
Sono queste le due parole che riassumono efficacemente la morale stoica: “astieniti e sopporta” (abstine et sustine).

Anche la considerazione della caducità della vita e la dignità di ogni uomo, libero o schiavo, sono aspetti che lo stoicismo ha coltivato.

L’imperatore-filosofo Marco Aurelio ci ha lasciato un’opera degna di ogni attenzione, una specie di diario intitolato “A sé stesso”.
Ma non è stato molto coerente con i principi dello stoicismo che professava.

Sotto il suo governo i cristiani furono duramente perseguitati, e tra le vittime c’è  proprio il filosofo Giustino, con  i suoi discepoli.

Anche Giustino aveva seguito lo stoicismo, anch’egli pensava che il logos fosse diffuso in ogni aspetto della realtà, anch’egli credeva nella medesima dignità di ogni essere umano.

Ma l’incontro con il Cristianesimo costituì per lui il vero approdo della ricerca razionale.
Il Logos è la Sapienza di Dio Padre, che entra nella storia umana e si esprime con i “lògoi spermatikòi”, con le ragioni seminali, cioè con i semi di verità che lo Spirito fa germogliare ovunque: lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8).

Il Cristianesimo si rivela così come il  vero umanesimo, perché ha come fondamento l’uomo per eccellenza, Gesù Cristo, che ha svelato in pienezza all'uomo la sua natura e gli ha fatto prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio.

È la più grande “rivoluzione” della storia umana, perché per la prima volta e in modo decisivo si proclama che ogni uomo è fratello per l’altro uomo; Dio è Padre di tutti, anche di coloro che non lo riconoscono.

Marco Aurelio parlava di un’astratta uguaglianza tra gli uomini; Giustino di una comunità fraterna.
Marco Aurelio parlava di un logos umano, Giustino parlava di un  Logos divino.
Marco Aurelio parlava di una vita secondo ragione, Giustino parlava di una vita secondo ragione e secondo la fede in Cristo, salvatore dell'uomo.

Nel nome di Marco Aurelio, il prefetto di Roma Rustico fece decapitare Giustino e i suoi discepoli nell’anno 163.
Giustino aveva detto nella sua difesa: “Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina, a quella dei cristiani”. E di fronte alla minaccia della tortura e della morte: “Fa' quello che vuoi. Noi siamo cristiani e non sacrificheremo agli idoli”.

Questa la sentenza di Rustico:  "Coloro che non hanno voluto sacrificare agli dei e ubbidire all’ordine dell’imperatore, dopo essere stati flagellati, siano condotti via per essere decapitati a norma di legge”.

Tra i due filosofi, la discussione fu troncata non dalla "logica", ma dalla spada del carnefice.

Giustino perse la vita, ma vinse lui la battaglia decisiva.

domenica 29 maggio 2011

Un passo di danza per Yara




La vicenda umana di Yara Gambirasio si è conclusa ieri con le solenni esequie, a tre mesi dal ritrovamento del corpo martoriato della tredicenne e a sei mesi da quel 26 novembre dello scorso anno, in cui venne rapita e uccisa.

Una tragica vicenda, che ci ha fatto provare indicibile angoscia e infinita tristezza.

Solo la certezza di trovarci davanti ad una creatura che è nella gloria del cielo ha dato a tutti, a cominciare dai familiari, quel conforto che ha permesso di trasformare una cerimonia funebre in una liturgia di serena speranza.

Voglio ricordarla ancora una volta. E posterò per lei la dolcissima e commovente “Pavane pour une enfante défunte”, di Maurice Ravel, composta nel 1899.

La pavana è un passo di danza in ritmo binario e di andamento moderato.

Yara amava la danza; era una giovane campionessa di ginnastica ritmica.

Penso che non le dispiaccia ascoltarla.

giovedì 26 maggio 2011

Omaggio alla Vergine Madre. Dante-Verdi



Il “maggio odoroso” volge al termine.

È un mese nel quale il popolo cristiano ricorda con particolare devozione la Madonna.

La corona del Rosario è il modo più semplice (e a portata di mano di tutti…) per onorare la Madre di Dio. Mi piace far scorrere i grani tra le dita, magari in solitudine, bisbigliando con un soffio di voce: Ave Maria…

Ma innumerevoli sono i modi per onorare la Madonna, e gli artisti di ogni epoca hanno fatto quasi a gara per offrirle il fiore più fragrante.

Dante ha scritto forse la più bella preghiera a Maria, che oggi è diventata un inno liturgico: 
“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”.  È l’inizio dell’ultimo canto del Paradiso, come tutti sanno.

Pochi invece sapranno che Giuseppe Verdi (1813-1901) ha messo in musica le prime terzine di questa preghiera dantesca, ottenendo così un bellissimo mottetto a quattro voci bianche (soprani I-II, contralti I-II) a cappella, cioè senza accompagnamento di strumenti. 
Oggi il mottetto viene eseguito normalmente da cori femminili.

“Laudi alla Vergine Maria” fa parte dei “Quattro pezzi sacri”, che Verdi pubblicò tre anni prima di morire, nel 1898.

Più volte nelle sue opere il grande musicista mostra l’amore verso la Madonna, con brani stupendi; basterà ricordare “La Vergine degli Angeli”, nella Forza del Destino, e l’ “Ave Maria” di Desdemona, in Otello.

Ma i Quattro pezzi sacri sono un testamento spirituale vero e proprio: Ave Maria, Stabat Mater, Laudi alla Vergine Maria, Te Deum.

In particolare fa impressione per la sua scrittura proprio il mottetto “Laudi alla Vergine Maria”.
Polifonia pura, come Palestrina, scritta dal Cigno di Busseto che ha dedicato la sua vita al melodramma e alla musica orchestrata.

Un ritorno alle origine più pure della musica.

Verdi affermò che avrebbe dato tutta la sua musica per l’inno gregoriano “Vexilla Regis”, un suggestivo canto monodico del VI-VII secolo, di Venanzio Fortunato.

Alla fine si comprende sempre ciò che veramente vale. E Verdi, che aveva composto la grandiosa Messa di Requiem per il Manzoni, per le sue esequie non volle musica.

Solo il silenzio.

Il suono incomparabile del silenzio.



Laudi alla Vergine Maria

Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti si, che’l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo nell’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate e giuso, intra i mortali
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate (Par. XXXIII, 1-21).
Ave. Ave.

lunedì 23 maggio 2011

Dagli abissi del male alla pace. Ancora Beethoven



Forse nessun musicista ha esplorato la ricchezza dell’animo umano al pari di Beethoven, sia negli aspetti più sublimi che in quelli più tenebrosi e oscuri.

Una caratteristica fondamentale della sua opera rimane però la speranza nell’uomo.
Anche nelle pagine più drammatiche (penso alla V sinfonia, ad esempio), alla fine vince la luce, in una battaglia che l’uomo deve comunque affrontare, attraverso l’immane travaglio del negativo.

Ma c’è un’opera in cui si chiarisce in modo inequivocabile dove poggia questa fiducia dell’uomo. Non solo nelle proprie forze, ma in ultima istanza nella misericordia di Dio.

Quest’opera è la grandiosa Missa Solemnis, in Re maggiore, che già nell’ultimo post abbiamo ricordato.

Voglio sottolineare solo due punti, quelli che ora a noi interessano.

La fiducia nell’uomo è espressa magnificamente nel Credo alle parole: “Et homo factus est” (e si è fatto uomo).
Certo, le parole si riferiscono all’incarnazione del Figlio di Dio; ma quella parola “homo”, ripetuta più volte e con forza dal coro e dai solisti, specie dal tenore, fa impressione. In genere infatti i musicisti usano qui dei toni tenui e delle dolci melodie: è la nascita di Gesù, il Natale, con quel che ne consegue.
Beethoven lo interpreta piuttosto come l’esaltazione della natura umana, assunta dal Figlio di Dio, e quindi resa a sua volta “divina”.
È la dignità dell’uomo che trova il suo fondamento. 


All’opposto, nell’Agnus Dei, che postiamo nella sua prima parte, Beethoven esplora le profondità e gli abissi del male, i peccati dell’uomo e del mondo intero: “peccata mundi”. La voce è anzitutto quella del basso solista, che scende con dolorosa commozione negli anfratti dell’animo umano, per poi elevarsi progressivamente con le altre (mezzo-soprano, tenore, soprano e coro) a invocare la misericordia divina, unica speranza per la pace del cuore e del mondo.

L’invocazione “dona nobis pacem” (che non è in questa videoclip, ma nella successiva http://youtu.be/m8a-_q1gIR8) conclude in modo sublime il cammino di liberazione dell’uomo che si affida a Dio.

Più si ascolta questa composizione, più si capisce perché “Ludovico Van” la considerava il suo capolavoro.
 

domenica 22 maggio 2011

Una prova dell'esistenza di Dio. Ludovico Van




In questi ultimi due giorni ho avuto una defatigante discussione sull'esistenza di Dio con alcuni blogger.

Ritengo che non solo la fede, ma anche la ragione, sia in grado di giungere ad affermare l'esistenza di Dio, creatore del cielo e della terra.

Un mondo in divenire, come è quello che conosciamo e di cui facciamo parte, ha bisogno di una causa iniziale. Altrimenti non può partire per la sua avventura nel tempo e nello spazio.

Qualunque causa che sia operante nel tempo e nello spazio non può essere la causa prima, poiché avrebbe anch'essa bisogno di una causa precedente; e così indietreggiando fino all'infinito, senza mai trovare quel punto di partenza di cui abbiamo bisogno. Il problema si sposta indietro, ma non si risolve mai.

Occorre perciò ammettere una Causa trascendente la materia, trascendente il tempo e lo spazio, e dunque totalmente diversa dagli esseri che compongono l'universo.

Occorre ammettere Dio, come Causa prima e onnipotente di questo nostro universo mondo.

Solo in Dio trova pace la ricerca del nostro spirito inquieto ed esigente.

Ma per arrivare a Dio non c'è solo la prova della nostra ragione; ci sono, ad esempio, anche delle dimostrazioni musicali.

Il Credo della Missa Solemnis, in Re Maggiore, op. 123, di Ludwig Van Beethoven ne è una prova indiscutibile. 

Beethoven la considerava il suo capolavoro.

Solo Dio può ispirare, nei limiti della mente umana, tanta forza creatrice.

Nel video, l'inizio del Credo, l'atto di fede di Beethoven.

"Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem  caeli et terrae"...