lunedì 13 aprile 2009

Chi è un angelo (dedicato all'Abruzzo)















In questo Lunedì dell’Angelo la nostra attenzione va alla terra d’Abruzzo, devastata una settimana fa da un tremendo terremoto, che oltre agli enormi danni materiali ha fatto 294 vittime.


Chi è un angelo


A parte le schiere celesti, un angelo è


• chi è volato fino a L’Aquila con tutti i suoi problemi, per caricarsi anche di quelli degli altri

• chi scava tra macerie di morte, per liberare tracce di vita

• chi manda un messaggino d’amore, del valore di un euro

• se il messaggio d’amore supera le due cifre, allora si tratta di un arcangelo

• chi riesce a fare e a mettere una protesi dentaria nuova in 24 ore e gratuitamente, anziché in un anno e con migliaia d’euro

• chi riesce a far sorridere dei bambini che hanno perso tutti i loro giocattoli

• chi tiene in braccio la sua creatura, anche dopo morte

• una schiera di 294 persone, salite dalla polvere della terra alla gloria del cielo


Diffidare di chi fa brevi apparizioni e poi se ne va...


Foto in alto: "L'Angelo Raffaele", di Autore ignoto, sec. XVII, L'Aquila (Museo Nazionale d'Abruzzo)

domenica 12 aprile 2009

Pasqua. Risurrezione!




Festeggiamo la Pasqua anche con la musica.

Scegliamo la parte finale della ouverture sinfonica La Grande Pasqua Russa, di Nicolaj Rimskij-Korsakov, composta tra l'agosto 1887 e l'aprile 1888.

Il compositore si avvale di melodie tratte dalla liturgia della Chiesa ortodossa.

Un augurio di riconciliazione tra cattolici e ortodossi.

Che la Chiesa di Cristo Risorto torni a respirare con ambedue i polmoni, come era solito dire Giovanni Paolo II.

Buona Pasqua a tutti!

sabato 11 aprile 2009

Sabato Santo. Il sepolcro




Gesù ha cambiato la vita di Maria Maddalena, e da allora l’amore di lei si esprime in gesti di straordinario affetto.

È Maria Maddalena che accompagna Gesù morto al sepolcro ed è lei che per prima si reca alla tomba, la mattina di Pasqua. E incontra non un morto, ma Gesù Risorto.

L’amore della Maddalena viene espresso con grande intensità nel musical Jesus Christ Superstar, del 1973, con il canto I don’t know how to love him (Non so come amarlo).

Da un amore puramente materiale, la Maddalena sta scoprendo un amore più puro e più profondo.

venerdì 10 aprile 2009

Venerdì Santo. Il Calvario




Nel giorno che ricorda la morte di Gesù sulla croce, viene celebrato a L’Aquila il solenne rito funebre per le vittime del terremoto.

Dedichiamo a questo avvenimento il commovente finale dello Stabat Mater di Pergolesi, cantato da Mina.

Quando corpus morietur, fac ut animae donetur Paradisi gloria.

Quando il corpo morirà, fa’ [o Signore] che all’anima sia data la gloria del Paradiso.

Per i credenti è una certezza di fede.

Per chi non crede, uno stupendo brano musicale che rende il dovuto onore alle vittime di così grande tragedia.

giovedì 9 aprile 2009

Giovedì Santo: l'amore fraterno



La straordinaria forza d’animo del popolo abruzzese in questi tremendi giorni di terremoto fa da singolare e stridente contrasto con la superficialità e perfino il cattivo gusto di vari bloggatori, che sembrano più interessati al gossip politico che ai problemi della gente.

Noi vogliamo sottolineare gli infiniti gesti di solidarietà e di amore di innumerevoli persone, che in varie maniere prestano soccorso e danno il loro aiuto per alleviare le sofferenze.

In questo Giovedì Santo esse stanno imitando il gesto di Gesù, che si piegò umilmente a lavare i piedi dei suoi discepoli.

mercoledì 8 aprile 2009

In memoriam




Voglio onorare gli oltre duecentosettanta morti del terremoto che ha devastato l’Aquila e il suo territorio proponendo l’ascolto del brano La morte di Ase, dal Peer Gynt di Edvard Grieg.

Una commovente marcia funebre eseguita da un’orchestra giovanile. Per ricordare che molte di quelle vittime erano dei giovani.

E per aprire il nostro cuore alla speranza.

martedì 7 aprile 2009

Perché l'Aquila torni a volare!




In questo momento così terribile, in cui l’Aquila è stata ferita mortalmente, vogliamo presentare la più bella immagine della sua storia: il Santuario di S. Maria di Collemaggio.


Perché l’Aquila torni a volare alta nel cielo d’Abruzzo!

lunedì 6 aprile 2009

Dedicato al popolo abruzzese




Dedico al popolo abruzzese, colpito dal tremendo terremoto di stanotte, questo brano di musica di Bach.

È il coro finale della Passione secondo Giovanni, che è il pianto per la morte e sepoltura di Gesù, ma al tempo stesso speranza di risurrezione.

"Ruht wohl, ihr heiligen Gebeine"...


domenica 5 aprile 2009

Domenica delle Palme. Inizia la Settimana Santa



Inizia la Settimana Santa con la Domenica della Palme.

Vogliamo ricordare la passione di Cristo con uno dei canti polifonici più belli che siano stati mai scritti: Popule meus, di Tommaso Ludovico da Victoria (1548-1611).

Sono gli Improperia, i rimproveri, che il Signore rivolge al suo popolo, per le sofferenze che Egli ha dovuto subire.
Il mottetto si conclude con un’invocazione a Dio, affinché perdoni.

Il testo è in latino e in greco, le due lingue della Chiesa antica: occidentale e orientale.
Giovanni Paolo II parlava di due polmoni, con i quali anche la Chiesa attuale deve riprendere a respirare, con l’auspicata riunione con la Chiesa ortodossa.

Il canto, a 4 voci miste, in polifonia a cappella, cioè a sole voci, con un andamento omoritmico, inizia verso la fine a fraseggiare e con le parole Sanctus et Immortalis prende il volo verso l’infinito.


Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi!
Hagios o Theos – Sanctus Deus
Hagios Ischyros – Sanctus Fortis
Hagios Athanatos, eleison himas – Sanctus et Immortalis, miserere nobis!

Popolo mio, che ti ho fatto, o in che cosa ti ho rattristato? Rispondimi!
Santo Dio – Santo Dio
Santo Forte – Santo Forte
Santo Immortale, abbia pietà di noi – Santo e Immortale, abbi pietà di noi!

mercoledì 1 aprile 2009

Pesci d'aprile!

Il primo aprile senza pesce non vale. Ne voglio attaccare qualcuno sulle spalle di qualche blogger di mia conoscenza.
Senza offesa per nessuno...



A Mstatus, grande inquisitore, un forno a microonde, a misura d’uomo (e di donna).

A Webboy, che mi segue appassionatamente e ogni tanto mi perde, un cerca persone, possibilmente “made in Vaticano”.

A chi ritrova Kuros, vivo o morto, lauta mancia.

A Terry, portatrice di serenità e di pace, un pesce-arcobaleno.

A Nell, energica lottatrice, sempre bisognosa di armi, un affilato pesce-spada o almeno un pesante pesce-martello.

A Fiammifero, sempre pronta a prendere fuoco, un pesce molto in umido.

A Saamaya, figlia del vento, una giornata di calma piatta.

A Ricio78, grande esperto di calcio, un pesce-palla.

A Max75, esperto di salumi, un viaggio pagato in Arabia Saudita.

A Scheggia, ex campione di ciclismo, una scalata in bici alla Home Page.

Ad Abdita, nascosta ma sempre presente, una tuta mimetica.

Ad Alice77 e ad Antikom una vaschetta di pesci rossi.

A Blognews, poco amico del papa, un pesce San Pietro.

A Pcdazero, grande esperto del computer, un bel cavallo di Troia. Lui sa come domarlo.

A Geromarsala, che segue i miei post con interesse, una magnifica zuppa di pesce alla livornese, cioè un bel cacciucco. E dove sta lo scherzo? Caro Gero, paghi tu!


Se in mattinata me ne viene in mente qualcun altro, lo attaccherò su qualche altra schiena...

martedì 31 marzo 2009

Che nome diamo a nostro figlio (e quanti?)




Tra i più noti compositori latino-americani di musica leggera spicca il messicano Augustìn Lara (1900-1970) autore di celebri e numerosi motivi, tra cui Granada, Farolito, Solamente una vez.

Ma numerosi come le sue composizioni sono anche i nomi di questo grande compositore.

È noto che le persone di cultura spagnola portino più di un nome. Ma Augustìn Lara è davvero un campione anche in questo. Infatti il suo nome e cognome completo è:

Ángel Agustín María Carlos Fausto Mariano Alfonso Rojas Canela del Sagrado Corazón de Jesús Lara y Aguirre del Pino.

Ma a quanto pare questi non bastavano, perché era conosciuto anche con il soprannome di El Flaco de Oro.

Talvolta i genitori cercano un nome breve per il figlio o la figlia, onde evitare in seguito brutti accorciamenti.

I genitori di Angel Augustin Maria Carlos etc. etc. etc. questo problema non se lo posero di certo...

Per un musicista che porta tanti nomi, mi pare giusto far eseguire un suo celebre motivo, Solamente una vez, da più cantanti e cioè i tre tenori: Plácido Domingo, Luciano Pavarotti e José Carreras.

domenica 29 marzo 2009

Bolero? Non solo Ravel...



Historia de un amor è un bolero composto nel 1956 dal panamense Carlos Almarán.

La canzone fu dedicata al fratello per la scomparsa della sua amata consorte.

Si tratta di una delle più belle melodie latino-americane e ottenne un immediato successo con Eydie Gorme y los Panchos.

Dopo di loro, molti altri cantanti hanno riproposto questo stupendo motivo.
La prima cover italiana è del 1958 (De Simone-Biri), con la voce di Tonina Torrielli.


Dedicata a tutti i romantici, e all'amico Mstatus, grande estimatore della musica latino-americana.



Historia de un amor

Ya no estas mas a mi lado corazón en el alma sólo tengo soledad
y si ya no puedo verte por qué Dios me hizo quererte
para hacerme sufrir mas.

Siempre fuiste la razón de mi existir adorarte para mi fue religión
en tus besos yo encontraba el calor que me brindaba
el amor y la pasión.

Es la historia de un amor como no hay otro igual
que me hizo comprender todo el bien, todo el mal
que le dio luz a mi vida apagándola después
hay que vida tan obscura sin tu amor no viviré.

Es la historia de un amor.



Storia di un amore

Non sei più accanto al mio cuore, nell'animo ho solo solitudine;
e se non posso più vederti, perché Dio ha voluto che ti amassi
per farmi soffrire di più?

Sei sempre stata la ragione del mio vivere, adorarti è stata per me una religione,
nei tuoi baci io trovavo il calore che mi portava
l'amore e la passione.

È la storia di un amore come non ce ne sono uguali,
che mi ha fatto capire tutto il bene, tutto il male;
che ha dato luce alla mia vita, ma spegnendola subito dopo.
Che vita buia! Senza il tuo amore non vivrò.

È la storia di un amore.

sabato 28 marzo 2009

Marzo senza i suoi giardini? Impossibile!



Impossibile lasciar passare il mese di marzo senza ricordare la canzone più bella a lui dedicata:

I Giardini di Marzo di Lucio Battisti e Mogol.

Era il 1972.

Da allora, quando arriva marzo, per me i giardini si vestono sempre di nuovi colori.

I colori di questa canzone.

giovedì 26 marzo 2009

La leggenda nera dell'Inquisizione








"Calunniate, calunniate, qualche cosa rimarrà", diceva Voltaire.

E infatti continua ancora a circolare la leggenda nera dell’Inquisizione, secondo cui la Chiesa Cattolica con questo tribunale avrebbe fatto milioni di vittime.

Niente di più falso.

I numeri relativi alle persone giustiziate a causa della caccia alle streghe, alla luce della documentazione archivistica più accreditata, pubblicata nel Simposio Internazionale sull'Inquisizione del 1998, risultano i seguenti:

* Germania: 25.000 * Polonia - Lituania: 10.000 * Svizzera: 4.000 * Danimarca - Norvegia: 1.350 * Regno Unito: 1.000 * Spagna: 49 * Italia: 36 * Portogallo: 4.

La 'caccia alle streghe' fu più marcata nei paesi di area protestante, risultando invece assai limitata proprio nei paesi dov'era presente l'Inquisizione cattolica.

Più in generale, in sei secoli d'esistenza, l'Inquisizione cattolica non ha superato il numero di 200.000 inquisiti, con bassa percentuale di condanne. Oggi se mai tra i ricercatori si tende a ridimensionare le cifre. Fondamentali gli studi dello statunitense Edward Peters, Inquisition, New York 1988 e dell'inglese Henry Kamen, The Spanish Inquisition: A Historical Revision, London 1997.
Per fare un solo esempio, alla famigerata Inquisizione spagnola (Torquemada!) in tutti i suoi 356 anni di storia (1478-1834) si addebitano al massimo 6.000 condanne capitali.

Sempre cifre spaventose, ma non certo quelle della leggenda nera; e purtroppo fece più vittime in soli 5 anni la Rivoluzione Francese (250.000), con 1.000 ghigliottine ed altri sistemi.

Non parliamo poi delle laiche dittature del XX secolo, il secolo più sanguinario di tutta la storia umana, come dice lo storico marxista Eric Hobsbawm, con cento milioni di morti.
"Le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell'Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità" (Hobsbawm, Il secolo breve, 1994)

Sono caduti i muri e le ideologie, e con essi le menzogne su cui si reggevano.

Noi siamo fortunati: lo abbiamo visto con i nostri occhi e lo possiamo dire.



Domenico Scarlatti, musica da... vedere!



Abbiamo già parlato della “rivoluzione” operata da Domenico Scarlatti (1685 - 1757) per il clavicembalo, che da strumento di accompagnamento diventa con lui un protagonista della scena musicale.

Ecco un altro esempio di questa storica svolta: la Sonata in Re maggiore, K 29.

Tra lo scorrere inarrestabile delle note e il rincorrersi e l'incrociarsi delle mani sulla tastiera, emerge il tema della sonata. Un tema geniale, che anticipa Beethoven.

Un'autentica soddisfazione per l'udito, e anche per la vista.

mercoledì 25 marzo 2009

Ave Maria!




Ave Maria!

Queste parole con le quali l’Arcangelo Gabriele portò l’annuncio a Maria sono diventate una preghiera conosciuta da tutti.

Ci ricordano l’inizio della salvezza: nove mesi prima del Natale (25 marzo-25 dicembre) il Figlio di Dio viene concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo della Vergine Maria.

Stupende sono le raffigurazioni artistiche di questo evento: Simone Martini, Beato Angelico, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Botticelli, Andrea della Robbia, Leonardo…

E anche nel campo della musica non c’è autore che non abbia voluto misurarsi con questa preghiera, dagli anonimi del canto gregoriano, ad Arcadelt, Victoria, Palestrina, Caccini… fino a Schubert, Gounod, Verdi, Mascagni, Rachmaninov, Kodaly, Poulenc, per ricordare solo alcuni dei più noti.

Celeberrime le melodie di Schubert e di Gounod.

Io però voglio presentare l’Ave Maria di Giulio Caccini (1550-1618) - in realtà una rielaborazione di Vladimir Vavilov - perché meno conosciuta ma non meno bella. E voglio scegliere non un’esecuzione perfetta (come quelle di Sumi Jo, di Bocelli, e via dicendo), ma un video imperfetto sotto tutti i punti di vista.

Un coro di dilettanti quasi "allo sbaraglio" (di un college della California), un operatore che "taglia" le teste, un video "ballerino"…

Eppure, secondo me, questa esecuzione ha un fascino particolare.

Anzitutto l’arrangiamento. Un canto solistico è stato trasformato in un canto corale, e con un andamento ritmico molto serrato e coinvolgente. Decisivo al riguardo l’apporto del pianoforte.

Inoltre i coristi. Sono, è vero, molto alla buona (per usare un eufemismo), ma hanno la freschezza della gioventù e la serietà dell’Accademia Chigiana.

Cantano con convinzione. E alla fine, convincono.

Una bella preghiera attualizzata.

lunedì 23 marzo 2009

Una rivoluzione musicale. Domenico Scarlatti



Il 1685 è stato un’annata doc per la musica. Sono nati in quell’anno J. S. Bach, Haendel e Domenico Scarlatti.

Bach ed Haendel non hanno bisogno di presentazione. Domenico Scarlatti forse sì.
È certamente meno noto degli altri due, ma anche lui ha lasciato un’impronta indelebile del suo genio musicale.

Il suo nome è legato in particolare al clavicembalo, lo strumento a tastiera antesignano del pianoforte.

Con Domenico Scarlatti (Napoli, 1685 - Madrid, 1757) questo strumento salottiero e quasi frivolo comincia ad occupare la scena musicale da protagonista, per due motivi.

Anzitutto Scarlatti dedicò al "gravicembalo" ben 556 sonate, fornendo così ai clavicembalisti un’antologia praticamente sterminata.

In secondo luogo, ma qui sta l’importanza della “rivoluzione” scarlattiana, le sue sonate (“essercizi”) introducono novità assolute sia nella composizione che nella tecnica esecutiva.

Lasciano davvero stupefatti la freschezza di ispirazione, la genialità inventiva, l’infinita varietà tematica.
Si vedono per la prima volta l’incrocio delle mani, l’uso degli arpeggi, le dita che spaziano su tutta la tastiera; e ritmi ossessivi.

Mentre Bach compone il Clavicembalo ben temperato su una impostazione genialmente “tradizionale”, Domenico Scarlatti fornisce a questo strumento una dimensione anticipatrice di quel virtuosismo tipico dell’epoca romantica e contemporanea.

La Sonata K 141, eseguita magistralmente da Martha Argerich, ci dà l’idea dell’opera rivoluzionaria di Domenico Scarlatti nel 1738.

sabato 21 marzo 2009

Equinozio. Il giorno perfetto










Equinozio di primavera


Equilibrio perfetto

12 ore di sole, 12 ore di buio

in ogni luogo della terra, dal polo nord al polo sud.

Giustizia per tutti, un verdetto salomonico.


Solo un altro giorno è come questo,

l’equinozio d’autunno.


In tutti gli altri giorni

qualcuno ha di più e qualcuno ha di meno,

quello che togli da una parte va a vantaggio dell’altra.

363 giorni di ingiustizia solare su 365.


Un bilancio astronomico disastroso.

Su quello socio-economico non mi pronuncio.


Oggi comunque nevica.

Benvenuta primavera!

giovedì 19 marzo 2009

S. Giuseppe, l'Africa e i suoi problemi

In questi giorni, in occasione del viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Camerun e Angola, si parla molto dell’Africa e dei grandi problemi che l’affliggono.

Voglio portare anch’io il mio piccolo contributo, ricordando a orecchio una simpatica ma efficace battuta udita in un filmato di qualche anno fa.

Un europeo dice: “La mattina mi alzo, mi lavo, faccio colazione e poi vado…”
"Fermati qui! - commenta lo speaker del filmato - Queste cose che noi europei facciamo come routine in un'oretta, sono l'impegno e la fatica di un'intera giornata per milioni di persone in Africa".


Buona Festa di S. Giuseppe!

Auguri a tutti i papà!

Buon onomastico, Joseph Ratzinger!

mercoledì 18 marzo 2009

Ei fu (ma non è vero!)

Il noto blogger Kurosbannato (Ciro Ascione) ieri ha fatto credere ai suoi amici e avversari di essere deceduto. Lo scherzo è stato svelato oggi.
Ho creduto opportuno commentare con qualche rima umoristica la vicenda.



Ei fu. Kuros se n’è andato,
d’improvviso ci ha lasciato!
Ghearts e Waxen dissero.

Son rimasti tutti male:
“Come?! un uomo sì geniale,
ed ancora giovane…”

Non vedrem più i suoi filmati,
tette e culi smisurati,
niente più Trashopolis.

Pianti e lacrime sincere
laici auguri, pie preghiere,
fazzoletti in umido.

“Com’è andata? quale morbo
fece il mondo di lui orbo?”
tutti si chiedevano.

“Ma possibile! ha postato
anche oggi… Sarà stato
del gran cigno il cantico”.

Con commenti tristi e amari
tutti, amici ed avversari,
Ciro Ascion salutano.

Ma ecco che dall’oltretomba,
senza il suono della tromba
di Michel Arcangelo,

il fu Kuros ricompare
tra i viventi ad annunciare
d’esser vivo e vegeto.

Per qualcuno è festa grande,
se la fa nelle mutande;
fu un timor diarroico.

Qualcun altro riman male:
è passato il carnevale,
siamo già in quaresima.

C’è chi impreca e si lamenta,
chi sorride e si accontenta,
chi si tocca i bischeri.

Ed il Kuros già bannato,
già defunto e or suscitato,
sale ancora in cattedra.

Qui finisce il Dies ire.
Kuros, pria di dipartire,
manda un fax, autentico!

lunedì 16 marzo 2009

Una bellissima canzone, scritta da Barbablù




Greensleeves è una famosissima antica melodia inglese.

Secondo la tradizione, sarebbe stata composta addirittura dal re Enrico VIII d'Inghilterra (1491-1547) per la sua futura consorte Anna Bolena.

Anna Bolena aveva una malformazione ad una mano e ciò la costringeva a portare lunghe maniche.

Da qui deriverebbe il titolo dato al canto: Greensleeves, "maniche verdi".

Meraviglia alquanto che un re così poco romantico come Enrico VIII, che ebbe sei mogli e ad Anna Bolena e ad altre fece tagliare la testa, abbia composto una musica così suggestiva.

Mi sembra più verosimile che sia opera di un anonimo e grande trovatore del XVI secolo, un po' più delicato e poetico di Re Barbablù.

Mentre veniva portata al patibolo Anna Bolena ebbe modo di scherzare sulla sua morte: "Mi hanno detto che il boia è molto bravo, e il mio colle è così sottile".

Quando si dice umorismo inglese...


domenica 15 marzo 2009

Stabat Mater (Kodály)




Lo Stabat Mater è una delle più note sequenze della liturgia cattolica.

Ricorda con accenti commossi e con semplicità quasi popolare il dolore della Madre di Gesù presso la croce.

Il testo viene attribuito a Jacopone da Todi (fine sec. XIII, inizi del XIV).

La sequenza è in lingua latina e in musica gregoriana. Nel corso dei secoli molti musicisti (se ne contano almeno 400!) affascinati dalla bellezza della laude, hanno realizzato su quel mirabile testo bellissimi componimenti.

Il più celebre è lo Stabat Mater di Pergolesi, che il musicista terminò sul letto di morte a soli 26 anni (1736).

Il più bello, in epoca contemporanea, è a mio parere quello di Zoltán Kodály (1882-1967) , il quale ha saputo coglierne lo spirito religioso, eliminando tutto ciò che sa di artificio operistico, e tornando ad una purezza quasi gregoriana.

Kodály lo compose a soli 16 anni e lo rielaborò nella forma attuale nel 1962.

La composizione è a quattro voci dispari (soprani, contralti, tenori, bassi) a cappella, cioè senza accompagnamento di strumenti.

L’incresparsi in alcuni momenti della limpida tessitura musicale e la struggente linea melodica esprimono il dolore della Madre sul Calvario, mentre il composto procedere del canto indica il cammino verso la Risurrezione.

Esemplare l'esecuzione della Schola Gregoriana Mediolanensis, diretta da un grande esperto come Giovanni Vianini.



Stabat Mater


Stabat Mater dolorosa

iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius.

Cuius animam gementem,
contristatam et dolentem
pertransivit gladius.

Christe, cum sit hinc exire,
da per Matrem me venire,
ad palmam victoriae.

Quando corpus morietur,
fac ut animae donetur
Paradisi gloria. Amen.



Stava la Madre addolorata
in lacrime presso la Croce
mentre il Figlio era appeso.

Un spada di dolore trafisse
la sua anima gemente,
rattristata e dolente.

Cristo, quando dovrò partirmene da qui,
fa' che per mezzo di tua Madre
giunga alla palma della vittoria.

Quando il mio corpo morirà
fa' che all'anima sia data
la gloria del Paradiso. Amen.

sabato 14 marzo 2009

Un popolo canta



La caduta del muro di Berlino (1989) ha fatto cadere, con un effetto domino, i regimi dell’Est europeo.

Sono così spariti sistemi totalitari, di cui non sentiamo certo la mancanza.

Ma in un settore almeno, qualcosa di bello è andato forse irrimediabilmente perduto: la musica corale.

I cori dell’Est europeo, oltre all’imponenza degli organici, avevano una grande tradizione di musica polifonica.

Tra queste nazioni spiccava l’Ungheria, che ha avuto nel sec. XX due geni musicali come Béla Bártok e Zoltán Kodály, i quali hanno dedicato molte delle loro opere alla musica polifonica.

Kodály (1882-1967) inoltre è stato un eccellente organizzatore della cultura musicale. Insieme ad un altro grande, Lajos Bárdos, ha ideato un metodo che permette l’insegnamento della musica fin dalla scuola dell’infanzia.

Grandi musicisti, grandi cori e grandi direttori di coro. Questa è stata musicalmente l’Ungheria prima del 1989. Si può anzi dire che Kodály ha cercato di ridare un'identità allla nazione a partire proprio dall'educazione musicale. E in nessun'altra nazione la musica corale ebbe una diffusione così capillare.

Il canto che presentiamo, in una monumentale esecuzione del 1982, nel centenario della nascita di Kodály, aveva ed ha per gli ungheresi un significato particolare. È un po’ il simbolo stesso della nazione magiara: A Magyarokhoz (Agli Ungheresi).

Si tratta di un’ode patriottica, scritta nel 1807 da Dániel Berzsenyi. In essa si incita il popolo magiaro a risollevarsi dalla decadenza e a ritornare all’antico vigore della grande Ungheria.

La musica è stata composta da Kodály nel 1925, in forma di cànone. Il canto, cioè, viene prima eseguito all’unisono, poi viene ripetuto dalle varie sezioni, femminili e maschili, con ingressi in successione.
Si forma così progressivamente una vera costruzione polifonica e data l’imponenza della massa corale si giunge ad una grandiosa, ma non sguaiata, conclusione.

Per l’enorme spazio che separa il direttore dai coristi, le note iniziali sono date simpaticamente con un oboe, e non certo con il diapason.

È il canto di un intero popolo.


giovedì 12 marzo 2009

Per vivere insieme, basta una cover





Negli anni sessanta-settanta la musica pop italiana attinse largamente al repertorio straniero, specialmente americano, con una serie di covers, cioè di canzoni tradotte e reinterpretate, che da una parte resero celebri i cantanti e i complessi che le eseguivano, e dall’altra fecero conoscere al gran pubblico dei brani che altrimenti sarebbero rimasti forse sconosciuti.

California dreamin’ dei Mamas & Papas diventò Sognando California dei Dik Dik; The sound of silence fu tradotta con La tua immagine (Se tu guardi gli occhi miei), di Dino; L’isola di Wight, resa celebre anch’essa dai Dik Dik, era Wight is Wight di Michel Delpech; e così via.

La bella cover che presentiamo è Per vivere insieme, che ripropone Happy together del gruppo americano The Turtles.

Venne eseguita nel 1967 dal complesso I Quelli (ce n’erano di nomi curiosi di complessi, allora!), che in seguito daranno origine alla notissima PFM (Premiata Forneria Marconi).

Fu un successo straordinario.


Mi piace la primavera...









Mi piace la primavera.

Viene dopo l’inverno, e con il suo tepore mi fa risparmiare un sacco di soldi per il riscaldamento.

Viene prima dell’estate, e mi fa risparmiare un sacco di soldi per i condizionatori.

È una stagione moderata, senza eccessi, democratica. Non le piacciono gli estremismi, come a me.

È la stagione che ispira la poesia e l’arte.
Forse che Botticelli ha dipinto l’Estate? o Stravinskij ha musicato la Sagra dell’Inverno? o Lucio Battisti ha cantato i Giardini di Luglio?
È vero che Vivaldi ha composto le Quattro Stagioni, ma le apre con la Primavera, che è il pezzo più conosciuto e più bello.

È la stagione nella quale si festeggia la Pasqua, la Risurrezione di Cristo.
Per i cristiani, il fondamento della fede e della speranza. Per i non credenti, una serena ripresa della vita e un augurio di pace.

Per questo mi piace la primavera.

Ma sono nato in autunno.



Foto in alto: "La Primavera" (particolare), di Sandro Botticelli. Tempera su tavola, realizzata tra il 1477 e il 1490. Galleria degli Uffizi, Firenze.

lunedì 9 marzo 2009

L'amore è rosso... anzi, blu



Insieme ai più grandi complessi rock, che negli anni ’60 hanno determinato una svolta decisiva nella storia della musica leggera, rimangono nella nostra memoria alcuni gruppi legati a poche, ma significative canzoni.

Uno di questi gruppi è la band inglese The Renegades, e una di queste canzoni è L’amore è blu, del 1968. Un grande successo, in uno degli anni più memorabili della nostra storia.

Affascinante la musica, che divenne un pezzo di repertorio obbligato per ogni complessino; le parole magari non sono il massimo della originalità.
Una canzone che ci fece sognare...

Il disco è una cover della canzone francese L’amour est bleu, di Pierre Cour e André Popp, e venne portata alla ribalta internazionale all’Eurofestival di Lussemburgo del 1967 dalla cantante greca Vicky.

Il grande Paul Mauriat poi la fece conoscere, in una sua versione strumentale, negli Stati Uniti, ottenendo anch’egli un memorabile successo (1968).

Proponiamo questa bella canzone in questi giorni di primavera incipiente.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori...

sabato 7 marzo 2009

Omaggio alle donne. Il canto di Nadir




Invece del solito mazzolin di fiori di mimosa, preferisco offrire alle donne del web un omaggio musicale.

L’omaggio più adeguato sarebbe la serenata “O Lola” della Cavalleria Rusticana di Mascagni, a mio parere la più bella aria di tenore mai scritta, più bella di tutte le bellissime arie pucciniane e verdiane maggiormente conosciute.

“O Lola” le batte tutte, per freschezza musicale, per intensità di pathos, per vivezza di immagini, nel colorito linguaggio siciliano.

Non la posto perché nel mio blog ha già un posto fisso. Chi vuole la può ascoltare, in una celebre esecuzione di Caruso.

Dovendo perciò scegliere un altro brano, ho pensato allo struggente canto di Nadir, “Je crois entendre encore”, tratto dall’opera “I pescatori di perle” (1863), di Georges Bizet.

Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.

È conosciuta anche nella libera traduzione italiana: “Mi par d’udire ancora”.

Propongo la romanza di Nadir nella stupenda performance di Placido Domingo, il quale esegue il canto in una tonalità più alta dell’originale, giungendo nell’acuto fino al re bemolle sopra il rigo.

Un vero regalo per tutte le ascoltatrici (e gli ascoltatori). Non è da tutti superare il do.

Auguri, e buon ascolto!


Je crois entendre encore

Je crois entendre encore, caché sous les palmiers,
sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers.
Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement !
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !

Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !

Mi sembra di sentire ancora nascosta sotto le palme
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe selvatiche.

Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
aprire i suoi lunghi veli al tiepido vento della sera.

Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Incantevole ricordo! incantevole ricordo!

giovedì 5 marzo 2009

Bach per chitarra. La Bourrée




Ci sono alcuni brani musicali che, nella loro brevità, racchiudono tutta la grandezza di un’opera d’arte.

Uno di questi gioielli è la Bourrée di Bach.

Intendiamoci. Bach ha scritto più di una bourrée, dal momento che questa è un passo di danza che compare frequentemente nelle suites barocche. Per essere precisi, la bourrée è una danza di origine francese, normalmente a ritmo binario (in questo caso 4/4), con andamento piuttosto mosso, ma aggraziato e leggero.

La Bourrée di cui parliamo è la più celebre di tutte, in Mi minore, e conclude la Suite n. 1 per liuto, che ha questa partitura: Preludio, Allemanda, Corrente, Sarabanda, Bourrée.

La Suite è stata scritta tra il 1707 e il 1717.

La Bourrée di Bach è stata trascritta anche per chitarra, e costituisce uno dei “pezzi forti” dei chitarristi classici.

Ottima l’esecuzione di Peo Kindgren.

martedì 3 marzo 2009

Una tempesta rasserenatrice




Tra le 32 Sonate per pianoforte di Beethoven alcune sono celeberrime, con titoli rimasti famosi: Al chiaro di luna, Patetica, Appassionata, Addii…

Tra le più belle è la Sonata 17 in Re minore (Opera 31, n. 2), conosciuta col nome di Tempesta (Sturme), del 1802.

Il titolo, romantico per eccellenza, deriva in particolare dal III movimento, Allegretto, che conclude la composizione e che presentiamo.

È un movimento trascinante, ma al tempo stesso profondamente liberatorio; con il suo ritmo ostinato e un tema suadente, riesce a operare una catarsi progressiva del nostro mondo interiore.

L’esecuzione “dionisiaca” di Glenn Gould è uno spettacolo a parte, anche se io personalmente preferisco l'interpretazione più “apollinea" e distensiva di Kempff.

http://www.youtube.com/watch?v=LfjD-DQ5REk

Buon ascolto!

domenica 1 marzo 2009

Laici e scienza... tutto bene?


Abbiamo visto, nel post precedente, come uno dei rimproveri più frequenti che viene fatto alla Chiesa da parte del pensiero laico è di essere nemica della scienza. La dimostrazione più evidente è la condanna di Galileo del 1633.

Ma nessuno vuol ricordare che la laica ragione ha fatto disastri ben più gravi di quelli che vengono addebitati alla Chiesa.

Si dimentica ad esempio la decapitazione durante il periodo del Terrore di Antonio Lorenzo Lavoisier, il "padre della chimica moderna", colui che ha scoperto la composizione dell’acqua e dell’aria, fino ad allora considerati elementi semplici, secondo la teoria che risaliva addirittura ad Empedocle (V secolo a. C.). Lavoisier ha formulato la legge della conservazione della materia, ed è stato uno dei promotori del sistema metrico decimale. Un genio universale.

“La Rivoluzione non ha bisogno di scienziati”, disse il pubblico ministero giacobino nel condannarlo alla ghigliottina. Ma il matematico Lagrange commentò: “È bastato un attimo per far cadere una testa che la Francia non avrà per altri cento anni”.
Era l’8 maggio 1794. Perché questo fatto non viene mai ricordato?

La stessa Rivoluzione aveva già provveduto a sopprimere la prestigiosa Académie des Sciences (Accademia delle Scienze), fondata nel XVII secolo dal Re Sole, orgoglio e vanto della cultura francese, e molti scienziati rischiarono la fine di Lavoisier.

Che le “rivoluzioni” moderne siano state poco amanti della scienza non schierata è un fatto ricorrente, e non un’eccezione.

La cosiddetta “rivoluzione culturale” in Cina, degli anni 60-70 del XX secolo è stata in grande stile la più grande prevaricazione dell’ideologia sul libero sapere. Milioni e milioni di studenti furono costretti ad abbandonare gli studi per imparare le massime del “libretto rosso” di Mao. Furono distrutte le scuole, gli insegnanti mandati a lavorare nei campi, e molti vennero eliminati fisicamenti.
La conseguenza fu un impoverimento spaventoso della cultura e un regresso in ogni settore dell’attività umana. Mai visto prima niente di simile.

Ma anche la rivoluzione sovietica non fu da meno. Durante il periodo staliniano furono perseguitati e uccisi gli scienziati che non accettavano di seguire le direttive del materialismo dialettico, autentica bufala pseudoscientifica ottocentesca, ma cara a Marx-Engels.
Particolarmente disastrosa fu l’opera di Lysenko, che fedele interprete del materialismo dialettico, portò a fallimentari risultati nel campo dell’agricoltura, con conseguenti annate di carestia e di miseria. Anche in altri settori, l’ostracismo delle scienze “borghesi” (in particolare le scienze umane) finì con l’impoverimento culturale dell’Unione Sovietica, in nome di un’ideologia politica.

Il nazismo asservì la scienza ai suoi mostruosi programmi razzisti ed eugenetici. Hitler fece proprie alcune tesi del positivismo evoluzionista, che sostenevano differenze biologiche tra le varie razze umane (il cosiddetto “razzismo scientifico”), e se ne servì per i suoi scopi politici, che avevano come punti fondamentali il primato della razza ariana e la mistica del superuomo, dell’uomo cioè fisicamente perfetto. Un vero e proprio paganesimo, come lo definì Pio XI.

Molti non sanno che i primi ad essere eliminati dai vari “Dottor Morte”, che cominciarono a circolare nel III Reich, furono proprio i tedeschi disabili, bruciati poi nei forni crematori. Si usarono i soliti mezzi di persuasione, specialmente tra i familiari delle vittime predestinate, facendo apparire come un atto di pietà l’eliminazione di questi “infelici”. Si arrivò a decine di migliaia di vittime.
Quando la cosa apparve nella sua tragica realtà, la Chiesa, sia cattolica che protestante, si oppose a questo sterminio, e le pratiche eugenetiche diminuirono di molto. Degna di nota in tale situazione fu la protesta dell'arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen. L'arcivescovo in un discorso pubblico del 3 agosto 1941 non si limitò a condannare duramente l'eutanasia, ma denunziò lo Stato nazista come principale responsabile delle uccisioni.
In nome della razza invece si perseguitarono gli ebrei ed altre categorie di persone. Anche in questo caso la Chiesa cattolica, con l’enciclica in tedesco "Mit brennender Sorge" di Pio XI (1937), letta contemporaneamente in tutte le parrocchie della Germania, protestò energicamente contro il razzismo e le idee, definite “folli”, di Hitler.
Purtroppo queste idee folli portarono alla seconda guerra mondiale e alla Shoah.

Vorrei infine ricordare il positivismo, a cui molti scienziati oggi tornano a guardare come ad un ideale. Il positivismo è sorto nella seconda metà del 1800 ed è una vera e propria "fede" nella scienza. Solo la scienza ha valore e significato, solo la scienza porta il progresso, solo la scienza è credibile. Va invece combattuto ogni valore religioso, inteso come cosa assurda e intralcio alla libera ricerca.
Abbiamo visto come tutto questo portò anche alle affermazioni più aberranti, come il “razzismo scientifico” e l'eugenetica. Infatti se l'essere umano è visto solo come biologia, come un ammasso di cellule, magari un po' più complesso di altri organismi, ma senza altre differenze sostanziali, allora è chiaro che si comincia a misurare i crani e le mandibole, come faceva Cesare Lombroso, o si definisce infelice una persona fisicamente non perfetta.
Una scienza senza riferimenti ai valori assoluti della ragione morale finisce fatalmente nell'eugenetica, come infatti è accaduto con il positivismo e che qualcuno vorrebbe far tornare di moda oggi. Non è bastata l'esperienza hitleriana, a quanto pare.

Il secolo XX, con due guerre mondiali e altre infinite guerre locali, con le sue ideologie atee e intolleranti, è stato il secolo più sanguinario di ogni tempo, secondo la celebre espressione dello storico marxista Hobsbawm (Il secolo breve). E secondo l’interpretazione di Adorno e della Scuola di Francoforte la ragione umana, fondamento della tolleranza secondo la concezione illuminista, ha finito per perdersi nello scientismo positivistico ed è scomparsa nei sistemi totalitari del XX secolo, che si sono rivelati la forma più disumana di intolleranza.

Si impongono perciò alcune riflessioni conclusive.

La scienza è uno straordinario mezzo di dominio sulla natura; ma al tempo stesso l’uomo ne può diventare anche vittima.
Non basta perciò la conoscenza scientifica, come pretendono gli scientisti.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile, è lecito farlo.
Occorre di pari passo la riflessione morale.
Occorrrono perciò scienza e coscienza, perché l'uomo ha ambedue queste capacità.

La scienza ci dice cosa l’uomo può fare.
La coscienza ci dice ciò che l’uomo deve o non deve fare.


Questo la Chiesa ricorda oggi agli scienziati.

Benedetto XVI ha ammonito che sta tornando, sotto mentite spoglie, una visione eugenetica e razzista della vita; quella cioè che vuol far credere che alcune persone, per vari motivi, non siano degne di vivere.

L'aborto, la manipolazione genetica, l'eutanasia partono dal presupposto che l'uomo è un bene disponibile e può essere trattato al pari di ogni altro essere vivente.

Contro questa deriva disumana, frutto del pensiero laicista moderno, la Chiesa alzerà sempre la sua voce; ma non solo, come pensano i laicisti, per motivi religiosi, ma semplicemente per motivi di retta ragione umana.

Quella retta ragione che viene da lontano: da Ippocrate, da Socrate, da Seneca, dall'ebraismo, dal pensiero cristiano, dalle università medievali, dall'umanesimo, dall'illuminismo.

È quella che ha permesso il cammino della civiltà e ha sconfitto la barbarie.






Foto in alto: Manifesto per il romanzo "1984" (Il grande fratello), di George Orwell (1949)

venerdì 27 febbraio 2009

Chiesa e scienza: oscurantismo?






Di fronte a coloro che accusano la Chiesa di oscurantismo e sembrano aver dimenticato come siamo giunti alle conquiste scientifiche attuali, mi pare necessario rinfrescare la memoria a questi “smemorati di Collegno” che circolano nel web.

“Noi siamo come dei nani, portati sulle spalle di giganti; vediamo più lontano non perché siamo più alti, ma perché siamo posti più in alto”. Questa celebre frase di Bernardo di Chartres (sec. XII), dovrebbe far abbassare la cresta a tanti saccenti studiosi, che si trovano ad avere ereditato una fortuna immensa, senza aver faticato quasi per nulla.

Vogliamo dunque ricordare in questo articolo come il nostro sapere, di cui andiamo giustamente fieri, si è sviluppato, ripercorrendone alcune tappe, dalla caduta del mondo antico classico.

Mentre i “barbari” nell’alto Medioevo si davano da fare per saccheggiare e distruggere, i monaci e i chierici salvarono la civiltà, copiando a mano migliaia di opere classiche di ogni genere: letteratura, matematica, geometria, architettura, agricoltura, filosofia, teologia, grammatica, astronomia, medicina… Senza le migliaia di monasteri e di scuole episcopali di tutta Europa, oggi saremmo ancora analfabeti.

Passato il furore barbarico, frenato e vinto dall’eroico comportamento della Chiesa, i nuovi popoli vennero educati al lavoro e alla civile convivenza. Si ricostruirono le strade e i ponti; si regimarono le acque; si costruirono mulini e gualchiere; si insegnò la coltura dei campi e l’allevamento del bestiame. Pianure e colline tornarono ad essere lavorate “fin dove poteva giungere la falce e l’aratro” e ritornarono le preziose coltivazioni della vite e dell’ulivo.

Riprendono vita le città e si ammantano col passare dei secoli di straordinarie opere d'arte: romanico, gotico, rinascimento, barocco. Le città stesse sono un'opera d'arte: Venezia, Pisa, Siena, Firenze, Roma, Amalfi, Lecce, Monreale, Palermo... senza parlare delle innumerevoli cittadine: come toscano citerò solo S. Gimignano, Cortona, Massa Marittima, Volterra.

Il monaco Guido d'Arezzo, vero "padre della musica", inventa l'alfabeto musicale intorno al 1000. Senza la notazione guidoniana non sarebbe possibile scrivere neppure una canzonetta; figuriamoci un'opera di Mozart o una sinfonia di Beethoven.

Le università sono ancor oggi la fondamentale struttura del sapere superiore. Nacquero intorno al 1100 in moltissime città d'Europa, per prima Bologna.
Per tutti vale il motto della Schola di Chartres: “In tutte le cose si deve ricercare la spiegazione razionale”. È in queste scuole che si forma il sapere dell’Occidente.
Si svilupparono in questo periodo gli ospedali, che portano ancor oggi nomi cristiani; nati già nei primi secoli del cristianesimo, sono uno dei frutti più belli dello spirito evangelico, che vede nel malato e nel sofferente l'immagine stessa di Cristo.

Venne anche acquisito l’apporto di altre culture, come quella araba e quella ebraica. Le conoscenze matematiche, astronomiche, cartografiche del mondo musulmano, che era venuto a contatto con le grandi civiltà orientali, furono strumenti preziosi per ampliare lo scibile umano. Il Liber abbaci del pisano Fibonacci (1202) è il primo libro di matematica dell’Europa moderna.

D’altra parte i grandi viaggiatori, come Giovanni di Pian del Carpine e Marco Polo, ampliarono gli orizzonti geografici del mondo conosciuto.
Senza il Milione di Marco Polo, e senza l’opera del suo contemporaneo frate Ruggero Bacone, che già parlava della possibilità di attraversare l’oceano tra Spagna e India (“mare strictum”), non ci sarebbe stata l’impresa straordinaria di Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America, nel 1492.

Il sapere trovò inoltre uno straordinario strumento di diffusione con l'invenzione della stampa ad opera di Giovanni Gutenberg. Il primo libro stampato fu la Bibbia (1455), nel latino della Vulgata.

Il canonico polacco Nicolò Copernico descrisse per la prima volta in maniera chiara il sistema eliocentrico nel "De revolutionibus orbium coelestium" (1543). Si trattò di una “rivoluzione” scientifica di portata incalcolabile.

Dante aveva detto nella Divina Commedia:

“Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza” (Inf. XXVI, 119-120).

Mentre il sapere universitario progrediva in modo mirabile, veniva impostato il sistema scolastico elementare e medio (soprattutto il liceo). È un merito dei Gesuiti, che nel Collegio Romano (1551) e poi in forma generalizzata nella Ratio Studiorum del 1599 introdussero per la prima volta la divisione della scuola in classi secondo l’età cronologica degli alunni, con le materie e i programmi relativi a ogni singolo anno, e il passaggio da un ciclo all’altro mediante esami.
Una rivoluzione pedagogica e didattica, che ha costituito la spina dorsale della scuola nel mondo, e che ancor oggi ha pieno valore. Non è un caso che alla scuola dei Gesuiti si siano formati i più grandi geni della cultura, da Cartesio, a Voltaire, a Joyce, a Lemaitre.
È merito particolare dei cristiani protestanti la diffusione della scuola elementare. Comenio rappresenta uno dei più appassionati e valenti pedagogisti dell’epoca moderna.

L’Umanesimo e il Rinascimento sono il punto di arrivo di tutta la cultura precedente, che si arricchisce ora di nuove acquisizioni e conoscenze del mondo classico.
L'humanitas greco-latina si incontra di nuovo con il genio cristiano. Nasce da qui una nuova visione del mondo in cui la bellezza, l’armonia, la sapienza umana è la manifestazione più perfetta della sapienza divina; si cerca anche nell'arte la "divina proportione", come dirà Piero della Francesca.
Pico della Mirandola esprimerà questo concetto nel “Discorso sulla dignità dell’uomo”: l’uomo con la sua libertà ha davanti a sé due prospettive; o giungere fino a Dio, o abbassarsi sotto il livello degli animali.
Michelangelo riassume tutta la grandezza di questo straordinario periodo della storia umana. Di fronte al suo David il Vasari commenta ammirato che sono stati battuti "anche gli antichi greci"; e quando fu scoperta la volta della Cappella Sistina la gente rimase "mutola e trasecolata".
Lo studio della natura, “iuxta propria principia” (nei suoi stessi princìpi), è il fondamento per capire la creazione, immagine e segno di Dio.

In questo grande cammino, che apre la strada a ulteriori ricerche artistiche e scientifiche, caratterizzate dal naturalismo illuminato dalla fede (Caravaggio nell’arte, Cartesio nella filosofia e nella scienza), ci sono i gravi fatti di Giordano Bruno e Galileo.
Il primo viene condannato e arso vivo come eretico, in quanto negava le verità principali della fede e come sacerdote così insegnava. Si tratta certamente di un fatto atroce, che purtroppo si inseriva in un clima di intolleranza verso l’eresia, che coinvolgeva tutte le varie confessioni cristiane.
Per quanto riguarda Galileo, si trattò di un infelice e grave errore da parte di alcuni teologi (quelli del S. Uffizio di Roma), che dimostrarono di non conoscere neppure la teologia.
Era passato quasi un secolo dalla pubblicazione dell’opera di Copernico, dedicata al Papa, e il sistema copernicano veniva insegnato nelle università insieme a quello tolemaico; in altre parti del mondo, come in Cina, i Gesuiti stessi insegnavano, come astronomi di corte, il sistema copernicano.
La condanna di Galileo(1633) perciò è inqualificabile per dei teologi: già S. Agostino e S. Tommaso avevano affermato che la Bibbia non insegna la scienza, perché sarebbe piena di errori e di antropomorfismi; la Bibbia insegna verità di fede e di morale. Galileo stesso, da vero cristiano qual era, diceva: “La Bibbia non insegna come va il cielo, ma come si va al cielo”.

L’Illuminismo nasce nell’Europa cristiana, cattolica e protestante. È una cultura che dà grande importanza alla ragione umana, intesa come valore universale, e immagine di Dio creatore e ordinatore dell’universo. Coloro che pensano che l’illuminismo sia ateo sbagliano gravemente. Locke, Newton, Leibniz, Voltaire, Rousseau, Kant, etc., sono credenti in Dio. Anzi, il loro giudizio sull’ateismo è molto severo.
La fratellanza umana è fondata sulla creazione divina, così come la tolleranza, che è uno dei principali apporti di questa nuova filosofia. Gli “immortali principi” del 1789, agli inizi della Rivoluzione francese, nascono con questo spirito.
È anche vero che parte degli illuministi non accettano i dogmi della Chiesa (cattolica e protestante), e quindi si assiste ad un progressivo distacco tra ragione e fede.
Ma la ragione è ancora legata per quasi tutti al riconoscimento dell’esistenza di Dio (deismo), di cui l’uomo è creatura e immagine più alta.

La prima vera frattura tra ragione e pensiero religioso avviene nel periodo giacobino della Rivoluzione francese. La ragione diventa essa stessa una nuova divinità (“Dea Ragione”); la critica alla Chiesa diventa persecuzione violenta e sanguinosa. In nome della ragione rivoluzionaria e anticristiana vengono sterminate intere popolazioni, soprattutto della Vandea, ma anche della Bretagna e della Normandia.
Anche la scienza, quando non è funzionale al progetto rivoluzionario, viene condannata. Si assiste così alla chiusura dell’Accademia delle Scienze, vanto e orgoglio della Francia, e viene ghigliottinato il più grande scienziato del tempo, Antonio Lavoisier, il padre della chimica moderna (1794).
La frattura tra mondo scientifico e pensiero religioso continua e si approfondisce poi con il Positivismo; per molti scienziati la scienza diviene una vera e propria “fede”, che esclude Dio. La pretesa di svincolare la ricerca scientifica da principi morali assoluti è all’origine di aspre polemiche ancora attuali.

Nella presente situazione la Chiesa invita anzitutto a riscoprire, nelle varie discipline scolastiche, il grande patrimonio culturale dei secoli trascorsi, che non ha eguale nella storia umana.

È anche consapevole degli errori commessi nei secoli passati, soprattutto nei confronti di coloro che si sono opposti alla costruzione della “città cristiana”, come gli eretici, che furono perseguitati e molti di essi uccisi. Per le sue colpe ha chiesto pubblicamente scusa.
Ma, per correttezza, si deve anche ricordare che fece più morti la Rivoluzione francese in 5 anni (250.000), che l’Inquisizione in 5 secoli.

Inoltre, per quanto riguarda il rapporto tra scienza e ragione umana, la Chiesa continua a portare il suo preciso e prezioso contributo, che si può riassumere nell’affermazione: “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile, è moralmente lecito”.
Ci sono alcuni valori che non sono negoziabili, per usare una bella frase di Benedetto XVI.
Sono anzitutto i valori della persona umana, che la ragione stessa, usata correttamente, scopre come universali.
In questo senso, una collaborazione tra scienza e ragione (illuminata anche dalla fede) è possibile e doverosa.

Vedremo nel prossimo post quali conseguenze ha portato nel XX secolo la pretesa “laica” di sganciare la scienza dai valori morali e religiosi.





Foto in alto: Nicolò Copernico, monumento bronzeo nella sua città natale di Torun (Polonia), opera di C. F. Tieck (1853)

mercoledì 25 febbraio 2009

Dopo i coriandoli, le Ceneri...



Dopo i coriandoli del carnevale, le ceneri della quaresima.

Ci aiuta a capire il significato di quel pizzico di cenere sulla testa Giuseppe Gioacchino Belli, che nei suoi oltre duemila sonetti in romanesco descrive tutti gli aspetti della vita, e non solo quelli burleschi, come qualcuno forse pensa, erroneamente.

In questo bellissimo sonetto, Er caffettiere filosofo (1833), l’uomo è paragonato a un chicco (vago) di caffè in un macinino….



Er caffettiere filosofo

L'ommini de sto monno so' ll'istesso
che vaghi de caffè ner macinino:
c'uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
tutti quanti però vanno a un distino.

Spesso muteno sito, e caccia spesso
er vago grosso er vago piccinino,
e s’incarseno tutti in su l'ingresso
der ferro che li sfragne in porverino.

E l'ommini accusì viveno ar monno
misticati pe mmano de la sorte
che se li ggira tutti in tonno in tonno;

E mmovennose ognuno, o piano, o forte,
senza capillo mai caleno a ffonno,
pe ccasca' ne la gola de la morte.




lunedì 23 febbraio 2009

Buon fine carnevale! con Vivaldi



Non si può lasciar passare il carnevale senza ascoltare almeno un brano di Antonio Vivaldi, il genio musicale della città simbolo del carnevale stesso, Venezia.

Nella mirabile e vasta produzione del “prete rosso” scegliamo, dall’Estro Armonico (1711), il Concerto n. 8 in La minore per due violini ed archi, 1 movimento, Allegro.

È celebre la battuta di Straviskij: “Vivaldi? Quello che ha scritto mille volte lo stesso concerto”.

Con tutto il rispetto per Straviskij (che forse aveva voglia di scherzare!), ogni concerto di Vivaldi genera nuove emozioni, anche se eseguito da strumentisti non impeccabili.

Questo concerto venne trascritto per organo da Bach, che ammirava molto l'opera di Vivaldi.
Possiamo apprezzare la trascrizione di Bach nella bella esecuzione di André Isoir all'organo monumentale dell'Abbazia di Weingarten.

http://www.youtube.com/watch?v=dB-TEt6Ro7E


Buon ascolto!

mercoledì 18 febbraio 2009

Dio e i poeti





Grandi e meno grandi poeti hanno sentito il fascino di Dio e lo hanno espresso nelle loro opere.

Voglio riportare tre brani, di tre epoche diverse, stupendi nella loro brevità, e che una volta letti non si dimenticano più.


1. Dante Alighieri (1265-1321)

Avete il Novo e il Vecchio Testamento
e il Pastor della Chiesa che vi guida:
questo vi basti a vostro salvamento (Paradiso, V, 76-78)



2. Pietro Metastasio (1698-1782)

Dovunque il guardo io giro,
immenso Dio, ti vedo:
nell'opre tue t'ammiro,
ti riconosco in me.

La terra, il mar, le sfere
parlan del tuo potere:
tu sei per tutto; e noi
tutti viviamo in te.



3. Giulio Salvadori (1862-1928)

Piega, o mortale, al peso uman le spalle
giù, tra i fratelli, a migliorarti intento;
e del mistero avrai l’alta parola.

Sarai com’arbor posto nella valle
cui schermo è il monte all’impeto del vento;
e al piè gli s’apre l’umile viola (Accenna il cuore)




In una sola potente terzina Dante esprime la sua fede di “vir catholicus”, di uomo cattolico: sacra scrittura, chiesa e sommo pontefice. Questi sono i fondamenti della fede. Egli sa bene distinguere la figura del papa, vicario di Cristo, che guida infallibilmente la chiesa, dall’uomo Bonifacio VIII, che pur molte volte egli critica nel suo comportamento di uomo.

Le due strofe arcadiche del Metastasio riescono, come commenta il Calzabigi, ad essere più efficaci di dieci volumi di teologia.

Il Salvadori ci ricorda in modo mirabile che solo nel piegarsi verso il prossimo più bisognoso con amore si riesce a scoprire il mistero di Dio e si vedono crescere i primi segni di una vita nuova, dopo il gelo dell’inverno, metaforicamente espressi nell' "umile viola".



Foto in alto: Dante Alighieri, affresco di Giotto (1300 circa), Cappella del Bargello, Firenze

domenica 15 febbraio 2009

Laici, tolleranti? vediamo...






Una delle parole di cui i laici, cioè i non credenti, si riempiono la bocca, è “tolleranza”. I laici sono tolleranti, gli altri, specialmente i cattolici sono intolleranti.
E ripetendo ad ogni piè sospinto questo ritornello, si convincono e vogliono convicere che sia una verità dimostrata.

Ma insegnava il buon Aristotele: “È inutile lanciare in aria un sasso mille volte; non imparerà mai a volare”. La metafora la possiamo applicare anche qui. I laici possono lanciare mille volte il loro slogan. La realtà storica però lo rispedisce sempre al mittente.

E allora cominciamo a vedere i fatti.
Anzitutto il concetto di tolleranza nasce in ambito cristiano, non in ambito laico, ateo, o agnostico. Senza tornare tanto indietro, furono in particolare gli illuministi inglesi e francesi a far penetrare l’idea che, se Dio è il creatore di tutti, non può essere lecito uccidersi nel suo nome. Tutti gli uomini sono fratelli, e non può essere la differenza di idee o le diverse confessioni religiose a giustificare guerre e uccisioni. Solo il fanatismo dell’uomo può esserne la causa.

La tolleranza affonda perciò le sue radici su valori religiosi, in particolare sul concetto di Dio creatore e sulla certezza assoluta di comuni valori morali, validi per tutti.

Locke e Voltaire, che molto hanno contribuito alla diffusione di queste idee, non erano atei, ma credevano in Dio e in una moralità universale. È vero che riducevano il cristianesimo a una morale naturale universale, ma non erano atei o agnostici; anzi consideravano l’ateismo come frutto di erroneo pensiero, e moralmente pericoloso.

Basteranno due citazioni. Per Locke il cristianesimo è “una religione ragionevole e ha il compito di diffondere a tutto il genere umano quelle verità fondamentali e quelle norme morali che altrimenti sarebbero state accessibili solo ai filosofi”.

E Voltaire termina il suo Trattato sulla tolleranza con una grande preghiera a Dio creatore:

“Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura”.

Agli inizi della Rivoluzione francese (1789), la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, e cioè i cosiddetti “immortali principi dell’89”, che sono a fondamento di ogni civile convivenza, furono ispirati da queste idee di tolleranza, “in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo”.

Ma quando la Rivoluzione cominciò ad essere guidata da gruppi atei, agnostici ed antireligiosi, gli "immortali principi" cominciarono ad andare a farsi benedire. La Cattedrale di Notre Dame divenne un teatro e una sala da ballo. I frati e le suore furono esclaustrati, i preti impediti nei lori doveri religiosi.

Secondo i principi dell’89, tutti gli uomini avevano diritto alle proprie idee; sì, ma chi non la pensava come i giacobini, veniva ghigliottinato. E sotto la mannaia non ci passarono solo il re e la regina, i nobili e l’alto clero, ma perfino preti, frati e suore di clausura, e migliaia e migliaia di popolani che avevano creduto nella rivoluzione ed ora si ritrovavano a pensarla diversamente.

Particolarmente odioso lo sterminio del popolo vandeano, insieme a molti popolani della Bretagna e della Normandia: circa 200.000 francesi (francesi!) che si opponevano alla scristianizzazione delle lore regioni e non accettavano l’uccisione del re e le nuove imposizioni. Dopo una durissima resistenza, guidata dal barrocciaio Cathelineau, vennero fucilati, ghigliottinati, affogati a migliaia nella Loira: il primo genocidio dell’epoca moderna; opera dei tolleranti laici capi della Rivoluzione.

Gli stessi capi poi, si tagliarono la testa a vicenda... La tolleranza si concluse così con il massimo dell’intolleranza.

Questo è stato l’incipit di un cammino, che è proseguito nel 1800 e nel XX secolo, con le grandi dittature laiche e antireligiose, che hanno fatto decine e decine di milioni di morti, e hanno costretto lo storico marxista Eric Hobsbawm a definire il secolo XX come il secolo più sanguinario della storia umana, in nome di ideologie laiche venerate come divinità (Il secolo breve, 1994).

Tolleranti, questi laici. Chissà cosa significa intolleranza…

mercoledì 11 febbraio 2009

Laici, più dogmatici del papa


Esecuzione di Robespierre e Saint-Just.
Parigi, 28 luglio 1794
(Stampa dell'epoca)



I laici, cioè gli atei e i non credenti, si dichiarano “maestri del dubbio”, persone senza “verità in tasca”, travagliati da incertezze esistenziali; a differenza dei cattolici, che, a loro dire, sono dogmatici e settari.

Ma nei fatti stanno dimostrando di essere esattamente il contrario. Sono sicuri su tutto.

Sono sicuri che Dio non esiste, e fanno uscire perfino dei pulman con tanto di cartello per farci sapere questa”cattiva notizia”, di cui loro sono venuti a conoscenza (da parte di chi? di Dio no, perché non esiste; forse da parte del Nulla, che pure non esiste per definizione; mah…).
Loro però lo sanno con certezza, e quindi basta. Mistero della fede laica.

Dicono di non sapere quando la vita umana inizia, né quando si conclude. Se la prendono con la Chiesa che invece ha idee precise al riguardo e cioè che la vita inizia dal concepimento e termina con l’ultimo respiro.

Al tempo stesso però sono sicuri che l’embrione umano può essere eliminato come un cumulo di cellule, come pure può essere manipolato a piacimento, e che una persona in coma “irreversibile” può essere fatta morire di fame e di sete. Sono altrettanto sicuri che ad un malato terminale o ad una persona in grave situazione di disabilità può essere data una morte rapida o staccata la spina.
Nessun dubbio. Si può fare. We can.

Accusano la Chiesa di avere condannato a morte persone innocenti, per idee contrarie alla visione dogmatica cattolica. Si tratta dei secoli passati.

Ma il 9 febbraio 2009, giorno della morte di Eluana Englaro, c’è chi ha applaudito alla sua fine e molti si sono dichiarati favorevoli a togliere sondini e staccare spine, qualora sia rischiesto questo “fraterno aiuto”.

Saranno incerti, dubbiosi, travagliati, questi laici, staccatori di spine, più solerti degli esattori dell’Enel.
Ma a nessuno passa per la testa l’idea, il dubbio, l’incertezza che si tratti di omicidio.

Accusano la Chiesa di negare l’olocausto, per qualche cretino negazionista lefebvriano, oppurtanamente però richiamato alla verità della storia, per essere riammesso nella cattolicità.

Ma loro accettano con i fatti ciò che sta alla base dell’ideologia nazista.
Parlano infatti di qualità della vita nel senso eugenetico; da qui la selezione e manipolazione degli embrioni, l’aborto eugenetico, la soppressione di vite "non degne di essere vissute", l’eutanasia.

Qual era l’idea che muoveva il razzismo dei nazi e del dottor Mengele? Esattamente la ricerca di una razza pura, senza difetti fisici o psichici, che avrebbe popolato un nuovo mondo. Si è visto come la storia è andata a finire.

Si sa, i laici sono permalosi. Loro possono offendere, inveire, imprecare contro la Chiesa, contro il Papa; e sono severissimi censori con gli altri; perfino delle ciabatte pontificie; dei veri Torquemada moderni.
Ma guai a criticare il loro dogmatismo, più ferreo del Concilio di Trento. Allora i nipotini di Voltaire si trasformano subito in nipoti di Robespierre (e di Stalin).

Eh, sì, questi laici sono gente piena di dubbi, di incertezze, di travagli esistenziali…

Ma io, che sono cattolico, e quindi uno sciocco, ma consapevole che la natura umana sa mentire, ho qualche dubbio, e non credo troppo a quello che dicono questi signori.

Sono molto laico.

martedì 10 febbraio 2009

Marcia funebre per un' eroina




Voglio onorare Eluana Englaro, condannata a morte e uccisa per fame e sete in Italia, il 9 febbraio 2009, dedicandole una musica stupenda e appropriata.

Per lei, persona eccezionale, scelgo una musica eccezionale; non le conosciutissime musiche funebri di Mozart, Verdi, o Chopin.

Per lei, la "Marcia funebre sulla morte d'un eroe", di Beethoven, dalla sonata 12 per pianoforte, III movimento: Maestoso Andante.

E per lei, il più grande pianista italiano del XX secolo: Arturo Benedetti Michelangeli.

sabato 7 febbraio 2009

Si fece buio su tutta la terra



Tenebrae factae sunt. Scesero le tenebre quando crocifissero Gesù.

Questo drammatico responsorio del Venerdì Santo, musicato dal genio di Tommaso Ludovico da Victoria, ci aiuta a capire che quel terribile buio di morte in questi giorni sta calando anche sopra di noi, per l'uccisione di un'altra persona innocente.


Tenebrae factae sunt

Tenebrae factae sunt, dum crucifixissent Iesum Iudaei.
Et circa horam nonam exclamavit Iesus voce magna: "Deus meus, ut quid me dereliquisti?"
Et inclinato capite, emisit spiritum.

Exclamans Iesus voce magna, ait: "Pater, in manus tuas commendo spiritum meum".

Et inclinato capite, emisit spiritum.



Scesero le tenebre quando i Giudei crocifissero Gesù.
E verso l'ora nona Gesù esclamò a gran voce: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?" E chinato il capo, spirò.
Esclamando a gran voce, Gesù disse: "Padre, nelle Tue mani affido il mio spirito".
E chinato il capo, spirò.

giovedì 5 febbraio 2009

O voi tutti che passate per la via...





In questi giorni una tristezza immensa pervade il mio essere.
Mi sento ferito e umiliato nel profondo.

Di fronte a un fatto così drammatico, come l’uccisione per fame e sete di Eluana, mi viene in mente solo la passione di Cristo.

Voglio pregare con il lamento del profeta Geremia, che nella Chiesa viene letto il Venerdì Santo.

Una preghiera che è stata musicata da Tommaso Ludovico da Victoria, il grande polifonista spagnolo del 1500.


O vos omnes

O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte,
si est dolor similis, sicut dolor meus.

Attendite, universi populi, et videte dolorem meum,
si est dolor similis sicut dolor meus.



O voi tutti che passate per la via, fermatevi e guardate,
se c’è un dolore simile al mio.
Fermatevi, popoli tutti, e guardate il mio dolore,
se c’è un dolore simile al mio.

martedì 3 febbraio 2009

Morire con dignità. Di fame e di sete


Oggi hanno portato Eluana Englaro in una clinica di Udine per 'accompagnarla' alla morte.

La morte è di per sé una sconfitta per la natura umana.
Quando non si può fare più nulla, le braccia del medico si allargano e dai nostri occhi sgorgano delle lacrime. Una sconfitta.

La morte è una sconfitta ancor più bruciante quando, di fronte a masse di persone affamate e assetate di tanta parte del mondo, rispondiamo con una elemosina o peggio ancora, voltanto la faccia da un’altra parte, per non vedere.

Ma quando volontariamente si nega perfino un po’ di acqua e di cibo ad un familiare che non ha più la forza di nutrirsi da solo, come Eluana Englaro, non venite a dirmi che si muore con dignità.

È la morte per fame e sete. La più indegna di tutte.

domenica 1 febbraio 2009

Chiacchiere e bugie... ma non è politica!


Febbraio.

Il mese breve.

Il perfetto mese lunatico. Le donne sono avvertite…

Il mese del carnevale: ogni scherzo vale!

Il mese delle feste Feralia e della dea Febbre. Attenti all’influenza, e vaccinate anche il computer; può prendere qualche virus.

Il mese delle maschere, dei travestimenti, dei fakes e dei trolls. Il mese dei blogger, insomma.

Il mese della Candelora (domani): dell’inverno siamo fora; ma se è il sole o solicello, siamo sempre a mezz’inverno.

Il mese dei cenci, stracci, strufoli, chiacchiere, frappe, bugie, cròstoli, galàni, intrigoni, pampuglie, cioffe, sfrappe, … tutti dolcetti che a me piacciono nella stessa maniera, anche perché sono più o meno la stessa cosa. Cambia solo il nome, la regione e la località (e qualche ingrediente).

Mentre scrivo, sto mangiando ottimi “stracci”. Se fossi senese (Dio me ne liberi!) mangerei “cenci”; se fossi perugino (Dio me ne scampi!) mangerei strufoli.

Oh, è carnevale: ogni scherzo vale! Anche per i cugini senesi e perugini…