Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
L'amica Annamaria, nel suo pregevole blog "Gioire in
Musica" (https://annaclassica.blogspot.it/) ha postato il secondo
movimento, Andante larghetto e staccato (Basso ostinato), del Concerto
in Sol minore per organo e orchestra, op. 7 n. 5 (HWV 310) di G. F.
Händel, del 1750.
Un brano, e relativo post di commento, che consiglio
vivamente di non perdere, perché si tratta di una pagina molto bella.
Mentre ascoltavo l'esecuzione organistica della partitura da
parte di Karl Richter, mi è improvvisamente tornato alla mente un fatto legato
ai miei trascorsi musicali.
Ho avuto la fortuna di essere stato allievo di Fosco
Corti, uno dei più bravi direttori di coro della II metà del secolo scorso, e
valente organista.
Spesse volte alla fine dei suoi concerti eseguiva all'organo
un "Allegro"in Sol minore di Händel, dal primo volume
del Liber Organi di Sandro Dalla Libera. Una musica brillante
e festosa, davanti alla quale rimanevo estasiato, e che anch'io nel mio piccolo
poi ho imparato a eseguire.
In fondo al brano il curatore annota così: "È il finale
del Concerto in sol min. scritto in tempo di Gavotta".
Molte volte ho cercato in YouTube questa originaria
"Gavotta" di Händel, senza mai trovarla, o meglio,
trovando solo la Gavotta in Sol maggiore.
Il post di Annamaria, che ha riportato il II movimento del V
Concerto in Sol minore, mi ha fatto scattare una molla: "Stai a vedere che
la Gavotta che cercavo è il movimento finale di questo Concerto!"
Sono andato così ad ascoltare in YouTube il finale di
quel concerto,e cosa ti trovo nell'ultimo movimento? L'Allegro che
cercavo da tanto tempo, che mi entusiasmava quando Fosco Corti si metteva alla
tastiera e lo eseguiva splendidamente, dal suo Liber Organi che
poi mi ha lasciato, e che conservo come una reliquia.
Ma le sorprese non sono finite. Quest'ultimo movimento non è altro
che una rielaborazione dell' Allegro finale (Gavotta) del III
Concerto in Sol minore, op. 4 di Händel (HWV 291), del 1735.
In effetti il brano da me ascoltato in gioventù era proprio questo del 3°
Concerto.
Ora finalmente sono soddisfatto. Mi sarebbe dispiaciuto
lasciare in sospeso un filo pendente della mia curiosità e del mio passato.
Grazie, carissima Annamaria, per aver sollecitato i miei
neuroni e avermi fatto ritrovare il tempo perduto!
Poiché è proprio l'Allegro finale del 3° Concerto in Sol
minore per organo e orchestra quello che più si avvicina alla trascrizione di
Sandro Dalla Libera, preferisco postare questo brano, anziché quello successivo
del 1750.
E ne ho trovato uno (in formato MIDI) che riproduce
esattamente la parte organistica.
Non è il massimo della perfezione. Ma è sufficiente per
avere un'idea dello splendore e della genialità del brano.
Chi vuole ascoltare l'originale (e sarebbe auspicabile!) può
cercare il finale dei due concerti ricordati, e magari mettere a confronto le
due versioni.
Socrate, Platone e Aristotele, tra il V e il IV secolo avanti Cristo, erano pervenuti ad affermare l'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, in base ad argomenti di ragione.
Questo "dialogo" utilizza solo quei concetti, di cui poi il Cristianesimo si servirà (con qualche importante modifica) nell'annuncio della fede.
A sinistra l'immagine di Platone (disegnata da Raffaello); a destra un busto di Epicuro.
Il dialogo si svolge ad Atene agli inizi del IV secolo a. C. tra un amico di Platone e un uomo di Alicarnasso
- Ehilà, uomo di Alicarnasso!
- Ciao, amico di Platone!
- Qual buon vento ti porta qui ad Atene?
- No, nessun vento. Le mie gambe, piuttosto.
- Sempre di buon umore, eh? Lo so che ti piace scherzare...
- Sono discepolo di Epicuro e di Lucrezio, mi piace la concretezza; sono realista.
- Epicuro e Lucrezio? E chi sono? Non li ho mai sentiti dire.
- Verranno dopo di te, stanne certo. Noi sosteniamo che tutto è fatto di particelle piccolissime, indivisibili. E quando siamo morti, queste se ne vanno a caso per l’aria, a formare altri corpi.
- Quindi tu, come Democrito, il mondo a caso poni?
- Certo! Perché, c’è qualche altra spiegazione?
- Per esempio, Aristotele non dice così; e mi pare abbia argomentato con più verosimiglianza.
- Aristotele! Chi era costui?
- Ne sentirai parlare. Verrà dopo di noi. Egli sostiene che il mondo è ordinato secondo regole e leggi, sia fisiche che morali. Nulla è a caso. È inutile lanciare un sasso mille volte per aria; non imparerà mai a volare. E anche tu, uomo di Alicarnasso, ti comporti secondo principi di saggezza e regole morali; non sei certo uno che si pavoneggia scioccamente o che strepita e si agita nel teatro della vita, dicendo cose che non significano nulla. O no?
- Certo che no! I miei discorsi sono sensati, e il mio comportamento è irreprensibile, secondo la logica e l'etica epicurea: niente di troppo, il piacere consiste nell’equilibrio tra estremi. Il giusto mezzo, insomma.
- Appunto, come dice pure Aristotele. L’uomo è un animale ragionevole. E con un’anima che trascende il suo corpo.
- Qui non ti seguo, caro amico di Platone. L’anima è mortale. Io sono uno di quelli che l’anima col corpo morta fanno.
- Trovo la tua affermazione un po’ contraddittoria. Se dici di seguire regole morali, se hai idee che ritieni giuste, se affermi delle verità universali, dovrai ammettere che provengono da qualcosa che non è solo un casuale aggregato di particelle. Ci deve essere in noi un principio che trascende la parte materiale, e che le dà ordine, moralità e verità. Un principio che supera la pura materia; un’anima immateriale e immortale insomma, che è l’origine della verità e della moralità in ciascuno di noi, come ha insegnato il mio maestro Socrate.
- Caro amico di Platone, io credo solo a ciò che vedo! e quest’anima non si è mai vista. Tu l’hai forse vista? L’hai misurata, calcolata, pesata? Ha un colore, un sapore, un odore, una forma?
- E tu puoi vedere i tuoi pensieri, odorare i tuoi sentimenti, le tue passioni, le tue idee? Le hai pesate, misurate, spezzate, come saranno spezzate quelle particelle che tu chiami indivisibili?
- Quelle particelle non potranno mai essere spezzate; non per nulla le chiamiamo atomi!
- Li spezzeranno, li spezzeranno… Perché la materia è quantità, occupa spazio, perciò è per sé stessa divisibile. Le idee invece non occupano spazio e superano ogni ostacolo materiale. Sono immortali, sono di un’altra consistenza, sono una realtà spirituale, divina.
- Sogni, i tuoi sono solo sogni! Mi sembri come quel poeta che ha detto che la vita ha la consistenza dei sogni. La realtà invece è concreta, ed è quella che possiamo vedere e toccare con mano. Il resto è silenzio.
- Non esserne così certo. C’è chi ha detto che le cose più concrete sono proprio le idee. Senza idee l’uomo sarebbe ancora all’età della pietra; anzi, non sarebbe neppure uomo, distinto dall’animale. E se c’è stato progresso, questo si deve proprio alla capacità dell’uomo di formulare concetti, ipotesi, idee; sogni, come tu dici, che però si sono rivelati quanto di più concreto si possa immaginare.
- Ammetto che le idee siano importanti; ma perché devono provenire da un’anima dentro di noi?
- E da quale principio dovrebbero provenire? Solo da organi materiali, limitati nel tempo e nello spazio? Sarebbe una contraddizione in terminis. Se ho pensieri immortali, in me ci deve essere un principio immortale. Dammi retta, uomo di Alicarnasso. Se l’uomo viene ridotto solo a ciò che mangia, viene umiliato nella sua dignità più grande. Non sarebbe diverso dagli altri animali; anzi, mi parrebbe il più misero di tutti, perché, mentre gli altri ignorano la loro sorte, noi sappiamo con certezza che cosa ci riserva il futuro: una condanna a morte.
- Ma io, da buon epicureo, non aspetto la morte; semplicemente la ignoro: quando ci sono io non c'è lei, e quando c'è lei non ci sono io.
- Ma i segni del tempo ti obbligano a pensarci ogni tanto, amico mio. Anzi, come dirà Seneca, ogni giorno moriamo, perché non è l’ultima goccia che fa vuotare la clessidra, ma tutta l’acqua che è scorsa prima. Perfino l'imperatore Federico II di Svevia, verso il quale mostrerai profonda ammirazione, proprio lui, dopo una vita non certo esemplare, al momento della morte volle indossare l'abito da monaco e morire con quello.
- Non vorrai farmi diventare un uomo spirituale, uno che va in Chiesa e dai preti per paura della morte e dell’aldilà!
- La Chiesa, i preti? Che significa? Chi sono?
- Lo saprai, lo saprai. Avrai a che farci tutti i giorni, per secoli e secoli. E se non stai attento, ti faranno bere la cicuta, come al tuo maestro Socrate. Anzi, ti metteranno sopra una catasta di legna e ti daranno fuoco.
- Ah! Proprio una brutta fine. Ma a te, che sei un epicureo, non ti hanno ancora messo al rogo?
- Ancora no. Per questo me ne sto alla larga…
- Ma attento a non allontanarti troppo, perché invece che arrosto, potresti finire allo spiedo, come il prode Anselmo.
- Per questo anch'io porto le braghe di ferro.
- Se poi guardi ancora più avanti, potresti ritrovarti in un regime peggiore di quello dei Trenta Tiranni, che il valoroso Trasibulo ha rovesciato qualche anno fa, come ben ricorderai.
- Non ci sarà più spazio per regimi tirannici, in un futuro di epicurei e scettici. È la religione la causa di ogni male, come scriverà in versi mirabili il mio caro Lucrezio.
- Veramente Lucrezio parlava della religione pagana, quella che faceva sacrifici umani agli dei; non immaginava di certo cosa sarebbe successo quando l'uomo si fosse sostituito a Dio nel governare la terra: il sacrificio di Ifigenia si sarebbe moltiplicato per milioni di volte! Tu invece questi orrori li vedrai con i tuoi occhi, uomo di Alicarnasso, e non so come potrai giustificarli.
- Non mi vorrai attribuire qualche colpa...
- Ma quando mai! Tu sei un uomo pacifico, e le tue guerre sono solo verbali. Non ami la Chiesa, questo è vero, ma non manderesti (forse) alla ghigliottina nessuno.
-Neanche tu, amico di Platone, sei un uomo di guerra. Le tue battaglie sono soprattutto contro gli errori di grammatica (che il tuo futuro discepolo Agostino considererà più gravi di un peccato mortale) e contro qualche miscredente, che non metteresti (forse) al rogo, ma magari alla berlina.
Gli esami di maturità sono sempre
stati (in passato) per gli alunni un vero spauracchio, da esorcizzare con un
intenso anno di studio.
Per i commissari, tranne che per
quello interno, la cosa era ben diversa: si trattava di un mese (circa) un po’
faticoso, ma compensato da un discreto rimborso economico e da una “allegra brigata", se si riusciva a trovare il giusto feeling.
Quell’anno mi trovai a far da
commissario di filosofia e storia (c’era chi portava storia come terza materia) in un liceo classico di Firenze, uno dei più prestigiosi. Non era la
prima volta che venivo nominato commissario a Firenze. Da Arezzo mi veniva
bene. Beneficiavo della trasferta e la sera (volendo) potevo tornare a casa.
Con gli altri commissari mi trovai
subito a mio agio. La commissaria interna ogni mattina ci faceva arrivare la
colazione in ben forniti vassoi: “La guardi che vengono da Paszkowski!” Non mi
facevo pregare per abbuffarmi, con quelle belle paste e con quei panini al
prosciutto…
Tutto sembrava andare nel
migliore dei modi. I primi problemi sorsero ovviamente alla correzione dei temi
d’italiano. La commissaria (che non era toscana e non proveniva da un liceo) si
scontrò varie volte con la commissaria interna, fiorentina: “La guardi che qui
siamo a Ffirenze, e l’italiano l'abbiamo inventato noi!” In effetti anch’io ebbi l’impressione
che l'amica d’italiano avesse una preparazione alquanto modesta.
Agli orali l’impressione divenne
certezza.
È cosa normale che nell’interrogazione il candidato si presenti con l’antologia, sulla quale il commissario
indica poi un testo da far leggere e commentare.
È altresì cosa nota che gli esami di
maturità sono pubblici e quindi può assistere chiunque. Spesso il candidato
non vuole “testimoni”; ma in quel liceo la platea in fondo all’aula d’interrogazione
era sempre piena: genitori, compagni, amici…
La modesta preparazione della
commissaria si manifestò chiaramente dal fatto che a coloro che portavano la
sua materia faceva quasi sempre le stesse domande: Le riviste fiorentine del
primo ‘900, “Il gelsomino notturno” del Pascoli, “Il Cinque Maggio” del
Manzoni, e poco più.
Il momento topico si ebbe quando
ad un candidato la commissaria domandò di commentare il Coro del Terzo Atto
dell’Adelchi. Il giovane, invece di aprire l’antologia e di leggere il brano, cominciò
a recitare a mente:
“S’ode a destra uno squillo di
tromba;/a sinistra risponde uno squillo:/d'ambo i lati calpesto rimbomba/da
cavalli e da fanti il terren…”.
La commissaria non dava segni di
vita, e rimaneva a guardare lo studente, meravigliata di quel suo andare
spedito a memoria, mentre vedevo che la platea in fondo alla stanza dava segni
di agitazione: chi guardava in faccia l'altro meravigliato, chi dava gomitate nei fianchi, chi sorrideva con le mani davanti alla bocca…
Per l’appunto ero proprio collocato
accanto all’amica commissaria, e mentre il giovane Pico della Mirandola
continuava a sciorinare i versi
manzoniani, io mi rivolsi a lui e gli dissi: “Guarda, che ti ha chiesto il Coro dell’Adelchi,
non quello del Conte di Carmagnola”.
La platea si ricompose all’istante,
il candidato chiese scusa, la commissaria sorrise, e subito il giovane iniziò
la recita giusta: “Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti…”.
Dicono oggi che imparare a
memoria sia uno spreco di tempo e una pratica pressoché inutile.
Platone diceva
invece che “conoscere significa ricordare”. Lo diceva in maniera radicale, ma
noi possiamo prenderlo anche come un monito didattico.
In quella torrida estate
fiorentina, in un’aula di liceo, un po’ di memoria ci salvò dal ridicolo. E si poté continuare a mangiare
con gusto le colazioni di Paszkowski.
L’amica commissaria mi invitò a
passare la serata con lei; ma io le dissi che avevo un impegno ad Arezzo, e
declinai l’invito.
Un po’ di musica nella festa degli innamorati ci vuole. Se
no, che festa è, eh?
Ho pensato così a una delle più belle romanze del patrimonio lirico: lo struggente canto di Nadir, “Je crois entendre encore”, tratto dall’opera “I pescatori di perle” (1863), di Georges Bizet.
Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.
È conosciuta anche nella libera traduzione italiana: “Mi par d’udire ancora”.
Propongo la romanza di Nadir nella stupenda performance di Placido Domingo, il quale esegue il canto in una tonalità più alta dell’originale, giungendo nell’acuto fino al re bemolle sopra il rigo.
Un vero regalo per tutte le ascoltatrici (e gli ascoltatori). Non è da tutti superare il do.
Buon S. Valentino!
Je crois entendre encore
Je crois entendre encore, caché sous les palmiers, sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers. Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement ! Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !
Mi sembra di sentire ancora, nascosta sotto le palme,
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe
selvatiche.
Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!
Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
socchiudere i suoi lunghi veli ai tiepidi venti della sera.
Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!
Fino a qualche anno fa nei
dizionari della lingua italiana la voce “foiba” aveva più o meno questa
asettica dicitura: “Tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme
sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. “Dolina:
depressione di forma arrotondata frequente nei terreni calcarei e dovuta al
fenomeno carsico” (Zingarelli, 1996).
Solo dal 2006 lo Zingarelli, alla
voce ‘foiba’ associa anche gli “eccidi e rappresaglie ad opera dei partigiani
comunisti jugoslavi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale e subito
dopo”.
Oggi qualsiasi dizionario, anche
il più ottuso e scalcinato, non può fare a meno di ricordare, insieme al
“fenomeno carsico”, gli eccidi di italiani (friulani, giuliani, istriani,
dalmati) ad opera dei partigiani comunisti (non solo jugoslavi, però),
perpetrati come pulizia etnica e politica.
Insomma, dopo che furono
ammazzate e seppellite nelle foibe migliaia di persone, si è cercato di
seppellire anche la loro memoria.
Un po’ troppo, anche per la
“kultura” storica italiana, egemonizzata per decenni dall’ideologia marxista.
Per ricordare i martiri delle
foibe e le centinaia di migliaia di italiani che alla fine della II guerra mondiale dovettero lasciare gli ex territori italiani dell’Istria, di Fiume e della
Dalmazia, profughi in patria, propongo una delle più famose sonate per violino che
siano state mai scritte: “Il
Trillo del Diavolo”, del 1713, di Giuseppe Tartini.
Propongo questo celeberrimo brano
non solo per la sua bellezza, ma anche perché Tartini (1692 – 1770) era nativo
di Pirano, in Istria, (ora in Slovenia), uno
dei luoghi al centro delle tragiche vicende di cui oggi facciamo memoria.
Il titolo della sonata, per
violino e basso continuo, in Sol minore, deriva dal fatto che il grande
compositore veneto sognò di fare una sfida con il diavolo stesso, e questi
eseguì una musica così sublime, di cui “Il Trillo del Diavolo” sarebbe una
labile trascrizione. In realtà l’opera è un caposaldo della musica per violino,
e nelle parti virtuosistiche anticipa la genialità di Paganini.
Possiamo dire che il titolo del
brano in questa giornata ha un significato del tutto particolare: il diavolo
sembrò in effetti trionfare nelle foibe; e tra i martiri di quell’orrenda
carneficina voglio ricordare Don
Francesco Bonifacio, sacerdote, nato come Tartini a Pirano, torturato e
poi eliminato nel settembre del 1946.
Solo una vittoria apparente di
satana, però, poiché Don Francesco Bonifacio è stato beatificato nel dicembre
2008, alla testa di una schiera di martiri per i quali il “Larghetto
Affettuoso” del I Movimento della sonata di Tartini sembra un premonitore e
commosso saluto.
Invito comunque ad ascoltare tutta la sonata, anche perché eseguita da uno dei più grandi violinisti viventi: Uto Ughi, nato a Busto Arsizio (1944), anch’egli di origini
istriane; i suoi genitori, come Tartini, erano di Pirano, scampati in tempo agli eccidi dei “fenomeni carsici”.
La grammatica mi è sempre piaciuta. Forse per il tipo di scuola che ho fatto, quella classica, o forse per i bravi insegnanti che me l’hanno fatta apprezzare.
Non avrei creduto però che un giorno mi sarebbe servita per “salvare” una classe di studenti agli esami di maturità.
Era una classe V di un istituto professionale. Io ero commissario interno, il “difensore d’ufficio”, in una commissione allora tutta
esterna di sei docenti.
Al professionale l’italiano è una materia sacrificata,
poiché il grosso del programma è costituito da materie d’indirizzo.
Il terrore degli studenti, anzi, studentesse nella quasi
totalità, era perciò quello di avere un commissario d’italiano, o il presidente
di commissione, che provenisse da un liceo.
Quell’anno dal Ministero venne nominato come presidente di
commissione un’insegnante proveniente da un liceo classico, docente di materie
letterarie.
Nella classe si diffuse il panico...
Io pensavo con preoccupazione ai temi scritti, dove
la grammatica spesso latitava; e si sa quanta importanza abbia quella prova.
Gli esami iniziarono. La presidente si dimostrò fin da
subito una persona severa e arrogante. Quando, finiti gli scritti e la prova
tecnica, si passò alla correzione collegiale dei temi, dissi mentalmente, come Don
Abbondio davanti ai bravi: “ci siamo”.
Il primo tema da correggere era di una delle migliori alunne. Non c’era
rigo su cui la presidente non mettesse il becco e di conseguenza non facesse
segnare con la matita. Cercavo di fare una strenua difesa, ma i segni al bordo
del foglio o sotto le parole si moltiplicavano, mentre dentro di me pensavo
alle alunne più “scarse”: questa me le boccia tutte.
Ad un certo punto (ovviamente un caso fortuito, ma per me
qualcosa di più) ci imbattemmo in una frase che conteneva il pronome “sé
stesso”, scritto proprio così, con l’accento sul sé.
La presidente (uso il termine boldriniano, per motivi
inconsci) ebbe subito a dire: “Eh! Quando il sé è seguito da stesso o medesimo,
sarebbe meglio non accentarlo”.
Ringraziai dentro di me il Signore, e pensai: questa volta ti ho fregato, cara mia! “No, dissi senza scompormi troppo, lasci stare;
il pronome va bene così”. “Eh no! - disse lei alzando la voce - Quando il sé è
seguito da stesso, è meglio togliere l’accento. Quindi lo segno”. Allora anch’io
alzai un po’ la voce e dissi con fermezza: “È vero esattamente il contrario. Il pronome sé andrebbe sempre accentato. Quando è seguito da
stesso o medesimo, l’accento si può omettere”.
“Come?! Ma non è così! Quando è
seguito da stesso o medesimo, l’accento è bene toglierlo!”
Avevo ormai raggiunto il mio scopo: farle abbassare la
cresta. Dissi: “Mettiamola così: se ha ragione lei, io mi gioco la mia
onorabilità d’insegnante di lungo corso; se ho ragione io, lei ci paga stamani
la colazione. Guardi, lì ci sono i dizionari: Zingarelli, Devoto-Oli, Palazzi…
Scelga lei”.
Subito un commissario si alzò, prese lo Zingarelli, trovò il
lemma e lesse a voce alta: “Sé, pronome personale di terza persona… Se seguito
da stesso, anche senza accento”.
La presidente diventò bianca come il muro che aveva alle
spalle, io feci finta di nulla e dissi: “Stamani ci paga la colazione”.
La correzione del tema continuò più o meno così: se una
parola o una frase o una virgola le sembrava da correggere, prima diceva: “Senta,
Amicusplato, io qui segnerei”. E io: “No, via, può andare bene anche così”...
Per farla breve, tutta la classe venne promossa.
Lo so che è ormai abitudine non mettere più l’accento dopo
il sé, quando è seguito da stesso/a o medesimo/a. E anche l'Accademia della Crusca la considera opzione valida, insieme alla forma accentata. Ma ad es. l'Enciclopedia dell'Italiano Treccani usa sempre la forma accentata. La prof del liceo avrebbe anche oggi comunque torto; non poteva segnare né errore né imperfezione.
A meno che la Boldrini non emani una legge anche sugli accenti.
Ci sono delle canzoni o dei brani musicali che ogni tanto
devo riascoltare, quasi per una carenza di zuccheri a livello
melodico-affettivo...
In ordine di priorità il Canto di
Solveig, di Edvard Grieg, che non per niente ho messo come clip audio nel mio profilo di
blogger. Ogni tanto devo riascoltarlo; se no, entro in crisi glicemica.
Poi (ma è un poi per modo di dire, siamo sempre a livelli
clinici), Mattinata ("O Lola") della Cavalleria Rusticana,
specialmente nella registrazione di Caruso del 1905.
Quando però mi assale la nostalgia, allora bisogna che
faccia ricorso alla canzone napoletana; e qui la scelta diventa infinita: si
tratta solo di mettere mano al barattolo della nutella.
Ora è proprio il caso della nostalgia; il carnevale mi fa
quest’effetto. Ripenso ai carnevali di un tempo nel mio paese: coriandoli,
stelle filanti, e qualche bella e indimenticata mascherina…
Ripropongo “Dicintencello vuje”, Diteglielo voi, che le voglio bene. Una canzone del 1930, di R. Falvo e E. Fusco, qui cantata da Sal Da Vinci (2005).
Sembra una dichiarazione d'amore per interposta persona: 'A voglio bene (Le voglio bene), ma alla fine, tolta la "maschera", si scopre essere una dichiarazione in diretta: Te voglio bene...
Pochi minuti per rialzare il livello degli zuccheri, e dei
sentimenti.
È del tutto inutile notare che Lucio Dalla si servì del
ritornello di questa stupenda canzone per la sua non meno stupenda “Caruso” (1986).
Dicitencello vuje
Dicitencello a 'sta cumpagna vosta
ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...
ch' 'a penzo sempe,
ch'è tutt''a vita mia...
I' nce 'o vvulesse dicere,
ma nun ce 'o ssaccio dí...
Rit.'A voglio bene...
'A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm''a scordo maje.
E' na passione,
cchiù forte 'e na catena,
ca mme turmenta ll'anema...
e nun mme fa campá!...
Na lácrema lucente v'è caduta...
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st'uocchie doce,
vuje sola mme guardate...
Levámmoce 'sta maschera,
dicimmo 'a veritá...
Te voglio bene...
Te voglio bene assaje...
Si' tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale...
Te cerco comm'a ll'aria:
Te voglio pe' campá!...
Uno dei punti di riferimento della storia della musica è l’oratorio
“Il Messia” di G. F. Händel, composto nel 1741.
Un’opera mirabile, una musica “divina”, che lascia ogni
volta stupefatti per la freschezza e la magnificenza del suo impianto e delle
singole parti.
Dalle antiche profezie, fino alla venuta del Messia, alla
sua passione, morte e risurrezione, è un susseguirsi di brani orchestrati,
cantati in coro o da solisti, con lo splendore di una musica che supera il tempo
e lo spazio.
Per questo, nel giorno della Presentazione di Gesù al Tempio
e della Purificazione di Maria Santissima, festa conosciuta popolarmente col
nome di Candelora, mi pare opportuno postare dal “Messia” un piccolo brano
corale (soprani-contralti-tenori-bassi) con orchestra.
Piccolo per modo di dire. È un travolgente fiume di note,
che parte dall’assolo del soprano come da una sorgente, per poi arricchirsi dagli
infiniti apporti delle altre sezioni, fino a placarsi nel grandioso finale.
Musica che supera ogni spazio. Ho preferito
scegliere a questo riguardo l’esecuzione di un coro coreano di Seul, anziché quella di qualche
coro occidentale, magari più perfetta, meno solfeggiata e con più sfumature.
Ma è evidente, nella performance coreana, l’impegno e la
passione per la mirabile partitura.
Nel giorno in cui il social network OKNOtizie chiude,
occorre ringraziarlo per aver dato a centinaia (e forse migliaia) di utenti l’occasione
di incontrarsi, scontrarsi, conoscersi, fare amicizia, divertirsi, ed anche,
perché no, soffrire. Ma la vita, reale o virtuale, è anche questo.
Per ringraziarlo e per dargli l’addio nel migliore dei modi ho scelto di postare l’Adagio
del “Concerto Grosso” dei New Trolls, del 1971. Il brano unisce i ritmi e le
sonorità del rock con le forme e i suoni della musica barocca, la Fender
Stratocaster col flauto e il violino; due mondi così diversi, ma che riescono a
conciliarsi in una bellissima sintesi.
Merito del grande Luis Bacalov e del complesso di Nico Di Palo
e Vincenzo De Scalzi.
Anche OKNOtizie ha saputo tenere insieme, nei suoi anni
migliori, esperienze diversissime, e ha saputo creare una mitica community che
è stata davvero un “Concerto Grosso”.
Poi, come nella vita, qualcosa è venuto a mancare, ed è
iniziato il declino e ora la fine.
Nel bellissimo Adagio, insieme alla musica d’orchestra, c’è
anche un breve brano cantato; sono citate anche le parole di Amleto: To die,
to sleep, maybe to dream (morire, dormire, forse sognare).
To die, e forse to dream.
Il primo OKNOtizie sta per finire, ma si può sognare un
nuovo inizio...
Il musicista è lo stesso, il grande Antirez, e la band è
composta da alcuni dei precedenti orchestrali.
Assolutamente vietato invece “to sleep”.
Per completezza faccio presente che le parole cantate da Nico Di Palo e Vittorio De Scalzi sono di Shel Shapiro, e sono concluse dalla
celebre frase shakespeariana.
Molti aspetti della realtà sono definiti da due poli: poli
terrestri, poli magnetici, poli politici…
Per ricordare più efficacemente la figura di S. Tommaso d’Aquino,
di cui oggi ricorre la memoria, lo voglio mettere a confronto con l’altro
grande dottore della Chiesa, S. Agostino.
Sono due figure che costituiscono in certo senso i due poli
entro i quali può oscillare il pensiero filosofico e teologico cristiano.
Lo farò mettendo a confronto alcune loro affermazioni
fondamentali.
Agostino (354-430) è
un animo irrequieto; fino alla conversione, avvenuta a 33 anni, non si decide
a lasciare i suoi legami passionali: “Dammi
la castità, Signore, ma più tardi!”
Tommaso è un puro di cuore, che fin da ragazzo ha volontariamente
rinunciato ai privilegi della nobile famiglia dei Conti d’Aquino, per entrare a
far parte dell’ordine mendicante dei Domenicani. Per le sue virtù è noto con l’appellativo
di “Doctor Angelicus”.
Agostino ha cercato la verità attraverso le varie scuole
filosofiche del tempo: materialismo, manicheismo, aristotelismo, scetticismo,
neoplatonismo; fino ad approdare alla fede cristiana:
“Ci hai creati per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché
non riposa in te!”
Tommaso (1225-1274) è il geniale discepolo di Aristotele, da
cui eredita la fiducia nella ragione, la potenza speculativa, la limpidezza del
pensiero. Ne completa i punti lasciati in sospeso con l’apporto della fede. “La grazia di Dio non distrugge la ragione,
ma la porta a compimento”.
Agostino, platonicamente, sottolinea l’importanza dell’analisi
interiore, del “cuore”, per usare un termine pascaliano. E dall’analisi
interiore, capace di verità ma cosciente dei suoi limiti, si apre alla trascendenza
di Dio: “Non uscire fuori, rientra in te
stesso, nell’intimo dell’uomo abita la verità. E se ti trovi mutevole,
trascendi te stesso”. La finitezza dell’uomo porta alla scoperta della
trascendenza divina.
Tommaso, aristotelicamente, parte dall’osservazione della
realtà esteriore, della natura che ci circonda. È il divenire della natura, il
suo procedere per cause ed effetti, che lo porta a postulare una Causa
trascendente la realtà mutevole. Trascendente, perché se fosse immanente nella
natura, avrebbe bisogno anch'essa di un’altra causa, fino all’infinito, senza
mai poter dare inizio ed esistenza alla realtà.
Non è l’infinità del numero delle cause il problema, ma il tipo di causa. Se
non si ammette una Causa trascendente, la natura non può aver avuto
inizio. “Tutto ciò che è mosso, è mosso
da altri. Ma non si può procedere all’infinito senza una Causa iniziale, che chiamiamo
Dio”.
Agostino, anche per esperienza personale, sottolinea la
presenza del male nel mondo. Per questo ama evidenziare la fragilità dell’essere
umano, che talvolta definisce “prope nihil” (quasi
un niente). Proprio per questo la grazia di Cristo è così necessaria per la
salvezza. Non a caso, Agostino è denominato “Doctor
gratiae”(dottore della grazia).
Tommaso, con esperienza diversissima di vita, sottolinea
invece l’altro aspetto della natura umana, e cioè la sua capacità di operare, di
raggiungere validi obiettivi. L’essere umano mantiene sempre una sua dignità,
nel pensare e nel volere. Perciò “sottrarre
le perfezioni alle creature, è come sottrarre le perfezioni a Dio”, che è
il Creatore.
Agostino, il polo inquieto dell’esistenza; Tommaso, il suo polo
fiducioso.
Sono in fondo i due poli dove la nostra stessa vita spesso
oscilla: un po’ agostiniani, un po’ tomisti.
Ieri era il giorno della Memoria, la morte della ragione.
Tra le vittime di Auschwitz c’è Edith Stein, ebrea,
discepola di Husserl. Proprio l’incontro con il pensiero di S. Tommaso d’Aquino
la portò alla conversione cristiana e poi alla vocazione carmelitana.
Edith Stein, cioè S. Teresa Benedetta della Croce: la
luce della fede e della ragione, dentro il buio del male assoluto.
Nella foto in alto, da sinistra: S. Agostino, S. Tommaso, Papa Innocenzo III, S. Bonaventura (part. della "Disputa del SS. Sacramento" 1509-1510), Raffaello, Stanze Vaticane, Stanza della Signatura,
*Bastardellum (un incrocio tra i sopraddetti sistemi)
*Somarellum (da solo il Parlamento non riesce a trovare un
sistema di voto)
*Culatellum (prendere per il culus le persone, rinviando le elezioni)
*Mirabellum! (le elezioni dopo settembre, quando i
parlamentari potranno finalmente mantenere poltrone, stipendi e vitalizi).
La “vil plebe” potrebbe rispondere così:
*Votandum
*Non votandum
*Disertandum
*Annullandum
*Perculandum
*Ribellandum.
Ma io penso che, nonostante il latino, tutto si risolverà
all’italiana, cioè becchi e bastonati, cornuti e mazziati, con le perenni accise da pagare sulla benzina per la guerra di Etiopia (1935).
Oggi è la festa di S. Antonio Abate, nemico del demonio e patrono degli animali. Soprattutto è uno dei padri fondatori del monachesimo (IV secolo); l'appellativo "abate" lo ricorda chiaramente.
In questo giorno, secondo la tradizione toscana, e non solo, inizia anche il carnevale.
Oggi il carnevale ha perso molto del suo fascino. In ogni modo io, che porto il nome di questo grande Santo, lo voglio iniziare in rime scherzose e in latino maccheronico.
Sono 18 anni che Fabrizio De André ci ha lasciati.
Non le sue canzoni, non la sua voce, non il suo ricordo, indelebile nella nostra memoria.
Quest'anno desidero onorarlo postando "Don Raffaè" (1990), una canzone in cui la satira mordace si sposa con la briosa leggerezza della tarantella.
Un ossimoro che troviamo spesso nella produzione di Faber. Il modo migliore per evitare la retorica, anche quando si tratta di "gomorra".
Quasi certamente il Don Raffaè, detenuto "di riguardo" del carcere di Poggioreale, si ispira alla figura del boss della camorra Raffaele Cutolo. Forse anche per questo la canzone è in napoletano.
A che bell'o cafè... È evidente qui il riferimento alla canzone di Modugno 'O cafè'.
Anche per questo motivo mi piace postare Don Raffaè.
Don Raffaè
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere, oinè. Io mi chiamo Cafiero Pasquale sto a Poggio Reale dal ’53.
E al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio, per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla co’ me.
Tutto il giorno con quattro infamoni briganti, papponi, cornuti e lacché; tutte l’ore cò ‘sta fetenzia che sputa minaccia e s’à piglia co' me.
Ma alla fine m’assetto papale, mi sbottono e mi leggo ‘o giornale, mi consiglio con don Raffae’, mi spiega che penso e bevimm’o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Mi scervello e mi asciugo la fronte per fortuna c’è chi mi risponde, a quell’uomo sceltissimo immenso io chiedo consenso a don Raffaè
Un galantuomo che tiene sei figli ha chiesto una casa e ci danno consigli, mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni, ‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni. Voi vi basta una mossa, una voce, c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce; con rispetto s’è fatto le tre, volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’ò cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui ci sta l’inflazione, la svalutazione e la borsa ce l’ha chi ce l’ha, io non tengo compendio che chillo stipendio e un ambo se sogno ‘a papà; aggiungete mia figlia Innocenza, vuo’ marito, non tiene pazienza, non chiedo la grazia pe’ me, vi faccio la barba o la fate da sé.
Voi tenete un cappotto cammello che al maxi processo eravate ‘o chiù bello, un vestito gessato marrone, così ci è sembrato alla televisione; pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza, mi prestasse pe’ fare presenza, io già tengo le scarpe e ‘o gillè; gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro ma chi l’ha mai viste, chissà; chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti se tengono l’immunità.
Don Raffaè voi politicamente io ve lo giuro sarebbe ‘no santo, ma ‘ca dinto voi state a pagà e fora chiss’atre se stanno a spassà.
A proposito, tengo ‘no frate che da quindici anni sta disoccupato; chill’ha fatto cinquanta [quaranta] concorsi, novanta domande e duecento ricorsi; voi che date conforto e lavoro, Eminenza, vi bacio v’imploro, chillo duorme co’ mamma e co’ me; che crema d’Arabia ch’è chisto cafè.