giovedì 10 dicembre 2009

Ci vuole fantasia, quella di Mozart!



Fantasia non mancava certo al genio di Mozart.

Ma qui parliamo della Fantasia come tipo di composizione musicale, nella quale all’artista è lasciata libertà di espressione, senza rigidi canoni formali.

La Fantasia in Re minore, KV 397, è una delle più straordinarie composizioni mozartiane, che lascia stupefatti ed emozionati.

Siamo nel 1782, ma già si anticipa lo spirito del romanticismo, con atmosfere ricche di pathos e con spunti tematici appassionati. Sembra per alcuni aspetti di ascoltare Beethoven e addirittura Chopin.
Il finale ci riporta invece ad un Mozart più classico. Ma c’è anche chi sostiene con buone ragioni (Paul Hirsch) che la parte finale sia opera di A. E. Müller.

Un genere musicale come la Fantasia, e così intensa e creativa come questa, trova nell’estroso Friedrich Gulda (1930-2000) il pianista ideale.

Una musica da sogno … Mozart aveva appena 26 anni.

mercoledì 9 dicembre 2009

Chopin, il rivoluzionario



In genere siamo abituati a considerare Fryderyk Chopin (1810-1849) il musicista romantico per eccellenza.

I suoi Notturni riescono immediatamete a penetrare nel nostro intimo, suscitando sentimenti ed emozioni struggenti.

Ma c’è una parte fondamentale della sua opera che è dedicata allo studio e alla tecnica del pianoforte.

I suoi 24 Études (Studi), op. 10 e op. 25, pubblicati nel 1833 e 1837, sono un’autentica rivoluzione nel modo di intendere e di suonare il pianoforte. Chopin apre la strada verso un virtuosismo mai prima di allora sperimentato.

Le difficoltà e le innovazioni che ognuno di questi brani presenta fecero impressione ai contemporanei e costrinsero tutti gli appassionati del pianoforte a un cambiamento radicale di mentalità.

Colui che raccolse immediatamente il messaggio di Chopin fu Franz Liszt, con i suoi 12 Studi Trascendentali (Études d'exécution trascendante, 1851), che presentano difficoltà proverbiali.

Ma la grandezza di Chopin (come del resto quella di Liszt) sta soprattutto nell’essere riuscito a coniugare il virtuosismo esasperato alla vera ispirazione artistica. Non si tratta di aridi esercizi, ma di autentiche opere d’arte.

Lo Studio (Étude) op. 10 n. 12, conosciuto anche con il titolo "Il rivoluzionario", o "La caduta di Varsavia", venne scritto nel 1831, dopo il tragico fallimento dell’insurrezione polacca contro la Russia.

Non è solo un esercizio per la mano sinistra...

L'impetuoso scorrere della mano sinistra sulla tastiera crea un ambiente sonoro di forte drammaticità, su cui si inseriscono i martellanti spunti tematici della mano destra.

Il finale è la frantumazione improvvisa di tutta la costruzione sonora, che si riduce ad uno scarno e drammatico unisono a due mani, per finire con la pietra tombale di quattro potenti accordi sul basso.

Come nel 1794, anche in quel tragico 1831, Finis Poloniae!

Bravissima la giovane pianista, che alla grazia unisce anche una notevole forza espressiva.

martedì 8 dicembre 2009

Ave Maria, con la voce del futuro



È la festa dell’Immacolata.

In onore di Maria Santissima, “piena di grazia”, la preghiera più appropriata è l’Ave Maria.

Ho già presentato molte volte questa preghiera musicata, dal canto gregoriano fino alla polifonia moderna di Kodàly.

Avevo in mente quest’anno di fare ascoltare la stupenda Ave Maria di Francis Poulenc (1899 –1963) tratta dall’opera I Dialoghi delle Carmelitane (1957).

Purtroppo nel web non c’è nulla di soddisfacente al riguardo.

Ma non volendo rinunciare a far conoscere questo bellissimo brano, lo presento eseguito dal sintetizzatore Vocaloid (Yamaha), con l'applicativo della Crypton denominato Hatsune Miku, cioè La voce del futuro.

A prima vista può sembrare una cosa assurda. Ma, nonostante le voci synth (quella solista proviene dalla campionatura della voce della cantante Saki Fujita), il brano nelle sue linee essenziali risulta chiaro e tutto sommato apprezzabile, magari dopo un po’ di disorientamento.

D’altra parte siamo già nel futuro. Bisogna usare anche strumenti musicali futuribili…

A margine di questo brano di Poulenc, voglio citare un fatto personale, anche per commemorare una persona carissima, il grande musicologo fiorentino Mario Fabbri, prematuramente scomparso (1931-1983).

Ho seguito il suo corso di storia della musica nell’ateneo fiorentino ed era preparatissimo, e molto esigente.
All’esame mi fece una domanda sul “Gruppo dei Sei” in Francia. Io ricordai con precisone i sei musicisti, tra cui ovviamente Poulenc, e pronunciai il cognome alla francese: Pulànc. Lui mi guardò, mi sorrise e disse: “Si dice Pulènc!” Io rimasi piuttosto imbarazzato (il francese lo conosco bene), e lui continuò così: “Lo sa chi me lo ha detto ? Pulènc!”
In effetti il nome (mi spiegò) era di origine fiamminga.

Davvero grande, Mario Fabbri, scopritore della “Passione di Christo secondo Giovanni” (1527), di Francesco Corteccia, una delle partiture più belle della musica polifonica cinquecentesca.

Chissà cosa dirà, sentendo questa musica di Pulènc al sintetizzatore…

Mi boccia di certo!

Mettiamola così allora: anche le voci di mondi sconosciuti cantano il nome di Maria...

lunedì 7 dicembre 2009

Una musica divina, suonata al synth



Dopo aver parlato della ricerca di Dio attraverso il lume della ragione, mi pare giusto fare una pausa contemplativa ascoltando una musica “divina” scritta da colui che più di ogni altro ha usato la razionalità nel comporre le sue opere: Johann Sebastian Bach.

Non starò a ricordare che il Clavicembalo ben temperato è la razionale costruzione del moderno sistema tonale nelle sue 24 possibilità; che le Variazioni Goldberg sono vere e proprie architetture matematiche e che l’Arte della Fuga è il più poderoso tentativo per unire l’invenzione artistica con la ferrea logica del contrappunto.

Quando si dice Fuga si pensa subito a Bach, perché in effetti a lui si deve lo sviluppo e la codificazione di questa forma musicale.

È la forma che più di ogni altra è strutturata razionalmente.
Viene presentato il tema, in maniera solistica, dal quale poi, come da una sorgente, scaturisce tutta la composizione, che è un continuo rincorrersi (una “fuga”) del tema iniziale nelle varie sezioni, fino agli stretti finali e alla logica conclusione.

E dove sta allora la bellezza della musica di Bach, se è una musica “costruita”? Egli ha saputo unire in modo esemplare la potenza della fantasia al rigore della razionalità.

La bellezza è nell’invenzione geniale, e al tempo stesso nella forza portante delle regole che sostengono la costruzione armonica.

Bach è tutto questo: inventiva inesauribile e sapienza contrappuntistica.

Come esempio ascoltiamo la Fuga in Re minore (BWV 565). La ascoltiamo però in versione moderna, suonata con un sintetizzatore-chitarra.

Il chitarrista si è sdoppiato (solo nel video ovviamente...) e può così eseguire il brano scritto per organo come se avesse mano destra e mano sinistra sulla tastiera.

Davvero ingegnoso e molto bravo, questo Ketil Strand.

Purtroppo non può usare i piedi per la parte affidata al pedale, che viene eseguita manualmente.

Non si può aver tutto da una chitarra, anzi da un sintetizzatore-chitarra.

domenica 6 dicembre 2009

Dio e il telescopio





Commentando in un aggregatore il mio post precedente su Dio, un amico blogger mi ha risposto dicendo che è ateo e ritiene che siamo figli della casualità. Inoltre non si dovrebbe parlare di Dio perché nessuno lo ha mai visto.

Al mio caro amico rispondo con due osservazioni.

1. Anzitutto, se tutto fosse casuale, la scienza andrebbe a farsi benedire.
Perché ricercare e investigare, se tutto è caos, disordine, mancanza di razionalità?
Per fare una battuta, anche i soldi per la ricerca sarebbero inutili. Il Governo magari taglia i fondi, o li taglia ulteriormente.

Invece la scienza dimostra, con le grandi scoperte e invenzioni, che nella realtà esistono leggi, regole, ordinamenti precisi, e ciò che ancora non conosciamo viene studiato perché sappiamo che il mondo è guidato da leggi, magari ancora sconosciute, ma che vengono scoperte progressivamente.

Copernico, Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz, Lavoisier, Maxwell, Mendeleiev, Plank, Lemaitre, Einstein, etc., sono alcuni fulgidi esempi di come si possa individuare ordine e regole nell’apparente caos del mondo, nel macrocosmo come nel microcosmo.

A me ha sempre affascinato Newton, forse il più grande genio scientifico dell’umanità. Con la sua legge della gravitazione universale e con il “calcolo sublime” (calcolo infinitesimale) ha fatto capire all’uomo che i fenomeni apparentemente più vari e casuali in realtà sono legati da una medesima ferrea legge, e ciò che sembrava impossibile misurare è stato da lui reso un gioco da liceali.

2. Per quanto riguarda il vedere Dio, chi ha detto che per crederci bisogna vederlo?

Noi non abbiamo solo cinque sensi. Non è reale solo ciò che vediamo. Anzi, è proprio col ragionamento astratto che troviamo le verità universali e più valide.
Hegel diceva che la conoscenza sensoriale è la più povera delle conoscenze, e che non c'è nulla di più concreto delle idee.

Per esempio, se io dico che un’affermazione non può essere contemporaneamente vera e falsa, so che questo principio è vero, a priori, cioè anche se non vado a vedere caso per caso. È una verità logica, che sostiene tutto il mio ragionare. È il principio di non contraddizione.
Tanto per stare sul nostro caso, Dio o esiste o non esiste. Non può esistere e non esistere contemporanemante, sia per me che credo, che per uno che non crede.

Così è il principio di causalità. Io non conosco il mio interlocutore, ma sono certo che ha due genitori, che a loro volta hanno o hanno avuto i loro genitori. Parto dall'esperienza e formulo un giudizio universale; procedo per causa ed effetto, come fa la scienza.

Nel caso di Dio, Essere Assoluto, ho detto soltanto che partendo dalla realtà nostra, quella che ci circonda, ragionando per causa ed effetto, come è il modo logico di ragionare, non si può fare a meno di ammettere una causa incausata, cioè una causa che abbia dato inizio al tutto.
E questa causa non può essere in questo mondo, perché altrimenti anche lei avrebbe bisogna di un'altra causa, fino all'infinito, senza mai risolvere il problema, cioè senza dare inizio ed esistenza all’universo, che pur è partito una volta, visto che è arrivato fino a noi.

Dio è un'esigenza della nostra ragione, per spiegare l'origine delle cose, non una visione da telescopio.


venerdì 4 dicembre 2009

Dio, mistero affascinante














Oggi ho avuto una lunga discussione con alcuni amici blogger sull’esistenza di Dio, sull’origine del mondo e sull'evoluzionismo darwiniano.

In questo post mi voglio soffermare sul mistero più grande e affascinante: il mistero di Dio.

Mi limito ai punti essenziali, per una ricerca semplicemente razionale.

Si deve sempre partire da ciò che si vede e si comprende. Chi deve essere spiegato non è Dio, ma anzitutto il mondo come appare, la realtà fenomenica.
La scoperta di Dio non è all'inizio di un ragionamento, ma eventualmente solo alla fine, come risultato di un'indagine sulla realtà che ci circonda e ci pone domande.

La nostra mente per capire un fenomeno cerca le cause, e da ultimo necessariamente la causa incausata, che ha dato origine al tutto.
La ragione capisce che tale causa non può essere una delle tante che sono nel mondo, perché altrimenti anche questa ipotetica causa avrebbe bisogno di una causa precedente. Il problema si sposterebbe all’infinito, ma non si spiegherebbe.

Occore una realtà superiore ontologicamente, un essere distinto dal mondo, cioè assoluto, Dio.

Una realtà in movimento come è il mondo ha bisogno di una causa che dia l'inizio, o da sempre o in un indietro limitato nel tempo, altrimenti la materia stessa e il movimento non partono.

Se il mondo avesse avuto origine 14 miliardi di anni fa, con il Big Bang (ed è un’ipotesi verosimile), è evidente che occorre ammettere l’esistenza di Dio. Chi ha portato dal nulla all’esistenza la massa iniziale, chi le ha dato l'immane energia del Big Bang? La nostra mente esige Dio, eterno e onnipotente.

Ma lo stesso ragionamento vale anche se il mondo viene spostato indietro quanto si voglia, miliardi e miliardi di anni prima, oppure all’infinito. Senza la presenza creatrice di un Essere radicalmente (ontologicamente) diverso e infinitamente superiore, eternamente presente e onnipotente, anche da un tempo infinito non potrebbe sorgerebbe nulla di questo mondo, la cui caratteristica è aver bisogno di una causa iniziale, poiché si muove per cause.

Avrebbe comunque bisogno di Dio, che lo faccia emergere dal nulla eterno.

Solo un Essere trascendente, assoluto, fuori perciò dei nostri limiti spazio-temporali, può dare origine, o nel tempo o da sempre, a materia ed energia in movimento.

Diceva Cartesio: "Datemi materia e movimento e vi costruirò il mondo".

E Newton: "Questa elegantissima compagine del Sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente. Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell'universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, pantokrator" (Isaac Newton, Principi matematici di filosofia naturale).

Nella foto, la prima edizione del volume, Londra 1687

Felicità: realtà o inganno?






















Giacomo Leopardi sosteneva che la felicità non esiste; è solo un inganno della nostra immaginazione. Infatti secondo lui si è felici solo nell’attesa di un evento gioioso o dopo uno scampato pericolo.

Ma passato il pericolo, tutto ritorna nella noia quotidiana; e arrivato l’evento gioioso, arriva pure la tristezza per la sua rapida fine.

Leopardi paragona perciò la felicità umana alla momentanea Quiete dopo la tempesta e al Sabato del villaggio. Non vera felicità, ma apparenza e inganno.

Due stupendi “idilli” poetici messi a servizio di una visione pessimistica della vita.

Ancor più disperata la filosofia di Schopenhauer che diceva: “Sei giorni sono di dolore, il settimo di noia”.
E ancora: “Le briciole di felicità che l’uomo riesce a ottenere nel corso della vita sono l’elemosina che viene data ad un mendicante per farlo sopravvivere e prolungare la sua pena”.

Cari amici, siamo nel periodo che precede Natale. Forse per qualcuno il Natale è un’attesa che lascia poi delusi. O un briciolo di serenità in un mare di tristezza e di noia.

Ma se ci avviciniamo a quella capanna di Betlemme con animo disarmato, senza cioè la solita corazza che indossiamo per difenderci dai “nemici”, allora riusciamo a trovare la vera felicità: un Bambino che ci dona una sola cosa, la certezza di essere accolti da Dio, chiunque siamo, qualunque sia la nostra situazione esistenziale.

Allora il giorno di festa diventa l’inizio di una gioia vera, che non ha più fine.



giovedì 3 dicembre 2009

Un'arpa affascinante (arpista compresa)



Le cosiddette “Variazioni Goldberg” di J. S. Bach non hanno bisogno di presentazione, specialmente da quando sono state usate come “tema di Hannibal” nei films della serie “Il silenzio degli innocenti”.

Sono semplicemente geniali. Composte tra il 1741 e il 1745 col titolo “Aria con diverse variazioni per clavicembalo a due manuali”, etc. (il titolo completo è di tredici righi!), vengono eseguite normalmente col pianoforte.

Tutti i più grandi pianisti si sono cimentati in quest’opera monumentale, uno dei vertici dell’ingegno artistico: 32 brani, pensati in schemi matematici e con simmetrie tali da conferir loro unitarietà e compattezza nella varietà continua delle invenzioni.

Sono memorabili, ad esempio, le performances del pianista Glenn Gould, geniale anche lui nell’eseguirle. Il tema di Hannibal (cioè l’Aria delle Variazioni) è suonato da lui.

A prima vista, una trascrizione per arpa sembrerebbe far perdere un po’ di consistenza all’opera.

Ma basta ascoltare la trascrizione e l’esecuzione che ne fa Catrin Anna Finch per ricredersi immediatamente, al primo tocco dello strumento.

Le Variazioni (nel video è presente solo l’Aria iniziale, una sarabanda in sol maggiore, tempo 3/4) non perdono nulla del loro valore.

Per la bravura della giovane arpista gallese (classe 1980), a cui si aggiunge anche il fascino della bellezza muliebre.

mercoledì 2 dicembre 2009

Costruire ponti...


















Il mese di dicembre, il mese del Natale e dell’Immacolata.

Quest’anno la festa dell’Immacolata viene di martedì.

Si preannunzia perciò un bel ponte, almeno per i milanesi, che hanno per lunedì 7 la festa del patrono, S. Ambrogio. Fate il conto; quattro giorni, mica male.

E c’è chi vuole abolire il calendario cristiano…

Ma sono sicuro che molti altri, senza essere meneghini, si prenderanno ugualmente un giorno di ferie, e il ponte è fatto.

Costruire ponti, non muri. È uno slogan che si sente spesso ripetere di questi tempi.

Solo che quello di Messina viene contestato, e il muro tra Israeliani e Palestinesi è ancora lì.

Ci rimane il ponte dell’Immacolata.

Ma il ministro Brunetta è favorevole o contrario?

martedì 1 dicembre 2009

Un fagotto... di bella musica




Tra gli strumenti a fiato spicca per la sua forma vistosa, per la sua voce nasale che nel basso diventa un po’ grottesca, e per il suo nome, il fagotto.

Il nome sembra derivare proprio dalla sua forma curiosa: un lungo tubo di legno (circa 2 metri e mezzo) ravvolto alla bell' e meglio come un “fagotto”.
La voce è tipica di un’ancia doppia, come quella dell’oboe, ma nella sezione del basso.

È uno strumento assai duttile musicalmente, poiché ha un’estensione molto ampia di suoni, tre ottave e mezzo, che vanno da quelli gravi a quelli medi.

Altrettanto vario è il timbro di voce, che passa da quello fortemente nasale nelle note più alte, a quello solenne, pomposo e infine grottesco nelle note più gravi.

Dalla musica barocca in poi il fagotto costituisce uno strumento fondamentale dell’orchestra, necessario per dare profondità e mordente agli strumenti a fiato e a tutto l’insieme sonoro.
Ma per le sue caratteristiche è usato anche come strumento solista.

In particolare, Antonio Vivaldi gli ha dedicato ben 39 concerti.

Per conoscere questo simpatico e curioso strumento, così importante nell’economia di un’orchestra, presentiamo proprio di Vivaldi il suggestivo Concerto in Mi minore per fagotto, archi e continuo (RV 484), I Movimento, “Allegro poco”.

All'inizio del dicembre, niente di meglio che ascoltare la gioiosa musica di Vivaldi, magari suonata col fagotto.

Apprezzabili le doti del giovane fagottista.

lunedì 30 novembre 2009

We are the champions. Omaggio a Freddie Mercury




Non voglio lasciar passare questo mese di novembre senza ricordare i 18 anni dalla morte del frontman dei Queen, il grande Freddie Mercury (5 settembre 1946- 24 novembre 1991).

Il titolo e la canzone We are the champions, del 1977, certamente si adattano bene ai Queen, la mitica band inglese degli anni 70-80, e in particolare a quel mostro di vocalità e di bravura che è stato nel rock Freddie Mercury.

Quando il ritornello di questa canzone viene eseguito come inno nelle manifestazioni sportive della Champions League, non so quanti sanno che è stato scritto, con ben altri intendimenti, come dicono le parole della canzone, da Freddie Mercury.

Ma in fondo, anche questo è un modo per ricordarlo. E con un tifo da stadio.



We are the champions

I've paid my dues -
Time after time -
I've done my sentence
But committed no crime -
And bad mistakes
I've made a few
I've had my share of sand kicked in my face -
But I've come through.

We are the champions - my friends
And we'll keep on fighting - till the end -
We are the champions -
We are the champions
No time for losers
'Cause we are the champions - of the world -

I've taken my bows
And my curtain calls -
You brought me fame and fortune and everything that goes with it
I thank you all -
But it's been no bed of roses
No pleasure cruise -
I consider it a challenge before the whole human race -
And I ain't gonna lose -

We are the champions - my friends
And we'll keep on fighting - till the end -
We are the champions -
We are the champions
No time for losers
'Cause we are the champions - of the world -

Noi Siamo I Campioni

Ho pagato i miei debiti
giorno dopo giorno
Mi sono condannato da solo
ma non ho commesso alcun crimine
e pessimi errori.
Ne ho fatti alcuni,
mi sono preso la mia porzione di terra
in faccia,
ma l'ho superato.

Noi siamo i campioni - amici miei
e noi continueremo a batterci fino alla fine;
noi siamo i campioni
noi siamo i campioni
non c'è un tempo per i perdenti,
perché noi siamo i campioni del mondo.

Mi sono preso i miei inchini
e le mie chiamate nella ribalta,
voi mi avete concesso la fama e la fortuna
e tutto ciò che ne consegue.
Vi ringrazio tutti,
ma non è stato un letto di rose, né una crociera di piacere.
La considero una sfida con tutto il genere umano
ed io non perderò.

Noi siamo i campioni - amici miei
e noi continueremo a batterci fino alla fine;
noi siamo i campioni
noi siamo i campioni
non c'è un tempo per i perdenti,
perché noi siamo i campioni del mondo...

domenica 29 novembre 2009

Avvento. Il Messia di Händel



Siamo arrivati all’Avvento, cioè al periodo di quattro settimane di preparazione al Natale.

I credenti si preparano con spirito di fede, iniziando un cammino di conversione del cuore, per essere meno indegni di accogliere Gesù nella propria vita.

Per quelli meno assidui è l’occasione propizia per un ritorno alle sorgenti della fede, un po’ indebolita dai virus della società attuale.

Per quelli che hanno perso la fede, o non l’hanno ancora trovata, è il momento per una riflessione sulla figura storica di Gesù, sul suo insegnamento e su ciò che ha significato per la storia umana.

Per tutti è un’occasione di serenità, di gioia, di amicizia fraterna.

E l’occasione anche di riscoprire valori di cultura e di arte che rendono l’uomo ancor più umano, e più simile a Dio, che è la bellezza assoluta.

Io non posso pensare al Natale senza pensare, ad esempio, al Messia di Georg Friederich Händel; e in questo periodo me lo ascolto sempre; a puntate, ovviamente.

Anche per coloro che seguono il mio blog, che ringrazio di cuore per la loro assidua e numerosa presenza, voglio presentare qualche brano di questo straordinario capolavoro musicale, scritto dal conteranneo e coetaneo di Bach nell’estate del 1741, ed eseguito per la prima volta a Dublino nel 1742.

E voglio partire proprio dal brano inziale: una “Sinfony”, nello stile di una ouverture alla francese di quel periodo. Un incipit degno del grandioso oratorio che Händel si accinge a sviluppare.

L’orchestra, composta nel video da un piccolo organico di violini primi e secondi, oboe, fagotto, due viole, due violoncelli, contrabbasso e clavicembalo, inizia con un ritmo “grave”, puntato e cadenzato, in 4/4 e in tonalità di Mi minore, che crea un’atmosfera solenne e piena di pathos.

Dopo questa parte accordale, ripetuta due volte, come un grande sipario a due parti che si apre, inizia un tema brillante (“allegro moderato”) e fugato, che passa dai primi violini e oboe alle altre sezioni, e rende bene l’idea del lieto annunzio che il Messia porterà sulla terra.

Il brano si conclude con una cadenza, che è una breve ripresa del movimento iniziale.

Confesso che ogni volta che ascolto questo brano, mi sento fremere interiormente e mi domando come sia possibile scrivere in modo così sublime.


Ecco la prima pagina del manoscritto. È datata 22 August 1741 (in fondo alla pagina, a destra).



venerdì 27 novembre 2009

Tarantella napoletana, sì, ma di Rossini



La vicenda artistica di Gioachino Rossini (1792-1868) è ben nota.

Dopo un breve ed intensissimo periodo creativo, nel quale musicò decine di opere liriche, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie, sfornando capolavori assoluti come Il Barbiere di Siviglia, La gazza ladra, Mosè, Guglielmo Tell, per citarne solo alcuni, improvvisamente, dopo il Guglielmo Tell nel 1829, il genio pesarese depose penna e carta pentagrammata e smise di comporre.

Una ventina di anni di attività forsennata, con una quarantina di opere, talvolta anche 4 o 5 all'anno.
Poi, il silenzio, e la sua ipocondria, ravvivata un po’ dalla buona cucina.

Ma gli affetti delle persone care (in particolare la sagace moglie Olympe Pelissier) lo portarono talvolta a rompere questo “silenzio musicale”, con quelli che lui chiamò con umorismo “peccati di vecchiaia”.

Ma furono dei capolavori, soprattutto religiosi: lo Stabat Mater (1841) e in particolare la Petite Messe Solennelle (1863), per coro, armonium e doppio pianoforte, una delle cose più belle di musica sacra mai scritte.

Tra i “péchés de vieillesse” si devono ricordare anche le “Soirées Musicales” (1835), dodici canzoni per voce e pianoforte, di vario carattere, dall'aulico al popolaresco, dal sentimentale al drammatico.

Tra queste Serate Musicali brilla per vivacità e inventiva la celeberrima tarantella napoletana, intitolata “La Danza”.

Un gran bel sentire, questo "frizzante" Pavarotti del video che propongo.

E pure un bel vedere. Perché la lirica è anche interpretazione scenica.

E big Luciano è stato un autentico mattatore anche nel calcare le scene.



La Danza, tarantella napoletana

Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,si salterà;
l'ora è bella per danzare,
chi è in amor non mancherà.
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,si salterà;
l'ora è bella per danzare,
chi è in amor non mancherà.
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia si salterà.
Presto in danza a tondo a tondo,
donne mie, venite qua;
un garzon bello e giocondo
a ciascuna toccherà.
Finché in ciel brilla una stella
e la luna splenderà,
il più bel con la più bella
tutta notte danzerà.
Mamma mia, mamma mia,
già la luna è in mezzo al mare,
mamma mia, mamma mia,
mamma mia,si salterà,
frinche, frinche, frinche, frinche frinche,
mamma mia, mamma mia,
mamma mia, si salterà,
la la la ra la ra .....
Salta, salta, gira, gira,
ogni coppia in cerchio va;
già s'avanza,
si ritira e all'assalto tornerà:
Salta, salta, gira, gira,
ogni coppia in cerchio va;
già s'avanza,
si ritira e all'assalto tornerà.
Serra, serra colla bionda,
colla bruna va qua e là,
colla rossa va a seconda,
colla smorta fermo sta.
Viva il ballo a tondo a tondo,
sono un re, sono un pascià;
è il più bel piacer del mondo,
la più cara voluttà.
Mamma mia, mamma mia,
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,mamma mia,
mamma mia, si salterà;
frinche, frinche, frinche,
frinche, frinche, frinche,
mamma mia si salterà,
frinche, frinche, frinche,
frinche, frinche, frinche,
mamma mia si salterà,
la la la ra la ra .....

giovedì 26 novembre 2009

Ave Maria "Guarani". Ennio Morricone



Ennio Morricone (Roma, 1928) è il geniale compositore che tutti conosciamo.

L’Oscar che gli è stato attribuito nel 2007 è il riconoscimento internazionale ad una straordinaria carriera, che ha segnato la nostra epoca con musiche già entrate nella leggenda.

Le sue 401 colonne sonore, a partire dal 1961 con “Il Federale” e poi “Per un Pugno di dollari” (1964) fino al recente “Baarìa”, hanno costituito la soundtrack della nostra vita.

La genialità non si apprende; ma la tecnica compositiva e della strumentazione, sì. E forse tanti non sanno che Morricone si è diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma in composizione, nientemeno che con Goffredo Petrassi, studiando anche musica corale e direzione di coro.

Per questo non ci si può meravigliare che un artista come lui abbia saputo cogliere il valore della polifonia classica e ne abbia dato saggio nella colonna sonora di “The Mission” (1986), con una stupenda “Ave Maria” a quattro voci (soprani, contralti, tenori, bassi). Nel film è cantata dagli indios Guarani; per questo è detta Ave Maria “Guarani”.

Accademico Effettivo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle massime istituzioni musicali nel mondo, fondata nel 1584 da Palestrina e dai grandi polifonisti della Scuola Romana dell’epoca, il Maestro Ennio Morricone ha reso onore a questa grande tradizione, e l’ha in certo senso continuata.

Credo che Palestrina e Victoria siano soddisfatti di un così illustre allievo e maestro.



Ave Maria “Guarani”

Ave Maria quae nos Deo coniungis
inter hominum electa universi pulchritudinem
memorares ne obliviscaris
naturam tuam at Deo restituas nos dilectos.

Cum nobis panem fregit. (ter)

Sancta Maria nobis doceas
ut omnibus assentiamus cum humilitate. Ah!


Ave Maria, che ci congiungi a Dio,
scelta tra la bellezza del genere umano
ricorda di non abbandonare
la tua natura, ma riportaci graditi a Dio.

Con noi spezzò il pane. (3 v.)

Santa Maria insegnaci
ad accettare tutto con umiltà. Ah!

mercoledì 25 novembre 2009

Ode alla nebbia



O nebbia fastidiosa,
che penetri negli ossi
e fai la via dubbiosa
e fai finir nei fossi,

madre d’ogni incidente
e d’ogni guida vana,
che mandi fuor di mente
chi scende in Val Padana,

tu che rendi irreale
il mondo e le persone,
tu nemica mortale
del povero pedone,

sei scesa all’improvviso
col manto cinerino
per rendere più griso
il cielo novembrino,

o nebbia inaspettata,
ricevi il mio saluto!
appena ti ho annusata,
ho fatto uno starnuto.

Ave Maria. Dalla polifonia cinquecentesca a quella moderna




Le costruzioni polifoniche cinquecentesche sono architetture musicali paragonabili alle cattedrali e alle basiliche.
La “Missa Papae Marcelli” di Palestrina, a 6 voci, del 1563, può essere raffigurata alla coeva Cupola di S. Pietro, per la bellezza e la grandiosità delle strutture.

La voce umana raggiunge qui il culmine delle sue possibilità, oltre il quale sembra impossibile procedere.

In effetti si sentiva ormai il bisogno di ampliare l’orizzonte musicale, con l’introduzione della voce degli strumenti.

L’organo a canne aveva già fatto da tempo la sua comparsa, e veniva usato per rafforzare la voce umana con il raddoppio delle note. Ora si cominciano a comporre direttamente per organo musiche su temi gregoriani e profani, come una partitura polifonica.

Nascono così la Toccata, il Ricercare, la Canzona, la Fantasia, la Fuga, e altri generi musicali, in cui eccelsero subito i compositori italiani, come Cavazzoni, Tarquinio Merola, Andrea e Giovanni Gabrieli, e soprattutto Girolamo Frescobaldi (1583-1643).

Venne composta anche musica per il “cembalo”, cioè il clavicembalo; così come per il liuto, uno strumento a corde, simile ad una grande chitarra, che in quel periodo ebbe una straordinaria importanza. Musica da danza, ma anche musica sacra.

Dalla medievale “viella”, uno strumento ad arco simile alla viola, si svilupparono, sempre nel XVI secolo per opera geniale di liutai soprattutto italiani, la famiglia degli archi: violino, viola, violoncello e contrabbasso.
I “concerti grossi” di Alessando Stradella (1676) e soprattutto quelli di Arcangelo Corelli (1714) fecero scuola ovunque.

Con l’aggiunta degli strumenti a fiato (tromba, flauto, clarino, oboe, fagotto, corno, …) , e delle percussioni, l’orchestra è al completo.
La “Sinfonia dei Mille” di Gustav Mahler (1906) è il lavoro più colossale mai realizzato; si raggiunge non dico il massimo della bellezza, ma certamente il massimo dell’organico: mille gli esecutori, tra strumentisti e cantanti.

La voce umana non hai mai cessato però di esercitare il suo fascino. È lo strumento più perfetto e più bello, perché dotato di un’anima spirituale, e non solo di qualche corda vocale.

E così insieme agli strumenti ha continuato a far bella mostra di sé nell’epoca del melodramma, e oggi della canzone.

Ma ha continuato anche ad affascinare la polifonia a cappella, cioè le voci da sole, come al tempo di Palestrina e di Victoria.

Grandi musicisti del XX secolo hanno dedicato importanti lavori alla polifonia: Stravinskij, Poulenc, Bartòk, Kodàly, Britten, Arvo Part, per citarne alcuni.

Tra questi, chi ha certamente compreso lo spirito del gregoriano, da cui siamo partiti in questo nostro excursus, e da cui tutta la nostra musica in effetti parte, è stato l’ungherese Zoltàn Kodàly (1882-1967). Egli ha saputo valorizzare la musica popolare e antica, tra cui il gregoriano; e unendo sapientemente la tonalità con la modalità, il moderno con l’antico, ha costruito opere notevoli e in particolare stupende polifonie.

Come esempio portiamo la sua “Ave Maria”, a tre voci pari (soprano I, soprano II, contralto), composta nel 1935.

In essa si può notare che la voce bassa del contralto canta tutta l'Ave Maria, prendendo chiari spunti dalla nota melodia gregoriana e movendosi in modalità gregoriana.
Il canto del contralto è via via inframezzato dagli interventi delle due sezioni superiori, che ripetono il gioioso annuncio dell’angelo: Ave Maria!

Nella seconda parte della preghiera il canto si fa più compatto, e ci ricorda un po’ la polifonia di Victoria (nell’invocazione “Santa Maria!”); anche la voce del contralto poi si unisce al resto del coro, per concludere come ha iniziato, da solo, con il saluto dell'angelo: Ave Maria.

Bellissima e geniale composizione, dove il moderno s’incontra con l’antico e ci offre armonie incantevoli e originali.

martedì 24 novembre 2009

Ave Maria. Dal gregoriano alla polifonia



Il canto gregoriano è monodico, cioè ad una sola voce. La grande vitalità del Medioevo, che si esprime in tutti gli aspetti dell’agire umano, compresi quelli artistici, porta una rivoluzione anche nel modo di cantare e di far musica.

L’unisono non era più sufficiente a soddisfare il bisogno di esprimersi nel canto. E qualche geniale innovatore cominciò ad aggiungere all’unica voce del canto gregoriano un’altra voce parallela di accompagnamento, “punctum contra punctum” (contrappunto), cioè nota contro nota, ad un intervallo sentito come consonante; in genere si trattava di una quarta inferiore; la melodia gregoriana emergeva sempre con chiarezza.

Era nata la polifonia.

Siamo nel secolo XI. Questa prima forma polifonica a due voci parallele, distanziate da un intervallo piacevole all’udito, venne detta “organum”. Infatti la voce principale cantava la melodia gregoriana, mentre la seconda voce (vox organalis) accompagnava come uno strumento musicale, un organo, appunto.

Nel secolo XII lo sviluppo della polifonia proseguì in modo notevole, soprattutto per merito dei maestri francesi Leonino e Perotino, esponenti della cosiddetta Ars Antiqua.
Grande importanza ha Perotino perché portò a tre, e talora a quattro, le voci dell’organum.
In questo nuovo tipo di composizione, chiamata ora “mottetto”, la melodia gregoriana diventa una semplice parte di un’opera complessa, dove le voci si muovono liberamente, non più vincolate dal precedente rigido schematismo.

La polifonia dà piena dimostrazione delle sua potenzialità espressive nell’ opera di Guillaume de Machaut, che nel 1364 compose la “Messe de Notre Dame”, a quattro voci, la prima Messa polifonica scritta da un solo autore.
Guillaume de Machaut è il massimo rappresentante dell’Ars Nova. Ormai la polifonia ha raggiunto la piena maturità, e si caratterizza anche per le composizioni profane. Inoltre si porta a compimento la forma di notazione mensurale, quella che noi usiamo comunemente.
Il gregoriano conosceva solo un unico valore di tempo, il punctum. La musica polifonica ha bisogno di note lunghe e brevi, con divisioni mensurali precise, per poter costruire il vario movimento della parti: una parte che sta ferma su una nota avrà segnata una nota lunga, mentre un’altra sezione che si muove sopra o sotto quella nota avrà valori in proporzione più brevi.

Per noi sono cose scontate, ma non lo erano finché non è stato inventato il rigo musicale e la polifonia, nel Medioevo.

Con il Rinascimento (sec. XVI) la polifonia è nel suo pieno fulgore e raggiunge i vertici della perfezione e della bellezza in Giovanni Pierluigi da Palestrina, il “principe della musica”, e Tommaso Ludovico da Victoria. Nella polifonia profana emerge sopra tutti, con i “madrigali”, Luca Marenzio, definito dai suoi contemporanei “il cigno d’Italia”.

Per mostrare come dal gregoriano si passi alla polifonia, presento il medesimo canto di ieri, l’Ave Maria, trattato polifonicamente da Tommaso Ludovico da Victoria (1540-1603 ca).

La bellezza del gregoriano si moltiplica per quattro, nelle quattro voci del mottetto di Victoria.

lunedì 23 novembre 2009

Ave Maria. Il canto gregoriano




Mi pare doveroso continuare a festeggiare la patrona della musica, Santa Cecilia, con un canto della tradizione gregoriana.

Il canto gregoriano è il canto liturgico per eccellenza. È monodico, cioè ad una sola voce, senza accompagnamento di strumenti, in lingua latina.

Abbraccia il corso di oltre un millennio, poiché i più antichi canti risalgono al IV-V secolo, al tempo cioè del basso impero. Ad esempio, il Te Deum e molti inni sono dell’epoca di S. Ambrogio, e alcuni a lui attribuiti; lo stupendo introito “Circumdederunt me gemitus mortis” della Domenica di Settuagesima risale certamente al tempo delle invasioni barbariche, come suggerisce il testo.

Una prima raccolta di questi canti si ebbe con Papa S. Gregorio Magno (morto nel 604); da qui il nome di Canto “Gregoriano”. Il repertorio andò ampliandosi grandemente con l’andare del tempo, e un’altra codificazione si ebbe nel XVI secolo, attribuita a Palestrina e alla sua scuola, pubblicata poi nel 1618 e denominata “Editio Medicea”.

In realtà questa edizione fu molto criticata, perché non avrebbe rispettato gli antichi codici, ma avrebbe semplificato e mutilato i bei melismi dei canti originari.

Per questo motivo nel XIX secolo, per opera geniale di Dom Guéranger, monaco benedettino di Solesmes, fu iniziata una revisione critica dell’edizione medicea, e si giunse con l’utilizzo sistematico degli antichi codici a pubblicare il “Graduale Romanum” (e il “Liber Usualis” che ne è un compendio), dopo un celebre Congresso tenuto nel 1882 ad Arezzo, patria di Guido Monaco, e dopo l’approvazione del Papa S. Pio X, nel 1908.

In epoca recente, nel 1979, anche il Graduale Romanum e il Liber Usualis sono stati rivisti in base ad altri codici, ed è stata pubblicata una nuova edizione, denominata “Graduale Triplex”.

Il canto gregoriano è un canto casto, ma vibrante; non ha eccessi lirici, ma è pieno di pathos interiore; racchiude la sublime bellezza nella semplicità di una linea melodica, che non è mai gridata, ma si esprime nella “sobria ebbrezza” della preghiera.

Ha un valore enorme, sia dal punto di vista artistico che storico. Costituisce la base di tutta la musica occidentale, e ha dato origine prima alla polifonia, poi alla musica trascritta per i vari strumenti.

Come invito al gregoriano ho pensato di far ascoltare il canto dell’Ave Maria.

Il canto gregoriano si muove normalmente per gradi congiunti, cioè senza salti di voce, con andamento graduale, sia nel salire che nello scendere della melodia; è come la natura, che non fa salti.
Se ciò avviene, è per esprimere un’esultanza particolarmente intensa.

All’inizio del canto dell’Ave Maria si noterà proprio un salto di quinta, sulla vocale i di Maria. Si vuole esprimere tutta l’ammirazione e lo stupore per questa straordinaria creatura.

Un identico intervallo di quinta si ha nell’Introito della III Messa di Natale, “Puer Natus est”.
Lì è immediato, sulla vocale u di Puer: un’esultanza incontenibile, quel Bambino è Gesù.

domenica 22 novembre 2009

Santa Cecilia. "Cantantibus organis"











Nella vita di S. Cecilia, raccontata in un’antica “passio”, si dice che durante la festa del suo matrimonio, contro la volontà della santa che aveva scelto di "sposare Cristo", “mentre gli organi cantavano, Cecilia invece cantava al Signore dicendo: Il mio cuore rimanga puro, affinché io non sia confusa”.

“Cantantibus organis, Caecilia Domino decantabat dicens: Fiat cor meum immaculatum, ut non confundar”.

Questa frase divenne un’antifona liturgica gregoriana, e quell’ablativo assoluto “Cantantibus organis” rimase indissolubilmente legato alla sua figura, tanto che nel 1500 si cominciò a pensare che la Santa fosse stata una musicista vera e propria, e cominciò ad essere rappresentata con un organo “portativo” in mano.

Ricordo che l’organo più grande era detto “positivo”, cioè “positum”, posto a terra.
Ancor oggi un organo a canne con una sola tastiera è detto positivo.

In onore di questa Santa i grandi musicisti della scuola romana nel 1584 si riunirono per dar vita alla “Congregazione di Santa Cecilia”. Ne facevano parte, tra gli altri, Palestrina, Marenzio, Nanino, Anerio, Soriano, Crivelli, Zoilo.
L’associazione venne approvata l’anno successivo da Sisto V; e proprio da essa è sorta nel sec. XIX in Roma la celebre “Accademia di Santa Cecilia”, una delle massime istituzioni musicali nel mondo.

Grandi artisti hanno rappresentato la patrona della musica, a partire da Raffaello, nel celebre quadro che ho riportato nell’immagine in alto, della Pinacoteca Nazionale di Bologna, dipinto tra il 1514 e il 1516.

La Santa è raffigurata con gli occhi rivolti verso il cielo e nell’atto di lasciar cadere dalle mani un organo portativo, mentre altri strumenti sono sparsi ai suoi piedi.

La soave musica terrena cede il passo alla sublime bellezza di quella celeste.

Debussy, s'il vous plaît!




Claude Debussy (1862-1918) ha la capacità di creare con la sua musica vere e proprie impressioni visive.

È difficile sottrarsi alla suggestione di quei suoni raffinati ed evocativi.

Tra i suoi 24 Préludes scelgo dal primo volume il preludio n. 8, La fille aux cheveux de lin”, la ragazza dai capelli di lino, forse il più famoso.

Un brano con andamento Très calme et doucement expressif, reso in maniera perfetta dal tocco magico di Arturo Benedetti-Michelangeli.


Buon ascolto!