giovedì 16 febbraio 2017

Racconto surreale: lo studente e il commissario (di fantasia)






Gli esami di maturità sono sempre stati (in passato) per gli alunni un vero spauracchio, da esorcizzare con un intenso anno di studio.
Per i commissari, tranne che per quello interno, la cosa era ben diversa: si trattava di un mese (circa) un po’ faticoso, ma compensato da un discreto rimborso economico e da una “allegra brigata", se si riusciva a trovare il giusto feeling.
Quell’anno mi trovai a far da commissario di filosofia e storia (c’era chi portava storia come terza materia) in un liceo classico di Firenze, uno dei più prestigiosi. Non era la prima volta che venivo nominato commissario a Firenze. Da Arezzo mi veniva bene. Beneficiavo della trasferta e la sera (volendo) potevo tornare a casa.
Con gli altri commissari mi trovai subito a mio agio. La commissaria interna ogni mattina ci faceva arrivare la colazione in ben forniti vassoi: “La guardi che vengono da Paszkowski!” Non mi facevo pregare per abbuffarmi, con quelle belle paste e con quei panini al prosciutto…  
Tutto sembrava andare nel migliore dei modi. I primi problemi sorsero ovviamente alla correzione dei temi d’italiano. La commissaria (che non era toscana e non proveniva da un liceo) si scontrò varie volte con la commissaria interna, fiorentina: “La guardi che qui siamo a Ffirenze, e l’italiano l'abbiamo inventato noi!” In effetti anch’io ebbi l’impressione che l'amica d’italiano avesse una preparazione alquanto modesta.
Agli orali l’impressione divenne certezza.
È cosa normale che nell’interrogazione il candidato si presenti con l’antologia, sulla quale il commissario indica poi un testo da far leggere e commentare.
È altresì cosa nota che gli esami di maturità sono pubblici e quindi può assistere chiunque. Spesso il candidato non vuole “testimoni”; ma in quel liceo la platea in fondo all’aula d’interrogazione era sempre piena: genitori, compagni, amici…
La modesta preparazione della commissaria si manifestò chiaramente dal fatto che a coloro che portavano la sua materia faceva quasi sempre le stesse domande: Le riviste fiorentine del primo ‘900, “Il gelsomino notturno” del Pascoli, “Il Cinque Maggio” del Manzoni, e poco più.
Il momento topico si ebbe quando ad un candidato la commissaria domandò di commentare il Coro del Terzo Atto dell’Adelchi. Il giovane, invece di aprire l’antologia e di leggere il brano, cominciò a recitare a mente:
“S’ode a destra uno squillo di tromba;/a sinistra risponde uno squillo:/d'ambo i lati calpesto rimbomba/da cavalli e da fanti il terren…”.
La commissaria non dava segni di vita, e rimaneva a guardare lo studente, meravigliata di quel suo andare spedito a memoria, mentre vedevo che la platea in fondo alla stanza dava segni di agitazione: chi guardava in faccia l'altro meravigliato, chi dava gomitate nei fianchi, chi sorrideva con le mani davanti alla bocca…
Per l’appunto ero proprio collocato accanto all’amica commissaria, e mentre il giovane Pico della Mirandola continuava  a sciorinare i versi manzoniani, io mi rivolsi a lui e gli dissi: “Guarda, che ti ha chiesto il Coro dell’Adelchi, non quello del Conte di Carmagnola”.
La platea si ricompose all’istante, il candidato chiese scusa, la commissaria sorrise, e subito il giovane iniziò la recita giusta: “Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti…”.
Dicono oggi che imparare a memoria sia uno spreco di tempo e una pratica pressoché inutile. 
Platone diceva invece che “conoscere significa ricordare”. Lo diceva in maniera radicale, ma noi possiamo prenderlo anche come un monito didattico.
In quella torrida estate fiorentina, in un’aula di liceo, un po’ di memoria ci salvò dal ridicolo. E si poté continuare a mangiare con gusto le colazioni di Paszkowski.
L’amica commissaria mi invitò a passare la serata con lei; ma io le dissi che avevo un impegno ad Arezzo, e declinai l’invito.
Declinai. Forse avremmo parlato di declinazioni…
  



martedì 14 febbraio 2017

Buon S. Valentino! (Col canto di Nadir)





Un po’ di musica nella festa degli innamorati ci vuole. Se no, che festa è, eh?

Ho pensato così a una delle più belle romanze del patrimonio lirico: lo struggente canto di Nadir, “Je crois entendre encore”, tratto dall’opera “I pescatori di perle” (1863), di Georges Bizet.

Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.

È conosciuta anche nella libera traduzione italiana: “Mi par d’udire ancora”.

Propongo la romanza di Nadir nella stupenda performance di Placido Domingo, il quale esegue il canto in una tonalità più alta dell’originale, giungendo nell’acuto fino al re bemolle sopra il rigo.

Un vero regalo per tutte le ascoltatrici (e gli ascoltatori). Non è da tutti superare il do.

Buon S. Valentino!





Je crois entendre encore



Je crois entendre encore, caché sous les palmiers,
sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers.
Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement !
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !

Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !



Mi sembra di sentire ancora, nascosta sotto le palme,
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe selvatiche.
Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
socchiudere i suoi lunghi veli ai tiepidi venti della sera.
Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!
Incantevole ricordo! incantevole ricordo!


lunedì 13 febbraio 2017

Un invito a Oknotizie (in rima)












Naviganti della rete,
ben trovati dove siete!
Io vi mando questa posta
perché qui facciate sosta.

Questo luogo è un po’ nascosto,
ma son certo ch’è un bel posto;
qua gli utenti non son molti,
ma son belli, buoni e colti.

Siete in cerca di amicizie?
Le trovate a OKnotizie.
Vi descrivo un poco il sito,
giudicate se è gradito.

Anzitutto chi amministra:
son di destra e di sinistra;
puoi postare a dritta e a manca,
vai tranquillo, hai carta bianca.

C’è qualcuno miscredente
che non crede proprio a niente;
qualcun altro è un po’ più pio
e ti parla del buon Dio.

Ecco, lì c’è Alicarnasso,
vuol sembrare un satanasso;
ma se smette coi sofismi,
va a finir nei catechismi.

Con un tono più gentile,
e con misurato stile,
Terry posta i suoi commenti
pien di fede e sentimenti.

Ma poi giunge anche Entropia,
che di Dio perse la via.
Il suo nome è femminile,
ma si tratta di un maschile.

La Boldrini non lo sa:
questo nick finisce in a.
Se ci son oknotiziari
che la informan, ca@@i amari!

A cavallo, frusta in mano,
giunge Mstatus friulano.
Lo conosco da un bel pezzo,
è il sovrano di Tolmezzo.

Quando un dì mi scrisse: “Mandi!”
io pensavo a dei rimandi;
non sapevo, me toscan,
ch’è il saluto dei furlan!

Ora è gran moderatore,
e sta sveglio a tutte l’ore;
se ogni tanto c’è del chiasso,
sta frenando Alicarnasso.

Con la luce un po’ soffusa,
un po’ soft, un po’ diffusa,
Loveadvisor (più 18)
posta un post un po’ galeotto.

Smilefriend è il più karmato,
il più esperto e il più dotato;
lui del mondo della rete
sa le vie le più segrete.

Vedo Danger che ha postato,
con saggezza ha commentato.
Così già l'ho conosciuta,
e la stima si è accresciuta.

Scienza e tecnica ti cale?
Qui abbiam SpazioVitale!
E se hai altre pretese,
c’è NetMassimo in inglese.

Ami invece dissertare?
Moreh_Zedeq vai a cercare.
Se discuter non ti scoccia,
vai in un post scritto da Boccia.

Ed infine va applaudito
chi ha creato questo sito.
È Antirez, lo sappiamo
e le mani gli battiamo.

Altri utenti ho tralasciato,
e ne sono addolorato.
Ma il sito ha appena un mese,
le misure non le ho prese.

Ho composto la canzone
per tirare l’attenzione
e invogliare qualche utente
a venir tra questa gente.

Più noi stiamo in compagnia,
più si trova l’allegria.
Siamo già nel Carnevale,
non prendetevela a male;

PlatoAmicus dice: Vale!







venerdì 10 febbraio 2017

Nel Giorno del Ricordo: Tartini-Ughi





Fino a qualche anno fa nei dizionari della lingua italiana la voce “foiba” aveva più o meno questa asettica dicitura: “Tipo di dolina costituita da un avvallamento imbutiforme sul fondo del quale si trova comunemente un inghiottitoio”. “Dolina: depressione di forma arrotondata frequente nei terreni calcarei e dovuta al fenomeno carsico” (Zingarelli, 1996).
Solo dal 2006 lo Zingarelli, alla voce ‘foiba’ associa anche gli “eccidi e rappresaglie ad opera dei partigiani comunisti jugoslavi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale e subito dopo”.

Oggi qualsiasi dizionario, anche il più ottuso e scalcinato, non può fare a meno di ricordare, insieme al “fenomeno carsico”, gli eccidi di italiani (friulani, giuliani, istriani, dalmati) ad opera dei partigiani comunisti (non solo jugoslavi, però), perpetrati come pulizia etnica e politica.

Insomma, dopo che furono ammazzate e seppellite nelle foibe migliaia di persone, si è cercato di seppellire anche la loro memoria.

Un po’ troppo, anche per la “kultura” storica italiana, egemonizzata per decenni dall’ideologia marxista.

Per ricordare i martiri delle foibe e le centinaia di migliaia di italiani che alla fine della II guerra mondiale dovettero lasciare gli ex territori italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, profughi in patria, propongo una delle più famose sonate per violino che siano state mai scritte: “Il Trillo del Diavolo”, del 1713, di Giuseppe Tartini.
Propongo questo celeberrimo brano non solo per la sua bellezza, ma anche perché Tartini (1692 – 1770) era nativo di Pirano, in Istria, (ora in Slovenia), uno dei luoghi al centro delle tragiche vicende di cui oggi facciamo memoria.

Il titolo della sonata, per violino e basso continuo, in Sol minore, deriva dal fatto che il grande compositore veneto sognò di fare una sfida con il diavolo stesso, e questi eseguì una musica così sublime, di cui “Il Trillo del Diavolo” sarebbe una labile trascrizione. In realtà l’opera è un caposaldo della musica per violino, e nelle parti virtuosistiche anticipa la genialità di Paganini.

Possiamo dire che il titolo del brano in questa giornata ha un significato del tutto particolare: il diavolo sembrò in effetti trionfare nelle foibe; e tra i martiri di quell’orrenda carneficina voglio ricordare Don Francesco Bonifacio, sacerdote, nato come Tartini a Pirano, torturato e poi eliminato nel settembre del 1946.
Solo una vittoria apparente di satana, però, poiché Don Francesco Bonifacio è stato beatificato nel dicembre 2008, alla testa di una schiera di martiri per i quali il “Larghetto Affettuoso” del I Movimento della sonata di Tartini sembra un premonitore e commosso saluto.

Invito comunque ad ascoltare tutta la sonata, anche perché eseguita da uno dei più grandi violinisti viventi: Uto Ughi, nato a Busto Arsizio (1944), anch’egli di origini istriane; i suoi genitori, come Tartini, erano di Pirano, scampati in tempo agli eccidi dei “fenomeni carsici”.




giovedì 9 febbraio 2017

Quando la grammatica ti salva la vita

 Racconto surreale (di fantasia)






La grammatica mi è sempre piaciuta. Forse per il tipo di scuola che ho fatto, quella classica, o forse per i bravi insegnanti che me l’hanno fatta apprezzare.
Non avrei creduto però che un giorno mi sarebbe servita per “salvare” una classe di studenti agli esami di maturità.
Era una classe V di un istituto professionale. Io ero commissario interno, il “difensore d’ufficio”, in una commissione allora tutta esterna di sei docenti.
Al professionale l’italiano è una materia sacrificata, poiché il grosso del programma è costituito da materie d’indirizzo. 
Il terrore degli studenti, anzi, studentesse nella quasi totalità, era perciò quello di avere un commissario d’italiano, o il presidente di commissione, che provenisse da un liceo.
Quell’anno dal Ministero venne nominato come presidente di commissione un’insegnante proveniente da un liceo classico, docente di materie letterarie.
Nella classe si diffuse il panico...
Io pensavo con preoccupazione ai temi scritti, dove la grammatica spesso latitava; e si sa quanta importanza abbia quella prova.
Gli esami iniziarono. La presidente si dimostrò fin da subito una persona severa e arrogante. Quando, finiti gli scritti e la prova tecnica, si passò alla correzione collegiale dei temi, dissi mentalmente, come Don Abbondio davanti ai bravi: “ci siamo”.
Il primo tema da correggere era di una delle migliori alunne. Non c’era rigo su cui la presidente non mettesse il becco e di conseguenza non facesse segnare con la matita. Cercavo di fare una strenua difesa, ma i segni al bordo del foglio o sotto le parole si moltiplicavano, mentre dentro di me pensavo alle alunne più “scarse”: questa me le boccia tutte.
Ad un certo punto (ovviamente un caso fortuito, ma per me qualcosa di più) ci imbattemmo in una frase che conteneva il pronome “sé stesso”, scritto proprio così, con l’accento sul sé.
La presidente (uso il termine boldriniano, per motivi inconsci) ebbe subito a dire: “Eh! Quando il sé è seguito da stesso o medesimo, sarebbe meglio non accentarlo”.
Ringraziai dentro di me il Signore, e pensai: questa volta ti ho fregato, cara mia! “No, dissi senza scompormi troppo, lasci stare; il pronome va bene così”. “Eh no! - disse lei alzando la voce - Quando il sé è seguito da stesso, è meglio togliere l’accento. Quindi lo segno”. Allora anch’io alzai un po’ la voce e dissi con fermezza: “È vero esattamente il contrario. Il pronome sé  andrebbe sempre accentato. Quando è seguito da stesso o medesimo, l’accento si può omettere”. 
“Come?! Ma non è così! Quando è seguito da stesso o medesimo, l’accento è bene toglierlo!”
Avevo ormai raggiunto il mio scopo: farle abbassare la cresta. Dissi: “Mettiamola così: se ha ragione lei, io mi gioco la mia onorabilità d’insegnante di lungo corso; se ho ragione io, lei ci paga stamani la colazione. Guardi, lì ci sono i dizionari: Zingarelli, Devoto-Oli, Palazzi… Scelga lei”.
Subito un commissario si alzò, prese lo Zingarelli, trovò il lemma e lesse a voce alta: “Sé, pronome personale di terza persona… Se seguito da stesso, anche senza accento”.
La presidente diventò bianca come il muro che aveva alle spalle, io feci finta di nulla e dissi: “Stamani ci paga la colazione”.
La correzione del tema continuò più o meno così: se una parola o una frase o una virgola le sembrava da correggere, prima diceva: “Senta, Amicusplato, io qui segnerei”. E io: “No, via, può andare bene anche così”...
Per farla breve, tutta la classe venne promossa.

Lo so che è ormai abitudine non mettere più l’accento dopo il sé, quando è seguito da stesso/a o medesimo/a. E anche l'Accademia della Crusca la considera opzione valida, insieme alla forma accentata. Ma ad es. l'Enciclopedia dell'Italiano Treccani usa sempre la forma accentata. La prof del liceo avrebbe anche oggi comunque torto; non poteva segnare né errore né imperfezione.

A meno che la Boldrini non emani una legge anche sugli accenti.



martedì 7 febbraio 2017

Levàmmoce ‘sta maschera (anche se è carnevale)





Ci sono delle canzoni o dei brani musicali che ogni tanto devo riascoltare, quasi per una carenza di zuccheri a livello melodico-affettivo...

In ordine di priorità il Canto di Solveig, di Edvard Grieg, che non per niente ho messo come clip audio nel mio profilo di blogger. Ogni tanto devo riascoltarlo; se no, entro in crisi glicemica.

Poi (ma è un poi per modo di dire, siamo sempre a livelli clinici), Mattinata ("O Lola") della Cavalleria Rusticana, specialmente nella registrazione di Caruso del 1905. 

Quando però mi assale la nostalgia, allora bisogna che faccia ricorso alla canzone napoletana; e qui la scelta diventa infinita: si tratta solo di mettere mano al barattolo della nutella.

Ora è proprio il caso della nostalgia; il carnevale mi fa quest’effetto. Ripenso ai carnevali di un tempo nel mio paese: coriandoli, stelle filanti, e qualche bella e indimenticata mascherina…

Ripropongo “Dicintencello vuje”, Diteglielo voi, che le voglio bene. Una canzone del 1930, di R. Falvo e E. Fusco,  qui cantata da Sal Da Vinci (2005).

Sembra una dichiarazione d'amore per interposta persona: 'A voglio bene (Le voglio bene), ma alla fine, tolta la "maschera", si scopre essere una dichiarazione in diretta: Te voglio bene...  

Pochi minuti per rialzare il livello degli zuccheri, e dei sentimenti.


È del tutto inutile notare che Lucio Dalla si servì del ritornello di questa stupenda canzone per la sua non meno stupenda “Caruso” (1986).




Dicitencello vuje

Dicitencello a 'sta cumpagna vosta
ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...
ch' 'a penzo sempe,
ch'è tutt''a vita mia...
I' nce 'o vvulesse dicere,
ma nun ce 'o ssaccio dí...

Rit.'A voglio bene...
'A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm''a scordo maje.
E' na passione,
cchiù forte 'e na catena,
ca mme turmenta ll'anema...
e nun mme fa campá!...

Na lácrema lucente v'è caduta...
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st'uocchie doce,
vuje sola mme guardate...
Levámmoce 'sta maschera,
dicimmo 'a veritá...

Te voglio bene...
Te voglio bene assaje...
Si' tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale...
Te cerco comm'a ll'aria:
Te voglio pe' campá!...

(R. Falvo)



lunedì 6 febbraio 2017

Nun se sa più scrive (pasquinata)








Anvedi te, stan tutti a lamentasse
che nun se sa più scrive in itajano.
Ma, li mortacci, s’entri in una classe
er problema lo vedi, sano sano.

Uno  manda messaggi a la morosa,
c’è chi ascolta ‘na museca der caz*o,
quel’antra mezza gnuda se sta ‘n posa
per un selfie e spedillo ar su’ regazzo.

Er professore parla e li scolari
nun lo stanno a seguì ne la lezione;
accusì rimarrano de’ somari:
politici faran de  professione  

e ministri de pubblica istruzione.









giovedì 2 febbraio 2017

La Candelora (con Händel)





Uno dei punti di riferimento della storia della musica è l’oratorio “Il Messia” di G. F. Händel, composto nel 1741.
Un’opera mirabile, una musica “divina”, che lascia ogni volta stupefatti per la freschezza e la magnificenza del suo impianto e delle singole parti.
Dalle antiche profezie, fino alla venuta del Messia, alla sua passione, morte e risurrezione, è un susseguirsi di brani orchestrati, cantati in coro o da solisti, con lo splendore di una musica che supera il tempo e lo spazio.

Per questo, nel giorno della Presentazione di Gesù al Tempio e della Purificazione di Maria Santissima, festa conosciuta popolarmente col nome di Candelora, mi pare opportuno postare dal “Messia” un piccolo brano corale (soprani-contralti-tenori-bassi) con orchestra.
Piccolo per modo di dire. È un travolgente fiume di note, che parte dall’assolo del soprano come da una sorgente, per poi arricchirsi dagli infiniti apporti delle altre sezioni, fino a placarsi nel grandioso finale.
Musica che supera ogni spazio. Ho preferito scegliere a questo riguardo l’esecuzione di un coro coreano di Seul, anziché quella di qualche coro occidentale, magari più perfetta, meno solfeggiata e con più sfumature.
Ma è evidente, nella performance coreana, l’impegno e la passione per la mirabile partitura.

“And He shall purify the sons of Levi,
that they may offer unto the Lord
an offering in righteouness”.

Ed Egli purificherà i figli di Levi,
perché essi potranno offrire al Signore
un’offerta secondo giustizia.

Parole prese dal profeta Malachia (3, 3).

Buona festa!



martedì 31 gennaio 2017

To die, maybe to dream




Nel giorno in cui il social network OKNOtizie chiude, occorre ringraziarlo per aver dato a centinaia (e forse migliaia) di utenti l’occasione di incontrarsi, scontrarsi, conoscersi, fare amicizia, divertirsi, ed anche, perché no, soffrire. Ma la vita, reale o virtuale, è anche questo.

Per ringraziarlo e per dargli l’addio nel migliore dei modi ho scelto di postare l’Adagio del “Concerto Grosso” dei New Trolls, del 1971. Il brano unisce i ritmi e le sonorità del rock con le forme e i suoni della musica barocca, la Fender Stratocaster col flauto e il violino; due mondi così diversi, ma che riescono a conciliarsi in una bellissima sintesi.
Merito del grande Luis Bacalov e del complesso di Nico Di Palo e Vincenzo De Scalzi.

Anche OKNOtizie ha saputo tenere insieme, nei suoi anni migliori, esperienze diversissime, e ha saputo creare una mitica community che è stata davvero un “Concerto Grosso”.
Poi, come nella vita, qualcosa è venuto a mancare, ed è iniziato il declino e ora la fine.

Nel bellissimo Adagio, insieme alla musica d’orchestra, c’è anche un breve brano cantato; sono citate anche le parole di Amleto: To die, to sleep, maybe to dream (morire, dormire, forse sognare).

To die, e forse to dream.
Il primo OKNOtizie sta per finire, ma si può sognare un nuovo inizio...
Il musicista è lo stesso, il grande Antirez, e la band è composta da alcuni dei precedenti orchestrali.

Assolutamente vietato invece “to sleep”.



Per completezza faccio presente che le parole cantate da Nico Di Palo e Vittorio De Scalzi sono di Shel Shapiro, e sono concluse dalla celebre frase shakespeariana.

Wishing you to be so near to me 
Finding only my loneliness 
Waiting for the sun to shine again 
Finding that it's gone to far away.  

To die, to sleep, maybe [perchance] to dream. 


sabato 28 gennaio 2017

Dopo il male assoluto, la luce della ragione: Tommaso d'Aquino
















Molti aspetti della realtà sono definiti da due poli: poli terrestri, poli magnetici, poli politici…

Per ricordare più efficacemente la figura di S. Tommaso d’Aquino, di cui oggi ricorre la memoria, lo voglio mettere a confronto con l’altro grande dottore della Chiesa, S. Agostino.
Sono due figure che costituiscono in certo senso i due poli entro i quali può oscillare il pensiero filosofico e teologico cristiano.
Lo farò mettendo a confronto alcune loro affermazioni fondamentali.

Agostino (354-430)  è un animo irrequieto; fino alla conversione, avvenuta a 33 anni, non si decide a lasciare i suoi legami passionali: “Dammi la castità, Signore, ma più tardi!”
Tommaso è un puro di cuore, che fin da ragazzo ha volontariamente rinunciato ai privilegi della nobile famiglia dei Conti d’Aquino, per entrare a far parte dell’ordine mendicante dei Domenicani. Per le sue virtù è noto con l’appellativo di “Doctor Angelicus”.

Agostino ha cercato la verità attraverso le varie scuole filosofiche del tempo: materialismo, manicheismo, aristotelismo, scetticismo, neoplatonismo; fino ad approdare alla fede cristiana: 
“Ci hai creati per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te!”
Tommaso (1225-1274) è il geniale discepolo di Aristotele, da cui eredita la fiducia nella ragione, la potenza speculativa, la limpidezza del pensiero. Ne completa i punti lasciati in sospeso con l’apporto della fede.  “La grazia di Dio non distrugge la ragione, ma la porta a compimento”.

Agostino, platonicamente, sottolinea l’importanza dell’analisi interiore, del “cuore”, per usare un termine pascaliano. E dall’analisi interiore, capace di verità ma cosciente dei suoi limiti, si apre alla trascendenza di Dio: “Non uscire fuori, rientra in te stesso, nell’intimo dell’uomo abita la verità. E se ti trovi mutevole, trascendi te stesso”. La finitezza dell’uomo porta alla scoperta della trascendenza divina.
Tommaso, aristotelicamente, parte dall’osservazione della realtà esteriore, della natura che ci circonda. È il divenire della natura, il suo procedere per cause ed effetti, che lo porta a postulare una Causa trascendente la realtà mutevole. Trascendente, perché se fosse immanente nella natura, avrebbe bisogno anch'essa di un’altra causa, fino all’infinito, senza mai poter dare inizio ed esistenza alla realtà. Non è l’infinità del numero delle cause il problema, ma il tipo di causa. Se non si ammette una Causa trascendente, la natura non può aver avuto inizio. “Tutto ciò che è mosso, è mosso da altri. Ma non si può procedere all’infinito senza una Causa iniziale, che chiamiamo Dio”.

Agostino, anche per esperienza personale, sottolinea la presenza del male nel mondo. Per questo ama evidenziare la fragilità dell’essere umano, che talvolta definisce “prope nihil” (quasi un niente). Proprio per questo la grazia di Cristo è così necessaria per la salvezza. Non a caso, Agostino è denominato “Doctor gratiae”(dottore della grazia).
Tommaso, con esperienza diversissima di vita, sottolinea invece l’altro aspetto della natura umana, e cioè la sua capacità di operare, di raggiungere validi obiettivi. L’essere umano mantiene sempre una sua dignità, nel pensare e nel volere. Perciò “sottrarre le perfezioni alle creature, è come sottrarre le perfezioni a Dio”, che è il Creatore.

Agostino, il polo inquieto dell’esistenza; Tommaso, il suo polo fiducioso.

Sono in fondo i due poli dove la nostra stessa vita spesso oscilla: un po’ agostiniani, un po’ tomisti.

Ieri era il giorno della Memoria, la morte della ragione.
Tra le vittime di Auschwitz c’è Edith Stein, ebrea, discepola di Husserl. Proprio l’incontro con il pensiero di S. Tommaso d’Aquino la portò alla conversione cristiana e poi alla vocazione carmelitana.
Edith Stein, cioè  S. Teresa Benedetta della Croce: la luce della fede e della ragione, dentro il buio del male assoluto.



Nella foto in alto, da sinistra: S. Agostino, S. Tommaso, Papa Innocenzo III, S. Bonaventura (part. della "Disputa del SS. Sacramento" 1509-1510), Raffaello,  Stanze Vaticane, Stanza della Signatura,


venerdì 27 gennaio 2017

Il "latinorum" dei politici




























Per descrivere la situazione politica italiana è ormai abitudine ricorrere al latinorum, come Don
Abbondio davanti al povero Renzo, per non far capire niente alla “vil plebe”, già confusa di suo:

Porcellum, Italicum, Legalicum, Mattarellum, Consultellum…

Ma si potrebbe anche aggiungere:

*Bastardellum (un incrocio tra i sopraddetti sistemi)
*Somarellum (da solo il Parlamento non riesce a trovare un sistema di voto)
*Culatellum (prendere per il culus le persone, rinviando le elezioni)
*Mirabellum! (le elezioni dopo settembre, quando i parlamentari potranno finalmente mantenere poltrone, stipendi e vitalizi).

La “vil plebe” potrebbe rispondere così:

*Votandum
*Non votandum 
*Disertandum
*Annullandum
*Perculandum
*Ribellandum.

Ma io penso che, nonostante il latino, tutto si risolverà all’italiana, cioè becchi e bastonati, cornuti e mazziati, con le perenni accise da pagare sulla benzina per la guerra di Etiopia (1935).




giovedì 26 gennaio 2017

Filastrocca dei mesi (da Amicusplato)



















Siamo ancora nel primo mese dell’anno.
Da ragazzi abbiamo imparato tutti qualche filastrocca dei mesi. Era un modo simpatico per ricordarne i nomi in ordine corretto. 
Ora che non sono più un ragazzo, e di primavere ne ho viste tante, voglio scriverne una anch’io, con un aggiornamento.
Non sarà bella come quella di Angiolo Silvio Novaro, ma nel comporla mi sono divertito.




Filastrocca dei Mesi


Gennaio al nuovo anno apre la via,
Febbraio è il più piccino che ci sia.
Marzo dà inizio al sol di primavera,
Aprile varia da mattina a sera.
Maggio infiorisce i monti e le vallate,
Giugno regala il tempo dell’estate.
Luglio arrostisce tutti al solleone,
Agosto manda in ferie le persone.
Settembre tien l’autunno nel cestino,
Ottobre coglie l’uva e ci fa il vino.
Novembre ci ricorda i nostri cari,
Dicembre fa morire i calendari.
Ma poiché è ormai cambiata ogni stagione,
non ti fidar di questa mia canzone.



Amicusplato


sabato 21 gennaio 2017

Dedicato a OKNOtizie. Con affetto






Non è stato un gran che questo gennaio,
e un avviso nel web mi ha molto scosso:
OKNOtizie dal 1° febbraio
chiude i battenti, vien perciò rimosso.

Non so se conoscete questo sito;
è stato, vi dirò, il mio primo amore;
un social che per me fu come un mito,
vi dedicai passione e molte ore.

Bello nella struttura e bella gente,
che son rimasti nel mio cuor presenti;
luogo vivace, in guerra permanente:
sinistra, destra, atei e in Dio credenti.

Le prime che incontrai fur due signore,
vivaci, affascinanti, certo belle;
era di notte e si parlò per ore:
Ross e Audrey, del social le due stelle.

Rude, anticlericale, comunista
ricordo Swa, col quale mi azzuffavo;
avea per logo un mitra bene in vista,
era solo apparenza, e lo stimavo.

Di origine furlana molto fiero,
di asburgico potere difensore,
Mstatus è stato un grande amico vero,
lo porterò per sempre nel mio cuore.

E non posso scordar Kurosbannato,
amante degli scherzi e a luci rosse;
con lui non sempre un feeling ho trovato,
ma del social lui spesso era il gran bosse.

La vera lotta era per la vetta
dell’Home Page, meta molto ambita.
Ma la scalata spesso era sospetta,
veniva usata ogni arma, anche proibita.

Cordate, fakes, trucchi e altri fattori
l’algoritmo.cercavan di aggirare;
e Trent e Antirez, gli Amministratori,
cercavano i furbetti da bannare.

Avevo qui un amico assai speciale,
Webboy che mi seguiva a tutte l’ore;
chilometri di scritti, per dir male
di quello che postavo; un vero amore!

Ma un vero amico, degno di rispetto,
trovai in Geromarsala siciliano;
il parlare con lui fu sempre schietto,
e nel mio cuor ha un posto in primo piano.

Che dirò di Saamaya, che nel vento
affidava i suoi post come Sibilla?
Libera nel pensier, così la sento,
e la sua voce dentro il cuor mi brilla.

E Violaine, del profumo di una viola:
ricordo le sue doti di dolcezza;
ma sapeva difendere da sola
la sua fede cristiana con fermezza.

Nella e Egeria facevano ugualmente:
due coraggiose in fossa di leoni;
ma avevano caratter differente,
ed erano infinite discussioni.

Dal fertile terreno carpigiano,
anzi, dal borgo detto  Migliarina,
il prode Max, ovver Massimiliano,
difende la sua fede cristallina.

Nonsolopane amo ricordare,
e la cara pisana amica Lisa,
e Fiammifero, pronta ad incendiare,
così come faceva anche Marisa.

Se volevi gustare una ricetta,
c’era Abagnomaria nella cucina,
E se volevi musica perfetta
c’era Prokofiev: musica divina.
  
Ricordo per le loro varie doti
Rickgav, i Comicomix, Nicosia,
Antikom, Virtualblog, Ganglio e altri noti;
per citarli non basta una poesia.

Un pensiero speciale va a Guerrilla,
il caro Vik, ucciso in Palestina.
La sua persona su nel cielo brilla,
“Restiamo umani” fu la sua dottrina.

E l’ultimo pensiero va a me stesso.
Mi iscrissi a OKNO in pieno sentimento.
Tolsi l’account un giorno quando un fesso
offese la mia madre in un commento.

Ho visto poi pian piano deperire
quel social così bello e affascinante.
Tanti utenti li  ho visto poi partire,
è iniziato il declino desolante.  

Ora però che OKNO viene spento
dedico al social l’ ultimo postato.
Queste rime sono un ringraziamento
e un saluto commosso. Amicusplato.








martedì 17 gennaio 2017

Sant'Antonio Abate, amico degli animali, nemico del demonio

Oggi è la festa di S. Antonio Abate, nemico del demonio e patrono degli animali. Soprattutto è uno dei padri fondatori del monachesimo (IV secolo); l'appellativo "abate" lo ricorda chiaramente.
In questo giorno, secondo la tradizione toscana, e non solo, inizia anche il carnevale.
Oggi il carnevale ha perso molto del suo fascino. In ogni modo io, che porto il nome di questo grande Santo, lo voglio iniziare in rime scherzose e in latino maccheronico.
Per Carnevale ogni scherzo vale!






Quando initiat Carnevalem
ego initio stare malem.
Haec temperies invernalis
causa est de multis malis.

Frigor, virus, influentia
me costringunt de prudentia.
Ergo maneo in meo lecto,
tempus bonum ibi expecto.

Mala tempora et ria
spero ardenter vadant via.
Et in tanto, in festo meo,
scribo in macheronèo.

Hodie invoco Sant’Antonium
ut repellat reum demonium,
tempus bonum voco et alia,
salus atque ad animalia,

et pro omnibus personis
spero veniant diebus bonis.
Isto canto terminato,
vos saluto. Amicusplato.




mercoledì 11 gennaio 2017

18 anni senza De André





Sono 18 anni che Fabrizio De André ci ha lasciati.

Non le sue canzoni, non la sua voce, non il suo ricordo, indelebile nella nostra memoria.

Quest'anno desidero onorarlo postando "Don Raffaè" (1990), una canzone in cui la satira mordace si sposa con la briosa leggerezza della tarantella.
Un ossimoro che troviamo spesso nella produzione di Faber. Il modo migliore per evitare la retorica, anche quando si tratta di "gomorra".

Quasi certamente il Don Raffaè, detenuto "di riguardo" del carcere di Poggioreale, si ispira alla figura del boss della camorra Raffaele Cutolo. Forse anche per questo la canzone è in napoletano.

A che bell'o cafè... È evidente qui il riferimento alla canzone di Modugno 'O cafè'.

Anche per questo motivo mi piace postare Don Raffaè.





Don Raffaè


Io mi chiamo Pasquale Cafiero 
e son brigadiere del carcere, oinè.
Io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal ’53.

E al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio,
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me.

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacché;
tutte l’ore cò ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’à piglia co' me.

Ma alla fine m’assetto papale,
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale,
mi consiglio con don Raffae’,
mi spiega che penso e bevimm’o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

Prima pagina venti notizie,
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa:
si costerna, s’indigna, s’impegna,
poi getta la spugna con gran dignità.


Mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde,
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli,
mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni,
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni.


Voi vi basta una mossa, una voce,
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce;
con rispetto s’è fatto le tre,
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

A che bell’ò cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
preciso a mammà.

Qui ci sta l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha,
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà;


aggiungete mia figlia Innocenza,
vuo’ marito, non tiene pazienza,
non chiedo la grazia pe’ me,
vi faccio la barba o la fate da sé.

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi processo eravate ‘o chiù bello,
un vestito gessato marrone,
così ci è sembrato alla televisione;


pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza,
mi prestasse pe’ fare presenza,
io già tengo le scarpe e ‘o gillè;
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà.

A che bell’o cafè,
pure in carcere ‘o sanno fa,
co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
compagno di cella
preciso a mammà.

Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro
ma chi l’ha mai viste, chissà;
chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità.

Don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘no santo,
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà.

A proposito, tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato;
chill’ha fatto cinquanta [quaranta] concorsi,
novanta domande e duecento ricorsi;


voi che date conforto e lavoro,
Eminenza, vi bacio v’imploro,
chillo duorme co’ mamma e co’ me;
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè.





mercoledì 4 gennaio 2017

Un canto di speranza, in attesa dell'Epifania




Dopo l'orrendo massacro di Istanbul nella notte di capodanno 2017 da parte dei jihadisti dell'isis e nel quale sono state uccise 39 persone, voglio postare un canto natalizio in attesa dell'Epifania.

Si tratta della celebre "The Huron Carol", scritta nel 1643 da Jean de Brébeuf, gesuita, che evangelizzò con altri 7 suoi confratelli il popolo degli Uroni in Canada. Fu scritta nella lingua di quella gente: "Jesous Ahatonhia" (Gesù è nato) e cantata in una melodia popolare francese dell'epoca.

Posto questo canto per più motivi.

Anzitutto perché l'Epifania è la manifestazione di Gesù come salvatore di tutte le genti; dunque, la festa di tutti i popoli, rappresentati dai Magi, ricordati nel canto.
È stato scritto nella lingua di un popolo considerato dagli europei incivile. Ma non la pensavano così quei missionari francesi.
È un canto che invita alla gioia e alla pace.
È considerato la più antica canzone natalizia del continente americano.

Gli Uroni, che occupavano una vasta zona tra gli attuali Canada e Stati Uniti, si convertirono alla fede cristiana con l'intelligente ed eroica testimonianza di quei missionari.
Ma questi missionari, in un breve lasso di tempo, furono tutti uccisi dopo atroci torture dagli Irochesi, nemici degli Uroni.

Anche nel 1649, l'anno del martirio di Jean de Brébeuf, c'era chi predicava la pace e la fratellanza e veniva ucciso. Evidentemente in 400 anni ancora qualcuno (molti purtroppo) non hanno capito nulla di religione, né di fratellanza.

Non hanno capito la straordinaria lezione di vita e di cultura di Jean de Brébeuf e Compagni. Questi, sì, veri martiri, i Martiri Canadesi.





Jesus is born (Jesous Ahatonhia)


'Twas in the moon of wintertime when all the birds had fled
That mighty Gitchi Manitou sent angel choirs instead;
Before their light the stars grew dim and wondering hunters heard the hymn
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria

Within a lodge of broken bark the tender babe was found;
A ragged robe of rabbit skin enwrapped his beauty round
But as the hunter braves drew nigh the angel song rang loud and high
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria



O children of the forest free, O son of Manitou
The holy child of earth and heaven is born today for you
Come kneel before the radiant boy who brings you beauty peace and joy
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria

The earliest moon of wintertime is not so round and fair
As was the ring of glory on the helpless infant there
The chiefs from far before him knelt with gifts of fox and beaver pelt
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria.







sabato 31 dicembre 2016

Bilancio 2016 (in coppiole di versi)















L’anno 2016 è finito
e noi lo salutiamo con un dito.

Non con il dito medio, sia ben chiaro!
ma con quello che a scriver mi preparo.

Possiamo fare i conti di chiusura:
qualche dolcezza e tanta più paura.

Furono più le spine che le rose;
e allor cerchiamo rime spiritose.

Renzi rottamatore han rottamato
e a Pontassieve a piedi è ritornato.

La Raggi ci ha un cognome  che confonde:
più che raggi mi paion notti fonde.

La Boldrini, plurale e, ohibò, maschile,
Boldrina sia! singola femminile.

La ministra di Pubblica Istruzione
non è istruita; è adatta alla mansione.

Nel governo c’è ancora la Madìa,
la più inetta (e più bella) che ci sia.

Il terremoto ha fatto danni ingenti,
speriamo che il governo non li aumenti.

I terroristi fan più gravi danni,
c'è chi li ferma a Sesto San Giovanni.

Obama per la Clinton lottò fiero,
ma Donald Trump lo ha fatto un po’ più nero.

È morto, ahimè, Bud Spencer, grande attore,
ed ora chi mi fa rider di cuore?    

Papa Francesco predica la pace,
e finalmente a Aleppo guerra tace.

Hanno proibito i botti a capodanno,
ma scoppi a destra e a manca e fuochi fanno.

Notte di festa e luci e di colori,
pei camionisti e  tir saran dolori.

Ma gli ultimi minuti se ne vanno,
Amicusplato vi augura Buon Anno!










lunedì 26 dicembre 2016

Onore al Coro dell'Armata Rossa!





Voglio rendere omaggio al Coro dell'Armata Rossa, dal 1998 denominato "Alexandrov Ensemble", scomparso tragicamente a bordo dell'aereo russo precipitato nel Mar Nero il giorno di Natale.

Lo voglio ricordare con un canto che fa riferimento all'immensa pianura russa, al suo irresistibile fascino, ma anche al dolore delle ragazze che vedono partire i loro amati per la guerra: "Polyushko Polye", pianura, mia pianura.

Un Coro celeberrimo, che ha rappresentato vocalmente l'Unione Sovietica prima e la Federazione Russa oggi, con esecuzioni memorabili. 

Il suo fondatore e primo direttore (1928), Alexandr Alexandrov, è colui che ha musicato l'inno sovietico (1944), oggi inno della Federazione Russa. Un inno nazionale tra i più belli del mondo, se non il più bello.

Ora l'Ensemble ne porta giustamente il nome.




domenica 25 dicembre 2016

Natale 2016






Davanti al presepe



Non voglio fare discorsi dotti
davanti alla capanna di un falegname.

Non voglio cercare immagini artistiche
per nascondere lo squallore di una mangiatoia.

Non voglio pronunziare inutili parole
davanti a Colui che ha dato senso a tutta la mia vita.

Mi voglio solo inginocchiare.







sabato 24 dicembre 2016

Vieni Signore (ce n'è bisogno!)




Non direi che il 2016 sia stato un'annata "da segnare con un sassolino bianco" (albo signanda lapillo), cioè un anno fortunato.
Non farò certo la lista dei mali che sono accaduti; basta ricordare il sisma di Amatrice (e zone limitrofe) del 24 agosto, la strage di Nizza del 14 luglio e quella di Berlino del 19 dicembre.

In questa vigilia di Natale voglio solo rivolgere una pressante invocazione al Salvatore del mondo, con il mirabile mottetto musicato da F. Mendelsshon-Bartholdy: "Veni Domine, et noli tardare", vieni Signore e non tardare!

Ho un debole per la musica di Mendelsshon (quello conosciuto soprattutto per la "Marcia Nuziale"). È un limpido genio, che in epoca romantica ha fatto riscoprire al mondo Bach e Mozart dimenticati, e tra le sue composizioni ci ha lasciato le 48  meravigliose "Romanze senza parole" per pianoforte. Perfino Glenn Gould, il più grande esecutore della musica di Bach e poco attratto dagli autori romantici, ne è rimasto affascinato.

Mi preparo perciò al Natale con il mottetto "Veni Domine", per coro femminile a tre voci (soprani, mezzo-soprani, contralti) e accompagnamento d'organo, composto a Roma nel 1830 per le monache di Trinità dei Monti.
L'ho già postato altre volte. Ma le cose belle non stancano mai.
Come la bellezza del Santo Natale.

Più che buona l'esecuzione del Coro Femminile "Madonna della Consolazione" di Reggio Calabria, diretto dal M° Luigi Miriello. Finalmente un bel coro italiano! Un po' in ombra l'organo.


Veni Domine et noli tardare.
Relaxa facinora plebi tuae, et revoca dispersos in terram tuam.

Excita Domine potentiam tuam, et veni, ut salvos nos facias,
Veni Domine, et noli tardare.



Vieni, Signore, e non tardare!
Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi.
Mostra, Signore, la Tua potenza, e vieni a salvarci.
Vieni, Signore, non tardare!




venerdì 23 dicembre 2016

Fermato in Italia l'attentatore di Berlino. Per sempre
















Il folle pluriomicida islamico Anis Amri, l'inafferrabile attentatore di Berlino dai mille nomi, dopo aver girovagato per tutta la Germania senza incontrare ostacolo, dopo essere entrato in Francia senza incontrare ostacolo, appena entrato in Italia ha incontrato a Sesto San Giovanni due pallottole che lo hanno fermato per sempre.

Ha fatto del suo meglio, ovvero, del suo peggio anche prima di morire: ha sparato e ferito Christian Movio, l'agente di polizia che lo aveva fermato. Per fortuna la pallottola calibro 22 ha colpito la spalla destra del valoroso poliziotto senza ledere organi vitali. In compenso il giovane collega del ferito, il siciliano Luca Scatà, ha centrato in pieno petto il delinquente con due colpi, stendendolo al suolo. Amri è morto in una decina di minuti. 

Parce sepulto.

Una riflessione è d'obbligo. 
Due agenti di polizia italiani, in pattuglia alle 3 di notte, hanno fermato il pericolo pubblico numero uno in Europa appena entrato in Italia, mentre tutto l'apparato delle forze dell'ordine tedesche in quasi cinque giorni non è riuscito neppure a sapere dove il criminale si trovava (pensavano addirittura in Danimarca).
Sappiamo come la Germania soffra di un complesso di superiorità, specialmente nei confronti dell'Italia. 
Luca Scatà, poliziotto in prova di 29 anni, della provincia di Siracusa, e Christian Movio, agente scelto di 36 anni di Udine, l'hanno costretta ad un bel bagno di umiltà.
Anzi, a una bella doccia fredda...

Grazie di tutto, coraggiosi (e intelligenti) poliziotti italiani!


mercoledì 21 dicembre 2016

Il sole si è fermato
















Il sole si è fermato nel suo punto più basso. Non ne poteva più, dopo aver visto ciò che è accaduto in questi giorni.

Un agente della sicurezza turca spara alle spalle all'ambasciatore russo in Turchia, mentre questi stava parlando di quadri d'arte. Una volta gli ambasciatori non portavano pena (come dice il proverbio); ma quel criminale fanatico spara più volte, uccidendo al grido di "allah u akbar".

Nello stesso giorno, 19 dicembre, un tir travolge un mercatino di Natale a Berlino, davanti alla Chiesa della Memoria. Una strage orrenda: 12 morti, quasi certamente 13 con la nostra Fabrizia Di Lorenzo. Il folle omicida è un tunisino "soldato dell'isis", cioè di quel sedicente stato islamico che ha come scopo l'uccisione degli infedeli, nel nome di allah akbar

Tre giorni prima a Damasco una bambina di 7 anni, col beneplacito della famiglia, è stata imbottita di esplosivo ed è stata fatta saltare in aria in una stazione di polizia uccidendo due agenti, sempre nel nome di allah akbar.

Spossato da queste notizie oggi il sole si è fermato. 

Domani forse ci ripenserà e ricomincerà il suo giro: deve arrivare in tempo al 25 dicembre, per portare al mondo la lieta notizia del Natale di Gesù.

Se non arriva il Natale, arriva allah akbar, quello che ordina - come Erode - di uccidere gli innocenti, anche di 7 anni.

Per questo il sole domani sorgerà di nuovo e continuerà il suo cammino.




Nella foto: la bambina di 7 anni, "volontaria" kamikaze, salutata dal padre (!)










martedì 20 dicembre 2016

La strage di Berlino. Ancora islam...

















Ormai il termine strage è sinonimo di islamici.

Lupi (ma io direi vermi) solitari, cellule organizzate, gruppi jihadisti, boko aram, al-nusra, al-kaeda, fino ad uno stato territoriale, l’isis: un crescendo mostruoso di disumanità, frutto di una ideologia aberrante.

Tutta gente che ha come unico scopo conclamato l’eliminazione fisica degli “infedeli”, cioè noi.
E con tutti i mezzi possibili. Ora va di moda il tir, a Parigi come a Berlino, ieri sera 19 dicembre.
E con l’impiego di qualsivoglia fedele di “allah il misericordioso”,  compresa una bambina kamikaze di 7 anni (!)

Ancora una volta siamo qui a piangere vittime innocenti dell’ennesimo attentato islamico: 12 morti, oltre quaranta i feriti di cui alcuni gravissimi, nonché alcuni dispersi, tra cui un’italiana di 31 anni, Fabrizia Di Lorenzo, per la quale si teme il peggio.

È il solito augurio di Buon Natale islamico. Lo hanno già fatto al Cairo, ora lo hanno ripetuto a Berlino, proprio in mezzo ad un mercatino natalizio e davanti alla famosa Chiesa della Memoria, simbolo di pace tra le nazioni.

In compenso, non sono solo gli islamici a voler cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra. Ci sono anche tanti solerti laicisti nostrali, come quell’inqualificabile dirigente scolastica di Pontevico, nel bresciano, che ha cancellato dai canti natalizi il nome di Gesù, per non disturbare i manovratori musulmani…
E sappiamo quanto i manovratori musulmani abbiano bisogno di non essere disturbati, per colpire con precisione la gente che affolla i mercati di Natale.

La festa di Natale senza il nome di Gesù nei canti natalizi…

Ma il Natale di chi? 



Nel riquadro della foto in alto, Fabrizia Di Lorenzo