Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Oggi è la festa di S. Antonio Abate, nemico del demonio e patrono degli animali. Soprattutto è uno dei padri fondatori del monachesimo (IV secolo); l'appellativo "abate" lo ricorda chiaramente.
In questo giorno, secondo la tradizione toscana, e non solo, inizia anche il carnevale.
Oggi il carnevale ha perso molto del suo fascino. In ogni modo io, che porto il nome di questo grande Santo, lo voglio iniziare in rime scherzose e in latino maccheronico.
Sono 18 anni che Fabrizio De André ci ha lasciati.
Non le sue canzoni, non la sua voce, non il suo ricordo, indelebile nella nostra memoria.
Quest'anno desidero onorarlo postando "Don Raffaè" (1990), una canzone in cui la satira mordace si sposa con la briosa leggerezza della tarantella.
Un ossimoro che troviamo spesso nella produzione di Faber. Il modo migliore per evitare la retorica, anche quando si tratta di "gomorra".
Quasi certamente il Don Raffaè, detenuto "di riguardo" del carcere di Poggioreale, si ispira alla figura del boss della camorra Raffaele Cutolo. Forse anche per questo la canzone è in napoletano.
A che bell'o cafè... È evidente qui il riferimento alla canzone di Modugno 'O cafè'.
Anche per questo motivo mi piace postare Don Raffaè.
Don Raffaè
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere, oinè. Io mi chiamo Cafiero Pasquale sto a Poggio Reale dal ’53.
E al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio, per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla co’ me.
Tutto il giorno con quattro infamoni briganti, papponi, cornuti e lacché; tutte l’ore cò ‘sta fetenzia che sputa minaccia e s’à piglia co' me.
Ma alla fine m’assetto papale, mi sbottono e mi leggo ‘o giornale, mi consiglio con don Raffae’, mi spiega che penso e bevimm’o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Mi scervello e mi asciugo la fronte per fortuna c’è chi mi risponde, a quell’uomo sceltissimo immenso io chiedo consenso a don Raffaè
Un galantuomo che tiene sei figli ha chiesto una casa e ci danno consigli, mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni, ‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni. Voi vi basta una mossa, una voce, c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce; con rispetto s’è fatto le tre, volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’ò cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui ci sta l’inflazione, la svalutazione e la borsa ce l’ha chi ce l’ha, io non tengo compendio che chillo stipendio e un ambo se sogno ‘a papà; aggiungete mia figlia Innocenza, vuo’ marito, non tiene pazienza, non chiedo la grazia pe’ me, vi faccio la barba o la fate da sé.
Voi tenete un cappotto cammello che al maxi processo eravate ‘o chiù bello, un vestito gessato marrone, così ci è sembrato alla televisione; pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza, mi prestasse pe’ fare presenza, io già tengo le scarpe e ‘o gillè; gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà.
A che bell’o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà.
Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro ma chi l’ha mai viste, chissà; chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti se tengono l’immunità.
Don Raffaè voi politicamente io ve lo giuro sarebbe ‘no santo, ma ‘ca dinto voi state a pagà e fora chiss’atre se stanno a spassà.
A proposito, tengo ‘no frate che da quindici anni sta disoccupato; chill’ha fatto cinquanta [quaranta] concorsi, novanta domande e duecento ricorsi; voi che date conforto e lavoro, Eminenza, vi bacio v’imploro, chillo duorme co’ mamma e co’ me; che crema d’Arabia ch’è chisto cafè.
Dopo l'orrendo massacro di Istanbul nella notte di capodanno 2017 da parte dei jihadisti dell'isis e nel quale sono state uccise 39 persone, voglio postare un canto natalizio in attesa dell'Epifania.
Si tratta della celebre "The Huron Carol", scritta nel 1643 da Jean de Brébeuf, gesuita, che evangelizzò con altri 7 suoi confratelli il popolo degli Uroni in Canada. Fu scritta nella lingua di quella gente: "Jesous Ahatonhia" (Gesù è nato) e cantata in una melodia popolare francese dell'epoca.
Posto questo canto per più motivi.
Anzitutto perché l'Epifania è la manifestazione di Gesù come salvatore di tutte le genti; dunque, la festa di tutti i popoli, rappresentati dai Magi, ricordati nel canto.
È stato scritto nella lingua di un popolo considerato dagli europei incivile. Ma non la pensavano così quei missionari francesi.
È un canto che invita alla gioia e alla pace.
È considerato la più antica canzone natalizia del continente americano.
Gli Uroni, che occupavano una vasta zona tra gli attuali Canada e Stati Uniti, si convertirono alla fede cristiana con l'intelligente ed eroica testimonianza di quei missionari.
Ma questi missionari, in un breve lasso di tempo, furono tutti uccisi dopo atroci torture dagli Irochesi, nemici degli Uroni.
Anche nel 1649, l'anno del martirio di Jean de Brébeuf, c'era chi predicava la pace e la fratellanza e veniva ucciso. Evidentemente in 400 anni ancora qualcuno (molti purtroppo) non hanno capito nulla di religione, né di fratellanza.
Non hanno capito la straordinaria lezione di vita e di cultura di Jean de Brébeuf e Compagni. Questi, sì, veri martiri, i Martiri Canadesi.
Jesus is born (Jesous Ahatonhia)
'Twas in the moon of wintertime when all the birds had fled
That mighty Gitchi Manitou sent angel choirs instead; Before their light the stars grew dim and wondering hunters heard the hymn Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
Within a lodge of broken bark the tender babe was found;
A ragged robe of rabbit skin enwrapped his beauty round But as the hunter braves drew nigh the angel song rang loud and high Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
O children of the forest free, O son of Manitou
The holy child of earth and heaven is born today for you
Come kneel before the radiant boy who brings you beauty peace and joy
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria
The earliest moon of wintertime is not so round and fair
As was the ring of glory on the helpless infant there
The chiefs from far before him knelt with gifts of fox and beaver pelt
Jesus your King is born, Jesus is born, in excelsis gloria.
Voglio rendere omaggio al Coro dell'Armata Rossa, dal 1998 denominato "Alexandrov Ensemble", scomparso tragicamente a bordo dell'aereo russo precipitato nel Mar Nero il giorno di Natale.
Lo voglio ricordare con un canto che fa riferimento all'immensa pianura russa, al suo irresistibile fascino, ma anche al dolore delle ragazze che vedono partire i loro amati per la guerra: "Polyushko Polye", pianura, mia pianura.
Un Coro celeberrimo, che ha rappresentato vocalmente l'Unione Sovietica prima e la Federazione Russa oggi, con esecuzioni memorabili.
Il suo fondatore e primo direttore (1928), Alexandr Alexandrov, è colui che ha musicato l'inno sovietico (1944), oggi inno della Federazione Russa. Un inno nazionale tra i più belli del mondo, se non il più bello.
Non direi che il 2016 sia stato un'annata "da segnare con un sassolino bianco" (albo signanda lapillo), cioè un anno fortunato.
Non farò certo la lista dei mali che sono accaduti; basta ricordare il sisma di Amatrice (e zone limitrofe) del 24 agosto, la strage di Nizza del 14 luglio e quella di Berlino del 19 dicembre.
In questa vigilia di Natale voglio solo rivolgere una pressante invocazione al Salvatore del mondo, con il mirabile mottetto musicato da F. Mendelsshon-Bartholdy: "Veni Domine, et noli tardare", vieni Signore e non tardare!
Ho un debole per la musica di Mendelsshon (quello conosciuto soprattutto per la "Marcia Nuziale"). È un limpido genio, che in epoca romantica ha fatto riscoprire al mondo Bach e Mozart dimenticati, e tra le sue composizioni ci ha lasciato le 48 meravigliose "Romanze senza parole" per pianoforte. Perfino Glenn Gould, il più grande esecutore della musica di Bach e poco attratto dagli autori romantici, ne è rimasto affascinato.
Mi preparo perciò al Natale con il mottetto "Veni Domine", per coro femminile a tre voci (soprani, mezzo-soprani, contralti) e accompagnamento d'organo, composto a Roma nel 1830 per le monache di Trinità dei Monti.
L'ho già postato altre volte. Ma le cose belle non stancano mai.
Come la bellezza del Santo Natale.
Più che buona l'esecuzione del Coro Femminile "Madonna della Consolazione" di Reggio Calabria, diretto dal M° Luigi Miriello. Finalmente un bel coro italiano! Un po' in ombra l'organo.
Veni Domine et noli tardare. Relaxa facinora plebi tuae, et revoca dispersos in terram tuam.
Excita Domine potentiam tuam, et veni, ut salvos nos facias, Veni Domine, et noli tardare.
Vieni, Signore, e non tardare!
Rimetti i peccati del tuo popolo e richiama nella tua terra i dispersi.
Mostra, Signore, la Tua potenza, e vieni a salvarci.
Il folle pluriomicida islamico Anis Amri, l'inafferrabile attentatore di Berlino dai mille nomi, dopo aver girovagato per tutta la Germania senza incontrare ostacolo, dopo essere entrato in Francia senza incontrare ostacolo, appena entrato in Italia ha incontrato a Sesto San Giovanni due pallottole che lo hanno fermato per sempre.
Ha fatto del suo meglio, ovvero, del suo peggio anche prima di morire: ha sparato e ferito Christian Movio, l'agente di polizia che lo aveva fermato. Per fortuna la pallottola calibro 22 ha colpito la spalla destra del valoroso poliziotto senza ledere organi vitali. In compenso il giovane collega del ferito, il siciliano Luca Scatà, ha centrato in pieno petto il delinquente con due colpi, stendendolo al suolo. Amri è morto in una decina di minuti.
Parce sepulto.
Una riflessione è d'obbligo.
Due agenti di polizia italiani, in pattuglia alle 3 di notte, hanno fermato il pericolo pubblico numero uno in Europa appena entrato in Italia, mentre tutto l'apparato delle forze dell'ordine tedesche in quasi cinque giorni non è riuscito neppure a sapere dove il criminale si trovava (pensavano addirittura in Danimarca).
Sappiamo come la Germania soffra di un complesso di superiorità, specialmente nei confronti dell'Italia.
Luca Scatà, poliziotto in prova di 29 anni, della provincia di Siracusa, e Christian Movio, agente scelto di 36 anni di Udine, l'hanno costretta ad un bel bagno di umiltà.
Anzi, a una bella doccia fredda...
Grazie di tutto, coraggiosi (e intelligenti) poliziotti italiani!
Il sole si è fermato nel suo punto più basso. Non ne poteva più, dopo aver visto ciò che è accaduto in questi giorni.
Un agente della sicurezza turca spara alle spalle all'ambasciatore russo in Turchia, mentre questi stava parlando di quadri d'arte. Una volta gli ambasciatori non portavano pena (come dice il proverbio); ma quel criminale fanatico spara più volte, uccidendo al grido di "allah u akbar".
Nello stesso giorno, 19 dicembre, un tir travolge un mercatino di Natale a Berlino, davanti alla Chiesa della Memoria. Una strage orrenda: 12 morti, quasi certamente 13 con la nostra Fabrizia Di Lorenzo. Il folle omicida è un tunisino "soldato dell'isis", cioè di quel sedicente stato islamico che ha come scopo l'uccisione degli infedeli, nel nome di allah akbar.
Tre giorni prima a Damasco una bambina di 7 anni, col beneplacito della famiglia, è stata imbottita di esplosivo ed è stata fatta saltare in aria in una stazione di polizia uccidendo due agenti, sempre nel nome di allah akbar.
Spossato da queste notizie oggi il sole si è fermato.
Domani forse ci ripenserà e ricomincerà il suo giro: deve arrivare in tempo al 25 dicembre, per portare al mondo la lieta notizia del Natale di Gesù.
Se non arriva il Natale, arriva allah akbar, quello che ordina - come Erode - di uccidere gli innocenti, anche di 7 anni.
Per questo il sole domani sorgerà di nuovo e continuerà il suo cammino.
Nella foto: la bambina di 7 anni, "volontaria" kamikaze, salutata dal padre (!)
Lupi (ma io direi vermi)
solitari, cellule organizzate, gruppi jihadisti, boko aram, al-nusra, al-kaeda,
fino ad uno stato territoriale, l’isis: un crescendo mostruoso di disumanità, frutto
di una ideologia aberrante.
Tutta gente che ha come unico
scopo conclamato l’eliminazione fisica degli “infedeli”, cioè noi.
E con tutti i mezzi possibili.
Ora va di moda il tir, a Parigi come a Berlino, ieri sera 19 dicembre.
E con l’impiego di qualsivoglia fedele di “allah il misericordioso”, compresa una bambina kamikaze di 7 anni (!)
Ancora una volta siamo qui a
piangere vittime innocenti dell’ennesimo attentato islamico: 12 morti, oltre
quaranta i feriti di cui alcuni gravissimi, nonché alcuni dispersi, tra cui un’italiana di 31 anni, Fabrizia
Di Lorenzo, per la quale si teme il peggio.
È il solito augurio di Buon
Natale islamico. Lo hanno già fatto al Cairo, ora lo hanno ripetuto a Berlino,
proprio in mezzo ad un mercatino natalizio e davanti alla famosa Chiesa della
Memoria, simbolo di pace tra le nazioni.
In compenso, non sono solo gli islamici
a voler cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra. Ci sono anche
tanti solerti laicisti nostrali, come quell’inqualificabile dirigente scolastica
di Pontevico, nel bresciano, che ha cancellato dai canti natalizi il nome di Gesù,
per non disturbare i manovratori musulmani…
E sappiamo quanto i manovratori
musulmani abbiano bisogno di non essere disturbati, per colpire con precisione
la gente che affolla i mercati di Natale.
La festa di Natale senza il nome
di Gesù nei canti natalizi…
Ma il Natale di chi?
Nel riquadro della foto in alto, Fabrizia Di Lorenzo
Ieri Papa Francesco ha compiuto 80 anni; e in buona forma, a
quanto è dato vedere!
Un grande e affettuoso augurio di una serena e sempre attiva “vecchiaia”
(parola che il Papa stesso ha usato).
Ciò che ammiro di più in Papa Francesco è il coraggio di
aver iniziato e portato avanti con grande fermezza la "pulizia" del Vaticano. Ha preso la ramazza in mano e non intende mollarla.
Benedetto XVI non c’è riuscito. I “poteri forti” lo hanno
costretto a lasciare.
Papa Francesco invece ha mostrato un carattere più forte dei
“poteri forti”, per cui spero che porti a termine l’operazione “nettezza
vaticana”.
Un altro aspetto che mi ha impressionato è la sua povertà
evangelica messa in atto nella forma più totale, “sine glossa” (il nome
Francesco del resto lo faceva presagire). Lasciare il Palazzo Vaticano (nonché la
residenza di Castel Gandolfo) e ridursi a vivere a S. Marta, in un bilocale di
50 metri quadrati, è qualcosa che lascia ammutoliti. Un esempio per tutti coloro
che hanno privilegi di ogni genere, a cominciare dal mondo della politica, diventato
ormai una cloaca massima, che ci sta ammorbando con il suo insopportabile
tanfo.
Sento anche molto vicino alla mia sensibilità la sua insistenza sulla misericordia divina, che si manifesta nella misericordia per i peccatori. Qualcuno si è scandalizzato (!). È giusto sottolineare questo aspetto, che corrisponde al cuore del messaggio evangelico:
“Sono venuto a cercare e salvare chi era perduto” (Lc 19, 10).
Un ultimo aspetto voglio mettere in rilievo. La sua grande
semplicità, il suo feeling con la gente più umile, più povera, con gli ultimi.
Le tante periferie del mondo e della vita sono davvero il suo centro d’interesse
prioritario, la sua vera “city”.
E con ragione, se vuole essere il primo discepolo di Cristo,
che è venuto ad annunciare ai poveri la “buona notizia”.
Devo anche dire che talvolta mi disorienta la sua disarmante
fiducia nell’accoglienza ad ogni costo. Forse un richiamo anche alla vigilanza
(“Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”; Mt 10, 16) sarebbe molto
opportuno. Spero che anche su questo punto l'ormai ottuagenario Papa Francesco batta
un colpo. Allora saremo al top in assoluto.
Auguri, Papa
Francesco! E da parte mia non mancherà quella preghiera che sempre chiedi a tutti i fedeli.
Ieri, in una Chiesa nei pressi della Cattedrale del Cairo, sono state uccise oltre 25 persone e ne sono state ferite una cinquantina in un orrendo attentato islamico.
Un attentato al tritolo, avvenuto in un luogo sacro e nel momento più sacro della fede cristiana: durante la celebrazione della Messa.
È il solito "augurio di Buon Natale", caro agli islamici, gente pacifica e rispettosa delle altre religioni, a loro dire. Tutti ricordiamo ancora ciò che accadde ad Alessandria d'Egitto nella Messa di Capodanno del 2011 (21 morti). Dal 2013 a oggi si contano in Egitto oltre 40 attentati contro i cristiani.
Considero ormai da tempo l'islam non una religione, ma una ideologia intollerante, perché il corano insegna l'eliminazione degli "infedeli" (cioè noi) o la loro sottomissione. Ed è quello che gli islamici fanno nei paesi dove sono maggioranza, ed è quello che vorrebbero fare, con attentati sanguinari, nei paesi che li accolgono.
Sarebbe l'ora che Papa Francesco, invece di parlare solo di accoglienza, cominci a parlare con grande fermezza (come fece Papa Benedetto a Colonia) anche di questa intollerabile persecuzione nei confronti dei cristiani da parte degli islamici.
L'islam non è un' ideologia di pace e non potrà mai esserlo, perché il corano lo vieta: la jihad è un dovere per loro. Le donne saranno sempre schiave dell'uomo perché il corano lo comanda: non saranno mai emancipate. Gli islamici non accetteranno mai di integrarsi con altre culture, perché l'unica "cultura" è la loro.
Ho un grande rispetto e amore per Papa Francesco. Ma quando si addormenta un po', allora il popolo cristiano ha il dovere di svegliarlo e di richiamarlo alla realtà: Papa Francesco, svegliati! gli islamici perseguitano e uccidono i cristiani in tutto il mondo!
Non mandare solo generici messaggini senza indirizzo...
Siamo in Avvento, il tempo della preparazione al Natale.
Forse qualcuno riesce a rimanere indifferente di fronte alla nascita di Cristo.
Non io, come il miliardo e passa di persone che vedono nel Messia il Salvatore del mondo.
Per questo mi piace ascoltare un antico canto di Avvento: "Veni, Veni Emmanuel", eseguito in lingua inglese.
È un modo per far giungere un po' ovunque le bellissime e struggenti invocazioni del canto, che nel testo risale all'VIII secolo (non al XII, come riporta il video). La musica è del XV secolo.
Vieni, Emmanuel, Dio con noi. Anche nel XXI secolo abbiamo bisogno della tua presenza.
O come, desire of nations! Vieni, desiderio delle nazioni!
Una delle regole fondamentali dei nostri cori polifonici è cantare da fermi, quasi "sull'attenti", per non compromettere l'armonia delle sezioni con stonature, distrazioni e incertezze varie.
Una delle regole dei cori africani e di altri continenti è esattamente il contrario: i cantori devono muoversi con il corpo, quasi danzare, e comunque compiere gesti e movimenti che rinforzino il significato delle parole cantate.
Due modi di intendere la musica, due mondi apparentemente distanti.
Certo, non si può cantare un corale di Bach, un madrigale di Monteverdi o un mottetto di Palestrina muovendosi a destra o a sinistra, gesticolando o battendo le mani. La bellezza del brano e il valore delle parole risaltano dalla perfetta esecuzione delle singole parti che si devono unire e fondere tra di loro senza alcuna smagliatura. Come una cattedrale che ha nella sua formidabile struttura architettonica il pregio più grande.
Ma se la realtà è ridotta all'essenziale, se non sono state elevate cattedrali o complessi monumentali, e se la vita è il manifestarsi dei bisogni più semplici, ecco che la voce si accompagna alla gestualità quotidiana, al movimento, al susseguirsi delle azioni. In questo caso il canto riproduce la vita nella sua struttura fondamentale, che non è mai staticità.
Due mondi inconciliabili? Una musica più elevata e un'altra più elementare? Non direi.
Il fatto che ogni popolo senta il bisogno di cantare ci fa capire che la musica è un linguaggio universale. Un linguaggio che ha ovviamente nei vari luoghi una grammatica e una sintassi propria.
Ma la bellezza della musica consiste proprio in questo: nella varietà dei linguaggi, e nel saper accogliere ciò che ognuno di essi può insegnarci.
Nella festa di S. Cecilia, patrona della musica, ascoltiamo (e ammiriamo) il "Coro Santa Cecilia" di Nairobi (Kenia).
Di certo ha molto da insegnarci. Se non altro la gioia di cantare.
Il titolo del canto "Amkeni, Amkeni!" significa "Svégliati, Svégliati!"
Ieri, Solennità di Cristo Re dell'Universo, Papa Francesco ha chiuso la Porta Santa della Basilica di S. Pietro portando così a termine il Giubileo Straordinario della Misericordia, iniziato ufficialmente l'8 dicembre 2015, ma anticipato il 29 novembre con l'apertura della Porta Santa della Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centro-Africana.
Tra l'altro l'arcivescovo di quella poverissima Chiesa è stato fatto cardinale nel concistoro di due giorni fa, con altri 16 confratelli, uno solo italiano. Il Papa è andato a scegliere i nuovi porporati dai luoghi più diversi e taluni impensati: Bangladesh, Isole Mauritius, Papua Nuova Guinea, Venezuela, Messico, Stati Uniti, Brasile, Siria, Albania... Una chiesa sempre più universale, sempre meno eurocentrica, sempre più vicina ai poveri. Come è giusto che sia.
Il messaggio che Papa Francesco ci ha voluto lasciare con questo giubileo è stato ribadito dalla sua mirabile omelia, di fronte a un'immensa folla in Piazza S. Pietro: "Si chiude la porta santa, ma rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo".
Nonostante tutto, nonostante le nostre miserie, Dio è sempre
pronto ad accoglierci: "Dio non ha memoria del peccato, ha
detto con forte espressione, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi
figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi".
Un messaggio che ci dona serenità interiore, e ci dà forza
per andare incontro ai problemi del mondo attuale con grande apertura di
cuore.
Come degna conclusione musicale di questo Anno Santo della Misericordia, mi pare opportuno ascoltare dal "Magnificat" di J. S.
Bach, l'incantevole versetto "Et misericordia eius", BWV
243, per contralto, tenore e orchestra.
"Et misericordia eius a progenie in
progenies timentibus eum" (Lc 1, 50).
Di generazione in
generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
La super-luna sta dando spettacolo, in questa limpida notte quasi invernale. È al perigeo, cioè nel punto più vicino alla terra (356.410 km) ed è luna piena; combinazione che non si verificava dal 1948 e non si verificherà fino al 2034. Una luna luminosissima, quasi accecante. E più grande del solito, anche se questo aspetto appare meno vistoso. Nel ritornare a casa in auto di notte, mi sono fermato per guardare lo spettacolo. Con un imprevisto.
Bella la super luna in mezzo al cielo!
Per contemplarla in tutto il suo splendore,
nel limpido notturno e con il gelo,
l’auto ho fermato e ho spento anche il motore.
Dalla piazzola dove ho parcheggiato
ho ammirato quel tondo abbacinante,
e mi pareva d’esser Saffo o Arato
o Leopardi o Beethoven musicante.
Ma ormai dove ti fermi per la via,
una lucciola spunta anche autunnale;
e mentre io pensavo alla poesia,
ho sentito un linguaggio più venale.
Volevo ripartir; ma che sfortuna:
ho girato la chiave d' accensione,
e forse per il freddo o per la luna
l’auto è rimasta lì in contemplazione.
Prova e riprova, mi ero fatto scuro...
ma alla fine il motore ha preso il via.
Il plenilunio prossimo venturo
lo vedrò dal balcon di casa mia.