Sono uno che ricerca la verità e che non si accontenta di wikipedia.
Se dici che la verità non esiste, sbagli, perché ne hai già affermata una.
Se poi dici che la ricerca della verità non ti interessa, allora non te la prendere troppo quando qualcuno ti vuole ingannare.
Oggi, festa di S. Tommaso d'Aquino, non starò a ripetere quanto ho già scritto più volte sul grande teologo. Basta cercare nel blog.
Desidero oggi ricordarlo come poeta e cantore dell'Eucarestia: Panis Angelicus, O salutaris Hostia, Lauda Sion, Adoro Te devote, O Sacrum Convivium...
Questa volta lo ascolto nel mottetto "O esca viatorum" (O cibo dei viandanti) di Heinrich Isaac, (1450-1517), celebre musicista fiammingo che ha operato soprattutto in Italia, ed è morto a Firenze.
Non ci vuol molto a capire che della musica del suo mottetto se ne appropriò successivamente J. S. Bach, in più occasioni. Per Bach era una cosa frequente rielaborare brani altrui.
Ma il mottetto originale, del XV secolo, è di Heinrich Isaac (Arrigo Tedesco), e le parole sono quelle di S. Tommaso d'Aquino.
Tra le 18 sonate per pianoforte scritte da Mozart, solo due sono in tonalità minore: la K 310 in La minore e la K 457 in Do minore.
Ho già postato la K 310, sia per la bellezza del brano, sia perché il suo spartito era spesso aperto sopra il pianoforte del mio carissimo maestro Fosco Corti. Quell' acciaccatura iniziale sul Mi la rende inconfondibile e affascinante.
Ma per aprire alla grande il nuovo anno 2019 (sono in ritardo?), se vogliamo postare la più bella delle Sonate per piano di Mozart, bisogna ricorrere alla K 457, la n. 14, del 1784. Un brano che supera nel tempo e nello spazio tutte le strutture consuete di una sonata di fine '700. Un unicum che lascia stupefatti e che ribadisce quale genio abbiamo di fronte. Qualcuno ha scritto che questa sonata anticipa e prepara le sonate di Beethoven.
Ma è una Sonata in Do Minore, una tonalità che Mozart usa solitamente per esprimere disagio, forse sofferenza e dolore. E in effetti la vita del genio di Salisburgo non fu tutta rose e fiori, anche se la sua musica appare quasi sempre gioiosa e "rilassante".
Anche nelle tonalità minori, questo eterno giovane della musica non riesce mai ad essere triste e le sue note, anche le più cupe, lasciano sempre un senso di pace e di serenità.
E allora, che l'anno continui in pace e serenità, come la musica di Wolfgang Amadeus Mozart!
La tradizione mette intorno al Presepe, oltre a tante altre persone, suonatori di zampogne e di altri umili strumenti a fiato.
Per questo mi piace festeggiare il Natale di Gesù con il contorno musicale di strumenti a fiato. Moderni però, perché il Natale è per sempre.
E mi piace festeggiarlo con i sentimenti della Madonna, che nel suo cuore aveva ancora le parole del Magnificat: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mia salvatore".
Dal Magnificat di G. Ph. Telemann, l'Aria (1731), trascritta per strumenti a fiato, precisamente un ensemble di sassofoni.
Mi preparo al Natale con un canto alla Madre di Dio,
Un antico canto popolare, di origini non ben conosciute, forse del 1500, di lingua tedesca, che descrive la salvezza portata da Cristo attraverso la divina maternità di Maria.
Dove passa Maria, che ha in grembo Gesù, le spine diventano foglie, poi rose... e infine il mondo viene liberato dal male.
Il canto si intitola Maria durch ein' Dornwald ging (Maria passò tra un bosco di spine).
Molte sono le spine in questo mondo.
Vieni, Signore Gesù!
Affascinante l'esecuzione, con strumenti in stile d'epoca: flauto dolce, ghironda, viola da gamba, liuto e arpa. La voce del soprano non ha bisogno di commenti.
Nella storia della musica alcuni brani sono, per così dire, "patrimonio mondiale dell'umanità". Si tratta di quei brani di cui basta accennare l'incipit, tre o quattro note, e subito si squadernano nella nostra mente.
Anche la persona meno preparata musicalmente li ha interiorizzati, e in certe occasioni li esteriorizza per definire con più efficacia o per rafforzare una situazione. Penso ad esempio alle prime note della V sinfonia di Beethoven: pa-pa-pa-pa--! pa-pa-pa-pa--! (sol-sol-sol-mi♭--fa-fa-fa-re--). Popolarmente esprimono una conclusione irrimediabile.
Se invece si vuol dare la carica, allora si ricorre alla marcia dell'Aida...
Non intendo portare altri esempi, né fare una hit parade, che andrebbe dal canto gregoriano alla musica contemporanea!
Voglio solo esprimere il mio parere su quale di questi numerosi brani universalmente noti rappresenti la quintessenza della musica stessa, in certo senso ne costituisca l'esempio più perfetto e forse il più celebre: la Toccata e Fuga in Re minore di Bach. È del 1703, Bach aveva 18 anni...
Oggi compio 73 anni e di fronte a tanta grandezza mi sento davvero "prope nihil", quasi niente, per dirla con S. Agostino.
Non sono mai riuscito neppure ad eseguirla adeguatamente (il pedale non è uno scherzo!), e così mi accontento di ascoltarla.
Volevo postare un grande organista, poi ho preferito la rarità di un'organista (con l'apostrofo), e per di più suora: Mihovila Tenzera.
Non sarà il massimo della interpretazione ma si tratta indubbiamente di una buona performance.
Lo Schubert dell’ “Ave Maria”? Certamente quello è il primo
Schubert che ognuno conosce. Immancabile in ogni matrimonio in Chiesa. Una voce
di soprano ce lo ha fatto conoscere fin da bambini.
Per me Schubert è stato per molti anni solo quello. Si è poi
aggiunta anche la notissima “Serenata”, con la voce di qualche celebre tenore.
Mi ero fatto così l'idea che Schubert fosse uno sdolcinato musicista
romantico, di scarso valore.
Un giorno parlando di Schubert con il M° Fosco Corti, indimenticabile
direttore del Gruppo Polifonico Francesco Coradini di cui facevo parte, espressi
queste mie opinioni. Mi guardò meravigliato, e sorridendo mi disse: “Antonio, conosci
solo l’Ave Maria?? A parte il fatto che è un Lied stupendo, hai mai sentito
parlare dei Momenti Musicali, degli Improvvisi, dell’Incompiuta, delle Sonate, dei
Trii, dei Quartetti, delle Fantasie, degli oltre 600 Lieder, molti dei quali
veri e propri capolavori? Caro Antonio, Schubert è un genio musicale, quello che
ha interpretato in modo perfetto lo spirito del romanticismo. Ha avuto un solo
difetto; è morto a 31 anni”.
Rimasi sbalordito. Quell’insignificante personaggio, piccolo
di statura, legato solo a una melodia, divenne ai miei occhi improvvisamente un
gigante.
Questo è stato il mio primo vero incontro con Schubert. Non una melodia particolare, ma la scoperta di un genio, con la tirata di orecchi di un grande maestro.
Da quel giorno non ho cessato di amare questo illustre
sconosciuto, ed è diventato a ragion veduta uno dei miei autori preferiti, come
dimostrano anche i numerosi brani postati nel blog.
E quello che posto stanotte: l’Improvviso n. 2.
Geniale Schubert! E ammirevole l’esecuzione della giovanissima
pianista italiana.
Con questa stagione così invitante, stamani ho fatto una
bella girata in collina, sopra la mia città.
Poiché il luogo era vicino, ho fatto anche visita al piccolo
cimitero dove è sepolto un mio indimenticabile maestro di musica, D. Athos
Bernardini. È stato un organista e concertista di grande valore, e ad Arezzo ha
preparato valenti pianisti e organisti.
Mi sono soffermato in preghiera, mentre la lapide mi
indicava la sua giovane età: 46 anni. Ricordo sempre il suo modo affabile e
sereno, anche quando già la malattia lo stava portando con sé. Nel cielo,
ovviamente.
Ogni volta che vado a trovare questo caro maestro, mi tornano
subito alla mente alcune parole che mi hanno profondamente segnato. Mi diceva davanti al pianoforte: “Quando sono
un po’ giù di corda, suono questo preludio di Bach”. E suonava il 22 preludio
in Si bemolle minore del I volume del Clavicembalo ben temperato.
È chiaro che il Clavicembalo ben temperato, capolavoro
assoluto, ha dei brani così celebri e mirabili che non permettono di fare
paragoni, a partire dal primo.
Ma per me il più bello rimane il n. 22, in Si bemolle
minore. È di una bellezza perfetta, “fidiaca” l’ha definita Alfredo Casella, e
a differenza di tanti altri brani, ha uno sviluppo agogico che possiamo trovare
solo in sonate di grande respiro o nelle sinfonie.
Sembra rappresentare il cammino della nostra esistenza: un
cammino faticoso o comunque impegnativo che si snoda attraverso momenti più
leggeri o più drammatici, ma alla fine si apre alla luce della piena
liberazione.
Ecco perché il mio caro maestro amava questo brano. E ho
ancora negli occhi le sue mani che si appoggiavano alla tastiera e cominciavano
a eseguire questa pagina “grondante di lacrime”, fino alla luminosa catarsi finale, in
Si bemolle maggiore, ben preparata dopo una dura lotta con “l’immane peso del
negativo”.
Mi hai fatto amare
Bach, carissimo D. Athos, e in maniera convincente.
Nel sentire le esecuzioni di questo preludio che troviamo
nel web, anche di grandi interpreti, c’è da rabbrividire. Ci sono pianisti che lo eseguono in un minuto e
mezzo, altri in due, altri in quattro…
E con interpretazioni che lasciano sgomenti: dal semplice
solfeggio suonato ad un romanticismo retorico e smaccato.
Bach non ha bisogno né di forzature né di aggiunte
personali. Questo preludio, così lineare nel suo andamento, ci indica anche il
modo di esecuzione. Il pathos che lo sottende, emerge dalla sua evidente
struttura armonica.
L’esecuzione che presento, ad opera di Friedrich Gulda, è la migliore di quelle
disponibili.
Ben nota è la parabola della pecorella smarrita. Il buon pastore lascia le altre 99 pecore e va alla sua ricerca. Trovatala, fa grande festa con tutto il vicinato (Lc 15, 3-7; anche Mt 18, 12-14).
Talvolta però può succedere che a perdersi sia il pastore. In questo caso sono le pecore che devono andare alla sua ricerca. Trovatolo, fanno anche loro una grande festa.
Mi perdonerà l'evangelista Luca, mi perdonerà soprattutto il buon Dio, ma questa variante mi è venuta alla mente ieri nella catechesi di Papa Francesco in Piazza S. Pietro.
Finalmente il pastore è tornato, o è stato ritrovato. Ha terminato di girovagare per i meandri del politichese, ed ha choccato i benpensanti buonisti con parole inequivocabili sull'aborto.
"E' un modo di dire interrompere la gravidanza, perché in realtà significa fare fuori qualcuno".
L'aborto è "come affittare un sicario".
Finalmente ho ritrovato la voce del pastore, finalmente mi riconosco nelle sue parole, che sono le parole di Cristo. "Chi accoglie uno di questi piccoli accoglie me. Chi scandalizza [figuriamoci chi uccide] uno di questi piccoli, è meglio per lui che gli si metta una macina da mulino al collo e sia gettato in mare" (Mt 18, 5-6).
Ovviamente si alzeranno ora le voci delle femministe, della Bonino, dei "progressisti"...; insomma di tutti quelli che pensano che si possa fare della vita umana intrauterina ciò che uno vuole. Con il risultato, oltretutto, di ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi. E cioè una società di vecchi, nella quale le nascite sono un evento eccezionale, e dove sono più protette le specie animali che la razza umana, in via di estinzione dalle nostre parti.
Ben tornato Papa Francesco! Speriamo che questo sia solo l'inizio di quel parlare "sì quando è sì, no quando è no" (Mt 5, 37).
PS. Ma "Famiglia Cristiana" avrà il coraggio di mettere in copertina la Bonino con un "Vade retro"?
Ogni voce che si spegne, lascia un silenzio incolmabile.
Se poi quella voce ha il dono della perfezione, allora rimaniamo tutti un po' più rauchi.
Si è spenta in questi giorni, il 6 ottobre, la magnifica voce di Monserrat Caballé, l'ultimo dei grandi soprani del XX secolo: Maria Callas, Renata Tebaldi, Joan Sutherland...
E non si è spenta solo la più bella voce spagnola, anzi, catalana; con lei muore anche un mondo artistico che ha affascinato il '900: il mondo delle "primedonne", il mondo delle "divine" come la Callas, delle "regine" come la Tebaldi, delle "stupende" come la Sutherland.
Con la Monserrat Caballé muore "la Superba", per la sua presenza scenica, per il suo carattere forte, e per i suoi inarrivabili acuti.
Del resto, il suo nome al completo era già una premonizione: María de Montserrat Viviana Concepción Caballé i Folch.
Un nome che indicava anche la devozione alla Madonna di Monserrat, e in quel mirabile santuario di cui portava il nome, si volle sposare.
Io la voglio ricordare non con un brano lirico, ma con una canzone dedicata a Barcellona, la sua città Una canzone scritta da Freddie Mercury nel 1988 e cantata insieme a lui.
Due voci e due presenze sceniche straordinarie.
Nella canzone alla fine si dice: If God is willing, Friends until the end.
Ora i due amici potranno ritrovare la gioia di cantare insieme.
Facevo le medie e il maestro di musica, il grande Fosco Corti, per farci rilassare suonò la Marcia Turca di Mozart.
Rimasi sbalordito. Non avevo mai ascoltato una musica così meravigliosa. Dissi in cuor mio: Quando sarò capace di suonare questo brano, sarò un pianista anch'io!
In IV Ginnasio, mentre ero nella biblioteca scolastica dove c'era in un lato un pianoforte verticale al quale era seduto un esperto allievo del Corti, sentì venir fuori da quel semiscordato strumento una musica dolcissima, che mi fece fremere di una indicibile emozione.
Lasciai sul tavolo il libro che leggevo e mi avvicinai al pianista per vedere il titolo del brano. Era intitolato "Per Elisa" e l'autore era Beethoven. In quel momento passò in seconda linea Mozart e le mie forze si concentrarono in quel "foglio d'album" così ammaliante, che chissà quante ragazze come Elisa aveva fatto commuovere e sognare.
Ma ora ero io a subire quel fascino irresistibile di quella musica incantevole e la imparai a memoria in poco tempo. Ne ero rimasto innamorato.
In prima liceo, verso la fine della primavera, e i profumi del maggio odoroso si facevano sentire attraverso la mia finestra aperta dello studio, misi nel giradischi un disco di Chopin, i "Notturni", che avevo acquistato a poco prezzo. Quelle note cristalline come perle, suonate da Rubinstein, così suggestive e affascinanti, nel silenzio di una incantevole notte primaverile, mi fecero trasalire di commozione. Non avrei mai immaginato di trovare un autore che potesse competere con Mozart e Beethoven, con la Marcia Turca e Per Elisa. Ma ora, quei Notturni fascinosi, pieni di chiaroscuri maliardi, mi avevano fatto dimenticare ogni altro autore.
Oggi è facile avvicinarsi alla musica, trovarla e "consumarla", quasi in forma bulimica. Ma negli anni 60 ogni autore era una scoperta, e i mezzi erano scarsi.
Una cosa che mi ha fatto sempre riflettere è che ho trovato nel corso della mia vita, al momento opportuno, un autore musicale che si adattava perfettamente ai miei sentimenti, alla mia personalità.
Alla fine del liceo, una notte, mentre mi preparavo per gli esami di maturità alle prese con greco e col latino, sentì provenire dallo studio di Fosco Corti delle armonie nuove, dei suoni che non corrispondevano ai miei soliti schemi classici e romantici. Fosco stava suonando gli Arabeschi di Debussy, e la Suite Bergamasca, con Clair de lune e Passepied.
Avevo scoperto il mio ultimo "amore". L'impressionismo, ultima fase del romanticismo e anticipo della dissoluzione tonale, giungeva a completare le mie emozioni proprio nel momento degli esami di maturità.
Senza rendermene allora conto, avevo percorso l'evoluzione della musica con il mio progredire nell'età.
L’argon è uno dei “gas
nobili”, così denominati per la loro inerzia chimica.
Così ci hanno insegnato, e così appaiono nella tavola periodica di Mendeleiev: quel gruppo di elementi con il guscio elettronico completo al termine di ogni periodo dà un senso di perfezione, di stabilità,
di sicurezza.
E così pensavo fino a
pochi giorni fa, esattamente fino a quattro giorni fa, fino a giovedì scorso 20
settembre, quando due miei carissimi amici e persone esemplari nel lavoro e nella
vita, sono stati soffocati quasi all’istante da uno di questi gas, il
famigerato argon, che evidentemente tanto nobile e tanto inerte non è.
I due impiegati dell’Archivio
di Stato di Arezzo, Piero Bruni di 59 anni e Filippo Bagni di 55, sono state
vittime della loro solerzia: un segnale, rivelatosi poi falso, di allarme
antincendio in un Archivio di Stato non è una cosa che si possa ignorare.
Per correre ad accertarsi, sono stati fulminati da questo gas letale.
A questo dolore si
aggiunge ora quello dell’avviso di garanzia per il direttore dell’Archivio
stesso, dr. Claudio Saviotti, persona che in Archivio ha passato buona parte
della sua vita, e della cui amicizia mi onoro. Competente, attento, sempre disponibile
per ogni studioso; quante pagine medievali “illeggibili” abbiamo letto insieme,
e quando non riuscivamo, lui chiedeva lumi alla sua carissima moglie Lauretta, anche
lei archivista e paleografa infallibile!
La vita a volte è davvero
misteriosa. Nel luogo più tranquillo di Arezzo si è consumato un
dramma terribile che ha sconvolto la città.
E l’autore del misfatto è
un gas cosiddetto inerte. E non chiamatelo nobile.
In compenso leggo in wikipedia: “I gas nobili elio, neon, argon,
kripton e xeno non hanno alcun ruolo biologico e sono innocui per la salute”… https://it.wikipedia.org/wiki/Gas_nobili
Per questo “sono uno che
non si accontenta di wikipedia”.
Intendo unirmi in preghiera con i familiari e con tutta la comunità aretina per i due carissimi amici Piero e Filippo, uomini di profonda fede cattolica, con il Requiem più bello mai scritto: quello di Mozart.
Non mi riferisco al celebre romanzo di Alexandre Dumas père, quello dei tre moschettieri, anzi quattro.
Mi riferisco a vent'anni dopo Lucio Battisti, la cui voce si è spenta il 9 settembre 1998. Ma non si è spenta la sua musica, non si è spenta la sua immagine, non si è spenta la sua fama.
Sono cambiati i gusti, sono cambiati gli stili, sono cambiati i personaggi, sempre più appariscenti e high tech.
Ma quando quel tuo filo di voce risuona in una traccia di un disco, il resto è silenzio.
Vent'anni dopo sono un nulla per la bellezza delle tue canzoni, sempre attuali, sempre affascinanti, anche per i millenials e per chi non ha avuto la fortuna di sentirle dal vivo.
Per ricordarti e per ringraziarti dei colori con cui hai disegnato la mia giovinezza, voglio stanotte riascoltare L'aquila, del 1972 (ma la pubblicazione è del 1971, come vedo dalla partitura delle edizioni musicali Acqua Azzurra che ho sotto gli occhi).
Ma come un'aquila può
diventare aquilone?
Sarai sempre un'aquila, carissimo Lucio, che vola ad altezza sublimi.
La bruciante sconfitta della Ferrari a Monza, e soprattutto la vittoria della Mercedes e dell'antipaticissimo (sportivamente parlando) Hamilton, mi hanno guastato il pomeriggio di questa domenica.
La vittoria sembrava a portata di mano, quasi una formalità, per la Ferrari in doppia pole. Purtroppo la fortuna aiuta gli audaci, e Hamilton lo è stato. Vettel è stato un po' ingenuo e peggio ancora lo è stato il "muretto" del Cavallino, che si è lasciato ingannare dalla finta strategia dei pit stop degli avversari. Così Raikkonen si è trovato a macinare giri su giri distruggendo le gomme, mentre Hamilton ha potuto usufruire di un cambio di gomme fresche al momento giusto e ha potuto vincere tra i fischi dei tifosi italiani.
In compenso però un'altra sfida mi ha risollevato il morale. Nel tardo pomeriggio ad Arezzo oggi si correva la Giostra del Saracino, una sfida storica tra i quattro quartieri della città. Ha vinto a mani basse, anzi, a lancia in resta, il quartiere gialloblu di Santo Spirito, il mio quartiere. Grande festa e bandiere al vento.
C'è anche da dire che tra le due sfide di oggi, una persa e una vinta, c'è anche un certo legame: sia la Ferrari che la città di Arezzo hanno come stemma il Cavallino rampante. Il simbolo di gente battagliera.
Tra molta delusione e un po' di consolazione occorre rifugiarsi nella musica, dove anche lì però troviamo sfide celebri, vere o immaginarie.
Tra quelle immaginarie viene subito in mente il duello pianistico nel film La leggenda del pianista sull'oceano, del 1998, tra "Novecento" e Jelly Roll Morton.
Un'altra grande sfida, questa volta reale, avvenne a Roma nel 1707 tra Händel e Domenico Scarlatti, conclusasi in parità, a quanto dicono i cronisti del tempo: Händel più bravo all'organo, Scarlatti al clavicembalo. La sfida tra i due è stata riprodotta anch'essa in un film sulla vita di Händel: God Rot Tunbridge Wells, del 1985, di cui ho già postato la scena cult.
Celeberrima nel 1781 quella tra Mozart e Clementi, al pianoforte (anzi, al "fortepiano"), anch'essa finita in parità secondo l'augusto giudizio dell'imperatore Giuseppe II e dell'imperiale consorte.
Meno conosciuta forse, perché del tutto improvvisata e salottiera, ma non meno affascinante, quella tra Chopin e Liszt, i più grandi pianisti dell'800, e non solo. Chopin era amico di Liszt e lo considerava giustamente il più grande pianista esistente.
Nel film Chopin,un amor imposible, del 2002, incentrato sull'amore davvero "impossibile" tra il grande musicista e la celebre scrittrice George Sand, si fa riferimento, in una scena davvero geniale, al confronto sulla tastiera tra il virtuosistico Liszt, "dalle lunghe dita", e il più affascinante e delicato, ma non meno abile pianista, Chopin, nel 1837. Sembra che in quella occasione egli abbia detto a Liszt, che aveva suonato musiche di Chopin con abbellimenti improvvisati, di suonare ciò che lui aveva scritto e non altro.
Il film presenta in maniera quasi caricaturale la figura di Liszt, che è invece un genio musicale e non solo il più grande pianista forse mai esistito.
In realtà al regista del film interessa sottolineare l'esprit de finesse di Chopin, con cui affascinò la romantica e femminista ante litteram George Sand, per un amore rivelatosi poi tumultuoso.
Ma al tempo stesso il film continua lo stereotipo, duro a morire, che Liszt sia soprattutto un virtuoso della tastiera, e non il sommo musicista che realmente è stato e rimane.
Proprio da questo film polacco, Chopin: un amor imposible, riporto la scena madre del confronto tra i due amici e "rivali".
Non sto a ricordare i brani suonati da entrambi; sono troppo noti e offenderei chi legge.
Una sola cosa li accomuna: la bellezza sublime di quelle note, che mi hanno fatto dimenticare sfide vinte o perse.
Tutte le volte che sono passato sul Ponte Morandi di Genova, ho sempre scherzato sul suo possibile crollo, e allora, addio Amicusplato...
Era un'ipotetica di terzo tipo, ovviamente; ma quando arrivavo alla fine del lunghissimo tratto, con la città di Genova sotto le ruote della mia auto, mi sentivo comunque più tranquillo.
Quello che mi sembrava solo uno scherzo, ieri è incredibilmente accaduto.
Una tragedia immane, un orrendo destino per coloro che in quel momento, dieci minuti prima di mezzogiorno, transitavano nel mezzo del ponte. Almeno 31 i morti, ed è un bilancio destinato a salire.
Poteva esserci ciascuno di noi, perché infinite volte abbiamo attraversato quel viadotto, magnifico a vedersi, ma così fragile nelle sue strutture.
Una delle più belle feste dell'anno, la Madonna Assunta e il ferragosto, uno dei periodi più spensierati, si sono trasformati in un terribile incubo.
In questo momento sento solo il bisogno di pregare per le vittime e per i loro familiari.
Voglio pregare Maria Santissima Assunta in cielo, perché le innocenti vittime siano tutte sotto il suo manto materno.
Nella notte delle stelle, ce n'è una tutta italiana.
Si chiama Simona Quadarella, è una supernova (ha solo 19 anni) e brilla in questi giorni ai Campionati Europei nel cielo, anzi nelle acque, di Glasgow.
È una stella del nuoto, quello delle lunghe distanze: 1500 m, 800 m, 400 m, freestyle.
Non c'è nessuna in Europa che riesca a raggiungerla: è una navigatrice in solitario, una stella filante, una cometa interminabile.
La continua ripetizione dell'inno nazionale italiano in terra britannica, nella piscina di Glasgow, deve avere di molto scosso la flemma inglese e l'orgoglio del popolo scozzese.
I romani sono tornati ancora una volta in quelle terre, e le hanno di nuovo conquistate, superando anche il Vallo di Adriano, non con bellicose legioni, ma con un manipolo di sirenette, guidato da una diciannovenne romana, tanto simpatica, quanto tosta.
Purtroppo abbiamo anche assistito alla caduta di un'altra stella, Federica Pellegrini. Forse i suoi 30 anni e i suoi passati successi l'hanno fatta stancare di stare sempre in alto.
Nella notte di S. Lorenzo, se vediamo cadere una stella, sappiamo chi è; e se ne vediamo un'altra salire luminosa, è la stella con tre ori di Simona Quadarella.
Sono rimasto allibito dalla copertina del prossimo numero di Famiglia Cristiana: "Vade retro Salvini!" Con tanto di giustificazione (?): "Niente di personale, si tratta del Vangelo". Ma c'è nome e foto!
Un anatema vero e proprio, una equiparazione a Satana del Ministro dell'Interno e Vicepresidente del Consiglio per la sua politica sull'immigrazione.
A parte il fatto che Matteo Salvini ha pienamente ragione sulla politica di controllo dell'immigrazione clandestina, come la stragrande maggioranza degli italiani vuole da anni, e come tutte le persone che hanno ancora qualche neurone in testa, io mi domando come possa un giornale che si considera cattolico mostrare tanto odio nei confronti non solo di Salvini, ma di tutti quegli italiani che lo sostengono in massa.
Mandando al diavolo Salvini, vengono mandati al diavolo il 60/70 per cento degli italiani, già cattolici, e sempre più sconcertati dalla "politica" del Vaticano, della Cei e di questo vergognoso giornale. Ma è evangelico odiare le persone, anche se non ne condividi le idee?
"Si tratta di Vangelo". Già, proprio per questo i paolini dovrebbero essere presi per l'orecchio da chi sta in alto loco e chiedere scusa al Ministro.
E quando mai un giornale cattolico si è permesso di offendere così platealmente un legittimo governante, tra l'altro molto più vicino agli ideali evangelici di giustizia e ai valori cristiani dell'Italia, di tanti alti papaveri vaticani?
Se la Chiesa non torna a fare quello che deve fare, cioè predicare i valori della famiglia, i comandamenti di Dio, la salvezza portata da Cristo (non da Maometto), e il Credo niceno-costantinopolitano, invece di fare concorrenza alle tante ong che circolano non si sa con quali scopi, allora è destinata alla insignificanza e al disprezzo, per colpa propria.
Con questo nuovo comandamento: Ama il tuo prossimo, odia Salvini!
È sempre una grande soddisfazione una sconfitta dell'Inghilterra. Sportivamente parlando, of course.
Riconosco che gli inglesi mi rimangono sulle palle (siamo nel football, no?)
Ma la sconfitta inglese mi è ancor più gradita perché subita dalla tosta e simpaticissima Croazia.
Che la Croazia sia tosta lo dimostra il fatto che in tutti gli sport viaggia sempre in prima linea: campioni di pallanuoto e di pallacanestro, e ora in finale con la Francia nei campionati mondiali di calcio.
Non è poco per questa piccola nazione: 4 milioni di abitanti!
Mi rimane simpatica anche quella curiosa maglietta a scacchi bianco-rossi (oggi era scura, ma sempre a scacchi). Non sarà di certo una maglia firmata, ma nel calcio non contano le firme, ma gli attributi. E i Croati ne hanno.
Incredibile anche il nome della nazione nella sua impronunciabile lingua: Hrvatska.
E nella Croazia c'è quell'ariete di Mandzukic, da cui si capisce per quale club italiano io faccia il tifo.
E poi, per me cattolico, c'è una istintiva simpatia per i cattolicissimi croati, che hanno saputo mantenere la loro fede anche sotto il durissimo regime di Tito (ma questo che c'entra con il calcio? Non c'entra, ma lo voglio ricordare).
L'Inghilterra ha subito una lezione indimenticabile. Partita con la convinzione di vincere il mondiale, tutti campioni della premier league, dovranno accontentarsi di un terzo o (spero) quarto posto.
Domenica la Gran Bretagna ha subito l'umiliazione della sconfitta in F1 in casa sua, a causa della Ferrari, e a Silverstone è risuonato l'inno di Mameli.
Stasera l'Inghilterra è stata suonata dalla Croazia. Una ciliegia tira l'altra.
Una cosa che mi rende ancor più antipatici i sudditi di sua maestà, calcisticamente parlando, è il fatto che la Gran Bretagna ha ben quattro squadre accreditate dalla FIFA: Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord, le quattro Home Nations del Regno Unito.
Ma chi credono di essere?
W la Hrvatska!
Nella foto i due autori dei gol che hanno deciso la partita: Perisic e in primo piano Mandzukic
La sconfitta della Spagna da parte della Russia ai Campionati del mondo negli ottavi è un'altra grande sorpresa di questi mondiali 2018.
Sono già cadute molte delle "grandi": la Germania, campione del mondo in carica, l'Argentina, il Portogallo e ieri sera la Spagna con i padroni di casa. L'Italia di Ventura era caduta ancor prima di arrivare in Russia.
Sorprende non poco la sconfitta della Spagna, che era forse la favorita, per i suoi grandi campioni ancora in forze (Iniesta, Isco, Sergio Ramos, Piqué, ecc.), ma soprattutto per il suo gioco inarrivabile, quel Tiki-taka che non lascia spazio agli avversari.
Questa volta il Tiki-taka è stato un lunghissimo Tic-toc improduttivo (120 minuti), deciso ai calci di rigore, con il portiere russo Akinfeev, famoso per le papere e le farfalle, ma ieri sera autentica saracinesca ai rigori: ne ha parati due ai (finora) infallibili cecchini spagnoli, e subito eletto eroe nazionale di tutte le Russie.
Mi pare perciò logico dedicare un brano di musica alla straordinaria impresa russa: la "Danza Spagnola", tratta dal "Lago dei Cigni". La Danza è come il Tiki-taka della squadra del povero Hierro, ma l'autore è Tchaikovskij, come ben noto.
Gli spagnoli danzano, ma chi li fa ballare è il grande musicista russo.
Gli analisti sportivi si domandano come sia stata possibile oggi la sconfitta della Germania, campione del mondo in carica, con il Messico.
Hanno parlato di squadra sbilanciata in avanti, senza geometrie, troppo lenta.
Non hanno capito il motivo di fondo.
I tedeschi hanno perso perché hanno visto negli spalti e nelle casacche degli avversari (maglina, calzoncini e calzettoni), il tricolore. Hanno pensato all'Italia, ed è stata la loro fine...
Peccato per noi che fosse il tricolore "sbagliato". Verde-bianco-rosso, sì, ma messicano.
Ma io sono contento lo stesso. Ha vinto ancora una volta il tricolore.
E poi, vuoi mettere? La sconfitta della Germania è sempre una soddisfazione in sé stessa.
¡Viva Mexico!
PS. Dopo la rete di Lozano, per i salti di gioia a Città del Messico è stata registrata una sorta di scossa sismica del IV grado della scala Mercalli. Non oso immaginare cosa accadrebbe per la vittoria del mondiale...