giovedì 13 novembre 2008

Gesù Cristo, una presenza scomoda





Gesù è certamente il personaggio che più di ogni altro ha cambiato la storia umana.
Da lui prende inizio anche il computo degli anni (avanti e dopo Cristo), e quella cristiana è ancor oggi la religione più diffusa nel pianeta.

C’è però nel mondo attuale chi vuole negare perfino l’esistenza storica di Gesù, forse perché anche solo il riconoscere la sua presenza mette in crisi molte false sicurezze dell’uomo di oggi.

Ma i documenti che attestano l’esistenza di Gesù provengono da fonti pagane, giudaiche, cristiane, e anticristiane, cioè da ogni ambiente dell’epoca.

Mi fermo solo sulle principali, perché bastano queste per costituire nel loro insieme una prova inoppugnabile.

1. Il documento fondamentale proveniente dal mondo pagano è del grande storico latino Tacito, il quale, parlando di Nerone che fece incendiare Roma, ricorda come la colpa fu fatta ricadere sui cristiani (anno 64). Pur ritenendoli innocenti, Tacito parla dei cristiani con disprezzo, come una cattiva novità per l’impero. Proprio questo disprezzo aumenta paradossalmente la veridicità dello scritto.

“Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato (Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat) e, momentaneamente sopita, questa dannosa superstizione (exitialis superstitio) di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, origine di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso”.
“Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine (ingens multitudo) non tanto per l’accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano” (Annales XV, 44).

Tacito scriveva nel 116 circa, a pochissimi decenni di distanza dai fatti accaduti, senza considerare che le sue ricerche erano partite necessariamente molti anni prima; aveva accesso come senatore agli archivi dello Stato (Acta diurna, Acta Senatus, etc.) e parla perciò con cognizione di causa, citando con precisione nomi e fatti; inoltre, la numerosa comunità cristiana (ingens multitudo), che nel 64 è già presente a Roma al tempo di Nerone, a pochissimi anni dalla morte di Gesù, costituisce una prova ulteriore della realtà storica di Cristo. Tacito infatti fa preciso riferimento alla continuità di questa setta religiosa, dal suo fondatore in Giudea, fino alla capitale dell’impero.

2. Il documento fondamentale proveniente dal mondo giudaico è dello storico Giuseppe Flavio che vissuto nel secolo di Gesù, scrive intorno al 94 le “Antichità Giudaiche”. Siamo proprio a ridosso degli avvenimenti narrati, e migliaia di persone, testimoni di quei fatti, erano ancora in vita. Giuseppe Flavio conosceva bene la storia del suo tempo, anche perché era di famiglia sacerdotale, ed era stato governatore della Giudea dal 64 alla 70, anno della distruzione di Gerusalemme da parte dei romani. Egli cita Giovanni Battista, Giacomo “fratello di Gesù chiamato il Cristo”, Pilato; e descrive in breve, ma con precisione, la vita di Gesù, alla quale venne aggiunta nel III secolo anche qualche nota cristiana.
La scoperta di un’antica traduzione araba delle Antichità Giudaiche nel 1971 dall’ebreo Schlomo Pinès, professore all’Università di Gerusalemme, ha permesso di stabilire con più precisione la testimonianza flaviana, che riportiamo nella dizione fissata da Pinès:

“ In questo tempo [al tempo di Pilato] viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e altri popoli divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie” (Ant. XVIII, 63-64).


3. I documenti cristiani sono i Vangeli , gli scritti apostolici (Lettere di S. Paolo, Atti, etc.) e i cosiddetti padri apostolici. Sono stati redatti tra il 50 e il 100, quando morì l’ultimo apostolo, Giovanni.

Tra i padri apostolici ricordiamo:
La Didachè, composta in Oriente tra il 50 e il 70 d. C.
La prima lettera di S. Clemente papa ai Corinti composta nel 96 d. C., al tempo della persecuzione di Domiziano.
Le lettere di S. Ignazio, che conobbe gli apostoli e fu vescovo di Antiochia tra il 70 e il 107, quando fu portato a Roma e martirizzato al tempo dell’imperatore Traiano.

Per la datazione dei Vangeli un fondamentale punto di riferimento è il Papiro Ryland, che è del 120 circa. Venne trovato al Fayyum in Egitto, e riporta un passo del Vangelo di Giovanni, l’ultimo dei Vangeli. Secondo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il grande storico del IV secolo, l’ultimo vangelo fu scritto al tempo dell’imperatore Domiziano, morto nel 96.
Il papiro Ryland conferma ampiamente questa testimonianza. Infatti il materiale usato (il papiro e non la pergamena) indica ormai una diffusione popolare, così come il luogo, fuori della Palestina. Il Vangelo di Giovanni è perciò ascrivibile a svariati anni precedenti, appunto intorno alla fine del I secolo.
Del resto già nel II secolo abbiamo l’elenco dei libri canonici da leggere in chiesa: questo celebre documento è chiamato Codice Muratoriano, una pergamena del 160-180 dopo Cristo, che prende il nome dal grande storico e ricercatore Ludovico Antonio Muratori che lo scoprì. Nel Codice Muratoriano sono indicati i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo, altre lettere apostoliche e l’Apocalisse.
Se Dan Brown, invece di scrivere il romanzesco Codice da Vinci, avesse riportato il Codice Muratoriano, non avrebbe potuto dire scioccamente che i Vangeli sono del IV secolo; di certo però non avrebbe guadagnato milioni di dollari…

5. Anche i vangeli apocrifi, benchè non riconosciuti validi nelle affermazioni teologiche dalla Chiesa antica, attestano comunque l’esistenza di Gesù e sono stati scritti tra l’età apostolica e il secolo successivo. A differenza di quello che spesso si dice, anche i Vangeli apocrifi affermano la divinità di Cristo, e la sua risurrezione. Svalutano invece gli aspetti più dolorosi dell’umanità di Gesù. In nessun vangelo apocrifo c’è la descrizione di un amore di tipo carnale tra Gesù e Maria Madalena, ed in genere i vangeli apocrifi sono fortemente misogini, come lo erano i loro autori gnostici.
Evidentemente Dan Brown non ha letto nemmeno questi.

6. Nessun autore nemico dei cristiani nei primi secoli ha mai contestato ai cristiani l’esistenza di Gesù. Ne contestavano la risurrezione, cioè la divinità. Così ad esempio il pagano Frontone, l’ebreo Trifone, il platonico Celso, il cinico Luciano di Samosata (II secolo), etc.
Questi avevano tutto l’interesse a negare l’esistenza storica di Gesù, ma non lo fecero mai; anzi, per citare solo Luciano, i cristiani adorano “un uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione”.


Coloro che oggi vogliono contestare l’esistenza di Gesù devono cancellare le testimonianze di Tacito, di Giuseppe Flavio, dei Vangeli, di S. Paolo, e dei nemici stessi degli antichi cristiani.

Insomma, devono cancellare la storia. E come fanno, con il bianchetto?




Foto in alto: Rifacimento di un poster della contestazione giovanile del '68

martedì 11 novembre 2008

Il senso religioso




Ho visto che nessun argomento, nemmeno Berlusconi, riesce a far discutere tanto, quanto gli argomenti religiosi. In questi giorni nel web ho avuto di nuovo kilometriche diatribe con persone non credenti.

Quando dico non credenti non è solo un modo di dire; ci sono persone che negano proprio tutto: non esiste Dio, non è esistito Gesù, la Chiesa esiste ma è stata inventata dagli uomini.
Questo rifiuto totale viene però accompagnato da una tale carenza di argomentazioni, che mi lascia stupefatto.

Proverò pertanto a riportare sul solido terreno della ricerca razionale e documentaria la questione religiosa. In questo post parlerò degli aspetti razionali del sentimento religioso; nel prossimo, della storicità di Gesù; e se la cosa interesserà, aggiungerò un post sulla Chiesa.

Cercherò di essere breve, sia perché molti di questi argomenti li ho già trattati, sia perché la brevità permette meglio di “ruminare” gli argomenti proposti.

L’esistenza di Dio

L'esistenza di Dio non è solo un fatto di fede. È anzitutto un’esigenza della ragione. Si arriva a Dio perché bisogna spiegare questo nostro mondo in divenire. Il mondo che vediamo è giunto a noi da una lunga evoluzione precedente. Quanto lunga?

Se la risposta è: da un numero finito di miliardi di anni (quindici, di più) è necessario concludere che qualcuno abbia dato inizio al tutto, con il big bang; un essere che non appartiene ovviamente a questo mondo a cui ha dato inizio; ma totalmente diverso, trascendente, assoluto, cioè Dio.

Se la risposta è: da un numero infinito di anni, il problema si sposta all’indietro, fino all’infinito, ma non si risolve mai, perché il mondo avrà sempre bisogno di una causa precedente, e dunque non può iniziare. Ma siccome il mondo esiste e nella sua catena di esseri è giunto fino a noi, deve avere avuto un inizio.

In ogni caso perciò occorre ammettere un Essere eternamente presente, assoluto, cioè ontologicamente diverso e distinto dal creato, che ha dato inizio ed esistenza a questo mondo in divenire, sia che si parta da 15 miliardi di anni fa, sia che si parta da un tempo infinito.

L’esistenza di Dio è dunque un’esigenza della nostra ragione e del nostro cuore inquieto.


Come conclusione riporto una serie di affermazioni su Dio di famosi pensatori e scienziati.

Aristotele: “Nel divenire dei motori mossi, occorre giungere a un primo motore immobile. Bisogna fermarsi” (Metafisica, XII).

Agostino: “O Signore, ci hai creati per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Confessioni, inizio).

Tommaso: “Gli esseri del mondo hanno l’esistenza. Dio è l’esistenza stessa” (De ente et essentia).

Cartesio: “Datemi materia e movimento e vi costruirò il mondo” (Meditazioni metafisiche).

Galileo: "La natura è come un libro il cui autore è Dio" (Lettera a P. Benedetto Castelli).

Newton: “Questa elegantissima compagine del sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un essere intelligente e potente. Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell'universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, pantokrator” (Principi matematici di filosofia naturale).

Voltaire: “Non è più agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato” (Trattato sulla tolleranza, preghiera finale).

Rousseau: “Tutto è buono ciò che esce dalle mani dell’Autore della natura, tutto si corrompe nelle mani dell’uomo” (Emilio, incipit).

Kant: “Due cose mi riempiono di stupore: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” (Critica della ragion pratica, explicit).

Maxwell: Il libro della natura si mostra agli occhi dello scienziato come ordinato e armonioso, rivelando l'infinita potenza e saggezza di Dio nella sua irraggiungibile ed eterna verità.

Einstein: “Dio non gioca a dadi con il mondo”.

Dostoewskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso” (I fratelli Karamazov).




Foto in alto: "L'albero della vita" (1950), H. Matisse (Cappella del Rosario di Vence, Nizza)

sabato 8 novembre 2008

Prendere per il naso...



Le battute di Berlusconi sul nuovo presidente americano Obama hanno suscitato una valanga di commenti nei mass media e nella blogosfera.

Non entro nel merito della questione, ma ne prendo spunto per notare che nei personaggi politici l’attenzione al look, all’immagine esteriore ha sempre avuto la sua importanza.

Citerò qualche esempio.

Lo statista ateniese Pericle aveva la testa a pera. Lui risolse il problema portando abitualmente l'elmo (non esisteva il cappello ancora!), e con l'elmo lo vediamo sempre raffigurato nelle sculture greche.

Giulio Cesare invece aveva una pronunziata calvizie, che per gli antichi romani rappresentava un disonore. Per questo si fece attribuire dal senato e dal popolo romano “il diritto di portare in perpetuo una corona di alloro” (ius gestandi perpetuo lauream coronam).

Federico da Montefeltro, duca di Urbino, famoso per il suo mecenatismo e per la sua cultura, aveva la faccia deturpata da un colpo di spada. Dai pittori si faceva sempre raffigurare dalla parte ‘buona’ del viso, in cui si notava solo la mancanza di un po’ di naso. Celebre il ritratto di Piero della Francesca.

Luigi XIV fece le cose in grande, come si addiceva al Re Sole. Poiché divenne precocemente calvo, decise di indossare una grande parrucca, e ordinò che altrettanto facessero tutti i dignitari di corte.
La cosa ebbe tanto seguito che da allora (sec. XVII) fino alla Rivoluzione Francese (1789) in Francia non c’era nessun nobile o personaggio di alto rango che non portasse la parrucca, compresi Voltaire e gli illuministi. L'esempio fu seguito in tutta Europa e varcò gli oceani. E così fino alla Rivoluzione, che cambiò anche la moda, tanti seriosi personaggi sembrano capelloni ante litteram.

Molto più drastica però fu Cleopatra, donna fatale, ma con un naso un po’ troppo pronunciato.
Aveva dato ordine che, chi avesse osato in sua presenza fare un accenno a questo difetto, venisse immediatamente ucciso.

Non era proprio il caso di… prenderla per il naso.



Foto in alto: "Federico da Montefeltro" (1465), Piero della Francesca (Uffizi, Firenze)

mercoledì 5 novembre 2008

Pasquinate




Pasquino era la statua ‘parlante’ della Roma papalina e ha rappresentato per secoli la voce del popolo romano.
È un busto di epoca latina, oggi ridotto a poca cosa, che si può a mala pena vedere fuori Palazzo Braschi, presso Piazza Navona.

Una volta invece era assai rinomato. Anonimi verseggiatori gli appendevano al collo cartelli con scritte satiriche, contro abusi e scandali del mondo ecclesiastico e nobiliare.
Poiché quel tronco di statua era conosciuto col nome di Pasquino, le rime satiriche furono dette “pasquinate”.

Ieri l’amica Stefania, atea e simpatica romana, ha trovato nel web una pasquinata contro papa Benedetto, e l’ha riportata [http://ziczac.it/a/notizia/muore-lentamente-tibet-colpa-cina-anche-nostro-disinteresse/#ca117653]

Dice così:

"Appello a li cinesi

A cinè...lassate perde i tibetani, date retta
e trattate er Dalai Lama co' rispetto:
perchè 'n venite a Roma in tutta fretta
e ce cacciate via papa Benedetto?"


Il ritmo è un po’ zoppicante, ma i concetti sono chiari…

Non sono romano, ma toscano, e qualcosa di Pietro l’Aretino devo pur aver ereditato.
Mi sono perciò permesso di rispondere così, con un’altra pasquinata:


II Appello a li cinesi

A cinesi, unn’e state a veni’ qua;
ve portiamo a Pechino er Vatica’,
con chiese, monumenti e cupoloni,
che qua rompono a tutti li cojoni.

Vo’ ce dovete da’ in contropartita
quarche pagoda e la città proibita:
robba de legno, come quella capa
che vole fare er cambio con er papa.



Pasquino vs Pasquino.

Ai posteri, anzi, ai postatori, l’ardua sentenza...

martedì 4 novembre 2008

4 novembre. Vittorio Veneto




Vittorio Veneto porta un nome che è stato un presagio. Alla cittadina veneta fu dato il nome di Vittorio, in onore del re Vittorio Emanuele II, nel 1866. Nessuno allora avrebbe potuto immaginare che vi si sarebbe combattuta l’ultima e vittoriosa battaglia della Grande Guerra, tra il 24 ottobre e il 3 novembre 1918.
Lo sfondamento del fronte a Vittorio (Veneto) mise in rotta l’esercito austriaco e portò alla vittoria finale, sanzionata dall’armistizio di Villa Giusti del 3 novembre, entrato in vigore il 4 novembre.

Proprio il 4 novembre il comandante supremo Armando Diaz fece diramare il famoso "Bollettino della Vittoria".

L’ultima frase del bollettino fu aggiunta di pugno da Armando Diaz stesso, a dispaccio già composto, ed è la parte più celebre, sia per il vigore delle espressioni, sia perché contiene un (discusso) errore di grammatica.
Diaz descrive la rotta dell’esercito austriaco così:

“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

A prima vista la frase fila; ma a ben guardare si nota che “i resti” dell’esercito austriaco certamente “risalgono con disordine e senza speranze le valli”; ma si trova difficoltà a pensare che fossero stati solo “i resti” del medesimo esercito a scendere quelle valli “con orgogliosa sicurezza”.
Insomma, il medesimo soggetto “i resti” non può reggere le due frasi: furono i resti dell’esercito a risalire, ma era stato l’esercito al completo a discendere in Italia.

Altri però molto giustamente ricordano che esiste una figura retorica, lo "zeugma", (giogo), che consiste nell’unire impropriamente due termini o due frasi, per dare rapidità ed efficacia al discorso.
È celebre l’esempio dantesco, nel XXXIII canto dell’Inferno. Il Conte Ugolino dice: “Parlare e lacrimar vedrai insieme”. Lacrimar si vede, ma parlare si sente.
Diaz il 4 novembre non aveva certo in mente uno zeugma; ma l’immensa gioia della vittoria lo porta ad aggiogare due frasi diverse; come l’immenso dolore del Conte Ugolino lo porta ad unire impropriamente due verbi. In ambedue i casi si ottiene rapidità ed efficacia.

Il valore eroico che portò i soldati italiani alla vittoria è espresso in modo indimenticabile anche dalla scritta che si vede in un brandello di muro di una casa (l'osteria Zanin) presso Fagarè, oggi inserito nel Sacrario del luogo:

TUTTI EROI ! O IL PIAVE O TUTTI ACCOPPATI !

Fu segnata (sembra) dall’eroico tenente Ignazio Pisciotta, nel giugno 1918, per incitare alla resistenza sul Piave. All'episodio si fa cenno anche nel film di Monicelli, La Grande Guerra.

Il tenente Pisciotta era di Matera.
Sul Piave e a Vittorio Veneto non si fece solo l’unità d’Italia geografica, ma anche civile e morale.


domenica 2 novembre 2008

Nel giorno dedicato ai defunti




Nel giorno che ricorda tutti i defunti, voglio dedicare loro una preghiera.

È la preghiera che ogni persona conosce, rivolta alla Madonna: Ave Maria.

La musica è una delle più belle melodie che siano state mai scritte, di Giulio Caccini, degli inizi del 1600, e solo recentemente riscoperta (composta?) dal musicista russo Vladimir Vavilov.

La voce è quella stupenda del grande soprano coreano Jo Sumi.


Il commosso ricordo dei nostri cari con la dolcezza dell'Ave Maria di Caccini (o di Vavilov)...






venerdì 31 ottobre 2008

Non festeggio zucche vuote...




C’è chi festeggia le zucche vuote di Halloween, vero emblema di tante teste del mondo attuale.

Io invece festeggio i Santi, veri uomini e donne, che nella loro vita hanno dato, ognuno con le sue caratteristiche, un contributo di sana umanità, oltre che di fede.

Teste piene, insomma, che hanno illuminato il corso della storia, e non certo con un mozzicone di candela.

La santità non è qualcosa di strano, ma consiste nel fare al meglio ciò che siamo chiamati a fare. In questo senso i santi non sono soltanto quelli del calendario, ma un’infinità di persone che, senza clamore, mandano avanti la baracca del mondo.

E non solo quelli del calendario cristiano, ma ogni persona di buona volontà.

Sull’esempio di quell’ Uomo Giusto, senza il quale, per ripetere un’espressione di Solgenitzin, non può esistere né un villaggio, né una città, né il mondo intero.


Nel video, il "Santo" della Messa Beat (1966), di Marcello Giombini, eseguito da The Bumpers

mercoledì 29 ottobre 2008

Ritratto di donna (dedicato a Rossaura)
















Arte difficoltosa la pittura,
specialmente ritrarre un personaggio;
se poi non l’hai mai visto di figura,
o sei un po’ matto, oppur sei Caravaggio.

Non ti ho mai visto, Ross, nemmeno in foto;
ho solo il nome e solo i tuoi commenti;
proverò a ricolmare questo vuoto
con fantasia e con i sentimenti.

Il destino talvolta è un po’ severo;
sei del nord-est padanico e leghista
tu che Rossa di nome e di pensiero
sventoli la bandiera comunista.

Sei di Venezia, al pari del Goldoni,
ti piace l’ironia e il parlare sano;
ecco perché tu chiami Berlusconi
“diversamente alto”, anziché nano.

Tra le stupende chiese veneziane
non ce n’è una che bene ti stia;
forse saranno fredde o poco sane,
o forse per i preti hai un’allergia…

Il tuo volto non so, né so il tuo aspetto,
ma son certo che attira l’attenzione;
bella come la Leda in Tintoretto,
o come la Tempesta del Giorgione.

Se vedi dei banchetti e tavolini,
o passegger che per Venezia vai,
dove si firma contro la Gelmini:
fermati; certo Ross vi troverai.

Anche se il morbo infuria e il pane manca
la troverai al suo posto; non si è mossa.
Come nel 68, non è stanca;
sul ponte sventola bandiera rossa.

Mia cara amica, molto ci divide,
ma un pittore non giudica, disegna.
E fin dal primo giorno ch’io ti vide,
ho visto un cuor che lotta e che s’impegna.

Ed un parlar sincero e spiritoso,
specie se parli in anglo-veneziano!
Vorrei baciarti, ma ci hai il tuo moroso,
vorrei abbracciarti, ma sei un po’ lontano…

Ti lascio queste rime, come segno
di stima e affetto, fior bianchi e vermigli.
Il pittore ha finito il suo disegno:
Ross, puoi guardarlo; spero ti somigli.


Amicusplato

martedì 28 ottobre 2008

Alle radici della musica sacra moderna: La Messa Beat (1966)



Il 27 aprile 1966 nella Chiesa della Vallicella a Roma il gruppo sardo dei “Barrittas”, insieme ai due gruppi romani “The Bumpers” e “Angel and the Brains”, eseguì “La Messa dei giovani”, per voci, chitarre elettriche, tastiera e percussioni, composta da Marcello Giombini.

Gli strumenti usati (chitarre elettriche e batteria in chiesa!), i ritmi incalzanti del rock, gli innovativi testi in italiano di Scoponi, Gasbarri e Federici, e le geniali armonie di Giombini non solo suscitarono una vastissima eco, ma cambiarono improvvisamente il modo di fare musica sacra.

Si passava dal mistico gregoriano alla musica prediletta dalla nuova generazione, la “beat generation”. E non a caso la Messa di Giombini venne detta comunemente “Messa Beat”.

Da quel 27 aprile 1966 nelle chiese la musica non è stata più la stessa.

Devo dire che anch’io allora facevo parte, come bassista, di un gruppo che “mise su” questa Messa nella mia città, con grande entusiasmo, e con grande soddisfazione dei partecipanti alla liturgia.

Nel video di You Tube, che sono riuscito a scovare, c’è una inesattezza. La data non è 1965, come appare, ma 1966, perché i Barrittas e gli altri due gruppi pubblicarono i loro singoli 45 giri dopo l’esecuzione della Vallicella e nel medesimo anno, per l’etichetta Ariel.

Ho scelto tra i vari brani il Gloria anche perché, oltre alla sua bellezza, la chitarra basso ha una parte rilevante. Un po' di nostàlghja...

lunedì 27 ottobre 2008

Come suona la campana di Gauss?



La curva di Gauss è un grafico a forma di campana e viene spesso usata per esprimere il modo in cui si distribuiscono molti fenomeni, sia nel campo delle scienze naturali che di quelle umane.
La curva di Gauss è di facile lettura ed ha anche, esteticamente, una sua bellezza intrinseca: è infatti perfettamente simmetrica rispetto all’asse centrale, al pari della siluette di una campana.

Secondo le mie osservazioni, anche la distribuzione delle idee politiche e religiose di quelli che postano negli aggregatori è rappresentata da una curva gaussiana.

Partiamo dalla politica.

Esiste un gruppo di persone che difende strenuamente l’operato del governo. Sembra la Guardia di Napoleone a Waterloo, quella che muore ma non s’arrende. È un gruppo nettamente minoritario e costituisce il primo piede della campana.
La grande massa, che determina tutta l’ampiezza della curva, è formata da persone che vanno da una critica argomentata ad un’opposizione sempre più netta e viscerale; fino a piegare nel drappello di avanguardia, per il quale Berlusconi e soci non ne fan bene una, a prescindere. Quest’ultimo è il piede basso opposto, simmetrico al primo.

Significativo è anche il modo di esprimersi al riguardo.
Per il primo gruppo il capo del governo è chiamato col suo cognome, Berlusconi; nella massa centrale diventa l’innominato, con epiteti sempre più coloriti: l’uomo di Arcore, il piduista, il mafioso, il diversamente alto, lo psiconano; finché si torna al cognome di partenza, preceduto però questa volta dal nome Benito, oltre al quale non ci può essere di peggio.
Come si vede una curva simmetrica perfetta.

Per quanto riguarda la religione, la distribuzione delle idee è analoga, anche se le persone non sono sovrapponibili alle precedenti; all’interno dei gruppi ci sono infatti scambi significativi, che per brevità non starò ad analizzare.

Una piccola minoranza difende la chiesa e il papa; mi sembrano un po’ come gli antichi cristiani. Stanno spesso nascosti nelle catacombe dei loro account e dei loro blog, e quando vengono fuori, finiscono spesso in pasto “ai leoni” del web.
Poi c’è tutto il gruppone centrale, che va da alcune critiche argomentate a posizioni sempre più radicali, secondo cui il papa sbaglia sempre (e pensare che i cattolici dicono che è infallibile…). Infine si arriva al gruppo di punta, tipo UAAR, che predica lo sbattezzo.

Anche qui la terminologia usata è illuminante.
Si passa da Papa Benedetto XVI, a Papa Ratzinger, Pastore tedesco, Papa Ratzi, Natzi, B 16.
Una curva simmetrica perfetta, come appunto la campana di Gauss.

E pensare che la campana è uno dei segni più tipici del cristianesimo: campana e relativo campanile.

A quanto pare la campana del web suona così.

Ma come spesso accade, la realtà supera la fantasia e il mondo virtuale.

Nella realtà sembrano suonare altri tipi di campane di Gauss, secondo le quali le parti sembrano esattamente rovesciate.

È lecito perciò domandarci, prendendo lo spunto da Hemingway: come suona la campana?

sabato 18 ottobre 2008

Si fa presto a dire... forbici! (dedicato a ZicZac)


Il social news Zic Zac ha compiuto un anno. Mi è sembrato opportuno dedicare un post all'avvenimento. Ho cercato di farlo in modo scherzoso, in quartine. È anche il mio saluto a tutte le persone che vi ho incontrato.



Se una vita serena vuoi godere,
senza paure e senza turbamenti,
a portata di mano devi avere
sempre un paio di forbici taglienti.

Pende un filo dal vecchio maglioncino:
Zic! ed ecco che nuovo è ritornato.
Spunta un capello bianco, malandrino:
Zac! e così qualche anno hai eliminato.

Un alluce ti fa veder le stelle?
Armato di coraggio e forbicine,
attento a non tagliarti anche la pelle,
l’unghia malfatta te la fai a fettine.

Sei nel tuo studio superattrezzato:
pc, stampanti, soft multimediali;
ma se a un fotomontaggio hai lavorato,
forbici usasti, vere o virtuali.

C’è poi chi con le forbici ci vive:
sarti e sarte, barbieri e parrucchiere;
quelle del pedicure sono incisive,
trancianti sono quel del giardiniere.

Possiamo usarle in modo originale:
se t’entra in casa un malintenzionato,
impugni le tue forbici a pugnale
e in fuga metterai lo scellerato.

E se di notte, mentre stai dormendo,
tua moglie è assai delusa e insoddisfatta,
attento, che può farne uso tremendo:
basta un zic-zac, e la frittata è fatta…

Ma il miglior uso, quello più intrigante,
lo scopri navigando in blogosfera,
in un aggregator fresco e brillante
che ha compiuto già un anno l’altra sera.

Un bel paio di forbici ha per logo,
ZicZac si chiama, e non certo per niente:
se la news non ti piace tu dai sfogo
al tuo sadismo e zacchi immantinente.

Se invece la notizia ti è gradita,
con uno zic la metti in evidenza;
e può giungere in cima alla salita
ziczacando tra i voti dell’utenza.

Ci sono news che salgono in volata,
altre scendon senza paracadute,
qualcuna è malamente contrastata;
e allora Mic fa stop alle battute.

Quel che a ZicZac di bello vi ho trovato,
oltre alla veste grafica brillante,
è un mondo di persone variegato,
che in questi mesi è in crescita costante.

Utenti di ZicZac, d’ogni colore,
non sciupate il bel sito rinnovato!
A Mic e Giulio un doppio Zic di cuore
perché questo bel sito han realizzato.

Qui do un bel taglio ed una sforbiciata
a questa mia canzon di compleanno.
Amicusplato lascia la brigata;
spera non aver fatto troppo danno.

martedì 14 ottobre 2008

Il bello, il brutto e... Benedetto Croce




Un grande contributo per capire ciò che è bello e ciò che non lo è, in ogni forma espressiva, ci viene da Benedetto Croce. Il suo pensiero, dopo quello di Aristotele, appare il più geniale ed anche il più utile per educare al gusto del bello.
Per illustrare l’estetica di Croce non comincerò dal suo pensiero filosofico, come normalmente viene fatto; ma partirò da alcune sue riflessioni immediatamente comprensibili, per giungere a definizioni più generali.

1. Ognuno di noi si accorge che quando parla e tratta di argomenti che conosce bene e lo appassionano, le parole fluiscono quasi spontaneamente a illustrare concetti che sono ben chiari e vivi nella mente. Insieme ai concetti, anche le relazioni logiche vengono espresse con grande proprietà, in un frasario ben articolato ed efficace, grammaticalmente corretto.
Al contrario, quando dobbiamo affrontare argomenti di cui non possediamo completa cognizione o di fronte ai quali proviamo poco interesse, il discorso diventa faticoso e si stenta a trovare parole appropriate. Anche i periodi si fanno involuti o sgrammaticati.

Ecco quindi la prima conclusione. Forma e contenuto di un argomento o di un’opera qualunque non sono separabili; e una forma espressiva sarà efficace, ben articolata e corretta (perciò bella) quando il contenuto di idee in noi è chiaro, vivo e ben organizzato.

Se uno dicesse: Ho delle idee in testa, ma non le so esprimere, Croce risponderebbe: Non le sai esprimere perché non le hai ben chiare in testa. Se uno studente dicesse: Il professore conosce la materia, ma non la sa spiegare, Croce direbbe: Quel professore non sa spiegare la materia perché non la conosce bene; magari non ha appprofondito le strutture e le connessioni logiche, o forse ha una preparazione lacunosa. Se uno conosce bene una cosa, trova sempre il modo di farsi capire correttamente; l’espressione comprensibile dei concetti è la misura di quanto sono chiari dentro di noi. Un appassionato di Internet riuscirà senz’altro a fare un tutorial perfetto, in poco tempo e in modo piacevole. Cosa che io non potrei fare mai…

2. Che cos’è allora un’opera d’arte? Si ha un’opera d’arte quando il contenuto, che l’autore vuole comunicare, è così vivo, potente, efficace che non può che esprimersi in una forma espressiva altrettanto viva, efficace e convincente. In altri termini, è un’idea brillante e geniale, che si fa sempre più chiara nella mente dell’artista e alla fine, quando è pienamente matura, si sprigiona quasi per forza propria (la famosa ispirazione!) in una forma brillante e geniale.
Quando Michelangelo si poneva davanti a un masso di marmo di Carrara, cominciava subito a vedervi dentro muscoli, nervature, atteggiamenti, figure, che poi egli “liberava dalla prigionia del marmo” con lo scalpello.
Le sue sculture incompiute (i Prigioni ad esempio) danno proprio questo senso di liberazione dalla prigionia della materia.

3. Ciò che distingue l’opera d’arte da ogni altra forma dello spirito umano è il modo di esprimersi.
Mentre il filosofo per esprimere la realtà del mondo usa forme astratte e universali (i concetti), l’artista esprime la realtà universale per mezzo di forme individuali, singolari (le intuizioni). Questo è un aspetto fondamentale che, in parte, collega l’estetica crociana all’estetica classica.
In altri termini, il filosofo si esprime per concetti astratti: forma e contenuto sono perciò universali. L’artista invece esprime ugualmente idee universali, ma per mezzo di una forma individuale, sensibile, concreta, che può essere un disegno, una poesia, un romanzo, una scultura… Il tutto in un frammento: questa è la caratteristica dell’opera d’arte.

Per fare qualche esempio; quando Leopardi parla dell’amore (concetto universale) non fa una dissertazione filosofica, ma ci presenta il suo amore per Silvia; Silvia esprime meglio di concetti astratti il significato dell’amore giovanile: “lingua mortal non dice, quel ch’io sentiva in seno”. E ancora, quando vuole esprimere l’illusione della gioia e la realtà del dolore, non fa una descrizione sistematica alla Schopenhauer, ma descrive Il sabato del villaggio: “la donzelletta vien dalla campagna…" tutti gioiosi in attesa della domenica; ma poi tornerà la noia del lunedì.

La grandezza dell’artista sta tutta qui: quando riesce a esprimere nella singolarità della sua esperienza e delle sue immagini l’universalità dei sentimenti umani.

Foto in alto: I Prigioni: Atlante (1530 ca), Michelangelo, Galleria dell'Accademia (Firenze)

sabato 11 ottobre 2008

Bello è ciò che piace; o no? (3)


In questo celebre dipinto, con pochi e drammatici tratti di spatola, Goya riesce a raffigurare il martirio del popolo spagnolo e la violenza brutale degli invasori napoleonici. La "bellezza" è qui rappresentata dalla drammaticità della scena e dal modo per molti aspetti nuovo di esprimerla, con figure appena abbozzate. Un anticipo della pittura moderna.

Normalmente il bello ha una sua naturale forza, che si impone per l’armonia delle forme, per la simmetria delle parti, per la proporzione del tutto.

Queste caratteristiche sono colte con una certa immediatezza, per cui se un’opera è veramente bella, non ha bisogno di particolari spiegazioni.

Quando il grande Prassitele (IV secolo a. C.) venne accusato di empietà per i suoi nudi della dea Venere, come prova a discolpa portò in tribunale la sua modella, la bellissima Frine, e la fece denudare; i giudici, pur avanti negli anni, assolsero modella e scultore. La Venere Cnidia, il suo capolavoro, si può ammirare, guarda un po’ il caso, nei Musei Vaticani…

Quando venne scoperta la volta della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, “le persone rimasero trasecolate e mutole”; così scrisse il Vasari testimone di quell’evento.

L’oratorio Il Messia di Haendel emozionò talmente il re Giorgio II e l’uditorio inglese, che dal celebre “Alleluia” fino alla fine (quasi un’ora) venne ascoltato in piedi.

In epoca a noi più vicina, molti eventi artistici, di carattere musicale, cinematografico, letterario, etc., hanno avuto echi planetari. E lo skyline di Manhattan, caratterizzato in modo particolare dal World Trade Center, prima del tragico 11 settembre 2001, era una delle cose più mirabili della moderna architettura.

Tuttavia è anche vero che non sempre un’opera d’arte ha avuto immediato riconoscimento. I casi più clamorosi sono Caravaggio, le cui opere venivano spesso respinte dai committenti; Mozart che non ebbe a suo tempo particolare successo; Bach che per 100 anni rimase nel dimenticatoio e fu riscoperto dal genio di Mendelssohn.
Non parliamo di molti artisti moderni, che hanno avuto notorietà soprattutto post mortem. Basterà ricordare il grande Paul Cézanne, uno dei padri della pittura contemporanea, a cui si sono ispirati Matisse, Picasso, Modigliani e infiniti altri. Durante la vita non trovò quasi nessuno che esponesse o acquistasse le sue opere. Sorte simile toccò anche al nostro Modigliani.

Come mai tutto questo?
Perché questi autori ampliano e innovano il concetto di bellezza, rispetto a modelli stereotipati.
Il sermo humilis di Caravaggio non era in continuità con la bellezza rinascimentale, né con la magniloquenza del barocco.
Il rigore e le strutture armoniche bachiane, unite al potente ma sempre misurato pathos, non erano nel gusto dei romantici, molto più declamatori, per cui questi lo ignorarono.
Le ‘troppe note’ di Mozart e le ardite innovazioni strumentali (si pensi ai concerti per corno!) sembravano quasi più adatte ai baracconi, che ai teatri e ai concerti.
Cézanne poi rivoluzionava forme, colori e punti di riferimento: le strutture della realtà stanno diventando una struttura interiore dell’io. È il moderno concetto di arte, di cui abbiamo già parlato nel post precedente.

Ecco dunque che per capire il bello artistico non basta una prima impressione. Alcune volte sì; ma in molti altri casi bisogna ripercorrere il cammino fatto dall’autore, comprendere le novità che ha introdotto, mettersi dal suo punto di vista e capire il messaggio che ci ha voluto comunicare.

C’è un proverbio che dice: “il tempo è galantuomo”. Lo è anche per l’opera d’arte.
Le mode passano. Rimane solo ciò che è bello, ciò che vale, ciò che ha significato.
Il resto svanisce in uno sbadiglio.

Possiamo ora rispondere al nostro interrogativo:
Bello è ciò che piace? Sì, ma non lasciamoci ingannare dalla prima impressione. Occorre anche uno studio attento, e un tempo adeguato di decantazione.
Se il sì resiste a queste due prove, allora si tratta di un'opera d'arte.
Si pensi, come ultimo esempio, alla Tour Eiffel di Parigi. Venne provvisoriamente montata a bulloni per l'esposizione internazionale del 1889, per essere subito dopo smontata. Ma durante quell'anno quel gigantesco "traliccio" moderno piacque tanto, che rimase al suo posto.
Cosa sarebbe Parigi oggi senza la Tour Eiffel?

Avendo cercato di rispondere al titolo del post, nel prossimo affronterò finalmente il tema dell'estetica di Benedetto Croce, che molta importanza ha ed ha avuto nel formare il gusto artistico. Un maestro di cui tutti abbiamo ancora bisogno.


Foto in alto: "I fucilati del 3 maggio 1808", Francisco Goya (1814), Museo del Prado (Madrid)

martedì 7 ottobre 2008

Bello è ciò che piace; o no? (2)



Nella concezione classica, aristotelica, l’arte è imitazione della natura secondo regole ed ha una funzione catartica, purificatrice (morale e religiosa), come abbiamo visto nell’articolo precedente.

La tesi aristotelica percorrerà come un leitmotiv tutta la cultura occidentale.

Nel periodo umanistico Piero della Francesca la ribadisce: l’arte è la ricerca della ‘divina proporzione’ presente nella realtà; Leonardo la esprime con la figura dell’uomo vitruviano, inscritto in un cerchio e in quadrato; Vasari, parlando del David di Michelangelo, dirà ammirato che la bellezza di quest’opera supera quella degli antichi greci…

Fino alla fine del 1800, pur nella varietà degli stili e delle scuole, nessun artista ha messo in dubbio il punto fondamentale dell’estetica classica: l’arte è imitazione della natura. L’artista, secondo la propria sensibilità, originale o manierista, realistica o celebrativa, riproduce ciò che vede, perché anche chi osserva l'opera possa comprenderne il significato.

Alla fine del 1800 avviene una 'rivoluzione copernicana’.
Con l’impressionismo e ancor di più con le correnti successive (espressionismo, futurismo, simbolismo, astrattismo, etc.) il punto di riferimento non sono più gli aspetti oggettivi della realtà, indeformabili, e dunque normativi; il punto di riferimento è ora l’artista stesso nella sua soggettività. Contano e sono rappresentati le sue impressioni, i suoi stati d’animo, il suo mondo interiore.
L’arte diviene il mezzo per esprimere l’io, che manipola a piacimento figure, materie, parole, note musicali... Gli oggetti diventano strumenti dei suoi sogni, delle sue immaginazioni, dei suoi deliri.

Questa rivoluzione estetica non è altro che lo specchio di una rivoluzione ancor più profonda, che porta l’uomo a modificare radicalmente la natura, attraverso scoperte scientifiche e nuove tecnologie, inimmaginabili nelle epoche precedenti. L’uomo è da una parte il dominatore della natura, e dall’altra si scopre vittima delle sue stesse invenzioni.
Si pensi solo all’industrializzazione e ai ritmi frenetici che scandiscono le nostre giornate.
Al tempo stesso nuove suggestioni artistiche vengono dalla fotografia, dal cinema (l’ottava musa), dalla tv, dal mondo del web...
Da quando quel treno dei fratelli Lumière entrò nella stazione de La Ciotat, facendo fuggire impaurita la gente dalla prima sala cinematografica, nel 1896, quella corsa verso le novità tecniche e artistiche non si è più fermata.
Oggi si avverte tutta la bellezza di una sinfonia di Beethoven, o di una fuga di Bach, o di un concerto di Vivaldi, ma nessuno scriverebbe opere simili. Suonerebbero false. Come nessuno farebbe delle pitture alla maniera di Michelangelo o di Raffaello; sarebbero dei cloni.

Esprimono meglio l’uomo e la donna di oggi, per fare qualche esempio, l’Urlo di Munch, gli occhi monocromi e spenti degli stupendi volti femminili di Modigliani, i Carmina Burana di Orff (O Fortuna), la Sagrada Familia di Gaudì, la colonna sonora di C’era una volta in America di Morricone, i cartelloni e la grafica pubblicitaria di Marcello Dudovich, un brano di una rockstar, il film Tempi Moderni di Chaplin, il Guernica di Picasso, l’Ulisse di Joyce, e i Coltelli di Andy Warhol, che si vedono riprodotti nella copertina di Gomorra, di Roberto Saviano.

L’arte contemporanea ha un grande problema. Poiché in genere si muove dal presupposto che è l’artista il punto di riferimento, con il suo mondo interiore, è necessario che il messaggio sia compreso.
Quando ciò accade, l’opera può essere anche un capolavoro, se l’idea è espressa con genialità e originalità.
Altrimenti, è bella quanto una scritta geroglifica o cuneiforme.

Avevo promesso che mi sarei soffermato su Benedetto Croce, che ha portato un notevole contributo allo studio del bello. Lo farò in un terzo ed ultimo post.

Foto in alto: La petite Marie (1918), Amedeo Modigliani (Basilea, Kunstmuseum)

sabato 4 ottobre 2008

Bello è ciò che piace; o no? (1)


Bello è ciò che piace. Sui gusti non si discute. La bellezza è soggettiva…

Molte volte non ci si trova d’accordo neppure sulle verità scientifiche o sui grandi valori etici, figuriamoci su argomenti così personali come il bello e il brutto. A uno piace il Manzoni, un altro lo odia; c’è chi ammira Picasso e chi lo rifiuta a priori; chi ama la musica classica, chi l’hard rock; chi preferisce le bionde, chi le brune…

Parlare di valori estetici validi per tutti, o per la maggior parte delle persone, sembrerebbe dunque un’impresa disperata. Mission: impossible.

Eppure c’è chi ci ha provato, a definire cosa è bello e cosa è brutto esteticamente, e a fissarne le regole fondamentali.

Nell’antichità Aristotele è stato colui che ha dato il contributo più geniale.
Nel prossimo post presenterò l'estetica di Benedetto Croce, che grande importanza ha avuto nella cultura contemporanea.

Per Aristotele l’arte è imitazione della natura. Dunque il vero artista, per fare un’opera bella, dovrà imitare la natura. Ma non deve essere un’imitazione qualunque. Deve essere un’imitazione secondo leggi e modelli ‘universali’ presenti nella natura stessa e che vanno scoperti: un’imitazione secondo cànoni.

Farò un esempio. L’uomo è tanto alto, quanto esteso; cioè l’altezza da capo a piedi è normalmente uguale alla misura che va dalla punta delle dita di una mano a quelle dell’altra, in posizione estesa. L’uomo vitruviano è un altro esempio di proporzioni: l’uomo è inscrivibile in un cerchio, di cui il centro è l’ombelico.
Ecco perché l’ombelico è sinonimo di centralità: l’ombelico del mondo di Jovanotti...

Uno scultore, se vuole eseguire una statua, dovrà perciò rispettare queste regole, questi canoni estetici; in questo modo non scolpirà una persona, ma un modello di persona, un ‘universale’, che ognuno potrà comprendere, perché corrispondente al disegno universale della natura.
Da qui il fascino e la comprensione immediata di queste sculture classiche, perfettamente proporzionate: la Venere di Milo, la Nike di Samotracia, il discobolo di Mirone, i bronzi di Riace…

Nel mondo reale, una persona sarà considerata bella quanto più si avvicina a quelle proporzioni ideali volute dalla natura e percepite dall’essere umano. In più, per Aristotele e per tutta la classicità, la bellezza fisica non può mai essere disgiunta dai valori morali: bello e buono devono andare insieme, per avere la vera bellezza della persona.

E qui giungiamo al terzo aspetto che Aristotele rileva: l’opera d’arte ha un significato liberatorio, catartico. Di fronte alla poesia (Aristotele si riferiva soprattutto alla tragedia greca) l’animo deve sentirsi liberato dal male, purificato. Possiamo estendere questo concetto a tutta l’arte, dicendo che per gli antichi un’opera artistica non era mai una pura contemplazione estetica, e meno ancora un oggetto di interesse consumistico; ma aveva un significato morale, religioso.

Nel bello e nel tragico, nella musica e nella danza, l’essere umano rendeva onore alla divinità, purificando se stesso e disponendosi a vivere più serenamente in questo mondo terreno, immagine di un mondo ideale perfetto.


Nella foto in alto: L'uomo vitruviano (1490), Leonardo da Vinci (Galleria dell'Accademia, Venezia)

giovedì 2 ottobre 2008

La madre di tutte le colonne sonore: Quel treno per Yuma (1957)




La canzone Three Ten to Yuma (3:10 to Yuma) di Ned Washington e George Duning, cantata da Frankie Laine, costituisce il leitmotiv dell’omonimo film (in Italia “Quel treno per Yuma”). L’indimenticabile motivo ha costituito un modello per le successive colonne sonore dei film western, e non solo.

Subito dopo seguirà Sfida all’OK Corral, con il tema conduttore cantato ancora una volta da Frankie Laine, un grande artista in questo genere musicale. Quindi le fantastiche soundtracks di Ennio Morricone (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965; C’era una volta il West, 1968; Giù la testa, 1971; C’era una volta in America, 1984; Mission, 1986), di John Williams (Guerre stellari, 1977; Indiana Jones, 1981; E.T., 1982; Jurassic Park, 1993; La guerra dei mondi, 2005); Vangelis (Momenti di gloria,1981; Blade runner, 1982; 1492: la conquista del Paradiso, 1992); Nino Rota (nei films di Fellini, nonché ne Il Padrino, 1972); ed altri ancora, a tutti ben noti.


"Quando prendi quel treno delle 3 e 10 per Yuma
puoi vedere gli spiriti dei fuorilegge cavalcare nel cielo"


Three Ten to Yuma

There is a lonely train called the 3.10 to Yuma
The pounding of the wheels is more like a mournful sigh
There's a legend and there's a rumour
When you take the 3.10 to Yuma
You can see the ghosts of outlaws go ridin' by (Ridin' by)
In the sky (In the sky), way up high
The buzzards keep circlin' the train
While below the cattle are thirstin' for rain

It's also true they say on the 3.10 to Yuma
A man may meet his fate
For fate travels ev'rywhere
Though you've got no reason to go there
And there ain't a soul that you know there
When the 3.10 to Yuma whistles its sad refrain
Take that train! (Take that train)
Take that train!



C'è un treno solitario, chiamato il 3 e 10 per Yuma. 
Il battere delle ruote è più simile a un  lugubre sospiro. 
C'è una leggenda e c'è una voce: quando prendi il 3 e 10 per Yuma 
puoi vedere gli spiriti dei fuorilegge cavalcare 
nel cielo su in alto. 
Le poiane volteggiano intorno al treno, 
mentre in basso il bestiame è assetato di pioggia.
Veramente si dice anche che sul 3 e 10 per Yuma 
un uomo può incontrare il suo destino, 
perché il destino viaggia ovunque, 
anche se non hai motivo di andare lì 
e non c'è un'anima che conosci, 
quando il 3 e 10 per Yuma fischia il suo  triste ritornello, 
prendi quel treno, prendi quel treno!


mercoledì 1 ottobre 2008

Alle radici del rock, 50 anni dopo. Paul Anka, urlatore, ma con grazia



http://it.youtube.com/watch?v=Mtvl8IbX434

Tutti conoscono di Paul Anka la canzone Diana, una delle prime e più belle espressioni della musica rock, del 1957.

Del 1958 (cinquant'anni fa) è invece You are my destiny, meno conosciuta, ma non meno bella.
Penso che i più grandicelli se la ricorderanno, e chissà, torneranno ai primi dolci ricordi.

Per i più giovani di oggi, un bel brano musicale cantato da un grandissimo artista, un mito degli anni 50-60 (sua la colonna sonora, con la celebre marcia, del film "il giorno più lungo" del 1962, e celeberrima My way, del 1968/69).

Le parole sono una dichiarazione di amore:

"Tu sei il mio destino
tu condividi il mio sognare
sei la mia felicità
ecco cosa sei"



You are my destiny

You are my destiny You are what you are to me You are my happiness That's what you are

You have my sweet caress You share my loneliness You are my dream come true That's what you are

Heaven and heaven alone Can take your love from me 'Cause I'd be a fool To ever leave you dear And a fool I'd never be

You are my destiny You share my reverie You're more than life to me That's what you are

You are my destiny You share my reverie You are my happiness That's what you are



Nello stesso anno, 1958, Domenico Modugno cantava Volare, operando un cambiamento decisivo nella canzone italiana.

lunedì 29 settembre 2008

Chi è un angelo...






Oggi è S. Michele Arcangelo, S. Gabriele Arcangelo e S. Raffaele Arcangelo.
Il 2 ottobre sono gli Angeli Custodi.

A parte le schiere celesti, l’angelo è:


* chi riesce a farti sorridere quando hai voglia di mandare tutti al .. diavolo

* chi ti dà una mano quando le tue non bastano

* chi ti riporta il portafogli smarrito, magari senza soldi, ma con tutti i documenti (compresi le foto e i santini)

* chi ti segnala lampeggiando la presenza di un autovelox (è un angelo in contravvenzione, ma…)

* chi ti aiuta a inserire correttamente in un post un link diretto, un video, un emoticon che non conoscevi

* chi ti fa salire in home page di un aggregatore (quando te lo meriti)

* ogni bambino, sempre; ma in ordine decrescente, quando dorme, quando studia, quando gioca, quando non vuol fare i compiti, quando fa i capricci…

* Regola generale per riconoscere un angelo: l’angelo vero appare quando ce n’è bisogno, e scompare quando ha finito la sua opera.

Diffidare delle imitazioni….



Foto in alto: "Angelo" (1669), Gian Lorenzo Bernini e Cosimo Fancelli (Ponte S. Angelo, Roma)

domenica 28 settembre 2008

Il ricordo di Paul Newman con la stangata musicale di Joplin




Tutti ricordiamo Paul Newman nella scena cult del film Lo spaccone, quando nella partita finale a 125 riesce a battere l'imbattibile Minnesota Fats: la 5 in buca d'angolo, la 7 in buca di sponda, ecc., per tutta quella fatidica notte, fino alla mattina.

Non possiamo però dimenticare Il sipario strappato, con la regia di Hitchcock; tutti col fiato sospeso fino all'ultima scena...

Ma a me piace ricordare il bello, lo spaccone, lo spregiudicato Paul Newman nel film La stangata (1973), dove insieme ad un grande Robert Redford, dà vita a una colossale truffa, al ritmo del ragtime del geniale Scott Joplin: The entertainer.
Con questa musica voglio ricordarlo.

Gran bei films ci ha regalato, Paul Newman dagli occhi azzurri.
Ma lassù qualcuno lo ama...

venerdì 26 settembre 2008

Il mio ricordo di Richard Wright, tastierista dei Pink Floyd: Money




Il 15 settembre scorso è morto a 65 anni di età Richard Wright, che nel 1965 a Londra diede inizio alla mitica band dei Pink Floyd insieme a Roger Waters, Nick Mason e Syd Barrett, a cui in seguito subentrò David Gilmour.

Voglio ricordare l'eccellente tastierista dei Pink Floyd con una delle loro canzoni più belle e significative: Money (Soldi) del 1973.

Il concetto della canzone è semplice e chiaro: i soldi non sono tutto, anzi sono la radice di ogni male.


Money

Money get away
Get a good job with more pay and you're ok
Money, it's a gas
Grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream
think i'll buy me a football team

money get back
i'm alright Jack keep your hands off my stack
money it's a hit
don't give me that do goody good bullshit
i'm in the hi-fidelity first class travelling set
and i think i need a Lear jet

money, it's a crime
share it fairly, but don't take a slice of my pie
money, so they say
is the root of all evil today
but if you ask for a rise it's no a surprise that they're giving none away

giovedì 25 settembre 2008

Autunno: uomini e foglie




L’autunno ha ispirato i poeti di ogni tempo.
Uno dei temi più caratteristici è la similitudine tra la foglia che cade e la fragilità umana.
Chi non ricorda Ungaretti?

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.



Ungaretti aveva in mente di certo un celebre passo dantesco, questo:

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso dell'altra, infin che il ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie;

similemente il mal seme d'Adamo:
gittansi di quel lito ad una ad una
per cenni, come augel per suo richiamo.
(Inf. III, 1121-117)

Dante aveva ripreso quasi a parola un analogo paragone dall’Eneide di Virgilio (canto VI) che omettiamo per brevità.
Virgilio a sua volta non poteva ignorare il poeta greco Mimnermo e il grande padre della poesia occidentale Omero.

Mimnermo


E noi come le foglie, che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, per un attimo abbiamo diletto del fiore dell’età...
Ma rapido svanisce il frutto di giovinezza, come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato, è meglio la morte che la vita.



Omero

Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini.
Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera;
così una stirpe di uomini nasce, un'altra s'estingue
(Iliade VI, 145-149).


Ma, a mio parere, la poesia autunnale più bella è quella di Paul Verlaine:

Chanson d’automne

Les sanglots longs
des violons
de l'automne
blessent mon cœur
d'une langueur
monotone.

Tout suffocant
et blême, quand
sonne l'heure,
je me souviens
des jours anciens
et je pleure;

et je m'en vais
au vent mauvais
qui m'emporte
deçà, delà,
pareil à la
feuille morte.



[I lunghi singhiozzi
dei violini
d'autunno
mi feriscono il cuore
con un languore
monotono.

Tutto affannato
e pallido, quando
rintocca l'ora,
io mi ricordo
dei giorni antichi
e piango;

e me ne vado
nel vento maligno
che mi porta
di qua, di là,
simile alla
foglia morta.]

[Traduzione di Giuseppe Cirigliano]

Molti sapranno che lo Sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, "il giorno più lungo", che segnò la fine del nazismo in Europa, venne preparato con la parola d’ordine dei primi versi di questa poesia dolcissima e triste di Verlaine: Le sanglots longs des violons de l’automne.

E in Normandia, nel D-Day, gli uomini caddero davvero come foglie d'autunno.
Ma non invano.


Foto in alto: Pioppi sulla riva dell'Epte in autunno (1891, Normandia), Claude Monet (Collezione privata)

domenica 21 settembre 2008

L'evoluzione della specie. Homo bloggerianus


L'evoluzione della specie è giunta ad una nuova tappa: l'era informatica.
Sta nascendo perciò una nuova tipologia di homo sapiens sapiens: l'homo bloggerianus, o più volgarmente il blogger. Esistono diversi tipi di blogger, ma quello che descriviamo è uno dei più comuni.


Il blogger non parla con nessuno, ma ha mille visite al giorno.

Dopo un’evoluzione di un milione di anni, che lo ha portato a camminare in posizione eretta, ora staziona seduto in una sedia (preferibilmente a rotelle).

Non ha più un nome, ma una sigla e un numero, a cui tiene molto.

Non guarda la realtà che lo circonda, ma la spia attraverso un finestrino da 24 pollici (anche meno).

È un predatore. Vive di caccia e si ciba solo di notizie fresche, strappandole ai suoi rivali con ogni mezzo, anche lecito.

È generalmente mancino, l’uso della destra gli è poco congeniale. E con un colpo mancino vorrebbe arpionare un pericoloso ed astuto caimano.

Parla molto di sesso, di giorno e di notte; ne conosce tutti i secreti, tranne uno: trovare il tempo di farlo.

Parla molto di Dio, per dire che non esiste; ma lo dice così frequentemente, che ormai ci convive.

Non ama troppo le limitazioni. È un uomo libero, specialmente nell’ortografia e nella sintassi.

È allergico ai virus informatici, e a Benedetto XVI. Dai primi si difende con gli antivirus; al secondo cerca di fare le scarpe (ma a questo già ci pensa Prada, o meglio, una ditta artigianale lombarda).

Scambista incallito, linka in continuazione emettendo URL, ha l’ADSL conclamato; ma non prova nessuna sensazione erotica e gode di ottima salute.

Lunga vita all’uomo bloggeriano!

sabato 20 settembre 2008

Un cestino di frutta? Sì, grazie!




Fino a Caravaggio nessun artista aveva posto al centro dell’attenzione una natura morta.


La natura era sempre stata uno sfondo o un accessorio a immagini religiose o civili e ritratti di personaggi.

Nessuno aveva mai osato porre come tema unico un cesto di frutta.

Da allora (1597) ogni aspetto della realtà è entrato di diritto nell’arte.

Una rivoluzione pittorica, nata dal genio di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.



Foto in alto: "Cesto di frutta" (1597), Caravaggio (Pinacoteca Ambrosiana, Milano)

sabato 13 settembre 2008

Chi è veramente Paolo di Tarso (2)



Abbiamo visto come Paolo, dopo la sua conversione sulla via di Damasco, scopre nel cristianesimo la liberazione dai vincoli della legge mosaica e da tutte le tradizioni antiche, che erano diventati ‘pesi insopportabili’.

La lettera ai Romani e la lettera ai Gàlati sono il manifesto della libertà cristiana da ogni imposizione umana e perfino divina; perché Dio non impone, ma propone e suggerisce interiormente 'con gemiti inesprimibili'; non mortifica, ma dà vita. “Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, secondo i disegni di Dio” (Romani 8, 18-27).

Ma chi è che discerne se uno spirito viene da Dio o è una seduzione umana e di satana?
Ecco l’altro aspetto fondamentale dell’insegnamento di Paolo: la comunità ecclesiale, che è il corpo stesso di Cristo vivente nella storia. Il cristiano non è un essere isolato, ma un membro di un corpo che è la Chiesa. “Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Corinzi 12, 4-7).

Tra questi ministeri, c’è quello apostolico, che ha il compito di tenere saldo l’insegnamento di Cristo, perché gli apostoli sono stati testimoni oculari di Cristo risorto; compito che è stato affidato prima di tutti a Pietro; non un privilegio, ma un compito, un ‘ministero’ (nel suo vero significato, cioè servizio). Solo con questa garanzia tutti gli altri carismi personali acquistano piena validità e riconoscimento.
Il cristianesimo è una fede che tende ad unire. L’individualismo non è mai stato la sua legge, ma il pericolo da evitare. “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o greci, schiavi o liberi” (1 Corinzi 12-13).

Nel corso dei secoli non sempre la Chiesa ha dato questa testimonianza di spirito comunitario e di apertura verso tutti; ma ciò è accaduto per colpa dei suoi membri, alcune volte anche autorevoli. Ma sarebbe incomprensibile separare Cristo dalla Chiesa, che è il suo corpo mistico. Lo dice S. Paolo: “Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4, 5-7).

Anche in Paolo troviamo dei limiti storici, come in ogni essere umano, anche il più grande.
Egli veniva dalla tradizione maschilista ebraica (ma non era solo ebraica), per cui ricorda alle donne che nell’assemblea liturgica devono tenere il velo e devono tacere: “le donne in chiesa tacciano” (1 Corinti 14, 34); così devono considerare il marito come capo della famiglia.
Ma subito dopo invita i mariti a rispettare le mogli, ad “amarle come se stessi”, e “i due saranno una carne sola”, riconoscendone quindi la uguale dignità (Ef 2, 25-33). Era il messaggio evangelico che si faceva strada anche su questo aspetto.

Per quanto riguarda la schiavitù, è vero che Paolo non invita gli schiavi all’insurrezione armata, ma all’obbedienza ai loro padroni. Ma al tempo stesso ammonisce i padroni a trattarli bene “mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo e che non c’è preferenza di persone presso di lui” (Efesini 6, 56).
E nella lettera a Filemone invita l’amico Filemone ad accogliere uno schiavo fuggitivo (era previsto il marchio a fuoco) “non più come schiavo, ma come un fratello carissimo” (Fil. 1, 16).
La schiavitù era un retaggio che veniva da migliaia di anni, e non poteva essere spezzato con un colpo di spada. Ma il cristianesimo ha posto le basi per il suo superamento, proclamando la dignità di ogni essere umano, come figlio di Dio.

Non è un fatto casuale che la prima persona convertita in Europa, a Filippi, sia stata proprio una donna: Lidia: (Atti 16, 15), e che i primi seguaci della fede cristiana fossero schiavi, donne ed emarginati (come dice il pagano Celso, per disprezzo). Un motivo ci sarà stato.

In definitiva il messaggio cristiano portato da Paolo è un messaggio liberante, un invito alla gioia, alla speranza concreta, sostanziosa, poiché già possediamo fin d’ora le primizie dello Spirito, e Dio porterà a compimento l’opera che ha iniziato in ciascuno di noi.
È un invito a riconoscersi membri di una comunità, la Chiesa di Cristo. Per questo solo l’amore (la carità) è credibile:

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla” (1 Corinzi, 13).

In altre parole, uno può fare anche le cose più straordinarie; ma se in lui non c’è lo spirito di amore, è solo apparenza.

Mi immagino Paolo sulla Via Ostiense, con il carnefice pronto con la spada ad eseguire l’ordine di Nerone. Aveva scritto qualche anno prima nella lettera ai Romani (8, 35-39):

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”.

Ecco, questo è Paolo di Tarso.



Foto in alto: Basilica di S. Paolo fuori le Mura (Roma), costruita nel luogo dove l'apostolo fu sepolto.

venerdì 12 settembre 2008

Chi è veramente Paolo di Tarso (1)





Quest’anno è il secondo millenario della nascita di S. Paolo, e cioè Saulo di Tarso (Cilicia, oggi Turchia), nato intorno all’anno 8 dopo Cristo, ebreo di nascita, greco di cultura e cittadino romano per diritto.
Un uomo ‘universale’, che predicò il vangelo in molte nazioni, fino alla Spagna, e subì il martirio a Roma sotto Nerone. Per la sua fede in Cristo venne decapitato nella Via Ostiense alle Tre Fontane ed è sepolto dove ora sorge la Basilica di S. Paolo fuori le Mura.

In due articoli vorrei descrivere brevemente gli aspetti più significativi dell’opera e del pensiero paolino, perché sul suo conto circolano molte imprecisioni.

Quando si studia un autore o un personaggio, per capirlo bisogna afferrarne i concetti fondamentali.

Quali sono allora gli aspetti fondamentali del pensiero e dell’opera di S. Paolo, che troviamo nelle sue 13 Lettere e negli Atti degli Apostoli?

Paolo afferma anzitutto che la Legge ebraica, fatta di prescrizioni e di divieti, non può essere umanamente rispettata nella sua totalità; e anche se per ipotesi lo fosse, potrebbe diventare fonte di superbia (come a dire: ma bravo che sono; sono in credito con Dio). È stata necessaria in passato, perché ha insegnato verità importanti, come l’unicità di Dio creatore, i 10 comandamenti. Egli la paragona ad un pedagogo che ha portato al vero maestro, Cristo. Con Cristo la legge ebraica ha esaurito il suo compito: “termine della Legge è Cristo” (Lettera ai Romani 10, 4).

Gesù Cristo ci ha liberati dalla Legge, fatta di prescrizioni e di divieti, e ci ha donato lo Spirito di libertà dei figli di Dio: non siamo più sotto la Legge, quindi minorenni; ma siamo diventati adulti, liberi in Cristo, Figlio di Dio, che si è unito a noi nell’umanità.
Perciò “non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Lettera ai Gàlati 3, 28). Tutte le vecchie categorie, e cioè popolo eletto e popoli pagani, fedeli e infedeli, cittadini romani e barbari, uomini e donne, liberi e schiavi, sono superate: ora ci sono solo fratelli in Cristo e figli dell’unico Padre.
“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).

È evidente che questo messaggio smantellava dal profondo e senza armi i fondamenti dell’imperialismo romano e di ogni altro imperialismo futuro.
Anche da questo si può capire perché Nerone gli fece tagliare la testa.

Da qui anche l’invito alla gioia e alla serenità: “Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Lettera ai Filippesi 4, 4-5).
Non ci sono più cibi mondi e immondi, e neppure la circoncisione; ma tutto è stato restituito alla sua integrità e bellezza da Cristo, nuovo Adamo, liberatore dell’umanità.
“Omnia munda mundis” (Lettera a Tito 1, 15): tutte le cose sono pure per i puri. Non conta ciò che mangiamo o ciò che beviamo, ma ciò che c’è dentro di noi…

Noi oggi, stando comodamente seduti a mangiare e bere qualsiasi cosa, non ci rendiamo conto della novità ‘rivoluzionaria’ anche di questi aspetti di vita pratica: niente circoncisione, niente divieti nei cibi e nelle bevande, tutto lasciato alla libera volontà della persona… Per primo Gesù aveva proclamate monde tutte le cose. Ma l’apostolo Paolo le ha predicate in tutto il mondo allora conosciuto.

S. Agostino, che ha colto il punto fondamentale di S. Paolo, ha riassunto questa libertà assoluta dello spirito con la frase: “Ama e fa’ ciò che vuoi” (ama et fac quod vis).

S. Paolo aveva infatti previsto l’obiezione: allora posso fare ciò che mi pare! Egli dice, nella lettera ai Romani: È lo Spirito di Cristo, effuso nei vostri cuori, che vi ispira e vi guida (5, 5; 8, 14). E lo Spirito non può condurre al peccato o al vizio, ma alle opere di salvezza.
In altri termini: se uno è in Cristo è una creatura nuova, e si lascia trasportare dallo Spirito di lui, e non dai propri capricci. Si tratta non di misurarsi con Dio, di farsi dei crediti nei suoi confronti, ma di lasciarsi guidare da Lui, che nel cuore ci ispira al bene e ci apre all’amore verso gli altri.

E se pecchiamo, e se non ce la facciamo, Paolo ci ricorda che siamo tutti peccatori fin da principio, e che nella sua morte in croce Cristo ha distrutto i nostri peccati, passati e futuri, dandoci la possibilità di rialzarci sempre: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Romani 5, 20). E lo dice uno che era stato un feroce persecutore dei cristiani, ma era stato 'folgorato' da Cristo sulla via di Damasco (Atti, capitoli 9 e 22).

Concludo questo primo articolo con una frase di Paolo (2 Corinzi 5, 14-17) che riassume bene tutto quello che abbiamo detto:
“Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove”.


Foto in alto: "Conversione di S. Paolo" (1601), Caravaggio (Chiesa di S. Maria del Popolo, Roma)

giovedì 11 settembre 2008

World Trade Center. Crocifissione


Un tragico avvenimento ha aperto il terzo millennio: l’abbattimento del World Trade Center di New York.
Lo voglio ricordare con una composizione poetica, perché la semplice prosa non basta.
Alcuni aspetti mi hanno fatto pensare alla morte in croce di Cristo.

Dai Vangeli:

“Pilato aveva fatto scrivere la motivazione della condanna, ed era scritta in ebraico, in greco e in latino. Molti la lessero, perché il luogo era vicino alla città…
All’improvviso si fece buio su tutta la terra, mentre crocifiggevano Gesù…
Ed egli, dopo un forte grido, reclinato il capo, spirò…
Un soldato gli trafisse il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”.



W. T. C.

D’improvviso
tenebre di sgomento su tutta la terra
mentre conficcavano
sulle tue membra maestose
levate al cielo
vibranti chiodi di disperazione.

Dai fianchi squarciati
sangue ed acqua
e fuoco sterminatore.

Abbiamo udito la tua condanna
diffusa in ogni lingua.

Abbiamo visto la tua agonia
poiché il luogo del supplizio
era nel centro del mondo.

Poi le tue membra divine
si sono piegate fino a terra
tra silenziose grida
di morte.

martedì 9 settembre 2008

Tutti i gusti son gusti...




Per il grande Lucio Battisti vedo ora in HP di Oknotizie un articolo tratto da Giornalettismo così discutibile e vagamente squallido che mi obbliga a intervenire brevemente. Ho già scritto stamani un post sull’argomento, e mi basta.

La musica di Battisti (quella fino a Panella) ha costituito la colonna sonora di due generazioni di persone e ancora mantiene un fascino irresistibile (lo dimostra se non altro anche il milione di euro di royalty annuali).

Se all’articolista piace Panella, va benissimo; Panella è un poeta di valore. Ma la musica di Battisti che rimane e che piace è quella banale, amatriciana, sciocca, insulsa con i testi di Mogol, che tanto dispiace a Giornalettismo.

Mi ritorni in mente... Omaggio a Lucio Battisti



Carissimo Lucio,

non ti è mai piaciuta la retorica, come a me. E allora perché ti scrivo questa lettera che non leggerai mai, e che fa apparire me come un’adolescente (con l’apostrofo, sì, una adolescente) fuori stagione e un po’ fuori di testa, e perciò patetico?

Perché ci sono alcuni casi in cui si può essere ridicoli senza vergogna, e si possono fare cose sciocche in pieno sentimento.

Perché una sensazione di leggera follia sta colorando l’anima mia in questo giorno che mi parla di te, e mi riporta indietro nel tempo…

Con La canzone del sole ho imparato a suonare la chitarra, come tanti miei amici: quattro semplici accordi maggiori, la-mi-re-mi, il giro del la, ripetuto all’infinito per quelle calzette rosse che poi diventano una donna, con tutti i suoi segreti…

Con I giardini di marzo mi sono (quasi) innamorato di una ragazza, che non ho potuto sposare, perché… sì, tu lo sai.

E insieme a te, in Pensieri e parole, ho potuto stemperare qualche tristezza con quel dammi forza mio Dio!, che non è così frequente trovare in un cantante rock.

Non starò a ricordare a te le tue musiche… ma mi piace farti notare che qui nella mia stanza, insieme ai Concerti Brandeburghesi di Bach e alle Sonate di Beethoven, ci sono le tue cassette, i tuoi dischi , i tuoi CD e le partiture delle tue canzoni; come anche quelle di Fabrizio De André.

Io ho sempre pensato che la musica non si distingue in classica e leggera, ma in musica bella e musica brutta. E la tua è bella, comunque bella.

A proposito! Ti piace la collocazione dei Giardini di marzo nel mio blog? Forse potevo trovare un video migliore. Ma sei sempre stato così ritirato… Anche in You tube c’è poco.

Oggi poi ho aggiunto La collina dei ciliegi, ora che sei ancora ancor più su…


Ciao!

Amicusplato

lunedì 8 settembre 2008

La natività di Maria



La Natività di Maria, in un antico mosaico (1291) del romano Pietro Cavallini, nella Chiesa di S. Maria in Trastevere.

Si nota ancora la forte influenza dell'arte bizantina, nelle figure ieratiche.
Ma c'è già l'influsso della scuola fiorentina (Giotto) nella concretezza delle forme, e una certa grazia senese (Duccio) nel volto della puerpera S. Anna.

Due donne portano bevanda e cibo ristoratori a S. Anna.
Le due levatrici fanno il bagnetto alla neonata, Maria, di corporatura robusta.

In questa umile scena familiare c'è l'inizio di un mondo nuovo.

venerdì 5 settembre 2008

La logica: grammatica del pensiero


Una discussione è un duello combattuto con le armi della logica.

Poiché gli aggregatori di notizie vivono anche per le diatribe e i contrasti di idee che sorgono tra gli utenti, mi pare utile soffermarsi sul significato della logica.

Molto bella è la definizione di Piaget, il più acuto studioso moderno di psicologia dell’età evolutiva: “la logica è la grammatica del pensiero”. Infatti, come la grammatica insegna a scrivere correttamente, così la logica insegna a ragionare con correttezza.

Ma più celebre è l’affermazione di Kant (XVIII secolo): “La logica è nata perfetta con Aristotele e non ha avuto bisogno di modifiche”.
In effetti c’è poco da modificare in un sistema razionale così coerente, che lascia stupefatti ancor oggi. Vediamo gli aspetti essenziali.

Aristotele cerca anzitutto il punto di partenza assolutamente vero dal quale si possa iniziare qualsiasi ragionamento.

1. Il punto di partenza è il principio di non contraddizione.
E cioè: non si può affermare come vera e contemporaneamente falsa una stessa cosa, sullo stesso aspetto. Per fare un esempio: una persona non può essere colpevole e innocente rispetto alla medesima accusa: o è colpevole o è innocente.
La logica della nostra mente, come del resto quella del computer e di tutta l’informatica, si basa su questo primo assunto: vero-falso, acceso-spento, zero-uno.

Da questo deriva il principio del terzo escluso: se una cosa è vera, il suo contrario è falso; non si dà un terzo caso (tertium non datur). Se Dio esiste, è falso che non esiste; se Dio non esiste, è falso che esiste; Dio non può esistere e non esistere contemporaneamente, e non c’è una terza ipotesi.

2. Date queste premesse, è possibile formulare dei giudizi, cioè affermare o negare qualcosa. Per essere più precisi e aristotelici, il giudizio è riferire un predicato ad un soggetto.
Per esempio: il cane abbaia, Berlusconi è uno statista, l’asino vola … sono tutti giudizi, uno dei quali almeno certamente falso.

3. Una concatenazione di giudizi forma il ragionamento.
Esistono varie concatenazioni di giudizi: il tipico ragionamento con due giudizi è il dilemma, e i due giudizi sono collegati per contrasto: o la borsa o la vita; o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra; e ancor più celebre il dilemma di Amleto: to be or not to be, essere o non essere. Per questo diciamo amletica una persona che non si decide a scegliere. Il dilemma, come si suol dire, ha due corni e bisogna sceglierne uno.
Ma il ragionamento per eccellenza è il sillogismo, composto da tre giudizi: la premessa maggiore, la premessa minore, la conclusione.
Esempio classico: Tutti gli uomini sono mortali (premessa maggiore); io sono un uomo (premessa minore); io sono mortale (conclusione… tragica).

Da premesse vere, ragionando correttamente, si giunge a conclusioni sempre vere.
Da premesse sbagliate, ragionando correttamente, si giunge a conclusioni sempre sbagliate.
Occhio alla partenza, dunque!

E se uno parte da premesse sbagliate e procede in modo scorretto? Possiamo dire che quel tale difficilmente arriverà al vero, ma forse arriveranno soldi e successo...

Ma non si può parlare di sillogismi senza ricordare Dante.
Egli mette nel Paradiso l'ateo Sigieri di Brabante, perché con i suoi intelligenti ("veri") sillogismi aveva suscitato le invidie dei colleghi dell'Università di Parigi nella facoltà di filosofia ("vico degli strami"). Ecco la terzina (Par. X, 136-138), messa in bocca a S. Tommaso d'Aquino, che indica a Dante l'anima di Sigieri:

"Essa è la luce etterna di Sigieri
che leggendo nel vico degli strami
sillogizzò invidiosi veri".

Anche gli atei, se sillogizzano bene, vanno in Paradiso... e se lo dicevano nel Medioevo...



Foto in alto: "Aristotele" (1992), Moneta greca da 5 dracme

mercoledì 3 settembre 2008

Pensieri e parole


Non siamo ancora alla commemorazione di Lucio Battisti…

Voglio invece parlare del rapporto che esiste tra pensieri e parole.
Più esattamente della volgarità nel linguaggio, nei video, nell’arte (arte per modo di dire), che sta invadendo come un fiume in piena la nostra realtà quotidiana.

Al cattivo gusto, come al peggio, non c’è mai fine. Abbiamo visto perfino la crocifissione di una rana… Ma non era proibito maltrattare gli animali? I cristiani (nel senso di seguaci di Cristo), loro sì, possono esssere maltrattati e non è una novità ormai.

Le parolacce stanno entrando nel linguaggio comune; anzi vengono addirittura insegnate: vaffanc… ha acquistato la dignità di un partito. Una discussione poi non è seria se non è condita da ‘teste di caz’, ‘mi hai rotto i cogl’, ‘va a fatti fot’, (questa anche in inglese), e così via.

E sempre più anche negli aggregatori di notizie, per stupire il borghese e attirare l’attenzione, si strillano titoli pieni di insulti e trivialità (gli errori di grammatica invece, quelli non sono voluti).

Intendiamoci. Una battuta ‘volgare’ talvolta può essere pure simpatica, quando appunto è una battuta. Ma se diventa regola, allora il linguaggio si fa penoso e si giunge a mettere le solite parti anatomiche in mezzo a qualunque discorso, anche di alta ingegneria informatica.

Non è difficile capire il perché di questa deriva volgare.

Quando la bulimia sessuale prende il sopravvento, come oggi accade spesso, allora ogni pensiero si traduce in immagini a luci rosse, e le parolacce ne sono un sintomo, come un irrefrenabile tic nervoso.

Un linguaggio appropriato e piacevole aiuta a controllare e a rendere meno monotono il nostro mondo interiore, i nostri pensieri. E i pensieri si traducono via via in immagini e parole sempre più ricche e appropriate.

E qui mi ritorna in mente la bellezza delle canzoni di Battisti…