lunedì 30 giugno 2008

La bellezza salverà il mondo (quale bellezza?)









È una celebre frase di Dostoevskij.
Ma di quale bellezza parlava?

Viene subito da pensare al fascino di una bella donna o di un bell’uomo; oggi, magari un’attrice, un attore, una rockstar, un calciatore, una velina (quest’ultimo binomio non è del tutto casuale)…
E perché queste bellezze dovrebbero salvare il mondo?

In effetti qualunque bellezza affascina; e in qualche modo, anche quella effimera di un bel volto, di un bel paio di gambe (con il resto della carrozzeria) o di una bella canzone ha un senso liberatorio.
Così pure la bellezza artistica, col suo fascino catartico. Una sindrome di Stendhal collettiva…

Dostoevksij si riferiva ad un’altra bellezza, però.
La bellezza di una persona pura, che ama in modo incondizionato, che giunge a dare la vita per gli altri, anche se ricambiata spesso con l’indifferenza o con il disprezzo.
Si riferiva alla bellezza del Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”, che si è caricato del peso delle nostre cattiverie e ha ridato ad ognuno la speranza di una redenzione.

Ci sono ancora nel mondo tanti poveri ‘Cristi’ la cui vita è spesa generosamente per il bene degli altri, in particolare di altri poveri Cristi, magari inchiodati da una malattia in letti di sofferenza.
Cosa c’è di bello in tutto questo?
La luce di un gesto che illumina il volto di chi lo compie e di chi lo riceve; e la speranza che anche nell’egoistico mondo attuale il male non vincerà. La bellezza invece salverà il mondo.



Foto in alto: "Crocifisso", Cimabue (1265), Basilica di S. Domenico, Arezzo

domenica 22 giugno 2008

Celso: un intellettuale progressista (ma non troppo)


Nella blogosfera si leggono molti post fortemente critici nei confronti di chi crede in Dio, in Cristo e nella Chiesa. I credenti sono qualificati spesso come visionari, sciocchi, sorpassati... Al contrario degli atei e dei non credenti, che rappresenterebbero il futuro dell’umanità: intelligenti, liberi, ancorati alla scienza e ai suoi inarrestabili successi.

La critica alla fede cristiana in tutti i suoi aspetti non è però solo di oggi, come qualcuno potrebbe pensare. È roba vecchia, anzi antica. Ha attraversato tutti e due i millenni di storia della Chiesa.

Quello che molti non sanno (ma ora vedo che l’argomento è stato presentato oggi in un aggregatore di notizie) è che già nel II secolo l’intellettuale neoplatonico Celso, nell'opera Discorso Vero, commentata criticamente rigo per rigo da Origene, aveva postato molte di queste accuse anticristiane.
Ritiene falsa la risurrezione di Gesù, frutto di sciocca superstizione. Qualifica i cristiani come gente ignorante e stolta. Essi rappresentano una minaccia per lo stato, perché introducono divisioni ideologiche al suo interno e ne indeboliscono la tenuta. Egli poi li accusa di rivolgersi soprattutto ai vecchi, alle donne, ai bambini, agli schiavi, perfino ai malfattori, in definitiva a gente allora considerata insignificante e spregevole.

Le risposte di Origene alle argomentazioni di Celso sono esemplari anche per l’epoca attuale.
La risurrezione di Cristo è testimoniata da persone credibili, che si sono fatte uccidere per confermarla. Il cristianesimo inoltre non si basa solo su argomenti dialettici. La prova principale è una vita che cambia. Donne, vecchi, schiavi, e perfino i peccatori, quelli che Celso considera nullità e con lui i benpensanti del tempo, sono diventati un popolo nuovo, una comunità sempre più numerosa. Ciò che prima era impensabile, ora è reale, e questa è la prova che Cristo è risorto e che lo Spirito Santo agisce realmente nella storia. “Molti si sono convertiti al cristianesimo, per così dire, contro la propria volontà. Uno spirito nuovo aveva improvvisamente trasformato le loro anime. Esso li toglieva dall’avversione che provavano contro questa dottrina, disponendoli a morire in sua difesa” (Contro Celso, I , 46).

Come si vede i cristiani avevano stima di gente considerata miserabile; anche allora disturbavano i manovratori dello stato, che era il bellicoso impero romano; e confermavano la risurrezione di Cristo sul fondamento della testimonianza apostolica e nell’esperienza della propria vita cambiata. E allora come oggi, molti sedicenti intellettuali si ritenevano di razza superiore alla gente comune.

Fede cristiana o meno, il mondo laico oggi condividerebbe le ‘democratiche’ opinioni di Celso?

Foto in alto: "Crocifissione di S. Pietro", Caravaggio (1601), Chiesa di S. Maria del Popolo, Roma

mercoledì 18 giugno 2008

Perché dobbiamo dirci (e magari anche essere) cristiani



La chiesa, cioè la comunità guidata dagli apostoli che Gesù Cristo ha lasciato per continuare la sua opera, ha cambiato la storia umana e le ha dato quell’impronta di cui anche il mondo laico e anticlericale (inconsapevolmente o meno) è erede: i concetti di persona, di diritti civili, di giustizia sociale, di pace tra i popoli, di fratellanza umana, sono alcuni fondamentali valori introdotti dal cristianesimo. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (S. Paolo, Lettera ai Galati, 3, 28).
In un periodo in cui le discriminazioni di ogni tipo erano il fondamento di ogni stato, il messaggio evangelico apparve subito ‘rivoluzionario’.

1. Epoca antica

E se ne accorse bene lo stato romano, fondato proprio su queste discriminazioni, che cominciò a perseguitare la nuova religione con una ferocia e una insistenza che alla fine stancò e nauseò gli stessi persecutori, come dice Eusebio di Cesarea, testimone dell’ultima, lunghissima persecuzione, quella di Diocleziano, che durò dieci anni ininterrotti (Storia ecclesiastica,VIII, 12, 8).
La conversione dei popoli antichi è avvenuta attraverso il martirio di migliaia e migliaia di innocenti, che preferirono subire la morte piuttosto che rinnegare Cristo. “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, scrisse Tertulliano nell’Apologeticon (c. 50).
Con le masse popolari il cristianesimo si trovò subito in sintonia. Il dotto pagano Celso rimproverava ai cristiani di rivolgersi innanzitutto ai poveri, alle donne, agli schiavi: a gente di nessun pregio, insomma, secondo la mentalità di allora. E Origene rispose dicendo che proprio questo era il segno della risurrezione di Cristo: un popolo nuovo stava sorgendo, consapevole della sua dignità e ammirevole per il suo tipo di vita.
Gli schiavi cominciano a riacquistare la libertà; basterà ricordare l’esempio della matrona Melania che, diventata cristiana, in un sol giorno liberò i suoi 8.000 schiavi; ma episodi simili si verificarono sempre più comunemente, tanto che intorno alla fine del primo millennio, come ricorda lo storico marxista M. Bloch, la schiavitù non esisteva più nel mondo cristiano. Purtroppo è stata reintrodotta in epoca moderna…
Le donne, che in tutti i popoli antichi (e in tanti stati moderni) erano (e sono) considerate proprietà dell’uomo (o dello stato) ottengono i medesimi diritti davanti alla legge e ai tribunali, e nella famiglia gli stessi diritti del paterfamilias, che prima aveva potere di vita e di morte nella sua casa. Certo, come per la schiavitù, non si trattò di una liberazione fulminea; c’erano millenni di retaggio maschilista da superare; ma ormai il fondamento era posto e nessuno poteva contestarlo: tutti figli dello stesso Padre, uomini e donne, creati a immagine di Dio.
I soldati iniziano a fare obiezione di coscienza contro la guerra; un fatto fino ad allora inaudito. La legione Tebea, con a capo S. Maurizio, venne passata per le armi dagli altri commilitoni, nei confini alpini con la Svizzera per non aver voluto combattere contro quelli che non erano più 'nemici', ma fratelli; e non certo per viltà: si fecero tutti decapitare.
La gente di cultura, prima indifferente o scettica di fronte al messaggio cristiano, diviene sempre più attenta e infine affascinata dai nuovi insegnamenti e dal nuovo modo di vivere: Giustino, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene, Ambrogio, Agostino, Boezio, Cassiodoro, Giovanni Damasceno… La bellezza del messaggio cristiano ispira capolavori di pensiero, di letteratura, di arte.

2. Medioevo

Il mondo ‘barbarico’ intanto avanza ai confini dell'impero e conquista Roma.
Ma attraverso l'opera coraggiosa della Chiesa e il martirio di tanti missionari, primo fra tutti S. Bonifacio, apostolo della Germania, viene salvata la civiltà e la cultura, e i barbari depongono le armi e diventano cristiani: così fanno i Visigoti in Spagna, i Longobardi in Italia, i Vandali in Africa, i Franchi in Francia/Germania, gli Ungari in Pannonia (Ungheria), i Vareghi in Russia... Ed è ammirevole che alcuni di questi ex-barbari ora divengono a loro volta gli educatori del loro popolo. Ulfila traduce la Bibbia in gotico, Gregorio di Tours scrive la storia dei Franchi, Paolo Diacono quella dei Longobardi, Isidoro di Siviglia quella dei Visigoti, Beda quella degli Inglesi (Angli)… Orgogliosi delle loro origini non latine e della loro fede cristiana.
Si apre una nuova civiltà, la nostra Europa, dall'Atlantico agli Urali, e si prepara la grande civiltà medievale, con la rinascita delle città, il sistema politico dei comuni, le università, gli ospedali, le compagnie di misericordia, le corporazioni di arti e di mestieri, le lingue nazionali, la cultura, l’arte bizantina, romanica, gotica.
Le più belle istituzioni che ancora oggi sono il vanto della nostra società sono nate nel Medioevo. Il concetto stesso di Europa è un’idea altomedievale, con la rinascita carolingia e ottoniana.
Nella stupenda cripta longobarda di Abbadia S. Salvadore, sul Monte Amiata, in una delle innumerevoli colonne che la sostengono, sono scolpiti insieme la croce e il badile: è ciò che accadde in quei secoli cosiddetti oscuri dell’Alto Medioevo. I ‘barbari’ abbandonarono le armi e sull’insegnamento cristiano cominciarono ad usare gli attrezzi da lavoro: ora et labora.
La bellezza di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Siena, di Roma, di Milano (il centro storico, ovviamente), di Monreale, di Palermo, e di infinite altre città e cittadine ci fa capire quanto grandi siano stati quel periodo e quella gente, che nella scarsità dei mezzi a disposizione hanno potuto concepire ed erigere simili opere.
Perfino il Carducci, anticlericale e massone, riconosce nella bellissima lirica La Chiesa di Polenta (che invito a rileggere), come nel fonte battesimale e nel matrimonio cristiano si siano affratellati e uniti popoli diversi, vincitori e vinti; la chiesa è stata l’unica istituzione, nella latitanza di tutte le altre, a salvare la civiltà dalle invasioni:
“Fuori [della chiesa] stridea per monti e piani il verno
de la barbarie..”
Qui, nel cospetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti…
fanno il Comune”.

3. Umanesimo e Rinascimento

E poi l’Umanesimo e il Rinascimento, che sorgono dalla riscoperta e dall’incontro della classicità greca e latina con il grandi valori cristiani. Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, ma anche L. B. Alberti, Lorenzo Valla, papa Niccolò V, Enea Silvio Piccolomini (Pio II), i padri conciliari greci presenti al Concilio di Firenze del 1439, che riunificò la Chiesa, prima della presa e del saccheggio di Costantinopoli per mano dei Turchi nel 1453, sono alcuni dei protagonisti che hanno reso possibile questo fecondo incontro.
Le Stanze vaticane affrescate da Raffaello, che mette di fronte la Scuola di Atene (con Platone e Aristotele al centro) e la Disputa del SS. Sacramento (con al centro Agostino e Tommaso) sono gli esempi di questo incontro: da una parte gli antichi e dall'altra i padri della Chiesa… Capolavoro d’arte di Raffaello, che esprime perfettamente il significato stesso del Rinascimento (il mio avatar col mio nick è preso proprio dalla Scuola di Atene…)
La dignità della persona umana, così fortemente evidenziata dall’umanesimo e dal rinascimento, lungi dall’essere una contestazione del Cristianesimo, ne è una puntualizzazione e uno sviluppo particolare. Il David di Michelangelo è insieme la figura perfetta dell’uomo rinascimentale, ma ispirata da una delle più belle pagine della Bibbia. Non è solo la bellezza dell’armonia delle forme, ma la bellezza dell’uomo che combatte per la giustizia e con la forza divina contro la prepotenza del male.

Lo scontro con l'Islam, all'esterno (le crociate), e con la dissidenza interna (le eresie), sono momenti drammatici che ci ricordano come nessuna società sarà mai una 'società perfetta'. La malizia umana deve sempre essere messa in conto, in ogni epoca. Dobbiamo però essere molto corretti anche nel riconoscere il male.
Riguardo le crociate si deve dire che sono stati i musulmani, con i loro califfi, a conquistare con la scimitarra (e non con i missionari e i martiri) i territori cristiani, uccidendo e imponendo tributi pesantissimi. Le loro conquiste accerchiarono tutta la cristianità, finché per la prima volta a Poitiers, nel 732, Carlo Martello riuscì a fermare l'avanzata saracena. Quando poi, anche la stessa Costantinopoli fu messa in pericolo dalle conquiste dei popoli turchi (battaglia di Mazinkert, 1071), l’occidente non poté ignorare la minaccia e iniziò un periodo di riscossa che ebbe un solo successo con la prima crociata (1099) e una serie di sconfitte disastrose, ma che in parte frenarono l'espansionismo islamico. Purtroppo non fu possibile resistere agli assalti contro Costantinopoli, conquistata e saccheggiata nel 1453. La basilica di S. Sofia fu trasformata in moschea e ora in museo. Ciò che hanno fatto i musulmani nelle terre cristiane da loro conquistate è cosa nota: dove sono arrivati loro, sono spariti i cristiani; o eliminati o impediti di professare pubblicamente la fede. Anche oggi è grossomodo così, figuriamoci 500 anni fa…
Le grandi vittorie di Lepanto (1573) e di Vienna (1683) segnarono finalmente il declino dell’impero turco, vero terrore di tutto il mondo cristiano (“mamma, li turchi!”)
Riguardo l’inquisizione, si deve dire che quel tipo di tribunale va severamente giudicato come un grave errore degli uomini di Chiesa, pur tenendo conto dei condizionamenti storici di molti secoli fa. Il numero delle esecuzioni, in tutti i cinque secoli che quel tribunale è esistito (dal 1200 al 1700 circa) non supera certamente le 100.000 persone. Cifre altissime, ma non certo quelle che la stampa laicista vorrebbe far credere, parlando addirittura di milioni di persone!

4. Epoca moderna

Non si ricorda mai invece che è l’epoca moderna la vera epoca dell’intolleranza.
Al tempo della Rivoluzione Francese, che pure aveva proclamato i diritti dell’uomo e del cittadino, funzionavano in Francia nel periodo del Terrore (1793-94) mille ghigliottine e i suoi tribunali speciali in due anni fecero tante vittime quasi quanto cinque secoli d’inquisizione: almeno 40.000 persone; un’intera regione, la Vandea, venne massacrata, per aver opposto resistenza alla leva obbligatoria: furono sterminate 200.000 persone, in nome della ragione rivoluzionaria atea; il primo genocidio della storia moderna.
Non parliamo degli orrori dei regimi totalitari, paganeggianti o atei del nazismo e del comunismo, che hanno portato alla morte decine e decine di milioni di persone… E siamo ai nostri tempi, non secoli e secoli fa.
La Chiesa sarà sempre inadeguata a testimoniare il messaggio di Cristo. È fatta di essere umani: santa e peccatrice insieme, semper reformanda; e il Concilio Vaticano II ha dato una grande svolta riformatrice. Ma la forza di capire il male e di cambiare vita è data dalla quotidiana lettura del Vangelo e dalla pratica dei sacramenti. Le grandi figure di santi, come Benedetto, Francesco, Chiara, Caterina da Siena... Pio da Pietrelcina, Madre Teresa, Giovanni Paolo II, e i grandi letterati come Dante, Petrarca, Boccaccio (che commentava Dante nella Badia fiorentina), Tasso, Manzoni, i filosofi e teologi come Agostino, Tommaso, Maritain,… artisti come Giotto, Brunelleschi, Raffaello, Bramante, Michelangelo, Palestrina, Vivaldi, Bach, Mozart, ... sono alcuni punti di riferimento irrinunciabili della nostra civiltà.

“Perché non possiamo non dirci cristiani”, diceva il grande pensatore laico Benedetto Croce in un famoso libretto. Oggi dobbiamo accontentarci di un tal Odifreddi che, non conoscendo nulla della storia (non so quanto conosca la matematica che insegna) scrive ‘Perché non possiamo essere cristiani’.
Anche da questo si capisce perché la scuola italiana va così male…

martedì 10 giugno 2008

Esistenza di Dio: un atto di fede e di ragione










A Dio si giunge certamente con la nostra ragione, se vogliamo spiegare l'origine della materia e del movimento dell'universo, se vogliamo cioè spiegare il mondo che ci circonda.
Lo abbiamo già visto nell'articolo precedente. Perciò occorre che l'uomo sgombri la propria mente da ogni preconcetto nichilista o scettico, sospenda per un attimo ogni giudizio, e poi nella più completa sincerità con se stesso (e dopo un profondo respiro liberatorio) abbia il coraggio di dire con Aristotele, Tommaso e Cartesio: "Bisogna fermarsi a un principio primo", trascendente, assoluto, inizio e ragione di ogni divenire.

Dopo questa affermazione di piena razionalità, con la mente aperta all'esistenza di Dio creatore, si deve guardare non solo alla realtà fisica circostante, ma anche agli avvenimenti umani, alla nostra storia.
E nella storia umana c'è un fatto che si impone per la sua straordinaria unicità, perché ha cambiato radicalmente il modo di vedere e di essere dell'uomo: la persona di Gesù Cristo.
Nessuno può fare a meno di confrontarsi seriamente con questa persona e con il suo messaggio. Ha così profondamente inciso nella realtà umana, che ignorarlo o snobbarlo significa precludersi la possibilità di capire appieno ciò che stiamo vivendo.
Anche qui occorre allontanare dalla nostra mente molti giudizi e idee preconcette, che un certo tipo di cultura e di propaganda, fatte di slogan e di stereotipi, ha ampiamente disseminato (la blogosfera ne è piena!), per affrontare seriamente, faccia a faccia, questa persona allo scopo di capire qual è la verità sul suo conto.

Gesù nei vangeli è descritto come un uomo straordinario, sia nel suo modo di agire che di parlare. Anzitutto è assolutamente libero da condizionamenti. Dice sì quando è sì, no quando è no. È invitato a pranzo da un ricco pubblicano (Zaccheo), ma quando esce da quella casa, il pubblicano ha restituito con gli interessi il mal tolto e ha distribuito metà dei suoi beni ai poveri.
Dichiara puri tutti gli alimenti, ponendo fine a una religiosità esteriore che si ficcava anche nel determinare le ricette culinarie; afferma la pari dignità della donna, sia essa anche adultera o prostituta e dice che queste passeranno avanti nel regno di Dio ai farisei che si ritenevano giusti e disprezzavano il prossimo. Supera ogni altra discriminazione: entra nelle case dei pagani, considerati 'impuri', dice che hanno più fede di coloro che si ritenevano il popolo eletto; sta in compagnia di gente disprezzata ("i malati hanno bisogno del medico, non i sani"); separa il potere religioso da quello civile, fino ad allora ovunque commisto ("dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"); proclama scandalosa la ricchezza ("guai a voi ricchi, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio") e gradita a Dio la semplicità di vita ("beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli"). Invoca il perdono fraterno anche nei confronti dei nemici, ponendo fine alla legge dell'occhio per occhio, che (come ben commentò Gandhi) avrebbe reso tutti gli uomini alla fine ciechi. Ma al tempo stesso ricorda il dovere della giustizia e il compito dello stato di garantirla ("non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te"; "noi riceviamo il giusto per le nostre azioni").
L'insegnamento di Gesù si può riassumere, come lui stesso ha fatto, nell'unico comandamento dell'amore: "Ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo come te stesso". E nel prossimo comprende anche coloro che erano considerati nemici (parabola del buon samaritano). Questo comandamento lo ha messo in pratica lui per primo quando, sulla croce, ha perdonato ai suoi crocifissori: "Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno".

Insieme a questi insegnamenti che stravolgevano i canoni della logica umana, ma che lasciavano ammirati ("nessuno ha mai parlato come costui" dissero perfino le guardie che erano andate ad arrestarlo) e che nel corso della storia si rivelano sempre più come il vero fondamento dell'umana convivenza, altrettanto straordinario era il suo modo di agire. Toccava i lebbrosi e li guariva, così pure faceva con i ciechi e i sordomuti ("Effeta, che significa apriti; e il nodo della sua lingua si sciolse"). Di fronte al cieco nato che ha riacquistato la vista gli stessi farisei riconoscono che "un miracolo evidente è avvenuto per opera di Gesù"; ma non lo accettano perché lo aveva compiuto di sabato, giorno in cui non si poteva 'lavorare'...
I prodigi compiuti da Gesù sono ricordati, oltre che dai vangeli, anche dallo storico ebreo, non cristiano, Giuseppe Flavio, contemporaneo degli apostoli.
La risurrezione di Lazzaro, morto da quattro giorni e che già era in putrefazione ("iam fetet") anticipa il miracolo che dà definitiva spiegazione a tutta l'opera di Gesù Cristo: la sua risurrezione.
È la risurrezione di Cristo il punto fondamentale della sua manifestazione, che indica in modo inequivocabile che non può trattarsi solo di un uomo, se pure dai poteri eccezionali. Il sepolcro, dove Gesù era stato deposto, sigillato e sorvegliato dalle guardie del sinedrio, la mattina del terzo giorno (come Cristo stesso aveva preannunciato) è misteriosamente vuoto: all'interno ci sono solo i panni e la sindone che avvolgevano il cadavere.
Le guardie non sanno spiegare l'accaduto ai sommi sacerdoti.
Gesù per quaranta giorni appare agli apostoli increduli e impauriti, nascosti in una stanza "per paura dei Giudei". Entra a porte chiuse, sta con loro, mostra le mani, i piedi e il costato trafitti: è lo stesso Gesù, che avevano conosciuto prima della risurrezione, ma non più condizionato dai vincoli della natura umana. È Cristo glorioso, trionfatore della morte, manifestazione di divinità.
Gli apostoli vivono con lui per quaranta giorni, fino al giorno dell'Ascensione.
Sono ormai trasformati. Con la discesa su di loro dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo Pasqua) escono dal cenacolo e iniziano con un coraggio e una sapienza inspiegabili a predicare la risurrezione di Gesù e le sacre scritture che l'avevano profetizzata. È questo il loro punto fondamentale di annuncio: Gesù è vivo e risorto, Gesù è il Signore della vita, Gesù è il Figlio di Dio.

Caro lettore, i casi sono due. O gli apostoli hanno spudoratamente mentito riguardo alla risurrezione di Gesù e alle sue apparizioni, oppure hanno detto la semplice e nuda verità: era morto e noi lo abbiamo visto vivo e lo abbiamo toccato.
"Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (S. Giovanni).

Per testimoniare la resurrezione di Gesù gli apostoli si sono fatti martirizzare: Pietro fu crocifisso a Roma, nel colle Vaticano (dove ora è la basilica di S. Pietro); S. Paolo venne decapitato sulla Via Ostiense e sepolto dove ora è la Basilica di S. Paolo fuori le mura; S. Giacomo decapitato a Gerusalemme, etc..
Erano gente comune, semplice, senza grilli per la testa; e non erano eroi... tutt'altro. Eppure dopo la Resurrezione si trasformano in coraggiosi testimoni e sfidano anche l'ira di Nerone... Perché lo avrebbero fatto, se non avessero visto davvero Gesù risorto?

La risurrezione di Gesù si scontra con la nostra esperienza comune della morte e dissoluzione dei corpi. È evidente che la risurrezione supera ogni legge della natura. D'altra parte però c'è la testimonianza unanime e fortissima degli apostoli e di altri discepoli, donne e uomini, i quali affermano che Gesù crocifisso è veramente risorto e sono pronti a testimoniarlo fino all'effusione del sangue.
Uno può sbrigativamente affermare che gli apostoli si sono sbagliati, hanno avuto delle allucinazioni collettive, e così via.
Di fatto però queste persone tutto erano fuorché eroi; persone comuni, poco propense a sacrificare la vita, nel momento del pericolo hanno anche rinnegato Gesù e sono fuggiti... E dopo la morte di Gesù appaiono ancor più terrorizzati, e niente affatto disposti a credere alla sua risurrezione: non credono alle donne che per prime portano questa clamorosa notizia e la prendono per "vaneggiamento femminile". E invece anche loro in cinquanta giorni cambiano in modo totale. Era avvenuto necessariamente un incontro (e più volte) che aveva fatto loro cambiare del tutto idea e atteggiamento...
Ma lo stesso cambiamento è accaduto nel corso dei secoli a infinite persone e intere comunità. Basti pensare a Saulo di Tarso (S. Paolo), da persecutore ad apostolo delle genti, ai filosofi pagani come Giustino e i suoi scolari, a Clemente Alessandrino, ad Agostino... Popolazioni pagane che passano al cristianesimo vedendo la testimonianza eroica dei martiri, tanto che l'imperatore stesso alla fine si converte (Costantino).
L'incontro con Cristo ha cambiato la vita di persone come Benedetto, Scolastica, Francesco, Chiara, Tommaso d'Aquino, Margherita da Cortona, Caterina da Siena, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila... Lorenzo Milani, Madre Teresa, Giovanni Paolo II...

Credere in Cristo risorto, credere nel Figlio di Dio fatto uomo è un atto di fiducia che supera il semplice atto di ragione.
Questo affidarsi alla parola di Cristo e dei suoi testimoni si chiama fede e supera le nostre misure umane.
Ma la fede non è un atto irragionevole; anzi, S. Tommaso la definisce 'ragionevole obbedienza' (rationabile obsequium). È un affidarsi a Dio, ma ciò viene fatto anche sulla base di solide certezze razionali: l'esistenza di Dio, l'opera e l'insegnamento di Gesù, la testimonianza degli apostoli e dei santi.
Ma tutto questo non sarebbe pienamente 'ragionevole' e convincente, se non si aggiunge la nostra esperienza personale. È la nostra stessa vita, nell'affidarsi a Cristo, che inizia a cambiare profondamente. Ciò che prima sembrava impossibile, ora accade; ciò che prima era senza senso, ora acquista pieno significato; ciò che prima era tristezza e talvolta disperazione, ora diviene forza interiore e gioia profonda.
La fede aiuta la ragione e la ragione sostiene la fede: "credo per capire e capisco per credere" (credo ut intelligam et intelligo ut credam).
Questa è la più bella sintesi del rapporto tra fede e ragione, formulata dal genio di Agostino.
L'uomo ha bisogno di tutte e due queste ali, per far volare la sua intelligenza e la sua libertà, come ha detto in modo esemplare Giovanni Paolo II nell' enciclica Fides et Ratio: fede e ragione.



Foto in alto: "Incredulità di S. Tommaso" (1600), Caravaggio (Bildergalerie, Potsdam)

domenica 1 giugno 2008

Esistenza di Dio: un atto di ragione



Molti pensano che credere in Dio sia un atto di pura fede. L’esistenza di Dio invece è prima di tutto una scoperta della ragione. Non a caso all’esistenza di Dio sono giunti molti filosofi avanti Cristo, come Socrate, Platone, Aristotele…

Non si tratta infatti di spiegare Dio, ma di spiegare il mondo. È il mondo, così come ci appare, che ha bisogno di una spiegazione esauriente.
Oggi quelli che negano Dio pensano che per spiegare l’origine del mondo sia sufficiente affermare che il mondo è eterno. Si retrocede indietro, fino all’infinito, nella catena delle cause e così si pensa di aver eliminato la figura di un creatore iniziale.
Ma per negare Dio non è sufficiente retrocedere all’infinito nella catena del divenire.
Infatti il problema è che questo mondo in perenne divenire viene da altro precedente. Anche se lo porti indietro all'infinito, ha sempre (ripeto, sempre) bisogno di altro precedente e quindi non ha in sé la spiegazione del suo essere, perché la rimanda sempre indietro, e quindi non la risolve mai.

Ma siccome il mondo esiste e nella sua catena di esseri è giunto fino a noi, per poterla giustificare occorre uscire da questa catena.
Occorre ammettere un essere trascendente, assoluto, cioè fuori del divenire; altrimenti anch’egli avrebbe bisogno di un altro prima di lui. Occorre dunque un essere eternamente presente, che ha dato esistenza a questo mondo in divenire.
Dio è un’esigenza razionale per spiegare appieno questo mondo in evoluzione, che se non ha una causa iniziale fuori di lui è incomprensibile. Senza l’Assoluto il mondo non ha spiegazione. Gli scienziati possono fornire delle ipotesi di come il mondo si sviluppa, di come si evolve; ma riguardo a chi lo ha mosso, chi lo ha posto, la ragione umana sente la necessità di ammettere l’esistenza di un essere che non sia in divenire (cioè: ieri, oggi, domani, per intendersi), ma un eterno presente, cioè Dio.
Solo così, da un principio assoluto, eternamente presente, il mondo può avere la sua origine, quindici miliardi di anni fa (secondo la teoria del big bang) o anche da sempre, perché Dio è da sempre, anzi, Dio è.



Foto in alto: "De revolutionibus orbium coelestium" (1543), pagina autografa di Nicolò Copernico (Università Jagellonica di Cracovia)

martedì 27 maggio 2008

Religione: oppio dei popoli o cura disintossicante?



Interno Cupola S. Ivo alla Sapienza (1643-1660, Roma), Francesco Borromini




In qualche situazione storica anche il Cristianesimo ha avuto i suoi momenti di sballo o di depressione. La Chiesa è fatta di persone, e queste sono soggette a ogni genere di debolezza che contraddistingue l’essere umano.
Si deve stabilire però se si tratta di momenti transitori, o se la sua costituzione è irrimediabilmente danneggiata dall’abuso di sostanze dopanti.

Parliamo di due droghe che oggi vanno per la maggiore.

Il potere politico.
Drogato mentalmente è chi si prostra al signore di turno. La Chiesa, per prima nella storia, ha invitato a distinguere la legittima autorità, da chi pretende di essere considerato ‘signore e dio’(dominus ac deus). Quando tutti i popoli adoravano come divinità assoluta il loro sovrano, i cristiani dicevano: “L'imperatore è un uomo come me, e io dinanzi a lui sono libero” (Tertulliano, Apologeticon).
La prima terapia disintossicante dal potere politico è stata messa in atto proprio dalla Chiesa, sulle parole di Cristo: “Dai a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Ha smitizzato il potere. Lo ha ridotto entro i confini del buon governo. Per questo quando la Chiesa parla, oggi, come ai tempi dell’impero romano, dà fastidio. Perché prima di tutto si rivolge alle coscienze, senza lasciarsi intimidire dalle minacce, da qualunque parte provengano. “Temiamo Dio, non il proconsole” (Tertulliano, Apologeticon).

La droga degli abusi sessuali.
Oggi si vive spesso una sorta di bulimia sessuale; un insaziabile desiderio di sesso.Una vera rivoluzione è avvenuta in questi ultimi anni. Con tutti i risvolti, anche gravemente negativi o criminali, come prostituzione, stupro, pedofilia, furia omicida…
La Chiesa ha qualche titolo per parlare di queste cose e fare delle proposte? Io credo di sì. È vero che anch’essa, in tanti casi (parliamo dei suoi ministri), si è resa colpevole di gravi abusi, dei quali il più odioso è la pedofilia.
Ma andiamo alla radice del problema. Nella Chiesa chi si comporta così, sa di andare contro i suoi stessi insegnamenti e il Vangelo: “Chi avrà dato scandalo a uno solo di questi piccoli, meglio che sia gettato in mare con una macina da mulino al collo”. Per questo gli abusi possono (e devono) essere eliminati, o quanto meno ridotti ai minimi termini.
Ma chi insegna che il sesso deve essere libero da ogni vincolo, tranne (per ora) quello della minore età, e che l’unico problema è di indossare il preservativo, allora siamo in piena trance da oppio.
Anche in questa sorta di bulimia sessuale, la Chiesa, nonostante i suoi limiti umani, alzerà la sua voce per ricordare che ‘non di solo sesso vive l’uomo’.



venerdì 16 maggio 2008

Il decalogo del socialblog



Io sono un socialblog!

1. Non sono il Signore Dio tuo. Cercane un altro al di fuori di me.

2. Critica ogni tanto il mio nome. Contattami! Sono un algoritmo umano, e quindi imperfetto.

3. Non stare sempre in adorazione davanti a me. Ricordati di alzarti ogni tanto e di sgranchirti le gambe. Fai qualche festa; prendi un po’ d’aria.

4. Onora gli amministratori. Sono i miei genitori. Non dimenticarlo, quando il sistema va in blocco.

5. Non uccidere gli altrui post senza un vero motivo. La pena di morte è in mora quasi ovunque.

6. Non tradirmi con altri aggregatori. Rimani aggregato/a solo a me, amore!

7. Ruba notizie più che puoi, fresche come mozzarelle di bufala; ma che non siano bufale.

8. Non usare account falsi. Dio perdona. L’algoritmo no.

9. Non desiderare l’Home Page degli altri più bravi di te; (di quelli meno bravi, sì).

10. Non desiderare il carisma o karma degli altri; (se il tuo carisma o karma è zero, sì).



Foto in alto: "Il lanciatore di coltelli" (1947), Henri Matisse (Illustrazione per il volume Jazz)

martedì 13 maggio 2008

Dacci oggi il nostro post quotidiano


Nella vita di tutti i giorni si ha a che fare sempre con persone faccia a vista. Fino a pochi mesi fa non avevo alcuna esperienza di cosa fosse un social network o una community virtuale.

Parli, ma non vedi; scrivi, e non sai a chi; digiti ‘caro amico’ e ti risponde piccata una pulzella; commenti con un deferente lei, e subito sei invitato a un più cordiale tu. Aspetti che qualcuno ti dica grazie, e arriva invece una gomitata nel petto che ti spinge indietro.

I nick e gli avatar, in questa specie di manicomio condominiale, mi hanno subito affascinato. Nella loro quasi sempre simbolica combinazione mi sono sembrati la quintessenza di una personalità, il distillato di un pensiero. Poi ho visto che spesso rimandano a dei bellissimi siti, con nome, cognome, fotografie, stato di famiglia, vita e miracoli (la morte lasciamola stare), numero telefonico...
Allora il fascino del piccolo nick si è ridotto alla poesia che ti ispira un francobollo postale.

La vita nel villaggio è simile a quella di un’assemblea studentesca, o se volete di un collegio di docenti, dove uno parla, pochi ascoltano, altri chiacchierano tra di loro, molti leggono il giornale, e alla fine tutti alzano o abbassano la mano, magari senza aver sentito un tubo. Si fanno però anche simpatici incontri, di ogni tipo, perché le idee sono tutte rappresentate; un mondo multiculturale (insomma…)

Ma qui la vita sembra soprattutto una lotta per la sopravvivenza. Chi mette in dubbio (io, per esempio) la validità assoluta del darwinismo come selezione naturale, vada a postare in questi siti. La selezione è proprio inesorabile, implacabile; sopravvive il più dotato, pardon, il più votato. E, come vuole Darwin, è solo il caso il regista assoluto. Ma il neodarwinismo sostiene invece che il caso viene corretto da un certo finalismo, che elimina questo, ma non quello. Chissa chi ha ragione?

Nonostante tutto, io come Candido di Voltaire, non ho perso la fiducia nell’agire umano e cercherò di 'coltivare il nostro giardino' del social network di cui faccio parte, producendo cavoli vari e qualche post, per smentire se non altro chi mi vuol far discendere da un babbuino.


Foto in alto: "I girasoli" (1888), Vincent Van Gogh (Neue Pinakothek, Monaco di Baviera)

venerdì 9 maggio 2008

Home Page (in versi)














Salire in alto è qualcosa di innato nella natura umana.
Scalare la Home Page di Oknotizie (e di ogni altro aggregatore) fa parte dell’innato istinto dell’utente.



Tutti nel mondo cercan di scalare;
c’è chi vuole scalare le montagne,
chi nella luna il piede vuol posare;
e chi, se non va in Home, è triste e piagne.

La porta della Home è molto stretta
e numerosi sono i pretendenti;
così per arrivare in su la vetta
spinte e sgambetti sono assai frequenti.

C’è chi cerca notizie un po’ curiose,
chi parla del governo o di Veltroni,
chi mette video, foto maliziose,
chi dà del p*rla a Silvio Berlusconi.

C’è chi rimane in Home a punti zero,
chi, con molti, scompare in un istante;
qualcuno sale sempre su leggero,
qualch’altro scende giù sempre pesante.

C’è chi cerca di andare in compagnia,
e chi tenta da solo la scalata;
c’è chi ha trovato poi qualche altra via
e sale, ma rischiando la bannata.

Contro ogni legge gravitazionale
i più pesanti vanno spesso in alto;
ma se qualcuno veramente vale
alla fine riesce nell’assalto.

Ma qui non voglio fare la morale;
chi scrive in Okno cerca di apparire.
Ed ho postato questo madrigale
perché in Home Page anch’io vorrei salire.






Foto in alto: Piazza di Spagna e Trinità dei Monti, con la celebre Scalinata (1721-1725), opera di Francesco de Sanctis.
Stampa di Giuseppe Vasi del 1761

mercoledì 7 maggio 2008

Galateo moderno (semiserio)




"La Venere dopo Botticelli", Andy Warhol (Editions Schellmann, 1984)





Ogni epoca ha il suo manuale di buone maniere.
Ecco alcuni consigli per il mondo di oggi.


Se qualcuno ti supera con l’auto a velocità folle, non mandarlo a quel paese… Ci sta già andando.

Se ti vien incontro in un marciapiede una ragazza con l’ombelico scoperto e il bordo delle mutandine di fuori, non la guardare intensamente… negli occhi (e non diventare un contemplatore dell’ombelico).

Se accanto a te in treno siede un uomo tutto tatuato e piercingato, non mostrare disgusto o meraviglia. Pensa di essere accanto a Toro Seduto. Se poi guardi in quali condizioni è lo scompartimento del treno, non ti sarà difficile pensare al Far West.

Se qualcuno ti vuol passare avanti in una fila, difendi strenuamente il tuo posto. Se però è una (bella) donna, lasciala passare avanti a te; così potrai ingannare il tempo d’attesa ammirando un bel panorama.

Se a tre semafori in successione trovi tre lavavetri, al primo fai pulire il parabrezza, al secondo il lunotto posteriore, al terzo … il borsello.

Se ti trovi ad una cerimonia funebre, assicurati che il tuo telefonino sia spento. Altrimenti quando il prete dice: “State attenti fratelli, che il Signore ci chiama in qualsiasi momento”, ti potrebbe squillare.


lunedì 5 maggio 2008

Dove sei tu? (Poesia di Giulio Salvadori)



"L'Ave Maria" (1859), Jean-François Millet (Museo d'Orsay, Parigi)






In questa lirica di Giulio Salvadori, raffinato poeta e scrittore (1862-1928), amico anche del D’Annunzio, lo Spirito divino è visto negli aspetti più umili della realtà: nei fiori della valle, in un cielo al tramonto (“cielo di viole”), nel “paziente grano” del campo.
La bellezza delle immagini, la perfezione del linguaggio, lo splendore dei concetti fanno di questo breve componimento un vero gioiello d’arte.



Dove sei tu?


Spirito di dolcezza,
dove sei tu? le cime
rudi dell’Alpe ignori.
Troppo sublime
l’Alpe; la tua carezza
va nella valle ai fiori.

Spirito di splendore,
dove sei tu? ferito
l’occhio si chiude al sole:
ma scende al core
voce dell’Infinito
da un cielo di viole.

Spirito onnipotente,
dove sei tu? nel lampo,
nel fulmine non sei:
nel paziente
grano del campo
t’adoran gli occhi miei.



Giulio Salvadori

domenica 4 maggio 2008

Ascensione

Oggi è la giornata dell’Ascensione. I cristiani festeggiano Gesù che sale al cielo e ritorna nella gloria di Dio.

Anche da un punto di vista semplicemente umano il desiderio di salire in alto è sempre stato qualcosa di affascinante e qui vogliamo ricordare alcuni aspetti di questa umana avventura.

Secondo la mitologia, il primo che ha tentato di volare è stato Icaro, con ali di piume tenute insieme dalla cera. Sappiamo come andò a finire.

Archita di Taranto, scienziato e filosofo pitagorico, riuscì a costruire la prima macchina volante (la colomba di Archita).

Leonardo ha volato sulle ali delle sue ricerche. I suoi disegni riproducono gigantesche ali meccaniche, che intendevano imitare il volo degli uccelli.

Ma il primo che realmente si alzò dal suolo con un aeromobile fu il francese Etienne Montgolfier nel 1783, con la ben nota mongolfiera.

Sulle ali della fantasia già nel 1865 era giunto sulla luna Jules Verne, con il romanzo Dalla terra alla luna.
Per la verità, era stato preceduto in questo dall'Ariosto, che aveva fatto arrivare sulla luna Astolfo con l'Ippogrifo a cercare il cervello di Orlando furioso; e Astolfo con grande sopresa ci trovò anche il suo...

La genialità e il coraggio sono stati i due elementi che hanno permesso agli statunitensi fratelli Wright di volare sul primo aeroplano, il 17 dicembre 1903. Dodici secondi, a 40 metri di altezza, ma l’inizio di una nuova era.
Il volo degli aquiloni, uno dei giochi più comuni dei bambini, aveva suggerito la modalità del volo.
Per il nuovo mezzo meccanico occorreva una nuova parola: D’Annunzio coniò il neologismo velivolo.

Anche l’ascesa sul tetto del mondo, l’Everest, da parte di Hillary e Norgay nel 1953, si inserisce in questo percorso ascensionale dell'umanità.

Una nuova sfida: volare nello spazio. Jurij Gagarin è stato il primo astronauta, con la navicella Vostok nel 1961.

Neil Armstrong ha messo per primo i piedi sulla luna, il 20 luglio 1969, nella missione Apollo 11.

La nostra fantasia viaggia oggi su astronavi intergalattiche… desiderosi d'infinito.

Ma esiste un altro percorso verso l’alto, che è stato descritto in modo mirabile dal Petrarca nella lettera 'Ascensione al Monte Ventoso'. Citando S. Agostino dice:
“Gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e i grossi flutti del mare e l’amplissimo corso dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il ruotare degli astri e non curano se medesimi.
Allora, sazio di aver veduto quel monte, rivolsi gli occhi interiori su me stesso”.

Per il grande poeta aretino salire in alto aveva significato ritrovare la sua più profonda interiorità, e in essa la presenza di Dio.

sabato 3 maggio 2008

Chi è un angelo








Per i credenti, questi sono i giorni dell'Ascensione e si ricorda Gesù che sale in cielo tra il coro festoso degli angeli.

Ma, a parte le schiere celesti, l’angelo è:


chi riesce a farti sorridere quando hai voglia di mandare tutti al .. diavolo

chi ti dà una mano quando le tue non bastano

chi ti riporta il portafogli smarrito, magari senza soldi, ma con tutti i documenti (compresi le foto e i santini)

chi ti segnala lampeggiando la presenza di un autovelox (è un angelo in contravvenzione, ma…)

ogni bambino, sempre; ma in ordine gerarchico decrescente, quando dorme, quando studia, quando gioca, quando non vuol fare i compiti, quando ti fa perdere la pazienza…

Regola generale per riconoscere un angelo: l’angelo vero appare quando ce n’è bisogno, e scompare quando ha finito la sua opera.

Diffidare delle imitazioni…


Foto in alto: "Angelo" (1501), Raffaello (Pinacoteca Tosio-Martinengo, Brescia)

venerdì 2 maggio 2008

Lentamente muore... (o serenamente vive?)

La nota poesia ‘Lentamente muore’ è stata per errore attribuita a Neruda, mentre sembra opera della scrittrice brasiliana Martha Medeiros.
Lo scritto ha avuto un grande momento di celebrità quando Clemente Mastella lo ha citato (cadendo anch’egli nella gaffe di attribuirlo a Neruda), durante la sua dichiarazione di voto di sfiducia al governo Prodi.
È una poesia in cui, con frasi un po’ retoriche (ma con qualche spunto interessante), viene criticata la vita abitudinaria ed esaltata una vita all’insegna delle nuove esperienze, della fantasia, della creatività.
In particolare mi hanno colpito alcune frasi, che qui riporto (la poesia può essere letta in Internet):

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine... chi non cambia la marca o il colore dei vestiti"
“Lentamente muore chi evita una passione, chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i”
“Lentamente muore chi non capovolge il tavolo… chi non rischia la certezza per l’incertezza”
“Evitiamo la morte a piccole dosi”.

Ho voluto rispondere a questa poesia con un elogio dell’abitudine (Erasmo ha scritto l’elogio della pazzia…!) L’abitudine può sembrare una parola fuori moda; dà un senso di noia, di morte lenta, appunto. In realtà gran parte della nostra vita è fatta di abitudini (habitus), che nel bene e nel male ci guidano come una seconda natura. Un habitus positivo (basti pensare a chi non fuma…) non è un condizionamento, ma una liberazione. Per questo, senza rinunciare a momenti creativi e a voli pindarici, non cadiamo nella retorica della novità ad ogni costo.


Serenamente vive


Serenamente vive
chi ha appreso delle buone abitudini
e cerca di non perderle.


Serenamente vive
chi ha imparato le regole della grammatica
e sa mettere i punti e le virgole dove occorrono
per non essere frainteso.


Serenamente vive
chi custodisce nel suo cuore sentimenti così grandi
che vincono sempre la concorrenza
dei sentimenti meschini.


Serenamente vive
chi ha trovato un solido tavolo
da lavoro
e non lo abbandona
per un tavolino traballante.


Serenamente vive
chi indossa un vestito qualunque
ma che profumi di bucato.


Serenamente vive
chi sa che l’eccezione conferma la regola;
ma tu cerca di sostenere la regola
e la regola ti sosterrà.


La vita va gustata a piccole dosi
giorno per giorno;
ma come in ogni ricetta
bisogna saper rispettare
gli orari.

giovedì 1 maggio 2008

1° Maggio. Il lavoro nella dialettica servo-padrone (Hegel e Marx)
















Ci sono vari modi per festeggiare il 1° Maggio. Una bella scampagnata, una corsa a piedi o in bicicletta, una giornata oziosa…

Io lo voglio festeggiare facendovi spremere le meningi, ricordando due grandi pensatori, Hegel e Marx, che hanno dato un contributo rilevante per la comprensione del significato del lavoro.

Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, analizza la contrapposizione dialettica servo-padrone.

Questa contrapposizione nasce nella lotta mortale per la sopravvivenza. Il servo (e nell’epoca antica lo schiavo) è colui che in questa lotta ha avuto paura di morire e si è sottomesso al vincitore, che diventa così il suo padrone.

Il padrone impone al servo la fatica del lavoro, ricavandone i mezzi per soddisfare i suoi bisogni e vivere di sfruttamento.

Il servo, attraverso il lavoro, comprende però che il padrone dipende ormai da ciò che egli produce. In questo modo diventa padrone del suo padrone; e il padrone, servo del suo servo.

Le parti si sono dunque rovesciate. Ora è il padrone che ha paura di morire, perché dipende totalmente dal lavoro del servo, mentre il servo si è emancipato attraverso il lavoro.

Ed ecco la soluzione finale della dialettica servo-padrone secondo Hegel, e poi secondo Marx.

Per Hegel non si devono semplicemente capovolgere le parti, perché altrimenti si ritornerebbe ad una situazione simile a quella da cui si era partiti, e la lotta continuerebbe senza fine.
“Nell’anima del servo si nasconde l’anima del padrone”. In altri termini, se si rovescia semplicemente la situazione, avremo nuovi padroni e nuovi servi.
Hegel vede il superamento di questa divisione quando si giunge alla consapevolezza della insostenibilità delle figure servo-padrone; solo allora si passa necessariamente a una nuova società di persone libere nelle loro azioni. È una nuova coscienza sociale, che viene acquisita attraverso il valore del lavoro.

Marx lesse questa opera di Hegel e ne rimase molto colpito. Ma egli propose una soluzione totalmente diversa. La parte sottomessa, e cioè il proletariato, con la lotta di classe doveva abbattere la minoritaria parte dominante, e instaurare una breve dittatura del proletariato, per giungere infine ad una società senza classi; né sfruttatori, né sfruttati.
“Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

La storia ha dimostrato nel corso del XX secolo che non è bastata la dittatura del proletariato per portare ad una società senza sfruttatori, né sfruttati.
D’altra parte, difficilmente si sarebbe raggiunta l’attuale coscienza sociale senza le dure battaglie della classe operaia e contadina.

In una cosa, sia Hegel che Marx, hanno avuto ragione: attraverso il lavoro l’uomo prende coscienza della sua dignità.
Aggiungo, come cristiano, che nella Sacra Scrittura, l’uomo che lavora è immagine di Dio creatore e continua l’opera della sua creazione.


Foto in alto: "Il Quarto Stato" (1901), Giuseppe Pellizza da Volpedo (Galleria d'Arte Moderna, Milano)

mercoledì 30 aprile 2008

Il decalogo dell'utente di Oknotizie

Io sono Oknotizie!


1. Non sono il Signore Dio tuo. Cercane un altro al di fuori di me.

2. Critica ogni tanto il mio nome. C’è un apposito pulsante (feedbacks), usalo! Sono un algoritmo umano, e quindi imperfetto.

3. Non stare sempre in adorazione davanti a me. Ricordati di alzarti ogni tanto e di sgranchirti le gambe. Fai qualche festa; prendi un po’ d’aria.

4. Onora gli amministratori Antirez e Trent. Sono i miei genitori. Non dimenticarlo, quando viene il momento della defaillance.

5. Non uccidere gli altrui post senza un vero motivo con i tuoi No. La pena di morte è in mora quasi ovunque.

6. Non tradirmi con altri aggregatori. Rimani aggregato/a solo a me, (amore!)

7. Ruba notizie più che puoi, fresche come mozzarelle di bufala; ma che non siano bu
fale.

8. Non usare nick falsi. Dio perdona. L’algoritmo no.

9. Non desiderare l’Home Page degli altri più bravi di te; (di quelli meno bravi, sì).

10. Non desiderare il karma degli altri; (se il tuo karma è zero, sì).

martedì 29 aprile 2008

Ben venga maggio...!

Maggio è certamente uno dei mesi più belli dell’anno.

Ha ispirato la musa dei poeti: basterà ricordare Leopardi (A Silvia), che con un solo aggettivo riesce a descriverlo perfettamente:

* Era il maggio odoroso

Più prosaicamente, è il mese in cui finalmente si può tirare un sospiro di sollievo, per essere riusciti a superare i rigori dell’inverno:

* Le pecore si contano a maggio.

Per questo è il mese della speranza, che non si deve mai perdere:

* Coraggio!… che dopo l’aprile viene il maggio!

Il tepore primaverile e qualche opportuna pioggia portano gradite sorprese:

* Maggio: un fungo per assaggio.

L’inizio del mese (calendimaggio) era una volta dedicato all’allegria e alla gioia. C’era l’usanza di attaccare un ramoscello di pianta selvatica (gonfalon selvaggio) alle porte delle case e di ‘cantar maggio’, cioè canti in rima.

* Ben venga maggio e il gonfalon selvaggio!

Può sembrare a prima vista incredibile, ma con il mese di maggio, cioè con la buona stagione, riprendeva anche un’attività purtroppo molto frequente: la guerra. Le varie città armavano i loro eserciti e andavano a guadagnarsi la pagnotta e qualcosa di più combattendosi tra di loro e portando a casa la preda degli sconfitti.
Per questo nelle allegorie medievali dei dodici mesi, il mese di maggio è spesso raffigurato con un cavaliere con la lancia in resta.



(Allegoria del mese di Maggio. Museo del Duomo di Fidenza)


La guerra era una “attività” che si doveva fare col tempo buono, altrimenti si rischiavano altri pericolosi e non retribuiti malanni.

* Meglio morir in guerra di ferite, che nel letto per una polmonite!

(Ma quest’ultimo detto è di un antico scrittore toscano o di un anonimo attuale?)


Il mese di maggio è per i credenti il mese mariano. E il primo maggio è per tutti la festa dei lavoratori.


Ben venga maggio, dunque!

giovedì 24 aprile 2008

Padre Pio da Pietrelcina. Un santo tra di noi.



















Ancora una volta si vede la distanza che c'è tra la gente del popolo e quelli che dovrebbero capirla e rappresentarla. I post dedicati alla figura di Padre Pio a Oknotizie ne sono una chiara testimonianza.

P. Pio era piccolo di statura, ma rimane una figura gigantesca del XX secolo. Ha operato un’infinità di bene in un’epoca segnata da un’infinità di male.

Moltissimi segni prodigiosi sono avvenuti per sua intercessione, testimoniati da persone ancora viventi, e refertati da perizie mediche e scientifiche.

Moltissime persone hanno ritrovato la pace e la serenità nell’incontro con questo umile frate, brusco nei modi, ma sapiente e ispirato nel guidare le coscienze.

Milioni di persone in Italia e in tutto il mondo lo invocano per avere un segno di speranza e di consolazione. E i gruppi di preghiera a lui dedicati, presenti un po’ ovunque, sono punti di riferimento di pace e di bene per la società, e non solo per la chiesa.

La ricognizione sulla salma di Padre Pio, a 40 anni dalla sua morte, è una normale prassi ecclesiastica. Per ogni santo, dopo un certo periodo di tempo, viene fatta una ricognizione scientifica; devono essere esaminate le spoglie mortali, per documentarne l’autenticità ed eventuali fatti prodigiosi.

Che poi l'imponente afflusso dei fedeli per la grande devozione e il grande amore a S. Pio da Pietrelcina abbia anche dei risvolti economici a S. Giovanni Rotondo e zone limitrofe, questo è nella natura delle cose. Non dobbiamo dimenticare inoltre che il grande ospedale di S. Giovanni Rotondo, voluto da P. Pio, è frutto della carità del popolo.

Se non si riesce a capire perché milioni di persone si muovono verso questo umile frate, sarà difficile capire che cosa muove realmente il cuore della gente.

Ho scritto questo post perché P. Pio sia accolto anche nel mondo degli internauti.



Foto in alto: Chiesa di S. Pio da Pietrelcina (1994-2004), Renzo Piano (S. Giovanni Rotondo, Foggia)

Il bello di Oknotizie

Il mondo è bello perché è vario. Così anche il mondo di Oknotizie.

Ecco alcune cose che mi hanno colpito.

* Immaginarsi Kuros come un satirello scatenato. Trovarselo invece davanti con una faccia da bravo ragazzo educato. Ciro, ma eri tu nel video, o il tuo secondo account?

* Parlare teneramente con Paloma in un lungo thread, e accorgersi alla fine che è un uomo.

* Postare una notizia, lunga una pagina, e dopo un microsecondo trovarsi addosso 4 NO. 4 super strong, o 4 super stronz?

* Discutere animatamente su Dio con Dio (nick) che non crede in Dio.

* Chiamarsi Good_Luck e avere come karma 33. Buona fortuna!

* Veder stazionare in Home Page dei post da suppost.

* Fare un post sul Nano di Arcore e trovarsi subito in Home. Fare un post su Silvio Berlusconi e finire subito a ramengo (semplice nota apolitica).

* Fare un post sui bugiardi e venire colti con le mani nel sacco altrui (eheheheh, Amicus…)

* Postare nel blog “Nella mutanda di Miranda”. Ma postare… che cosa?

* Chiedere a No_Ratzinger cosa pensa del papa attuale.

Lapalissiano!

Tutti sappiamo che il termine ‘lapalissiano’ è sinonimo di ‘ovvio’, ‘evidente’, ‘scontato’.
Come noto, l’aggettivo deriva dal signor Jacques de Lapalisse, militare e nobiluomo francese, morto nel 1525 nella battaglia di Pavia.

In una canzone composta in sua memoria, vennero scritte frasi così ovvie, da divenire proverbiali. Eccone tre che si riferiscono alla sua morte:

* Il signor de Lapalisse un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo.

* Il giorno della sua morte fu l’ultimo della sua vita.

* Morì per una ferita mortale.

Nella canzone non compaiono però due altre celebri frasi, che gli vengono attribuite:

* Il signor de Lapalisse, guardandosi di dietro, lo vedeva nettamente diviso in due parti.

* Io ho le mie idee, e le condivido.

Non gli si può dar torto… proprio lapalissiane!