domenica 30 maggio 2010

Musica divina. Monteverdi




Per la festa della SS. Trinità occorre una musica stupenda.

In questa domenica si festeggia Dio, nella sua sublime e ineffabile realtà: Padre, Figlio, Spirito Santo.

Di fronte alla divina bellezza le nostre parole e i nostri suoni sono infinitamente inadeguati.

Ma attraverso l’opera dei grandi artisti qualche nota della celeste armonia è giunta fino a noi.

Ascoltiamo perciò un meraviglioso mottetto di Claudio Monteverdi (1567 –1643), uno dei padri della musica: “Cantate Domino”.

Polifonia pura, sei voci dispari, anno 1620.


Cantate Domino

Cantate Domino canticum novum,
cantate et benedicite nomini ejus,
quia mirabilia fecit.
Cantate et exultate et psallite
in cythara et voce psalmi,
quia mirabilia fecit.


Cantate al Signore

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate e benedite il suo nome,
poiché ha fatto meraviglie.
Cantate ed esultate e salmeggiate
nella cetra e con voce di salmo,
poiché ha fatto meraviglie.

sabato 29 maggio 2010

Grazie!



 Ho ricevuto un graditissimo dono "virtuale" dall’amica blogger Stella.
http://stella-premi.blogspot.com/

È il bel trofeo che potete vedere qui esposto.
Ringrazio Stella del bel regalo e della sua amicizia con un sonetto.




Pasqua è passata, e ancor non è Natale;
ma quando questa sera sono entrato
nella mia postazione virtuale,
vi ho trovato un pacchetto infiocchettato.

C’era un roseo biglietto floreale
con la scritta: “Da Stella a Amicusplato”;
calligrafico stile magistrale,
di abbellimenti e riccioli adornato.

Ho cominciato allora a liberare
dal nastro e dalla carta quel presente;
e ho potuto alla fine contemplare

una Vittoria Alata seducente;
e in alto, ancor più in alto, a illuminare,
ho visto una gran Stella risplendente…

giovedì 27 maggio 2010

"Dona dona". Donovan




Donovan è uno dei cantanti-simbolo degli anni 60.

Per qualche tempo ha conteso il succcesso a Bob Dylan, di cui a molti è sembrato una copia: canto folk e chitarra acustica.

In realtà lo scozzese Donovan Leitch (Glasgow, 1946), noto come Donovan, dall’iniziale stile folk, è poi passato a nuovi tipi di musica, distinguendosi nettamente dal grande menestrello americano.

“Dona dona” è in origine un canto yddish. La melodia è dell’ebreo Sholom Secunda. Le parole sono di un altro ebreo, Aaron Zeitlin, scritte al tempo del nazismo (1940) e ricordano, con una tragica metafora, le deportazione nei campi di sterminio.

La canzone è stata tradotta in inglese intorno al 1956 ed è diventata popolare grazie a Joan Baez (1960) e a Donovan, che la incise nel 1965.

Dona dona

On a wagon bound for market
There's a calf with a mournful eye.
High above him there's a swallow
Winging swiftly through the sky.
 

Chorus:
 

How the winds are laughing
They laugh with all their might
Laugh and laugh the whole day through
And half the summer's night.
Dona, dona, dona...
 

"Stop complaining," said the farmer,
"Who told you a calf to be?
Why don't you have wings to fly with
Like the swallow so proud and free?"
 

Chorus
 

Calves are easily bound and slaughtered
Never knowing the reason why.
Why don't you have wings to fly with
Like the swallow who's learned to fly?
 

Chorus


Dona dona

Dentro un carro, legato per il mercato
c'è un vitello con l'occhio triste;
alta sopra di lui c'è una rondine
che vola velocemente nel cielo.

Rit. Come ridono i venti,
ridono con tutta la loro forza,
ridono e ridono per tutto il giorno
e metà notte d'estate.
Dona, dona, dona...

Basta, piangere!
- dice il contadino –
chi ti ha detto di essere un vitello?
Perché non hai le ali per volare
come la rondine, così fiera e libera?

Rit. Come ridono i venti...

I vitelli sono facilmente legati e macellati,
non se ne sa la ragione;
Perché non hai le ali per volare
come la rondine, che ha imparato a volare?

martedì 25 maggio 2010

Diffidare delle imitazioni. Galuppi




Baldassarre Galuppi (Burano, 1706 – Venezia, 1785) oggi è poco conosciuto, ma ai suoi tempi è stato uno dei musicisti più celebri.
Caterina II di Russia lo volle alla sua corte, convincendolo con un lauto stipendio.

Egli fu l’inventore del “dramma giocoso”, a metà strada tra l’opera seria e l’opera buffa. Molti libretti delle sue opere furono scritti nientemeno che da Carlo Goldoni.
Allora la musica da teatro parlava solo italiano. E Galuppi compose ben 54 opere!

Il “Buranello” ha così influenzato l’opera di Haydn, di Mozart e di Rossini.

Da buon veneziano, suddito della Serenissima, la sua musica è limpida, festosa, melodica; e sempre piacevole.

Abilissimo clavicembalista, ha lasciato numerosi concerti per questo strumento.

Dalla Sonata n. 5, in Do maggiore, ascoltiamo il I Movimento, "Andante", nella perfetta esecuzione di Arturo Benedetti-Michelangeli.

Una musica che farà venire in mente moderne copiature. Diffidare delle imitazioni…

La musica originale è di Baldassarre Galuppi, detto il Buranello.

lunedì 24 maggio 2010

Foto di scuola (dedicata a Stella)











C’è una foto che amo riguardare
quando mi prende un po’ di nostalgia;
la foto di una classe elementare,
anni cinquanta, non so dir qual sia.

La mia classe, schierata sull’attenti,
trenta ragazzi. “Fermi, sorridete!”
Li riconosco, tutti ben presenti,
anche se il volto cambia, lo sapete.

Dal gruppo di ragazze circondata,
con sullo sfondo carte e planisfero,
bella, capelli in piega, appen truccata,
nonostante la foto in bianco e nero,

c’è la Maestra. La Maestra Wanda
che mi ha dato l’amore per la scuola;
non si stancava mai d’ogni domanda,
mi affascinava con la sua parola.

Gli anni sono passati, e ho conosciuto
altri insegnanti e professori vari;
ma nel profondo al cuore ho sempre avuto
la mia Maestra delle Elementari.

Cambiano i tempi: è tempo internettiano;
e così navigando in blogosfera
ho dovuto tirare il freno a mano
quando ho visto in un blog, scritto: “Sincera”.

Vi sorride una faccia assai attraente,
volto di donna luminosa e bella;
sono planato allor subitamente
nel biondissimo sito di una “Stella”.

Ho sfogliato le pagine in sequenza,
e ho visto, Stella, che eri un’insegnante,
una Maestra, ed ora sei in “quiescenza”,
parola per davvero orripilante.

Insegnante in “pensione” è più elegante;
rimane il vuoto delle Elementari.
Ma le person che scrivono son tante,
sei rimasta nel cuor dei tuoi scolari.

Cambiano i tempi, non i sentimenti,
mi hai fatto ripensare al tempo mio;
la mia Maestra e quegli insegnamenti
che ormai sono una parte del mio io.

Nel tuo profil ti dici torinese.
Se di Gozzano avessi la maestria
canterei le tue lodi e le tue imprese
con dolce e un po’ nostalgica armonia.

Come il Carducci invece son toscano,
ma il nobile “Piemonte” ho ben presente;
la mia Maestra, un dì molto lontano,
me la fece imparare tutta a mente;

or la dedico a te, Stella splendente!


Amicusplato

venerdì 21 maggio 2010

La fine der monno





 Er monno s’è incazzato peddavero,
e ce lo fa ssape’ senza vergogna.
Un terremoto ha raso Haiti a zero,
er petrolio ha ridotto er mare a fogna.

E nun se po’ ppiù mmanco respirare
e volare ner cielo cennerino:
un vurcano s’è mmesso a vomitare
e de smette ‘unn intende un attimino.

Nun me parlà der tempo e de staggione,
ché son mesi che piove a cielo rotto;
semo a l’istate cor termosifone,
se vai ar mare te ce vo’ er cappotto.

Peggio me sento co l’econnomia;
ci ho du’ bbajocchi messi in una bbanca;
ma co la crisi che ce pporta via,
finisco, anvedi, senza ‘na palanca.

C’è chi ddice ch’è corpa der peccato
e che la fin der monno è ggià arrivata;
er Patreterno s’è de noi stufato
e ce vor dà ‘na bella ripassata.

Ma c’è chi ppensa ne la bloggosfera
che ‘nvece nun son queste le raggioni.
Er monno artonnerà a la su’ maniera
quanno annerà ‘n pensione Bberlusconi.

giovedì 20 maggio 2010

Er miracolo contrario





Domeneca passata, me cojoni,
ho visto tanta ggente anna’ a San Pietro.
Nun finivano mai ‘ste processioni,
so sceso anch’io e gli so annato dietro.

So arrivato alla fine nella Piazza:
homini, donne, vecchi, regazzini,
preti, frati, moniche d’ogni razza,
drento e for le colonne der Bernini.

Cento, dugentomila de cristiani
tutti a guardare verso er Vaticano,
e quanno er papa ha arzato le su’ mani
per benedire er popolo italiano,

s’è arzato questo coro giù da tera:
“Evviva er Papa!” “Evviva Benedetto!”
Più l’anticlericali je fan guera,
più ottengono, me sa, er contrario effetto.

mercoledì 19 maggio 2010

Onore ai caduti. L'Eroica




Ritornano a casa i nostri due soldati, il Sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, e il Caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, caduti in Afghanistan lunedì scorso in un attentano talebano.

Non voglio stare qui a disquisire sulla presenza dei nostri militari in quella nazione, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Voglio onorare due valorosi che hanno sacrificato la vita nel compimento del loro dovere.

Alla loro memoria dedico l’Eroica di Ludwig van Beethoven.

Con questa III sinfonia, del 1804, egli intendeva onorare Napoleone.
Ma di fronte al suo imperialismo, cancellò la dedica a Bonaparte, e volle chiamarla “Sinfonia Eroica”.

In modo geniale Beethoven esalta l’eroe con una stupenda e grandiosa “Marcia Funebre”, nel II Movimento, "Adagio Assai".

I nostri due soldati tornano nelle bare, ma non da sconfitti.


Nel video, "Napoleone vittorioso a Eylau il 9 febbraio 1807", di Antoine-Jean Gros (1808), Museo del Louvre, Parigi

martedì 18 maggio 2010

Rivoluzionario e virtuoso. Liszt



Le 19 Rapsodie ungheresi di Franz Liszt (1811-1886) sono un omaggio al popolo ungherese, che nel 1848 insorse per rivendicare l’indipendenza dall’impero autriaco.

Infiammata dalle parole del poeta Sandor Petőfi e guidata da Lajos Kossuth l’Ungheria cercò di diventare uno stato sovrano. La rivoluzione fallì, ma nel 1867 la nazione riuscì ad ottenere un'ampia autonomia.

L'ungherese Liszt celebra questi avvenimenti con le sue rapsodie. La Rapsodia n. 2, in Do diesis minore, è la più famosa e la più bella.

Intensa, appassionata, talora anche festosa, con un virtuosimo che non è mai fine a sé stesso, rappresenta la vittoria del bene contro il male. 

Un auspicio anche per la nostra nazione, e per l'Europa.

Spettacolare l’esecuzione del pianista croato Maksim Mrvica.

lunedì 17 maggio 2010

Il maestro di Beethoven. Haydn



Tra i grandi meriti di Joseph Haydn (1732-1809) c’è anche quello, non indifferente, di essere stato maestro di Ludwig van Beethoven (1770-1827).

L’incontro tra maestro e allievo avvenne nel 1792, e per due anni il genio di Bonn seguì a Vienna le lezioni del grande musicista austriaco.

Tra i due non correva buon sangue, sia per una certa invidia di Haydn nei confronti del promettentissimo giovane, sia per l’insofferenza di quest’ultimo nei riguardi dell’illustre maestro.

Nonostante ciò Haydn espresse tutta la sua ammirazione per Beethoven, preconizzandogli un grande futuro:

“Avete molto talento, un’inesauribile ispirazione e pensieri che nessuno ha mai avuto. Voi mi sembrate un uomo con molte teste, molti cuori, molte anime”.
Così si espresse nei suoi confronti nel 1793.

Da parte sua Beethoven, pur con un carattere ribelle, apprese molto dal “padre” della sinfonia, del quartetto  d'archi e della forma sonata. Si può dire che Beethoven abbia by-passato Mozart, attingendo invece molto da Haydn.

Tutto il resto, ovviamente il più, lo ha fatto solo il suo genio titanico.

Per mostrare quanto la lezione di Haydn abbia influito sulla formazione iniziale di Beethoven, voglio postare di Haydn la bellissima Sonata per pianoforte in Mi minore, Hob 16/34, I Movimento, “Presto”, del 1781.

Viene subito in mente il I Movimento della prima Sonata per pianoforte, in Fa minore, di Beethoven, del 1794, e non a caso dedicata proprio ad Haydn. Ecco il link per un confronto.


Buon ascolto!



domenica 16 maggio 2010

Sonata per... vampiri. Haydn




Il grande filosofo Immanuel Kant fu tanto rivoluzionario nel suo pensiero, quanto abitudinario nella vita.

Si narra che fosse così metodico nelle azioni quotidiane, che i suoi concittadini di Königsberg potevano regolarvi l’orologio.

Un’unica volta lo videro correre per la strada, e fu per andare incontro al procaccia di posta che portava le notizie sulla Rivoluzione da poco scoppiata in Francia, nel luglio 1789.

Qualcosa del genere si può dire riguardo a F. Joseph Haydn.

Di norma la sua musica è limpida, serena, luminosa. Il classicismo trova in lui la forma più perfetta.

Non so se fu la Rivoluzione Francese; di fatto la Sonata per Pianoforte n. 59, in Mi bemolle maggiore, scritta proprio tra il 1789 e il 1790, contiene nel II Movimento, “Andante e Cantabile”, un brano di così intensa drammaticità che lascia stupefatti e sembra anticipare Beethoven, di cui per altro fu insegnante.

Un frammento di sonata “rivoluzionario”…

Il brano, in epoca recente, è stato utilizzato nel film “Intervista col vampiro”, del 1994.

Incredibile la sorte di Haydn. Il musicista più solare del classicismo è diventato l’autore preferito dall’essere più tenebroso per eccellenza, un vampiro.

Si ricorderanno infatti le scene del vampiro Lestat (Tom Cruise) al pianoforte mentre esegue questo brano, ormai noto come “Lestat’s Sonata”.

Un brano stupendo, ovviamente.

sabato 15 maggio 2010

Un magnifico squillo di tromba! Haydn



Stretta tra due giganti della musica come Mozart e Beethoven, la figura di Franz Joseph Haydn (1732-1809) rimane un po’ sacrificata.

In realtà Haydn ha rappresentato il classicismo musicale nella sua più limpida forma, e ha fornito gli strumenti di base per l’opera di Mozart e di Beethoven.

È lui che con le sue 104 sinfonie (centoquatttro!) ha dato la struttura a questo genere musicale, tanto da essere definito “il padre della sinfonia”.

E con le 62 sonate per pianoforte sarà il modello a cui si ispireranno sia Mozart che lo stesso Beethoven.

Vastissima l’operosità di questo gigante della musica, caratterizzata da grande luminosità, da bellezza formale, da ricchezza e varietà tematica.

I suoi quartetti per archi sono qualcosa di unico, nella storia della musica. Veramente magistrali!
E proprio dal Quartetto opera 76 n. 3, in Do Maggiore, la Germania ha ricavato il suo ben noto inno nazionale, musicalmente forse il più bello di tutti.

Per gustare la bellezza della musica di Haydn, ascoltiamo l’Allegro finale del Concerto per Tromba e Orchestra, in Mi bemolle maggiore, del 1796.

Esegue magnificamente la giovane e affermata trombettista norvegese Tine Thing Helseth, con la Norwegian Chamber Orchestra


venerdì 14 maggio 2010

Ogni impero inizia con un crimine




Balzac ha scritto che ogni grande successo economico inizia sempre con un delitto.

Senza necessariamente condividere la pessimistica affermazione del grande romanziere francese, tuttavia si deve riconoscere che alcune volte questo è accaduto.

Il detto di Balzac può essere applicato ad altri aspetti dell’attività umana. Ad esempio, alla musica leggera.

È indiscutibile che nel secolo XX chi ha avuto il maggior successo in questo settore sono stati i Beatles.

Senza sottovalutare altri apporti, la band di Liverpool  ha contrassegnato un’epoca, e ha impresso una svolta decisiva al gusto musicale, e non solo.

La “beat generation”, che porterà alla contestazione giovanile del 68 ed oltre, avrà nei Beatles un punto di riferimento essenziale.

Ma i grandi successi dei Beatles partono da una canzone che ad ascoltarla oggi sembra un delitto, per la sua pochezza musicale: Love me do, pubblicata il 5 ottobre 1962 per l’etichetta Parlophone.

Ciò che convinse la casa discografica a pubblicare il brano fu soprattutto la melodia vagamente “blues” dell’armonica suonata da Lennon…

Quella orecchiabile canzonetta di quattro monelli inglesi fu l’inizio di un dominio musicale assoluto.

giovedì 13 maggio 2010

Ave Maria di Caccini (anzi, di Vavilov)




In occasione del pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI al Santuario della Madonna di Fatima, mi pare opportuno onorare la Madre di Dio con la preghiera dell’Ave Maria.

Non c’è musicista che non ne abbia fornito una sua interpretazione, dal gregoriano fino all’epoca nostra.

Tutti abbiamo in mente quelle più celebri.

Voglio riproporre un brano non da tutti conosciuto, ma particolarmente bello, anche per la stupenda intepretazione che ne ha dato il soprano sud-coreano Sumi Jo.

La musica è stata attribuita fino a qualche anno fa a Giulio Caccini, il noto compositore rinascimentale, (1550-1618), uno degli iniziatori del melodramma.

In realtà si tratta di una composizione contemporanea, del russo Vladimir Fedorovic Vavilov (1925-1973), da lui pubblicata come opera di “Anonimo” nel 1972.

La falsa attribuzione a Caccini avvenne dopo la morte di Vavilov, da parte dell'organista Mark Szachin.

Lo stupendo brano viene ancora denominato “Ave Maria di Caccini”, mentre invece si dovrebbe chiamare “Ave Maria di Vavilov”.

A parte il clamoroso errore di attribuzione, immutata rimane ovviamente la bellezza del canto.

L'esecuzione di Sumi Jo, del 2006, è perfetta.

mercoledì 12 maggio 2010

Il ratto (mancato) d'Europa



La mitologia greco-latina ricorda che Europa era una bellissima principessa siro-fenicia di cui s’innamorò Giove. Il padre degli dei, ma anche notorio marito infedele, mise in atto uno dei suoi infiniti espedienti per far sua la ragazza.

Si trasformò in un mansueto e splendido toro, che attirò la curiosità d’Europa, la quale gli si avvicinò, e intrecciata una corona di fiori, gliela pose intorno al collo.

Il toro si accovacciò ai suoi piedi e la ragazza gli salì incautamente in groppa. Il toro allora prese la fuga e la rapì; fuggendo attraverso il mare passò dal continente asiatico all’isola di Creta.

Nell’isola di Creta Giove, lasciate le mentite spoglie, si unì a Europa; e così nacquero gli “europei”.

Questo “ratto d’Europa” è stato cantato dai classici e illustrato da celebri artisti, ma oggi suona un po’ come un ammonimento.

Stiamo attenti a non farci ingannare di nuovo da improbabili mansueti tori sconosciuti che, speculando finanziariamente sull’ingenuità della giovane Unione Europea, cercano ancora una volta di farsela.

La Grecia dovrebbe saperne qualcosa.... Come mostra la foto, la moneta greca da due Euro riporta proprio il colpo malandrino di Giove tonante.

martedì 11 maggio 2010

La prima colonna sonora? Wagner




La grande rivoluzione musicale moderna non avviene, come tante volte si pensa e si dice, con la musica sperimentale del XX secolo. Essa è già frutto dell’opera di ampliamento e disgregazione tonale di Richard Wagner (1813-1883).

È Wagner il vero rivoluzionario, la cui musica rompe ogni argine e diviene “totale”.
Niente in musica è più impossibile; ritmi che variano, continue modulazioni e cromatismi, voce umana e orchestra e azione scenica che si intrecciano, formando  un’unica realtà sonora e visiva in continuo divenire.

Emergono da questa sorgente inesauribile, ma forse sarebbe meglio dire da questa vulcanica eruzione, atmosfere ora drammatiche, ora idilliache; momenti di intensa liricità e momenti di fosca tragedia; incisivi e potenti Leitmotive o fluenti frasi melodiche.
Note battute come colpi di maglio, o delicati tocchi sonori.

Una musica che avvolge l’ascoltatore, e lascia stupefatti.

Si potrebbe dire che Wagner ha anticipato anche la moderna cinematografia, in cui la colonna sonora e l’azione scenica sono inscindibili.

Senza tener conto degli altri celebri capolavori, rimane colossale l’impresa portata a termine da Wagner con la tetralogia dell’Anello del Nibelungo: quattro opere, che costituiscono un’unica saga, della durata complessiva di ben 15 ore: L’oro del Reno, la Valkiria, Sigfrido, Il crepuscolo degli dei.

L’immane lavoro ha impegnato l’autore in vario modo dal 1848 al 1876.

Nel 1876 venne eseguita la prima de “Il crepuscolo degli dei” (Götterdämmerung) che conclude la tetralogia.

Di questa opera presento la scena finale, in una sala di registrazione con i Wiener Philarmoniker diretti da Georg Solti, e con la svettante voce del soprano Birgit Nilsson, la più grande inteprete di Wagner.

Nel canto, Brunilde restituisce alle Figlie del Reno, cioè alle acque del fiume, l’anello d’oro, causa di tutti i mali narrati, e conferma il suo eterno amore per Sigfrido, prima di immolarsi entrando con il suo cavallo nel fuoco purificatore.

Si noti come emergano dall’orchestra i due Leitmotive principali: quello notissimo delle Valkirie (Brunilde è una Valkiria) e quello di Sigfrido, già postato ieri.

E proprio con il Leitmotiv di Sigfrido, suonato dagli ottoni, si conclude l’opera e la tetralogia.

Straordinaria la direzione di Sir Georg Solti. Una direzione wagneriana, “totale”.

lunedì 10 maggio 2010

L'oro del Reno; pardon, l'euro del Reno



In questi giorni per molti aspetti drammatici per l’economia e la stabilità europea, nei quali la Germania sta giocando un ruolo fondamentale, anche con le recenti elezioni in Renania che hanno dato un duro colpo alla stabilità del governo tedesco, solo la musica totale di Wagner può esprimere appieno questo “crepuscolo degli dei”.

In questo crepuscolo è entrata anche la moneta unica, l’euro, che come Sigfrido, “colui che non conosce la paura”, viene colpito alle spalle dai colpi di lancia degli speculatori finanziari.

Mi pare assai opportuno descrivere musicalmente questo momento critico con il Leitmotiv del "Sigfrido", di Richard Wagner (1876), la terza opera della tetralogia dell’Anello del Nibelungo.

Solo il genio di Wagner poteva scolpire un personaggio, nella sua possente e quasi invincibile forza, con un tema di sole sette note:










Un Leimotiv che ritroviamo alla morte dell’eroe, e nel grandioso finale della tetralogia, nel “Crepuscolo degli dei”. Lì non è più suonato dal corno solista, ma da potenti squilli di trombe.

La morte di Sigfrido e il sacrificio di Brunilde non saranno vani. L’anello dei Nibelunghi ritornerà alle limpide acque del Reno, da dove l’avidità umana l’aveva sottratto.

Un messaggio di speranza anche per l’Europa.

domenica 9 maggio 2010

Per la festa della mamma, Mascagni




Mamma… la prima parola che si impara da piccoli, quella che si pronunzia più volentieri nel corso della vita, e spesso anche l’ultima che affiora alle labbra nel momento supremo.

Certamente questo accade a Turiddu, nella “Cavalleria Rusticana”.

Prima di affrontare Alfio nel mortale duello, e già presagendo la sua fine Turiddu dà l’addio all'inconsapevole madre, Lucia.

Un addio concitato, drammatico, mascherato da una generosa bevuta di vino. Ma prima di lasciare la madre, vuole essere da lei benedetto, “come quel giorno che partii soldato”.

Il soldato una volta era un lungo distacco, di qualche anno, ma con biglietto di andata e di ritorno.

Ora il distacco per Turiddu può essere defintivo: “Mamma, addio!”

Questo oggi è il mio modo di festeggiare ogni mamma: con la grande musica di Pietro Mascagni, la stupenda voce di Placido Domingo, il significativo intervento di Fedora Barbieri come Mamma Lucia, e la regia di Franco Zeffirelli, del 1982.

venerdì 7 maggio 2010

Omaggio a Tchaikovskij. Il valzer dei fiori



Il logo di Google ci ha ricordato oggi il 170° anniversario della nascita di Pietr Ilic Tchaikovskij (7 maggio 1840).

Non si può lasciar passare questa giornata senza ricordarlo con una delle sue  stupende musiche, che hanno addolcito la nostra esistenza.

Vorrei ricordarlo con “La morte del cigno”, a mio parere la musica più bella che abbia scritto.

Ma oggi è il giorno della sua nascita...

Preferisco perciò postare il brano più celebre dello “Schiaccianoci”, il Valzer dei Fiori, del 1892.

Non nella versione originaria, per balletto e orchestra. Ma in una trascrizione per doppio pianoforte.

Un modo anche questo di ballare il valzer, senza muovere i piedi, ma solo le mani sopra la tastiera.


Petrarca. La storia di un'anima (2)








Abbiamo definito l’opera di Francesco Petrarca (1304-1374) come “la storia di un’anima”.

Un’anima in cui le passioni terrene e i desideri di cielo si scontrano, fino ad una faticosa ma netta conversione a Dio.

Il momento decisivo di questa “conversione” è l’ascesa al Monte Ventoso, descritta in una stupenda lettera del 1336 indirizzata a Dionigi di Borgo San Sepolcro, suo padre spirituale.

Il grande poeta aretino, giunto in un luogo dal quale poteva ammirare uno straordinario panorama, dal  Massiccio lionese fino al mare di Marsiglia, fa una sosta, anche per leggere qualche pagina delle “Confessioni” di S. Agostino, un libro regalatogli proprio dal suo padre spirtituale e che portava sempre con sé, “piccolo da stare in una mano, ma di infinita dolcezza” (pugillare opusculum, sed infinitae dulcedinis).

Aperto a caso il libro, si trovò davanti a questo passo:

“Gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e i grossi flutti del mare e l’amplissimo corso dei fiumi e l’immensità dell’Oceano e il ruotare degli astri, e non curano sé medesimi”.
Chiusi il libro in collera con me stesso, perché rimanevo ancora attaccato all’ammirazione delle cose terrene, io che già da gran tempo avrei dovuto apprendere anche dai filosofi antichi che nulla è mirabile fuorché l’anima, in confronto alla cui grandezza nulla è grande.
Allora sazio di aver veduto quel monte, rivolsi gli occhi interiori su me stesso (in me ipsum interiores oculos reflexi).

Anche il Canzoniere si apre, agostinianamente, con una confessione pubblica del suo “giovenile errore”, e del suo sincero pentimento. Quel sonetto l’abbiamo postato ieri: “Voi che ascoltate in rime sparse il suono”…

Il capolavoro del Petrarca si conclude con una stupenda e solenne canzone alla Vergine Maria, “Vergine bella, che di sol vestita”, della quale, data la notevole lunghezza, posto solo la prima e l’ultima strofa.
Il poeta, dopo aver tessuto le lodi  di Maria con le parole della Sacra Scrittura (Apocalisse, Vangeli) e della tradizione cristiana, la prega perché il suo divin Figlio, vero uomo e vero Dio, lo accolga in pace dopo l’ultimo respiro.


Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ‘n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole.
Ma non so 'ncominciar senza tu' aita,
e di Colui ch'amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede.
Vergine, se a mercede
miseria extrema de l'humane cose
già mai ti volse, al mio prego t'inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench'io sia terra, e tu del ciel regina.


Il dí s'appressa, e non pòte esser lunge,
sí corre il tempo e vola,
Vergine unica e sola,
e 'l cor or coscïenzia or morte punge.
Raccomandami al tuo figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch'accolga 'l mïo spirto ultimo in pace.

Questo è Francesco Petrarca: sommo poeta lirico, grande letterato, raffinato scrittore, uomo che ha conosciuto il sentimento amoroso e le passioni umane, ed altresì una sincera e profonda fede cristiana, che lo ha illuminato nel suo cammino esistenziale.

Il Canzoniere, uno dei vertici della letteratura di ogni tempo, ne è la più straordinaria testimonianza.



Nella foto: "Monumento Nazionale a Francesco Petrarca" (particolare), 1928, Alessandro Lazzerini, Arezzo

giovedì 6 maggio 2010

Petrarca. La storia di un'anima





















Molti pensano che Francesco Petrarca (1304-1374) sia solo il cantore di Laura, o per dirla con il Foscolo, "quel dolce di Calliope labbro".

Questa “reductio ad unum”, questa grave semplificazione dell’opera petrarchesca a poesia amorosa viene spesso ancora insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado.

In realtà l’opera del Petrarca è molto di più, e può essere definita “la storia di un’anima”, nella quale anche i sentimenti religiosi, così come le passioni umane, sono fondamentali.

Basterebbe leggere il “Secretum”. In questa opera egli immagina di parlare con S. Agostino, che lo aiuta a capire la sua coscienza tormentata e i suoi peccati, tra cui il più grave scopre essere l’accidia, intesa come tristezza esistenziale che gli impedisce di progredire nel bene.

Oppure la mirabile lettera in cui descrive l'ascesa al Monte Ventoso (anno 1336) durante la quale, sempre con l’aiuto di un’opera di S. Agostino, le Confessioni, il Petrarca scopre che la bellezza non è fuori di noi, ma dentro di noi, nel nostro cuore. E proprio questa lettera segna l’inizio di una vita più marcatamente rivolta alla fede e alla preghiera. Petrarca era un chierico.

Ma nelle scuole si legge solo, o quasi, il Canzoniere.

E si legge male, purtroppo, perché si pone attenzione solo alle canzoni e ai sonetti in cui è descritta la figura di Laura.

Chi non ha studiato “Chiare, fresche, dolci acque”? oppure “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” (con gioco di parole: l’aura/Laura).

Ma le poesie che compongono il Canzoniere petrachesco sono 366, quanti i giorni di un anno bisestile.

Cosa intenda scrivere in questa sua opera, l’aretino Petrarca lo dice fin dal primo sonetto, “Voi che ascoltate in rime sparse il suono”, che funge da introduzione e da titolo ("Rime sparse").
Egli, rivolgendosi ai lettori, chiede perdono per i peccati commessi in gioventù; ma ora che è adulto e ha capito cosa è la vita si vergogna, si pente e rinnega ciò che ha fatto.


Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango et ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sí come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me mesdesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.


Il Canzoniere si conclude con una stupenda e solenne Canzone alla Vergine, “Vergine bella, che di sol vestita”, che posterò domani.

Difficile credere, anche solo da questi brevi cenni, che il Petrarca sia solo un poeta amoroso. 

In realtà egli è un vero e proprio gigante dello spirito umano, nella sua completezza.

Un genio cristiano, che ha traghettato l'antica Patristica e il Medioevo nell'Epoca moderna.


Foto in alto: "Monumento Nazionale a Francesco Petrarca" (1928), Alessandro Lazzerini, Arezzo




mercoledì 5 maggio 2010

Tempi cupi... con brio



Ceneri vulcaniche che oscurano il cielo, gigantesche macchie di petrolio che inquinano il mare, intere nazioni in crisi economica nera, una primavera torbida anche dal punto di vista atmosferico…

Non è un momento esaltante per questo nostro mondo.

Occorre una musica drammatica per descriverlo; ma una musica che abbia in sé anche un bagliore di luce.

Ascoltiamo allora la Sinfonia n. 25 in Sol minore, K 183, di W. A. Mozart, primo Movimento, “Allegro con brio”.

Mozart la scrisse a 17 anni (!), nel 1773. La speranza non gli difettava di certo, a quell’età.

Ma il ritmo sincopato iniziale, ripetuto quasi ossessivamente, in un tempo sempre serrato, anche nei momenti più briosi e dolci del brano, esprime bene il chiaroscuro della vita, che scorre rapida e inarrestabile.

martedì 4 maggio 2010

Itala gente da le molte vite















Giosuè Carducci (1835-1907), il cantore del Risorgimento italiano, non fu certo un poeta religioso.

Il suo anticlericalismo è ben testimoniato da famose poesie. A parte la giovanile “chitarronata" (come lui stesso dice) dell’ Inno a Satana, basta leggere Alle fonti del Clitunno, oppure Agli amici della Val Tiberina, per farsi subito una precisa idea.

Quando c’era da dire male della Chiesa e del Papa, non si tirava certo indietro.

Verso il termine della sua vita il suo atteggiamento cambiò profondamente e cominciò a leggere la storia con occhi più sereni e oggettivi.

Nella storia della Chiesa egli vede l’origine della nostra civiltà, sopratutto nell'ode La Chiesa di Polenta (1897).

Riconosce infatti alla Chiesa il ruolo pacificatore tra i popoli germanici invasori e il popolo latino vinto e reso inzialmente schiavo. 
La pacificazione fu resa possibile con la conversione dei longobardi, rappresentati dalla regina Teodolinda, e con l’autorità morale di Papa Gregorio Magno che con la sua opera di evangelizzazione riuscì a liberare dal giogo della servitù i latini (“quei che Gregorio invidiava ai servi ceppi”, invidiare nel senso di sottrarre).

La Chiesa fu per i latini, nel tempo delle invasioni, l’unico luogo di rifugio e di salvezza ("patria, casa, tomba").
“Fuori stridea per monti e piani il verno/ de la barbarie”, dice il poeta in due precedenti versi (61-62).

In seguito la Chiesa, dopo essere riuscita a placare il furore degli invasori, diviene il luogo di incontro e di unione tra le due razze, quella latina e quella germanica, nel Battesimo e nel Matrimonio cristiano, dando origine ad una nuova realtà sociale e politica: il Comune, cioè la grande civiltà comunale, la nostra Europa.

È il passo più bello dell'ode: 

"Qui nel conspetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti
... 
fanno il Comune".

Il Carducci paragona questa unione di popoli diversi alla vendemmia e alla spremitura dell’uva bianca e nera, che nel ribollir dei tini dà origine a un forte e profumato vino, di cui per altro egli era un buon intenditore…

Per tutto questo, il poeta si fece promotore nel 1897 del restauro dell’antica Pieve di S. Donato a Polenta, presso Bertinoro (Polenta era la celebre famiglia che aveva ospitato Dante nel suo esilio).

E per questo motivo scrisse  "La Chiesa di Polenta". I contributi giunsero e la Chiesa fu restaurata.

Questa antica Pieve viene chiamata con grande amore “madre vegliarda”, e “l’itala gente da le molte vite” viene invitata a non lasciar perire il suono delle sue campane, un suono che invita alla preghiera e ai grandi valori civili.

La poesia si conclude con una preghiera alla Madonna: l’Ave Maria.
L’ateo, massone e anticlericale Carducci al termine della sua attività poetica innalza una bellissima preghiera alla Vergine, associandosi così ad altri grandi poeti, come Dante e Byron.

La poesia è assai lunga. Riporto solo la parte finale (vv. 81-112), senza l’Ave Maria (113-128), che magari posterò in altra occasione, durante questo mese di maggio a Lei dedicato.

Invito gli amici a rileggerla tutta (o magari, per qualcuno, a leggerla). Sia per la bellezza della composizione, sia per il senso storico che la caratterizza. Una lezione per tutti.

È anche un modo per ricordare il Carducci, il nostro primo Premio Nobel (per la Letteratura, ovviamente, 1906),  oggi ingiustamente un po' dimenticato.


La Chiesa di Polenta

.....

Schiavi percossi e dispogliati, a voi
oggi la chiesa, patria, casa, tomba,
unica avanza: qui dimenticate,
qui non vedete.

E qui percossi e dispogliati anch’essi
i percussori e spogliatori un giorno
vengano. Come ne la spumeggiante
vendemmia il tino

ferve, e de’ colli italici la bianca
uva e la nera calpestata e franta
sé disfacendo il forte e redolente
vino matura;

qui, nel conspetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti,
quei che al Signor pacificò, pregando,
Teodolinda,

quei che Gregorio invidiava a’ servi
ceppi tonando nel tuo verbo, o Roma,
memore forza e amor novo spiranti
fanno il Comune.

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi
tra Bertinoro alto ridente e il dolce
pian cui sovrasta fino al mar Cesena
donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite,
rendi la voce

de la preghiera: la campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna
Ave Maria.



Nella foto: Pieve di S. Donato a Polenta (Bertinoro, Forlì-Cesena)

domenica 2 maggio 2010

Una vita breve, ma gloriosa




















È nota la classica frase che descrive la vita dell’eroe greco Achille: "preferì una vita breve ma gloriosa, ad una vita lunga ma ingloriosa".

E così fu. Morì nella guerra di Troia, nel vigore degli anni, colpito nel suo “tallone d’Achille”, appunto.

Una cosa che impressiona è la brevità della vita di moltissimi grandi personaggi del passato, nei più svariati campi della cultura.

Per limitarmi agli ultimi secoli, viene subito in mente il genio di Mozart: 35 anni (1756-1791).
A cinque anni già componeva; in tre decenni giunse a comporre 11 Messe (tra cui quella di Requiem), 22 melodrammi (tra cui Le nozze di Figaro, il Don Giovanni e il Flauto magico), 41 concerti, 43 sinfonie, senza parlare delle sonate per pianoforte, e tutto il resto.

Poco di più visse Chopin, 39 anni (1810-1849). Cosa sarebbe la vita senza i suoi Notturni?

A soli 31 anni aveva concluso la sua esistenza Schubert (1797-1828). Ci ha lasciato la stupenda Ave Maria e (non per nulla) l’Incompiuta…

1809-1847. Mendelssohn, 38 anni. Ha regalato agli sposi la più bella Marcia Nuziale, e a tutti noi la musica di Bach, da lui riscoperta e valorizzata.

G. B. Pergolesi si spense a 26 anni (1710-1736). Portò a termine il suo capolavoro, lo Stabat Mater, sul letto di morte: “Quando corpus morietur, fac ut animae donetur Paradisi gloria. Amen.”

Caravaggio (1571-1610) non giunse a 39 anni, ma ha operato la “rivoluzione copernicana” della pittura. Non più la rappresentazione di un mondo ideale e lontano, ma la descrizione della realtà nei suoi aspetti più quotidiani, riscattati dalla luce divina.

Leopardi (1798-1837), l’eterno giovane della nostra poesia.
Egli ha posto come sottotitolo al canto “Amore e Morte” un celebre verso di Menandro: “Muor giovane colui ch’al cielo è caro”. Una profezia su se stesso.

Quando leggo queste date e questi risultati, mi sento depresso.
E mi domando cosa avrebbe potuto fare ancora questa gente, se la penicillina fosse stata scoperta qualche secolo fa, anziché da Fleming nel 1928.


Nella foto in alto: "Giacomo Leopardi" (1820), di  A. Ferrazzi, Casa Leopardi, Recanati


sabato 1 maggio 2010

Il sole torni a splendere sulla Louisiana!




In questi giorni la Louisiana e New Orléans hanno ancora una volta da affrontare uno spaventoso disastro ambientale.

Non è bastato l’uragano Katrina, di cinque anni fa.

Ora è il petrolio che fuoriesce dalla piattaforma della BP al largo delle sue coste e - con  una macchia gigantesca di  cinquemila barili al giorno - da oro nero diventa pece infernale per l’ecosistema e per l’economia della zona.

La patria del ragtime, del blues, del jazz deve dare voce all’angoscia, anziché alle sue più consuete note di festosa allegria.

Come augurio, riproponiamo un antico canto folk inglese, ma che ha trovato successo proprio a New Orléans nel XIX secolo: The house of the rising sun.  In epoca a noi più vicina è stato fatto conoscere da Joan Baez nel 1960 e poi da Bob Dylan. In Italia la sua cover è conosciuta come "La casa del sole".

La versione più nota al grande pubblico è quella del gruppo inglese The Animals del 1964, per chitarre elettriche, tastiera e percussioni.

Una canzone che ha caratterizzato la beat generation.

Le parole del canto dicono di una "vita perduta" a New Orléans; ma con un appello al riscatto morale.

Che il sole della speranza torni a sorgere ancora una volta sulla Louisiana!

Tempi "moderni"?



Ci sono alcuni films che per il loro valore artistico, per l’argomento che trattano e per il messaggio di valore universale, rappresentano un’intera epoca ed hanno una portata storica.

È il caso di “Modern Times” (Tempi Moderni) di Charlie Chaplin, del 1936.

L’industrializzazione, la parcelizzazione del lavoro, il conseguente lavoro alienante, i ritmi insostenibili e in definitiva la riduzione dell’uomo ad automa, sono fissati una volta per tutte nel volto e nei movimenti di Charlot alla catena di montaggio.

Sequenza notissima, ma che nel giorno del 1 Maggio può essere di nuovo riproposta con interesse. Hanno fatto più riflettere queste scene, che un trattato di sociologia.

La grandezza di Chaplin sta nel fatto che riesce a farci sorridere anche di fronte all’annientamento dell’uomo.

Un sorriso però, che seppellisce nel ridicolo la presunzione di ridurre l’uomo ad un automa.

Rischio che, per altri aspetti, si corre purtroppo ancor oggi.