lunedì 30 novembre 2009

We are the champions. Omaggio a Freddie Mercury




Non voglio lasciar passare questo mese di novembre senza ricordare i 18 anni dalla morte del frontman dei Queen, il grande Freddie Mercury (5 settembre 1946- 24 novembre 1991).

Il titolo e la canzone We are the champions, del 1977, certamente si adattano bene ai Queen, la mitica band inglese degli anni 70-80, e in particolare a quel mostro di vocalità e di bravura che è stato nel rock Freddie Mercury.

Quando il ritornello di questa canzone viene eseguito come inno nelle manifestazioni sportive della Champions League, non so quanti sanno che è stato scritto, con ben altri intendimenti, come dicono le parole della canzone, da Freddie Mercury.

Ma in fondo, anche questo è un modo per ricordarlo. E con un tifo da stadio.



We are the champions

I've paid my dues -
Time after time -
I've done my sentence
But committed no crime -
And bad mistakes
I've made a few
I've had my share of sand kicked in my face -
But I've come through.

We are the champions - my friends
And we'll keep on fighting - till the end -
We are the champions -
We are the champions
No time for losers
'Cause we are the champions - of the world -

I've taken my bows
And my curtain calls -
You brought me fame and fortune and everything that goes with it
I thank you all -
But it's been no bed of roses
No pleasure cruise -
I consider it a challenge before the whole human race -
And I ain't gonna lose -

We are the champions - my friends
And we'll keep on fighting - till the end -
We are the champions -
We are the champions
No time for losers
'Cause we are the champions - of the world -

Noi Siamo I Campioni

Ho pagato i miei debiti
giorno dopo giorno
Mi sono condannato da solo
ma non ho commesso alcun crimine
e pessimi errori.
Ne ho fatti alcuni,
mi sono preso la mia porzione di terra
in faccia,
ma l'ho superato.

Noi siamo i campioni - amici miei
e noi continueremo a batterci fino alla fine;
noi siamo i campioni
noi siamo i campioni
non c'è un tempo per i perdenti,
perché noi siamo i campioni del mondo.

Mi sono preso i miei inchini
e le mie chiamate nella ribalta,
voi mi avete concesso la fama e la fortuna
e tutto ciò che ne consegue.
Vi ringrazio tutti,
ma non è stato un letto di rose, né una crociera di piacere.
La considero una sfida con tutto il genere umano
ed io non perderò.

Noi siamo i campioni - amici miei
e noi continueremo a batterci fino alla fine;
noi siamo i campioni
noi siamo i campioni
non c'è un tempo per i perdenti,
perché noi siamo i campioni del mondo...

domenica 29 novembre 2009

Avvento. Il Messia di Händel



Siamo arrivati all’Avvento, cioè al periodo di quattro settimane di preparazione al Natale.

I credenti si preparano con spirito di fede, iniziando un cammino di conversione del cuore, per essere meno indegni di accogliere Gesù nella propria vita.

Per quelli meno assidui è l’occasione propizia per un ritorno alle sorgenti della fede, un po’ indebolita dai virus della società attuale.

Per quelli che hanno perso la fede, o non l’hanno ancora trovata, è il momento per una riflessione sulla figura storica di Gesù, sul suo insegnamento e su ciò che ha significato per la storia umana.

Per tutti è un’occasione di serenità, di gioia, di amicizia fraterna.

E l’occasione anche di riscoprire valori di cultura e di arte che rendono l’uomo ancor più umano, e più simile a Dio, che è la bellezza assoluta.

Io non posso pensare al Natale senza pensare, ad esempio, al Messia di Georg Friederich Händel; e in questo periodo me lo ascolto sempre; a puntate, ovviamente.

Anche per coloro che seguono il mio blog, che ringrazio di cuore per la loro assidua e numerosa presenza, voglio presentare qualche brano di questo straordinario capolavoro musicale, scritto dal conteranneo e coetaneo di Bach nell’estate del 1741, ed eseguito per la prima volta a Dublino nel 1742.

E voglio partire proprio dal brano inziale: una “Sinfony”, nello stile di una ouverture alla francese di quel periodo. Un incipit degno del grandioso oratorio che Händel si accinge a sviluppare.

L’orchestra, composta nel video da un piccolo organico di violini primi e secondi, oboe, fagotto, due viole, due violoncelli, contrabbasso e clavicembalo, inizia con un ritmo “grave”, puntato e cadenzato, in 4/4 e in tonalità di Mi minore, che crea un’atmosfera solenne e piena di pathos.

Dopo questa parte accordale, ripetuta due volte, come un grande sipario a due parti che si apre, inizia un tema brillante (“allegro moderato”) e fugato, che passa dai primi violini e oboe alle altre sezioni, e rende bene l’idea del lieto annunzio che il Messia porterà sulla terra.

Il brano si conclude con una cadenza, che è una breve ripresa del movimento iniziale.

Confesso che ogni volta che ascolto questo brano, mi sento fremere interiormente e mi domando come sia possibile scrivere in modo così sublime.


Ecco la prima pagina del manoscritto. È datata 22 August 1741 (in fondo alla pagina, a destra).



venerdì 27 novembre 2009

Tarantella napoletana, sì, ma di Rossini



La vicenda artistica di Gioachino Rossini (1792-1868) è ben nota.

Dopo un breve ed intensissimo periodo creativo, nel quale musicò decine di opere liriche, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie, sfornando capolavori assoluti come Il Barbiere di Siviglia, La gazza ladra, Mosè, Guglielmo Tell, per citarne solo alcuni, improvvisamente, dopo il Guglielmo Tell nel 1829, il genio pesarese depose penna e carta pentagrammata e smise di comporre.

Una ventina di anni di attività forsennata, con una quarantina di opere, talvolta anche 4 o 5 all'anno.
Poi, il silenzio, e la sua ipocondria, ravvivata un po’ dalla buona cucina.

Ma gli affetti delle persone care (in particolare la sagace moglie Olympe Pelissier) lo portarono talvolta a rompere questo “silenzio musicale”, con quelli che lui chiamò con umorismo “peccati di vecchiaia”.

Ma furono dei capolavori, soprattutto religiosi: lo Stabat Mater (1841) e in particolare la Petite Messe Solennelle (1863), per coro, armonium e doppio pianoforte, una delle cose più belle di musica sacra mai scritte.

Tra i “péchés de vieillesse” si devono ricordare anche le “Soirées Musicales” (1835), dodici canzoni per voce e pianoforte, di vario carattere, dall'aulico al popolaresco, dal sentimentale al drammatico.

Tra queste Serate Musicali brilla per vivacità e inventiva la celeberrima tarantella napoletana, intitolata “La Danza”.

Un gran bel sentire, questo "frizzante" Pavarotti del video che propongo.

E pure un bel vedere. Perché la lirica è anche interpretazione scenica.

E big Luciano è stato un autentico mattatore anche nel calcare le scene.



La Danza, tarantella napoletana

Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,si salterà;
l'ora è bella per danzare,
chi è in amor non mancherà.
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,si salterà;
l'ora è bella per danzare,
chi è in amor non mancherà.
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia si salterà.
Presto in danza a tondo a tondo,
donne mie, venite qua;
un garzon bello e giocondo
a ciascuna toccherà.
Finché in ciel brilla una stella
e la luna splenderà,
il più bel con la più bella
tutta notte danzerà.
Mamma mia, mamma mia,
già la luna è in mezzo al mare,
mamma mia, mamma mia,
mamma mia,si salterà,
frinche, frinche, frinche, frinche frinche,
mamma mia, mamma mia,
mamma mia, si salterà,
la la la ra la ra .....
Salta, salta, gira, gira,
ogni coppia in cerchio va;
già s'avanza,
si ritira e all'assalto tornerà:
Salta, salta, gira, gira,
ogni coppia in cerchio va;
già s'avanza,
si ritira e all'assalto tornerà.
Serra, serra colla bionda,
colla bruna va qua e là,
colla rossa va a seconda,
colla smorta fermo sta.
Viva il ballo a tondo a tondo,
sono un re, sono un pascià;
è il più bel piacer del mondo,
la più cara voluttà.
Mamma mia, mamma mia,
Già la luna in mezzo al mare,
mamma mia,mamma mia,
mamma mia, si salterà;
frinche, frinche, frinche,
frinche, frinche, frinche,
mamma mia si salterà,
frinche, frinche, frinche,
frinche, frinche, frinche,
mamma mia si salterà,
la la la ra la ra .....

giovedì 26 novembre 2009

Ave Maria "Guarani". Ennio Morricone



Ennio Morricone (Roma, 1928) è il geniale compositore che tutti conosciamo.

L’Oscar che gli è stato attribuito nel 2007 è il riconoscimento internazionale ad una straordinaria carriera, che ha segnato la nostra epoca con musiche già entrate nella leggenda.

Le sue 401 colonne sonore, a partire dal 1961 con “Il Federale” e poi “Per un Pugno di dollari” (1964) fino al recente “Baarìa”, hanno costituito la soundtrack della nostra vita.

La genialità non si apprende; ma la tecnica compositiva e della strumentazione, sì. E forse tanti non sanno che Morricone si è diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma in composizione, nientemeno che con Goffredo Petrassi, studiando anche musica corale e direzione di coro.

Per questo non ci si può meravigliare che un artista come lui abbia saputo cogliere il valore della polifonia classica e ne abbia dato saggio nella colonna sonora di “The Mission” (1986), con una stupenda “Ave Maria” a quattro voci (soprani, contralti, tenori, bassi). Nel film è cantata dagli indios Guarani; per questo è detta Ave Maria “Guarani”.

Accademico Effettivo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle massime istituzioni musicali nel mondo, fondata nel 1584 da Palestrina e dai grandi polifonisti della Scuola Romana dell’epoca, il Maestro Ennio Morricone ha reso onore a questa grande tradizione, e l’ha in certo senso continuata.

Credo che Palestrina e Victoria siano soddisfatti di un così illustre allievo e maestro.



Ave Maria “Guarani”

Ave Maria quae nos Deo coniungis
inter hominum electa universi pulchritudinem
memorares ne obliviscaris
naturam tuam at Deo restituas nos dilectos.

Cum nobis panem fregit. (ter)

Sancta Maria nobis doceas
ut omnibus assentiamus cum humilitate. Ah!


Ave Maria, che ci congiungi a Dio,
scelta tra la bellezza del genere umano
ricorda di non abbandonare
la tua natura, ma riportaci graditi a Dio.

Con noi spezzò il pane. (3 v.)

Santa Maria insegnaci
ad accettare tutto con umiltà. Ah!

mercoledì 25 novembre 2009

Ode alla nebbia



O nebbia fastidiosa,
che penetri negli ossi
e fai la via dubbiosa
e fai finir nei fossi,

madre d’ogni incidente
e d’ogni guida vana,
che mandi fuor di mente
chi scende in Val Padana,

tu che rendi irreale
il mondo e le persone,
tu nemica mortale
del povero pedone,

sei scesa all’improvviso
col manto cinerino
per rendere più griso
il cielo novembrino,

o nebbia inaspettata,
ricevi il mio saluto!
appena ti ho annusata,
ho fatto uno starnuto.

Ave Maria. Dalla polifonia cinquecentesca a quella moderna




Le costruzioni polifoniche cinquecentesche sono architetture musicali paragonabili alle cattedrali e alle basiliche.
La “Missa Papae Marcelli” di Palestrina, a 6 voci, del 1563, può essere raffigurata alla coeva Cupola di S. Pietro, per la bellezza e la grandiosità delle strutture.

La voce umana raggiunge qui il culmine delle sue possibilità, oltre il quale sembra impossibile procedere.

In effetti si sentiva ormai il bisogno di ampliare l’orizzonte musicale, con l’introduzione della voce degli strumenti.

L’organo a canne aveva già fatto da tempo la sua comparsa, e veniva usato per rafforzare la voce umana con il raddoppio delle note. Ora si cominciano a comporre direttamente per organo musiche su temi gregoriani e profani, come una partitura polifonica.

Nascono così la Toccata, il Ricercare, la Canzona, la Fantasia, la Fuga, e altri generi musicali, in cui eccelsero subito i compositori italiani, come Cavazzoni, Tarquinio Merola, Andrea e Giovanni Gabrieli, e soprattutto Girolamo Frescobaldi (1583-1643).

Venne composta anche musica per il “cembalo”, cioè il clavicembalo; così come per il liuto, uno strumento a corde, simile ad una grande chitarra, che in quel periodo ebbe una straordinaria importanza. Musica da danza, ma anche musica sacra.

Dalla medievale “viella”, uno strumento ad arco simile alla viola, si svilupparono, sempre nel XVI secolo per opera geniale di liutai soprattutto italiani, la famiglia degli archi: violino, viola, violoncello e contrabbasso.
I “concerti grossi” di Alessando Stradella (1676) e soprattutto quelli di Arcangelo Corelli (1714) fecero scuola ovunque.

Con l’aggiunta degli strumenti a fiato (tromba, flauto, clarino, oboe, fagotto, corno, …) , e delle percussioni, l’orchestra è al completo.
La “Sinfonia dei Mille” di Gustav Mahler (1906) è il lavoro più colossale mai realizzato; si raggiunge non dico il massimo della bellezza, ma certamente il massimo dell’organico: mille gli esecutori, tra strumentisti e cantanti.

La voce umana non hai mai cessato però di esercitare il suo fascino. È lo strumento più perfetto e più bello, perché dotato di un’anima spirituale, e non solo di qualche corda vocale.

E così insieme agli strumenti ha continuato a far bella mostra di sé nell’epoca del melodramma, e oggi della canzone.

Ma ha continuato anche ad affascinare la polifonia a cappella, cioè le voci da sole, come al tempo di Palestrina e di Victoria.

Grandi musicisti del XX secolo hanno dedicato importanti lavori alla polifonia: Stravinskij, Poulenc, Bartòk, Kodàly, Britten, Arvo Part, per citarne alcuni.

Tra questi, chi ha certamente compreso lo spirito del gregoriano, da cui siamo partiti in questo nostro excursus, e da cui tutta la nostra musica in effetti parte, è stato l’ungherese Zoltàn Kodàly (1882-1967). Egli ha saputo valorizzare la musica popolare e antica, tra cui il gregoriano; e unendo sapientemente la tonalità con la modalità, il moderno con l’antico, ha costruito opere notevoli e in particolare stupende polifonie.

Come esempio portiamo la sua “Ave Maria”, a tre voci pari (soprano I, soprano II, contralto), composta nel 1935.

In essa si può notare che la voce bassa del contralto canta tutta l'Ave Maria, prendendo chiari spunti dalla nota melodia gregoriana e movendosi in modalità gregoriana.
Il canto del contralto è via via inframezzato dagli interventi delle due sezioni superiori, che ripetono il gioioso annuncio dell’angelo: Ave Maria!

Nella seconda parte della preghiera il canto si fa più compatto, e ci ricorda un po’ la polifonia di Victoria (nell’invocazione “Santa Maria!”); anche la voce del contralto poi si unisce al resto del coro, per concludere come ha iniziato, da solo, con il saluto dell'angelo: Ave Maria.

Bellissima e geniale composizione, dove il moderno s’incontra con l’antico e ci offre armonie incantevoli e originali.

martedì 24 novembre 2009

Ave Maria. Dal gregoriano alla polifonia



Il canto gregoriano è monodico, cioè ad una sola voce. La grande vitalità del Medioevo, che si esprime in tutti gli aspetti dell’agire umano, compresi quelli artistici, porta una rivoluzione anche nel modo di cantare e di far musica.

L’unisono non era più sufficiente a soddisfare il bisogno di esprimersi nel canto. E qualche geniale innovatore cominciò ad aggiungere all’unica voce del canto gregoriano un’altra voce parallela di accompagnamento, “punctum contra punctum” (contrappunto), cioè nota contro nota, ad un intervallo sentito come consonante; in genere si trattava di una quarta inferiore; la melodia gregoriana emergeva sempre con chiarezza.

Era nata la polifonia.

Siamo nel secolo XI. Questa prima forma polifonica a due voci parallele, distanziate da un intervallo piacevole all’udito, venne detta “organum”. Infatti la voce principale cantava la melodia gregoriana, mentre la seconda voce (vox organalis) accompagnava come uno strumento musicale, un organo, appunto.

Nel secolo XII lo sviluppo della polifonia proseguì in modo notevole, soprattutto per merito dei maestri francesi Leonino e Perotino, esponenti della cosiddetta Ars Antiqua.
Grande importanza ha Perotino perché portò a tre, e talora a quattro, le voci dell’organum.
In questo nuovo tipo di composizione, chiamata ora “mottetto”, la melodia gregoriana diventa una semplice parte di un’opera complessa, dove le voci si muovono liberamente, non più vincolate dal precedente rigido schematismo.

La polifonia dà piena dimostrazione delle sua potenzialità espressive nell’ opera di Guillaume de Machaut, che nel 1364 compose la “Messe de Notre Dame”, a quattro voci, la prima Messa polifonica scritta da un solo autore.
Guillaume de Machaut è il massimo rappresentante dell’Ars Nova. Ormai la polifonia ha raggiunto la piena maturità, e si caratterizza anche per le composizioni profane. Inoltre si porta a compimento la forma di notazione mensurale, quella che noi usiamo comunemente.
Il gregoriano conosceva solo un unico valore di tempo, il punctum. La musica polifonica ha bisogno di note lunghe e brevi, con divisioni mensurali precise, per poter costruire il vario movimento della parti: una parte che sta ferma su una nota avrà segnata una nota lunga, mentre un’altra sezione che si muove sopra o sotto quella nota avrà valori in proporzione più brevi.

Per noi sono cose scontate, ma non lo erano finché non è stato inventato il rigo musicale e la polifonia, nel Medioevo.

Con il Rinascimento (sec. XVI) la polifonia è nel suo pieno fulgore e raggiunge i vertici della perfezione e della bellezza in Giovanni Pierluigi da Palestrina, il “principe della musica”, e Tommaso Ludovico da Victoria. Nella polifonia profana emerge sopra tutti, con i “madrigali”, Luca Marenzio, definito dai suoi contemporanei “il cigno d’Italia”.

Per mostrare come dal gregoriano si passi alla polifonia, presento il medesimo canto di ieri, l’Ave Maria, trattato polifonicamente da Tommaso Ludovico da Victoria (1540-1603 ca).

La bellezza del gregoriano si moltiplica per quattro, nelle quattro voci del mottetto di Victoria.

lunedì 23 novembre 2009

Ave Maria. Il canto gregoriano




Mi pare doveroso continuare a festeggiare la patrona della musica, Santa Cecilia, con un canto della tradizione gregoriana.

Il canto gregoriano è il canto liturgico per eccellenza. È monodico, cioè ad una sola voce, senza accompagnamento di strumenti, in lingua latina.

Abbraccia il corso di oltre un millennio, poiché i più antichi canti risalgono al IV-V secolo, al tempo cioè del basso impero. Ad esempio, il Te Deum e molti inni sono dell’epoca di S. Ambrogio, e alcuni a lui attribuiti; lo stupendo introito “Circumdederunt me gemitus mortis” della Domenica di Settuagesima risale certamente al tempo delle invasioni barbariche, come suggerisce il testo.

Una prima raccolta di questi canti si ebbe con Papa S. Gregorio Magno (morto nel 604); da qui il nome di Canto “Gregoriano”. Il repertorio andò ampliandosi grandemente con l’andare del tempo, e un’altra codificazione si ebbe nel XVI secolo, attribuita a Palestrina e alla sua scuola, pubblicata poi nel 1618 e denominata “Editio Medicea”.

In realtà questa edizione fu molto criticata, perché non avrebbe rispettato gli antichi codici, ma avrebbe semplificato e mutilato i bei melismi dei canti originari.

Per questo motivo nel XIX secolo, per opera geniale di Dom Guéranger, monaco benedettino di Solesmes, fu iniziata una revisione critica dell’edizione medicea, e si giunse con l’utilizzo sistematico degli antichi codici a pubblicare il “Graduale Romanum” (e il “Liber Usualis” che ne è un compendio), dopo un celebre Congresso tenuto nel 1882 ad Arezzo, patria di Guido Monaco, e dopo l’approvazione del Papa S. Pio X, nel 1908.

In epoca recente, nel 1979, anche il Graduale Romanum e il Liber Usualis sono stati rivisti in base ad altri codici, ed è stata pubblicata una nuova edizione, denominata “Graduale Triplex”.

Il canto gregoriano è un canto casto, ma vibrante; non ha eccessi lirici, ma è pieno di pathos interiore; racchiude la sublime bellezza nella semplicità di una linea melodica, che non è mai gridata, ma si esprime nella “sobria ebbrezza” della preghiera.

Ha un valore enorme, sia dal punto di vista artistico che storico. Costituisce la base di tutta la musica occidentale, e ha dato origine prima alla polifonia, poi alla musica trascritta per i vari strumenti.

Come invito al gregoriano ho pensato di far ascoltare il canto dell’Ave Maria.

Il canto gregoriano si muove normalmente per gradi congiunti, cioè senza salti di voce, con andamento graduale, sia nel salire che nello scendere della melodia; è come la natura, che non fa salti.
Se ciò avviene, è per esprimere un’esultanza particolarmente intensa.

All’inizio del canto dell’Ave Maria si noterà proprio un salto di quinta, sulla vocale i di Maria. Si vuole esprimere tutta l’ammirazione e lo stupore per questa straordinaria creatura.

Un identico intervallo di quinta si ha nell’Introito della III Messa di Natale, “Puer Natus est”.
Lì è immediato, sulla vocale u di Puer: un’esultanza incontenibile, quel Bambino è Gesù.

domenica 22 novembre 2009

Santa Cecilia. "Cantantibus organis"











Nella vita di S. Cecilia, raccontata in un’antica “passio”, si dice che durante la festa del suo matrimonio, contro la volontà della santa che aveva scelto di "sposare Cristo", “mentre gli organi cantavano, Cecilia invece cantava al Signore dicendo: Il mio cuore rimanga puro, affinché io non sia confusa”.

“Cantantibus organis, Caecilia Domino decantabat dicens: Fiat cor meum immaculatum, ut non confundar”.

Questa frase divenne un’antifona liturgica gregoriana, e quell’ablativo assoluto “Cantantibus organis” rimase indissolubilmente legato alla sua figura, tanto che nel 1500 si cominciò a pensare che la Santa fosse stata una musicista vera e propria, e cominciò ad essere rappresentata con un organo “portativo” in mano.

Ricordo che l’organo più grande era detto “positivo”, cioè “positum”, posto a terra.
Ancor oggi un organo a canne con una sola tastiera è detto positivo.

In onore di questa Santa i grandi musicisti della scuola romana nel 1584 si riunirono per dar vita alla “Congregazione di Santa Cecilia”. Ne facevano parte, tra gli altri, Palestrina, Marenzio, Nanino, Anerio, Soriano, Crivelli, Zoilo.
L’associazione venne approvata l’anno successivo da Sisto V; e proprio da essa è sorta nel sec. XIX in Roma la celebre “Accademia di Santa Cecilia”, una delle massime istituzioni musicali nel mondo.

Grandi artisti hanno rappresentato la patrona della musica, a partire da Raffaello, nel celebre quadro che ho riportato nell’immagine in alto, della Pinacoteca Nazionale di Bologna, dipinto tra il 1514 e il 1516.

La Santa è raffigurata con gli occhi rivolti verso il cielo e nell’atto di lasciar cadere dalle mani un organo portativo, mentre altri strumenti sono sparsi ai suoi piedi.

La soave musica terrena cede il passo alla sublime bellezza di quella celeste.

Debussy, s'il vous plaît!




Claude Debussy (1862-1918) ha la capacità di creare con la sua musica vere e proprie impressioni visive.

È difficile sottrarsi alla suggestione di quei suoni raffinati ed evocativi.

Tra i suoi 24 Préludes scelgo dal primo volume il preludio n. 8, La fille aux cheveux de lin”, la ragazza dai capelli di lino, forse il più famoso.

Un brano con andamento Très calme et doucement expressif, reso in maniera perfetta dal tocco magico di Arturo Benedetti-Michelangeli.


Buon ascolto!

venerdì 20 novembre 2009

Fenomenologia della Home Page












La caratteristica principale delle notizie che vanno in prima pagina di un social network deve essere la Retorica.

Perciò:

Non devono mai mancare nei titoli i punti esclamativi e interrogativi. Molti, e sparsi un po’ ovunque, come il prezzemolo. Nel mezzo della frase, in fondo, anche in cima magari, come fanno gli spagnoli. Più la frase è gridata, più è gradita.
E non bisogna dimenticare i puntini di sospensione…………, così; il numero è ad libitum, ma più sono e più voti raccogli.

Non si può entrare senza alcune parole-chiave: Vergogna (seguita da quattro punti esclamativi, meglio cinque); Bastardi (seguita c.s.); Ca@@ata, o anche C@zzo, con la @ usata sia come consonante che come vocale.
Comunque la @ va bene in ogni salsa, anche da sola. Fa sempre il suo effetto.

Non si può entrare in home senza idee confuse, sulla politica, sulla Chiesa, su Dio.
Più sono confuse e più attirano voti. Le idee chiare sono sgradite, sanno di fascismo.

Un’ idea però deve essere chiara: No Berlusconi. E mai chiamarlo per cognome; sarebbe imperdonabile. Ti ritrovi in ventesima in un nanosecondo. È di rigore l’epiteto, offensivo ovviamente. Se riesci a trovarne uno nuovo, hai il top della home per 24h senza bisogno che alcuno legga oltre.

La cultura non alberga in home, viene alloggiata nei bassifondi, come al tempo dell’ancien régime. La guerra ha bisogno di spade, non di penne d’oca. E non provare a scrivere in modo corretto e grammaticato. Passeresti per un alieno.

E gli alieni appartengono ad un’altra fenomenologia.

Il melograno: 613 semi























Nel post sull’autunno, scritto tre giorni fa, ho ricordato la varietà di frutti che rendono preziosa questa stagione.

Una carissima amica blogger, Abdita, mi ha fatto notare che non ho ricordato il frutto del melograno.

In effetti è una dimenticanza imperdonabile. Si tratta di un frutto buono e salutifero, e ricco di significati simbolici.

Il melograno per i suoi numerosi semi è sempre stato segno di abbondanza, ricchezza e fertilità.

È uno dei prodotti elencati nella Bibbia come beni preziosi della Terra Promessa: “Paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele” (Dt 8, 8).

Inoltre, il melograno è nella tradizione ebraica simbolo di onestà e correttezza, dato che il suo frutto conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Legge (Torah): 365 divieti e 248 obblighi, osservando i quali si ha un comportamento giusto.

Il detto va preso in senso paradigmatico ovviamente, come ogni proverbio, poiché il numero dei semi della melagrana è variabile, e si aggira comunque intorno alle 600 unità.

Passando dal sacro al profano, il succo di melagrana è un'autentica spremuta di salute, dal momento che contiene vitamine C e del gruppo B, potassio e polifenoli antiossidanti.

Per farmi perdonare la dimenticanza di questo frutto così ricco di storia e di… antiossidanti, presento l’immagine più bella che io ho in mente al riguardo:

“La Madonna del melograno”, di Sandro Botticelli, del 1478, pittura su tavola, che si trova nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Devo comunque far notare che nella simbologia cristiana, e qui in particolare, la melagrana che Maria tiene nel palmo della mano è simbolo di passione. Quel colore rosso vermiglio dei semi...

Ecco perché la stupenda bellezza delle figure fa da singolare contrasto con la serietà degli atteggiamenti.



giovedì 19 novembre 2009

L'oboe, uno strumento incantatore



L’oboe è uno strumento che incanta appena emette una nota, con quel suono dolce e tipicamente nasale.

È un’ancia doppia, che vibra nell’inconfondibile e delicata forma a “becco” al soffio dell’oboista, emettendo il suo struggente suono.

Il concerto più celebre dedicato a questo strumento rimane quello in Re Minore, per oboe, archi e basso continuo, di Alessandro Marcello (1669-1747), trascritto poi da Bach per clavicembalo (BWV 974), e che ha fatto da colonna sonora a più di un film, a partire dall’Anonimo Veneziano (1970). L’anonimo veneziano è proprio Alessandro Marcello, dal momento che il brano, all'epoca del film, non era stato ancora attribuito con certezza a questo musicista, fratello del ben più celebre Benedetto Marcello.

La forza suggestiva di questo piccolo strumento ad ancia è stata magistralmente messa in evidenza da Ennio Morricone nel film The Mission (1986). Nel film, Il gesuita Gabriel “conquista” gli indios Guaranì con il suono di questo strumento.

Quel tema musicale, conosciuto come Gabriel’s Oboe, è una delle cose più belle scritte dal grande Morricone.

Senza nulla togliere alla geniale invenzione del compositore italiano, uno spunto a mio parere è da ricercare nel II Movimento, Andante, del Concerto per Oboe e Orchestra, in Do maggiore, di Franz Joseph Haydn (1732-1809).

Qui metto il riferimento a “Gabriel’s Oboe” del film The Mission. Ognuno giudichi da sé.

http://www.youtube.com/watch?v=ksK4PZUo1Kw

Buon ascolto e buona visione!

martedì 17 novembre 2009

Autunno: una stagione per tutti i gusti



Ci sono due modi di vedere l’autunno.

L’ottimista lo vede come una stagione piena di buone cose: vino e olio, anzitutto; poi le castagne e i salutari agrumi; e i funghi, “buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale”…

C’è invece chi vede l’autunno come un periodo triste e malinconico: foglie che cadono, giornate corte, tempo uggioso, nebbia in Valpadana…

La pianta del kaki mi pare proprio l’emblema di questa stagione e di questi due stati d’animo, e in certo modo li unisce. Quando la pianta è spoglia di tutta la sua chioma e i rami sembrano scheletriti, ecco che i prelibati frutti fanno bella mostra di sé.

Il kaki ha per me un posto speciale (mi piace particolarmente), e in Toscana chissà perché viene chiamato in vari modi: a Firenze “diòspero”, in Valdarno “pomo” e ad Arezzo più prosaicamente “caco”.
Altre regioni, altri nomi: nella zona di Napoli "legnasanta" e in Sicilia "fruttu magnu" o "cuccumeli", come mi informano i carissimi amici blogger Blogantropo e Geromarsala.

I due stati d’animo si riflettono anche nella cultura. Ci sono artisti che hanno cantato il fascino dell’autunno nella varietà dei suoi colori, come Vivaldi; e ce ne sono altri che di questa stagione hanno cantato i singhiozzi lunghi dei suoi violini, come Verlaine.

Molto vicino allo stato d’animo di Verlaine doveva essere Erik Satie, quando nel 1888 compose la sua Gymnopédie, con andamento “lent e douloureux”, che sembra perfettamente intonata ad un paesaggio autunnale.

Così perfetta che quelle note, lente e dolorose, ci danno alla fine un senso di infinita serenità.

In realtà Satie, con il termine Gymnopédie, ci riporta al mondo antico greco, con un tipo di danza lenta in 3/4 paragonabile ad una sarabanda.

Delle tre Gymnopédie, ascoltiamo la prima e la più celebre, nella versione originaria per pianoforte, successivamente orchestrata da Debussy, nel 1897.

lunedì 16 novembre 2009

Il fascino della notte




La notte con il suo fascino misterioso è stata descritta da letterati, pittori, musicisti, e perfino scultori. Viene subito in mente Michelangelo e la sua mirabile allegoria muliebre nelle Cappelle Medicee di Firenze.

Tra i poeti pochi hanno amato la notte come Leopardi, durante la quale le sue ansie, i suoi ricordi, la sua disperazione emergono su questo sfondo incredibilmente bello. La notte è limpida, mentre il cuore del poeta è in tumulto; un contrasto che rende ancor più affascinante la sua poesia.

Tra i pittori credo che nessuno abbia esteso il concetto di notte a simbolo della condizione umana come Caravaggio. I suoi personaggi emergono dal buio del mondo “trafitti da un raggio di sole”, immagine della grazia divina che salva.

Nel mondo della musica il “notturno” è sinonimo di Chopin. Non si possono ascoltare queste sue composizioni senza un fremito interiore. La notte è per lui “sentimento”, o, per usare un’espressione di Pascal, “esprit de finesse”; esattamente l’opposto dello “spirito geometrico” cartesiano, molto di moda oggi, specie nel cyberspazio.

Amo Chopin, come amo Cartesio; due aspetti inscindibili della realtà umana: sentimento e razionalità.

Ma Cartesio di notte preferiva dormire… E quando la Regina Cristina di Svezia lo chiamò a corte per ascoltare le sue lezioni filosofiche e iniziò a farlo alzare troppo presto (lei soffriva d’insonnia), il povero Descartes si beccò una polmonite che lo portò alla tomba.

Certo, nel romanticismo il tema della notte è presente in tutti i musicisti; se no, che romanticismo sarebbe? Si deve dire tuttavia che la celeberrima “Al chiaro di luna” di Beethoven ha nell’originale solo il titolo “Sonata quasi una Fantasia” (1801). Ma l’atmofera che riesce a creare giustifica la dicitura aggiunta successivamente da altri (Ludwig Rellstab, 1832) e ormai comune.

Qualche anno prima (1787), Mozart aveva dedicato alla notte “Eine kleine Nachtmusik”, celeberrima anch’essa, “una piccola serenata”.
Chiamatela piccola!...

Anche Antonio Vivaldi ha dedicato un concerto alla notte.
Di questo Concerto in Sol minore, "La Notte", per Flauto, Archi e Basso Continuo, del 1729, riporto nel video l'ultimo movimento: Allegro.

Non è famoso come le musiche di Chopin, di Beethoven e di Mozart. Ma è ugualmente stupendo.

Il “prete rosso” nel suo concerto mette come protagonista il flauto, lo strumento dalla voce dolce e un po’ misteriosa; quanto di più adatto per creare una suggestione notturna.

Siamo nel barocco, siamo a Venezia. La notte è misteriosa, ma sempre affascinante.

domenica 15 novembre 2009

Carenze affettive? Ci vuole una bella romanza













L’autunno è un periodo che porta un po’ di tristezza. Se non bastano le coccole, ci vuole un buon cioccolato caldo, e ovviamente una bella romanza.

Propongo il Canto di Nadir, da Les Pêcheurs de Perles (I Pescatori di Perle), 1863, di Georges Bizet.


http://www.youtube.com/watch?v=18Io-mYoPyE


Nadir si sta innamorando di Leila e gli sorge spontanea dal cuore questa affascinante melodia.

Celebre anche la versione italiana, “Mi par d’udire ancora”.

Straordinaria l’interpretazione di Placido Domingo, che nell’acuto giunge fino al re bemolle.

È già un’impresa per i tenori arrivare al do...


Je crois entendre encore

Je crois entendre encore, caché sous les palmiers,
sa voix tendre et sonore comme un chant de ramiers.
Ô nuit enchanteresse ! Divin ravissement !
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !

Aux clartés des étoiles, je crois encore la voir
entr'ouvrir ses longs voiles aux vents tièdes du soir.
Ô nuit enchanteresse, divin ravissement,
Ô souvenir charmant ! Folle ivresse ! Doux rêve !
Charmant souvenir ! Charmant souvenir !


Mi sembra di sentire ancora nascosta sotto le palme
la sua tenera e musicale voce, come un canto di colombe selvatiche.

Oh notte incantevole, divino rapimento,
oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Alla luce delle stelle, mi sembra di vederla ancora
aprire i suoi lunghi veli al tiepido vento della sera.

Oh notte incantevole! divino rapimento!
Oh incantevole ricordo! folle ebbrezza! dolce sogno!

Incantevole ricordo! incantevole ricordo!

sabato 14 novembre 2009

Quando a copiare è Mozart




Il Flauto Magico (1791) è l’opera che suggella la vita artistica e umana di Mozart (1756-1791).

Un’opera affascinante sotto tutti i punti di vista. Vi si mescolano la fiaba e il razionalismo, il sublime e il popolaresco, la lotta tra il bene il male, tra il dispotismo e la democrazia. E il linguaggio musicale unisce la geniale inventiva alla maturità compositiva.

Un grande capolavoro.

Tra i brani più celebri c’è l’Ouverture. È su questa che voglio fermarmi.

Dopo i tre potenti accordi iniziali, che ricordano la simbologia massonica, inizia un brevissimo interludio che porta all’esposizione del tema principale, trattato in forma di fuga; il tema cioè passa da una sezione all’altra dell’orchestra in maniera imitativa.
Dopo altri tre potenti accordi “massonici” e un altro interludio, il tema torna a farsi sentire e a dominare la scena, chiudendo in bellezza il brano.

Un’ouverture meravigliosa, non c’è che dire, degna di Mozart.

Se non che il tema principale è letteralmente copiato da una composizione di Muzio Clementi, la Sonata in Si bemolle maggiore, op. 24, n. 2, I movimento, Allegro con brio.

È nota l’antipatia che Mozart nutriva per il grande compositore italiano, genio della tecnica pianistica. Lo definiva autore “meccanico”, senza ispirazione, e via (mal)dicendo.

Però gli ruba una sonata e ne fa una grande ouverture orchestrale.

Clementi si lamentò dicendo che quell’ouverture era stata scritta da lui dieci anni prima; era stata suonata a Vienna davanti all'imperatore Giuseppe II, nella competizione pianistica con Mozart, finita alla pari secondo l'imperiale giudizio.

Per farsi un’idea del plagio, ecco il link all’Ouverture del Flauto Magico.

http://www.youtube.com/watch?v=WVwvW1FppfU

Si confronti il brano di Mozart dopo aver ascoltato la bellissima Sonata di Clementi riportata nel video.

Altri poi hanno notato che nell’ouverture mozartiana ci sono altre copiature, da Pergolesi.

Ma insomma, Herr Mozart!

venerdì 13 novembre 2009

Presto, un calmante! Vivaldi



Quando ho voglia di rilassarmi, niente di meglio che ascoltare Vivaldi.

La sua musica ha proprietà terapeutiche.

Il principio attivo è la genialità, la cui formula è segreta e sulla quale purtroppo egli ha posto il copyright.

Gli eccipienti possono esseri vari: strumenti ad arco, a fiato, a tastiera, a pizzico, a corde vocali… quanto basta per rivestire di suoni e di colori la molecola di genio che contiene ogni sua composizione.

Dai 12 Concerti dell’Estro Armonico (anno 1711) ascoltiamo il 3 movimento, (“Presto”), del 6 Concerto in La minore, per Violino e Orchestra, RV 356.


Buon ascolto!

giovedì 12 novembre 2009

Muzio Clementi, e la sua giovane allieva (6 anni)



Se la musica classica parla italiano, almeno nelle indicazioni espressive (forte, piano, adagio, allegro…) e nella terminologia in genere (concerto, sonata, ricercare, fantasia…), si deve evidentemente all’opera dei nostri grandi musicisti del passato, che in ogni settore hanno posto le basi e vi hanno lasciato il loro idioma.

Non si può parlare di opera lirica senza riandare alla Camerata dei Bardi e al “recitar cantando” di Jacopo Peri e Giulio Caccini (fine XVI e inizi XVII secolo).

La musica organistica ha i suoi pionieri in particolare nei due Gabrieli e in Frescobaldii, virtuosi anche nel clavicembalo, dove però ha brillato soprattutto il genio di Domenico Scarlatti.

La musica per archi e strumenti a fiato, i cosiddetti concerti, hanno in Arcangelo Corelli e Antonio Vivaldi i veri padri fondatori.

Non solo, ma italiani furono gli inventori dei più importanti strumenti, come il violino, ad opera di Gaspare da Salò, nella seconda metà del XVI secolo, e che ha avuto in Antonio Stradivari e Guarneri del Gesù i più grandi costruttori di ogni tempo. Il violoncello fu inventato dal liutaio Andrea Amati; e si deve al padovano Bartolomeo Cristofori la costruzione del pianoforte (anzi, del “forte-piano”) nel 1700 alla corte dei Medici in Firenze.

Proprio al pianoforte ha dedicato il primo vero metodo di studio, “Gradus ad Parnassum”, l’italiano Muzio Clementi (1752-1832), conosciutissimo ovviamente dagli studiosi dello strumento, ma quasi sconosciuto ai più.

Eppure si tratta di un genio musicale, “odiato” da Mozart (ma che prese spunto da una sua sonata per l’ouverture del Flauto Magico…), e amato da Beethoven, da Chopin, da Debussy, e da tutti i più grandi interpreti della musica pianistica.

Il Gradus ad Parnassum (1817-1826) non è solo una pietra miliare nella tecnica pianistica, ma una vera e propria opera d’arte, un’autentica scala verso il Parnaso, la montagna delle Muse.

Qui però vogliamo presentare di Clementi un brano meno impegnativo, tratto da una delle 6 Sonatine dell’opus 36; la n. 3, in Do maggiore, I movimento, “Spirituoso”.

Muzio Clementi sarà soddisfatto di avere un’allieva di 6 anni così straordinaria e “spirituosa”.

mercoledì 11 novembre 2009

S. Martino: un grande santo, e molto altro








S. Martino è uno dei santi più conosciuti e amati nella cristianità.

Il suo gesto generoso di dividere con la spada il suo mantello di soldato con un povero seminudo ha fatto sorgere l’idea che nei giorni intorno all’11 novembre il tempo si rimetta al bello, come una piccola estate: “L’estate di S. Martino”, “dura tre giorni e un pochino”.

Proverbi e detti popolari sono fioriti intorno a questo Santo, la cui festa cade in un periodo particolarmente importante per la vita agricola.

In questo periodo si svolgevano (e si svolgono) due attività fondamentali: la semina del grano e la svinatura.

La semina del grano per S. Martino deve essere conclusa; solo i contadini sfaticati, pigri (“pigarini”) non l’hanno portata a termine, per cui:

“S. Martino, la semente del pigarino”. Nel web ho trovato invece l’erronea dicitura “la semente del poverino”. Forse chi ha scritto così avrà pensato che “pigarino” sia un termine sbagliato…

Nelle cantine il mosto ha bollito nel tino, e quindi va svinato; esce il vino nuovo!
L’acqua, come bevanda di riserva, è ormai un cattivo ricordo:

“Per S. Martino ogni mosto è vino”.

“Per S. Martino si lascia l’acqua, si beve il vino”.

Il Carducci, al quale piaceva il buon vino, ricorda nella sua celebre poesia S. Martino il “ribollir dei tini” e “l’aspro odor dei vini” per le vie del borgo, "l'animo a rallegrar".

In Sicilia, oltre alla svinatura, in questo giorno si ammazzava il maiale, come mi segnala l'amico blogger Geromarsala, siciliano doc:

Pi San Martinu si scanna lu puorcu e si vidi lu vinu.

Nel Nord Italia invece S. Martino era il giorno in cui avveniva l’eventuale sfratto del mezzadro da un podere.
La perdita del podere e lo sbagaglio erano detti perciò “fare San Martino”. Ci torna in mente l'amara scena finale del "sanmartino" della famiglia di Batistì, nel film L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978).

Questa espressione venne usata da Vittorio Emanuele II durante la II guerra d’Indipendenza, il 24 giugno 1859. In occasione della grande battaglia in località S. Martino (oggi provincia di Brescia), al momento di andare all’assalto, il re disse:

“Coraggio figlioli, se non prendiamo noi S. Martino, saranno gli Austriaci a farci fare S. Martino”.

Il paese di S. Martino fu preso e insieme ad esso la Lombardia.

Furono gli Austriaci a dover “fare S. Martino”.

Iniziava così l’unità d’Italia.



Foto in alto: "S. Martino e il mendicante", El Greco (1597), National Gallery of Art, Washington

martedì 10 novembre 2009

Dedicata a Terry 63, nel suo compleanno














Non mi ricordo quando ti ho incontrata,
ma certamente fu di primavera;
splendeva il sole, o invece pioggia era;
ma cosa importa? fu una gran giornata!

Mi affascinò il tuo volto luminoso,
le tue parole fatte di dolcezza,
il nome lieve come una carezza,
Terry, con numerino misterioso.

Terry 63… ora ho capito,
ora che il tuo segreto mi hai svelato;
oggi il tuo compleanno hai festeggiato,
anni quarantasei, contando a dito…

In mezzo a noi lo spazio di un mattino
sei voluta restar, poi ti se’ ascosa,
siccome una farfalla che si posa
sopra un fiore e poi, via! nel ciel turchino.

Ma hai lasciato un ricordo di colori,
di luce, di fragranza, di poesia.
Quella farfalla, ch’è volata via,
è rimasta però nei nostri cuori.

Lascia un posto anche tu nei tuoi pensieri
per tutti noi che siam vicini a te.
E una fetta di torta ed un bigné,
con spumante, accettiamo volentieri;

ed il tuo Amicusplato anche un caffè.

lunedì 9 novembre 2009

Vent'anni dopo




“L’esperienza insegna che quando un pessimo regime cerca di riformarsi, crolla”.

Con questa geniale osservazione Alexis de Tocqueville spiega il crollo dell'Ancien Régime e l'inizio della Rivoluzione francese.

Luigi XVI aveva convocato nel 1789 a Versailles gli Stati Generali con l’intenzione di fare delle buone riforme. Ma subito ci si accorse che il vecchio sistema non lo permetteva. La piramide era così instabile, che, tolto qualche puntello, venne giù tutta.

La riflessione di Tocqueville si è rivelata profetica: anche nel regime comunista sovietico è accaduta la stessa cosa.

Quando Mikail Gorbaciov nel 1985 iniziò la sua politica di “glasnost” e di “perestrojka”, cioè di trasparenza e di rinnovamento, il sistema cominciò a crollare, poiché vennero alla luce tutte le contraddizioni interne.
Quella che doveva essere una democrazia, era un'oligarchia; quella che doveva essere un’unione di tutti i proletari, era diventata una prigione di popoli.

Le picconate sul muro di Berlino di venti anni fa, il 9 novembre 1989, fecero crollare tutto l’edificio comunista, con un effetto domino. Ad uno ad uno i popoli dell’Est si sono desatellizzati e l’Unione Sovietica è tornata ad essere la Russia di S. Pietroburgo; e Mosca la “terza Roma”, con il glorioso simbolo dell’aquila bicipite.

Berlino aveva potuto riaprire la Porta di Brandeburgo, sbarrata dai cavalli di Frisia e dal filospinato.

Vent’anni dopo. Non è solo il titolo del bel romanzo di Alexandre Dumas padre, che parla dei tre impavidi moschettieri, anzi quattro.

È l’anniversario di un fatto reale, che ha cambiato il volto della storia contemporanea.

E senza bisogno di moschettieri.


domenica 8 novembre 2009

I singhiozzi gioiosi di un violoncello




Una rivoluzione nata il 7 novembre 1917 e morta il 9 novembre 1989.

Doveva durare per sempre. È finita in 72 anni.

Doveva abbattere le barriere dell’ingiustizia. Ha alzato reticolati e muri di odio.

E un muro l’ha sepolta.


Davanti a quel muro di Berlino che veniva abbattuto, un anziano signore armato di violoncello iniziò a suonare la più bella musica che mai sia stata scritta per quello strumento: la musica di J. S. Bach.

Il signore anziano era Mstislav Leopoldovic Rostropovich, il più grande violoncellista dei nostri tempi, che tornava dall’esilio americano per salutare la ritrovata libertà.

Il frammento di musica che Rostropovich esegue nel video è una stupenda Bourrée, V movimento della III Suite.

La voce vibrante ed immortale della civiltà, contro la barbarie che si spegneva.

Per coloro che desiderano ascoltare tutta la Bourrée della Suite n. 3 per violoncello:

http://www.youtube.com/watch?v=Ud3BvW2MAj4

Qualche minuto di musica divina.

sabato 7 novembre 2009

La mazurka, ma non quella della nonna...



Non sono mancate in questi giorni polemiche e discussioni, che hanno turbato la mia e altrui serenità.

Niente di meglio perciò che ricorrere a una bella musica rasserenatrice.

E Chopin in questo caso mi sembra l’ideale. Un po’ di tristezza, mitigata dal ritmo vivace di una mazurka.

Ma questa non è la mazurka della nonna...

Questa è la Mazurka in La minore, op. 68, n. 2, suonata da Arthur Rubinstein.

Non so se mi spiego…

venerdì 6 novembre 2009

Due mondi a confronto










Non è una piccola cosa la “battaglia” per il Crocifisso. È una battaglia tra due modi di vedere la realtà umana.

Da una parte coloro che pensano che l’uomo possa progettare il futuro tagliando o rendendo insignificanti i riferimenti del passato. E i riferimenti più forti sono quelli cristiani.

Se diventano insignificanti quelli, figuriamoci cosa possano dire all’uomo moderno Socrate, Platone, Aristotele, e compagnia bella, che qualche “laico” pretende di recuperare.

Cosa avrebbero da insegnare questi vecchi barbogi ai moderni Faust?...

Diverrebbero insignificanti. Anche peggio. Nietzsche ad esempio arriva a sostenere che Socrate è stato colui che ha ucciso con la sua fredda razionalità la bellezza della vita; figuriamoci! Non il maestro del dialogo e della coerenza morale...

Dall’altra parte, e si spera che sia la stragrande maggioranza delle persone, ci sono coloro che pensano che il futuro dell’uomo non possa fare a meno di una memoria storica e culturale.

Prima di tutto perché “conoscere significa ricordare” (Platone), e la storia è maestra di vita.

E poi perché il Cristianesimo ha avuto la capacità di accogliere e valorizzare i migliori contributi che ogni epoca e civiltà ha elaborato.

È una sua fondamentale caratteristica, quella di accogliere nel suo tesoro il nuovo e il vecchio, “nova et vetera” (Mt 13, 52).

Lo diceva già il filosofo S. Giustino, nel II secolo: i “semi di verità” (lògoi spermatikòi, rationes seminales) sono sparsi in ogni filosofia; e da chiunque provengano sono opera dello Spirito di Dio che, come il vento, “soffia dove vuole” (Gv 3, 8).

Il Cristianesimo non è però un confuso sincretismo, ma la fede nel Figlio di Dio fatto uomo; perciò è un umanesimo integrale; e tutto ciò che è umano non gli può essere estraneo.

È un vero umanesimo, perché ha avuto come fondatore l’Uomo vero per eccellenza, Gesù Cristo, che ha svelato all'uomo il mistero dell’uomo e gli ha fatto prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio.

La più grande “rivoluzione” nella storia umana è stata il Cristianesimo, perché per la prima volta e in modo definitivo ha fatto comprendere che ogni uomo è fratello per l’altro uomo; Dio è Padre di tutti, anche di coloro che non lo riconoscono.

Per questo, se non vogliamo ritornare alla “guerra di tutti contro tutti”, agli odi tribali, modernizzati in schemi politici o ideologici, e alla legge del più forte, dobbiamo ancora volgere lo sguardo verso quell’Uomo giusto, senza il quale, per usare un’espressione di Solgenitzin, “non può sussistere un villaggio, né una città, né il mondo intero”.

E Solgenitzin aveva conosciuto un tipo di società in cui il Crocifisso era stato estromesso...


Foto in alto: Il "Crocifisso" di Cimabue (1265 ca), Basilica di S. Domenico, Arezzo

giovedì 5 novembre 2009

Er Crocifisso (pasquinata)











Povero Cristo! T’hanno condannato
un’artra volta i giudici de ‘r monno.
La prima volta fu Ponzio Pilato,
ora a Strasburgo, tra i zucchini e er tonno.

A scola tu nun se’ disciplinato:
nun fumi, nun te fai, se’ sempre attento...
nun va bbenne accusì, se’ der passato!
E ‘sti signori ‘un te ce voglion drento.

Pilato te ‘nchiodò sopra quel legno;
questi t’hanno schiodato bbelli bbelli,
e per finì questo lavoro ddegno
t’han dato un bel calcione nei corbelli.


mercoledì 4 novembre 2009

Un'altra condanna per Gesù, chiamato Cristo



Alla sciocca sentenza di ieri, 3 novembre, della Corte Europea di Strasburgo, che intende proibire l’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane, rispondiamo semplicemente proponendo una briciola di quel monumento di sapienza musicale che è la Passione di Cristo secondo Giovanni, di J. S. Bach.

La nostra cultura è sorta nel colle del Calvario, dove Gesù ha insegnato agli uomini di tutti i tempi come si vive e come si muore.

E come si risorge.

Nessuno ci toglierà questa speranza.

Tantomeno i burocrati di Strasburgo.


L'aria del contralto, Von den Stricken meiner Sünden, dice così:

"Per liberarmi dai lacci dei miei peccati,

il mio Salvatore viene legato.
Per guarirmi da ogni cattiveria,
egli si lascia maltrattare".

martedì 3 novembre 2009

Quando il potere fa anche ridere...




La lettera di Seneca sulla morte, che ho riportato nell’ultimo post, ha dato l’occasione in un social network per una interessante discussione.

Un caro amico blogger, Ufo1, mi ha fatto notare che la figura di Nerone non deve essere descritta così negativamente come in genere viene fatto.

Io ho convenuto con lui che Nerone non può essere considerato quel personaggio tragicomico impersonato da celebri artisti, come Ettore Petrolini e Peter Ustinov.

A parte il ben noto e felice “quinquennio neroniano”, anche l’imponente opera di ricostruzione di Roma, dopo lo spaventoso incendio del 64 d. C., deve ascriversi a suo merito.

Ma ciò non può far dimenticare ciò che scrivono tutti gli storici del tempo, a partire da Tacito: il progressivo accentramento di potere, fino ad una vera e propria tirannia, l’eliminazione sistematica di ogni oppositore (si pensi a Seneca e Petronio) e perfino di persone fedelissime ma “ingombranti”, come il generale Corbulone; senza parlare dei misfatti familiari.

Inoltre il suo nome è macchiato dalla persecuzione contro i cristiani di Roma, sui quali fu fatta ricadere ingiustamente la colpa dell’incendio della città. E si trattò di una “ingente moltitudine” di persone, come riferisce Tacito. In quella persecuzione furono uccisi anche gli apostoli Pietro e Paolo.

Giovanni nell’Apocalisse paragona Nerone alla bestia infernale, indicata col numero 666.
Questo numero infatti, nella numerazione ebraica, che usava le lettere anche come cifre (come del resto i greci ed i latini), significa proprio “Kaesàr Neròn”, Cesare Nerone.

Secondo Tertulliano, inoltre, questa persecuzione segnò l’inizio di una legislazione anticristiana. Infatti il grande apologista ricorda che si deve a Nerone quell’istituto giuridico secondo cui per i cristiani “non licet esse vos”, non era lecito esistere.

Questo “institutum Neronianum” fu certamente applicato, perché dopo Nerone seguirono a ruota le persecuzioni di Domiziano e di Traiano, che facevano riferimento ad una legge esistente nell’impero, la quale vietava la professione della fede cristiana.

Non si può certo raffigurare Nerone come la caricaturale figura impersonata dal geniale Ettore Petrolini (1884-1936), nel suo Nerone, del 1930, diretto da Alessandro Blasetti.

Ma non si può fare a meno di riproporla, in una delle scene più note.

Troppo bella! E sempre attuale…

lunedì 2 novembre 2009

"Ogni giorno moriamo". Seneca e Francesco




Tra persone educate non si parla della morte. È un argomento che mette a disagio.

Ma in questo giorno dedicato al ricordo dei nostri Defunti, la riflessione si ferma necessariamente anche su questo tema.

Parlare della morte oggi non è “off topic”, per usare il linguaggio dei bloggers.

Lo facciamo proponendo un brano di una delle Lettere a Lucilio di Seneca, la numero 24. Una di quelle che lascia il segno, e una volta conosciuta non si dimentica più.

Metafore geniali (la clessidra, lo stillicidio dell’acqua), aforismi fulminei (“ogni giorno moriamo”, “anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte”, “… è lì che siamo diretti”).


“Ogni giorno moriamo [cotidie morimur]; ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce.
Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte.
Come la clessidra [quemadmodum clepsydram] non la vuota l'ultima goccia d'acqua ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la porta a termine.
Noi vi giungiamo in quel momento; da tempo, però, vi siamo diretti [tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus]” (Seneca, Ep. ad Lucilium, XXIV).


Ogni giorno moriamo… Non è l’ultima goccia che svuota la clessidra, ma tutta l’acqua che è trascorsa prima.

Seneca vuol far capire al giovane Lucilio, e a ciascuno di noi, che l’uomo sapiente deve avere familiare anche il pensiero della morte, comune eredità di tutti gli uomini.

E lo fa usando la sua lucida razionalità e un linguaggio incisivo.

La fede cristiana ha aggiunto a questo messaggio razionale, il conforto della speranza: la morte non è la fine di tutto, ma l’inizio di una vita nuova in Cristo Risorto.

Per questo S. Francesco non esita a chiamare la morte, “nostra sorella”.

domenica 1 novembre 2009

La candida rosa dei Santi. Dante e Doré















(clicca sopra l'immagine per ingrandirla
)






Nel giorno dei Santi ricordare la Divina Commedia di Dante è quanto mai opportuno.

La vita umana è un cammino verso la salvezza eterna, partendo da una situazione di peccato.

E Dante non ha fatto altro che ricordarci questo faticoso percorso ascensionale, in quella stupenda metafora che è il suo poema, “al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. 25, 2). Davvero un’opera per molti aspetti sovrumana.

Il poema dantesco ha avuto grandi commentatori, a partire dal Boccaccio; e anche alcuni illustratori.

Il più celebre è certamente il francese Paul Gustave Doré (1832-1883), che tra il 1861 e il 1868 curò un’edizione che è rimasta nella storia dell’arte.

Le sue illustrazioni hanno un gusto romantico, con immagini ora drammatiche, ora elegiache, ora epiche e altre volte quasi trasognate. Sempre si nota un eccezionale virtuosismo tecnico.

A me ha sempre colpito la raffigurazione del Paradiso nella sua parte più elevata, l’Empireo, dove intorno a Dio si muove la “candida rosa” degli angeli e dei santi.

“In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa” (Par. 31, 1-3).

Certo, il Paradiso è al di là di ogni rappresentazione umana.

Ma Dante e Doré ce ne hanno fatto gustare una bella immagine.